“Un grande italiano, un grande europeo e un grande americano”. Sono le parole
del ministro della Cultura Alessandro Giuli su Cristoforo Colombo, di cui ha
visitato la statua a New York deponendo una corona in segno di riconoscimento
sia dell’orgoglio italiano sia del profondo legame con gli Stati Uniti. “Colombo
è per noi un grande motivo di orgoglio – ha detto Giuli all’Ansa -, è inoltre un
elemento di ricchezza per gli Stati Uniti e la sua memoria è riconosciuta ai più
alti livelli istituzionali. Si tratta di una presenza che arricchisce l’identità
americana da secoli e assieme alla mostra su Raffaello al Met che si apre oggi,
sono tutti grandi ponti culturali che l’Italia continua a gettare tra le due
sponde dell’oceano”. “Colombo – continua – è un frammento di identità
indiscutibile al punto che nessuna cancel culture è riuscito a dissolvere”.
L'articolo Il ministro Giuli a New York si mette in posa davanti alla statua di
Colombo: “Frammento di identità, la cancel culture non riuscirà a dissolverlo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Alessandro Giuli
Nei giorni scorsi due avvenimenti importanti per la politica culturale nazionale
non sono stati oggetto di adeguata attenzione da parte dei media “mainstream”,
distratti dalla solita kermesse di Sanremo in versione più conformista e banale
del solito, con un’audience in calo, condotta da un Carlo Conti “impiegatizio”
(copyright Aldo Grasso). Quasi nessuna attenzione verso il decreto “copia
privata” (ilfattoquotidiano.it gli ha dedicato un approfondimento, ndr) ed il
“piano di riparto” del Fondo Cinema e Audiovisivo, entrambi alla firma del
ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Entrambe le notizie sono state intercettate in anteprima dall’Istituto italiano
per l’Industria Culturale IsICult, che è sì un centro di ricerca indipendente
(specializzato sulle politiche culturali, le economie mediali, le dinamiche
sociali), ma anche un laboratorio giornalistico (nel cui ambito curo anche
questo blog). Entrambi i documenti (pubblicati sul sito web di IsICult) sono
emblematici, anzitutto perché la loro gestazione non ha beneficiato di quella
necessaria trasparenza e condivisione piena con tutti gli “stakeholder”
potenzialmente interessati, e poi perché sono sintomatici di un “policy making”
conservatore e inerziale, privo di visione sistemica, organica, strategica.
Il decreto “copia privata” rinnova un’imposizione al consumatore di qualche euro
su ogni pc e telefonino e da quest’anno anche rispetto al “cloud”, un balzello
che alimenta un fondo di circa 150 milioni l’anno gestito dalla Società Italiana
Autori Editori (Siae) che li assegna – con criteri che non brillano per
trasparenza – ad autori, esecutori, editori… Una norma che risale ai tempi (dei
cd e dvd) in cui gli utenti usavano “registrare”, allorquando ormai è lo
“streaming” la forma principale di fruizione di musica e video. Preistoria. E lo
Stato non interviene invece per tutelare realmente gli autori, rispetto allo
sfruttamento massivo messo in atto dalle piattaforme digitali come Google,
YouTube, Spotify, TikTok, che si arricchiscono enormemente speculando sulla
creatività.
Il “piano di riparto” dei 606 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo non
è stato mai oggetto di preventiva analisi, né tecnica né politica, con le
associazioni rappresentative del settore, ma sembra essere stato redatto
piuttosto “sotto dettatura” delle lobby dei produttori (i cinematografici
dell’Anica ed i televisivi dell’Apa), allorquando ritengo che un documento così
importante e delicato dovrebbe essere sottoposto – prima dell’approvazione
definitiva da parte del Ministro – alla valutazione di tutto il settore
cinematografico e audiovisivo, in una logica di “open data” e trasparenza
amministrativa e confronto pubblico, con un coinvolgimento dialettico di tutta
la comunità artistica e professionale. E magari coinvolgendo anche le
commissioni parlamentari competenti.
Il riparto del Fondo Cinema e Audiovisivo è stato illustrato per grandi linee in
un incontro a porte chiuse promosso dalla Sottosegretaria leghista Lucia
Borgonzoni al Collegio Romano il 19 febbraio, con le principali associazioni del
settore (ma non tutte) ed approvato il 24 febbraio dal Consiglio Superiore del
Cinema e Audiovisivo (Csca) presieduto dall’avvocata Francesca Assumma. Sabato
20 le associazioni 100autori, Acmf, Aidac, Air3, Anac e Wgi (rappresentative di
gran parte degli sceneggiatori, registi, adattatori, compositori delle musiche
per film) hanno comunque espresso “fermo dissenso” rispetto alle indicazioni
annunciate sul riparto del Fondo.
Ritengo condivisibili le critiche avanzate dalle associazioni degli autori.
Quest’anno le varie linee di intervento del Fondo vengono tutte ridotte, alcune
in modo radicale: i “contributi selettivi” vengono tagliati del 54%, a tutto
vantaggio del credito d’imposta «per l’attrazione in Italia di investimenti
cinematografici e audiovisivi», che sale da 42 a 100 milioni di euro. Il Fondo
viene tagliato del 13%, ma il controverso “tax credit” cresce del 7 % (dai 412
milioni del 2025 ai 441 del 2026), finendo per assorbire il 73% del totale (era
il 59% nel 2025). Si comprime la leva qualitativa e si amplia la leva fiscale:
si passa da un modello selettivo di indirizzo culturale ad un modello automatico
di incentivo fiscale neutro rispetto alla qualità.
E centinaia di festival – strumenti preziosi per la promozione della cultura
audiovisiva – continuano a beneficiare solo di una manciata di milioni.
L’avvocato Michele Lo Foco, membro del Csca, ha espresso voto contrario rispetto
al prospettato piano di riparto, in particolare riguardo alla disattesa esigenza
di porre un freno al “tax credit”.
Venerdì 27 febbraio, il movimento dei lavoratori delle troupes
#Siamoaititolidicoda è stato lapidario: “Siamo costernati per la bozza di
riparto… Si tratta di “uno scempio: l’Italia diventerà un ‘service’ degli
stranieri”. È mai stata svolta una seria valutazione di impatto (e di analisi
controfattuale), per comprendere se la legge Franceschini del 2016 ha stimolato
realmente una crescita strutturale del sistema, un’estensione del pluralismo
espressivo, il rafforzamento delle imprese indipendenti ed il sostegno agli
autori emergenti, e quell’“audience development” che dovrebbe caratterizzare la
democrazia culturale?!
Tutto questo sostegno pubblico al settore continua ad arricchire i big player, a
vantaggio delle multinazionali audiovisive straniere, privilegiando la fiction
tv rispetto al cinema…
La recente vendita da parte di Andrea Occhipinti delle quote di maggioranza
della sua qualificata Lucky Red alla francese Canal+ Vivendi di Vincent Bollorè
(dopo i precedenti di Palomar acquisita da Mediawan, Groenlandia da Banijay, Lux
Vide da Fremantle, eccetera) rappresenta la preoccupante conferma che il tanto
invocato “sovranismo culturale” sembra restare un pio auspicio teorico-retorico,
contraddetto da una politica culturale frammentaria ed erratica.
Zero capacità di autoanalisi. Zero volontà di innovazione.
L'articolo Nessuna trasparenza su Fondo Cinema e ‘copia privata’: zero
condivisione, zero innovazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ho già segnalato come l’agenda mediale della cultura in Italia sia spesso
distratta da gossip e red carpet, trascurando notizie che sono invece
significative: può sembrare incredibile, ma nessun quotidiano a stampa ha
rilanciato l’annuncio che la gestazione dell’intesa tra Ministero della Cultura
e Ministero della Salute per prescrivere l’arte come cura sta per giungere al
termine. Il 5 febbraio la Conferenza Stato-Regioni ha sostanzialmente approvato
lo schema di “Protocollo d’intesa”, che sta per essere sottoposto alla firma dei
titolari dei due dicasteri, Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia) e Orazio
Squillaci (ministro tecnico, medico già Rettore dell’Università di Roma Tor
Vergata).
In altri Paesi, da decenni le istituzioni hanno recepito quel che la letteratura
scientifica (anche a livello Oms – World Health Organization) ha dimostrato,
pure in ambito medico, ovvero il potere benefico, curativo, terapeutico, delle
arti, dello spettacolo, della cultura. In Italia, le istituzioni stanno
finalmente maturando una (tardiva) coscienza delle potenzialità di cura e di
prevenzione della cultura, vantaggiose sia in termini psico-sociali (cura,
terapia, prevenzione) sia in termini economici (riduzione delle future patologie
e delle varie forme di disagio, e quindi dei costi per il Sistema Sanitario
Nazionale).
L’iniziativa istituzionale si sta per concretizzare grazie all’impegno profuso
dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che ha sostenuto che
“finalmente, l’Italia si doterà di uno strumento che, a partire dalle tantissime
iniziative intraprese finora sul territorio nazionale… con l’istituzione di un
Tavolo Tecnico, censiremo per farne tesoro e costruire modelli replicabili su
più ampia scala, saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi
alle cure mediche come strumento terapeutico”. Nel giugno del 2025, la senatrice
Borgonzoni ha organizzato al Collegio Romano un convegno sul tema – intitolato
“La prescrizione dell’arte che cura” – coinvolgendo alcuni esponenti delle
istituzioni e della società civile, università e operatori sanitari e
organizzatori culturali.
Ovviamente siamo ancora nella fase – per così dire – teorica ed è previsto
appunto un “Tavolo Tecnico” che ha come obiettivo la elaborazione di dati
univoci “sull’efficacia della fruizione della bellezza” e per la “prescrizione
sociale (culturale) anche in Italia, a cominciare dal coinvolgimento di persone
affette da patologie come quelle neurodegenerative o che soffrono di stati
depressivi”. Un “censimento” di queste iniziative, in verità, già esiste, e da
oltre un decennio, sviluppato dall’IsICult a livello pioneristico fin dal 2013,
sostenuto da allora in modo stabile dallo stesso Ministero della Cultura
(dapprima come “progetto speciale” della Direzione Spettacolo dal Vivo e
successivamente come progetto “promozione” della Direzione Cinema e
Audiovisivo).
L’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale – centro di ricerca
indipendente sulle politiche culturali e le dinamiche sociali che presiedo – ha
infatti ormai censito quasi 4.000 iniziative, sparse su tutto il territorio
nazionale, attraverso il progetto di ricerca e di monitoraggio “Cultura vs
Disagio” (da cui l’acronimo “Cvd”), che ha come sottotitolo “Censimento delle
Buone Pratiche Contro il Disagio”. Disagio inteso nelle sue varie dimensioni:
fisica, psichica, sociale. Il progetto offre già online, dal 2020, una mappatura
interattiva, che consente di cercare – su tutto il territorio – iniziative in
ambito culturale e artistico che combattono (leniscono) in qualche modo forme di
disagio, malattia, malessere, vulnerabilità e fragilità... Nel corso degli anni
è stata sviluppata una specifica tassonomia “by” IsICult, che consente ricerche
incrociate tra discipline artistiche e tipologie del disagio e localizzazione
territoriale.
Ovviamente il censimento costituisce la base per una successiva valutazione, che
dovrà utilizzare criteri epidemiologici e di economia sanitaria, ma anche di
analisi sociologica ed economia territoriale. Alle iniziative d’avanguardia
dell’IsICult si è affiancato, dal 2020, il Cultural Welfare Centre – Ccw
(presieduto da Catterina Seia), network di operatori che ha stimolato varie
occasioni di confronto soprattutto in ambito medico.
Nelle premesse del Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura ed il
Ministero della Salute, si legge che “la fruizione della cultura può essere
fonte di benessere per soggetti affetti da varie patologie, a titolo
esemplificativo e non esaustivo, nelle seguenti forme: a) museoterapia; b)
arteterapia; c) musicoterapia nei luoghi di cura, accompagnando i pazienti nei
percorsi sanitari, offrendo loro conforto e supporto alle cure, attraverso le
opere d’arte o mediante la partecipazione ad attività culturali”. Il Protocollo
è finalizzato a sostenere attività che rendano fruibili le arti dello spettacolo
e il patrimonio culturale come strumenti terapeutici, supportino persone con
disabilità o in marginalità sociale (e le loro famiglie) attraverso esperienze
culturali significative; generino effetti di benessere, inclusione, relazione
sociale, non solo spettacolo fine a sé stesso. Si è in attesa dei decreti
ministeriali di attuazione.
Ritengo che il “perimetro” di indagine e l’intervento pubblico debbano essere
estesi sia nella dimensione della “cura” di patologie, sia nella dimensione
della “prevenzione” di malesseri…
Va anche ricordato che la Finanziaria del 2026 (al comma 822 dell’articolo 1) ha
previsto l’istituzione di un “Fondo Cultura Terapeutica e Cura Sociale”,
promosso dai senatori di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi, Francesco Zaffini,
Ignazio Zullo, Gaetano Mancini, Lavinia Mennuni, “per sostenere gli enti locali,
gli enti del Terzo Settore, le associazioni, le fondazioni e le organizzazioni
della società civile, che rendono fruibili le arti dello spettacolo e il
patrimonio culturale quali strumenti terapeutici per fornire sollievo alle
persone con disabilità o in situazione di marginalità sociale e alle loro
famiglie”. I promotori avevano proposto una dotazione di 8 milioni di euro
l’anno, ma durante l’iter è stata ridotta ad 1 milione soltanto. Diviso 20
Regioni si tradurrebbe in una media di 50mila euro per Regione: un budget
assolutamente simbolico ovvero ridicolo. Non resta che augurarsi che si non si
cerchi di far nozze coi fichi secchi: un fondo di questo tipo ha necessità di
una dotazione annua di almeno 30 se non 50 milioni di euro l’anno, per produrre
qualcosa di concreto e non divenire una foglia di fico.
Se si vuole veramente considerare la cultura infrastruttura di salute pubblica e
di benessere psico-sociale, occorre trattarla come tale, con metodiche accurate,
risorse adeguate e criteri di valutazione rigorosi.
L'articolo Pronto un protocollo tra Cultura e Salute per prescrivere l’arte come
cura: non resti foglia di fico proviene da Il Fatto Quotidiano.
La statua dell’Elefantino che sorregge l’obelisco di Piazza Minerva, a Roma, è
danneggiata. Una zanna dell’opera del Bernini, nella centralissima piazza a due
passi dal Pantheon, è spezzata. La parte che si è staccata è stata trovata a
terra, proprio sotto la scultura. L’allarme è scattato lunedì sera con una
segnalazione alla sovrintendenza comunale. Si tratta della stessa zanna che era
stata danneggiata nel novembre del 2016 da un atto vandalico. Pochi giorni dopo
era stata restaurata.
Gli agenti della polizia locale I Gruppo Centro Storico hanno avviato le
indagini, acquisendo anche le immagini dei sistemi di videosorveglianza della
zona. L’obiettivo è quello di accertare cosa sia accaduto e stabilire se si sia
trattato di un danneggiamento volontario o se la statua si sia danneggiata per
l’usura peggiorata anche dal maltempo di questi giorni.
Intanto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha assicurato che il suo
dicastaro “darà il proprio contributo alla Sovrintendenza Capitolina, da cui
dipende il monumento, per il ripristino della scultura”. Giuli parla di “un
assurdo atto di barbarie” contro “uno dei simboli più significativi della
Capitale”: “È inammissibile – ha aggiunto – che ancora una volta il patrimonio
artistico e culturale della Nazione debba subire un danno così grave”.
L'articolo Roma, danneggiata la statua dell’Elefantino: staccata una zanna
dell’opera del Bernini in piazza Minerva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ai contribuenti italiani Fabrizio Corona costerà quasi 800 mila euro. Come
rivela il quotidiano “La Verità“, la docuserie “Io sono notizia“, disponibile su
Netflix dal 9 gennaio, ha ottenuto dal ministero della Cultura, guidato da
Alessandro Giuli, sotto forma di tax credit di produzione ben 793.629 euro. I
cinque episodi che ripercorrono la storia privata e professionale dell’ex re dei
paparazzi sono prodotti dalla società Bloom Media House, una srl guidata da
Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai, che ha speso in totale
quasi 2,5 milioni di euro.
Il prodotto diretto da Massimo Cappello è stato, dunque, coperto economicamente
per oltre il 30% dal tax credit ministeriale. Il tax credit, o credito
d’impresa, è uno strumento fiscale adottato dal governo per incentivare gli
investimenti nel settore audiovisivo, permettendo ai produttori di recuperare
una parte significativa dei costi sostenuti. A far discutere, in questo caso,
come si nota leggendo i primi commenti social, la decisione di sostenere il
progetto con Fabrizio Corona.
Una docuserie lanciata da Netflix il 9 gennaio, dopo la ritrovata centralità
dell’ex di Nina Moric che con il suo progetto “Falsissimo”, disponibile su
Youtube, ha dedicato due speciali al giornalista e conduttore Alfonso Signorini.
Per questa ragione Corona è indagato per revenge porn mentre il direttore
editoriale di Chi per violenza sessuale ed estorsione.
La docuserie di Netflix, finita nel mirino per i soldi ottenuti con il tax
credit, ottiene anche una stroncatura di Aldo Grasso, critico del “Corriere
della Sera”: “Mi riesce difficile capire che con coraggio Netflix possa mandare
in onda ‘Fabrizio Corona: Io sono notizia‘, un qualcosa spacciato come docuserie
in cinque puntate. Quel qualcosa è solo un lungo, brutto spot che cerca di
trasformare un pregiudicato (bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione,
estorsione, detenzione di banconote false…) in uno spregiudicato, un mitomane in
un eroe del nostro tempo”, conclude il professor Grasso.
L'articolo Ai contribuenti italiani Fabrizio Corona costerà migliaia di euro: il
doc ‘Io sono notizia’ ha ottenuto 793.629 euro sotto forma di tax credit
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nelle ultime settimane di dicembre sono state presentate alcune ricerche sulla
struttura del sistema culturale, sia dalla lobby degli imprenditori dello
spettacolo dal vivo Agis (teatro, musica, danza, circo, esercizio
cinematografico) per celebrare i suoi 80 anni, sia dallo stesso Ministero della
Cultura, che da tre anni ha riavviato una sua lontana pubblicazione annuale
denominata Minicifre della cultura.
Entrambi gli studi confermano la patologia forse più grave del sistema culturale
italiano, ignorata dai più e da me denunciata da decenni: in Italia, non esiste
ancora una strumentazione cognitiva adeguata al buon governo delle politiche
culturali e delle economie mediali. Quale che sia la cromia politica del
ministro in carica, egli non dispone di una adeguata cassetta degli attrezzi e
quindi finisce inevitabilmente per governare sulla base di intuizioni
approssimative, se non influenzato dalla pressione della lobby di turno.
Il problema riguarda ovviamente la quantificazione del budget dello Stato a
favore della cultura, che resta da anni tra i più bassi di tutta l’Europa, ma
anche il modo nel quale le risorse pubbliche sono allocate, con una prevalente
logica conservativa, senza una minima strategia organica e sistemica.
La Legge Finanziaria 2026 conferma questo andamento conservativo e inerziale:
nessuno si è posto domande serie sul “quantum” dell’intervento pubblico a favore
del cinema o dell’editoria o di altre industrie culturali e creative, e su come
queste risorse vengano spese (efficienza ed efficacia vo’ cercando…). Il
Ministro Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia) è riuscito a ridurre il taglio del
Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo dai 700 milioni di euro del 2025 ai 610 del
2026, il Sottosegretario all’Informazione e Editoria Alberto Barachini (Forza
Italia) è riuscito ad evitare che i contributi pubblici alle emittenti
radio-televisive locali venissero ridotti di 30 milioni e che il sostegno
pubblico alla Rai scendesse anch’esso di 30 milioni di euro, ridotti a 10
milioni soltanto e per l’anno 2026…
Operazioni chirurgiche ben mirate?! No, semplicemente tagli con l’accetta, in
qualche modo ridotti a seguito degli interventi delle lobby di settore (Anica,
Apa, AerAnti-Corallo, Crtv)… Un balletto surreale di opachi emendamenti e
sub-emendamenti, in un penoso mercato delle vacche completamente carente di
conoscenza e coscienza.
In questo scenario, va denunciato che in Italia continua a prevalere, nel
settore delle industrie culturali e creative, un radicale deficit di conoscenza,
che impedisce il buon governo: la quasi totalità degli studi si caratterizza per
mancanza di spirito critico e anche i pochi dati disponibili vengono analizzati
in modo asettico, da finire per alimentare la conservazione dell’esistente.
In materia di studi, lo Stato è infatti quasi assente e spesso “appalta” le
ricerche ad imprese di consulenza che dimostrano la volontà di non disturbare in
modo alcuno il manovratore: il caso delle “Minicifre” del Ministero della
Cultura è emblematico. Utilizzando fonti come l’Istat e le Camere di Commercio
vengono prodotti dati e tabelle, numerologie addomesticate che poco o nulla
rivelano del vero stato di salute del sistema culturale. Emergono errori
marchiani come il considerare “cinema” uno “schermo”, e quindi si legge in un
documento ufficiale dello Stato che in Italia sarebbero attivi oltre 4.800
cinematografi, allorquando quella cifra corrisponde al totale degli schermi e
non delle sale. Emergono mancanze intollerabili come la totale assenza di dati e
analisi sull’industria audiovisiva non cinematografica, ovvero la fiction
televisiva, sui videoclip musicali o sui videogame. Emergono buchi
impressionanti come la totale assenza di dati sulle librerie o sulle edicole, o
ancora sui festival… Cifre molto “mini”, in sostanza?! E politicamente innocue.
“No data” = “No trasparenza”.
Il Ministero si è avvalso della consulenza della società di ricerche Cles srl,
guidata da Alessandro Leon, che è anche presidente della Associazione per
l’Economia della Cultura (Aec), che ha lavorato assieme alla Ptsclas spa, ovvero
sempre gli stessi soggetti che operano in regime di quasi duopolio nell’ambito
delle ricerche settoriali. La Società Italiana Autori Editori (Siae) affida da
tre anni al Cles alias Aec il suo annuario statistico, nel quale non si legge
una riga una di critica allo status quo.
Il Ministero ha affidato le “Minicifre” anche a Ptsclas spa, che è la stessa
società che ha curato per sei anni di seguito – assieme all’Università Cattolica
– quella che avrebbe dovuto essere la “valutazione di impatto” della Legge
Franceschini su cinema e audiovisivo, e che curiosamente non ha mai messo in
evidenza che il “tax credit” (privo di adeguati controlli) ha prodotto un
deficit del bilancio dello Stato di oltre 1,4 miliardi di euro (senza pensare
alle derive truffaldini di una parte dei beneficiari). Lo stesso Stato che ha
ridimensionato e svuotato di funzioni quel ministeriale Osservatorio sullo
Spettacolo che era stato previsto ab origine dalla cosiddetta “legge madre”
sullo spettacolo voluta dal compianto Ministro socialista Lello Lagorio nel
lontano 1985…
Ritengo esista un preciso disegno politico nell’indebolire gli strumenti di
conoscenza e nello stimolare ricerche addomesticate: in questo modo, il Principe
può operare senza scrupoli e diviene sempre più difficile che qualche voce fuori
dal coro possa gridare “il Principe è nudo!”.
L'articolo Pochi dati frammentati e ricerche addomesticate: così il sistema
culturale italiano resta opaco proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si intendeva cambiare narrazione, si cerca da decenni di scardinare la pretesa
“egemonia culturale” della sinistra, si è gridato allo scandalo perché il mondo
della cultura era “tutto in mano ai comunisti”. Ma per una volta non è la
sinistra a dividersi, almeno su questo punto. A spaccarsi è il mondo culturale
della destra: l’intellettuale di riferimento del conservatorismo Marcello
Veneziani da una parte, il ministro della Cultura Alessandro Giuli dall’altra.
Da una parte Veneziani – filosofo, intellettuale, firma di diversi giornali di
destra – ha espresso la sua delusione per la debole impronta impressa sulle sue
politiche dal nuovo ceto politico alla guida del paese e lo ha fatto dalle
colonne di una testata del campo governativo come la Verità, il quotidiano
fondato e diretto da Maurizio Belpietro. Una testata considerata di destra, con
una linea editoriale tendenzialmente liberal-conservatrice ma che si definisce
indipendente e che spesso critica anche le posizioni dell’attuale governo.
Esecutivo che, ha scritto in questo caso il giornalista in un editoriale
richiamato in prima pagina, pare il “trionfo della mediocritas” e che non ha
ancora lasciato alcun segno. “Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male,
nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di
intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream” ha
scritto nel suo articolo domenicale Veneziani che nel suo bilancio boccia
l’attività del governo ma salva la figura di Giorgia Meloni. Veneziani scrive
che le sue osservazioni sono fatte “senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo
più volentieri taciuto, occupandoci d’altro; lo scriviamo solo per non
sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e
ragionato della situazione”.
A rispondergli è un piccato ministro della Cultura che, nonostante
l’indisposizione che lo ha costretto a casa, ha preso carta e penna ed ha
incaricato la sua capa di gabinetto, Valentina Gemignani, di leggere un suo
messaggio in occasione della presentazione, alla Camera dei Deputati, dei
risultati “straordinari” della Ales di Fabio Tagliaferri. Una comunicazione che
lascia di stucco i partecipanti, per il tono decisamente spiazzante e anche per
la sua irritualità. “Ha deciso di arruolarsi nel fronte del nemichettismo pur di
negare la forza dei fatti e dei numeri; invece di incoraggiarci o almeno di
giudicare con equanimità” sottolinea il ministro. “Una dose di vaccino anti
nemichettista la inoculiamo volentieri nella pelle esausta del vecchio amico
Marcello Veneziani – dice il suo messaggio quasi sprezzante -: egli, dopo aver
confidato a suo tempo che aveva rifiutato l’onore di diventare il ministro della
Cultura del governo Meloni, oggi sversa su di noi la bile nera di cui trabocca
evidentemente il suo animo ricolmo di cieco rimpianto. Si rassereni: nello
sciagurato giorno in cui il nemichettismo dovesse espugnare Palazzo Chigi, il
nostro ex consigliere Rai in quota An (per tacer d’altro) sarà senz’altro
premiato honoris causa”. Interpellato al riguardo Veneziani dice di non voler a
sua volta replicare.
Ma la veemenza dell’attacco del governo viene notata dal Pd che, per altro,
sottolinea la stonatura dell’aver utilizzato “un contesto istituzionale per
sferrare un attacco frontale a Marcello Veneziani, colpevole di aver espresso
una valutazione severa sull’irrilevanza dell’azione del governo Meloni”. Una
irritualità per altro lamentata dallo stesso Giuli quando, ricordano i dem, il
ministro fu oggetto delle critiche di Elio Germano fatte a margine della
presentazione dei premi Donatello al Quirinale. E comunque, sottolinea da
deputata del Pd Irene Manzi: “Al di là del merito delle posizioni di Veneziani,
emerge con evidenza la difficoltà del ministro Giuli nel rapportarsi al dissenso
e nel sostenere un confronto critico. Le istituzioni della Repubblica non
possono diventare – stigmatizza la parlamentare dem – lo spazio per regolare
conti personali né per alimentare polemiche politiche. Quel linguaggio e quella
impostazione allergica a ogni voce critica appartengono ad altri contesti: forse
è lo stile di Atreju“.
L'articolo Altro che egemonia: sulla cultura a destra finisce in rissa.
Veneziani: “Trionfo della mediocritas”. E Giuli scatenato: “Bile nera, animo
ricolmo di cieco rimpianto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Venerdì 19 dicembre 2025, l’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale
(ente di ricerca indipendente nell’ambito delle politiche culturali, le economie
mediali, le dinamiche sociali) ha denunciato il perdurante blocco dei pagamenti
da parte del Ministero della Cultura nei confronti delle imprese del settore
dello spettacolo e del cinema-audiovisivo, a causa di un improprio ruolo di
“esattore” assunto da alcuni mesi dalle due direzioni generali Mic competenti.
In diversi casi, ne sono scaturiti pignoramenti da parte dell’Agenzia delle
Entrate, sulla base di due articoli del Dpr n. 602 del 1973: l’art. 48-bis, che
impone alle Pubbliche Amministrazioni, prima di effettuare pagamenti superiori a
5.000 euro, di verificare se il beneficiario è inadempiente verso l’Erario per
cartelle esattoriali scadute; se l’inadempienza esiste, la Pa blocca il
pagamento e segnala la posizione ad Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER),
che può avviare il “pignoramento presso terzi”, ex art. 72-bis. Si tratta dello
stesso controverso art. 48-bis, che, nella gestazione della Legge Finanziaria
per l’anno 2026, verrebbe esteso anche ai pagamenti verso i professionisti,
inclusi i commercialisti, che di fatto erano anche loro in qualche modo esentati
da questa verifica… I commercialisti sono sul piede di guerra e non è ancora
chiaro cosa accadrà in sede di approvazione definitiva della Manovra.
La specifica dinamica Mic/Ader è stata censurata il 18 dicembre anche dalla
parlamentare Rosaria Tassinari (Forza Italia) in un’interrogazione rivolta al
Ministro della Cultura Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia).
Da fine marzo 2025, in effetti tutte le imprese e le associazioni che vantano
crediti nei confronti della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e della
Direzione Generale Spettacolo (teatro, musica, danza, circo) vengono sottoposte
ad una verifica relativa allo status di adempimento o meno nei confronti
dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader). La nuova prassi è in contrasto
con quanto previsto dal dicembre 2008 in forza di una deroga decisa dall’allora
Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio (Rgs Mef), che ha riconosciuto una
specifica “eccezione culturale” per i contributi destinati ai settori dello
spettacolo e del cinema-audiovisivo.
Decine e decine di imprese ed associazioni, grandi e piccole, vedono quindi
congelati da mesi i propri crediti, e sono in atto pignoramenti a causa di un
improprio ruolo del Ministero della Cultura assimilabile a quello di “esattore
supplente” per conto dell’Ader.
La questione è stata già sollevata nel giugno 2025 da alcune testate
giornalistiche (da Il Sole 24 Ore a un mio intervento sul blog de
ilfattoquotidiano.it) e un’interrogazione parlamentare è stata presentata in
Senato dapprima il 23 giugno e successivamente il 10 settembre dal senatore
Mario Turco (M5s), sostenuto anche dal suo collega di partito alla Camera
Gaetano Amato, ma resta ancora senza risposta da parte dei titolari del Mic e
Mef.
Pendono di fronte al Tribunale ordinario e al Tribunale Amministrativo Regionale
ricorsi da parte di alcuni dei soggetti che vedono congelati i propri crediti, e
la Giudice della III Sezione del Tribunale di Roma, Giulia Messina, ha concesso
la sospensiva. Di fatto, però ci sono molte imprese ed enti che non riescono ad
entrare in possesso dei crediti maturati nei confronti del Ministero della
Cultura, inclusi quelli per il “tax credit”. Si tratta di importi che vanno da
poche migliaia a milioni di euro, il cui blocco paralizza da mesi attività di
produzione e di promozione, con il rischio concreto di default.
Non resta che auspicare che la illegittima prassi degli ultimi mesi venga
superata e che le iniziative bipartisan del senatore Turco e della deputata
Tassinari ricevano presto una risposta positiva dal Ministro Alessandro Giuli,
coerente con l’esigenza di bilanciare l’equità fiscale e la tutela
costituzionale della cultura, confermando il prevalente interesse pubblico che
caratterizza i settori del cinema, dell’audiovisivo e dello spettacolo.
Quel che è sicuro è che la nuova prassi adottata dalla Direzione Generale Cinema
e Audiovisivo (diretta da Giorgio Carlo Brugnoni) e dalla Direzione Generale
Spettacolo del Ministero della Cultura (diretta da Antonio Parente), su input
della dirigente dell’Ufficio Centrale di Bilancio presso il Mic della Rgs (Piera
Marzo), cozza con la decisione assunta nel 2008 dall’allora Ragioniere Generale
dello Stato: si tratta di un’iniziativa che va a colpire senza dubbio la parte
più debole del settore del cinema e audiovisivo e dello spettacolo, ovvero tutti
quei soggetti che, se sono esposti verso l’Erario, soffrono evidentemente di
difficoltà sopravvivenziali.
La questione comunque è squisitamente politica (politica culturale), più che
tributaria: chi ha voluto cambiare le regole, dopo decenni di rispetto del
principio della peculiarità del settore e del preminente interesse pubblico nei
confronti della cultura?!
L'articolo Il MiC continua a bloccare i pagamenti a imprese inadempienti con
l’Agenzia delle Entrate. Ma così ignora una deroga proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ci risiamo, il Governo Meloni ha eseguito l’ennesimo furto con scasso a danno
del popolo meridionale. A firmare l’ennesima misura ‘scippa Sud’ è il ministro
dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti e, per competenza, il ministro
della Cultura Alessandro Giuli.
Sostanzialmente, lo scorso 25 novembre è stato pubblicato il decreto
ministeriale 383, recante ‘misure urgenti in materia di cultura’, provvedimento
attuativo del D.L. 201 del 2024, disciplinato per ripartire una dotazione di
oltre 34 milioni di euro stanziati sul capitolo 2570 del Dipartimento per le
attività culturali. L’assegnazione, però, segue una logica che calpesta, ancora
una volta, una legge dello Stato, ovvero la cosiddetta clausola del 40%, secondo
cui le amministrazioni centrali devono destinare alle regioni del Mezzogiorno il
40% delle risorse ordinarie (dei provvedimenti adottati).
Secondo voi, qual è la percentuale individuata per il Meridione? Il 40%, come
previsto dal nostro ordinamento? Macchè! Quasi tutte le sedi degli enti
beneficiari sono localizzate nel Centro-Nord e solo alcuni riparti non sono
‘territorializzabili’ (cioè, localizzabili geograficamente, come ad esempio i
contributi per i convegni e le pubblicazioni di rilevante interesse culturale).
Tuttavia, solo 2,2 milioni di euro sono stati attribuiti ad enti ‘non
territorializzabili’, mentre i restanti 31,8 milioni sono stati erogati per
intero ad enti centrosettentrionali. Che significa tutto questo?
Che nelle tabelle ministeriali non si intravede alcun ente del Sud, quindi la
percentuale effettivamente individuata per il Mezzogiorno è dello 0%. Il tutto,
mentre – tanto per fare qualche esempio – alla Fondazione Festival dei Due Mondi
di Spoleto sono stati attribuiti 2,1 milioni di euro, alla fondazione Ferrara
Musica 705 mila euro, alla Fondazione Rossini Opera Festival di Pesaro di euro
2.4 milioni di euro, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni 705.3, alla
Fondazione Scuola di musica di Fiesole di euro 704mila euro. E così via
discorrendo.
A questa tela a tinte fosche, che cristallizza per il Meridione una perdita
integrale delle risorse, si aggiunge l’umiliazione parlamentare. Capiamo in che
senso. Come si deduce approfondendo il suddetto decreto, il provvedimento è
stato adottato “visti i pareri favorevoli già espressi” dalla commissione VII
del Senato, poi ratificata anche nella VII della Camera dei Deputati. Ciò
significa che il testo ha ricevuto il nullaosta dei parlamentari. Così, sono
andato ad analizzare il rapporto stenografico della Commissione competente al
Senato, per capire quali forze politiche hanno remato contro questo
provvedimento.
Ebbene, l’unico partito ad opporsi è stato il Movimento 5 Stelle, il cui
capogruppo (attuale Vicepresidente) Sen. Luca Pirondini ha ribadito il dissenso
della sua forza politica rispetto alle previsioni dello schema e rispetto alle
modalità di erogazione delle risorse in ambito culturale da parte del Governo,
preannunciando un voto contrario, reputando “non convincente il metodo sulla
base del quale, a fronte di ripetuti tagli lineari al settore culturale, vengono
poi destinati specifici finanziamenti, senza una previa determinazione di
criteri e princìpi di assegnazione, a particolari iniziative, che, a suo parere,
non sono più meritorie rispetto a quelle”.
Colpisce come tutti gli altri parlamentari meridionali della Commissione
(eccezion fatta per le Senatrici Vincenza Aloisio e Barbara Floridia, in quota
M5S) abbiano votato a favore di un provvedimento che priva di finanziamenti la
propria terra d’origine, probabilmente per compiacere il proprio ‘padrone
politico’. Una circostanza, l’ennesima, che fa venire in mente uno stralcio di
un celebre discorso del leggendario Malcom X, in cui si scagliava contro gli
afroamericani che ‘amavano compiacere’ il proprio padrone bianco e razzista: Il
negro da cortile viveva insieme al padrone, lo vestivano bene e gli davano da
mangiare cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone e si identificava
col padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso. Abbiamo
ancora fra i piedi parecchi di questi nigger da cortile. Pur di far ciò è
disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi:
‘Sono l’unico negro in questa scuola!’. Ma non era altro che un negro da
cortile!
L'articolo All’ennesimo furto del governo a danno del Sud, ora si aggiunge
l’umiliazione parlamentare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Si può giudicare nel peggiore dei modi o addirittura inaccettabile un punto di
vista di un editore, quale che esso sia, però la risposta più giusta è non
censurare e non assentarsi dal dibattito pubblico, fosse anche un dibattito che
si concretizza in una contestazione entro i limiti naturalmente dell’ordine e
delle regole, della legge”. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, è così
entrato a gamba tesa nel dibattito sulla partecipazione a Più libri più liberi
con la contestata presenza della casa editrice Passaggio al Bosco. “Contestare,
dibattere, discutere, ma mai rinunciare alla battaglia delle idee”, ha detto
Giuli dalla Nuvola dell’Eur a Roma in occasione dell’apertura della
manifestazione.
Martedì un gruppo di 80 tra autori, autrici, case editrici e personalità del
mondo della cultura aveva scritto un appello all’Associazione Italiana Editori
per chiedere spiegazioni sulla presenza tra gli stand della piccola casa
editrice il cui catalogo si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze
e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Tra i firmatari
Alessandro Barbero, Antonio Scurati, Zerocalcare, Carlo Ginzburg, Daria Bignardi
e Caparezza.
Il sindaco di Roma “ha fatto la sua scelta, io la penso come il padrone di casa
dell’Aie: è meglio contestare piuttosto che censurare o addirittura assentarsi”,
ha premesso il ministro. “Dopodiché – ha aggiunto- rispetto le scelte di
chiunque, se c’è chi ritiene inabitabile la Nuvola oggi è una sua scelta. Non la
condivido, però la rispetto”. Secondo il ministro la presenza della casa
editrice non va contro i principi della Costituzione “altrimenti non sarebbe
stata in grado di accedere alla Nuvola”.
“Esiste – ha proseguito Giuli- un filtro all’ingresso”, ovvero ”aderire ai
principi della Costituzione e della Carta internazionale dei diritti dell’uomo.
Io personalmente ho giurato sulla Costituzione in cuor mio molto prima di
giurare nelle mani del presidente della Repubblica Mattarella, il che dà la
misura di cosa penso di tutta la faccenda. Ciò detto, ribadisco che la posizione
che ritengo più ragionevole sia quella dell’Aie. Se devo citare una figura di
riferimento in particolare mi piace citare il professor Cacciari che è stato
molto chiaro al riguardo”, ha sottolineato.
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contro Passaggio al Bosco: “Non censurare” proviene da Il Fatto Quotidiano.