Ai contribuenti italiani Fabrizio Corona costerà quasi 800 mila euro. Come
rivela il quotidiano “La Verità“, la docuserie “Io sono notizia“, disponibile su
Netflix dal 9 gennaio, ha ottenuto dal ministero della Cultura, guidato da
Alessandro Giuli, sotto forma di tax credit di produzione ben 793.629 euro. I
cinque episodi che ripercorrono la storia privata e professionale dell’ex re dei
paparazzi sono prodotti dalla società Bloom Media House, una srl guidata da
Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai, che ha speso in totale
quasi 2,5 milioni di euro.
Il prodotto diretto da Massimo Cappello è stato, dunque, coperto economicamente
per oltre il 30% dal tax credit ministeriale. Il tax credit, o credito
d’impresa, è uno strumento fiscale adottato dal governo per incentivare gli
investimenti nel settore audiovisivo, permettendo ai produttori di recuperare
una parte significativa dei costi sostenuti. A far discutere, in questo caso,
come si nota leggendo i primi commenti social, la decisione di sostenere il
progetto con Fabrizio Corona.
Una docuserie lanciata da Netflix il 9 gennaio, dopo la ritrovata centralità
dell’ex di Nina Moric che con il suo progetto “Falsissimo”, disponibile su
Youtube, ha dedicato due speciali al giornalista e conduttore Alfonso Signorini.
Per questa ragione Corona è indagato per revenge porn mentre il direttore
editoriale di Chi per violenza sessuale ed estorsione.
La docuserie di Netflix, finita nel mirino per i soldi ottenuti con il tax
credit, ottiene anche una stroncatura di Aldo Grasso, critico del “Corriere
della Sera”: “Mi riesce difficile capire che con coraggio Netflix possa mandare
in onda ‘Fabrizio Corona: Io sono notizia‘, un qualcosa spacciato come docuserie
in cinque puntate. Quel qualcosa è solo un lungo, brutto spot che cerca di
trasformare un pregiudicato (bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione,
estorsione, detenzione di banconote false…) in uno spregiudicato, un mitomane in
un eroe del nostro tempo”, conclude il professor Grasso.
L'articolo Ai contribuenti italiani Fabrizio Corona costerà migliaia di euro: il
doc ‘Io sono notizia’ ha ottenuto 793.629 euro sotto forma di tax credit
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Alessandro Giuli
Nelle ultime settimane di dicembre sono state presentate alcune ricerche sulla
struttura del sistema culturale, sia dalla lobby degli imprenditori dello
spettacolo dal vivo Agis (teatro, musica, danza, circo, esercizio
cinematografico) per celebrare i suoi 80 anni, sia dallo stesso Ministero della
Cultura, che da tre anni ha riavviato una sua lontana pubblicazione annuale
denominata Minicifre della cultura.
Entrambi gli studi confermano la patologia forse più grave del sistema culturale
italiano, ignorata dai più e da me denunciata da decenni: in Italia, non esiste
ancora una strumentazione cognitiva adeguata al buon governo delle politiche
culturali e delle economie mediali. Quale che sia la cromia politica del
ministro in carica, egli non dispone di una adeguata cassetta degli attrezzi e
quindi finisce inevitabilmente per governare sulla base di intuizioni
approssimative, se non influenzato dalla pressione della lobby di turno.
Il problema riguarda ovviamente la quantificazione del budget dello Stato a
favore della cultura, che resta da anni tra i più bassi di tutta l’Europa, ma
anche il modo nel quale le risorse pubbliche sono allocate, con una prevalente
logica conservativa, senza una minima strategia organica e sistemica.
La Legge Finanziaria 2026 conferma questo andamento conservativo e inerziale:
nessuno si è posto domande serie sul “quantum” dell’intervento pubblico a favore
del cinema o dell’editoria o di altre industrie culturali e creative, e su come
queste risorse vengano spese (efficienza ed efficacia vo’ cercando…). Il
Ministro Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia) è riuscito a ridurre il taglio del
Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo dai 700 milioni di euro del 2025 ai 610 del
2026, il Sottosegretario all’Informazione e Editoria Alberto Barachini (Forza
Italia) è riuscito ad evitare che i contributi pubblici alle emittenti
radio-televisive locali venissero ridotti di 30 milioni e che il sostegno
pubblico alla Rai scendesse anch’esso di 30 milioni di euro, ridotti a 10
milioni soltanto e per l’anno 2026…
Operazioni chirurgiche ben mirate?! No, semplicemente tagli con l’accetta, in
qualche modo ridotti a seguito degli interventi delle lobby di settore (Anica,
Apa, AerAnti-Corallo, Crtv)… Un balletto surreale di opachi emendamenti e
sub-emendamenti, in un penoso mercato delle vacche completamente carente di
conoscenza e coscienza.
In questo scenario, va denunciato che in Italia continua a prevalere, nel
settore delle industrie culturali e creative, un radicale deficit di conoscenza,
che impedisce il buon governo: la quasi totalità degli studi si caratterizza per
mancanza di spirito critico e anche i pochi dati disponibili vengono analizzati
in modo asettico, da finire per alimentare la conservazione dell’esistente.
In materia di studi, lo Stato è infatti quasi assente e spesso “appalta” le
ricerche ad imprese di consulenza che dimostrano la volontà di non disturbare in
modo alcuno il manovratore: il caso delle “Minicifre” del Ministero della
Cultura è emblematico. Utilizzando fonti come l’Istat e le Camere di Commercio
vengono prodotti dati e tabelle, numerologie addomesticate che poco o nulla
rivelano del vero stato di salute del sistema culturale. Emergono errori
marchiani come il considerare “cinema” uno “schermo”, e quindi si legge in un
documento ufficiale dello Stato che in Italia sarebbero attivi oltre 4.800
cinematografi, allorquando quella cifra corrisponde al totale degli schermi e
non delle sale. Emergono mancanze intollerabili come la totale assenza di dati e
analisi sull’industria audiovisiva non cinematografica, ovvero la fiction
televisiva, sui videoclip musicali o sui videogame. Emergono buchi
impressionanti come la totale assenza di dati sulle librerie o sulle edicole, o
ancora sui festival… Cifre molto “mini”, in sostanza?! E politicamente innocue.
“No data” = “No trasparenza”.
Il Ministero si è avvalso della consulenza della società di ricerche Cles srl,
guidata da Alessandro Leon, che è anche presidente della Associazione per
l’Economia della Cultura (Aec), che ha lavorato assieme alla Ptsclas spa, ovvero
sempre gli stessi soggetti che operano in regime di quasi duopolio nell’ambito
delle ricerche settoriali. La Società Italiana Autori Editori (Siae) affida da
tre anni al Cles alias Aec il suo annuario statistico, nel quale non si legge
una riga una di critica allo status quo.
Il Ministero ha affidato le “Minicifre” anche a Ptsclas spa, che è la stessa
società che ha curato per sei anni di seguito – assieme all’Università Cattolica
– quella che avrebbe dovuto essere la “valutazione di impatto” della Legge
Franceschini su cinema e audiovisivo, e che curiosamente non ha mai messo in
evidenza che il “tax credit” (privo di adeguati controlli) ha prodotto un
deficit del bilancio dello Stato di oltre 1,4 miliardi di euro (senza pensare
alle derive truffaldini di una parte dei beneficiari). Lo stesso Stato che ha
ridimensionato e svuotato di funzioni quel ministeriale Osservatorio sullo
Spettacolo che era stato previsto ab origine dalla cosiddetta “legge madre”
sullo spettacolo voluta dal compianto Ministro socialista Lello Lagorio nel
lontano 1985…
Ritengo esista un preciso disegno politico nell’indebolire gli strumenti di
conoscenza e nello stimolare ricerche addomesticate: in questo modo, il Principe
può operare senza scrupoli e diviene sempre più difficile che qualche voce fuori
dal coro possa gridare “il Principe è nudo!”.
L'articolo Pochi dati frammentati e ricerche addomesticate: così il sistema
culturale italiano resta opaco proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si intendeva cambiare narrazione, si cerca da decenni di scardinare la pretesa
“egemonia culturale” della sinistra, si è gridato allo scandalo perché il mondo
della cultura era “tutto in mano ai comunisti”. Ma per una volta non è la
sinistra a dividersi, almeno su questo punto. A spaccarsi è il mondo culturale
della destra: l’intellettuale di riferimento del conservatorismo Marcello
Veneziani da una parte, il ministro della Cultura Alessandro Giuli dall’altra.
Da una parte Veneziani – filosofo, intellettuale, firma di diversi giornali di
destra – ha espresso la sua delusione per la debole impronta impressa sulle sue
politiche dal nuovo ceto politico alla guida del paese e lo ha fatto dalle
colonne di una testata del campo governativo come la Verità, il quotidiano
fondato e diretto da Maurizio Belpietro. Una testata considerata di destra, con
una linea editoriale tendenzialmente liberal-conservatrice ma che si definisce
indipendente e che spesso critica anche le posizioni dell’attuale governo.
Esecutivo che, ha scritto in questo caso il giornalista in un editoriale
richiamato in prima pagina, pare il “trionfo della mediocritas” e che non ha
ancora lasciato alcun segno. “Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male,
nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di
intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream” ha
scritto nel suo articolo domenicale Veneziani che nel suo bilancio boccia
l’attività del governo ma salva la figura di Giorgia Meloni. Veneziani scrive
che le sue osservazioni sono fatte “senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo
più volentieri taciuto, occupandoci d’altro; lo scriviamo solo per non
sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e
ragionato della situazione”.
A rispondergli è un piccato ministro della Cultura che, nonostante
l’indisposizione che lo ha costretto a casa, ha preso carta e penna ed ha
incaricato la sua capa di gabinetto, Valentina Gemignani, di leggere un suo
messaggio in occasione della presentazione, alla Camera dei Deputati, dei
risultati “straordinari” della Ales di Fabio Tagliaferri. Una comunicazione che
lascia di stucco i partecipanti, per il tono decisamente spiazzante e anche per
la sua irritualità. “Ha deciso di arruolarsi nel fronte del nemichettismo pur di
negare la forza dei fatti e dei numeri; invece di incoraggiarci o almeno di
giudicare con equanimità” sottolinea il ministro. “Una dose di vaccino anti
nemichettista la inoculiamo volentieri nella pelle esausta del vecchio amico
Marcello Veneziani – dice il suo messaggio quasi sprezzante -: egli, dopo aver
confidato a suo tempo che aveva rifiutato l’onore di diventare il ministro della
Cultura del governo Meloni, oggi sversa su di noi la bile nera di cui trabocca
evidentemente il suo animo ricolmo di cieco rimpianto. Si rassereni: nello
sciagurato giorno in cui il nemichettismo dovesse espugnare Palazzo Chigi, il
nostro ex consigliere Rai in quota An (per tacer d’altro) sarà senz’altro
premiato honoris causa”. Interpellato al riguardo Veneziani dice di non voler a
sua volta replicare.
Ma la veemenza dell’attacco del governo viene notata dal Pd che, per altro,
sottolinea la stonatura dell’aver utilizzato “un contesto istituzionale per
sferrare un attacco frontale a Marcello Veneziani, colpevole di aver espresso
una valutazione severa sull’irrilevanza dell’azione del governo Meloni”. Una
irritualità per altro lamentata dallo stesso Giuli quando, ricordano i dem, il
ministro fu oggetto delle critiche di Elio Germano fatte a margine della
presentazione dei premi Donatello al Quirinale. E comunque, sottolinea da
deputata del Pd Irene Manzi: “Al di là del merito delle posizioni di Veneziani,
emerge con evidenza la difficoltà del ministro Giuli nel rapportarsi al dissenso
e nel sostenere un confronto critico. Le istituzioni della Repubblica non
possono diventare – stigmatizza la parlamentare dem – lo spazio per regolare
conti personali né per alimentare polemiche politiche. Quel linguaggio e quella
impostazione allergica a ogni voce critica appartengono ad altri contesti: forse
è lo stile di Atreju“.
L'articolo Altro che egemonia: sulla cultura a destra finisce in rissa.
Veneziani: “Trionfo della mediocritas”. E Giuli scatenato: “Bile nera, animo
ricolmo di cieco rimpianto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Venerdì 19 dicembre 2025, l’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale
(ente di ricerca indipendente nell’ambito delle politiche culturali, le economie
mediali, le dinamiche sociali) ha denunciato il perdurante blocco dei pagamenti
da parte del Ministero della Cultura nei confronti delle imprese del settore
dello spettacolo e del cinema-audiovisivo, a causa di un improprio ruolo di
“esattore” assunto da alcuni mesi dalle due direzioni generali Mic competenti.
In diversi casi, ne sono scaturiti pignoramenti da parte dell’Agenzia delle
Entrate, sulla base di due articoli del Dpr n. 602 del 1973: l’art. 48-bis, che
impone alle Pubbliche Amministrazioni, prima di effettuare pagamenti superiori a
5.000 euro, di verificare se il beneficiario è inadempiente verso l’Erario per
cartelle esattoriali scadute; se l’inadempienza esiste, la Pa blocca il
pagamento e segnala la posizione ad Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER),
che può avviare il “pignoramento presso terzi”, ex art. 72-bis. Si tratta dello
stesso controverso art. 48-bis, che, nella gestazione della Legge Finanziaria
per l’anno 2026, verrebbe esteso anche ai pagamenti verso i professionisti,
inclusi i commercialisti, che di fatto erano anche loro in qualche modo esentati
da questa verifica… I commercialisti sono sul piede di guerra e non è ancora
chiaro cosa accadrà in sede di approvazione definitiva della Manovra.
La specifica dinamica Mic/Ader è stata censurata il 18 dicembre anche dalla
parlamentare Rosaria Tassinari (Forza Italia) in un’interrogazione rivolta al
Ministro della Cultura Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia).
Da fine marzo 2025, in effetti tutte le imprese e le associazioni che vantano
crediti nei confronti della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e della
Direzione Generale Spettacolo (teatro, musica, danza, circo) vengono sottoposte
ad una verifica relativa allo status di adempimento o meno nei confronti
dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader). La nuova prassi è in contrasto
con quanto previsto dal dicembre 2008 in forza di una deroga decisa dall’allora
Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio (Rgs Mef), che ha riconosciuto una
specifica “eccezione culturale” per i contributi destinati ai settori dello
spettacolo e del cinema-audiovisivo.
Decine e decine di imprese ed associazioni, grandi e piccole, vedono quindi
congelati da mesi i propri crediti, e sono in atto pignoramenti a causa di un
improprio ruolo del Ministero della Cultura assimilabile a quello di “esattore
supplente” per conto dell’Ader.
La questione è stata già sollevata nel giugno 2025 da alcune testate
giornalistiche (da Il Sole 24 Ore a un mio intervento sul blog de
ilfattoquotidiano.it) e un’interrogazione parlamentare è stata presentata in
Senato dapprima il 23 giugno e successivamente il 10 settembre dal senatore
Mario Turco (M5s), sostenuto anche dal suo collega di partito alla Camera
Gaetano Amato, ma resta ancora senza risposta da parte dei titolari del Mic e
Mef.
Pendono di fronte al Tribunale ordinario e al Tribunale Amministrativo Regionale
ricorsi da parte di alcuni dei soggetti che vedono congelati i propri crediti, e
la Giudice della III Sezione del Tribunale di Roma, Giulia Messina, ha concesso
la sospensiva. Di fatto, però ci sono molte imprese ed enti che non riescono ad
entrare in possesso dei crediti maturati nei confronti del Ministero della
Cultura, inclusi quelli per il “tax credit”. Si tratta di importi che vanno da
poche migliaia a milioni di euro, il cui blocco paralizza da mesi attività di
produzione e di promozione, con il rischio concreto di default.
Non resta che auspicare che la illegittima prassi degli ultimi mesi venga
superata e che le iniziative bipartisan del senatore Turco e della deputata
Tassinari ricevano presto una risposta positiva dal Ministro Alessandro Giuli,
coerente con l’esigenza di bilanciare l’equità fiscale e la tutela
costituzionale della cultura, confermando il prevalente interesse pubblico che
caratterizza i settori del cinema, dell’audiovisivo e dello spettacolo.
Quel che è sicuro è che la nuova prassi adottata dalla Direzione Generale Cinema
e Audiovisivo (diretta da Giorgio Carlo Brugnoni) e dalla Direzione Generale
Spettacolo del Ministero della Cultura (diretta da Antonio Parente), su input
della dirigente dell’Ufficio Centrale di Bilancio presso il Mic della Rgs (Piera
Marzo), cozza con la decisione assunta nel 2008 dall’allora Ragioniere Generale
dello Stato: si tratta di un’iniziativa che va a colpire senza dubbio la parte
più debole del settore del cinema e audiovisivo e dello spettacolo, ovvero tutti
quei soggetti che, se sono esposti verso l’Erario, soffrono evidentemente di
difficoltà sopravvivenziali.
La questione comunque è squisitamente politica (politica culturale), più che
tributaria: chi ha voluto cambiare le regole, dopo decenni di rispetto del
principio della peculiarità del settore e del preminente interesse pubblico nei
confronti della cultura?!
L'articolo Il MiC continua a bloccare i pagamenti a imprese inadempienti con
l’Agenzia delle Entrate. Ma così ignora una deroga proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ci risiamo, il Governo Meloni ha eseguito l’ennesimo furto con scasso a danno
del popolo meridionale. A firmare l’ennesima misura ‘scippa Sud’ è il ministro
dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti e, per competenza, il ministro
della Cultura Alessandro Giuli.
Sostanzialmente, lo scorso 25 novembre è stato pubblicato il decreto
ministeriale 383, recante ‘misure urgenti in materia di cultura’, provvedimento
attuativo del D.L. 201 del 2024, disciplinato per ripartire una dotazione di
oltre 34 milioni di euro stanziati sul capitolo 2570 del Dipartimento per le
attività culturali. L’assegnazione, però, segue una logica che calpesta, ancora
una volta, una legge dello Stato, ovvero la cosiddetta clausola del 40%, secondo
cui le amministrazioni centrali devono destinare alle regioni del Mezzogiorno il
40% delle risorse ordinarie (dei provvedimenti adottati).
Secondo voi, qual è la percentuale individuata per il Meridione? Il 40%, come
previsto dal nostro ordinamento? Macchè! Quasi tutte le sedi degli enti
beneficiari sono localizzate nel Centro-Nord e solo alcuni riparti non sono
‘territorializzabili’ (cioè, localizzabili geograficamente, come ad esempio i
contributi per i convegni e le pubblicazioni di rilevante interesse culturale).
Tuttavia, solo 2,2 milioni di euro sono stati attribuiti ad enti ‘non
territorializzabili’, mentre i restanti 31,8 milioni sono stati erogati per
intero ad enti centrosettentrionali. Che significa tutto questo?
Che nelle tabelle ministeriali non si intravede alcun ente del Sud, quindi la
percentuale effettivamente individuata per il Mezzogiorno è dello 0%. Il tutto,
mentre – tanto per fare qualche esempio – alla Fondazione Festival dei Due Mondi
di Spoleto sono stati attribuiti 2,1 milioni di euro, alla fondazione Ferrara
Musica 705 mila euro, alla Fondazione Rossini Opera Festival di Pesaro di euro
2.4 milioni di euro, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni 705.3, alla
Fondazione Scuola di musica di Fiesole di euro 704mila euro. E così via
discorrendo.
A questa tela a tinte fosche, che cristallizza per il Meridione una perdita
integrale delle risorse, si aggiunge l’umiliazione parlamentare. Capiamo in che
senso. Come si deduce approfondendo il suddetto decreto, il provvedimento è
stato adottato “visti i pareri favorevoli già espressi” dalla commissione VII
del Senato, poi ratificata anche nella VII della Camera dei Deputati. Ciò
significa che il testo ha ricevuto il nullaosta dei parlamentari. Così, sono
andato ad analizzare il rapporto stenografico della Commissione competente al
Senato, per capire quali forze politiche hanno remato contro questo
provvedimento.
Ebbene, l’unico partito ad opporsi è stato il Movimento 5 Stelle, il cui
capogruppo (attuale Vicepresidente) Sen. Luca Pirondini ha ribadito il dissenso
della sua forza politica rispetto alle previsioni dello schema e rispetto alle
modalità di erogazione delle risorse in ambito culturale da parte del Governo,
preannunciando un voto contrario, reputando “non convincente il metodo sulla
base del quale, a fronte di ripetuti tagli lineari al settore culturale, vengono
poi destinati specifici finanziamenti, senza una previa determinazione di
criteri e princìpi di assegnazione, a particolari iniziative, che, a suo parere,
non sono più meritorie rispetto a quelle”.
Colpisce come tutti gli altri parlamentari meridionali della Commissione
(eccezion fatta per le Senatrici Vincenza Aloisio e Barbara Floridia, in quota
M5S) abbiano votato a favore di un provvedimento che priva di finanziamenti la
propria terra d’origine, probabilmente per compiacere il proprio ‘padrone
politico’. Una circostanza, l’ennesima, che fa venire in mente uno stralcio di
un celebre discorso del leggendario Malcom X, in cui si scagliava contro gli
afroamericani che ‘amavano compiacere’ il proprio padrone bianco e razzista: Il
negro da cortile viveva insieme al padrone, lo vestivano bene e gli davano da
mangiare cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone e si identificava
col padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso. Abbiamo
ancora fra i piedi parecchi di questi nigger da cortile. Pur di far ciò è
disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi:
‘Sono l’unico negro in questa scuola!’. Ma non era altro che un negro da
cortile!
L'articolo All’ennesimo furto del governo a danno del Sud, ora si aggiunge
l’umiliazione parlamentare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Si può giudicare nel peggiore dei modi o addirittura inaccettabile un punto di
vista di un editore, quale che esso sia, però la risposta più giusta è non
censurare e non assentarsi dal dibattito pubblico, fosse anche un dibattito che
si concretizza in una contestazione entro i limiti naturalmente dell’ordine e
delle regole, della legge”. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, è così
entrato a gamba tesa nel dibattito sulla partecipazione a Più libri più liberi
con la contestata presenza della casa editrice Passaggio al Bosco. “Contestare,
dibattere, discutere, ma mai rinunciare alla battaglia delle idee”, ha detto
Giuli dalla Nuvola dell’Eur a Roma in occasione dell’apertura della
manifestazione.
Martedì un gruppo di 80 tra autori, autrici, case editrici e personalità del
mondo della cultura aveva scritto un appello all’Associazione Italiana Editori
per chiedere spiegazioni sulla presenza tra gli stand della piccola casa
editrice il cui catalogo si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze
e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Tra i firmatari
Alessandro Barbero, Antonio Scurati, Zerocalcare, Carlo Ginzburg, Daria Bignardi
e Caparezza.
Il sindaco di Roma “ha fatto la sua scelta, io la penso come il padrone di casa
dell’Aie: è meglio contestare piuttosto che censurare o addirittura assentarsi”,
ha premesso il ministro. “Dopodiché – ha aggiunto- rispetto le scelte di
chiunque, se c’è chi ritiene inabitabile la Nuvola oggi è una sua scelta. Non la
condivido, però la rispetto”. Secondo il ministro la presenza della casa
editrice non va contro i principi della Costituzione “altrimenti non sarebbe
stata in grado di accedere alla Nuvola”.
“Esiste – ha proseguito Giuli- un filtro all’ingresso”, ovvero ”aderire ai
principi della Costituzione e della Carta internazionale dei diritti dell’uomo.
Io personalmente ho giurato sulla Costituzione in cuor mio molto prima di
giurare nelle mani del presidente della Repubblica Mattarella, il che dà la
misura di cosa penso di tutta la faccenda. Ciò detto, ribadisco che la posizione
che ritengo più ragionevole sia quella dell’Aie. Se devo citare una figura di
riferimento in particolare mi piace citare il professor Cacciari che è stato
molto chiaro al riguardo”, ha sottolineato.
L'articolo Giuli a Più libri più liberi attacca la fronda degli intellettuali
contro Passaggio al Bosco: “Non censurare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la sconcertante sortita della Sottosegretaria Lucia Borgonzoni di giovedì
20 novembre, una cappa nebbiosa sembra avvolgere tutto il settore
cine-audiovisivo, a fronte dell’incredibile annuncio della “morte” della Legge
Franceschini del 2016: colei che da oltre due anni lavorava in modo alacre (a
modo suo, coinvolgendo più i “big player” che i produttori indipendenti e gli
autori e le altre categorie professionali del settore) per riformare la legge n.
220… sembra aver gettato la spugna. Parafrasando il mitico Gino Bartali, è come
se avesse dichiarato a chiare lettere “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da
rifare”.
Va osservato che “il settore” curiosamente non ha reagito alla “rottamazione”
annunciata: nessuna associazione ha avuto il coraggio di emettere un solo
comunicato. Il settore intero ammutolito, quasi intimidito… Uno stordimento
generale.
La politica, almeno in parte, un poco ha reagito, con dichiarazioni tra il
critico e l’ironico sia di Matteo Orfini per il Partito Democratico, sia di
Gaetano Amato per il Movimento 5 Stelle. L’esponente “dem ha sostenuto che “le
parole della sottosegretaria Borgonzoni confermano, ancora una volta, che il
Governo continua a generare confusione e incertezza, invece di fornire risposte
chiare al settore”. È accorso in difesa il Presidente della Commissione Cultura
della Camera, Federico Mollicone (FdI), che ha dichiarato: “Siamo pronti a
interagire con l’esecutivo, per scrivere una riforma strutturale del comparto”,
richiamando una mozione approvata dalla maggioranza a Montecitorio il 7 ottobre
scorso.
Da segnalare che la proposta di legge numero C. 2578, a firma dello stesso
Mollicone, “Deleghe al Governo per la riforma, il riordino e il coordinamento
della normativa in materia di cinema e audiovisivo”, presentata il 3 settembre,
è stata assegnata il 14 ottobre (in sede referente alla Commissione VII,
presieduta dallo stesso esponente di Fratelli d’Italia), ma, ad un mese e mezzo
di distanza, l’esame non è ancora iniziato. Perché questa ulteriore tempistica
ritardata?! Prevalgono ancora incertezza e confusione all’interno della stessa
maggioranza di governo.
Come intende procedere la Sottosegretaria, che peraltro sembra essere meno
sostenuta dal leader della Lega Matteo Salvini che ha ormai coscienza degli
incerti risultati da lei ottenuti? Il settore arretra, l’incertezza dilaga. Dopo
le vicende scandalose del “tax credit”, si continua ad osservare la riduzione
del consumo di cinema nelle sale, si registra un perdurante rallentamento nei
processi produttivi…
A livello di fruizione “theatrical”, basti osservare come dal 1° gennaio al 23
novembre 2025, sono stati venduti nei cinematografi italici soltanto 54,7
milioni di biglietti, con un calo del 6% rispetto al 2024, del 10% rispetto al
2023. E siamo lontani dall’ultimo anno “pre-Covid”, ovvero il 2019, con un
crollo del 34%! Inascoltate le fanfare promozionali di “Cinema Revolution”, con
decine di milioni di euro di investimento pubblico assegnati in totale assenza
di trasparenza a Cinecittà…
Alessandro Usai, il Presidente dell’Anica (la maggiore associazione dei
produttori cinematografici e multimediali) ha pubblicato un articolo su Il Sole
24 Ore di venerdì 28 novembre, rialimentando la retorica sulla “ricchezza”
(cultural-economica) del settore, ricordando il famigerato “moltiplicatore” (ora
quantificato in “superiore a 3”: la presunta ricaduta di 1 euro investito nel
settore a vantaggio nell’economia generale), senza tuttavia spendere una parola
sul clamoroso annuncio della Sottosegretaria. Ha completamente ignorato il
terremoto provocato dalla Sottosegretaria. Diplomaticamente e delicatamente ha
scritto Usai: “Oggi il settore si trova a un punto di non ritorno, dopo il quale
si capirà se potrà riuscire a dispiegare il suo pieno potenziale, rimuovendo
ostacoli, correggendo gli strumenti attuali, dove necessario e da sempre
auspicato, ovvero se dovrà ripiegare e retrocedere”. Retorica a parte… ovvero?
Il ministro Alessandro Giuli non ha profferito verbo sulla “nuova legge”
annunciata da Borgonzoni, così confermando che tutta questa gran sintonia con la
“sua” Sottosegretaria delegata non deve esserci… Un silenzio inquietante. Lo
“spiazzamento” provocato dall’annuncio di Borgonzoni è impressionante.
Ed infine la notizia, data in anteprima da Report di Rai domenica 23 novembre,
che si è dimesso dal Cda di Cinecittà spa Giuseppe De Mita (noto come “il De
Mita jr”, figlio del mitico Ciriaco): a distanza di giorni, giovedì 27 un
tardivo comunicato stampa ufficiale della società confermava che le dimissioni
erano state presentate al termine di una riunione del Consiglio tenutasi lunedì
17 novembre. De Mita ha assunto l’incarico di Direttore Marketing della potente
Sport e Salute spa, la cassaforte dello sport italiano, nominato – ancora una
volta – “intuitu personae”.
Ed ora si apre la partita per la sua sostituzione a Cinecittà: verrà finalmente
promossa dal ministro e dalla Sottosegretaria una pubblica “call” a presentare
candidature, magari con una procedura comparativa dei curricula, oppure – ancora
una volta – si assisterà all’ennesima cooptazione discrezionale e amicale, tra
il familistico ed il partitocratico? In nome di quell’“amichettismo” ben
descritto da Fulvio Abbate e di quella logica di “casta” ben studiata da Sergio
Rizzo…
L'articolo Tutti zitti dopo le parole di Borgonzoni: il cinema italiano
ammutolito perde fondi (e box office) proviene da Il Fatto Quotidiano.
E’ sempre più evidente che il Mezzogiorno sia uscito dai radar di questo
Esecutivo che, provvedimento dopo provvedimento, sta violando ogni dispositivo
legislativo posto a tutela dei meridionali. Sul banco degli imputati, ancora una
volta, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, artefice di una politica
governativa che ha messo nel mirino la cultura meridionale. Giusto per farvi
capire la portata dei suoi provvedimenti ammazza-Sud, analizzo qui di seguito
due atti adottati negli ultimi giorni.
Ebbene, il 7 novembre 2025 sul sito del Ministero è stato pubblicato il decreto
ministeriale n.356, volto a finanziare le fondazioni lirico sinfoniche per
l’anno 2025, una manicata di spiccioli per un settore importantissimo. Parliamo
di importi del tutto esegui rispetto alle esigenze di attrattori culturali che
coinvolgono centinaia di professionisti, e cioè di 399.498 euro per le
fondazioni Teatro alla Scala di Milano e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
e di 1.366.891,40 euro per tutte le altre eccellenze, come ad esempio l’Arena di
Verona.
Più di tutto, però, fa riflettere il riparto sperequato dell’esigua dotazione,
che vede ancora una volta il Mezzogiorno messo in un angolo. Infatti, solo il
San Carlo di Napoli, il teatro Massimo di Palermo e la Fondazione Petruzzelli e
Teatri di Bari riescono a portare qualcosa a casa, rispettivamente 128.383,
136.211 e 80.221 euro, per un totale complessivo di appena 344.815 euro.
Effettuando un rapido calcolo, il Sud è destinatario di appena il 19% dei
1.766.390 euro messi sul tavolo.
Sul punto, andrebbe ricordato a Giuli il criterio ispiratore della clausola del
40%, introdotta col decreto-legge n. 60/2024, secondo cui le Amministrazioni
centrali dello Stato devono destinare alle regioni meridionali il 40% delle
risorse ordinarie. Il paradosso è che proprio questo Esecutivo ha inteso
rafforzare la vecchia clausola del 34%, incrementando a 40 la percentuale delle
risorse allocabili. Una beffa ulteriore per i meridionali. In questo caso il Sud
ha percepito il 21% delle risorse in meno. Si dirà che è un caso. L’ennesimo.
Quindi, per tastare la buona fede del dicastero della cultura sono andato ad
approfondire l’ultima ripartizione territoriale attuata dal ministro, pubblicata
lo scorso 20 novembre nella sezione dedicata ai decreti direttoriali. E, più
specificamente, il Decreto DiAG n. 2091 che stanzia risorse per la sicurezza
sismica luoghi di culto e dei siti di ricovero per le opere d’arte. La domanda
sorge spontanea: possibile che persino questa misura conosce una ripartizione
sbilanciata? Vediamo.
Il Capo Dipartimento per l’Amministrazione generale ha assegnato 8.960.476 euro
per il finanziamento di interventi di adeguamento e messa in sicurezza sismica
di 27 luoghi di culto e per il restauro del patrimonio culturale del Fondo
Edifici di Culto e siti di ricovero per le opere d’arte. Ancora una volta, a
beneficiare di questi importi sono pochi siti meridionali, che percepisce appena
2.815.000 euro, a fronte degli 8.960.476 complessivi, cioè poco più del 30%.
A questo punto, giova puntualizzare che questi interventi sono finanziati con la
Missione 1 ‘Turismo e Cultura 4.0’ del Pnrr, il che demanderebbe all’obbligo di
rispettare un’altra Clausola, sempre denominata ‘40%’ ma adottata con decreto
legge n. 77/2021. Questo provvedimento dispone che le Amministrazioni centrali
coinvolte nell’attuazione del Pnrr debbano assicurare almeno il 40% delle
risorse allocabili territorialmente alle regioni meridionali. Dunque, ancora una
volta Giuli ha tagliato al Sud circa il 10% di risorse spettanti. Ma in questo
caso una fetta di responsabilità è attribuibile anche al ministro per gli Affari
europei, le politiche di coesione e per il Pnrr, Tommaso Foti, giacché spetta al
Dipartimento per le politiche di coesione verificare il rispetto di tale
clausola, dovendo relazionare periodicamente alla Cabina di regia appositamente
costituita per l’attuazione del Piano.
E qual è il risultato? Che la ‘Relazione sulla destinazione al Mezzogiorno delle
risorse del Pnrr’ è ferma al 31 dicembre 2023, come si evince dal sito del
Dipartimento delle Politiche di Coesione. A proposito, qualcuno dica a Luigi
Sbarra che riveste il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con
delega per il Sud e non più i panni del sindacalista. Ciò detto, è ormai
evidente che ci troviamo di fronte al Governo più anti-meridionale della storia,
e non è certo un caso: com’ebbe a dire Agatha Christie ‘un indizio è un indizio,
due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’.
L'articolo Fondi alle fondazioni liriche e sicurezza sismica: Giuli ce l’ha
ancora con il Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ha usato impropriamente i mezzi comunicativi del ministero per fare campagna
elettorale in favore del candidato del centrodestra in Campania, Edmondo
Cirielli. Così Piero Tatafiore si è dimesso dall’incarico di capoufficio stampa
del ministro della Cultura, Alessandro Giuli: “Ho appena comunicato al Ministro
della Cultura, Alessandro Giuli, le mie immediate e irrevocabili dimissioni
dall’incarico di capoufficio stampa del Mic – ha dichiarato nella serata di
venerdì – L’utilizzo di strumenti istituzionali per comunicazioni di natura
politica è stato da parte mia un errore improprio di cui mi scuso prima di tutto
con il ministro, che ringrazio per l’opportunità di crescita lavorativa che mi
ha concesso, e con l’intero Gabinetto”.
Fonti interne al dicastero hanno spiegato ad AdnKronos che “per il ministro era
un atto dovuto e irreversibile, l’impegno politico pubblico di un ministro
espresso da Fdi o da qualsiasi altro partito è legittimo e insindacabile, ma per
Giuli è inaccettabile qualsiasi ombra di sospetto su un utilizzo di strumenti
comunicativi istituzionali per attività che spetta alle agenzie, semmai,
riportare”.
La vicenda si è consumata tutta nella giornata di venerdì. In occasione della
chiusura della campagna elettorale per il voto nella regione guidata, ad oggi,
da Vincenzo De Luca, dalla mailing list stampa del Ministero della Cultura sono
stati inviati comunicati a favore del candidato del centrodestra. Un uso
improprio di mezzi di comunicazione delle istituzioni pubbliche che ha portato
Tatafiore a rassegnare le dimissioni.
L'articolo Si è dimesso il capoufficio stampa del ministro Giuli: ha usato la
mail del dicastero per fare campagna elettorale sul voto in Campania proviene da
Il Fatto Quotidiano.