Quando si parla di musica spagnola, prima del Novecento, il racconto è
frammentario. Ci sono grandi interpreti, splendidi autori per pianoforte, ma
manca una figura capace di dare alla Spagna una voce riconoscibile sulla scena
internazionale, paragonabile a quella che Debussy ha dato alla Francia o Bartók
all’Ungheria. Ebbene, questa figura è Manuel de Falla, nato a Cadice il 23
novembre 1876, centocinquant’anni fa. Celebrarlo oggi significa raccontare non
solo un compositore, ma un’idea di cultura: come una tradizione può diventare
linguaggio moderno senza trasformarsi in folklore di maniera.
Cadice non è un dettaglio biografico. È una città di mare, aperta ai traffici e
alle contaminazioni, dove convivono canti popolari, ritmi andalusi, influenze
arabe e memorie d’oltremare. De Falla cresce in questo ambiente e studia musica
seriamente, prima nella sua città e poi a Madrid. Qui incontra Felipe Pedrell,
musicologo e compositore che sostiene una tesi allora rivoluzionaria: la musica
spagnola deve rinascere partendo dalle proprie radici storiche e popolari, ma
con strumenti compositivi rigorosi, non con semplici citazioni pittoresche. È
una lezione decisiva. Il primo grande banco di prova per De Falla è l’opera in
due atti La vida breve (La vita breve, 1905-1913). La storia è semplice e
tragica: una giovane donna, Salud, muore di dolore dopo essere stata abbandonata
dall’uomo che ama. Ma ciò che colpisce non è la trama, bensì il modo in cui De
Falla la racconta. L’ambientazione andalusa non è un pretesto esotico: i canti
popolari, i ritmi di danza, le armonie aspre diventano parte integrante della
struttura musicale. L’orchestra è tesa, nervosa, priva di compiacimenti
romantici. È una Spagna vera, aspra, lontana dalle cartoline turistiche. Con
quest’opera De Falla dimostra, di fatto, che la musica spagnola può essere
moderna senza rinnegare le proprie radici.
La svolta definitiva arriva con il trasferimento a Parigi nel 1907. Qui De Falla
entra in contatto con Debussy e Ravel. Dalla musica francese apprende una
lezione fondamentale: il colore sonoro non serve a decorare, ma a costruire la
forma. Nasce così una delle sue opere più amate, Noches en los jardines de
España (Notti nei giardini di Spagna), 1909-1915. Non è un concerto per
pianoforte tradizionale: il pianoforte non domina l’orchestra, ma dialoga con
essa, come una voce tra le altre. I “giardini” evocati non sono luoghi reali,
bensì stati d’animo, ricordi, atmosfere. La musica suggerisce il profumo della
notte, il suono lontano dell’acqua, il calore del sud. È un esempio perfetto di
come De Falla riesca a trasformare l’identità spagnola in un linguaggio
universale.
Con El amor brujo (L’amore stregone), del 1915, De Falla compie un passo
ulteriore. Questo balletto in un atto e due scene racconta una storia di
passioni, gelosie e spiriti inquieti in una comunità gitana. La celebre Danza
ritual del fuego (Danza rituale del fuoco) è spesso ascoltata come un brano
travolgente e immediato, ma dietro quella forza c’è un lavoro raffinatissimo. Il
ritmo diventa ossessione, il ripetersi delle figure musicali crea un senso di
rito arcaico. Il flamenco qui non è più musica da intrattenimento: è materia
drammatica, quasi sacra. De Falla mostra dunque che la tradizione popolare può
diventare arte colta senza perdere la propria energia originaria. Pochi anni
dopo arriva El sombrero de tres picos (Il cappello a tre punte), balletto in un
atto del 1919 commissionato dai Ballets Russes di Sergej Diaghilev, con scene di
Pablo Picasso. È la sua opera più solare e ironica. Racconta una storia
popolare, fatta di equivoci e seduzioni, e la scrittura orchestrale è
brillantissima, piena di ritmo e colori. Qui la Spagna dialoga apertamente con
l’avanguardia europea. De Falla infatti è perfettamente consapevole delle
ricerche di Igor Stravinskij sviluppate a partire dal balletto de La Sagra della
primavera (1913): l’uso del ritmo come elemento portante della musica, la
ripetizione di brevi cellule, le accentazioni irregolari e la costruzione
dell’orchestra per blocchi sonori,. E tuttavia rielabora queste innovazioni a
partire dalle danze e dai ritmi spagnoli, creando un linguaggio personale,
immediatamente riconoscibile ed internazionale.
Negli anni Venti, tuttavia, il suo stile cambia. Diventa più concentrato,
essenziale, severo. El retablo de maese Pedro (Il teatro dei burattini di
maestro Pietro), ispirato a un episodio del Don Chisciotte, è un’opera per
marionette e piccolo ensemble del 1923. Qui De Falla attinge persino alla musica
medievale iberica dei vari Cancioneros (canzonieri), accostandola alla
tradizione popolare spagnola e fondendo questi materiali con la sua
inconfondibile maestria. La scrittura per gli strumenti a fiato aderisce con
precisione alle scene rappresentate, mentre le percussioni intervengono
costantemente a evidenziarne il movimento e la vivacità. Ogni suono è calibrato,
ogni effetto controllato. Non c’è nulla di superfluo. Anche la Fantasia Baetica
per pianoforte del 1919 (la Baetica era una provicincia romana corrispondente
all’attuale Andalusia) segue questa direzione: una musica aspra, percussiva, che
sembra anticipare molte ricerche del secondo Novecento. De Falla in questi anni
cerca pertanto una purezza espressiva che lo allontana progressivamente dalla
scena pubblica.
Ma la storia irrompe con violenza nella sua vita e con lui il destino della
musica spagnola. La guerra civile, scoppiata nel 1936, non è soltanto uno
scontro politico e militare, ma una frattura profonda della vita culturale del
Paese. Con la vittoria di Francisco Franco nel 1939 si instaura un regime
autoritario che mira a controllare l’espressione artistica, riducendola a
strumento di propaganda o a veicolo di un’identità nazionale semplificata e
retorica. In questo contesto, la figura di De Falla diventa immediatamente
problematica: troppo libera, troppo legata a un’idea di cultura come ricerca e
responsabilità morale. Sceglie così l’esilio in Argentina: una decisione
sofferta ma coerente. Non si tratta di una fuga né di un gesto clamoroso, ma di
un silenzioso rifiuto. A Buenos Aires conduce una vita appartata, quasi
ascetica, lontana dai centri del potere e dai circuiti mondani. Qui lavora
ossessivamente ad Atlántida, ispirata al poema catalano del 1877 di Jacint
Verdaguer. È un’opera imponente per solisti, coro e grande orchestra, che guarda
a un tempo mitico e simbolico: la leggenda di Atlantide diventa metafora di una
civiltà perduta, di una Spagna ideale e universale, lontana dalle lacerazioni
del presente. Dal punto di vista musicale, Atlántida segna un ulteriore
irrigidimento del linguaggio: armonie arcaizzanti, linee vocali solenni, una
scrittura corale monumentale che sembra cercare un ordine superiore, quasi
metafisico. Rimasta incompiuta alla sua morte nel 1946, l’opera è anche il
simbolo di una storia spezzata, di una continuità culturale interrotta.
Nel frattempo la Spagna franchista (1939-1975) entra in una lunga fase di
isolamento. Nei primi decenni del regime, la musica colta vive una sorta di
congelamento. Le istituzioni promuovono un’estetica rassicurante, legata a
un’idea folcloristica e idealizzata della tradizione: danze regionali, melodie
riconoscibili, linguaggi tonali semplificati. La complessità, l’ambiguità e il
conflitto (elementi centrali nella musica di De Falla) vengono guardati con
sospetto. Molti compositori scelgono pertanto l’esilio, mentre altri si
rifugiano in una prudente neutralità espressiva. Una figura chiave di questo
periodo è Roberto Gerhard (1896-1970), costretto all’esilio in Inghilterra in
quanto sostenitore della causa repubblicana durante la guerra civile. Allievo
diretto di Arnold Schoenberg, Gerhard rappresenta un caso emblematico:
profondamente spagnolo nella sensibilità ritmica e timbrica, ma totalmente
immerso nelle tecniche della Seconda Scuola di Vienna. Nelle sue opere seriali
infatti (come la Sinfonia n. 3 o le Sei canzoni popolari catalane per voce e
orchestra) la dodecafonia non è mai un esercizio astratto, ma uno strumento per
rielaborare materiali popolari in forme nuove. E anche per questo motivo
strettamente musicale infatti, fino alla morte di Franco, la sua musica fu
praticamente proibita in Spagna. Gerhard dimostra però che l’eredità di De
Falla, cioè l’idea di una tradizione trasformata e non citata, può sopravvivere
anche fuori dai confini nazionali.
Ma la vera svolta interna arriva solo a partire dagli anni Sessanta, quando una
nuova generazione di compositori nati tra il 1924 e il 1938 riesce a
riallacciare i rapporti con l’Europa contemporanea. Cristóbal Halffter, Luis de
Pablo, Manuel Moreno-Buendia e altri, spesso riuniti sotto l’etichetta di
Generación del 51 (anno in cui i membri principali del gruppo terminarono gli
studi accademici al Conservatorio di Madrid), rompono apertamente con il
linguaggio conservatore imposto dal regime. Introducono in Spagna il serialismo,
le tecniche aleatorie, l’elettronica, il pensiero strutturale della musica del
dopoguerra. Yes, Speak Out, Yes di Halffter (1968), ad esempio, scritto per
coro, orchestra e nastro magnetico è una composizione nata come risposta alla
repressione politica franchista e utilizza testi di protesta tratti da autori
come Kafka per trasformare la musica in atto di denuncia. Oppure Iniciativas
(Iniziative) di Luis de Pablo (1965), che esplora timbri, densità e dinamiche,
con suoni isolati, improvvise esplosioni orchestrali e un ampio uso del silenzio
come elemento strutturale. Ecco, queste opere mostrano una musica aspra,
intellettualmente impegnata, spesso politicamente allusiva. Qui l’eredità di De
Falla non è più riconoscibile sul piano stilistico, ma su quello etico: l’idea
che la musica debba interrogare il proprio tempo, non semplicemente decorarlo.
Con la morte di Franco nel 1975 e la transizione democratica, la musica spagnola
entra in una fase di pluralismo radicale. Le generazioni successive non sentono
più il bisogno di contrapporsi a un’estetica ufficiale, ma possono esplorare
liberamente una molteplicità di linguaggi. È in questo contesto che emergono
figure oggi centrali nel panorama internazionale. Mauricio Sotelo (1961-), ad
esempio, costruisce gran parte del suo lavoro sul dialogo con il flamenco. In
opere come De oscura llama (Fiamma oscura) per voce e ensemble (2008), la
tradizione diventa materia instabile, continuamente reinventata. Il canto
flamenco viene scomposto nei suoi elementi fondamentali (melisma,
microintervalli, tensione ritmica) e integrato in un linguaggio colto che guarda
allo spettralismo e alla ricerca timbrica. Non c’è citazione folklorica, ma una
vera analisi del suono flamenco come fenomeno strutturale. Elena Mendoza (1973-)
rappresenta invece una delle voci più originali delle generazioni più recenti.
La sua musica integra teatro, gesto, parola ed elettronica, superando i confini
tradizionali del concerto. Opere di teatro musicale come La ciudad de las
mentiras (La città delle bugie, 2011-2014) o Der Fall Babel (La caduta di
Babele, 2017-19) mettono in scena una drammaturgia del suono che riflette la
frammentazione dell’esperienza contemporanea. Anche qui, il legame con De Falla
non è stilistico, ma concettuale: l’idea che la musica debba essere
un’esperienza totale, capace di coinvolgere più livelli di percezione. Accanto
alla musica strettamente contemporanea, va ricordato anche il lavoro di figure
come Jordi Savall (1941-), che hanno contribuito a ridefinire l’identità
musicale spagnola attraverso il recupero filologico del repertorio antico. Le
sue interpretazioni della musica rinascimentale e barocca iberica hanno
restituito profondità storica a una tradizione spesso ridotta a stereotipo. In
questo senso, anche il recupero del passato diventa un atto di modernità.
Oggi dunque la musica colta spagnola si presenta come un mosaico complesso,
fatto di linguaggi differenti, spesso lontani tra loro, ma accomunati da una
consapevolezza condivisa: l’identità non è una formula fissa, ma un processo.
Nell’era globale, in cui i linguaggi tendono a uniformarsi, la lezione di Manuel
de Falla appare più attuale che mai. La sua musica ci insegna che essere
universali non significa rinunciare alle proprie radici, ma conoscerle a fondo
per trasformarle. È questa tensione, tra memoria e invenzione, che continua a
dare alla musica spagnola una voce riconoscibile, viva, necessaria.
L'articolo Spagna, la musica oltre il folklore: Manuel de Falla, il compositore
che trasformò l’identità di un Paese in un linguaggio universale proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Musica Sinfonica
Giornalista, scrittore, studioso, critico musicale nel significato più puro,
della tradizione più classica, della “vecchia” e autorevolissima scuola. E poi
insegnante, archivista, conduttore radiofonico, collaboratore e consulente di
teatri e istituzioni musicali. E’ morto a 76 anni Angelo Foletto, firma di
Repubblica, per oltre venticinque anni presidente dell’Associazione nazionale
critici musicali. Era nato nel 1949 a Pieve di Ledro, in Trentino.
“Inflessibile, solerte a qualsiasi sollecitazione culturale – lo descrive
Repubblica nel suo ricordo sulla versione online del giornale -. Profondo nel
voler scandagliare le manifestazioni concertistiche che arricchiscono il nostro
vivere quotidiano, senza mai essere assente. Con raro spirito di servizio e
inattaccabile volontà di fotografare la realtà. Afferrando gli eventi e mordendo
la carta riga per riga, con il passo lento ma deciso dello scalatore di montagna
che svelava le sue lontane origini trentine, alpine e rupestri”. Il Teatro alla
Scala dedicherà ad Angelo Foletto il concerto sinfonico in programma venerdì
sera, diretto da Riccardo Chailly. “Un critico di rara profondità – ricorda
Chailly -, sempre capace di comprendere i motivi di scelte di repertorio anche
apparentemente scomode negli ultimi anni scaligeri, fino alla recente Lady
Macbeth di Šostakovič. Ma soprattutto un amico con cui abbiamo condiviso un
lunghissimo percorso, dai giochi dell’infanzia agli anni del Conservatorio fino
al confronto costante che ci ha tenuti vicini negli ultimi anni”. Un ricordo
commosso e pieno di gratitudine – si legge in una nota della Scala – per gli
anni, per qualcuno decenni, passati insieme ad ascoltare, discutere, sentire e
dissentire viene anche dall’Ufficio Stampa, dall’Ufficio Edizioni e dalla
redazione della Rivista del teatro.
Il cordoglio attraversa tutte le più importanti istituzioni culturali, musicali
e teatrali: Fondazione Paolo Grassi, Fondazione Pergolesi, Arena di Verona,
Biennale di Venezia, Società del Quartetto di Milano.
“Tutto andava bene per analizzare la serata di musica, passata alla lente
d’osservazione con analisi e ricerche – continua Repubblica -. Ma forse il modo
più nitido per ricordarlo è la sua radicata passione per l’attività del Coro
della Sat di Trento, che lo ha visto appassionato divulgatore della tradizione
dei canti degli alpini e componente della Fondazione Coro Sat. Canti popolari e
di montagna che aveva ascoltato da ragazzo nella sua Pieve di Ledro e in qualche
modo rispecchiavano questa densa impronta caratteriale. Rude, materica, talora
aspra, ma con una genuinità vera che si manifestava regolarmente nei fugaci
incontri del dopo-concerto”.
Foletto si era laureato in lettere moderne alla Statale di Milano ma aveva
voluto incentrare la sua tesi su Stiffelio e Aroldo di Giuseppe Verdi, impronta
della lunga carriera che verrà, aperta tra l’altro anche dallo studio in
conservatorio a Milano, intitolato come noto proprio al compositore di Busseto.
Foletto iniziò a scrivere su Discoteca Hi-Fi, Musica e Musica viva, dopo aver
lavorato all’archivio musicale dell’Angelicum, del Teatro alla Scala, della Casa
Musicale Sonzogno. In conservatorio – a Verona, a Piacenza e proprio a Milano –
ha insegnato Storia della musica per oltre vent’anni, dal 1981 al 2006. A
Repubblica è arrivato nel 1978 e lì è rimasto fino agli ultimi tempi,
partecipando anche all’ideazione delle storiche collane di musica classica del
Gruppo l’Espresso. Ma il suo nome si è legato anche a numerose riviste
specializzate: è stato vicedirettore di Musica Viva, ha scritto su Suonare News,
Classic Voice, Amadeus, il Giornale della musica. Ha firmato programmi di sala
nei teatri, ha curato voci musicali per encoclopedie, ha collaborato con radio e
tv di Rai e Mediaset. E’ autore, tra l’altro, del libro-intervista Carlo Maria
Giulini, di Ho piantato tanti alberi – Claudio Abbado ritratti recensioni
interviste e La musica non si ferma. Maurizio Pollini, pianoforte e battaglie
civili (entrambi editi dalla LIM).
Lascia la moglie Anelide Nascimbene, docente di Storia della Musica al
Conservatorio Verdi di Milano, e la figlia Angelica. “La Milano della musica non
sarà più la stessa” sottolinea il sovrintendente della Scala Fortunato
Ortombina. “Foletto ha attraversato l’Italia come un cantastorie con la missione
di raccontare la musica. – ricorda – L’ho incontrato dappertutto: per la prima
volta a Parma, al Teatro Farnese, quando ero ancora studente, e poi in tutti i
teatri che ho visitato. Foletto ha saputo raccontare la musica come letteratura
nazionale, e in questo senso la cultura italiana e noi tutti gli dobbiamo
molto”.
L'articolo Morto Angelo Foletto, addio a uno dei più autorevoli critici
musicali. La Scala gli dedica il concerto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cosa ci si deve aspettare dalla Lady Macbeth del distretto di Mcensk, l’opera
che risuonerà in milioni di televisori collegati con la Prima della Scala?
Beatrice Venezi merita il posto in cui è stata calata, alla Fenice di Venezia,
uno dei teatri più importanti del mondo? L’album spaccatutto di Rosalia – Lux –
può davvero bastare come ponte tra la musica pop e la musica classica? Teatri,
sale concerto, auditorium aspettano e sperano che le loro platee si colorino non
solo di teste canute ma anche dei colori sgargianti della gioventù. Qual è la
formula per distrarre occhi e orecchie dalla musica scelta non solo sull’onda
del trend ma perfino con le istruzioni di un algoritmo social? In un tempo –
questi giorni, questi mesi – in cui la musica cosiddetta colta bussa alla porta
anche di chi non ne conosce tutti i segreti c’è urgente bisogno di un po’ di
senso dell’orientamento. E lungo questa strada Ilfattoquotidiano.it ha scelto di
chiedere indicazioni alla direttrice – e fondatrice – di una rivista online
specializzata in informazione e cultura musicale. La rivista si chiama Music
Paper e la direttrice è Paola Molfino, giornalista che per più di trent’anni ha
lavorato ad Amadeus (che ha anche diretto) e ora da tre guida questo giornale
dinamico, vivace, fresco, capace di utilizzare tutto l’alfabeto nuovo della
comunicazione (podcast, playlist, reel) accanto a quello più tradizionale (le
grandi firme, le recensioni, la critica), di risultare sofisticato e nello
stesso tempo inclusivo nei linguaggi: “Musica da leggere” la chiama Paola
Molfino. Un lavoro formidabile in quella disciplina apparentemente impossibile
che è offrire ai lettori tanto il paesaggio familiare e confortevole di ciò che
conosce e riconosce quanto nuovi impulsi da mondi meno frequentati.
Direttrice Molfino, partiamo da lontano: Rosalia. Il suo album brucia i record,
è stato accolto come una rivoluzione, ribalta le regole pop, demolisce quelle
tiktok, esalta la contaminazione tra generi e mondi. Compresi quelli della
musica colta con riferimenti a Vivaldi, Mozart, la musica sacra. In questa
standing ovation generale voi siete stati più cauti.
A Music Paper nessun pregiudizio, però cerchiamo sempre di stimolare il giudizio
critico, di aprire riflessioni, confronti di idee anche attraverso i social. Di
non di appiattirci sul percepito dello scrolling o del like. Siamo stati subito
colpiti dal singolo di Rosalia Barghain e dal video. Dalla sua potenza e dai
riferimenti musicali, simbolici, visivi. E dall’impatto della strategia di
comunicazione, azzeccatissima, come si è visto. Prima ancora che tutto l’album
Lux uscisse abbiamo pubblicato un reel perché ci siamo detti che era giusto
registrare il fenomeno. E poi con un articolo di approfondimento abbiamo posto
una domanda che è giusto farci mentre ascoltiamo Rosalia e che provo a
sintetizzare così: “Siamo sicuri che basti usare degli archi e cantare in un
certo modo per dire che si tratta di musica classica?”
Non crede però che una popstar che rimanda alla musica barocca sia un’occasione
per aprire nuove finestre di fronte a generazioni meno abituate alla fruizione
della musica classica?
Assolutamente sì, quindi benvenuta Rosalia. Che si unisce a un elenco di
illustri predecessori: artisti del pop, del rock, della musica urban che da
sempre attingono a sonorità e arrangiamenti “classici”. Negli anni Duemila per
esempio lo ha fatto perfino Kanye West in Late Orchestration. O per venire a un
recente caso nostrano sfuggito forse ai più Caparezza in una traccia del suo
ultimo disco Orbit Orbit: Purification con un’orchestra di più di 70 elementi e
un coro. Però noi poi abbiamo il dovere – essendo una testata specializzata – di
approfondire di esercitare il pensiero critico. Ed è stata un’occasione per una
bella discussione in redazione: a Music Paper lavorano giovani storici della
musica e critici, che sono anche musicisti, curiosi e competenti. E uno spunto
per parlare a nuove generazioni e soprattutto a persone che come noi, amano la
musica ma quella bella, al di là dei generi.
Cosa consiglierebbe allora a un ventenne che volesse avvicinarsi a certi suoni a
cui non è abituato perché radio, tv, social non gliene danno occasione?
Di non avere paura e di abbandonare i preconcetti, come noi dobbiamo abbandonare
quelli che spesso abbiamo sui giovani: che non sono curiosi, che sono ignoranti
che non vogliono fare fatica. Sappiamo benissimo che la classica è considerata
musica per vecchi, che è vissuta come noiosa. E che in Italia non la si insegna
a scuola come succede per la storia, la letteratura, l’arte o la filosofia. E
paradossalmente è più facile che i ragazzi si appassionino all’opera con le sue
storie senza tempo, al rito del teatro del vestirsi bene piuttosto che alla
musica sinfonica o da camera. Oppure pensiamo al fenomeno dei candlelight
concerts musicalmente cheap ma esperienziali. Anche ascoltare i Notturni di Jonh
Field (compositore irlandese del primo Ottocento creatore del genere reso famoso
da Chopin) come sottofondo mentre si studia o si lavora va benissimo. I Notturni
di Field (non quelli di Chopin!) suonati al pianoforte da Alice Sara Otto sono
l’album più ascoltato in streaming su Apple Classical Music nel 2025.
L’importante per ascoltare e amare la classica non è avere il diploma di
conservatorio o la laurea in Musicologia ma orecchie, cuore e mente aperti. Ciò
detto, sono 50mila le ragazze e i ragazzi che studiano musica nei conservatori
italiani e migliaia ancora nelle università e sono esattamente come tutti i loro
coetanei. A loro affidiamo il futuro della musica che amiamo, confidando che
loro sappiano essere “virali”.
Con i nuovi canali social è più facile avvicinarli. Ci sono musicisti-influencer
che si fanno domande e danno risposte for dummies come si dice, raccontano le
sinfonie di Beethoven o analizzano i notturni di Chopin. Percepisce che può
esserci un momento di apertura nei confronti del resto del pubblico anche non
“forte”?
Sicuramente l’approccio conta, i media e i nuovi linguaggi sono fondamentali,
gli influencer dell’opera e della classica anche in Italia stanno diventando
sempre più numerosi, però ancora vige un po’ la regola del “fai da te” e i
risultati non sono sempre esaltanti. A Music Paper interessa molto esplorare
tutto quanto si può fare per comunicare e abbattere barriere. Ma il rischio che
noi non vogliamo correre è quello della banalizzazione e intendiamo mantenere
alta l’asta della qualità. Per esempio sta per partire una collaborazione social
con Eugenio Radin che su Instagram è Whitewhalecafe: Eugenio è un filosofo ma
anche musicista ed è un ottimo divulgatore e un content creator che ha una
visione della creazione di contenuti culturali molto affine alla nostra.
> Visualizza questo post su Instagram
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> Un post condiviso da Music Paper Magazine (@musicpaper_magazine)
La Prima della Scala sarà la “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di
Shostakovich, non proprio un titolo nazionalpopolare né un modo ammiccante per
aprirsi a un nuovo pubblico. Le chiedo però di contraddirmi, di farmi cambiare
idea.
La contraddico con piacere: Lady Macbeth di Mcensk è un’opera fortissima e ha
una musica tellurica, espressiva, esplicita. Un capolavoro, una storia di sesso
e morte potrebbe essere uno di quei casi di cronaca nera che oggi tanto
appassionano la tv e il web: adulterio, assassinio, c’è tutto. Parla di temi
attualissimi, con una figura femminile che si trasforma in un mostro, ma è una
vittima di violenza famigliare, di uomini che abusano di lei psicologicamente e
fisicamente. È ambientata in Russia, paese ora in guerra al centro della scena
internazionale, ma venne scritta nel 1934 nell’Unione Sovietica di Stalin da un
ragazzo con gli occhialini tondi di soli 28 anni, Dimitri Šostakovič, un genio.
Un’opera di successo che invece Stalin bollò come “caos anziché musica”.
Scattarono la censura e il terrore: era il 1963 quando Šostakovič la modificò e
la ripropose in teatro a Mosca. E poi chi l’ha detto che la Scala debba
inaugurare con opere “nazionalpopolari”? L’audience Rai? È quello che sembra
essere “consigliato” dal nuovo Codice dello Spettacolo la cui bozza strenuamente
difesa dal sottosegretario alla Cultura Mazzi, sta suscitando tanti “mal di
pancia”. Proprio un teatro importante come la Scala ha invece il dovere di
proporre a un pubblico più ampio possibile anche titoli belli e meno noti: non
solo Verdi e Puccini che pur adoriamo. Come ha detto il sovrintendente della
Scala Ortombina al nostro giornale: “Noi siamo un servizio pubblico come un
ospedale“.
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
Preparativi alla Scala per la Prima
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Una esibizione di Beatrice Venezi a una convention di Fratelli d'Italia
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Una scena della Lady Macbeth di Shostakovich alla Scala
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
Il regista della Prima Vasily Barkhatov (AP Photo/Antonio Calanni)
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LATIN GRAMMY AWARDS 2023 - LO SHOW
Rosalia ai Latin Grammy Awards: il suo album Lux ha bruciato tutti i record con
uno stile raffinato che mescola generi e atmosfere diverse
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
Il teatro alla Scala (AP Photo/Antonio Calanni)
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Una giovane spettatrice a una Prima under 30 alla Scala
Da mesi la lirica finisce sui giornali generalisti – compreso questo – non con
le varie inaugurazioni di stagione bensì per la contestatissima nomina di
Beatrice Venezi alla Fenice, con proteste insistite e quasi quotidiane (mai
viste) da parte degli orchestrali. Vicende seguitissime dai lettori, anche
quelli che non vanno a teatro. Su un giornale specializzato come il vostro come
avete affrontato l’argomento?
Da tempi non sospetti ci occupiamo del “caso Venezi”, sin da quando siamo usciti
nel 2022 con una serie di articoli e retroscena molto approfonditi di Paola
Zonca. Io da giornalista mi occupo di classica da 35 anni e la carriera di
Beatrice Venezi è da tempo un’anomalia perché più che su argomenti musicali lei
sembra aver sempre puntato più sulla comunicazione, l’immagine, il marketing, la
questione di genere e la protezione politica con gli incarichi di consulente, le
nomine piovute dall’alto. E questo – noi lo abbiamo scritto anni fa – non le
avrebbe portato bene. Anche della cronaca della vicenda Fenice ci siamo occupati
e ci stiamo occupando ovviamente con retroscena e aggiornamenti. Ma la domanda
che mi sono posta al di là della cronaca è stata un’altra. Come quando nel
calcio gioca la Nazionale, nel caso Venezi tutti si sono sentiti autorizzati a
intervenire: ma sappiamo chi è un direttore d’orchestra, cosa fa, a cosa serve
il suo lavoro? E come lo si giudica, da quali parametri? Due grandi firme come
Michele dall’Ongaro e Giovanni Gavazzeni hanno dato delle spiegazioni molto
interessanti sul nostro giornale. Un approfondimento per chi vuole capire oltre
che informarsi.
Tolte le eventuali tifoserie, resta la domanda: Venezi sa dirigere?
Beatrice Venezi ha studiato direzione, ha un diploma di Conservatorio, ha
diretto orchestre in concerti sinfonici e (poca) opera: quindi “sa” dirigere. Ma
non abbastanza da poter ambire alla direzione musicale, quindi alla guida, alla
formazione, alla costruzione del valore di una grande orchestra
lirico-sinfonica. Con la quale per di più non ha nessuna consuetudine del fare
musica insieme. L’orchestra della Fenice l’ha diretta solo una volta per un
concerto privato. È questione di talento, certo, di bravura, ma anche di
repertorio: bisogna saper affrontare autori di epoche e stili diversissimi tra
loro. Quello del direttore musicale è un incarico articolato, completo e
complesso. I professori di un’orchestra meritano rispetto per poter restituire
rispetto. Non ridere di loro mentre si guarda Prova d’Orchestra di Fellini, come
ha raccontato di recente il presidente di Biennale Buttafuoco, ormai veneziano
d’adozione e suo grande fan, come il ministro Giuli il quale come noto ha
sentenziato che lei “diventerà la principessa di Venezia e l’Orchestra si
innamorerà di lei”. L’aria è di normalizzazione. Colabianchi, il sovrintendente
sfiduciato dai lavoratori e Venezi non si toccano. Non so come andrà a finire.
Ma Claudio Abbado diceva: “Nella musica come nella vita bisogna sapersi
ascoltare”.
Questa storia ha avuto almeno il merito di suscitare maggiore curiosità nei
confronti della musica classica e lirica? C’è più o meno “fame” di informazioni
su questi mondi a volte percepiti come distanti?
C’è fame di informazione e di retroscena quando si tocca la politica e
l’attualità, meno di approfondimento. Gli articoli su Beatrice Venezi sono da
sempre tra i più cliccati di Music Paper. Con una dose niente male di haters e
fraintendimenti da mettere in conto sui social.
Come si fa a raccontare la musica colta solo sul web utilizzato più da lettori
giovani che da “maturi”? Che strumenti anche operativi e che linguaggio usate
per “farvi scegliere”?
Usiamo il web per gli approfondimenti, articoli di “storia e storie della
musica”, interviste, recensioni di spettacoli, libri, dischi, pezzi di
attualità, le rubriche degli editorialisti e parliamo di anche jazz, danza,
letteratura. La musica e il mondo che le gira intorno. E lo facciamo pure con i
podcast e con le nostre playlist Spotify create dalla redazione a corredo degli
articoli. Musica da leggere, da vedere, da ascoltare. Abbiamo grandi firme per
l’autorevolezza e giovani (anche giovanissimi) collaboratori per la freschezza.
Preparati, appassionati, curiosi. Music Paper è un giornale, un magazine che fa
informazione, divulgazione e opinione. E sui social decliniamo questa vocazione
con un altro linguaggio, più catchy e attento alle tendenze ma sempre profondo e
curato nel contenuto. Digitale ma non superficiale, insomma. E la cosa bella sa
qual è? Che questa comunicazione in continuo cambiamento, tanto complicata da
gestire perché richiede velocità e il continuo aggiornamento di nuove competenze
e nuove skills va colta come una grande opportunità per chi ancora crede
nell’intelligenza delle idee.
L'articolo “La Lady Macbeth della Prima della Scala? Sesso e morte, un crime
perfetto. La carriera di Beatrice Venezi anomalia da tempo, gli orchestrali
meritano rispetto” proviene da Il Fatto Quotidiano.