Negli ultimi anni, chiunque frequenti sale da concerto, festival o anche solo le
pagine culturali dei grandi quotidiani avrà notato uno slittamento silenzioso ma
sostanziale: nel racconto della musica classica, il centro di gravità non è più
il compositore, bensì il direttore d’orchestra. I programmi annunciano Mahler o
Beethoven, certo, ma ciò che cattura l’attenzione è soprattutto chi li dirige.
Il nome in grande non è più quello dell’autore, ma dell’interprete. È un
cambiamento che dice molto non solo sullo stato della musica classica oggi, ma
sul nostro modo più generale di consumare cultura.
Per secoli il direttore è stato, almeno idealmente, una figura al servizio
dell’opera: un mediatore, un regolatore di forze, qualcuno che doveva scomparire
dietro la partitura. Anche quando esistevano personalità fortissime – Arturo
Toscanini, Wilhelm Furtwängler, Herbert von Karajan – il centro simbolico
restava la musica. Il direttore era potente, talvolta autoritario, ma la sua
autorità derivava dal testo musicale, non dalla propria immagine. Oggi, invece,
assistiamo a una personalizzazione sistematica del gesto musicale, in cui il
direttore diventa il vero protagonista del racconto. Il venezuelano Gustavo
Dudamel è forse l’esempio più evidente di questa trasformazione. Non è soltanto
il direttore della Los Angeles Philharmonic o una bacchetta di successo
internazionale: è un simbolo politico e culturale, una storia di riscatto
sociale, un volto che comunica entusiasmo, inclusione e ottimismo. Il direttore
greco-russo Teodor Currentzis, al contrario, costruisce un’immagine radicale,
quasi antagonista: abiti scuri, dichiarazioni provocatorie, interpretazioni
estreme, un’estetica che flirta apertamente con il marketing dell’eccesso.
Oppure sir Antonio Pappano, che negli ultimi anni ha incarnato un modello
diverso ma altrettanto mediatico: il direttore-divulgatore, capace di spiegare
la musica in televisione, di parlare al grande pubblico senza rinunciare al
prestigio delle grandi istituzioni. E accanto a loro si muovono figure come sir
Simon Rattle, Yannick Nézet-Séguin, Kirill Petrenko, Riccardo Chailly o
Esa-Pekka Salonen: direttori diversissimi tra loro, ma accomunati dal fatto che
oggi il loro nome è spesso più decisivo del repertorio che affrontano. Si va ad
ascoltare Rattle che dirige Mahler, Petrenko che dirige Wagner, Nézet-Séguin che
dirige Bruckner. La musica resta la stessa, ma il focus narrativo si sposta
sull’interpretazione come evento in sé.
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PRESENTAZIONE DELLA STAGIONE 2018/2019 DELLACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA
ANTONIO PAPPANO
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Ora, questo fenomeno non nasce dal nulla. La musica classica vive da tempo una
crisi di visibilità, di rinnovamento del pubblico e di legittimazione simbolica.
In un ecosistema mediatico dominato da storie personali, volti riconoscibili e
narrazioni emozionali, promuovere un’opera astratta, scritta da un uomo morto
due secoli fa, è oggettivamente difficile. Il direttore diventa allora il punto
di accesso emotivo: qualcuno che può essere raccontato, fotografato, seguito sui
social o intervistato. In altre parole, un brand. Non è un caso che molte
istituzioni investano sempre più sulla comunicazione dell’interprete, spesso più
che sulla propria identità artistica o sulla storia dell’orchestra. Da un lato,
sarebbe miope negare i risultati positivi di questo processo. Il carisma di
alcuni direttori ha effettivamente avvicinato nuovo pubblico alla musica
classica. Concerti esauriti, attenzione mediatica, una maggiore presenza nel
dibattito culturale: segnali concreti di vitalità. Dall’altro lato, però, si
pone una questione più sottile e forse più inquietante: cosa accade all’ascolto
quando l’interpretazione diventa spettacolo? Quando il gesto, il corpo,
l’immagine del direttore rischiano di essere percepiti come più importanti del
suono che producono? La musica classica è, per sua natura, un’arte mediata: non
esiste senza interpreti. Ma esiste una differenza fondamentale tra mediazione e
protagonismo. La prima aiuta l’ascoltatore a entrare nell’opera; il secondo
rischia di sostituirsi ad essa. Sempre più spesso il pubblico sembra andare a
“vedere” un direttore, più che ad ascoltare una sinfonia. E anche il linguaggio
critico ne risente: recensioni che parlano di visione, gesto, intenzione,
carisma, a volte più che di equilibrio sonoro, timbro, struttura formale. La
partitura sembra talvolta diventare un pretesto, una piattaforma su cui il
direttore costruisce la propria identità artistica.
Questo non significa che l’interpretazione debba essere neutra o anonima. Al
contrario: la storia della musica è fatta di letture divergenti, di scelte
forti, di visioni personali. Ma oggi sembra essersi rotto un equilibrio. La
domanda implicita non è più “come suona Beethoven?”, bensì “come quel direttore
suona Beethoven?”. Il rischio è che l’opera perda la sua autonomia simbolica e
venga ridotta a contenuto, adattabile e plasmabile secondo le esigenze narrative
dell’interprete. Questo slittamento solleva una domanda cruciale: l’opera
musicale conserva ancora una propria autonomia, o diventa materia plasmabile
secondo le esigenze narrative dell’interprete? Quando si parla di “un Beethoven
di Currentzis” o di “un Wagner di Petrenko”, si sta celebrando una ricchezza
interpretativa o si sta implicitamente accettando che la musica esista solo
attraverso chi la dirige?
C’è poi un aspetto più ampio, quasi antropologico, che riguarda il rapporto tra
musica classica e cultura contemporanea. Viviamo in un’epoca che fatica a
riconoscere valore a ciò che non ha un volto, una biografia, un’identità emotiva
immediatamente spendibile. Il direttore diventa allora una figura rassicurante:
qualcuno che “ci guida”, che prende decisioni, che incarna un’autorità visibile
in un mondo frammentato. In questo senso, il successo del direttore-star parla
anche di un bisogno di leadership simbolica, di una nostalgia per ruoli chiari e
gerarchie riconoscibili. Non è un caso che molti direttori oggi siano chiamati a
parlare di politica culturale, educazione e futuro della società, ben oltre il
perimetro della musica. Ma l’orchestra, per sua natura, è un organismo
collettivo. Il suono nasce da una complessa rete di relazioni, ascolti
reciproci, compromessi, responsabilità condivise. Concentrando tutta
l’attenzione su una sola figura, si rischia di tradire questa dimensione
collettiva e di alimentare dinamiche di mercato problematiche: cachet sempre più
alti per pochi nomi, precarietà per molti musicisti e programmazioni
conservative per non mettere a rischio il “prodotto”.
Ora, la centralità del direttore d’orchestra non è né un male assoluto né una
semplice evoluzione naturale. È un sintomo. Racconta come la musica classica
stia cercando di sopravvivere in un mondo che chiede storie più che opere, volti
più che idee, esperienze più che ascolto. La vera domanda, forse, non è se
questo modello funzioni oggi, ma fino a che punto sia sostenibile senza
snaturare ciò che rende la musica classica ancora necessaria: la sua capacità di
parlare senza bisogno di un protagonista, di esistere oltre chi la interpreta,
di chiedere attenzione più che consenso. Se il direttore diventa troppo
visibile, il rischio non è solo che oscuri il compositore, ma che ci
dimentichiamo perché siamo lì: non per assistere a una performance di
leadership, ma per ascoltare una musica che, da secoli, continua a dirci
qualcosa proprio perché non appartiene a nessuno.
L'articolo Al concerto per “vedere il maestro” o per “ascoltare la sinfonia”?
L’epoca del direttore-star: come e perché oggi è cambiato il modo di fruire la
musica classica dal vivo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Musica Classica
Chi frequenta la classica sa bene chi è Maurizio Baglini. Pianista esimio, a suo
agio nei repertori più impervi ed esigenti, dotato di una felina destrezza nel
passare dalle sonorità delicatissime alle esplosioni più drammatiche. Non lo
sentivo da qualche anno. È stato un gran piacere riascoltarlo. Lo dico senza
mezzi termini: è più maturo ancora, agguerritissimo sul piano tecnico,
impeccabile dal punto di vista interpretativo.
Il Concerto ha aperto il ciclo MIA (Musica Insieme in Ateneo), uno dei tanti
filoni della benemerita associazione bolognese “Musica Insieme”, presieduta
dall’infaticabile Alessandra Scardovi, alacremente coadiuvata da Fulvia De
Colle. Come di consueto, i musicisti di MIA si esibiranno anche al S. Orsola di
Bologna, per trasformare, come scrive Scardovi, “gli spazi del Policlinico in
luogo di ascolto e di incontro”.
MIA offre quest’anno agli studenti dell’Università cinque concerti: quello con
Baglini si è svolto in collaborazione con il Centro La Soffitta del Dipartimento
delle Arti (in capo ai docenti Anna Scalfaro, Silvia Bruni e Matteo Paoletti).
L’Arabeske op. 18 e il Carnaval op. 9 di Robert Schumann figuravano in testa al
programma. Gli anni tra il 1835 e il 1840 sono quelli in cui Robert prodiga a
piene mani composizioni pianistiche costituite da pezzi brevi; nel 1840 saranno
invece i Lieder a sbocciare uno dopo l’altro dalla sua fertile creatività.
Baglini affronta il compositore romantico con l’acribia del filologo e la
delicatezza del poeta.
L’attacco della Arabeske è memorabile. Le note sgorgano come gocce di rugiada:
opalescenti, senza peso, onuste di riflessi alabastrini. Man mano, il tessuto
musicale s’ingrossa, le linee s’intersecano: e l’ascoltatore le può seguire
tutte, una per una. Il Carnaval di Baglini è un miracolo: forse il vertice
interpretativo della serata. Il ciclo caratteristico di Schumann è complesso, ad
onta di una semplicità apparente. Passa dallo scherzo alla malinconia,
dall’eccitazione al sorriso evasivo, dall’ambiguità sorniona alla chiarezza
smagliante, il pianista ha il perfetto controllo della tastiera: non una
sbavatura, non un tentennamento nell’uso dei colori, scattante negli scarti e
nelle sinuosità della scansione temporale. I contrasti stilistici di Eusebio e
Florestano, Pierrot e Arlecchino, Pantalone e Colombina risaltano nitidi;
Coquette è un prodigio di ammiccamenti, la Marcia dei Davidsbündler contro i
Filistei un portento di forza fisica e morale.
Non è meno attraente l’interpretazione dell’Ouverture del Guillaume Tell di
Rossini trascritta per pianoforte da Franz Liszt (1838). Qui il virtuosismo è
spinto a livelli impressionanti. Dodici minuti da brivido: un attacco quasi
etereo, tra le cime del lago dei Quattro Cantoni, poi lo scatenamento di scrosci
sonori fragorosi, giochi sulla tastiera, dialoghi serrati fra le due mani; a
metà, da lontano, il richiamo del corno inglese che spalanca panorami immensi,
spirituali, indi gli squilli delle trombe che introducono l’apoteosi finale. Con
perfetto controllo Baglini passa dalla morbidezza al tripudio gioioso, dal
lirismo al fragore convulso. L’ascoltatore rimane coinvolto in una marea
montante di suoni, che si placa quando l’applauso liberatorio finalmente
esplode.
Anche della Polonaise in La bemolle op. 53 di Chopin il pianista dà
un’interpretazione altissima. La composizione coniuga al virtuosismo esasperato
un canto talvolta interiore, talaltra a squarciagola, sempre appassionato.
Elementi difficili da coniugare, che Baglini domina in una lezione di gran
classe. La composizione reca un titolo editoriale apocrifo, “Eroica”, che è
stato assunto dal concerto. Esso risuona anche nel brano di Brian Eno e David
Bowie Heroes, eseguito assieme a Space Oddity e Life on Mars, un territorio che
esula dalla ‘classica’: nella trascrizione pianistica, in assenza della voce e
delle parole, emerge piacevolmente la struttura di fondo minimalista.
La rassegna di Musica Insieme in Ateneo procederà mercoledì 18 febbraio con la
consueta esibizione del Collegium Musicum Almae Matris, diretto da Alissia
Venier; mercoledì 11 marzo con “Note di Pace”, anteprima italiana dell’album
Kanjiru (2025) con Aheam Ahmad, pianoforte e voce, Tobias Schulte, batteria e
percussioni; mercoledì 1° aprile avremo “Musica differenziata” con l’ensemble
Teatranti Percussioni; mercoledì 15 aprile il pianista Carlo Boccadoro eseguirà
Underwater di Ludovico Einaudi. Un ciclo vario, dunque, del quale l’Ateneo di
Bologna può andar fiero.
L'articolo Musica Insieme in Ateneo: Maurizio Baglini incanta Bologna con
Schumann, Chopin e un omaggio a David Bowie proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando si parla di musica spagnola, prima del Novecento, il racconto è
frammentario. Ci sono grandi interpreti, splendidi autori per pianoforte, ma
manca una figura capace di dare alla Spagna una voce riconoscibile sulla scena
internazionale, paragonabile a quella che Debussy ha dato alla Francia o Bartók
all’Ungheria. Ebbene, questa figura è Manuel de Falla, nato a Cadice il 23
novembre 1876, centocinquant’anni fa. Celebrarlo oggi significa raccontare non
solo un compositore, ma un’idea di cultura: come una tradizione può diventare
linguaggio moderno senza trasformarsi in folklore di maniera.
Cadice non è un dettaglio biografico. È una città di mare, aperta ai traffici e
alle contaminazioni, dove convivono canti popolari, ritmi andalusi, influenze
arabe e memorie d’oltremare. De Falla cresce in questo ambiente e studia musica
seriamente, prima nella sua città e poi a Madrid. Qui incontra Felipe Pedrell,
musicologo e compositore che sostiene una tesi allora rivoluzionaria: la musica
spagnola deve rinascere partendo dalle proprie radici storiche e popolari, ma
con strumenti compositivi rigorosi, non con semplici citazioni pittoresche. È
una lezione decisiva. Il primo grande banco di prova per De Falla è l’opera in
due atti La vida breve (La vita breve, 1905-1913). La storia è semplice e
tragica: una giovane donna, Salud, muore di dolore dopo essere stata abbandonata
dall’uomo che ama. Ma ciò che colpisce non è la trama, bensì il modo in cui De
Falla la racconta. L’ambientazione andalusa non è un pretesto esotico: i canti
popolari, i ritmi di danza, le armonie aspre diventano parte integrante della
struttura musicale. L’orchestra è tesa, nervosa, priva di compiacimenti
romantici. È una Spagna vera, aspra, lontana dalle cartoline turistiche. Con
quest’opera De Falla dimostra, di fatto, che la musica spagnola può essere
moderna senza rinnegare le proprie radici.
La svolta definitiva arriva con il trasferimento a Parigi nel 1907. Qui De Falla
entra in contatto con Debussy e Ravel. Dalla musica francese apprende una
lezione fondamentale: il colore sonoro non serve a decorare, ma a costruire la
forma. Nasce così una delle sue opere più amate, Noches en los jardines de
España (Notti nei giardini di Spagna), 1909-1915. Non è un concerto per
pianoforte tradizionale: il pianoforte non domina l’orchestra, ma dialoga con
essa, come una voce tra le altre. I “giardini” evocati non sono luoghi reali,
bensì stati d’animo, ricordi, atmosfere. La musica suggerisce il profumo della
notte, il suono lontano dell’acqua, il calore del sud. È un esempio perfetto di
come De Falla riesca a trasformare l’identità spagnola in un linguaggio
universale.
Con El amor brujo (L’amore stregone), del 1915, De Falla compie un passo
ulteriore. Questo balletto in un atto e due scene racconta una storia di
passioni, gelosie e spiriti inquieti in una comunità gitana. La celebre Danza
ritual del fuego (Danza rituale del fuoco) è spesso ascoltata come un brano
travolgente e immediato, ma dietro quella forza c’è un lavoro raffinatissimo. Il
ritmo diventa ossessione, il ripetersi delle figure musicali crea un senso di
rito arcaico. Il flamenco qui non è più musica da intrattenimento: è materia
drammatica, quasi sacra. De Falla mostra dunque che la tradizione popolare può
diventare arte colta senza perdere la propria energia originaria. Pochi anni
dopo arriva El sombrero de tres picos (Il cappello a tre punte), balletto in un
atto del 1919 commissionato dai Ballets Russes di Sergej Diaghilev, con scene di
Pablo Picasso. È la sua opera più solare e ironica. Racconta una storia
popolare, fatta di equivoci e seduzioni, e la scrittura orchestrale è
brillantissima, piena di ritmo e colori. Qui la Spagna dialoga apertamente con
l’avanguardia europea. De Falla infatti è perfettamente consapevole delle
ricerche di Igor Stravinskij sviluppate a partire dal balletto de La Sagra della
primavera (1913): l’uso del ritmo come elemento portante della musica, la
ripetizione di brevi cellule, le accentazioni irregolari e la costruzione
dell’orchestra per blocchi sonori,. E tuttavia rielabora queste innovazioni a
partire dalle danze e dai ritmi spagnoli, creando un linguaggio personale,
immediatamente riconoscibile ed internazionale.
Negli anni Venti, tuttavia, il suo stile cambia. Diventa più concentrato,
essenziale, severo. El retablo de maese Pedro (Il teatro dei burattini di
maestro Pietro), ispirato a un episodio del Don Chisciotte, è un’opera per
marionette e piccolo ensemble del 1923. Qui De Falla attinge persino alla musica
medievale iberica dei vari Cancioneros (canzonieri), accostandola alla
tradizione popolare spagnola e fondendo questi materiali con la sua
inconfondibile maestria. La scrittura per gli strumenti a fiato aderisce con
precisione alle scene rappresentate, mentre le percussioni intervengono
costantemente a evidenziarne il movimento e la vivacità. Ogni suono è calibrato,
ogni effetto controllato. Non c’è nulla di superfluo. Anche la Fantasia Baetica
per pianoforte del 1919 (la Baetica era una provicincia romana corrispondente
all’attuale Andalusia) segue questa direzione: una musica aspra, percussiva, che
sembra anticipare molte ricerche del secondo Novecento. De Falla in questi anni
cerca pertanto una purezza espressiva che lo allontana progressivamente dalla
scena pubblica.
Ma la storia irrompe con violenza nella sua vita e con lui il destino della
musica spagnola. La guerra civile, scoppiata nel 1936, non è soltanto uno
scontro politico e militare, ma una frattura profonda della vita culturale del
Paese. Con la vittoria di Francisco Franco nel 1939 si instaura un regime
autoritario che mira a controllare l’espressione artistica, riducendola a
strumento di propaganda o a veicolo di un’identità nazionale semplificata e
retorica. In questo contesto, la figura di De Falla diventa immediatamente
problematica: troppo libera, troppo legata a un’idea di cultura come ricerca e
responsabilità morale. Sceglie così l’esilio in Argentina: una decisione
sofferta ma coerente. Non si tratta di una fuga né di un gesto clamoroso, ma di
un silenzioso rifiuto. A Buenos Aires conduce una vita appartata, quasi
ascetica, lontana dai centri del potere e dai circuiti mondani. Qui lavora
ossessivamente ad Atlántida, ispirata al poema catalano del 1877 di Jacint
Verdaguer. È un’opera imponente per solisti, coro e grande orchestra, che guarda
a un tempo mitico e simbolico: la leggenda di Atlantide diventa metafora di una
civiltà perduta, di una Spagna ideale e universale, lontana dalle lacerazioni
del presente. Dal punto di vista musicale, Atlántida segna un ulteriore
irrigidimento del linguaggio: armonie arcaizzanti, linee vocali solenni, una
scrittura corale monumentale che sembra cercare un ordine superiore, quasi
metafisico. Rimasta incompiuta alla sua morte nel 1946, l’opera è anche il
simbolo di una storia spezzata, di una continuità culturale interrotta.
Nel frattempo la Spagna franchista (1939-1975) entra in una lunga fase di
isolamento. Nei primi decenni del regime, la musica colta vive una sorta di
congelamento. Le istituzioni promuovono un’estetica rassicurante, legata a
un’idea folcloristica e idealizzata della tradizione: danze regionali, melodie
riconoscibili, linguaggi tonali semplificati. La complessità, l’ambiguità e il
conflitto (elementi centrali nella musica di De Falla) vengono guardati con
sospetto. Molti compositori scelgono pertanto l’esilio, mentre altri si
rifugiano in una prudente neutralità espressiva. Una figura chiave di questo
periodo è Roberto Gerhard (1896-1970), costretto all’esilio in Inghilterra in
quanto sostenitore della causa repubblicana durante la guerra civile. Allievo
diretto di Arnold Schoenberg, Gerhard rappresenta un caso emblematico:
profondamente spagnolo nella sensibilità ritmica e timbrica, ma totalmente
immerso nelle tecniche della Seconda Scuola di Vienna. Nelle sue opere seriali
infatti (come la Sinfonia n. 3 o le Sei canzoni popolari catalane per voce e
orchestra) la dodecafonia non è mai un esercizio astratto, ma uno strumento per
rielaborare materiali popolari in forme nuove. E anche per questo motivo
strettamente musicale infatti, fino alla morte di Franco, la sua musica fu
praticamente proibita in Spagna. Gerhard dimostra però che l’eredità di De
Falla, cioè l’idea di una tradizione trasformata e non citata, può sopravvivere
anche fuori dai confini nazionali.
Ma la vera svolta interna arriva solo a partire dagli anni Sessanta, quando una
nuova generazione di compositori nati tra il 1924 e il 1938 riesce a
riallacciare i rapporti con l’Europa contemporanea. Cristóbal Halffter, Luis de
Pablo, Manuel Moreno-Buendia e altri, spesso riuniti sotto l’etichetta di
Generación del 51 (anno in cui i membri principali del gruppo terminarono gli
studi accademici al Conservatorio di Madrid), rompono apertamente con il
linguaggio conservatore imposto dal regime. Introducono in Spagna il serialismo,
le tecniche aleatorie, l’elettronica, il pensiero strutturale della musica del
dopoguerra. Yes, Speak Out, Yes di Halffter (1968), ad esempio, scritto per
coro, orchestra e nastro magnetico è una composizione nata come risposta alla
repressione politica franchista e utilizza testi di protesta tratti da autori
come Kafka per trasformare la musica in atto di denuncia. Oppure Iniciativas
(Iniziative) di Luis de Pablo (1965), che esplora timbri, densità e dinamiche,
con suoni isolati, improvvise esplosioni orchestrali e un ampio uso del silenzio
come elemento strutturale. Ecco, queste opere mostrano una musica aspra,
intellettualmente impegnata, spesso politicamente allusiva. Qui l’eredità di De
Falla non è più riconoscibile sul piano stilistico, ma su quello etico: l’idea
che la musica debba interrogare il proprio tempo, non semplicemente decorarlo.
Con la morte di Franco nel 1975 e la transizione democratica, la musica spagnola
entra in una fase di pluralismo radicale. Le generazioni successive non sentono
più il bisogno di contrapporsi a un’estetica ufficiale, ma possono esplorare
liberamente una molteplicità di linguaggi. È in questo contesto che emergono
figure oggi centrali nel panorama internazionale. Mauricio Sotelo (1961-), ad
esempio, costruisce gran parte del suo lavoro sul dialogo con il flamenco. In
opere come De oscura llama (Fiamma oscura) per voce e ensemble (2008), la
tradizione diventa materia instabile, continuamente reinventata. Il canto
flamenco viene scomposto nei suoi elementi fondamentali (melisma,
microintervalli, tensione ritmica) e integrato in un linguaggio colto che guarda
allo spettralismo e alla ricerca timbrica. Non c’è citazione folklorica, ma una
vera analisi del suono flamenco come fenomeno strutturale. Elena Mendoza (1973-)
rappresenta invece una delle voci più originali delle generazioni più recenti.
La sua musica integra teatro, gesto, parola ed elettronica, superando i confini
tradizionali del concerto. Opere di teatro musicale come La ciudad de las
mentiras (La città delle bugie, 2011-2014) o Der Fall Babel (La caduta di
Babele, 2017-19) mettono in scena una drammaturgia del suono che riflette la
frammentazione dell’esperienza contemporanea. Anche qui, il legame con De Falla
non è stilistico, ma concettuale: l’idea che la musica debba essere
un’esperienza totale, capace di coinvolgere più livelli di percezione. Accanto
alla musica strettamente contemporanea, va ricordato anche il lavoro di figure
come Jordi Savall (1941-), che hanno contribuito a ridefinire l’identità
musicale spagnola attraverso il recupero filologico del repertorio antico. Le
sue interpretazioni della musica rinascimentale e barocca iberica hanno
restituito profondità storica a una tradizione spesso ridotta a stereotipo. In
questo senso, anche il recupero del passato diventa un atto di modernità.
Oggi dunque la musica colta spagnola si presenta come un mosaico complesso,
fatto di linguaggi differenti, spesso lontani tra loro, ma accomunati da una
consapevolezza condivisa: l’identità non è una formula fissa, ma un processo.
Nell’era globale, in cui i linguaggi tendono a uniformarsi, la lezione di Manuel
de Falla appare più attuale che mai. La sua musica ci insegna che essere
universali non significa rinunciare alle proprie radici, ma conoscerle a fondo
per trasformarle. È questa tensione, tra memoria e invenzione, che continua a
dare alla musica spagnola una voce riconoscibile, viva, necessaria.
L'articolo Spagna, la musica oltre il folklore: Manuel de Falla, il compositore
che trasformò l’identità di un Paese in un linguaggio universale proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Giornalista, scrittore, studioso, critico musicale nel significato più puro,
della tradizione più classica, della “vecchia” e autorevolissima scuola. E poi
insegnante, archivista, conduttore radiofonico, collaboratore e consulente di
teatri e istituzioni musicali. E’ morto a 76 anni Angelo Foletto, firma di
Repubblica, per oltre venticinque anni presidente dell’Associazione nazionale
critici musicali. Era nato nel 1949 a Pieve di Ledro, in Trentino.
“Inflessibile, solerte a qualsiasi sollecitazione culturale – lo descrive
Repubblica nel suo ricordo sulla versione online del giornale -. Profondo nel
voler scandagliare le manifestazioni concertistiche che arricchiscono il nostro
vivere quotidiano, senza mai essere assente. Con raro spirito di servizio e
inattaccabile volontà di fotografare la realtà. Afferrando gli eventi e mordendo
la carta riga per riga, con il passo lento ma deciso dello scalatore di montagna
che svelava le sue lontane origini trentine, alpine e rupestri”. Il Teatro alla
Scala dedicherà ad Angelo Foletto il concerto sinfonico in programma venerdì
sera, diretto da Riccardo Chailly. “Un critico di rara profondità – ricorda
Chailly -, sempre capace di comprendere i motivi di scelte di repertorio anche
apparentemente scomode negli ultimi anni scaligeri, fino alla recente Lady
Macbeth di Šostakovič. Ma soprattutto un amico con cui abbiamo condiviso un
lunghissimo percorso, dai giochi dell’infanzia agli anni del Conservatorio fino
al confronto costante che ci ha tenuti vicini negli ultimi anni”. Un ricordo
commosso e pieno di gratitudine – si legge in una nota della Scala – per gli
anni, per qualcuno decenni, passati insieme ad ascoltare, discutere, sentire e
dissentire viene anche dall’Ufficio Stampa, dall’Ufficio Edizioni e dalla
redazione della Rivista del teatro.
Il cordoglio attraversa tutte le più importanti istituzioni culturali, musicali
e teatrali: Fondazione Paolo Grassi, Fondazione Pergolesi, Arena di Verona,
Biennale di Venezia, Società del Quartetto di Milano.
“Tutto andava bene per analizzare la serata di musica, passata alla lente
d’osservazione con analisi e ricerche – continua Repubblica -. Ma forse il modo
più nitido per ricordarlo è la sua radicata passione per l’attività del Coro
della Sat di Trento, che lo ha visto appassionato divulgatore della tradizione
dei canti degli alpini e componente della Fondazione Coro Sat. Canti popolari e
di montagna che aveva ascoltato da ragazzo nella sua Pieve di Ledro e in qualche
modo rispecchiavano questa densa impronta caratteriale. Rude, materica, talora
aspra, ma con una genuinità vera che si manifestava regolarmente nei fugaci
incontri del dopo-concerto”.
Foletto si era laureato in lettere moderne alla Statale di Milano ma aveva
voluto incentrare la sua tesi su Stiffelio e Aroldo di Giuseppe Verdi, impronta
della lunga carriera che verrà, aperta tra l’altro anche dallo studio in
conservatorio a Milano, intitolato come noto proprio al compositore di Busseto.
Foletto iniziò a scrivere su Discoteca Hi-Fi, Musica e Musica viva, dopo aver
lavorato all’archivio musicale dell’Angelicum, del Teatro alla Scala, della Casa
Musicale Sonzogno. In conservatorio – a Verona, a Piacenza e proprio a Milano –
ha insegnato Storia della musica per oltre vent’anni, dal 1981 al 2006. A
Repubblica è arrivato nel 1978 e lì è rimasto fino agli ultimi tempi,
partecipando anche all’ideazione delle storiche collane di musica classica del
Gruppo l’Espresso. Ma il suo nome si è legato anche a numerose riviste
specializzate: è stato vicedirettore di Musica Viva, ha scritto su Suonare News,
Classic Voice, Amadeus, il Giornale della musica. Ha firmato programmi di sala
nei teatri, ha curato voci musicali per encoclopedie, ha collaborato con radio e
tv di Rai e Mediaset. E’ autore, tra l’altro, del libro-intervista Carlo Maria
Giulini, di Ho piantato tanti alberi – Claudio Abbado ritratti recensioni
interviste e La musica non si ferma. Maurizio Pollini, pianoforte e battaglie
civili (entrambi editi dalla LIM).
Lascia la moglie Anelide Nascimbene, docente di Storia della Musica al
Conservatorio Verdi di Milano, e la figlia Angelica. “La Milano della musica non
sarà più la stessa” sottolinea il sovrintendente della Scala Fortunato
Ortombina. “Foletto ha attraversato l’Italia come un cantastorie con la missione
di raccontare la musica. – ricorda – L’ho incontrato dappertutto: per la prima
volta a Parma, al Teatro Farnese, quando ero ancora studente, e poi in tutti i
teatri che ho visitato. Foletto ha saputo raccontare la musica come letteratura
nazionale, e in questo senso la cultura italiana e noi tutti gli dobbiamo
molto”.
L'articolo Morto Angelo Foletto, addio a uno dei più autorevoli critici
musicali. La Scala gli dedica il concerto proviene da Il Fatto Quotidiano.
La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi ha rotto per la prima volta il
silenzio sulla mobilitazione dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice di
Venezia, che dal 22 settembre scorso protestano contro la sua nomina a
direttrice musicale stabile a partire dal prossimo mese di ottobre perché non
avrebbe un curriculum all’altezza del prestigio dell’istituzione veneziana.
L’occasione è stata la conferenza a Pisa per presentare “Carmen” di Georges
Bizet, terzo titolo della stagione lirica 2025/26 firmata dal direttore
artistico Marco Tutino, opera che dirigerà venerdì 23 e domenica 25 gennaio al
Teatro Verdi. “Dico soltanto che sono così raccomandata che lavoro praticamente,
esclusivamente all’estero e che di questa vicenda parlerò a tempo debito.
Chiuderei al momento con una battuta calcistica che faceva spesso l’allenatore
di calcio Vujadin Boskov: ‘la partita è chiusa solo quando l’arbitro fischia’”,
ha detto la Venezi.
“Ero impegnata per lavoro dall’altra parte del mondo e non ho seguito molto le
polemiche – ha aggiunto -. Avrei potuto intervenire commentando l’immagine che
il Teatro La Fenice ha dato di sé a livello internazionale con questa vicenda,
perché nella narrazione manca ciò che se ne dice all’estero: ci si chiede
infatti come sia possibile che un teatro o una fondazione finanziata con fondi
pubblici dello Stato sia di fatto gestita dai sindacati, in un contesto che
appare totalmente anarchico. In alternativa, avrei potuto limitarmi a commentare
le spillette della protesta: personalmente le avrei fatte un po’ più stilizzate,
magari anche con uno Swarovski”.
Al termine della conferenza stampa, ai giornalisti che le hanno chiesto un
parere sui presunti fraintendimenti con gli orchestrali della Fenice, Venezi ha
risposto: “Quali fraintendimenti? Io non ho ancora messo piede a Venezia. Questa
direzione a Pisa è un piacevole ritorno per me in Italia e sarà una breve
parentesi insieme alle prossime due settimane a Trieste, con ‘Ascesa e caduta
della città di Mahagonny’, poi tornerò all’estero prima a Montevideo per una
‘Carmen’ e poi al Teatro Colon di Buenos Aires per l’inaugurazione della
stagione con ‘Cavalleria e Pagliacci’. Per impegni e per scelte non ho parlato
fino a questo momento della vicenda della Fenice e sto aspettando il momento
giusto. Ci sono tanti elementi di cui parlare che ancora non sono entrati nella
narrazione di questa vicenda”.
L'articolo “Com’è possibile che un teatro finanziato con fondi dello Stato sia
gestita dai sindacati?”: Beatrice Venezi risponde alle proteste della Fenice
contro la sua nomina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Shanghai oggi non è soltanto una metropoli che corre più veloce delle altre: è
uno dei luoghi in cui la musica classica sta cambiando pelle. Entrare in una
sala da concerto della città significa assistere a una mutazione silenziosa ma
profonda del sinfonismo europeo. Le forme sono riconoscibili, il linguaggio
pure, ma il contesto, il pubblico e persino il modo di costruire una stagione
raccontano un’altra storia. Non una semplice importazione di modelli
occidentali, bensì la nascita di un ecosistema musicale nuovo, consapevole e
strutturato, che guarda al futuro senza complessi di inferiorità.
Negli ultimi vent’anni la Cina è passata da mercato periferico a protagonista
globale della musica classica. Oggi il Paese conta oltre ottanta orchestre
professionali, decine di conservatori di eccellenza e un pubblico che cresce a
ritmi sconosciuti all’Europa. E Shanghai è il cuore di questo sistema. La sua
orchestra sinfonica, fondata nel 1879 e rilanciata in chiave contemporanea negli
anni Novanta, è oggi una delle più attive al mondo, con stagioni che superano i
cento concerti annui. Accanto alla Shanghai Symphony Orchestra operano anche la
Shanghai Philharmonic, numerosi ensemble da camera, orchestre universitarie e
formazioni dedicate alla musica contemporanea. Non si tratta di una
proliferazione caotica, ma di una rete coordinata, sostenuta da politiche
culturali precise e da un pubblico pronto a seguirla.
La vera novità però non è solo quantitativa, ma qualitativa, e riguarda il modo
in cui vengono pensati i programmi. Una stagione sinfonica-tipo a Shanghai non è
costruita per “iniziare” il pubblico a Mozart o Beethoven, come spesso accade in
Europa, ma per dialogare con ascoltatori già competenti, curiosi e disposti a
rischiare. Nei cartelloni convivono cicli mahleriani, integrali beethoveniane,
grandi pagine tardo-romantiche e programmi tematici che mettono in relazione
repertorio occidentale e musica cinese contemporanea. Un concerto può affiancare
una sinfonia di Brahms a una nuova commissione ispirata alla poesia classica
cinese, oppure aprirsi con una pagina di un compositore vivente per poi
culminare in Stravinskij o Bartók. La presenza di compositori cinesi
contemporanei, infatti, è una costante, non un’eccezione. Tan Dun, Qigang Chen,
Li Huanzhi, Wu Houyuan, Lu Zaiyi, Chen Gang non compaiono come quota
“identitaria”, ma come parte integrante del discorso musicale globale. Le loro
opere dialogano con Debussy, Messiaen o Shostakovich, mostrando come la
scrittura sinfonica occidentale possa assorbire scale pentatoniche, timbri
tradizionali e concezioni temporali diverse senza perdere coerenza.
Non è folklore: è una nuova grammatica musicale che prende forma stagione dopo
stagione, attraverso commissioni, prime esecuzioni e cicli dedicati alla musica
del XXI secolo. Questa convivenza tra scrittura sinfonica europea e tradizione
cinese risulta chiara se consideriamo alcuni brani di compositori cinesi che
saranno eseguiti durante la stagione sinfonica di quest’anno. In Red Plum
Capriccio (1980), ad esempio, Wu Houyuan utilizza l’erhu (violino a due corde
della tradizione popolare) come vero protagonista concertante, inserendolo
all’interno di una forma che richiama il concerto solistico di tradizione
europea. L’orchestra non si limita ad accompagnare, ma dialoga con lo strumento
solista secondo una logica drammaturgica tipicamente sinfonica: esposizione,
tensione, rilascio. Tuttavia, la voce dell’erhu porta con sé un modo di
fraseggiare profondamente diverso da quello degli archi occidentali. I
glissandi, le flessioni microtonali e l’uso espressivo del vibrato derivano
direttamente dalla prassi esecutiva tradizionale cinese e trasformano la
struttura del concerto occidentale dall’interno. Il risultato non è un innesto
esotico, ma una ridefinizione del ruolo del solista, che parla una lingua
timbrica diversa pur muovendosi dentro una grammatica formale riconoscibile.
Diverso ma complementare è l’approccio di Qigang Chen in Er Huang, for piano and
orchestra (2009). Qui il dialogo con l’Occidente non passa attraverso uno
strumento tradizionale, ma attraverso la concezione del tempo e della forma. Il
riferimento allo stile erhuang dell’Opera di Pechino (approccio melodico del
teatro cinese per definire il tono malinconico di una scena) non si traduce in
citazione folklorica, ma in un’assimilazione profonda dei materiali melodici e
gestuali: linee flessibili, di natura pentatonica e declamatoria, conservano un
legame con il canto e l’oralità tradizionale. Chen adotta la struttura del
concerto occidentale, con il pianoforte come polo drammatico centrale, ma ne
dilata i processi: lo sviluppo tematico non procede per conflitto e risoluzione,
bensì per trasformazioni graduali, ritorni e sospensioni. Il tempo musicale
tende a essere circolare e contemplativo, più vicino alla sensibilità della
tradizione cinese che alla dialettica classica europea. L’uso delle tecniche
armoniche, delle progressioni cromatiche e di elementi ritmici e timbrici
mutuati dalla scuola francese (pensiamo all’influenza di Debussy o Messiaen)
arricchisce la superficie orchestrale, producendo un suono che appare al tempo
stesso familiare e originale. Ne nasce un linguaggio in cui la forma occidentale
accoglie una diversa percezione del tempo, dando vita a una musica insieme
globale e intimamente radicata.
Queste due composizioni ci mostrano dunque come la musica sinfonica a Shanghai
non funzioni più per contrapposizioni tra Oriente e Occidente. La forma
concerto, l’orchestra moderna e il linguaggio sinfonico restano il quadro di
riferimento, ma vengono attraversati da gesti, timbri e concezioni temporali che
provengono dalla tradizione cinese.
Ma torniamo ai cartelloni della stagione. Anche il Novecento europeo, spesso
considerato “difficile” per il pubblico occidentale, trova a Shanghai uno spazio
sorprendentemente centrale. Schoenberg, Berg, Ligeti o Lutosławski vengono
programmati senza eccessive cautele, inseriti in contesti che ne facilitano la
comprensione attraverso accostamenti intelligenti e introduzioni mirate. La
logica curatoriale non è rassicurare, ma stimolare. Il pubblico non è trattato
come un neofita da accompagnare con prudenza, ma come un interlocutore attivo,
capace di confrontarsi con linguaggi complessi. Anche la struttura dei concerti
riflette questo approccio. Molti programmi durano meno rispetto alle
tradizionali serate europee, ma sono più densi: un’ora e mezza con intervallo e
introduzioni dal vivo affidate a musicisti, direttori o musicologi. In alcuni
casi vengono utilizzati supporti visivi o testi proiettati per contestualizzare
le opere. La formalità dunque resta, ma è alleggerita: il rituale del concerto
non viene smantellato, bensì adattato a un pubblico che vive la musica come
esperienza culturale, non come cerimonia intoccabile.
Ma questo pubblico non nasce dal nulla. È il prodotto di un sistema educativo
capillare che ha fatto del repertorio classico uno strumento di formazione
sociale. Milioni di bambini studiano pianoforte o violino fin dall’infanzia.
Anche se solo una minima parte diventerà professionista, la familiarità con il
linguaggio sinfonico resta. I concerti non sono percepiti come eventi elitari,
ma come momenti di partecipazione culturale, al pari di una mostra o di uno
spettacolo teatrale. I biglietti hanno prezzi differenziati, con forti
agevolazioni per studenti e under 30 (come avviene talvolta anche in Europa), e
molte orchestre offrono prove aperte, concerti commentati e incontri con i
musicisti. Dal punto di vista istituzionale, poi, Shanghai ha investito con
decisione nelle infrastrutture. La Shanghai Symphony Hall, inaugurata nel 2014,
è diventata un riferimento internazionale per acustica e funzionalità, mentre
nuovi spazi dedicati alla musica sono sorti nei distretti periferici, con
l’obiettivo di decentralizzare l’offerta culturale. La musica classica dunque
non rimane confinata al centro finanziario della città, ma accompagna
l’espansione urbana, diventando parte dell’identità dei quartieri e della vita
quotidiana.
All’interno di questo scenario, anche il rapporto con l’Occidente è cambiato
radicalmente. Se fino a pochi anni fa le stagioni si reggevano soprattutto sulla
presenza di direttori e solisti europei, oggi il flusso è bidirezionale. A
Shanghai arrivano ancora grandi nomi internazionali, ma sempre più spesso sono i
direttori e i solisti cinesi a essere invitati nei teatri di Berlino, Vienna o
New York. La circolazione dei talenti è continua e contribuisce a ridefinire
l’idea stessa di “tradizione”: non esiste più un centro immobile da imitare, ma
una rete globale di scambi.
In questo contesto perciò, la musica classica perde progressivamente il suo
statuto di reliquia europea e diventa un linguaggio pienamente contemporaneo. A
Shanghai non si suona Beethoven per conservarlo, ma per interrogarlo. Qui
Beethoven non è il padre fondatore di una civiltà musicale, ma un interlocutore.
Le sue sinfonie vengono programmate accanto a opere contemporanee, a prime
assolute, a lavori di compositori cinesi, senza il bisogno di proteggerle o
sacralizzarle. Questo permette di porre domande: che cosa dice oggi l’idea di
conflitto beethoveniana a una società che vive una modernizzazione accelerata?
Come risuona l’eroismo della Terza o la tensione etica della Nona in un mondo
globalizzato, tecnologico, instabile? Il repertorio occidentale viene quindi
sottratto alla funzione identitaria e restituito alla sua funzione originaria:
quella di musica che parla al proprio tempo. Beethoven, Mahler o altri tornano
ad essere ciò che erano all’inizio: compositori radicali, scomodi, aperti,
capaci di dialogare con il presente invece di rappresentare il passato.
Queste stagioni sinfoniche raccontano di fatto una società che vede nella musica
un investimento culturale e simbolico. E mentre in Europa si discute su come
rinnovare il pubblico e salvare istituzioni in difficoltà, in Cina si costruisce
un modello diverso, fondato su educazione, accessibilità e sperimentazione. Non
è una rivoluzione rumorosa, ma una trasformazione profonda, che agisce nel tempo
lungo delle stagioni, dei programmi e delle abitudini d’ascolto. Osservare come
vengono costruiti oggi i cartelloni sinfonici di Shanghai significa guardare, in
anticipo, a una possibile traiettoria futura della musica classica globale.
Forse, dunque, il dato più interessante non è il numero delle orchestre o dei
concerti, ma il modo in cui il repertorio classico viene vissuto: non come
eredità da difendere, ma come materia viva da plasmare. E Shanghai è uno dei
luoghi in cui il sinfonismo del XXI secolo sta prendendo forma. Capire questa
trasformazione significa capire come la musica classica, per sopravvivere, abbia
smesso di guardare solo al proprio passato.
L'articolo Classica e lirica, altro che crisi. Programmi coraggiosi, teatri in
periferia, più fiducia negli spettatori: la rivoluzione gentile della Cina
indica il (possibile) futuro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel panorama contemporaneo, dove le definizioni artistiche sembrano evaporare
come nebbia al sole, Max Richter continua a rappresentare un’incursione lucida
nel territorio della musica colta. Anglo-tedesco, classe 1966, formatosi tra
Edimburgo, Londra, Firenze e soprattutto nella scuola di Luciano Berio, Richter
non è soltanto un compositore: è un costruttore di ponti. Ponti tra tradizione e
futuro, tra lirismo e minimalismo, tra l’ascolto “alto” delle sale da concerto e
la sensibilità emotiva del grande pubblico abituato alle colonne sonore. Ma
soprattutto, ponti tra estetica e responsabilità civile, in un tempo che sembra
aver dimenticato il valore etico della bellezza.
È quasi un paradosso che un musicista così profondamente radicato nella
tradizione europea, capace di maneggiare il contrappunto con la naturalezza di
un artigiano del Rinascimento, sia diventato uno dei principali interpreti della
nuova ondata neoclassica che popola playlist, cinema, serie televisive, musei e
installazioni d’arte. Eppure, è proprio in questa tensione tra rigore e
immediatezza che si nasconde la cifra più autentica del suo lavoro. La svolta
arriva nel 2012 con l’album Recomposed by Max Richter: Vivaldi – The Four
Seasons, un’operazione tanto audace quanto rivelatrice. Richter non si limita a
riorchestrare o “modernizzare” Vivaldi: lo attraversa, lo filtra, lo modella con
la lente analitica del minimalismo e con la cura scenografica del sound design.
Il risultato è un’opera che non cancella l’originale, ma lo rimette in circolo,
lo riporta alla vita. È un gesto concettualmente netto: l’atto di un compositore
che dichiara che il passato, se maneggiato con intelligenza, può ancora essere
materia viva.
Ma la ricomposizione è solo una parte del suo percorso. Chi conosce il suo
lavoro per il cinema e la televisione (L’amica geniale) sa che Richter parla la
lingua delle immagini con una naturalezza impressionante. Waltz with Bashir, Ad
Astra, Mary Queen of Scots, The Leftovers, Hamnet: ognuna di queste colonne
sonore restituisce un pezzo del suo universo. Cicli ripetitivi che si sviluppano
in lente spirali emotive, pianoforti che sembrano sospesi in uno spazio
rarefatto, archi che avanzano come correnti sottomarine, improvvisi lampi
armonici che illuminano la scena con la precisione di un fotogramma. Richter
compone come un regista: ogni nota è un’inquadratura, ogni crescendo una
transizione, ogni pausa un taglio di montaggio.
Ma ciò che colloca Richter in un territorio davvero unico è il suo costante
impegno civile. Non è un intellettuale che predica dal palco: usa la musica come
un dispositivo politico, come un amplificatore delle fragilità umane. Uno dei
tratti più sorprendenti della sua opera è la capacità di far convivere
l’intimità del gesto musicale con l’urgenza dei temi globali. La sua non è una
militanza esterna, ma un impegno che si incarna nelle strutture stesse della
musica. Non sorprende quindi che molte delle sue composizioni nascano come
risposte emotive o intellettuali a eventi geopolitici, crisi umanitarie o
dilemmi etici del nostro tempo. Uno dei lavori in cui questo impegno emerge con
maggiore forza è The Blue Notebooks (2004), probabilmente il suo album più
emblematico. Scritto come protesta contro l’invasione dell’Iraq nel 2003,
intreccia testi di Franz Kafka e Czesław Miłosz letti da Tilda Swinton, creando
un diario sonoro che riflette la fragilità del pensiero umano in tempi di
violenza. I brani, sobri e meditativi, alternano archi e pianoforte in
un’atmosfera sospesa, come se la musica stessa tentasse di interrogare la
legittimità della guerra e le sue ombre morali.
La guerra, tuttavia, non è solo un tema politico ma anche un trauma collettivo
che Richter esplora più volte. In Memoryhouse (2002), il suo album d’esordio,
compaiono riferimenti espliciti ai conflitti balcanici degli anni ’90, alla
devastazione di Sarajevo, ai desaparecidos della storia europea recente. Il
disco si muove come un reportage poetico: frammenti di voci d’archivio, armonie
malinconiche e atmosfere da documentario creano un paesaggio emotivo che
restituisce la guerra dal punto di vista dei civili, dei luoghi feriti, della
memoria.
La questione della fragilità sociale e della paura collettiva emerge anche in
Infra (2010), scritto originariamente per una coreografia del Royal Ballet e poi
ampliato in un album ispirato agli attentati di Londra del 7 luglio 2005. Qui
Richter non compone una musica “sulla tragedia”, ma una musica “dopo la
tragedia”: un tentativo di comprendere come una città attraversa lo shock, come
le persone riorganizzano l’emotività dopo una ferita. E l’elettronica sottile
che accompagna gli archi nei brani dell’album amplifica la sensazione di
smarrimento, dando vita ad un paesaggio urbano incrinato e al tentativo umano di
ricostruire una normalità fragile.
E poi il tema della migrazione che emerge in più lavori, spesso in modo
sotterraneo ma riconoscibile. In Voices (2020) e Voices 2 (2021), dedicati alla
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), Richter include fra le voci
molte testimonianze di rifugiati e attivisti, e ha dichiarato di aver concepito
l’opera come risposta all’ondata di retorica anti-migratoria in Europa e negli
Stati Uniti. La voce di Eleanor Roosevelt convive con centinaia di lettori
provenienti da tutto il mondo, dando spazio alle vittime silenziose della
negazione dei diritti umani di oggi e di ieri.
I lettori si alternano scandendo tutti i trenta articoli della Dichiarazione,
dall’iniziale All Human Beings, e la musica diventa lo strumento di questa
operazione: archi e pianoforte, nel consueto stile del musicista tedesco, creano
mondi dilatati e sognanti, minimalisti e (a volte) ripetitivi, ma capaci di
aprirsi in stringenti crescendo melodici. Il progetto, costruito su un’
“orchestra negativa” (gli archi suonano quasi esclusivamente registri bassi,
come un mondo che fatica a sollevarsi), è una meditazione sulla dignità e sulla
necessità di proteggere chi fugge da guerra e persecuzioni.
Anche la questione della sorveglianza digitale e del controllo sociale è entrata
nel suo orizzonte creativo. Pur non essendo legato a un singolo album tematico,
questo tema ritorna in molte sue dichiarazioni pubbliche e in alcune partiture
che esplorano la tensione tra intimità e esposizione. In particolare Sleep
(2015), nella sua apparente quiete, è stato interpretato dallo stesso Richter
come un’opera che difende uno spazio privato in un’epoca in cui la tecnologia
invade ogni interstizio della vita. Questo concept album sfida apertamente i
confini della musica stessa: otto ore di partitura (l’intero ciclo di un riposo
notturno) pensate per essere ascoltate dormendo, o meglio, abitandole. Trentuno
sezioni composte per pianoforte, violoncello, due viole, due violini, organo,
voce soprano, sintetizzatori ed elettronica. E durante la realizzazione, Richter
si è avvalso della collaborazione del neuroscienziato americano David Eagleman
per apprendere cosa accade nel cervello durante il sonno. Non si tratta di una
provocazione, ma di una riflessione sulla lentezza e sul rapporto tra coscienza
e arte. Sleep non chiede di essere capito, chiede di essere vissuto. È una
risposta poetica alla frenesia del mondo tecnologico, un atto di resistenza
attraverso la calma. La sua lunghezza, la sua dolcezza e la sua inattualità
diventano un gesto politico: rivendicare il diritto a un tempo non sorvegliato,
non monetizzato, non manipolato.
Ora, questo impegno sociale non si esaurisce nelle sue composizioni. In più
occasioni Richter ha partecipato a campagne per la tutela dei diritti civili, ha
sostenuto ong impegnate nei corridoi umanitari, ha suonato in contesti
istituzionali per richiamare l’attenzione su crisi dimenticate. Ha dedicato
concerti a rifugiati siriani, ha collaborato con Amnesty International e ha
firmato appelli contro le politiche anti-migratorie e contro l’erosione delle
libertà civili. La musica, per lui, non è mai un rifugio dal mondo: è un luogo
attraverso cui tornare nel mondo con maggiore lucidità.
Ed è proprio questa fusione tra estetica e responsabilità che rende Richter una
figura chiave della musica di questo secolo. Nella sua opera convivono la
precisione del compositore di scuola europea, la sensibilità popolare di chi
conosce i linguaggi delle immagini e dei media e la tensione morale dell’artista
che non accetta l’irrilevanza come destino. Le sue partiture, pur spesso
essenziali, sono dense di significati; il loro minimalismo non è riduzione, ma
concentrazione. Ogni nota sembra dire: “Ascoltare è un atto politico”. In un
mondo saturo di suoni, Richter ha costruito una poetica dell’ascolto
consapevole. Le sue melodie non pretendono di essere ricordate: pretendono di
essere vissute, condivise. Che si tratti di una sala da concerto, di un film o
di uno spazio intimo, la sua musica lavora sull’interiorità, sul fragile
equilibrio tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Forse è per questo che è
diventato, quasi senza clamore, uno degli autori più influenti del nostro tempo:
perché è riuscito a riportare la musica colta dentro la vita quotidiana, senza
svilirne la complessità. Perché ha costruito un linguaggio in cui Bach può
dialogare con l’elettronica, la filosofia con la cronaca, il sogno con la
responsabilità. E perché, in definitiva, ci ricorda una verità che troppo spesso
dimentichiamo: che la musica non è solo un’arte, ma uno spazio morale. Un luogo
dove l’umano può ancora trovare rifugio, e forse anche direzione.
L'articolo Una lingua per le immagini e uno spazio morale (anche contro le
guerre), così Max Richter ha riportato la musica colta dentro la vita di tutti i
giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia la produzione annuale di libri sulla musica è esuberante, e non
scarseggiano le punte di eccellenza intellettuale e scientifica. Sono occasioni
offerte agli amanti di musica per arricchire il piacere dell’ascolto attraverso
la lettura di pagine che spieghino la storia, il senso, gli arcani di un’arte
così sfuggente e inafferrabile. Parlar di musica è in effetti difficile. E
spesso il frequentatore di concerti e teatri esita ad affrontare saggi di storia
e critica della musica, nel timore, paradossale, che essi ne possano appesantire
lo spontaneo godimento.
La rassegna Il Fior fiore dei libri di musica intende appunto valorizzare questo
settore editoriale e incentivarne la risonanza nell’opinione pubblica,
segnalando una selezione assai varia di titoli di qualità, che alimentino la
conoscenza e la comprensione dell’arte musicale. A tal fine l’associazione Il
Saggiatore musicale ha chiesto a otto editori attivi in questo campo di proporre
tre titoli dal loro catalogo del biennio 2023-2024. Gli editori invitati
quest’anno sono Carocci Editore (Roma), EDT (Torino), Libreria Musicale Italiana
(Lucca), NeoClassica (Roma), Leo S. Olschki (Firenze), Il Saggiatore (Milano),
Società editrice di Musicologia (Roma) e Zecchini Editore (Varese). Un’apposita
commissione di musicologi attivi nelle Università e nei Conservatori ha
selezionato gli otto libri che domani, 11 dicembre, verranno presentati e
discussi nel Museo della Musica di Bologna. Il Saggiatore musicale ha
individuato i presentatori dei volumi – autorevoli musicologi, critici musicali,
melomani di altre discipline – che ne illustreranno l’interesse e il pregio. Il
coordinamento è affidato a Simone Di Crescenzo e Eduardo Grumelli.
Ecco gli otto titoli
Carlida Steffan e Luca Zoppelli, Nei palchi e sulle sedie. Il teatro musicale
nella società italiana dell’Ottocento (Carocci Editore), presentato da Carlotta
Sorba (Università di Padova);
Alessandro Macchia, Benjamin Britten. L’uomo, il compositore, l’interprete
(Edt), presentato da Enrico Reggiani (Università Cattolica, Milano);
Daniele Palma, Recording Voices. Archeologia fonografica dell’opera (Libreria
Musicale Italiana), presentato da Pietro Zappalà (Università di Pavia);
Fabrizio Della Seta, Popolo famiglia individui. Confronti sottintesi e malintesi
sulla scena operistica (NeoClassica), presentato da Ilaria Narici (Fondazione
Gioachino Rossini, Pesaro);
Gabriella Biagi Ravenni e Francesco Cesari (a cura di), Giacomo Puccini.
Epistolario. IV, 1905-1906 (Leo S. Olschki), presentato da Paolo D’Achille
(Accademia della Crusca, Firenze);
Michele Girardi, Giacomo Puccini. Tra fin de siècle e modernità (Il Saggiatore),
presentato da Emanuele d’Angelo (Accademia di Belle Arti, Bari);
Giulia Giovani e Francesco Lora, Giacomo Antonio Perti: corrispondenze
dall’Europa (Società editrice di Musicologia), presentato da Raffaele Mellace
(Università di Genova);
Marina Moretti (a cura di), Pëtr Il’ič Čajkovskij: lettere dall’Italia 1874-1890
(Zecchini), presentato da Carla Moreni (Il Sole 24 Ore).
***
Info
Dove | Palazzo Aldini Sanguinetti, Sala Eventi – Bologna, Strada Maggiore 34
Quando | Giovedì 11 dicembre 2025
Orari | 10:30-13:30 – 14:30-18:00
Programma | Tutti gli interventi
Ingresso | Gratuito
L'articolo Leggere di musica? Aumenta il piacere dell’ascolto. A Bologna torna
la rassegna “Fior fiore dei libri” dedicati a classica e lirica proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Cosa ci si deve aspettare dalla Lady Macbeth del distretto di Mcensk, l’opera
che risuonerà in milioni di televisori collegati con la Prima della Scala?
Beatrice Venezi merita il posto in cui è stata calata, alla Fenice di Venezia,
uno dei teatri più importanti del mondo? L’album spaccatutto di Rosalia – Lux –
può davvero bastare come ponte tra la musica pop e la musica classica? Teatri,
sale concerto, auditorium aspettano e sperano che le loro platee si colorino non
solo di teste canute ma anche dei colori sgargianti della gioventù. Qual è la
formula per distrarre occhi e orecchie dalla musica scelta non solo sull’onda
del trend ma perfino con le istruzioni di un algoritmo social? In un tempo –
questi giorni, questi mesi – in cui la musica cosiddetta colta bussa alla porta
anche di chi non ne conosce tutti i segreti c’è urgente bisogno di un po’ di
senso dell’orientamento. E lungo questa strada Ilfattoquotidiano.it ha scelto di
chiedere indicazioni alla direttrice – e fondatrice – di una rivista online
specializzata in informazione e cultura musicale. La rivista si chiama Music
Paper e la direttrice è Paola Molfino, giornalista che per più di trent’anni ha
lavorato ad Amadeus (che ha anche diretto) e ora da tre guida questo giornale
dinamico, vivace, fresco, capace di utilizzare tutto l’alfabeto nuovo della
comunicazione (podcast, playlist, reel) accanto a quello più tradizionale (le
grandi firme, le recensioni, la critica), di risultare sofisticato e nello
stesso tempo inclusivo nei linguaggi: “Musica da leggere” la chiama Paola
Molfino. Un lavoro formidabile in quella disciplina apparentemente impossibile
che è offrire ai lettori tanto il paesaggio familiare e confortevole di ciò che
conosce e riconosce quanto nuovi impulsi da mondi meno frequentati.
Direttrice Molfino, partiamo da lontano: Rosalia. Il suo album brucia i record,
è stato accolto come una rivoluzione, ribalta le regole pop, demolisce quelle
tiktok, esalta la contaminazione tra generi e mondi. Compresi quelli della
musica colta con riferimenti a Vivaldi, Mozart, la musica sacra. In questa
standing ovation generale voi siete stati più cauti.
A Music Paper nessun pregiudizio, però cerchiamo sempre di stimolare il giudizio
critico, di aprire riflessioni, confronti di idee anche attraverso i social. Di
non di appiattirci sul percepito dello scrolling o del like. Siamo stati subito
colpiti dal singolo di Rosalia Barghain e dal video. Dalla sua potenza e dai
riferimenti musicali, simbolici, visivi. E dall’impatto della strategia di
comunicazione, azzeccatissima, come si è visto. Prima ancora che tutto l’album
Lux uscisse abbiamo pubblicato un reel perché ci siamo detti che era giusto
registrare il fenomeno. E poi con un articolo di approfondimento abbiamo posto
una domanda che è giusto farci mentre ascoltiamo Rosalia e che provo a
sintetizzare così: “Siamo sicuri che basti usare degli archi e cantare in un
certo modo per dire che si tratta di musica classica?”
Non crede però che una popstar che rimanda alla musica barocca sia un’occasione
per aprire nuove finestre di fronte a generazioni meno abituate alla fruizione
della musica classica?
Assolutamente sì, quindi benvenuta Rosalia. Che si unisce a un elenco di
illustri predecessori: artisti del pop, del rock, della musica urban che da
sempre attingono a sonorità e arrangiamenti “classici”. Negli anni Duemila per
esempio lo ha fatto perfino Kanye West in Late Orchestration. O per venire a un
recente caso nostrano sfuggito forse ai più Caparezza in una traccia del suo
ultimo disco Orbit Orbit: Purification con un’orchestra di più di 70 elementi e
un coro. Però noi poi abbiamo il dovere – essendo una testata specializzata – di
approfondire di esercitare il pensiero critico. Ed è stata un’occasione per una
bella discussione in redazione: a Music Paper lavorano giovani storici della
musica e critici, che sono anche musicisti, curiosi e competenti. E uno spunto
per parlare a nuove generazioni e soprattutto a persone che come noi, amano la
musica ma quella bella, al di là dei generi.
Cosa consiglierebbe allora a un ventenne che volesse avvicinarsi a certi suoni a
cui non è abituato perché radio, tv, social non gliene danno occasione?
Di non avere paura e di abbandonare i preconcetti, come noi dobbiamo abbandonare
quelli che spesso abbiamo sui giovani: che non sono curiosi, che sono ignoranti
che non vogliono fare fatica. Sappiamo benissimo che la classica è considerata
musica per vecchi, che è vissuta come noiosa. E che in Italia non la si insegna
a scuola come succede per la storia, la letteratura, l’arte o la filosofia. E
paradossalmente è più facile che i ragazzi si appassionino all’opera con le sue
storie senza tempo, al rito del teatro del vestirsi bene piuttosto che alla
musica sinfonica o da camera. Oppure pensiamo al fenomeno dei candlelight
concerts musicalmente cheap ma esperienziali. Anche ascoltare i Notturni di Jonh
Field (compositore irlandese del primo Ottocento creatore del genere reso famoso
da Chopin) come sottofondo mentre si studia o si lavora va benissimo. I Notturni
di Field (non quelli di Chopin!) suonati al pianoforte da Alice Sara Otto sono
l’album più ascoltato in streaming su Apple Classical Music nel 2025.
L’importante per ascoltare e amare la classica non è avere il diploma di
conservatorio o la laurea in Musicologia ma orecchie, cuore e mente aperti. Ciò
detto, sono 50mila le ragazze e i ragazzi che studiano musica nei conservatori
italiani e migliaia ancora nelle università e sono esattamente come tutti i loro
coetanei. A loro affidiamo il futuro della musica che amiamo, confidando che
loro sappiano essere “virali”.
Con i nuovi canali social è più facile avvicinarli. Ci sono musicisti-influencer
che si fanno domande e danno risposte for dummies come si dice, raccontano le
sinfonie di Beethoven o analizzano i notturni di Chopin. Percepisce che può
esserci un momento di apertura nei confronti del resto del pubblico anche non
“forte”?
Sicuramente l’approccio conta, i media e i nuovi linguaggi sono fondamentali,
gli influencer dell’opera e della classica anche in Italia stanno diventando
sempre più numerosi, però ancora vige un po’ la regola del “fai da te” e i
risultati non sono sempre esaltanti. A Music Paper interessa molto esplorare
tutto quanto si può fare per comunicare e abbattere barriere. Ma il rischio che
noi non vogliamo correre è quello della banalizzazione e intendiamo mantenere
alta l’asta della qualità. Per esempio sta per partire una collaborazione social
con Eugenio Radin che su Instagram è Whitewhalecafe: Eugenio è un filosofo ma
anche musicista ed è un ottimo divulgatore e un content creator che ha una
visione della creazione di contenuti culturali molto affine alla nostra.
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La Prima della Scala sarà la “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di
Shostakovich, non proprio un titolo nazionalpopolare né un modo ammiccante per
aprirsi a un nuovo pubblico. Le chiedo però di contraddirmi, di farmi cambiare
idea.
La contraddico con piacere: Lady Macbeth di Mcensk è un’opera fortissima e ha
una musica tellurica, espressiva, esplicita. Un capolavoro, una storia di sesso
e morte potrebbe essere uno di quei casi di cronaca nera che oggi tanto
appassionano la tv e il web: adulterio, assassinio, c’è tutto. Parla di temi
attualissimi, con una figura femminile che si trasforma in un mostro, ma è una
vittima di violenza famigliare, di uomini che abusano di lei psicologicamente e
fisicamente. È ambientata in Russia, paese ora in guerra al centro della scena
internazionale, ma venne scritta nel 1934 nell’Unione Sovietica di Stalin da un
ragazzo con gli occhialini tondi di soli 28 anni, Dimitri Šostakovič, un genio.
Un’opera di successo che invece Stalin bollò come “caos anziché musica”.
Scattarono la censura e il terrore: era il 1963 quando Šostakovič la modificò e
la ripropose in teatro a Mosca. E poi chi l’ha detto che la Scala debba
inaugurare con opere “nazionalpopolari”? L’audience Rai? È quello che sembra
essere “consigliato” dal nuovo Codice dello Spettacolo la cui bozza strenuamente
difesa dal sottosegretario alla Cultura Mazzi, sta suscitando tanti “mal di
pancia”. Proprio un teatro importante come la Scala ha invece il dovere di
proporre a un pubblico più ampio possibile anche titoli belli e meno noti: non
solo Verdi e Puccini che pur adoriamo. Come ha detto il sovrintendente della
Scala Ortombina al nostro giornale: “Noi siamo un servizio pubblico come un
ospedale“.
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
Preparativi alla Scala per la Prima
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Una esibizione di Beatrice Venezi a una convention di Fratelli d'Italia
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Una scena della Lady Macbeth di Shostakovich alla Scala
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
Il regista della Prima Vasily Barkhatov (AP Photo/Antonio Calanni)
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LATIN GRAMMY AWARDS 2023 - LO SHOW
Rosalia ai Latin Grammy Awards: il suo album Lux ha bruciato tutti i record con
uno stile raffinato che mescola generi e atmosfere diverse
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
Il teatro alla Scala (AP Photo/Antonio Calanni)
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Una giovane spettatrice a una Prima under 30 alla Scala
Da mesi la lirica finisce sui giornali generalisti – compreso questo – non con
le varie inaugurazioni di stagione bensì per la contestatissima nomina di
Beatrice Venezi alla Fenice, con proteste insistite e quasi quotidiane (mai
viste) da parte degli orchestrali. Vicende seguitissime dai lettori, anche
quelli che non vanno a teatro. Su un giornale specializzato come il vostro come
avete affrontato l’argomento?
Da tempi non sospetti ci occupiamo del “caso Venezi”, sin da quando siamo usciti
nel 2022 con una serie di articoli e retroscena molto approfonditi di Paola
Zonca. Io da giornalista mi occupo di classica da 35 anni e la carriera di
Beatrice Venezi è da tempo un’anomalia perché più che su argomenti musicali lei
sembra aver sempre puntato più sulla comunicazione, l’immagine, il marketing, la
questione di genere e la protezione politica con gli incarichi di consulente, le
nomine piovute dall’alto. E questo – noi lo abbiamo scritto anni fa – non le
avrebbe portato bene. Anche della cronaca della vicenda Fenice ci siamo occupati
e ci stiamo occupando ovviamente con retroscena e aggiornamenti. Ma la domanda
che mi sono posta al di là della cronaca è stata un’altra. Come quando nel
calcio gioca la Nazionale, nel caso Venezi tutti si sono sentiti autorizzati a
intervenire: ma sappiamo chi è un direttore d’orchestra, cosa fa, a cosa serve
il suo lavoro? E come lo si giudica, da quali parametri? Due grandi firme come
Michele dall’Ongaro e Giovanni Gavazzeni hanno dato delle spiegazioni molto
interessanti sul nostro giornale. Un approfondimento per chi vuole capire oltre
che informarsi.
Tolte le eventuali tifoserie, resta la domanda: Venezi sa dirigere?
Beatrice Venezi ha studiato direzione, ha un diploma di Conservatorio, ha
diretto orchestre in concerti sinfonici e (poca) opera: quindi “sa” dirigere. Ma
non abbastanza da poter ambire alla direzione musicale, quindi alla guida, alla
formazione, alla costruzione del valore di una grande orchestra
lirico-sinfonica. Con la quale per di più non ha nessuna consuetudine del fare
musica insieme. L’orchestra della Fenice l’ha diretta solo una volta per un
concerto privato. È questione di talento, certo, di bravura, ma anche di
repertorio: bisogna saper affrontare autori di epoche e stili diversissimi tra
loro. Quello del direttore musicale è un incarico articolato, completo e
complesso. I professori di un’orchestra meritano rispetto per poter restituire
rispetto. Non ridere di loro mentre si guarda Prova d’Orchestra di Fellini, come
ha raccontato di recente il presidente di Biennale Buttafuoco, ormai veneziano
d’adozione e suo grande fan, come il ministro Giuli il quale come noto ha
sentenziato che lei “diventerà la principessa di Venezia e l’Orchestra si
innamorerà di lei”. L’aria è di normalizzazione. Colabianchi, il sovrintendente
sfiduciato dai lavoratori e Venezi non si toccano. Non so come andrà a finire.
Ma Claudio Abbado diceva: “Nella musica come nella vita bisogna sapersi
ascoltare”.
Questa storia ha avuto almeno il merito di suscitare maggiore curiosità nei
confronti della musica classica e lirica? C’è più o meno “fame” di informazioni
su questi mondi a volte percepiti come distanti?
C’è fame di informazione e di retroscena quando si tocca la politica e
l’attualità, meno di approfondimento. Gli articoli su Beatrice Venezi sono da
sempre tra i più cliccati di Music Paper. Con una dose niente male di haters e
fraintendimenti da mettere in conto sui social.
Come si fa a raccontare la musica colta solo sul web utilizzato più da lettori
giovani che da “maturi”? Che strumenti anche operativi e che linguaggio usate
per “farvi scegliere”?
Usiamo il web per gli approfondimenti, articoli di “storia e storie della
musica”, interviste, recensioni di spettacoli, libri, dischi, pezzi di
attualità, le rubriche degli editorialisti e parliamo di anche jazz, danza,
letteratura. La musica e il mondo che le gira intorno. E lo facciamo pure con i
podcast e con le nostre playlist Spotify create dalla redazione a corredo degli
articoli. Musica da leggere, da vedere, da ascoltare. Abbiamo grandi firme per
l’autorevolezza e giovani (anche giovanissimi) collaboratori per la freschezza.
Preparati, appassionati, curiosi. Music Paper è un giornale, un magazine che fa
informazione, divulgazione e opinione. E sui social decliniamo questa vocazione
con un altro linguaggio, più catchy e attento alle tendenze ma sempre profondo e
curato nel contenuto. Digitale ma non superficiale, insomma. E la cosa bella sa
qual è? Che questa comunicazione in continuo cambiamento, tanto complicata da
gestire perché richiede velocità e il continuo aggiornamento di nuove competenze
e nuove skills va colta come una grande opportunità per chi ancora crede
nell’intelligenza delle idee.
L'articolo “La Lady Macbeth della Prima della Scala? Sesso e morte, un crime
perfetto. La carriera di Beatrice Venezi anomalia da tempo, gli orchestrali
meritano rispetto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il panorama più esposto dell’arte contemporanea sembra oggi dominato da
un’assurda collezione di trovate da “press-release” che, in realtà, non fanno
che celebrare il nulla: pensiamo alle banane appese con un pezzo di scotch da
pacchi, ai gabinetti in oro massiccio, o alle auto “sovrappeso” e alle ormai
tediose sculture invisibili spacciate per metafisica. Siamo di fronte a una
galleria di moderne “merde d’artista” che, se un tempo potevano strappare una
risata, oggi generano solo un misto di pena e rabbia.
Tutto ciò alimenta un circo mediatico e finanziario la cui unica funzione è
quella di fungere da status symbol per ricchi annoiati e aspiranti tali. Eppure,
al di là di questa bolla speculativa e di questi orrori finanziari da fine del
capitalismo, esistono, nascoste tra le pieghe del sistema, realtà culturali
concrete e propositive che rifiutano e combattono questi meccanismi.
Mi piace pensare che un simile sforzo di rinnovamento e di ritorno alla sostanza
stia avvenendo in un campo spesso percepito come elitario e austero: la musica
d’arte. La Società Italiana Musica Contemporanea (Simc) ne è oggi un esempio
incoraggiante e, in un certo senso, necessario. La sua intensa attività
programmatica e produttiva non si limita alla mera sussistenza, ma si impone
come un primo passo strutturalmente significativo verso la delineazione di un
nuovo paradigma per la musica del nostro tempo. Una visione che rifiuta
deliberatamente le categorie storicizzate, intendendo la musica contemporanea
nella sua accezione più letterale: musica scritta hic et nunc.
Si tratta di una netta contrapposizione a quell’indirizzo sperimentale astratto
che spesso è risultato criptico e dogmatico. In questa rinnovata prospettiva, il
linguaggio sonoro non è un mero apparato formale per specialisti, bensì un
veicolo privilegiato per l’attivazione del pensiero critico e per un ruolo
proattivo nel dibattito civile. La musica, in sostanza, è chiamata a ristabilire
un dialogo fecondo con il Mundus e la Societas, sorgendo dalla nostra realtà
socio-culturale e, contestualmente, immergendosi in essa.
In questa prospettiva, l’arte dei suoni è intrinsecamente intesa come uno
strumento di comunicazione potente e versatile, la cui finalità primaria è la
trasmissione di contenuti semantici, emozionali e passionali. È ora di superare
definitivamente quell’idea stantia, museale e autoreferenziale – ormai
incompatibile con le dinamiche della fruizione culturale contemporanea – che
concepiva la musica come un luogo esclusivo per speculazioni linguistiche
svincolate da qualsiasi responsabilità dialogica. Per questo, realtà come la
Simc intendono riaffermare la rilevanza estrinseca dell’opera, misurando il
valore non solo in termini di coerenza interna, ma in relazione alla sua
capacità di interagire e risuonare nella coscienza collettiva.
Proprio in virtù di questa visione, la critica si rivolge con decisione contro
una certa impostazione ideologica che ha caratterizzato la musica colta negli
ultimi decenni, trasformandola in un fenomeno destinato a una minoranza di
“eletti” o di addetti ai lavori. Questa segregazione, dobbiamo ammetterlo, non è
stata un incidente sociologico, bensì l’esito diretto di un dogmatismo estetico
che ha incentivato la cripticità come segno distintivo di profondità
intellettuale alimentando un circolo vizioso che ha portato alla cattura
istituzionale dei circuiti di produzione e finanziamento, con risorse
distribuite in base alla fedeltà a specifiche scuole di pensiero o clique,
svincolate da qualsiasi risonanza pubblica.
È bene che inizino a emergere realtà che si oppongono risolutamente a un certo
accademismo che, con la scusa della “musica di ricerca”, ha ambìto ad applicare
i criteri della ricerca tecnico-scientifica all’arte, generando confusione sui
reali obiettivi di progetti la cui finalità è spesso incomprensibile. La sfida,
al contrario, è dimostrare che l’alta qualità artistica e l’innovazione formale
non solo possono, ma devono convivere con la pertinenza sociale e l’efficacia
comunicativa, rendendo l’impegno dialogico una condizione necessaria per la
sopravvivenza stessa della musica contemporanea.
La spinta al dialogo voluta dalla Simc si sta traducendo in un programma di
iniziative mirate a intercettare temi di rilevanza sociale e storica. Penso ad
appuntamenti di forte impatto civile come il Concerto della Memoria (27
gennaio), che amplifica la riflessione attraverso l’uso di testi significativi
(dai Salmi a Erri de Luca), e la Giornata internazionale per l’eliminazione
della violenza contro le donne (25 novembre ad Ascoli Piceno), che ha visto
l’esecuzione di un programma interamente costituito da prime assolute di
compositrici. La call “Scrivere per il Giubileo” promuove opere e video
multimediali ispirati ai valori fondamentali dell’anno giubilare: l’umanità, la
solidarietà e l’ascolto reciproco.
Queste attività, affiancate da costanti collaborazioni con ensemble
internazionali e orchestre giovanili, confermano un desiderio generale di
rinnovamento per la musica contemporanea in Italia, un percorso che, finalmente,
ne riconferma la rilevanza etica e sociale.
L'articolo Società Italiana Musica Contemporanea: un esempio incoraggiante
contro l’accademismo proviene da Il Fatto Quotidiano.