Negli ultimi anni, chiunque frequenti sale da concerto, festival o anche solo le
pagine culturali dei grandi quotidiani avrà notato uno slittamento silenzioso ma
sostanziale: nel racconto della musica classica, il centro di gravità non è più
il compositore, bensì il direttore d’orchestra. I programmi annunciano Mahler o
Beethoven, certo, ma ciò che cattura l’attenzione è soprattutto chi li dirige.
Il nome in grande non è più quello dell’autore, ma dell’interprete. È un
cambiamento che dice molto non solo sullo stato della musica classica oggi, ma
sul nostro modo più generale di consumare cultura.
Per secoli il direttore è stato, almeno idealmente, una figura al servizio
dell’opera: un mediatore, un regolatore di forze, qualcuno che doveva scomparire
dietro la partitura. Anche quando esistevano personalità fortissime – Arturo
Toscanini, Wilhelm Furtwängler, Herbert von Karajan – il centro simbolico
restava la musica. Il direttore era potente, talvolta autoritario, ma la sua
autorità derivava dal testo musicale, non dalla propria immagine. Oggi, invece,
assistiamo a una personalizzazione sistematica del gesto musicale, in cui il
direttore diventa il vero protagonista del racconto. Il venezuelano Gustavo
Dudamel è forse l’esempio più evidente di questa trasformazione. Non è soltanto
il direttore della Los Angeles Philharmonic o una bacchetta di successo
internazionale: è un simbolo politico e culturale, una storia di riscatto
sociale, un volto che comunica entusiasmo, inclusione e ottimismo. Il direttore
greco-russo Teodor Currentzis, al contrario, costruisce un’immagine radicale,
quasi antagonista: abiti scuri, dichiarazioni provocatorie, interpretazioni
estreme, un’estetica che flirta apertamente con il marketing dell’eccesso.
Oppure sir Antonio Pappano, che negli ultimi anni ha incarnato un modello
diverso ma altrettanto mediatico: il direttore-divulgatore, capace di spiegare
la musica in televisione, di parlare al grande pubblico senza rinunciare al
prestigio delle grandi istituzioni. E accanto a loro si muovono figure come sir
Simon Rattle, Yannick Nézet-Séguin, Kirill Petrenko, Riccardo Chailly o
Esa-Pekka Salonen: direttori diversissimi tra loro, ma accomunati dal fatto che
oggi il loro nome è spesso più decisivo del repertorio che affrontano. Si va ad
ascoltare Rattle che dirige Mahler, Petrenko che dirige Wagner, Nézet-Séguin che
dirige Bruckner. La musica resta la stessa, ma il focus narrativo si sposta
sull’interpretazione come evento in sé.
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PRESENTAZIONE DELLA STAGIONE 2018/2019 DELLACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA
ANTONIO PAPPANO
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Ora, questo fenomeno non nasce dal nulla. La musica classica vive da tempo una
crisi di visibilità, di rinnovamento del pubblico e di legittimazione simbolica.
In un ecosistema mediatico dominato da storie personali, volti riconoscibili e
narrazioni emozionali, promuovere un’opera astratta, scritta da un uomo morto
due secoli fa, è oggettivamente difficile. Il direttore diventa allora il punto
di accesso emotivo: qualcuno che può essere raccontato, fotografato, seguito sui
social o intervistato. In altre parole, un brand. Non è un caso che molte
istituzioni investano sempre più sulla comunicazione dell’interprete, spesso più
che sulla propria identità artistica o sulla storia dell’orchestra. Da un lato,
sarebbe miope negare i risultati positivi di questo processo. Il carisma di
alcuni direttori ha effettivamente avvicinato nuovo pubblico alla musica
classica. Concerti esauriti, attenzione mediatica, una maggiore presenza nel
dibattito culturale: segnali concreti di vitalità. Dall’altro lato, però, si
pone una questione più sottile e forse più inquietante: cosa accade all’ascolto
quando l’interpretazione diventa spettacolo? Quando il gesto, il corpo,
l’immagine del direttore rischiano di essere percepiti come più importanti del
suono che producono? La musica classica è, per sua natura, un’arte mediata: non
esiste senza interpreti. Ma esiste una differenza fondamentale tra mediazione e
protagonismo. La prima aiuta l’ascoltatore a entrare nell’opera; il secondo
rischia di sostituirsi ad essa. Sempre più spesso il pubblico sembra andare a
“vedere” un direttore, più che ad ascoltare una sinfonia. E anche il linguaggio
critico ne risente: recensioni che parlano di visione, gesto, intenzione,
carisma, a volte più che di equilibrio sonoro, timbro, struttura formale. La
partitura sembra talvolta diventare un pretesto, una piattaforma su cui il
direttore costruisce la propria identità artistica.
Questo non significa che l’interpretazione debba essere neutra o anonima. Al
contrario: la storia della musica è fatta di letture divergenti, di scelte
forti, di visioni personali. Ma oggi sembra essersi rotto un equilibrio. La
domanda implicita non è più “come suona Beethoven?”, bensì “come quel direttore
suona Beethoven?”. Il rischio è che l’opera perda la sua autonomia simbolica e
venga ridotta a contenuto, adattabile e plasmabile secondo le esigenze narrative
dell’interprete. Questo slittamento solleva una domanda cruciale: l’opera
musicale conserva ancora una propria autonomia, o diventa materia plasmabile
secondo le esigenze narrative dell’interprete? Quando si parla di “un Beethoven
di Currentzis” o di “un Wagner di Petrenko”, si sta celebrando una ricchezza
interpretativa o si sta implicitamente accettando che la musica esista solo
attraverso chi la dirige?
C’è poi un aspetto più ampio, quasi antropologico, che riguarda il rapporto tra
musica classica e cultura contemporanea. Viviamo in un’epoca che fatica a
riconoscere valore a ciò che non ha un volto, una biografia, un’identità emotiva
immediatamente spendibile. Il direttore diventa allora una figura rassicurante:
qualcuno che “ci guida”, che prende decisioni, che incarna un’autorità visibile
in un mondo frammentato. In questo senso, il successo del direttore-star parla
anche di un bisogno di leadership simbolica, di una nostalgia per ruoli chiari e
gerarchie riconoscibili. Non è un caso che molti direttori oggi siano chiamati a
parlare di politica culturale, educazione e futuro della società, ben oltre il
perimetro della musica. Ma l’orchestra, per sua natura, è un organismo
collettivo. Il suono nasce da una complessa rete di relazioni, ascolti
reciproci, compromessi, responsabilità condivise. Concentrando tutta
l’attenzione su una sola figura, si rischia di tradire questa dimensione
collettiva e di alimentare dinamiche di mercato problematiche: cachet sempre più
alti per pochi nomi, precarietà per molti musicisti e programmazioni
conservative per non mettere a rischio il “prodotto”.
Ora, la centralità del direttore d’orchestra non è né un male assoluto né una
semplice evoluzione naturale. È un sintomo. Racconta come la musica classica
stia cercando di sopravvivere in un mondo che chiede storie più che opere, volti
più che idee, esperienze più che ascolto. La vera domanda, forse, non è se
questo modello funzioni oggi, ma fino a che punto sia sostenibile senza
snaturare ciò che rende la musica classica ancora necessaria: la sua capacità di
parlare senza bisogno di un protagonista, di esistere oltre chi la interpreta,
di chiedere attenzione più che consenso. Se il direttore diventa troppo
visibile, il rischio non è solo che oscuri il compositore, ma che ci
dimentichiamo perché siamo lì: non per assistere a una performance di
leadership, ma per ascoltare una musica che, da secoli, continua a dirci
qualcosa proprio perché non appartiene a nessuno.
L'articolo Al concerto per “vedere il maestro” o per “ascoltare la sinfonia”?
L’epoca del direttore-star: come e perché oggi è cambiato il modo di fruire la
musica classica dal vivo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Lirica
Nel teatro musicale del Novecento poche congiunzioni hanno raggiunto un picco di
simbiosi creativa pari a quella tra Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal. Non
mera collaborazione tra uno stimato autore e un geniale compositore, ma
imponente fucina simbolica in cui un maestro della parola e un genio musicale
hanno creato una nuova forma di teatro.
Opere come Elektra, Der Rosenkavalier e, in particolare, Ariadne auf Naxos sono
la preziosa eredità di questa tensione comune: Hofmannsthal costruisce
impalcature drammaturgiche non convenzionali e Strauss le attraversa con un
estro musicale stupefacente per versatilità, in grado di passare dalla satira
grottesca agli abissi del tragico e all’anelito metafisico. Ariadne auf Naxos
probabilmente rappresenta la loro sfida più audace. Nella forma definitiva,
raggiunta dopo numerose rivisitazioni nel 1916, l’opera rompe la convenzione
narrativa proponendo due distinti livelli narrativi: un prologo teatrale,
ambientato dietro le quinte, e un atto in cui assistiamo all’“opera vera e
propria”. In scena va il cortocircuito della “concordia oppositorum” tra la
triviale leggerezza della Commedia dell’Arte e la vertigine tragica del mito
greco.
Nella villa di un ricchissimo signore viennese, un giovane compositore idealista
scopre all’improvviso che la sua serissima opera tragica dovrà essere
rappresentata contemporaneamente a uno spettacolo comico e scollacciato… per
poter vedere i fuochi d’artificio in tempo! Nel prologo va in scena va la feroce
satira della distanza tra i capricci della committenza e la visione artistica
degli autori, la denuncia del ruolo, ridotta a intrattenimento per ricchi
ignoranti e annoiati, e la divertita caricatura dei tic più snob in ambito
musicale.
Dopo il frenetico caos iniziale, inizia con la seconda parte la rappresentazione
tragica: è affascinante come Strauss mantenga l’atmosfera ieratica di Arianna,
disperata sull’isola di Nasso dopo l’abbandono di Teseo, integrando senza
stridìo la savia leggerezza degli inserti melodici nel controcanto femminile
ilare e seducente di Zerbinetta. Un contrasto stilistico e concettuale che ha
chiaramente un significato simbolico (Hofmannstal vedeva la figura del poeta
come “governatore occulto” del mondo e parlava delle opere come “spazio
spirituale della nazione”) non a caso disciolto nella ricongiunzione finale:
l’avvento di Bacco come agnizione estatica in cui Arianna trova il compimento
del suo anelito amoroso.
L’esecuzione della prima romana (dopo 35 anni in scena!) ha reso con discreta
efficacia questa duplicità di registri. La protagonista Axelle Fanyo ha
interpretato un’Ariadne intensa e commovente, nella non facile sfida di
restituire la solennità sacrale della partitura straussiana. Dal punto di vista
vocale è stata notevole Ziyi Dai, Zerbinetta irresistibile, che si è dispiegata
con acrobazie vocali travolgenti, superando il banco di prova probabilmente più
arduo di una complessa partitura.
I maligni potrebbero avuto l’impressione che le due interpreti abbiano
inizialmente trattenuto la voce, per poi liberarla nella parte centrale della
seconda sezione, dove Strauss chiede a entrambe le interpreti uno sforzo
spietato, un crescendo spaventoso di virtuosismi. In tutto ciò, vorrei lanciare
una petizione allo scopo di chiedere al regista David Hermann perché la teofania
di Bacco debba apparire in camicia e jeans. Come già nel precedente Inferno
dantesco (ne ho parlato in un video per Letture Metropolitane), ancora una volta
l’idea di “attualizzare” il mito finisce per banalizzare: appare evidente
l’intento ideologico di “desacralizzare” i fondamenti della visione spirituale
tradizionale. Non si tratta di una questione filosofica, è proprio un errore
estetico: Luchino Visconti era comunista, ma rappresentava degnamente
l’immaginario wagneriano, Carmelo Bene non lo era di certo, ma sapeva incarnare
l’anelito utopistico di Majakovskij.
Non è brillante, ma triste che il sublime si dissolva in un ammiccamento al
contemporaneo, mentre l’opera in quel momento pretenderebbe esattamente il
contrario: l’abbandono estatico al Divino. Ed è in questa oscillazione musicale
tra beffa ironica e tensione all’Assoluto che Ariadne auf Naxos mostra la sua
unicità: Strauss e Hofmannsthal non contrappongono semplicemente alto e basso,
mostrano piuttosto come “ciò che è in alto è ciò che è in basso”, come il teatro
sia un gioco di maschere dietro cui si rivela, inaspettata, l’epifania del Vero.
Ph credits: Semperoper Dresden – Ludwig Olah
L'articolo Tra Strauss e Hofmannsthal: l’unicità di Ariadne auf Naxos in scena a
Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giuseppe Verdi occupa nella storia della musica un luogo che non è solo
centrale, ma di spartiacque. A 125 anni dalla sua morte, Verdi è un classico che
non consola, ma ancora strugge, commuove e ispira. E lo fa con quella miscela di
rigore e istinto che rende la sua opera un caso unico nella modernità musicale.
Io non sono “verdiano”, ma non posso non riconoscerne la grandezza. Come scrisse
da par suo Mario Bortolotto: “La dipartita di Verdi era stata l’occasione per
allestire un mito. Spettò anzitutto come prevedibile, all’alta rettorica
dannunziana. Nella canzone Per la morte di Giuseppe Verdi, accolta nel 1904 in
Elettra, sono tutte le ragioni di quella mitologia popolare: universalismo:
‘Pianse ed amò per tutti’; terrestrità: ‘ci nutrimmo di lui come del pane’;
sapore terragno: ‘nato dalla zolla, / dalla madre dei buoi / forti’;
patriottismo: ‘La melodia suprema della patria’, oracolo minaccioso: ‘congiunto
/ in terra avea con la virtù de’ suoni / tutti gli spirti per la santa guerra’.”
Chi accoglieva lo scomparso – e qui si tocca lo zenit – erano poi Dante,
Leonardo, Michelangelo. Non si intende la compagnia, ma, certo, non si può far
di peggio, e più sonoramente. Quando invece, vent’anni dopo, il musicista cade
nelle mani della Ronda, è tutt’altra musica. I “fratelli antichi” si sono
dileguati: resta, in primo piano, la “atavica semplicità”, l'”effetto esagerato
e fulmineo” (…). È questo quel residuo elementare, che percorre l’opera
verdiana, fino alla fine che più tardi Alberto Moravia tentò di enucleare come
“volgarità”: affrettandosi ad aggiungere ch’essa “altro non è se non la
permanenza, in quel contesto nazionale e sociale, di valori vetusti, di stabili
codici morali, che si possono far risalire addirittura al Rinascimento”.
L’importanza di Verdi non risiede soltanto nell’aver dato forma definitiva al
melodramma italiano, ma nell’averlo sottoposto a una radicale rifondazione
dall’interno. Verdi parte dal teatro d’opera ottocentesco, dai suoi codici e
dalle sue convenzioni, per portarli al limite di rottura. Dalla spinta giovanile
di Nabucco e I Lombardi fino alla lucidità crepuscolare di Falstaff, il suo
percorso è quello di un compositore che non smette di mettere in discussione il
proprio linguaggio. Ogni opera è una verifica, ogni successo una tappa
provvisoria.
Le opere principali scandiscono questa traiettoria con chiarezza quasi
didattica. Rigoletto, Il trovatore e La traviata segnano la conquista di un
teatro in cui il personaggio non è più mera maschera, ma vivo archetipo moderno.
Simon Boccanegra e Don Carlos introducono una dimensione politica e storica più
complessa, fatta di zone d’ombra, di conflitti irrisolti. Aida espande lo spazio
scenico e sonoro senza cedere all’esotismo facile, mentre Otello e Falstaff
rappresentano l’approdo a una scrittura continua, nervosa, quasi prosciugata,
dove l’aria tradizionale si dissolve in un flusso drammatico di precisione
chirurgica.
La risonanza musicale di Verdi oggi è legata a questa capacità di parlare al
presente senza aggiornamenti cosmetici. Le sue opere resistono alle vane mode
registiche perché contengono già, nella partitura, un pensiero teatrale forte,
strutturato, autosufficiente. Verdi conosce il tempo scenico, il peso del
silenzio, l’impatto drammatico di una pausa. Il confronto con Wagner, spesso
ridotto a una sterile contrapposizione da derby, è in realtà uno dei nodi più
fertili della storia musicale europea. Verdi guarda Wagner con attenzione, senza
sudditanza. Ne comprende la portata rivoluzionaria, ma rifiuta l’idea di un
sistema totale, di un mito che si sostituisce al teatro. Dove Wagner tende alla
fusione e all’infinito, Verdi sceglie il limite, l’immediato, il “troppo umano”.
È un dialogo a distanza, fatto di differenze radicali e di reciproco rispetto,
ma un melomane può benissimo amare entrambi.
L’influenza di Verdi sulla musica successiva è meno appariscente di quella
wagneriana, ma non meno profonda. Si manifesta nella centralità della voce come
veicolo drammatico, nell’attenzione al ritmo della parola, nella capacità di
fare del teatro un luogo di verità e non di ornamento. Da Puccini a Britten, da
certi esiti del verismo fino a riflessioni novecentesche sul rapporto tra musica
e scena, Verdi rimane una presenza silenziosa ma decisiva. In questo sta la sua
attualità: non nella celebrazione, ma nella resistenza del suo teatro, che
continua a parlare con voce ferma, attraversando il tempo senza consumarsi, al
di là delle mode fatue.
L'articolo L’attualità di Verdi non risiede nella celebrazione, ma nella
resistenza del suo teatro: così continua a parlarci oggi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Bohème di Giacomo Puccini detiene, assieme probabilmente a La Traviata di
Giuseppe Verdi e la Carmen di Bizet, il primato di opera più “popolare” e
rappresentata nel mondo. Facile ipotizzare come tale status derivi in primo
luogo dall’esemplarità romanzesca del tema: l’opera viene composta alla fine di
un secolo che aveva visto la nascita e la celebrazione dello stile di vita
bohémien tra Romanticismo e Decadentismo ed è dunque divenuta sinonimo
nell’immaginario collettivo della tragica teatralità operistica.
Il merito del successo imperituro va, però, attribuito al suo squisito valore
musicale, al pregevole equilibrio compositivo, alle arie memorabili, all’abilità
pucciniana di evocare vivida commozione nelle scene madri. Si potrebbe scrivere
un libro sulla storia, già di per sé rocambolesca, della composizione
dell’opera: la sfida, stravinta, col rivale Ruggero Leoncavallo (i due decisero
di comporre contemporaneamente un’opera sullo stesso tema); la complessa
gestazione del libretto scritto dagli autori, già collaudati nel connubio del
loro stile complementare, Illica e Giacosa, tratto dal romanzo a puntate Scènes
de la vie de Bohème (1851) di Henri Murger, adattato teatralmente con Théodore
Barrière, una serie di quadri autobiografici sulla giovinezza artistica
parigina; i continui ripensamenti di Puccini nei più di due anni di composizione
(dal marzo 1893 alla fine del 1895) testimoniati da uno spartito originale
tormentato, per la delizia dei filologi, da cancellature, sbianchettature e
continue riscritture; la prima torinese del febbraio 1896, con un giovane Arturo
Toscanini alla direzione, che incontrò il favore del pubblico, accompagnata
dalla solita miope perplessità antiprofetica dei critici (“non lascerà traccia
nel nostro teatro lirico”, scriverà Beserzio su La Stampa); una successiva,
ulteriore revisione dell’incontentabile perfezionista Puccini, messa a punto per
le rappresentazioni palermitane (prima al Politeama e poi al Teatro Massimo)… e
da lì il trionfo.
Non è dunque facile portare in scena un’opera del genere: la scommessa è
reinterpretare, sì, ma con intelligenza. Scommessa vinta da questa edizione, in
scena al Costanzi fino al 25 gennaio, per la direzione di Jader Bignamini. A
quanto pare, leggendo alcune recensioni e commenti a caldo tendenzialmente
negativi, sono condannato a essere mio malgrado controcorrente: spesso sono
stato severo nei confronti degli allestimenti “moderni”, in questo caso ho
apprezzato molto l’utilizzo del videomapping, a cura di D-woke,
nell’allestimento firmato da Davide Livermore.
I quattro Quadri (non atti, come da definizione originale) dell’opera sono
raccontati da sette quadri, sette opere altamente significative
dell’Impressionismo; una scelta semplice, pertinente, suggestiva. Vedere la
Notte Stellata di Van Gogh come sfondo del duetto operistico amoroso più celebre
(“Che gelida manina”/”Sì, mi chiamano Mimì”), quasi come una proiezione della
tela dell’amico coinquilino Marcello, è un’intuizione innovativa ma pertinente:
vivaddio, la dimostrazione che si può fare qualcosa di nuovo, senza
stravolgimenti a caso. Tutto ciò mantenendo l’atmosfera umanamente calda (pur
nel gelo fatale) della più proverbiale soffitta parigina.
Bellissima la restituzione, festosa e vivacissima, del Quartiere Latino nel
breve e folgorante secondo Quadro, con consuete e meritate lodi al Coro diretto
dal maestro Ciro Visco.
Ben giocato il contrasto, nel terzo, agghiacciante non solo per l’ambientazione
ma per la tragica rivelazione sul destino dell’amata protagonista, tra l’amore
leggiadro, vitale, “litigarello” di Marcello e Musetta e la profondità tragica
del legame tra Rodolfo e Mimì. Un plauso alla straordinaria alchimia degli
interpreti: l’ultimo Quadro, inevitabilmente straziante, viene interpretato con
plausibile commozione da tutti i protagonisti in scena, verrebbe quasi voglia di
salire sul palco e unirsi al pianto e all’abbraccio collettivo per quanto
spontanea e credibile è l’empatia destata nel pubblico.
Mi riferisco al cast del 17 gennaio, di cui citerò Saimir Pirgu (un Rodolfo
gioviale quanto capace di commossa tenerezza), la stella pucciniana Carolina
Lopez Moreno (una degna Mimì), Nicola Alaimo, Alessio Arduini e William Thomas
(bravi nel restituire goliardia e solidarietà nei panni di Marcello, Schaunard e
Colline), Desirée Rancatore (una Musetta seducente quanto empatica) e Matteo
Peirone (sdoppiato in Benoit e Ancildoro). Che bello vedere, ogni tanto,
un’opera allestita con stile e rispetto.
L'articolo La Bohème al Teatro dell’Opera di Roma: Bignamini vince la scommessa
di reinterpretare con intelligenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia la produzione annuale di libri sulla musica è esuberante, e non
scarseggiano le punte di eccellenza intellettuale e scientifica. Sono occasioni
offerte agli amanti di musica per arricchire il piacere dell’ascolto attraverso
la lettura di pagine che spieghino la storia, il senso, gli arcani di un’arte
così sfuggente e inafferrabile. Parlar di musica è in effetti difficile. E
spesso il frequentatore di concerti e teatri esita ad affrontare saggi di storia
e critica della musica, nel timore, paradossale, che essi ne possano appesantire
lo spontaneo godimento.
La rassegna Il Fior fiore dei libri di musica intende appunto valorizzare questo
settore editoriale e incentivarne la risonanza nell’opinione pubblica,
segnalando una selezione assai varia di titoli di qualità, che alimentino la
conoscenza e la comprensione dell’arte musicale. A tal fine l’associazione Il
Saggiatore musicale ha chiesto a otto editori attivi in questo campo di proporre
tre titoli dal loro catalogo del biennio 2023-2024. Gli editori invitati
quest’anno sono Carocci Editore (Roma), EDT (Torino), Libreria Musicale Italiana
(Lucca), NeoClassica (Roma), Leo S. Olschki (Firenze), Il Saggiatore (Milano),
Società editrice di Musicologia (Roma) e Zecchini Editore (Varese). Un’apposita
commissione di musicologi attivi nelle Università e nei Conservatori ha
selezionato gli otto libri che domani, 11 dicembre, verranno presentati e
discussi nel Museo della Musica di Bologna. Il Saggiatore musicale ha
individuato i presentatori dei volumi – autorevoli musicologi, critici musicali,
melomani di altre discipline – che ne illustreranno l’interesse e il pregio. Il
coordinamento è affidato a Simone Di Crescenzo e Eduardo Grumelli.
Ecco gli otto titoli
Carlida Steffan e Luca Zoppelli, Nei palchi e sulle sedie. Il teatro musicale
nella società italiana dell’Ottocento (Carocci Editore), presentato da Carlotta
Sorba (Università di Padova);
Alessandro Macchia, Benjamin Britten. L’uomo, il compositore, l’interprete
(Edt), presentato da Enrico Reggiani (Università Cattolica, Milano);
Daniele Palma, Recording Voices. Archeologia fonografica dell’opera (Libreria
Musicale Italiana), presentato da Pietro Zappalà (Università di Pavia);
Fabrizio Della Seta, Popolo famiglia individui. Confronti sottintesi e malintesi
sulla scena operistica (NeoClassica), presentato da Ilaria Narici (Fondazione
Gioachino Rossini, Pesaro);
Gabriella Biagi Ravenni e Francesco Cesari (a cura di), Giacomo Puccini.
Epistolario. IV, 1905-1906 (Leo S. Olschki), presentato da Paolo D’Achille
(Accademia della Crusca, Firenze);
Michele Girardi, Giacomo Puccini. Tra fin de siècle e modernità (Il Saggiatore),
presentato da Emanuele d’Angelo (Accademia di Belle Arti, Bari);
Giulia Giovani e Francesco Lora, Giacomo Antonio Perti: corrispondenze
dall’Europa (Società editrice di Musicologia), presentato da Raffaele Mellace
(Università di Genova);
Marina Moretti (a cura di), Pëtr Il’ič Čajkovskij: lettere dall’Italia 1874-1890
(Zecchini), presentato da Carla Moreni (Il Sole 24 Ore).
***
Info
Dove | Palazzo Aldini Sanguinetti, Sala Eventi – Bologna, Strada Maggiore 34
Quando | Giovedì 11 dicembre 2025
Orari | 10:30-13:30 – 14:30-18:00
Programma | Tutti gli interventi
Ingresso | Gratuito
L'articolo Leggere di musica? Aumenta il piacere dell’ascolto. A Bologna torna
la rassegna “Fior fiore dei libri” dedicati a classica e lirica proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un finale tragico per il cantante lirico statunitense Jubilant Sykes,
protagonista sui palchi più prestigiosi del mondo, che vantava anche una
nomination ai Grammy. Il baritono è stato ucciso a coltellate nella serata di
lunedì 8 dicembre nella sua abitazione di Santa Monica, in California. Aveva 71
anni. In custodia si trova il figlio, Micah Sykes, 31 anni, individuato sul
posto dagli agenti della polizia e arrestato come principale sospettato.
Secondo quanto comunicato dal Dipartimento di Polizia di Santa Monica, come
riportano i media Usa, gli agenti sono intervenuti intorno alle ore 21:20, dopo
una chiamata al 911 che segnalava un’aggressione in corso all’interno
dell’abitazione. “Gli agenti sono arrivati rapidamente e sono stati condotti dal
segnalante all’interno della casa”, recita la nota ufficiale.
“All’interno hanno trovato un uomo di 71 anni, identificato come Jubilant Sykes,
con ferite gravi compatibili con un accoltellamento”. Il figlio della vittima si
trovava ancora nell’abitazione ed è stato arrestato senza incidenti. Sykes è
stato dichiarato morto sul posto dal personale dei vigili del fuoco. Il figlio
sarà formalmente incriminato per omicidio, in attesa delle valutazioni della
Procura della Contea di Los Angeles.
Nato e cresciuto a Los Angeles, Jubilant Sykes aveva iniziato la carriera lirica
distinguendosi per una voce duttile che lo aveva portato in luoghi simbolo della
musica mondiale: il Metropolitan Opera, il Carnegie Hall, il Kennedy Center,
l’Apollo Theater e l’Hollywood Bowl. Nel corso della sua lunga carriera, il
tenore aveva collaborato con artisti di primo piano come Julie Andrews, Renée
Fleming, Josh Groban, Carlos Santana, Brian Wilson, Patrice Rushen e Terence
Blanchard, costruendo un repertorio che spaziava dalla musica classica al
gospel, dal jazz al contemporaneo.
La nomination ai Grammy Awards era arrivata nel 2010, grazie al suo contributo
nella registrazione di Mass di Leonard Bernstein. Sykes aveva inoltre esplorato
il mondo del cinema e della televisione, apparendo in produzioni come “Freedom”
(2014) di Peter Cousens e “The Descent” (2023) di Matt Green.
L'articolo Jubilant Sykes ammazzato a coltellate, arrestato il figlio del
baritono. La polizia: “È il principale sospettato. Si trovava dentro casa e non
ha opposto resistenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un camion che sfonda a sorpresa una vetrata, due personaggi che vanno a fuoco
sul palco, una autentica aggressione sessuale sul posto di lavoro vestita da
quella ambiguità – così moderna – del presunto equivoco, del gioco, del dissenso
“non espresso chiaramente”. Vasily Barkhatov supera con applausi e qualche
ovazione l’esame di maturità della Scala a 43 anni portando un’opera di quasi
cent’anni fa dentro il paesaggio linguistico e visivo di oggi. Non gli servono
superflui “costumi moderni”, a volte contrastati da una parte del pubblico
scaligero della Prima, perché l’idea e il lavoro è tutto nel pensiero
drammaturgico con cui ha portato in scena Una Lady Macbeth del distretto di
Mcensk di Dmitri Shostakovich. Un’opera di cui si dice che è difficile trovarne
un significato univoco. Barkhatov scavalca il quesito e rende la storia
credibile e avvincente, calcando il segno su alcune chiare volontà del
compositore (che non a caso dà alla protagonista Katerina le arie più forti) e
riempiendo di dinamismo ogni scena, anche e soprattutto quelle strumentali (che
non mancano) o dei cori, quando la scena di solito rischia di essere un po’
ingessata.
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096_GN1A7702 PH BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
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205_GN1A8059 PH BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
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177_GN1A7967 PH BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
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LADY SCALA
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261_GN1A8228 PH BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
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220_GN1A8112 PH BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
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129_096A8236 PH BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
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248_GN1A8192 PH BRESCIA E AMISANO © TEATRO ALLA SCALA
Barkhatov ambienta la sua Lady Macbeth negli anni Cinquanta, ironicamente (o
forse no) nel periodo che porterà alla morte di Stalin, il censore di
Shostakovich. La scenografia ha uno sviluppo orizzontale, diviso a metà. In una
scena ci sono sopra le cucine (sono molto i personaggi secondari anche tra la
servitù della famiglia di Katerina che compaiono via via), sotto la camera da
letto della protagonista e del marito Zinovij e l’ufficio di quest’ultimo. In
una seconda scena sotto si trova un grande salone da pranzo e sopra un balcone.
Il regista sfrutta questi molti spazi tutti a vista per spingere l’opera con
ritmo cinematografico, per non dire da thriller a puntate: una serie tv,
insomma, e ci scuseranno subito gli esperti di lirica per questa metafora ormai
un po’ logora. E però è vero che la cura registica per i dettagli fa sì che ogni
attore, anche all’opposto del movimento della scena, anche nei momenti solo
musicali e senza interventi dei protagonisti, riempie l’occhio e l’attenzione
dello spettatore.
Con questa abilità che affonda le radici nella freschezza tutta giovanile – con
quale avvenire – Barkhatov disegna una storia di libertà e di liberazione, che
non si compie fino in fondo ma che resta come icona e messaggio. Katerina vive
una vita soggiogata dai comandi impartiti dal marito e dal suocero (anzi il
primo sembra un fantoccio nelle mani del secondo). La accusano di non generare
eredi e lei ribalta l’accusa contro il poco amorevole consorte. In cucina si
consuma un’aggressione sessuale nei confronti di una cameriera, una violenza che
Barkhatov “veste” con gli ingredienti alimentari: la poverina viene ricoperta di
farina, di sugo, viene “lavorata” col mattarello, sculacciata. Le molestie
vengono interrotte proprio dalla moglie del padrone, Katerina, che già sente
crescere l’odio per il maschio che si sente tale soverchiando la donna. “Ho
bisogno di affetto” canterà poco dopo “soltanto io non ho nessun che mi
desideri”. Conosce Sergej, che lavora nell’azienda del marito e tutto cambia:
nella sua mente vede aprirsi, quando ormai non lo sperava nemmeno più, spazi
sconfinati nonostante resti poco più che reclusa. Il suocero Boris la sorprende
con lui e lo frusta. Lei non ne può più e quando il suocero le ordina un piatto
di funghi lei lo avvelena. Torna il marito Zinovij e Katerina e Sergej sono
sorpresi a letto e seminudi. Qui il ritmo si fa quasi a perdifiato. Lui si
nasconde nell’armadio, l’amante dissimula. Zinovij comincia a fare domande, lei
risponde vaga. Il marito la aggredisce, tenta di violentarla, lei chiama aiuto,
chiama Sergej che esce dall’armadio. Zinovij è sorpreso e di questo approfitta
Katerina che lo immobilizza a letto, con uno straccio comincia a strangolarlo.
Arriva anche Sergej, blocca braccia e gambe di Zinovij, Katerina prende un
cuscino e soffoca definitivamente il marito. Il quale stordito chiama un prete e
Sergej a quel punto lo finisce: “Eccoti il prete”. Gli preme il cuscino sulla
faccia finché Zinovji non smette di respirare. I due amanti restano come
scioccati ma il loro futuro insieme ora sembra assicurato.
Katerina e Sergej si sposano davanti a numerosi invitati ma nel frattempo – dopo
che finora è rimasto nascosto dentro un frigo – viene scoperto il cadavere di
Zinovij, il marito ammazzato. Qui arriva una prima trovata scenica di Barkhatov
che può assomigliare pure a una citazione. Durante la festa nuziale i morti
(suocero e marito della sposina killer) ricompaiono sottoforma di ombre e
visioni: come fantasma, diafano, Boris (e ricorda un po’ il Convitato di pietra
del Don Giovanni), Zinovji addirittura spuntando dalla torta nuziale (e la scena
reale della festa con gli invitati si “congela”). Ad ogni modo la notizia del
cadavere arriva alla polizia. “È finita” dice Katerina. “Fuggiamo” dice Sergej.
I due vengono arrestati e il cambio di scena – altra idea vincente di Barkhatov
– avviene con la dirompente entrata in scena di un camion militare.
Letteralmente dirompente: sfonda il portone di quella che sarebbe la casa di
Katerina e improvvisamente ci si ritrova nel campo di prigionia.
Il camion che distrugge la vetrata è anche una metafora efficace per
sottolineare che la vita di Katerina così come l’aveva sognata va in mille
pezzi. Nel campo di prigionia dove è stata portata con Sergej, la protagonista
vede crollare tutto. Dagli agi della villa col marito al freddo e alla miseria
del campo. In più Sergej ormai la detesta perché ha trascinato anche lui in
questa catastrofe. Non basta: lui si invaghisce di un’altra prigioniera. Di più:
l’ex amante si fa beffa di Katerina chiedendole soldi o capi di abbigliamento
che lui regala a un’altra prigioniera. Katerina ha capito tutto, e soprattutto
che tutto è perso, perfino l’amore che le aveva dato la spinta per il grande
salto nel buio, pur di raggiungere una libertà, una qualsiasi. Le guardie
gridano a tutti i prigionieri di alzarsi perché è ora di andare. Si tirano in
piedi tutti tranne Katerina che non dà segni di vita. In realtà finge. Poco
prima si è cosparsa di benzina. Dopo aver sentito la nuova amata di Sergej che
la canzona (“Guarda come mi stanno bene le tue calze”) ruba l’accendino a un
altro prigioniero poi fa in modo di mettersi vicino all’amante di Sergej e
accende il fuoco. Muoiono insieme bruciate vive. Sul palco brillano fiamme
reale, corrono impazzite due torce umane. Il pubblico della Scala è abbagliato e
conquistato.
Oltre alle ovazioni ripetute e insistite per il maestro Riccardo Chailly per la
prova d’orchestra, a ricevere gli applausi più convinti – a giusta ragione –
sono stati la protagonista, il soprano Sara Jakubiak, e Alexander Roslavets, il
basso che ha interpretato il suocero Boris.
L'articolo Prima della Scala 2025, camion che sfondano vetrate e “vere” torce
umane infuocate: la missione compiuta di Barkhatov con la Lady Macbeth di
Shostakovich proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chi ha paura di Lady Macbeth, il terribile personaggio di Shakespeare? La
risposta è: tutti. Meglio non trovarsela sul cammino. Semina morte e
distruzione, rovina il consorte, finisce pazza. Personifica il male, assoluto,
totalizzante. Ma perché Šostakovič intitola Lady Macbeth la sua opera che il 7
dicembre apre la stagione lirica della Scala? Per lo stesso motivo: la
protagonista è malefica, distruttiva. Ma attenzione: se la Lady shakespeariana
non mostra sentimenti d’amore, quella di Šostakovič è divorata da una passione
erotica bruciante. Non fu il compositore a inventare il personaggio: ne stese il
libretto assieme ad Aleksandr Prejs, ma ne trasse il soggetto da una novella di
Nikolaj Leskov (1831-1895), Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, risalente
al 1865, una settantina d’anni prima. È però evidente che il titolo rimanda al
drammaturgo inglese. E nel contempo fa il verso a un racconto di Ivan Turgenev,
Un Amleto del distretto di Ščigry (1849), che ritrae la meschinità imperante
nella borghesia russa di provincia.
Non stupiamoci di questi scambi. Nell’Ottocento Shakespeare furoreggia in tutta
Europa: entusiasticamente riscoperto dai romantici, è per così dire un autore
del giorno. In francese o in tedesco, lo si legge anche in Russia. Negli anni
Venti un giovane letterato di origini tedesche, Vilʹgelʹm Kjuchelʹbeker,
tradusse in russo alcuni drammi, a cominciare proprio dal Macbeth. E su
Shakespeare un suo compagno di liceo, il grande Aleksandr Puškin, modellò il
Boris Godunov (1825), dramma storico che mezzo secolo più tardi, in mano a
Modest Musorgskij, cambiò la faccia dell’opera russa.
In Leskov e in Šostakovič la Lady Macbeth del titolo è Katerina L’vovna
Izmajlova, che, ci dice lo scrittore ad apertura, non “cessò mai di recitare un
dramma terribile, a causa del quale i signori della nostra nobiltà cominciarono
a chiamarla con il dolce nome di Lady Macbeth del distretto di Mcensk” – e già
qui s’intravede il rapporto fra classi sociali differenti: i nobili leggono, i
commercianti di provincia no. La bella Katerina, annoiata della vita senza
stimoli nella sterminata campagna della provincia di Orël (300 e più km a sud di
Mosca), oppressa dal controllo dei maschi di casa – il suocero tiranno Boris e
il frigido marito Zinovij – fa l’amore con un disinvolto lavorante dell’azienda,
Sergej: messasi d’impegno, si sbarazza del suocero avvelenandolo, del marito
strangolandolo, infine di un ragazzino, Fedja, spuntato dal nulla come co-erede
del patrimonio, soffocandolo. Scoperta, condannata ai lavori forzati col suo
spasimante, durante il trasferimento verso la Siberia butta infine nel Volga la
nuova fiamma di lui, Sonetka, gettandosi anche lei nelle onde. Solo Sergej viene
risparmiato. Questo lo sviluppo della truce novella.
Ma chi è questa donna? Di estrazione modesta, Katerina ha sposato un ricco
mercante, la sua vita trascorre senza luce né speranza, intrisa di tedio e
solitudine. Non ha figli: è colpa di lui, dice. La mancata maternità la
inasprisce, stimola fastidio e disprezzo per il coniuge. È donna passionale,
riccioli neri, seno prosperoso, occhi ardenti: quando, a un tratto, nella sua
vita irrompe Sergej, classe inferiore, piglio vigoroso, deflagra l’incendio dei
sensi. Non ci si può fermare: la strada del delitto è spalancata.
Eppure nella novella, checché se ne dica, non mancano le dolcezze, gli
abbandoni, le malinconie. Non è vero, almeno dapprincipio, che quella di
Katerina e Sergej sia solo una faccenda di sesso nudo e crudo, una tresca senza
sentimenti. Quando il marito sta per tornare da un viaggio, il giovane lavorante
pronuncia parole dolorose: “Dovrò vedere un altro uomo che ti prende per le
bianche braccia e ti porta in camera da letto, dovrà il mio cuore sopportare
tutto questo, e forse sentirmi per tutta la vita un uomo spregevole?“. E di
seguito: “Io non sono come gli altri, ai quali va bene tutto per ottenere dalla
donna soltanto il piacere. Io so che cos’è l’amore e in che modo succhia il
cuore come fa un nero serpente…”. Il problema di classe emerge a tratti, e
Sergej lo vive come un blocco insuperabile: “Se fossi un signore o un mercante
come voi, io non mi separerei da te e non rinuncerei a te per tutta la vita”. E
continua insinuante: “Io vorrei essere tuo marito davanti alla Santa Chiesa:
allora, anche se mi considererò sempre inferiore a te, potrei mostrare a tutti
quanto rispetto meriti da mia moglie”. Provvederà poi l’epilogo a rivelarci la
vera natura dell’ardente giovane, donnaiolo volubile e opportunista.
L’uccisione di Fedja, adolescente malaticcio, dà una svolta definitiva alla
storia. Detto en passant, anche questo episodio rimanda al Macbeth
shakesperiano, al tentato assassinio del figlio di Banco, Fleance, che però si
salva. Ormai coniugi, i due amanti della novella di Leskov vengono infine
scoperti, arrestati e condannati: lei abbandona senza lacrime il figlio
concepito con Sergej; continua ad amare l’uomo “più ardentemente di prima”; lui
si trastulla invece con Sonetka, galeotta compiacente. La situazione,
insostenibile, scatena l’epilogo funesto.
Il racconto di Leskov fu apprezzato e godette di una pacifica fortuna. Alla fin
fine era una tranche de vie alla maniera del coevo Émile Zola, intrisa di crudo
naturalismo: una brutta storia di amore, sesso e crimini, narrata con studiato
distacco. Anche nel Novecento, negli anni di Stalin e dei suoi piani
quinquennali, continuò tranquillamente ad essere letta, senza suscitare censure.
Non così la Lady Macbeth di Šostakovič, data in Prima a Leningrado il 22 gennaio
1934, e il 24 a Mosca, acclamata per due anni in Russia e nel resto
dell’Occidente, ma infine pesantemente attaccata e censurata dal regime. Nel
gennaio 1936 uscì sul quotidiano del partito, la Pravda, un articolo anonimo,
intitolato Caos anziché musica, a quanto pare ispirato e comunque approvato da
Stalin, che denunciava l’opera come “musica confusa, volutamente cacofonica”,
“antipopolare”, “estranea allo spirito sovietico”. Ce n’era abbastanza per
metterla a tacere nell’Urss, per quasi trent’anni. Di fatto, quell’articolo fu
il primo lancio pubblico del programma estetico-ideologico del cosiddetto
“realismo socialista”.
L'articolo Prima della Scala | Lady Macbeth criminale ed erotica: da dove nasce
l’opera di Shostakovich (e perché Shakespeare c’entra fino a un certo punto)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Šostakovič, data a Leningrado
e Mosca nel 1934 è composta di quattro atti densi e intensi, in nove quadri, con
cinque smaglianti entr’actes sinfonici. Il musicista ci lavorò un paio d’anni:
nel suo intendimento avrebbe dovuto inaugurare una trilogia di opere incentrate
su figure femminili russe memorabili. Ne stese il libretto assieme ad Aleksandr
Prejs: con lui aveva scritto Il naso, la meravigliosa opera satirica tratta da
Gogol’ (Leningrado 1930). Ma che rapporto ha Lady Macbeth con la novella di
Leskov? I due scapestrati giovanotti – non avevano cinquant’anni in due –
seguirono la linea narrativa del racconto, ma gli diedero un accento
drammaturgico assai diverso. Katerina è sì un personaggio immorale, avida e
crudele assassina, ma Šostakovič simpatizza per lei (lo dice in uno scritto del
1932). E ciò si spiega: i veri cattivi, i perfidi, appartengono alla classe dei
mercanti facoltosi e gretti, di cui Katerina è vittima. Da questo giogo cerca di
liberarsi.
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Le modifiche rispetto a Leskov non mancano, anzi. Eccone alcune. Primo: Fedja,
il giovinetto malaticcio che, in quanto co-erede, può attentare al patrimonio di
Katerina, nell’opera non c’è. L’omicidio in scena di un ragazzino, dice
Šostakovič, avrebbe urtato gli spettatori. Secondo: è potenziato l’episodio
della burla fatta dai lavoranti alla grassa cuoca, che ai due autori offre il
modo d’introdurre un primo sensuale “corpo a corpo” fisico fra Katerina e
Sergej. Terzo: viene aggiunta la figura grottesca e sguaiata del Pope, che
compare sia nel funerale del suocero Boris, sia nel pranzo di nozze dei due
occulti assassini. Quarto: nuovo è l’episodio del comando di polizia, nel quale
l’idiota del villaggio denuncia d’aver scoperto il cadavere di Zinovij, il
marito della protagonista. Quinto: ma è soprattutto l’impetuosa scena d’amore e
sesso dei due protagonisti, risolta da Leskov con una trasparente ellissi
(“‘Va’, va’ via!’ disse Katerina dopo una mezz’ora, ravviandosi i capelli
sciolti…”), a venir rappresentata in tutta la sua veemente flagranza. Il
tripudiante crescendo orchestrale che culmina nell’orgasmo, e l’osceno glissando
dei tromboni che sonoramente glorifica la detumescenza postcoitale, indussero un
critico statunitense a coniare il termine “pornofonia“. Difficile smentirlo.
Si può ben dire che, in linea generale, lo stile di Šostakovič non è velatamente
evocativo; anzi, è plateale e sfacciato, ostentatamente deformante. L’interludio
che introduce il quadro dei poliziotti, per esempio, è uno sfrenato galop, tipo
Folies Bergères. Il trattamento grottesco investe tutti i personaggi di
contorno, ad eccezione di Katerina e Sergej: soprano lirico spinto lei, tenore
lirico spinto lui, sono loro gli unici veri “eroi” dell’opera. Il programmatico
divario stilistico che li eleva sopra il livello carnevalesco di tutti gli altri
personaggi àltera alla radice il taglio naturalistico del racconto di Leskov. Da
un lato esalta i due amanti criminali, e dunque attira su di loro – su Katerina
soprattutto – l’empatia dello spettatore. Dall’altro, connota il sordido
ambiente circostante – il “popolo“, se vogliamo – in una caricatura ridicola e
disgustosa. Non meraviglia che questo voluto squilibrio abbia provocato il
violento rigetto ideologico del regime stalinista.
Il successo di Lady Macbeth fu da subito trionfale. Nei primi due anni registrò
quasi duecento recite tra Leningrado e Mosca, fu osannata a New York, Londra,
Stoccolma, Buenos Aires, Zurigo. La fortuna in patria fu troncata e la
diffusione all’estero frenata da un articolo anonimo pubblicato dalla Pravda,
intitolato Caos anziché musica, a quanto pare ispirato e comunque approvato da
Stalin, che denunciava l’opera come “musica confusa, volutamente cacofonica“,
“antipopolare“, “estranea allo spirito sovietico”. Nel 1963 – Stalin era morto
dieci anni prima – Šostakovič ritoccò la partitura, smussandone certe asperità.
L’opera, ribattezzata col nome della protagonista, Katerina Izmajlova, fu data a
Mosca, e in questa versione, per espressa richiesta dell’autore, l’anno dopo
approdò alla Scala di Milano. Morto Šostakovič, nel 1979 l’editore amburghese
Sikorski ha pubblicato la primissima versione della partitura. Ne deriva un
problema critico: dobbiamo considerare più autorevole la Urfassung, ossia il
primissimo originale, 1934, quello che scatenò la condanna di Stalin? Oppure la
Fassung letzter Hand, la “versione di ultima mano”, che, rifinita dall’autore
nel 1963, ne rappresenta l’ultima volontà? La Scala ha optato per la Urfassung.
L'articolo Prima della Scala 2025 | La storia di Lady Macbeth: la censura di
Stalin, lo stile “sfacciato” di Shostakovich, quella strana definizione di
“pornofonia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cosa ci si deve aspettare dalla Lady Macbeth del distretto di Mcensk, l’opera
che risuonerà in milioni di televisori collegati con la Prima della Scala?
Beatrice Venezi merita il posto in cui è stata calata, alla Fenice di Venezia,
uno dei teatri più importanti del mondo? L’album spaccatutto di Rosalia – Lux –
può davvero bastare come ponte tra la musica pop e la musica classica? Teatri,
sale concerto, auditorium aspettano e sperano che le loro platee si colorino non
solo di teste canute ma anche dei colori sgargianti della gioventù. Qual è la
formula per distrarre occhi e orecchie dalla musica scelta non solo sull’onda
del trend ma perfino con le istruzioni di un algoritmo social? In un tempo –
questi giorni, questi mesi – in cui la musica cosiddetta colta bussa alla porta
anche di chi non ne conosce tutti i segreti c’è urgente bisogno di un po’ di
senso dell’orientamento. E lungo questa strada Ilfattoquotidiano.it ha scelto di
chiedere indicazioni alla direttrice – e fondatrice – di una rivista online
specializzata in informazione e cultura musicale. La rivista si chiama Music
Paper e la direttrice è Paola Molfino, giornalista che per più di trent’anni ha
lavorato ad Amadeus (che ha anche diretto) e ora da tre guida questo giornale
dinamico, vivace, fresco, capace di utilizzare tutto l’alfabeto nuovo della
comunicazione (podcast, playlist, reel) accanto a quello più tradizionale (le
grandi firme, le recensioni, la critica), di risultare sofisticato e nello
stesso tempo inclusivo nei linguaggi: “Musica da leggere” la chiama Paola
Molfino. Un lavoro formidabile in quella disciplina apparentemente impossibile
che è offrire ai lettori tanto il paesaggio familiare e confortevole di ciò che
conosce e riconosce quanto nuovi impulsi da mondi meno frequentati.
Direttrice Molfino, partiamo da lontano: Rosalia. Il suo album brucia i record,
è stato accolto come una rivoluzione, ribalta le regole pop, demolisce quelle
tiktok, esalta la contaminazione tra generi e mondi. Compresi quelli della
musica colta con riferimenti a Vivaldi, Mozart, la musica sacra. In questa
standing ovation generale voi siete stati più cauti.
A Music Paper nessun pregiudizio, però cerchiamo sempre di stimolare il giudizio
critico, di aprire riflessioni, confronti di idee anche attraverso i social. Di
non di appiattirci sul percepito dello scrolling o del like. Siamo stati subito
colpiti dal singolo di Rosalia Barghain e dal video. Dalla sua potenza e dai
riferimenti musicali, simbolici, visivi. E dall’impatto della strategia di
comunicazione, azzeccatissima, come si è visto. Prima ancora che tutto l’album
Lux uscisse abbiamo pubblicato un reel perché ci siamo detti che era giusto
registrare il fenomeno. E poi con un articolo di approfondimento abbiamo posto
una domanda che è giusto farci mentre ascoltiamo Rosalia e che provo a
sintetizzare così: “Siamo sicuri che basti usare degli archi e cantare in un
certo modo per dire che si tratta di musica classica?”
Non crede però che una popstar che rimanda alla musica barocca sia un’occasione
per aprire nuove finestre di fronte a generazioni meno abituate alla fruizione
della musica classica?
Assolutamente sì, quindi benvenuta Rosalia. Che si unisce a un elenco di
illustri predecessori: artisti del pop, del rock, della musica urban che da
sempre attingono a sonorità e arrangiamenti “classici”. Negli anni Duemila per
esempio lo ha fatto perfino Kanye West in Late Orchestration. O per venire a un
recente caso nostrano sfuggito forse ai più Caparezza in una traccia del suo
ultimo disco Orbit Orbit: Purification con un’orchestra di più di 70 elementi e
un coro. Però noi poi abbiamo il dovere – essendo una testata specializzata – di
approfondire di esercitare il pensiero critico. Ed è stata un’occasione per una
bella discussione in redazione: a Music Paper lavorano giovani storici della
musica e critici, che sono anche musicisti, curiosi e competenti. E uno spunto
per parlare a nuove generazioni e soprattutto a persone che come noi, amano la
musica ma quella bella, al di là dei generi.
Cosa consiglierebbe allora a un ventenne che volesse avvicinarsi a certi suoni a
cui non è abituato perché radio, tv, social non gliene danno occasione?
Di non avere paura e di abbandonare i preconcetti, come noi dobbiamo abbandonare
quelli che spesso abbiamo sui giovani: che non sono curiosi, che sono ignoranti
che non vogliono fare fatica. Sappiamo benissimo che la classica è considerata
musica per vecchi, che è vissuta come noiosa. E che in Italia non la si insegna
a scuola come succede per la storia, la letteratura, l’arte o la filosofia. E
paradossalmente è più facile che i ragazzi si appassionino all’opera con le sue
storie senza tempo, al rito del teatro del vestirsi bene piuttosto che alla
musica sinfonica o da camera. Oppure pensiamo al fenomeno dei candlelight
concerts musicalmente cheap ma esperienziali. Anche ascoltare i Notturni di Jonh
Field (compositore irlandese del primo Ottocento creatore del genere reso famoso
da Chopin) come sottofondo mentre si studia o si lavora va benissimo. I Notturni
di Field (non quelli di Chopin!) suonati al pianoforte da Alice Sara Otto sono
l’album più ascoltato in streaming su Apple Classical Music nel 2025.
L’importante per ascoltare e amare la classica non è avere il diploma di
conservatorio o la laurea in Musicologia ma orecchie, cuore e mente aperti. Ciò
detto, sono 50mila le ragazze e i ragazzi che studiano musica nei conservatori
italiani e migliaia ancora nelle università e sono esattamente come tutti i loro
coetanei. A loro affidiamo il futuro della musica che amiamo, confidando che
loro sappiano essere “virali”.
Con i nuovi canali social è più facile avvicinarli. Ci sono musicisti-influencer
che si fanno domande e danno risposte for dummies come si dice, raccontano le
sinfonie di Beethoven o analizzano i notturni di Chopin. Percepisce che può
esserci un momento di apertura nei confronti del resto del pubblico anche non
“forte”?
Sicuramente l’approccio conta, i media e i nuovi linguaggi sono fondamentali,
gli influencer dell’opera e della classica anche in Italia stanno diventando
sempre più numerosi, però ancora vige un po’ la regola del “fai da te” e i
risultati non sono sempre esaltanti. A Music Paper interessa molto esplorare
tutto quanto si può fare per comunicare e abbattere barriere. Ma il rischio che
noi non vogliamo correre è quello della banalizzazione e intendiamo mantenere
alta l’asta della qualità. Per esempio sta per partire una collaborazione social
con Eugenio Radin che su Instagram è Whitewhalecafe: Eugenio è un filosofo ma
anche musicista ed è un ottimo divulgatore e un content creator che ha una
visione della creazione di contenuti culturali molto affine alla nostra.
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La Prima della Scala sarà la “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di
Shostakovich, non proprio un titolo nazionalpopolare né un modo ammiccante per
aprirsi a un nuovo pubblico. Le chiedo però di contraddirmi, di farmi cambiare
idea.
La contraddico con piacere: Lady Macbeth di Mcensk è un’opera fortissima e ha
una musica tellurica, espressiva, esplicita. Un capolavoro, una storia di sesso
e morte potrebbe essere uno di quei casi di cronaca nera che oggi tanto
appassionano la tv e il web: adulterio, assassinio, c’è tutto. Parla di temi
attualissimi, con una figura femminile che si trasforma in un mostro, ma è una
vittima di violenza famigliare, di uomini che abusano di lei psicologicamente e
fisicamente. È ambientata in Russia, paese ora in guerra al centro della scena
internazionale, ma venne scritta nel 1934 nell’Unione Sovietica di Stalin da un
ragazzo con gli occhialini tondi di soli 28 anni, Dimitri Šostakovič, un genio.
Un’opera di successo che invece Stalin bollò come “caos anziché musica”.
Scattarono la censura e il terrore: era il 1963 quando Šostakovič la modificò e
la ripropose in teatro a Mosca. E poi chi l’ha detto che la Scala debba
inaugurare con opere “nazionalpopolari”? L’audience Rai? È quello che sembra
essere “consigliato” dal nuovo Codice dello Spettacolo la cui bozza strenuamente
difesa dal sottosegretario alla Cultura Mazzi, sta suscitando tanti “mal di
pancia”. Proprio un teatro importante come la Scala ha invece il dovere di
proporre a un pubblico più ampio possibile anche titoli belli e meno noti: non
solo Verdi e Puccini che pur adoriamo. Come ha detto il sovrintendente della
Scala Ortombina al nostro giornale: “Noi siamo un servizio pubblico come un
ospedale“.
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
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Rosalia ai Latin Grammy Awards: il suo album Lux ha bruciato tutti i record con
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ULTIMI PREPARATIVI A MILANO PER LA PRIMA DEL TEATRO LA SCALA
Il teatro alla Scala (AP Photo/Antonio Calanni)
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Una giovane spettatrice a una Prima under 30 alla Scala
Da mesi la lirica finisce sui giornali generalisti – compreso questo – non con
le varie inaugurazioni di stagione bensì per la contestatissima nomina di
Beatrice Venezi alla Fenice, con proteste insistite e quasi quotidiane (mai
viste) da parte degli orchestrali. Vicende seguitissime dai lettori, anche
quelli che non vanno a teatro. Su un giornale specializzato come il vostro come
avete affrontato l’argomento?
Da tempi non sospetti ci occupiamo del “caso Venezi”, sin da quando siamo usciti
nel 2022 con una serie di articoli e retroscena molto approfonditi di Paola
Zonca. Io da giornalista mi occupo di classica da 35 anni e la carriera di
Beatrice Venezi è da tempo un’anomalia perché più che su argomenti musicali lei
sembra aver sempre puntato più sulla comunicazione, l’immagine, il marketing, la
questione di genere e la protezione politica con gli incarichi di consulente, le
nomine piovute dall’alto. E questo – noi lo abbiamo scritto anni fa – non le
avrebbe portato bene. Anche della cronaca della vicenda Fenice ci siamo occupati
e ci stiamo occupando ovviamente con retroscena e aggiornamenti. Ma la domanda
che mi sono posta al di là della cronaca è stata un’altra. Come quando nel
calcio gioca la Nazionale, nel caso Venezi tutti si sono sentiti autorizzati a
intervenire: ma sappiamo chi è un direttore d’orchestra, cosa fa, a cosa serve
il suo lavoro? E come lo si giudica, da quali parametri? Due grandi firme come
Michele dall’Ongaro e Giovanni Gavazzeni hanno dato delle spiegazioni molto
interessanti sul nostro giornale. Un approfondimento per chi vuole capire oltre
che informarsi.
Tolte le eventuali tifoserie, resta la domanda: Venezi sa dirigere?
Beatrice Venezi ha studiato direzione, ha un diploma di Conservatorio, ha
diretto orchestre in concerti sinfonici e (poca) opera: quindi “sa” dirigere. Ma
non abbastanza da poter ambire alla direzione musicale, quindi alla guida, alla
formazione, alla costruzione del valore di una grande orchestra
lirico-sinfonica. Con la quale per di più non ha nessuna consuetudine del fare
musica insieme. L’orchestra della Fenice l’ha diretta solo una volta per un
concerto privato. È questione di talento, certo, di bravura, ma anche di
repertorio: bisogna saper affrontare autori di epoche e stili diversissimi tra
loro. Quello del direttore musicale è un incarico articolato, completo e
complesso. I professori di un’orchestra meritano rispetto per poter restituire
rispetto. Non ridere di loro mentre si guarda Prova d’Orchestra di Fellini, come
ha raccontato di recente il presidente di Biennale Buttafuoco, ormai veneziano
d’adozione e suo grande fan, come il ministro Giuli il quale come noto ha
sentenziato che lei “diventerà la principessa di Venezia e l’Orchestra si
innamorerà di lei”. L’aria è di normalizzazione. Colabianchi, il sovrintendente
sfiduciato dai lavoratori e Venezi non si toccano. Non so come andrà a finire.
Ma Claudio Abbado diceva: “Nella musica come nella vita bisogna sapersi
ascoltare”.
Questa storia ha avuto almeno il merito di suscitare maggiore curiosità nei
confronti della musica classica e lirica? C’è più o meno “fame” di informazioni
su questi mondi a volte percepiti come distanti?
C’è fame di informazione e di retroscena quando si tocca la politica e
l’attualità, meno di approfondimento. Gli articoli su Beatrice Venezi sono da
sempre tra i più cliccati di Music Paper. Con una dose niente male di haters e
fraintendimenti da mettere in conto sui social.
Come si fa a raccontare la musica colta solo sul web utilizzato più da lettori
giovani che da “maturi”? Che strumenti anche operativi e che linguaggio usate
per “farvi scegliere”?
Usiamo il web per gli approfondimenti, articoli di “storia e storie della
musica”, interviste, recensioni di spettacoli, libri, dischi, pezzi di
attualità, le rubriche degli editorialisti e parliamo di anche jazz, danza,
letteratura. La musica e il mondo che le gira intorno. E lo facciamo pure con i
podcast e con le nostre playlist Spotify create dalla redazione a corredo degli
articoli. Musica da leggere, da vedere, da ascoltare. Abbiamo grandi firme per
l’autorevolezza e giovani (anche giovanissimi) collaboratori per la freschezza.
Preparati, appassionati, curiosi. Music Paper è un giornale, un magazine che fa
informazione, divulgazione e opinione. E sui social decliniamo questa vocazione
con un altro linguaggio, più catchy e attento alle tendenze ma sempre profondo e
curato nel contenuto. Digitale ma non superficiale, insomma. E la cosa bella sa
qual è? Che questa comunicazione in continuo cambiamento, tanto complicata da
gestire perché richiede velocità e il continuo aggiornamento di nuove competenze
e nuove skills va colta come una grande opportunità per chi ancora crede
nell’intelligenza delle idee.
L'articolo “La Lady Macbeth della Prima della Scala? Sesso e morte, un crime
perfetto. La carriera di Beatrice Venezi anomalia da tempo, gli orchestrali
meritano rispetto” proviene da Il Fatto Quotidiano.