È un’audizione lampo quella della presidente designata di Ispra, Maria
Alessandra Gallone, in commissione Ambiente alla Camera. Nomina avanzata dal
ministro Gilberto Pichetto Fratin – di cui Gallone è consulente – e che ha
sollevato polemiche. Specialmente perché l’Istituto superiore per la protezione
e ricerca ambientale è un organo scientifico, sulla carta indipendente, e che
dovrebbe essere condizionato dalla politica. Ma come scritto da
ilFattoQuotidiano.it, il governo ha proposto per la presidenza dell’ente una
figura strettamente politica, vale a dire Gallone, ex senatrice di Forza Italia
(e con un passato in FdI, An e Msi).
Gallone, in presentazione, ha posto l’accento proprio sulla terzietà
dell’istituto. Ha sottolineato come “la tutela dell’ambiente debba passare dalla
scienza” e come “le direttive europee vadano rispettate”. Ha citato la fauna
selvatica (che la maggioranza vorrebbe piegare agli interessi di Coldiretti e
associazioni venatorie) e ha legato tutti gli ambiti di cui si occupa Ispra al
“rigore scientifico”. Gallone, in un passaggio, ha anche annunciato che si
dimetterà da responsabile del dipartimento Ambiente di Forza Italia. E proprio
su questo punto è arrivata la considerazione di Angelo Bonelli, deputato di Avs:
“Mi immagino allora che per garantire l’indipendenza di Ispra lascerà anche
Forza Italia“. Ma l’ex senatrice berlusconiana, nella replica conclusiva alle
domande sollevate dai parlamentari, non ha risposto.
“La sua nomina apre un precedente gravissimo e pericoloso nella guida
dell’organismo tecnico-scientifico più importante, prestigioso e prezioso dello
Stato in materia ambientale – ha dichiarato in seguito Bonelli – È la prima
volta che alla guida dell’Ispra non viene nominato un tecnico o uno scienziato,
ma un’esponente di partito. Una scelta che rompe una tradizione di autonomia,
competenza e indipendenza e che conferma una strategia ormai evidente del
governo Meloni: subordinare gli organismi tecnici dello Stato agli indirizzi
politici della maggioranza”. Il deputato di Avs ha citato la commissione
VIA-VAS, le cui nomine “sono state effettuate un mese prima dell’approvazione
del progetto del Ponte sullo Stretto, inserendo profili con curricula che nulla
avevano a che fare con la valutazione di opere di tale complessità. Quello che
contesto è il metodo: una pratica che mina l’autonomia della scienza e piega gli
organismi di controllo a logiche di parte. La nomina di Gallone rischia di
mutare profondamente la funzione dell’Ispra, trasformandolo da presidio
indipendente di tutela ambientale in un organismo asservito agli indirizzi
politici del governo”.
L'articolo Ispra, Bonelli a Gallone: “Autonomia dalla politica? Immagino si
dimetterà da Forza Italia”. La presidente non risponde proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Il centrodestra si prende l’Ispra. Per la prima volta nella storia dell’Istituto
superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale sarà una figura politica a
guidare l’ente. E, nemmeno a dirlo, sarà un’esponente dell’attuale maggioranza
di governo. Il Mase ha indicato come prossima presidente Alessandra Gallone, ex
senatrice di Forza Italia e attuale consigliera proprio di Gilberto Pichetto
Fratin. E così il più importante e indipendente organo scientifico italiano che
si occupa di inquinamento, rischio idrogeologico, cambiamenti climatici, che
tutela la biodiversità, le aree protette e che finora è stato retto da tecnici,
passerà sotto il controllo della politica.
Per il governo Meloni è una grande occasione: controllare il principale
riferimento scientifico per le politiche ambientali significa indirizzarlo
quando sorgono potenziali conflitti proprio con l’esecutivo, con le Regioni e
con gli enti locali. Ispra infatti fornisce pareri tecnico-scientifici, talvolta
vincolanti, quando per esempio di mezzo ci sono piani antismog, quando va
valutato l’impatto di grandi opere e infrastrutture o quando si parla di acque e
depurazione. D’altra parte non è un segreto che il centrodestra volesse
mettergli sopra le mani. Nel corso della legislatura c’ha provato più volte,
tanto che a un certo punto, lo scorso anno, docenti ed esperti hanno inviato una
lettera a Meloni per denunciare come Ispra stesse subendo “attacchi sempre più
pressanti e ingiustificati”. E siccome in quel caso si parlava di prelievo
venatorio, l’accusa era rivolta alle associazioni dei cacciatori, agli armieri e
alla politica che di quei mondi cura gli interessi.
All’inizio di quest’anno è stata la volta della Lega, che ha proposto di
sottrarre a Ispra la tutela dalla fauna selvatica, affidandola a un nuovo
organismo (politico) in capo al ministero guidato da Francesco Lollobrigida.
L’ostruzionismo del M5s (e in misura minore dei Verdi) ha bloccato il blitz del
Carroccio. Ma l’attacco più grave è anche quello più recente: negli emendamenti
alla riforma della legge sulla caccia, l’Ispra dovrebbe avere sempre meno peso
tanto nella gestione dell’attività venatoria quanto in tutti gli altri settori,
poiché verrebbe posta sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei
ministri. E addio indipendenza.
Tornando alla nomina di Gallone, sul piano delle regole è tutto legittimo, dal
momento che è proprio il ministero dell’Ambiente ad avere la facoltà di avanzare
la candidatura. Ciò che è irrituale è che per la prima volta l’incarico non
viene affidato a un tecnico, ma a una figura strettamente politica (il disco
verde arriverà il 6 gennaio, quando si esprimerà la commissione Ambiente). Prima
della senatrice di Fi, Ispra è stata guidata per sette anni da Bernardo De
Bernardinis, noto più che altro per la condanna definitiva a due anni per il
terremoto dell’Aquila. Bernardinis, in ogni caso, era professore universitario
(ordinario di Idraulica), con decine di pubblicazioni all’attivo, prima
dirigente e poi vicecapo del Dipartimento della Protezione civile. Nel 2017 gli
succedette Stefano Laporta, avvocato e viceprefetto, con una lunga esperienza
nell’Istituto: sub-commissario nel 2008, direttore generale dal 2010 e dal 2023
vicepresidente dell’Agenzia europea per l’Ambiente.
Gallone, invece, ha il pedigree del politico: esponente del Msi, aderisce ad An
e nella sua Bergamo diventa prima consigliera e poi assessora all’Istruzione.
Entra in Senato col Pdl nel 2008 e nel 2012 diventa capogruppo del neonato
partito di FdI. Appena un anno dopo saluta Meloni per abbracciare Silvio
Berlusconi e Forza Italia. Nel 2018 rientra a Palazzo Madama, questa volta da
azzurra, in Aula è sempre presente e battagliera e in entrambe le esperienze,
tra le varie Commissioni di cui entra a fare parte, c’è anche quella Territorio
e ambiente. A Bergamo è molto apprezzata, tanto che all’ultima tornata il suo
partito la vuole candidare a sindaca. Ma Fi in città non conta come un tempo, e
Gallone salta. Chi la conosce dice che ama gli animali, tanto da essere stata
vista diverse volte all’Oasi Wwf di Valpredina; sui social al posto della sua
foto-profilo ha quella di Berlusconi, tra gli account seguiti ci sono lo stesso
Wwf e Greenpeace.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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L'articolo L’ex senatrice di Forza Italia a capo dell’organo scientifico che
tutela l’ambiente: così il governo si prende Ispra (mentre lo depotenzia)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rifiuti Urbani 2025 da Ispra: i cassonetti deficienti sono la “zavorra” del
riciclo nonostante la raccolta differenziata (RD) aumenti al 67,7%. La RD
aumenta quindi di più di un punto percentuale, ma il riciclo si ferma quindici
punti indietro perché le RD sono “sporche”, soprattutto se fatte con i
cassonetti stradali, compresi quelli a tessera e/o a calotta.
In questo quadro dove si cerca di imporre i cassonetti “deficienti” (finanziati
addirittura con il Pnrr) aumentano anche i rifiuti (arrivati a 29.900.000
tonnellate e cioè 2,3% in più rispetto al 2023, ben oltre lo striminzito aumento
del Pil allo 0,7%). Vuol dire che non ci sono organiche politiche di prevenzione
dei rifiuti, di riparazione e riuso. A partire dagli imballaggi in plastica che
senza plastic tax crescono in uno scenario in cui molti impianti di riciclo
delle plastiche stanno chiudendo per effetto della sleale concorrenza della
plastica vergine; che in Italia, a differenza di Spagna e Francia, non viene
contrastata e rispetto alla quale, anzi, i cittadini italiani sono chiamati a
pagare salate multe europee per la mancata applicazione del principio di
Responsabilità Estesa del Produttore (Epr).
Paradigma di questo sistema distorto è proprio l’Emilia Romagna che ha la più
alta RD con il 78,9%, ma anche la più alta produzione di rifiuti in assoluto
(oltre 650 kg a testa) “denunciando” che laddove vengono fatte RD con i
cassonetti deficienti (e costosissimi), si possono anche raggiungere elevate
percentuali; ma esse, risultando sporche con oltre il 40% di impurità,
rappresentano un riciclo di almeno 30 punti percentuali in meno. Il porta a
porta è invece (come perseguito in Veneto e in Sardegna) la via maestra per
ottenere alte rese di RD e di riciclo, in quanto le materie raccolte sono pulite
e utili ad applicare l’economia circolare.
L’unica nota positiva è che il sud, da sempre vessato da pregiudizi in ultima
analisi razzisti, non solo produce ben al di sotto della media nazionale dei
rifiuti (507 kg a testa) attestandosi ben sotto (454 kg pro capite) ma
raggiunge, inclusa la Sicilia, il 60% accorciando il divario con il nord, il
maggiore responsabile dell’aumento dei rifiuti.
Gli inceneritori decrescono ancora sia nel numero (da 36 del 2023 a 35 nel 2024)
che nel flusso trattato (circa il 18%) da cui derivano ben 1.415.000 tonnellate
tra scorie speciali e ceneri tossiche. A questo flusso si aggiungono anche se
con peso minore 12 “coinceneritori” (cementifici e centrali termo elettriche).
In proposito dobbiamo respingere senza mezzi termini l’imbarazzante peana
lanciato dal dirigente di Ispra Aprile a favore dell’inceneritore di Roma
imposto con procedure dittatoriali e dei due inceneritori altrettanto imposti
dall’alto in Sicilia (ma che non è detto che riescano a realizzare!).
Le discariche, ormai, ospitano solo circa il 15% dei rifiuti urbani. Adesso ci
attendiamo “criteri di efficienza” (Arera, se ci sei batti un colpo!) che
disincentivino i cassonetti deficienti e favoriscano raccolte porta a porta
sempre più “selettive” anche attraverso l’applicazione delle direttive Ue che
impongono di rimborsare di almeno l’80% le spese sostenute per la RD degli
imballaggi.
Il problema principale sono gli imballaggi plastici, che entro il 2030 l’Ue
vuole che siano diminuiti di almeno il 5% e che invece da noi continuano ad
aumentare. Occorre applicare il Deposit System per lattine e bottiglie in Pet
(c’è già a Malta e a Cipro oltre che in tre quarti di Ue… cosa aspettiamo ad
applicarlo?). Se non facciamo così – magari confrontandoci bene con il dramma
del tessile che aumenta esponenzialmente – e se non applichiamo il “diritto a
riparare” (in Italia si continuano ad incentivare Black Friday e
“rottamazioni”!), nel 2026 (l’anno prossimo) non riusciremo a raggiungere quel
55% di riciclo effettivo che l’Ue ci chiede. E se così fosse (ma noi lavoriamo
perché ciò non avvenga) ci sarebbe oltre il danno la beffa, visto che i
cittadini che pure fanno ottime RD si troverebbero a pagare salate multe europee
a causa della mancanza del raggiungimento dell’obiettivo minimo di riciclo.
Meno discorsi sulla “Italia che ricicla bene” (che in parte è vero, ma grazie ai
cittadini che differenziano e non certo alle imprese e ai governi che fanno di
tutto per non applicare davvero gli oneri derivanti dalla Responsabilità estesa
dei produttori)! Ora sta alla politica e alle imprese fare la propria parte
riducendo a monte i rifiuti.
L'articolo Rapporto Ispra 2025 sui rifiuti urbani: ora sta alla politica e alle
imprese fare la propria parte proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia aumentano produzione di rifiuti urbani e raccolta differenziata, per
la quale il Sud accorcia le distanze con Nord e Centro. Esiste però, un gap tra
il tasso di raccolta e quello di riciclo. Su questo fronte, la percentuale nel
2024 si attesta al 52,3%, ma entro il 2025 è previsto si raggiunga il 55%.
Presentando il dossier sui Rifiuti Urbani, l’Istituto superiore per la
protezione e la ricerca ambientale pone l’accento su quanto fatto finora, ma
anche sulle questioni più critiche. Per quanto riguarda il riciclo degli
imballaggi, per la prima volta lo scorso anno anche la plastica ha superato il
target del 50% previsto per il 2025, ma i prossimi obiettivi sono ambiziosi e
lontani e l’Italia si trova a fare i conti con diversi problemi legati alla
gestione dei rifiuti. A iniziare dalla questione del blocco degli impianti di
riciclo e degli effetti a monte, sulla differenziata (Leggi l’approfondimento).
Un tema legato a quello della carenza di impianti in alcune regioni. Ma Ispra
sottolinea anche un altro nodo, ossia quello delle discariche. Perché
considerando anche i rifiuti urbani sottoposti alle operazioni di smaltimento
attraverso l’incenerimento, destinati poi alle discariche, in questi siti arriva
il 15,5% dei rifiuti urbani prodotti. La direttiva quadro definisce l’obiettivo
chiave del 10% entro il 2035 e, dal 2030, vieta lo smaltimento in discarica di
rifiuti idonei al riciclaggio o ad altro tipo di recupero. E l’Italia, come
certificato dalla Commissione europea nel quarto Environmental Implementation
Review, ha già pagato 270 milioni di euro per la mancata bonifica delle
discariche, che le sono costate più di un’infrazione. Tutto accade, tra l’altro,
nelle ore in cui l’Emilia Romagna è scossa da un’inchiesta su una maxi-discarica
abusiva a Brescello, dove sarebbero state accumulate oltre 900mila tonnellate di
scorie di acciaieria non trattate e di fusione che avrebbe compromesso e
deteriorato le acque sotterranee.
AUMENTA LA PRODUZIONE DI RIFIUTI URBANI. E PURE LA RACCOLTA DIFFERENZIATA
La strada da compiere, dunque, è ancora complessa. Anche perché la produzione di
rifiuti continua ad aumentare. Nel 2024, la produzione nazionale dei rifiuti
urbani è stata di poco più di 29,9 milioni di tonnellate, in aumento del 2,3%
(664mila tonnellate in più rispetto al 2023). Sale del 3,7% al Nord, che produce
quasi 14,7 milioni di tonnellate, dell’1,2% al Centro (circa 6,3 milioni di
tonnellate) e dello 0,8% al Sud (poco meno di 9 milioni di tonnellate). Il costo
medio nazionale annuo pro capite di gestione dei rifiuti urbani è di 214,4 euro
per abitante (nel 2023 era 197) in aumento di 17,4 euro. Al Centro il costo più
elevato (256,6 euro ad abitante), segue il Sud (229,2) e, infine, il Nord
(187,2). Nel 2024 è cresciuta anche la raccolta differenziata: nel 2024 ha
raggiunto il 67,7% della produzione nazionale con 755mila tonnellate in più,
raggiungendo un totale di quasi 20,3 milioni di tonnellate. Con percentuali del
74,2% al Nord, del 63,2% al Centro e del 60,2% al Sud. Il Mezzogiorno, di fatto,
continua a ridurre il divario con Centro e Nord.
Tra i rifiuti differenziati, l’organico si conferma la frazione più raccolta in
Italia (37,8% del totale), seguita dalla carta e cartone, con il 19,5%, dal
vetro (11,3%) e plastica (8,8%). Il 96% dei rifiuti plastici raccolti in modo
differenziato è costituito da imballaggi.
LA CLASSIFICA DELLE REGIONI E DEI COMUNI
Le percentuali più alte di raccolta si registrano in Emilia-Romagna (78,9%), che
registra il maggior aumento, in Veneto (78,2%), Sardegna (76,6%), Trentino-Alto
Adige (75,8%), Lombardia (74,3%) e Friuli-Venezia Giulia (72,7%). Superano
l’obiettivo del 65% anche Marche (71,8%), Valle d’Aosta (71,7%), Umbria (69,6%),
Piemonte (68,9%), Toscana (68,1%), Basilicata (66,3%) e Abruzzo (65,7%). Nel
complesso, più del 72% dei comuni ha conseguito una percentuale di raccolta
differenziata superiore al 65%. Nell’ultimo anno, l’89,7% dei comuni intercetta
oltre la metà dei propri rifiuti urbani in modo differenziato. Tra le città con
oltre 200.000 abitanti, i livelli più alti di raccolta differenziata sono a
Bologna (72,8%), Padova (65,1%), Venezia (63,7%) e Milano (63,3%). Seguono
Firenze (60,7%), Messina (58,6%), Torino e Verona (57,4%). Più indietro, seppure
in crescita, Genova (49,8%), Roma (48%), Bari (46%) e Napoli (44,4%).
IL GAP TRA LA DIFFERENZIATA E IL RICICLO DI RIFIUTI
Altro tema, però, è quello del riciclo. Per la percentuale di preparazione per
il riutilizzo e il riciclaggio di rifiuti urbani, la direttiva del 2008 fissava
un target del 50% in peso entro il 2020, nel 2018 sono stati aggiunti altri
target al 2025 (del 55%), al 2030 (60%) e al 2035 (65%). Ma se per il
raggiungimento dell’obiettivo del 50% si potevano usare diversi criteri di
calcolo, per i nuovi obiettivi – come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi
l’approfondimento) questi sono più rigidi per garantire che le percentuali siano
effettivamente rappresentative della reale capacità di riciclaggio. Secondo la
nuova metodologia, dunque, Ispra calcola che la percentuale di riciclaggio dei
rifiuti urbani nel 2024 si attesta al 52,3%. In crescita rispetto al 50,8% del
2023, ma mancano ancora 2,7 punti percentuali per raggiungere il target del 55%
previsto per il 2025. E proprio Ispra fa notare che, rispetto al tasso di
raccolta differenziata, c’è una differenza significativa di 15,4 punti
percentuali. “A riprova del fatto che la raccolta – spiega l’Istituto superiore
per la protezione e la ricerca ambientale – pur costituendo un passaggio
fondamentale, non può limitarsi al solo raggiungimento di tassi elevati, ma deve
garantire anche un’elevata qualità delle differenti frazioni intercettate al
fine di consentirne l’effettivo riciclo”. A tutto ciò si aggiungono altri
problemi, come quelli che affliggono da mesi il settore e che, dopo il blocco
degli impianti di riciclo annunciato a novembre dall’Associazione nazionale dei
riciclatori e rigeneratori di materie plastiche (Assoripam), rischia di
paralizzare a monte anche la raccolta, come già sta avvenendo in Sicilia (Leggi
l’approfondimento).
GLI IMBALLAGGI: LA PLASTICA RAGGIUNGE L’OBIETTIVO, MA IL BLOCCO NON AIUTA
Ed è un tema che riguarda anche il flusso degli imballaggi. Nel 2024, l’immesso
al consumo sul mercato nazionale si attesta a quasi 14 milioni di tonnellate, in
lieve aumento rispetto al 2023 e in linea con l’andamento degli indicatori
socioeconomici. Un incremento che riguarda tutte le filiere, compresa quella
della plastica (+0,8%). Il Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di
imballaggio, che si applicherà a partire dal 12 agosto 2026, introduce misure
stringenti e obiettivi di riciclaggio al 2025 e al 2030 molto ambiziosi per gli
imballaggi. A che punto è l’Italia? Se nel 2024 è stato recuperato all’86,4%
dell’immesso al consumo (85,3% nel 2023), la carta è la frazione maggiormente
recuperata, con il 40,6% del totale, seguita dal legno (19,8%), dalla plastica
(18%) e dal vetro (17,4%). Ed è anche quella più commercializzata, con il 35,7%
del mercato interno, seguita dal legno (24,7%), dal vetro (18,8%) e dalla
plastica (16,5%). Tutti i materiali di imballaggio hanno già raggiunto i target
2025: anche la plastica nel 2024 ha superato per la prima volta l’obiettivo,
arrivando al 51,1% rispetto al 50% previsto. Anche se tutte le altre frazioni
hanno già superato anche l’obiettivo del 55% al 2030. “Rimane in ogni caso
prioritario incrementare il riciclaggio della frazione plastica in vista
dell’obiettivo del 55% – spiega Ispra – anche attraverso lo sviluppo di nuove
tecnologie di trattamento, soprattutto per quelle tipologie di rifiuti che sono
attualmente difficilmente recuperabili mediante processi di tipo meccanico”.
IMPIANTI INSUFFICIENTI IN ALCUNE REGIONI
Ed è un tema che si aggancia alla necessità di un adeguato sistema impiantistico
di gestione. Nel 2024 sono stati operativi 625 impianti per la gestione dei
rifiuti urbani (325 al Nord, 118 al Centro e 182 al Sud), oltre la metà dedicati
alla frazione organica. Tra gli altri fattori, però, anche l’aumento della
raccolta differenziata ha determinato, negli anni, una crescente richiesta di
nuovi impianti di trattamento e non tutte le regioni dispongono di strutture
sufficienti a trattare i quantitativi prodotti. Analizzando i flussi di matrici
organiche selezionate avviati fuori regione, i maggiori quantitativi derivano
dalla Campania (544 mila tonnellate, pari al 25,8% del totale), dal Lazio (circa
303 mila tonnellate, pari al 14,3% del totale) e dalla Toscana (circa 210 mila
tonnellate, pari al 9,9% del totale), in parte dotate di infrastrutture obsolete
e con una capacità di trattamento inadeguata alla gestione dei propri rifiuti
organici.
IL NODO DELLE DISCARICHE. SONO ANCORA TROPPE
Agli impianti di recupero di materia per il trattamento delle raccolte
differenziate viene inviato il 54% dei rifiuti prodotti, il 18% viene
incenerito, mentre l’1% viene inviato ad impianti produttivi come cementifici e
centrali termoelettriche per produrre energia. Un altro 2% viene utilizzato per
la ricopertura delle discariche, il 5% dei rifiuti (che arriva da impianti di
trattamento meccanico o meccanico-biologico), viene destinato alla raffinazione
per la produzione di combustibile solido secondario (Css) o biostabilizzazione,
il 4% è esportato (circa 1,3 milioni di tonnellate) e l’1% viene gestito
direttamente dai cittadini attraverso il compostaggio domestico (316mila
tonnellate). I rifiuti urbani smaltiti in discarica rappresentano il 14,8% dei
rifiuti prodotti (in termini quantitativi, oltre 4,4 milioni di tonnellate, in
calo del 3,7% rispetto al 2023).
Ma nel calcolo dei rifiuti totali smaltiti non sono stati conteggiati quelli
utilizzati a copertura delle discariche in operazioni di recupero ambientale.
Perché si tratta di un quantitativo parziale, in quanto rilevato solamente per
28 impianti su 101. Di fatto, corrisponde ad altre 468mila tonnellate (57,3% al
Nord, 40,6% al Centro e 2,2% al Sud). “L’analisi dei dati evidenzia la necessità
di garantire un ulteriore miglioramento del sistema di gestione” spiega Ispra,
sottolineando che “lo smaltimento in discarica dovrà essere ulteriormente
ridotto per garantire il raggiungimento dell’obiettivo del 10%”. Un target che
l’Italia dovrà raggiungere entro il 2035. Solo che a questo calcolo
contribuiscono anche le quote di rifiuti urbani sottoposti alle operazioni di
smaltimento attraverso l’incenerimento, destinati poi alle discariche. E si
tratta di 206mila tonnellate (dato del 2024), che sommate ai quantitativi di
rifiuti urbani avviati allo smaltimento, portano a una percentuale complessiva
pari al 15,5%. Insomma, ancora più lontana dal target.
L'articolo Aumentano i rifiuti, cresce ancora la raccolta differenziata, ma il
riciclo non tiene il passo: il paradosso Italia. Che paga milioni per il troppo
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