“È uno schiaffo alla giustizia”. Era il 17 febbraio del 2013 e Marina
Berlusconi, presidente di Fininvest, commentava così la decisione della
Cassazione di fissare in 541,2 milioni il risarcimento a Carlo De Benedetti per
quella che era stata chiamata la “guerra di Segrate”: per cui l’avvocato Cesare
Previti, per conto di Silvio Berlusconi Cavaliere, pagò tangenti ai giudici di
Roma per vincere la causa Lodo Mondadori. Oggi emerge che la Corte europea dei
diritti umani di Strasburgo ha respinto sui punti centrali i ricorsi presentati
da Silvio Berlusconi e da Fininvest contro lo Stato italiano in relazione alla
lunga e complessa vicenda giudiziaria. Nella sentenza, depositata l’8 gennaio e
destinata a diventare definitiva entro tre mesi salvo rinvio alla Grande Camera,
i giudici europei hanno stabilito che la giustizia italiana non ha violato né il
diritto a un equo processo, né quello alla presunzione d’innocenza dell’ex
presidente del Consiglio, né il diritto alla proprietà privata dell’azienda del
gruppo Berlusconi.
LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE
Nel monumentale verdetto della Suprema corte civile (185 pagine) si leggeva tra
le altre cose che “la valutazione complessiva degli elementi ed argomenti di
prova, condotta ai soli fini civilistici, di ricondurre alla società Fininvest
la responsabilità del fatto corruttivo imputabile anche al dott. Berlusconi
risulta correttamente motivata”. La Cassazione sottolineava anche che la vicenda
penale del Lodo Mondadori si è ormai “irrevocabilmente” conclusa per Berlusconi,
prosciolto per prescrizione . Corretta, sempre ad avviso della Cassazione, anche
la “conclusione in diritto” cui è arrivata la Corte d’appello, alla luce della
quale “l’avvocato Previti doveva ritenersi organicamente inserito nella
struttura aziendale della Fininvest e non occasionalmente investito di incarichi
legali conseguenti alle incombenze demandategli”.
IL VERDETTO DELLA CEDU
La Corte ha innanzitutto esaminato la procedura attraverso cui la Cir di Carlo
De Benedetti aveva ottenuto il mega risarcimento da Fininvest, dopo la scoperta
che la storica sentenza del 1991, favorevole al gruppo Berlusconi nella contesa
per il controllo di Mondadori, era stata emessa da un giudice corrotto ovvero
Vittorio Metta. Secondo Strasburgo, la procedura seguita ha rispettato
pienamente le garanzie previste dall’articolo 6 della Convenzione europea dei
diritti dell’uomo. In particolare, la Cedu ha ritenuto legittima la scelta della
Cir di ricorrere a uno strumento previsto dall’ordinamento italiano, seppur
applicato per la prima volta a una situazione nuova.
La Corte ha sottolineato come la Cassazione italiana abbia spiegato in modo
chiaro perché la Cir non fosse obbligata a chiedere la riapertura del processo
del 1991, giungendo a un’interpretazione definita “né arbitraria né
manifestamente errata”. Secondo i giudici europei, l’ordinamento italiano ha
così raggiunto “un giusto equilibrio” tra gli interessi contrapposti delle parti
e la necessità di garantire una corretta amministrazione della giustizia.
Proprio la Cassazione aveva ribadito come Metta avesse privato la Cir di De
Benedetti “non tanto della chance di una sentenza favorevole, ma, senz’altro,
della sentenza favorevole, nel senso che, con Metta non corrotto, l’impugnazione
del Lodo sarebbe stata respinta“.
Respinte anche le contestazioni sull’entità del risarcimento riconosciuto alla
Cir, che ammontava a circa 750 milioni di euro. La Cedu ha osservato che
l’importo era stato determinato sulla base di perizie tecniche e ampiamente
motivato dai tribunali nazionali, escludendo qualsiasi arbitrarietà nella
quantificazione del danno. In questo caso la Cassazione aveva accolto, in parte,
uno dei motivi della difesa Fininvest, il tredicesimo, inerente il reclamo per
l’eccessiva valutazione delle azioni del gruppo L’Espresso.
UNICO PUNTO ACCOLTO
Unico punto accolto dai giudici europei, seppur in modo marginale, riguarda la
condanna alle spese processuali. Secondo Strasburgo, la Corte di Cassazione non
avrebbe motivato in modo sufficiente la decisione su questo aspetto. Tuttavia,
la Cedu ha chiarito che si tratta di una violazione limitata, che non incide sul
merito della causa né consente di ritenere l’intero procedimento ingiusto. La
Cassazione aveva liquidato favore della Cir anche 900.200 euro appunto per le
spese del giudizio innanzi alla Suprema Corte.
La sentenza affronta infine il ricorso personale di Silvio Berlusconi, portato
avanti dai suoi eredi dopo la morte. L’ex premier aveva sostenuto che i giudici
civili italiani avessero violato la sua presunzione d’innocenza, attribuendogli
una responsabilità per corruzione nonostante il proscioglimento per
prescrizione. Anche su questo punto la Corte europea ha dato ragione allo Stato
italiano, rilevando che i tribunali civili avevano precisato in più occasioni di
limitarsi all’accertamento della responsabilità civile.
Dura la reazione di Fininvest: “Prendiamo atto della deludente decisione della
Cedu, che non ha colto la forza e la fondatezza dei punti fondamentali dei
nostri ricorsi – ha dichiarato l’avvocato Andrea Saccucci, legale del gruppo.
Restiamo profondamente convinti – ha aggiunto – che Silvio Berlusconi sia stato
vittima in Italia di una grave ed evidente violazione del principio della
presunzione d’innocenza”. La sentenza rappresenta un passaggio decisivo e
probabilmente finale nella vicenda giudiziaria del Lodo Mondadori, una delle più
controverse della storia recente italiana, che nel suo troncone civile per la
questione del risarcimento era iniziata nell’ottobre del 2009 con la decisione
del giudice Raimondo Mesiano che aveva fissato un risarcimento di 749,9 milioni
(poi ridotto appunto in appello e fissato in Cassazione) sostenendo che la Cir
aveva subìto un danno patrimoniale da perdita di chance. Magistrato che poi fu
“pedinato” dalle telecamere di una trasmissione Mediaset e sbeffeggiato per i
suoi calzini “azzurri”.
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di Berlusconi e Fininvest sul mega risarcimento alla Cir di De Benedetti
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Tag - Carlo De Benedetti
La cessione delle ultime testate del gruppo Gedi segna l’ennesimo passo della
lunga ritirata della dinastia Agnelli-Elkann dall’Italia, dopo anni di
trasferimenti societari all’estero e dismissioni industriali. A tirare le somme
arriva anche Carlo De Benedetti, che intervistato dal Foglio confronta il
presente di John Elkann con la stagione dell’Avvocato. La vendita di Repubblica
ai greci? “Anche per tenersi lontano dai magistrati, per partirsene via
dall’Italia”, è la tesi dell’Ingegnere torinese, per ventidue anni editore del
gruppo Espresso. “La Fiat, la Juve, la Ferrari. Dopo questa faccenda di
Repubblica sarà difficile per lui in Italia. Non ha consensi. Non è amato”.
E allora, dice l’Ingegnere, ecco pronto il piano di fuga. “Si trasferirà a New
York. E’ cittadino americano di nascita. Appena finita questa storia dei
giornali, parte. A Torino è già ai servizi sociali, come Berlusconi a Cesano
Boscone”. Il riferimento è alla vicenda ereditaria di Donna Marella, vedova
dell’Avvocato, in cui il nipote John ha evitato il processo patteggiando un anno
di lavori socialmente utili e versando 183 milioni di euro con i fratelli Lapo e
Ginevra per chiudere il contenzioso sulla presunta evasione. “Fa il tutor per
ragazzi problematici. Ma sarebbe lui ad aver bisogno di un tutor. Tutto quello
che ha toccato lo ha rotto”, rincara De Benedetti. Atro che Gianni Agnelli:
“Quello che rendeva Agnelli ‘Agnelli’ era l’essere amato. E ammirato”. Non un
accessorio, ma parte del meccanismo del potere, “un capitale”, spiega evocando i
quattrocentomila accorsi al Lingotto per i funerali dell’Avvocato.
Dal confronto, Elkann ne esce malissimo: “Tutto questo non ce l’ha nel
repertorio, non ci ha nemmeno provato a farsi ben volere. E oggi se cammina per
le strade di Torino non lo saluta più nessuno”. Mentre i simboli della
popolarità – Fiat, Juventus, Ferrari, i giornali – sarebbero ormai logori. De
Benedetti ricorda la vendita del gruppo editoriale dei figli: “Un colosso
frantumato, indebolito, e infine venduto a pezzi”. E cita l’accusa di Carlo
Calenda secondo cui Elkann avrebbe comprato Repubblica “per comprarsi il Pd e la
Cgil”, replicando: “Bastava tenerlo in piedi quel gruppo. Senza toccarlo”. E poi
tutto il resto: la Juve in gravi difficoltà, la Ferrari che “non ha vinto
nemmeno un gran premio nel 2025”, la Fiat delocalizzata. Da qui la previsione:
“Se ne andrà anche lui. Ha problemi con la giustizia. Metterà un oceano tra sé e
i pm italiani”. Dove? “A New York, aspettate e vedrete”.
Eppure, distingue, Elkann “i soldi li ha fatti, eccome”. Exor è solida, e
qualche talento va pur riconosciuto: “E’ bravo negli investimenti finanziari. E’
bravo quando non deve gestire nulla. Fa soldi vendendo. E investendo nel web”.
Cita l’esempio israeliano di Via, “un’azienda fantastica che gli ha fruttato
tanto”. Ma poi torna il giudizio sull’incapacità gestionale: “A un certo punto,
aveva messo la stessa persona a occuparsi sia della Juventus sia di Repubblica…
Quale qualità aveva costui? Era stato compagno di classe di John”. E la scalata
al Corriere della Sera? “La fortuna del Corriere è che Elkann fallì. Quello che
è successo a Repubblica sarebbe accaduto a loro”. Parlando di se stesso e
dell’ipotesi di un suo possibile ritorno alla guida del quotidiano, liquida
così: “Io? Ma lo sa quanti anni ho adesso? Ne ho novantuno”. Questione di
“misura”, precisa. Resta il tifo per la Juve: “Sempre. Purtroppo. Con dolore”.
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problematici. Sarebbe lui ad averne bisogno” proviene da Il Fatto Quotidiano.