Sorpresa! – La mia vignetta su il Fatto Quotidiano in edicola il 31 gennaio
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Silvio Berlusconi era il leader indiscusso. L’uomo che dettava la linea sulla
Giustizia pro domo sua e degli amici. Ora che non c’è più, gli eredi politici
seguono la via tracciata, realizzano sogni suoi con tanto di dedica. E Giorgia
Meloni, diventata presidente del Consiglio, proprio come lui, sta dimostrando di
essere l’allieva all’altezza del maestro. Anzi, per molti versi lo supera.
L’obiettivo di questo governo di centrodestra con un ministro della Giustizia,
Carlo Nordio, ex magistrato e un potente sottosegretario alla presidenza del
Consiglio, Alfredo Mantovano, magistrato fuori ruolo, è di riuscire laddove
Berlusconi ha fallito non certo per colpa sua e di Forza Italia ma, i paradossi
della vita, per le “bizze “dei suoli alleati di allora, Lega e Alleanza
Nazionale, oggi Fdi. “Panta rei”, diceva Eraclito e allora le “bizze” sulla
giustizia sono acqua passata. Oggi il centrodestra è a un passo, se al
referendum vinceranno i Sì, di realizzare anche la separazione delle carriere di
pm e giudici, che in realtà è ben altro. È la riforma costituzionale che apre,
di fatto, a mettere sotto il tacco del governo di turno i magistrati. Vale
dunque la pena mettere in fila le leggi che questa maggioranza, senza fiatare,
ha approvato in Parlamento, facendo quasi sempre copia e incolla dei ddl
governativi o mettendo in atto gli input di Palazzo Chigi.
LA GIUSTIZIA A DOPPIA VELOCITÀ
L’idea della giustizia forte con i deboli e debole con i forti emerge già dal
primo atto del governo Meloni: il decreto dell’ottobre 2022 “anti Rave”,
contiene anche la riforma (obbligata dalla pronuncia della Corte costituzionale)
sulla fine dell’ostativo assoluto ai benefici carcerari per i mafiosi che non
hanno mai collaborato. A determinate condizioni possono anche loro ottenere
“premi” e hanno pure degli obblighi in meno rispetto ai collaboratori. Benefici
assicurati, invece, agli eventuali corrotti e corruttori finiti in carcere (non
succede quasi mai): il decreto ha cancellato dai reati ostativi ai benefici
carcerari quelli corruttivi puniti anche fino a 20 anni di carcere. Ed è
giustizia a doppia velocità anche quella dei pacchetti sicurezza, l’ultimo
approvato l’anno scorso, che punisce pure il dissenso pacifico. L’azione del
governo Meloni sembra avere l’obiettivo di spuntare le armi normative a
disposizione dei magistrati per combattere la corruzione e altri reati
“eccellenti”. E qual è lo strumento più efficace da neutralizzare? Naturalmente
le intercettazioni tradizionali o avanzate, depotenziate tra il 2023 e il 2024.
Vietate quelle a “strascico”. Cioè si vieta l’uso per un procedimento diverso da
quello per cui sono state autorizzate, anche se offrono elementi di prova per
reati gravi, a meno che non sia previsto l’arresto in flagranza. Esclusi così
molti crimini dei colletti bianchi.
IL LIMITE AGLI ASCOLTI
E ancora: vietato inserire nel verbale di trascrizione delle intercettazioni
quelle considerate “irrilevanti” ai fini dell’indagine. Anche se queste
potrebbero, nel corso dell’inchiesta, diventare importanti, non solo per
l’accusa, ma anche per la difesa. Vietato al pm e al giudice di inserire nel
provvedimento di misure restrittive intercettazioni che non riguardano le parti
indagate. Dulcis in fundo, è stata approvata anche la norma che riduce a soli 45
giorni la durata delle intercettazioni. Magistrati e investigatori non hanno
dubbi: è un tempo irrisorio. La foglia di fico sbandierata dal governo è che il
limite temporale non riguarda le inchieste di mafia e terrorismo. E- aggiungiamo
noi- neppure le indagini sulla corruzione, equiparate, in tema di
intercettazioni, a quelle di mafia, grazie alla riforma Orlando del 2017, ma la
maggioranza non sembra essersene accorta al momento del voto. Si tratta, però,
di esclusioni sono solo sulla carta. Spesso realtà mafiose e corrotte sono
scoperte grazie a indagini su “reati satellite”: reati fallimentari, fiscali,
turbativa d’asta o bancarotte. E, comunque, le intercettazioni a tempo, hanno
denunciato gli addetti ai lavori, compromettono indagini su omicidi,
maltrattamenti in famiglia, femminicidi, sequestri di persona, giusto per fare
alcuni esempi.
VIA L’ABUSO, SVUOTATO IL TRAFFICO D’INFLUENZE
Fin qui le norme specifiche sulle intercettazioni, ma vanno ricordato anche i
punti essenziali della riforma Nordio, dedicata ufficialmente a Berlusconi. Il
centrodestra mette a segno nel 2024, un colpo di spugna: cancellato il reato di
abuso d’ufficio e svuotato il reato di traffico di influenze. La maggioranza ha
introdotto, fra l’altro, l’interrogatorio preventivo dell’indagato prima della
decisione del giudice sulla richiesta di arresto del pm, a meno che non ci sia
il dimostrato pericolo di fuga o di inquinamento delle prove. Ci sono state già
minacce e testimoni e qualche fuga. E come non parlare del super bavaglio ai
giornalisti? Vietato pubblicare le ordinanze di custodia cautelare e le altre
misure restrittive personali. Si possono fare solo dei riassunti con il rischio
di riferire all’opinione pubblica un fatto non proprio aderente alla realtà.
Infine è fermo alla Camera, ma solo perché il governo aspetta il voto
referendario, il ddl approvato al Senato, che dispone una stretta sul sequestro
degli smartphone e degli altri apparecchi elettronici.
POI TOCCHERÀ AI TROJAN
Come già per le intercettazioni, le chat e il materiale informatico sequestrato
non potrà essere utilizzato per muovere un’altra accusa, anche se si dimostrasse
un elemento stringente di prova. Per il sequestro del materiale dovrà
intervenire un giudice. Entro cinque giorni, il pm deve avvisare tutte le
persone coinvolte nel sequestro e scoprire le carte in anticipo. Quanto all’uso
del materiale selezionato, dovrà esserci una seconda autorizzazione del gip. Ma
il centrodestra non si ferma né con queste leggi né con la riforma
costituzionale. Un altro obiettivo è quello di limitare l’uso uno strumento
fondamentale per le indagini sulla corruzione, il trojan. L’ha detto lo stesso
ministro Nordio alla Camera, durante la presentazione del suo libro per il Sì al
referendum: “Stiamo già lavorando per ridurre, se non proprio eliminare, questa
vergogna”. E si indigna non per la piaga della corruzione ma perché la legge
Spazzacorrotti del suo predecessore, Alfonso Bonafede, ha autorizzato l’uso del
trojan anche durante indagini “per una modestissima mazzetta”. Non c’è da
stupirsi. Nordio vuole anche togliere l’obbligatorietà dell’azione penale mentre
il vicepremier Antonio Tajani ha confessato: il governo vorrebbe togliere ai pm
il controllo della polizia giudiziaria, i cui vertici rispondono ai ministri
competenti. E quindi i pm saranno sotto il controllo politico. C’è poi in Senato
il ddl Zanettin-Stefani che affida alla politica (in maniera più stringente
della legge Cartabia) le direttive alle procure sulle indagini da eseguire.
Insomma, il governo lavora “ai fianchi” della riforma costituzionale per avere
il controllo sulle toghe.
L'articolo Separazione delle carriere, bavagli e stop intercettazioni: tutte le
leggi del governo Meloni che realizzano il sogno di Berlusconi proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Come si è originata la fortuna di Silvio Berlusconi?”. Fabrizio Corona la
ritocca nuovamente piano. Nell’ultima puntata di Falsissimo, intitolata Il
prezzo del successo, andata in onda su Youtube poche ore fa (già a quasi due
milioni di visualizzazioni dopo nemmeno 12 ore dalla messa online ndr), l’ex re
dei paparazzi ha voluto esplorare, proprio in apertura di puntata, che non tutto
quadra nello storytelling delle fortune imprenditoriali berlusconiane.
Corona ha abilmente recuperato un film oramai fantasma che è il dittico Loro di
Paolo Sorrrentino. “Mediaset l’ha ritirato dal mercato comprandolo con milioni e
milioni di euro”, ha urlato Corona dal suo sgabello. “E la Indigo, la casa di
produzione del film, si è fatta comprare”. Dopodiché il conduttore di Falsissimo
ha mostrato una clip del film (ricordiamolo: letteralmente introvabile sul
mercato e pure nei siti di film craccati) dove Veronica Lario/Elena Sofia Ricci
chiede furente al marito Berlusconi/Toni Servillo: “Come si è originata la tua
fortuna? Erano 113 miliardi di lire e nessuno ha mai capito da dove sono saltati
fuori, rispondi?”.
A quel punto Silvio/Servillo risponde: “Mi avvalgo della facoltà di non
rispondere”. Corona ricorda allora che anche per questa sequenza il film poteva
risultare un danno di immagine per l’azienda e quindi tutte le copie in
commercio “sono state comprate e cancellate”; poi aggiunge: “Esattamente come
quando mio padre Vittorio venne chiamato a dirigere Studio Aperto mentre
Berlusconi scese in politica. Tutti gli altri direttori facevano i leccaculo,
lui no e andò controcorrente finendo boicottato”. Ed è proprio il padre Vittorio
in filmati d’epoca presenti nella serie Io sono Notizia su Netflix e riproposti
dal figlio Fabrizio a Falsissimo a parlare di “metodo mafioso”. Corona mostra
successivamente una scena di Il Caimano dove il Berlusconi interpretato da Elio
De Capitani è in una stanza e all’improvviso il sottotetto crolla facendo cadere
migliaia di banconote. “Erano miliardi di lire degli anni settanta. Ma da dove
vengono tutti quei soldi?”, continua Corona riferendosi anche ai suoi soldi suoi
che gli vennero sequestrati dalle autorità e che lui aveva nascosto nel suo
controsoffitto di casa: “La differenza è che i soldi di Berlusconi non sappiamo
da dove provengono o meglio lo sappiamo (e Corona ammicca alle faccine di Totò
Riina e Bernardo Provenzano che appaiono in foto ai bordi dell’inquadratura,
ndr) da dove provengono. I soldi miei provengono dal duro lavoro, dal culo che
mi sono fatto in questi anni. La differenza tra me e loro oggi è questa: io sono
vero, loro non lo sono più”.
Nella seconda parte di Falsissimo, Corona poi porta l’attenzione su come
attraverso Alfonso Signorini e Chi?, Mediaset si sia dotata “di uno strumento di
propaganda e potere” e infine allude alla presunta omosessualità di Piersilvio
Berlusconi e al presunto lesbismo di sua sorella Marina. “Io so alcuni loro
segreti gravissimi che non posso dire. Sono segreti pruriginosi di gusti
sessuali, perversioni, scelte di vita, ma alla luce dei fatti noi non siamo un
programma di sputtanamento. Se uno vuole il suo orientamento sessuale ce l’ha e
chiuso, ma se lo tiene nascosto e ci sono serie di cose attorno e tu le sai, se
succede qualcosa come quella che vi ho raccontato (le presunte molestie di
Signorini, ndr) sapendo che c’è il codice etico (a Mediaset ndr), e sapendo che
possono rovinarti, devi stare zitto”. Infine, nei 40 minuti a pagamento parla di
“sistema De Filippi” e di “sistema Gerry Scotti” grazie alla testimonianza in
videochiamata da un letto d’ospedale di Claudio Lippi. Quest’ultimo conferma che
“per diventare letterina a Passaparola dovevi andare a letto con Luca Giberna e
Gerry Scotti”. Corona aggiunge: “Tra queste ragazze c’erano anche Ilary Blasi e
Silvia Toffanin”.
L'articolo “Come si è originata la fortuna di Silvio Berlusconi? Erano 113
miliardi di lire e nessuno ha mai capito da dove sono saltati fuori”: cosa ha
detto Fabrizio Corona a Falsissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jas Gawronski, giornalista, scrittore e politico italiano di origini polacche,
festeggerà 90 anni il prossimo 7 febbraio. È figlio del diplomatico polacco Jan
Gawronski e di Luciana Frassati, sorella del beato Pier Giorgio Frassati. È
stato portavoce del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel 1994 ed è
stato l’unico giornalista a cui Papa Giovanni Paolo II ha concesso un’intervista
formale.
“A novant’anni continuo a mangiare 50 grammi di burro al giorno, – ha detto
Gawronski a Il Corriere della Sera – perché da piccolo avevo visto le donne di
casa che versavano il latte in un contenitore di legno, lo rimescolavano con un
cucchiaio, e dopo due ore veniva fuori il burro. Rimasi impressionato da quel
prodigio, da quella bontà. E poi ricordo mio padre che parlava latino e greco
come io parlo inglese. Era molto colto e un po’ esibizionista. Aveva sempre un
barattolo di miele assalito dalle formiche, e lui senza scomporsi prendeva
questo impasto di miele e formiche, un po’ giallo e un po’ nero, lo spalmava sul
pane e se lo mangiava, anche per impressionare la famiglia, in particolare noi
bambini”.
Sull’incontro con Papa Giovanni Paolo II: “Mi ha invitato a pranzo o a cena
almeno una dozzina di volte. All’inizio parlava male italiano, e preferiva
parlare polacco. Gli interessava capire Roma, la politica. Era affascinato da
Andreotti, faceva molte domande su di lui. Ma la ragione principale per cui mi
invitava è perché ero il nipote di Piergiorgio Frassati, cui Wojtyla era
devotissimo. Erano conversazioni estremamente interessanti. Così un giorno osai.
Gli chiesi: la prossima volta posso portare registratore e microfono? Disse sì.
Ne venne fuori la prima e unica intervista di Giovanni Paolo II. La prima
intervista concessa da un Papa”.
Inevitabile il ricordo di Berlusconi: “All’inizio era quasi commovente. Non
aveva esperienza, pensava davvero di cambiare l’Italia. Era entusiasta, sentiva
che c’era lo spazio per fare cose importanti. E diceva quello che pensava. Poi
mano a mano si disilluse, capì che non sarebbe riuscito a realizzare i suoi
progetti. Ma resta tra i pochi politici sinceri che ho conosciuto, o comunque
tra i meno falsi; e in politica falsità ce n’è parecchia”.
Il giornalista ha infine ricordato i primi turbamenti erotici: “Mi dava
ripetizione la moglie di un impiegato comunale di Pollone, che aveva una
caratteristica: due tette enormi, che le arrivavano alla vita. Quando ci
sedevamo a un tavolino per le interrogazioni, prendeva le tette con le due mani
e le appoggiava sul tavolo. Avevo Sette o otto anni. Mi trovavo di fronte il suo
volto, con cui dovevo interloquire, ma ero molto attratto da queste cose
gigantesche… Fu il mio primo turbamento sessuale”.
L'articolo “La prof di ripetizione aveve due tette enormi, le prendeva con le
mani e le appoggiava sul tavolo. Ero attratto da queste cose gigantesche”: il
ricordo di Jas Gawronski proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Voterò sì perché l’ha detto Silvio. E poi perché è giusto”. A margine del
convegno in memoria della “discesa in campo”, Paolo Berlusconi, fratello del
fondatore di Forza Italia scioglie le riserve ed esprime pubblicamente il suo
sostegno al sì in vista del referendum di marzo. “Sarà votato dal più del 60 per
cento degli italiani – risponde alla domanda del Fattoquotidiano.it – è un
referendum che deve sentire ciascuno di noi sulla pelle. Credo che le vicende
che si stanno verificando in questi giorni siano la riprova che la giustizia
oggi non funziona”.
L'articolo Referendum, Paolo Berlusconi: “Voterò sì perché l’ha detto Silvio. La
giustizia non funziona” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non sono preparato ad addentrarmi nei tecnicismi che dovrei comprendere per
votare in modo consapevole al referendum sulla giustizia. Mi sono preso la pena
di cercare di capire le sottigliezze, le modalità di reclutamento dei
magistrati, le composizioni delle commissioni, per trovarmi nelle condizioni
mentali del povero Renzo, confuso dal latinorum dell’Azzeccagarbugli.
Tutti, però, concordano che la riforma costituzionale non curerà la
farraginosità del nostro sistema giudiziario: i processi lunghi e le procedure
complicate resteranno immutati. Qualcuno, ad esempio Bocchino, dice che la
riforma difende la parte più debole del processo: l’imputato! E io che pensavo
che la parte più debole fosse la vittima del reato. Imputati “forti” possono
sempre puntare alla prescrizione, pagando abili avvocati che mirino, con sottili
cavilli, a rallentare il processo fino alla decadenza dei termini. Spacciando
poi la prescrizione per un’assoluzione.
La lentezza dei processi favorisce chi punta alla prescrizione. Chi propone di
abolirla è un forcaiolo giustizialista, come accusano parti politiche che, per
certi tipi di reato, sono forcaiolissime, mentre per altre sono per l’innocenza
degli imputati a priori. Se all’ultimo grado di giudizio sono comunque
condannati… non c’è problema, gli si può sempre intitolare un aeroporto, una via
a Portofino, un partito, una riforma costituzionale.
Non mi interessa, a questo punto, entrare nei cavilli. Alle mie orecchie parla
il modo in cui questa riforma viene “battezzata” nei confronti televisivi e
nelle dichiarazioni alla stampa. I proponenti la dedicano a Berlusconi e la
dipingono come un punto di approdo politico per gli schieramenti che in lui si
riconoscono. Io lo registro e ci leggo un significato politico, non tecnico.
Berlusconi nel 2013, durante comizi elettorali e dichiarazioni pubbliche, mentre
era sotto inchiesta per corruzione, disse che all’interno del sistema
democratico c’era un cancro… che si chiama magistratura, accusando alcune
correnti di usare il potere giudiziario contro di lui e contro il suo partito
politico. Nel 2008, durante la trasmissione Omnibus su LA7, appoggiò
l’affermazione del suo collaboratore Marcello Dell’Utri, secondo cui il mafioso
Mangano poteva essere considerato un eroe perché si sarebbe rifiutato di fornire
informazioni contro di loro ai magistrati.
L’omertà è un valore, per i mafiosi, e nel 2004 il Tribunale di Palermo condannò
Dell’Utri a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa
(ebbe ruoli di mediazione tra boss mafiosi e il mondo politico-imprenditoriale).
Condanna confermata in Appello, anche se ridotta a 7 anni per la parte di fatto
precedente al 1992, e resa definitiva in Cassazione. Dell’Utri è il co-fondatore
di Forza Italia, assieme al piduista Silvio Berlusconi, condannato per frode
fiscale in Cassazione a 4 anni di reclusione, di cui 3 cancellati dall’indulto,
e sospeso dai pubblici uffici.
Per me questo referendum ha valore esclusivamente politico. Per usare una
formula inaugurata da Renzi, non sto sereno nei confronti di qualcosa che mi
viene proposto in nome di Berlusconi. Non ascolterò i dibattiti dove eminenti
giuristi cercheranno di dimostrare la validità dell’una o dell’altra opzione.
Nella stanza dove si tiene il dibattito c’è il proverbiale elefante: Silvio
Berlusconi e la sua storia, come dichiarano gli stessi proponenti della riforma.
Inutile guardare a Renzi, per decidere il contrario di quel che consiglia.
Tatticamente, non si pronuncia, sperando di poter fare l’ago della bilancia e
saltare al momento opportuno sul carro che più gli conviene politicamente. Il
Pd, formalmente schierato con il no, è un pochino sfilacciato, viste le
propaggini renziane che ancora lo popolano. Meloni si “sgancia” dall’esito del
referendum, dice che non è su di lei e non ci pensa neppure di dichiarare che si
ritirerà dalla politica in caso di sconfitta. Lo fece Renzi, per poi rimangiarsi
la promessa.
La mia sensazione è che Meloni tema che, dato che non rappresenta la maggioranza
degli italiani (come invece sostiene ad ogni piè sospinto), la maggioranza dei
cittadini che non approvano il suo operato si esprima in modo netto contro la
politica del suo governo, indipendentemente dal tema su cui è chiamata a
decidere! Ovviamente senza capirci granché. Una vera furbata, anche perché, se
dovesse vincere il sì, nessuno mi toglie dalla testa che il governo se lo
intesterebbe come avallo politico.
Non credo che una riforma della giustizia dedicata a Silvio Berlusconi sia
finalizzata a favore dell’esercizio della giustizia, nei confronti di chi
infrange la legge. L’impressione è che si voglia una legge forte con i deboli e
debole con i forti, che sbatta in galera il proverbiale ladro di mele e getti
via la chiave, e che lasci indisturbati corrotti e corruttori, dediti al sacco
della cosa pubblica. Da una parte si depenalizzano i falsi in bilancio e gli
abusi d’ufficio, proponendo di impedire le intercettazioni nei casi di
corruzione, dall’altra si inaspriscono le pene per i piccoli delinquenti. Di
questi le carceri sono piene, non vogliamo mica mescolarli con le persone “per
bene”, perseguitate dai magistrati, no?
Tendo a non fidarmi di una riforma della giustizia intitolata a un frodatore
fiscale che avrebbe apprezzato la definizione delle tasse come pizzo di Stato.
Visti gli ingredienti scritti sull’etichetta, non intendo assaggiare quel che
c’è nel barattolo. A chi mi decanta le proprietà del prodotto dico: No, grazie.
L'articolo Separazione delle carriere, i proponenti dedicano la riforma a
Berlusconi: mi basta questo per dire No proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono stati approvati i bilanci delle società che controllano Fininvest. È così
in arrivo un pacchetto di dividendi da 65 milioni da ripartire tra i cinque
fratelli Berlusconi: Marina, Pier Silvio, Luigi, Barbara ed Eleonora. Ma non
solo: come rivela il Corriere della Sera, tenendo conto anche delle finanziarie
personali la distribuzione di utili supererà probabilmente i 100 milioni.
Le quattro holding di famiglia (Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava)
hanno il 61% di Fininvest, a sua volta maggior azionista di MediaForEurope (ex
Mediaset), Mondadori Editore e del Teatro Manzoni di Milano, oltre che secondo
azionista di Banca Mediolanum. Sono partecipate da tutti e cinque i figli di
Berlusconi. Marina e Piersilvio, i più anziani, hanno il 29%. Luigi, Barbara ed
Eleonora il 14%.
I bilanci sono stati chiusi il 30 settembre 2025, e al ragionier Giuseppe
Spinelli, uomo di fiducia e cassiere della famiglia, sono arrivate quattro
lettere dal rappresentante comune – una per ogni holding – in cui venivano
indicate le cifre. Non sono stati utilizzati solo gli utili ricavati dal gruppo,
ma anche le riserve. Holding 1 ha registrato 16 milioni di utile e ne ha
prelevati 3,2 dalle riserve (di circa 142 milioni) ottenendo così un dividendo
di quasi 20 milioni. Holding 2 ci è andata vicina, e con 16 milioni ha
raddoppiato il risultato dell’anno precedente, il 2024. In coda la “piccola”
Holding 3 con soli 8 milioni distribuiti. Palma d’oro alla Holding 8 con 21,4
milioni (19 dagli utili).
Ad alimentare il bottino è stata Fininvest, che a giugno aveva spedito 100
milioni alle quattro holding, fulcro dell’eredità di Silvio Berlusconi.
L'articolo Maxi dividendi per i Berlusconi: dalle holding 65 milioni ai cinque
fratelli. In testa Marina e Piersilvio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non venite a farci lezioni sui diritti umani perché” nel centrodestra “c’è chi
andava in vacanza nella dacia di Putin e Putin veniva ospite nella sua villa qui
in Italia, quando la Politkovskaja veniva barbaramente uccisa e noi eravamo
invece in piazza a protestare”. Lo dice Angelo Bonelli, leader di Avs,
intervenendo nell’aula della Camera dopo l’informativa del ministro Antonio
Tajani su Venezuela e Iran, riferendosi a Silvio Berlusconi, senza mai
nominarlo. “Siamo molto preoccupati e siamo al fianco dei giovani iraniani –
aggiunge il co-portavoce di Europa verde -, notizie drammatiche arrivano con
migliaia di morti e deve esserci una risposta forte dell’Unione europea e non
frasi di circostanza, si deve dare un segnale molto forte ma pensare a un
intervento militare unilaterale ci preoccupa fortemente”.
L'articolo Bonelli-show alla Camera: “Seguite la morale di Trump, condannato per
abuso sessuale e frode”. Poi cita Berlusconi “in vacanza da Putin” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“È uno schiaffo alla giustizia”. Era il 17 febbraio del 2013 e Marina
Berlusconi, presidente di Fininvest, commentava così la decisione della
Cassazione di fissare in 541,2 milioni il risarcimento a Carlo De Benedetti per
quella che era stata chiamata la “guerra di Segrate”: per cui l’avvocato Cesare
Previti, per conto di Silvio Berlusconi Cavaliere, pagò tangenti ai giudici di
Roma per vincere la causa Lodo Mondadori. Oggi emerge che la Corte europea dei
diritti umani di Strasburgo ha respinto sui punti centrali i ricorsi presentati
da Silvio Berlusconi e da Fininvest contro lo Stato italiano in relazione alla
lunga e complessa vicenda giudiziaria. Nella sentenza, depositata l’8 gennaio e
destinata a diventare definitiva entro tre mesi salvo rinvio alla Grande Camera,
i giudici europei hanno stabilito che la giustizia italiana non ha violato né il
diritto a un equo processo, né quello alla presunzione d’innocenza dell’ex
presidente del Consiglio, né il diritto alla proprietà privata dell’azienda del
gruppo Berlusconi.
LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE
Nel monumentale verdetto della Suprema corte civile (185 pagine) si leggeva tra
le altre cose che “la valutazione complessiva degli elementi ed argomenti di
prova, condotta ai soli fini civilistici, di ricondurre alla società Fininvest
la responsabilità del fatto corruttivo imputabile anche al dott. Berlusconi
risulta correttamente motivata”. La Cassazione sottolineava anche che la vicenda
penale del Lodo Mondadori si è ormai “irrevocabilmente” conclusa per Berlusconi,
prosciolto per prescrizione . Corretta, sempre ad avviso della Cassazione, anche
la “conclusione in diritto” cui è arrivata la Corte d’appello, alla luce della
quale “l’avvocato Previti doveva ritenersi organicamente inserito nella
struttura aziendale della Fininvest e non occasionalmente investito di incarichi
legali conseguenti alle incombenze demandategli”.
IL VERDETTO DELLA CEDU
La Corte ha innanzitutto esaminato la procedura attraverso cui la Cir di Carlo
De Benedetti aveva ottenuto il mega risarcimento da Fininvest, dopo la scoperta
che la storica sentenza del 1991, favorevole al gruppo Berlusconi nella contesa
per il controllo di Mondadori, era stata emessa da un giudice corrotto ovvero
Vittorio Metta. Secondo Strasburgo, la procedura seguita ha rispettato
pienamente le garanzie previste dall’articolo 6 della Convenzione europea dei
diritti dell’uomo. In particolare, la Cedu ha ritenuto legittima la scelta della
Cir di ricorrere a uno strumento previsto dall’ordinamento italiano, seppur
applicato per la prima volta a una situazione nuova.
La Corte ha sottolineato come la Cassazione italiana abbia spiegato in modo
chiaro perché la Cir non fosse obbligata a chiedere la riapertura del processo
del 1991, giungendo a un’interpretazione definita “né arbitraria né
manifestamente errata”. Secondo i giudici europei, l’ordinamento italiano ha
così raggiunto “un giusto equilibrio” tra gli interessi contrapposti delle parti
e la necessità di garantire una corretta amministrazione della giustizia.
Proprio la Cassazione aveva ribadito come Metta avesse privato la Cir di De
Benedetti “non tanto della chance di una sentenza favorevole, ma, senz’altro,
della sentenza favorevole, nel senso che, con Metta non corrotto, l’impugnazione
del Lodo sarebbe stata respinta“.
Respinte anche le contestazioni sull’entità del risarcimento riconosciuto alla
Cir, che ammontava a circa 750 milioni di euro. La Cedu ha osservato che
l’importo era stato determinato sulla base di perizie tecniche e ampiamente
motivato dai tribunali nazionali, escludendo qualsiasi arbitrarietà nella
quantificazione del danno. In questo caso la Cassazione aveva accolto, in parte,
uno dei motivi della difesa Fininvest, il tredicesimo, inerente il reclamo per
l’eccessiva valutazione delle azioni del gruppo L’Espresso.
UNICO PUNTO ACCOLTO
Unico punto accolto dai giudici europei, seppur in modo marginale, riguarda la
condanna alle spese processuali. Secondo Strasburgo, la Corte di Cassazione non
avrebbe motivato in modo sufficiente la decisione su questo aspetto. Tuttavia,
la Cedu ha chiarito che si tratta di una violazione limitata, che non incide sul
merito della causa né consente di ritenere l’intero procedimento ingiusto. La
Cassazione aveva liquidato favore della Cir anche 900.200 euro appunto per le
spese del giudizio innanzi alla Suprema Corte.
La sentenza affronta infine il ricorso personale di Silvio Berlusconi, portato
avanti dai suoi eredi dopo la morte. L’ex premier aveva sostenuto che i giudici
civili italiani avessero violato la sua presunzione d’innocenza, attribuendogli
una responsabilità per corruzione nonostante il proscioglimento per
prescrizione. Anche su questo punto la Corte europea ha dato ragione allo Stato
italiano, rilevando che i tribunali civili avevano precisato in più occasioni di
limitarsi all’accertamento della responsabilità civile.
Dura la reazione di Fininvest: “Prendiamo atto della deludente decisione della
Cedu, che non ha colto la forza e la fondatezza dei punti fondamentali dei
nostri ricorsi – ha dichiarato l’avvocato Andrea Saccucci, legale del gruppo.
Restiamo profondamente convinti – ha aggiunto – che Silvio Berlusconi sia stato
vittima in Italia di una grave ed evidente violazione del principio della
presunzione d’innocenza”. La sentenza rappresenta un passaggio decisivo e
probabilmente finale nella vicenda giudiziaria del Lodo Mondadori, una delle più
controverse della storia recente italiana, che nel suo troncone civile per la
questione del risarcimento era iniziata nell’ottobre del 2009 con la decisione
del giudice Raimondo Mesiano che aveva fissato un risarcimento di 749,9 milioni
(poi ridotto appunto in appello e fissato in Cassazione) sostenendo che la Cir
aveva subìto un danno patrimoniale da perdita di chance. Magistrato che poi fu
“pedinato” dalle telecamere di una trasmissione Mediaset e sbeffeggiato per i
suoi calzini “azzurri”.
L'articolo Lodo Mondadori, anche Strasburgo chiude il caso: respinti i ricorsi
di Berlusconi e Fininvest sul mega risarcimento alla Cir di De Benedetti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Francesca Pascale parla al Corriere della Sera ripercorrendo senza filtri la sua
vita privata, i rapporti sentimentali, il legame con Silvio Berlusconi, il
giudizio sulla politica attuale e i rapporti con la famiglia dell’ex premier. Le
sue parole toccano anche la relazione con Paola Turci, il “non matrimonio” di
Berlusconi con Marta Fascina e la vicenda delle borse false di Daniela
Santanché. E dice: “Se mi dispiace che Villa Certosa sia in vendita? Moltissimo.
Ma mi spiace di più vedere come è stato trasformato Palazzo Grazioli: trovare un
bar nel soggiorno dove noi guardavamo la tivù in pigiama prima di andare a
dormire mi fa effetto”.
LA RELAZIONE CON PAOLA TURCI: “UNA STORIA TOSSICA, UN CHIODO SCHIACCIA CHIODO”
Pascale definisce l’unione civile con Paola Turci come una relazione nata nel
momento sbagliato. “È stata una relazione tossica, non ero pronta dopo
Berlusconi, era un chiodo schiaccia chiodo”. Aggiunge: “Mi prendo la mia
responsabilità. Di quella storia mi ha fatto soffrire l’ipocrisia: stavo con una
donna che disprezzava Berlusconi, ma non il fatto di vivere in casa mia con il
suo denaro”.
MARTA FASCINA E IL “NON MATRIMONIO” CON BERLUSCONI
Sul rapporto tra Berlusconi e Marta Fascina, Pascale ammette un iniziale
spaesamento: “Ci ho messo un po’ a elaborarlo, non capivo”. Sottolinea però un
punto politico: “Mi spiace solo vedere come certi principi in politica, che era
la sua vita, siano stati traditi”. Ricorda una frase che Berlusconi le ripeteva:
“Si deve essere i primi a entrare e gli ultimi a uscire, onorando il mandato
degli elettori. Ecco, non mi pare che la parlamentare Marta Fascina li
rispetti”. Precisa anche: “Non mi ha mai chiamata”. Nonostante le critiche,
riconosce il ruolo di Fascina: “Credo abbia svolto un ruolo importante accanto
al Presidente. Lui ha scelto per il finale della sua vita ciò di cui aveva
bisogno e io quella cosa lì non sarei mai stata in grado di dargliela”.
LA POLITICA OGGI: “NON C’È UN EREDE DI BERLUSCONI”
Alla domanda su chi possa raccogliere l’eredità politica di Berlusconi, Pascale
risponde senza esitazioni: “Nessuno”. Aggiunge: “Mi piacerebbe tantissimo Mario
Draghi, ma ha altre ambizioni”. Su Antonio Tajani è netta: “È inadeguato e
dovrebbe solo dimettersi”. Indica invece una possibile strada: “Mi piacerebbe
che Marina e Pier Silvio entrassero a gamba tesa nel partito e rimettessero mano
allo statuto, per resettare e ripartire con i congressi”. Per sé immagina un
ruolo territoriale: “Mi piacerebbe candidarmi per la segreteria toscana”.
IL RICORDO DELLA MORTE DI BERLUSCONI: “UN DOLORE COME PER MIA MADRE”
Pascale racconta di aver saputo della morte di Berlusconi da “un’autrice di Otto
e Mezzo” e poi dal professor Zangrillo. “Ricordo solo di essere scoppiata a
piangere e di aver messo giù”. Spiega: “Un dolore così forte lo avevo provato
solo per nostra madre”. Rievoca anche l’inizio del loro legame: “Non stavamo
ancora insieme. Ma dopo il funerale corsi a Roma, a Palazzo Grazioli”. E
aggiunge: “Mi sentivo a un vicolo cieco della mia vita, eppure ho questo ricordo
terribilmente dolce”. Sul funerale di Stato: “Mi sedetti nell’ultima fila,
all’ultimo posto, tra gli ultimi amici di Silvio Berlusconi”. Dice di non
essersi sentita offesa, ma di essersi chiesta “se era ciò che voleva”.
I RAPPORTI CON GLI EREDI BERLUSCONI
Con Marina Berlusconi il rapporto resta saldo: “È da sempre un mio riferimento”.
Spiega: “So che quando cerco un confronto, lei c’è”. Pascale esclude qualsiasi
buonuscita economica: “Non ho avuto buonuscita. Ho avuto una vita piena di cose
bellissime che mi ha dato Silvio Berlusconi”.
DANIELA SANTANCHÉ E LE BORSE FALSE: “LE HO REGALATE”
Alla domanda se abbia risentito Daniela Santanché, Pascale risponde: “Mai più”.
Poi racconta l’episodio delle borse: “Le sue Kelly farlocche le ho regalate. Me
ne è rimasta una, vera, che avevo comprato io”. Precisa: “Non mi è dispiaciuto
troppo che fossero taroccate, ma l’aver provato imbarazzo quando mi hanno
chiamata dal negozio”. E conclude con una battuta amara: “Pensavo: tra una
napoletana e una cuneese a chi crederanno?”.
Pascale parla anche della propria storia familiare, segnata da violenza
domestica, e del rapporto irrisolto con il padre: “Non lo perdonerò mai”. Spiega
come questo abbia influito sul suo modo di vivere l’amore: “Per me dare e
ricevere amore è su questo binario di non reciprocità e di sofferenza”. Oggi
dice: “Ho deciso di non stare con nessuno”.
L'articolo Francesca Pascale: “Paola Turci? Un’ipocrita: disprezzava Berlusconi,
ma non vivere in casa mia con il suo denaro. A Palazzo Grazioli ora c’è un bar
nel soggiorno dove con Silvio guardavamo la tv in pigiama, mi fa effetto”
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