Ormai risulta sufficientemente accertato che l’effettiva finalità non dichiarata
del referendum di domenica e lunedì prossimi è quella di sottomettere la
magistratura al controllo dell’esecutivo, azzerandone la natura di potere
autonomo. Ossia la declinazione italiana – prima con Berlusconi, ora con Meloni
– di un inquietate disegno promosso dall’Internazionale reazionaria ormai da
anni: cancellare la preziosa tradizione del costituzionalismo
liberal-democratico di matrice illuministica, che perseguiva la messa sotto
controllo del Potere attraverso il bilanciamento e l’ispezionabilità. Mentre
risulta rimosso o dimenticato l’autore del contributo tutto italiano al filone
di pensiero che fa retrocedere a ordalia il principio di rappresentanza. Ossia
lo strano teologo, nella tonaca del prete pre-conciliare, che attraversò per
almeno un cinquantennio il dibattito pubblico italiano da protagonista
camaleontico (Eugenio Scalfari, fondatore de la Repubblica e maître à penser dei
liberal nostrani non era riuscito a inquadrarlo, tanto da inserirlo tra i propri
opinionisti), per poi finire a Arcore come cappellano di Silvio Berlusconi nella
sua entrata in politica; alternandosi con l’altrettanto sfuggente Giuliano
Ferrara nel ruolo di ghost writer del Cavaliere.
Parlo del mio conterraneo Baget Bozzo, un politologo che intrigò molti
interlocutori intellettuali – non solo Scalfari – per l’insolito uso del
vocabolario teologico declinato nel ragionamento politico: l’idea che il lavacro
elettorale fungesse da purificazione e santificazione dell’eletto. Tanto da
simbolizzare tale meraviglia menzognera in una sorta di unzione divina. L’antica
tradizione ecclesiastica che celebrava la discesa della Grazia sul capo del
potente, che i papi utilizzarono per saldare trono e altare beatificando
l’imperatore Costantino a Nicea o Carlo Magno in San Pietro; per poi accreditare
un ruolo soprannaturale nella legittimazione del sovrano medievale. Lo storico
de Les Annales Marc Bloch descrisse l’importanza rituale del “tocco regale” (la
guarigione dalle scrofole a mezzo imposizione delle mani) per sancire il diritto
al trono di Francia tra i contendenti nella Guerra dei Cent’Anni.
Dunque superstizioni pre-moderne che dovrebbero farci sorridere, ma che vengono
sistematicamente riproposte nella propaganda politica in questa epoca
regressiva: chi è stato eletto acquisirebbe un potere illimitato, alla faccia di
tutte le guarentigie contro le derive assolutistiche che vanno rafforzandosi in
età post-democratica. In cui dilaga il culto dell’uomo (o della donna) solo/a al
comando. Sicché la fretta e la delega fiduciaria all’unto/a spazzano via perdite
di tempo come la trasparenza, il dibattito e il controllo.
Non a caso Baget Bozzo – e la sua psiche tormentata, sempre alla ricerca di
figure paterne – prima di celebrare il rito berlusconiano aveva coltivato
devozioni verso figure autoritarie consacrate all’esercizio del potere: dal
cardinale Giuseppe Siri a Bettino Craxi. Percorso compiuto sul coté laico da
Giuliano Ferrara, prima sulle ginocchia di Palmiro Togliatti e poi
nell’innamoramento craxiano con relativo inginocchiamento.
I cultori americani di neuroscienze parlano della predominante nelle psicologie
destrorse del cosiddetto “padre severo”. Suggestione che può valere per la
biografia del trovatello Don Gianni. Con cui ebbi un impatto molto rivelatore
negli anni della mia prima giovinezza. Cresciuto in una famiglia cattolica, a
quel tempo incominciavo a smarrire il mio rapporto con la fede. Per questo
andavo alla ricerca di un interlocutore a cui esternare i miei dubbi, quanto più
possibile acculturato. Sicché Baget Bozzo appariva il meglio presente sulla
piazza genovese. Per questo riuscii a farmi ricevere con il pretesto
dell’intervista per una testata a cui collaboravo. Ma quando gli confessai le
reali intenzioni e passai ad esporgli i miei dubbi, mi venne risposto che non
sapeva cosa dirmi, visto che il suo interesse di fervente cattolico non era per
le questioni di fede ma verso un’istituzione – la Chiesa – e il suo potere
bimillenario. Così appresi l’esistenza di persone che adorano il Potere per il
Potere. Divinizzato. Una mentalità che mezzo millennio di Illuminismo ha
combattuto, limitandone i danni ferini attraverso le regole.
Purtroppo questa preziosa opera di civiltà è minacciata dagli spiriti animali
scatenati dal divorzio tra Capitalismo e ordine democratico – avviato nel 1975
da un inquietante documento suicida della ben nota Commissione Trilateral (la
follia Neo-Lib di sterminare il ceto medio attraverso la mercificazione): “Crisi
della Democrazia. Rapporto sulla Governabilità”. Nella logica tutta
berlusconiana e ora meloniana del “cosa serve il Potere se non se ne abusa”. Il
suo volto demoniaco officiato dall’attuale teologia economico-finanziaria. Che
non dobbiamo assolutamente lasciar prevalere il 22/23 prossimi.
L'articolo La teologia al servizio della reazione. Da Berlusconi al referendum,
ecco il Potere divinizzato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Silvio Berlusconi
Bossi e Berlusconi, Silvio e Umberto, nemici, amici, alleati, rivali: tutto e il
contrario di tutto, in 30 anni che hanno cambiato per sempre (la mancanza di un
aggettivo è voluta) la storia della politica italiana. Scena da un matrimonio:
Tremonti mediava, Silvio per il Senatùr divenne “un fratello“. Fra i più
commossi nel Duomo di Milano per l’ultimo saluto a Silvio Berlusconi, c’era
Umberto Bossi. In quegli istanti al fondatore della Lega saranno passati nella
mente decine di immagini e ricordi di un rapporto in cui rivalità politica e
amicizia si sono intrecciati con alti e bassi: “attenti a Berluskaiser“, diceva
nel ’94 diffidente il Senatùr, prima di diventare ospite fisso delle cene al
lunedì ad Arcore, dove il Cavaliere voleva sempre “l’Umbertone“. E alla fine,
“per tanti anni” Berlusconi è stato per lui “come un fratello”.
In vista delle elezioni del 1994, Berlusconi manda una lettera a Bossi per
invitarlo a trovare “identità di vedute”. Arriverà l’accordo, “a cui siamo
costretti”, ammette il leghista, che mette sul piatto il federalismo e
l’antitrust e propone un “blind trust’’ per la gestione dei beni di proprietà
del magnate. Ma solo dopo un battibecco continuo fra il Cavaliere e il Senatùr:
è “rozzo”, va dicendo il primo; “lo sbraniamo vivo”, replica il secondo. La
strana coppia vince le elezioni, i due governano insieme ma il rapporto è ancora
difficile. Il premier fa finta di non sentire quando ai comizi l’alleato lo
chiama Berluscaz, Forzacoso, e così via, senza lesinare riferimenti a mafia e
fascismo. La riconciliazione arriva dopo la “notte di Arcore“, il 13 agosto, con
la famosa passeggiata nel parco di Villa San Martino e la stretta di mano
davanti ai giornalisti, dopo l’invito che inaugura una tradizione della politica
italiana, le cene del lunedì sera nella residenza del Cavaliere. Dura poco,
però, l’incantesimo. Alcuni commenti poco edificanti di Berlusconi vengono
carpiti da un giornalista, poi la Rai, la finanziaria, la nomina di Emma Bonino
come commissario europeo al posto del leghista Francesco Speroni: un climax che
in nove mesi porta Bossi alla mozione di sfiducia, sottoscritta con il Ppi. Una
liberazione, per il Senatùr, “è ora di brindare”. Più avanti avrebbe raccontato
di essersene pentito.
Al ribaltone seguono reciproche accuse di tradimento. “Berlusconi è uno che di
politica ‘el capiss ‘na gott’. È invece bravissimo a scegliere presentatrici
tv“. Quando nel 1998 un riavvicinamento è in vista, i due si dicono d’accordo su
una solo cosa: a non mangiare sardine insieme, cioè a non incontrarsi per
tentare quel contro-ribaltone contro l’Ulivo. Con gli anni entrambi capiscono di
non avere alternative. Giulio Tremonti fa da mediatore, a fine dicembre 1999 c’è
un faccia a faccia distensivo in una saletta dell’aeroporto di Linate.
“Berlusconi è migliorato”, dice Bossi nel gennaio del 2000. Un paio di mesi dopo
torna ad Arcore per rinnovare una tradizione interrotta ormai da sei anni. Fra
una cena e una colazione a villa San Martino prende forma la Casa delle libertà,
che vince le elezioni del 2001. Non mancano fibrillazioni, ma si riesce sempre a
trovare un compromesso. Una volta la pace va in scena a margine del funerale di
Ernani Confalonieri, padre di Fedele, nel cimitero di Comerio.
Nel 2004, mentre Bossi è ricoverato, Berlusconi si presenta a sorpresa
all’abbazia di Pontida, dove centinaia di leghisti al Vespro per gli ammalati
pregano per la salute del ‘capo’. I due saranno insieme all’opposizione e poi,
nel 2008, di nuovo al governo. Con i loro tradizionali screzi, ma sempre più
uniti. Uno desideroso sempre avere il coltello dalla parte del manico, l’altro
capace di farsi concavo e convesso. “Con Berlusconi si può trattare: poi se ti
da la parola, la mantiene“, si convincerà alla fine il leader leghista, cercando
di tramandare questa esperienza a Matteo Salvini. “Silvio era diverso da come
veniva descritto – il suo ultimo tributo prima del funerale al Duomo di Milano –
i suoi principi erano il bello, il buono e il giusto“.
L'articolo Berluskaiser e l’Umbertone: 30 anni di amicizia, rivalità, insulti e
alleanze tra Berlusconi e Bossi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sequenza di fotografie raccontare un’intera stagione della politica italiana
che oggi si chiude. È morto il 19 marzo 2026 Umberto Bossi, nato il 19 settembre
1941 a Cassano Magnago, in provincia di Varese, figura destinata a lasciare un
segno profondo nella storia della Seconda Repubblica.
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Nelle prime immagini c’è il Bossi degli inizi: giacca semplice, voce ruvida, il
volto di un politico che amava raccontarsi come un uomo venuto dal lavoro più
che dai palazzi. Poi arrivano le fotografie dei raduni di Pontida, delle
bandiere verdi, del simbolo del Carroccio con Alberto da Giussano: l’epoca in
cui il fondatore della Lega Nord trasformò un movimento autonomista in una forza
capace di cambiare il linguaggio della politica italiana. Soprattutto con la
parola secessione.
Seguono le immagini del potere: il ministro delle Riforme nel governo
Berlusconi, le campagne elettorali, il soprannome di “Senatùr” diventato ormai
identità politica. Ma nella serie fotografica c’è anche il tempo del declino: la
lunga riabilitazione dopo l’ictus del 2004, il volto segnato, gli ultimi anni
trascorsi più come simbolo che come leader.
L'articolo Un’intera stagione politica in una sequenza di foto: dalla secessione
al potere di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lutto nel mondo della musica partenopea. È morto, a 84 anni, il cantante Tonino
Apicella, padre di Mariano compositore, chitarrista e cantante di Silvio
Berlusconi. Cantante e chitarrista napoletano, Tonino Apicella ha iniziato a
fare i primi passi nel mondo della musica negli Anni Quaranta e si è
contraddistinto subito ler i componimenti melodici. Tra i primi ad
ufficializzare la morte dell’artista è stato l’organizzatore di eventi e
presentatore Mario Guida su Instagram, commentando la perdita di “un’altra
importante perdita per la musica napoletana. Riposa in pace amico mio”.
A ricordarlo anche la collega e amica Ida Rendano: “Ancora un’altra perdita
importante per la nostra città e per me in particolare. Il Maestro Tonino
Apicella. Ciao, Maestro. Ciao, zio Tonino.. È così che ti ho sempre chiamato,
con quell’affetto che andava oltre ogni formalità. Per me non sei mai stato solo
un grande artista, ma una presenza viva, capace di accarezzare l’anima”.
E ancora: “Mi hai cresciuta artisticamente con una dolcezza rara. Mi hai
insegnato a credere nella bellezza, a non avere paura di esprimermi, a
trasformare le emozioni in qualcosa di vero, di eterno. E lo facevi sempre con
uno sguardo pieno di orgoglio, come se vedessi in me qualcosa che io stessa
faticavo a riconoscere”.
“Mi chiamavi, mi incoraggiavi, mi ‘coccolavi’ artisticamente, – ha continuato
Rendano – come solo uno zio sa fare. E in quei gesti, in quelle parole, c’era
tutto: affetto, fiducia, guida. Oggi sento una gratitudine che non avrà mai
fine. Perché averti avuto nella mia vita è stato un dono prezioso, uno di quelli
che restano incisi per sempre. Porterò con me ogni tuo insegnamento, ogni
sorriso, ogni momento condiviso. Continuerò a camminare anche per te, con la
stessa passione che mi hai trasmesso, con la tua voce nel cuore. Non è un addio,
zio Tonino. È un arrivederci, custodito nell’arte, nei ricordi e nell’amore che
non svanisce”.
I funerali di Apicella si terranno oggi 18 marzo alle 16.30 nella Parrocchia
Santa Croce ad Orsolone.
L'articolo È morto Tonino Apicella: era il padre di Mariano, compositore,
chitarrista e cantante di Silvio Berlusconi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Suscita un certo straniamento vedere l’ex-magistrato simbolo di “Mani pulite”
mentre riceve una standing ovation in una manifestazione per il Sì al referendum
sulla legge costituzionale Nordio-Meloni. Antonio Di Pietro avrà certo le sue
motivazioni, ideali o pragmatiche, per arruolarsi in uno schieramento affollato
dai suoi storici arcinemici, acclamato dai pochi sopravvissuti e dai tanti eredi
di quella classe politica che – se avesse avuto a proprio servizio
quell’obbrobrio giuridico che è l’Alta Corte Disciplinare, come previsto dalla
riforma – l’avrebbe fatto mettere alla sbarra per chissà quali infrazioni e
severamente punito, coì da non interferire col saccheggio sistematico dei
bilanci pubblici che i loro partiti avevano organizzato. Ci provarono anche
allora, tra un tentativo abortito di “colpo di spugna” parlamentare e l’altro,
ad avviare provvedimenti disciplinari contro i magistrati di punta del pool, tra
cui lo stesso Di Pietro. Furono però archiviati o si risolsero in un nulla di
fatto.
Precisamente a questo serve un Consiglio Superiore della Magistratura autonomo e
indipendente da interferenze politiche, specie quando opera nella sua funzione
sanzionatoria. E non a caso proprio quest’organo è il principale bersaglio della
controriforma Nordio-Meloni, che lo “spacchetta” in tre sotto-entità
frammentandone le funzioni, delegittimandone la composizione, svilendone il
ruolo istituzionale.
Le ragioni “tecniche” che avvalorano un convinto rifiuto di una riforma contro i
giudici, più che per la giustizia, sono state discusse con un profluvio di
argomentazioni giuridiche. Sono però rimaste in ombra altre possibili
motivazioni, di natura storico-politica, che vale la pena di richiamare. Le
radici della legge costituzionale Nordio-Meloni affondano proprio nelle
lacerazioni generate dalle inchieste giudiziarie di “Mani pulite”. Un’indagine
nata per caso il 17 marzo 1992, con una micro-tangente pagata da una ditta di
pulizie all’oscuro presidente di un ospizio pubblico milanese, Mario Chiesa.
Emerse uno scenario di corruzione capillare che lo stesso Di Pietro avrebbe
battezzato di dazione ambientale, descrivendola come “una situazione oggettiva
in cui chi deve dare il denaro non aspetta più nemmeno che gli venga richiesto;
egli sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o il pizzo e
quindi si adegua”. Quelle mazzette ubique e silenziose in una quota
predeterminata avrebbero poi risalito le gerarchie organizzative di quegli
stessi partiti fino a Roma, alle segreterie nazionali. Era il prezzo per la
garanzia che i vertici di quei partiti assicuravano di un’adesione generalizzata
ai patti sottobanco e alle leggi non scritte della corruzione sistemica, quelle
che disciplinavano il saccheggio scientifico dei bilanci pubblici. Provarono a
liquidarle come “prezzo della democrazia”, quelle tangenti. Piuttosto, erano le
tossine che la stavano avvelenando.
Sappiamo tutto sui meccanismi che regolavano le pratiche imperanti di
corruzione, descritti con precisione dai suoi protagonisti, e sulle difficoltà
incontrate dai magistrati nel perseguirle. Sono ancora evidenti le macerie del
suo impatto sulla legittimazione delle istituzioni pubbliche e della classe
politica. La discesa in campo di Berlusconi ne rappresentò il punto di svolta.
Il Cavaliere era parte integrante di quei meccanismi corruttivi e sodale dei
suoi principale artefici. Eppure, paradossalmente fu anche il maggiore
beneficiario di quelle inchieste che, annichilendo gli storici partiti di
governo, spalancarono praterie di consenso “moderato” alla sua neonata e subito
trionfante creatura politica, Forza Italia. Si posero così le premesse per la
successiva ostilità, che poi si farà scontro aperto, tra i magistrati che ancora
perseveravano nel perseguire gli affari sporchi della politica e una quota
cospicua della “nuova” classe politica.
Per questo di “Mani pulite” si è fatta memoria collettiva schizofrenica. Si è
trattato di un tentativo di palingenesi civica contro una classe politica
corrotta guidato da eroici magistrati? Oppure di un “golpe giudiziario”
orchestrato da “toghe rosse”, che ha distrutto partiti che erano presidio di
democrazia, per poi accanirsi contro il loro erede “unto dal Signore”? Chiavi
interpretative contrapposte, nessuna delle quali rappresenta realisticamente una
vicenda giudiziaria e politica molto più complessa e sfaccettata. Ma proprio la
seconda tesi, tanto brutalmente ideologica quanto storicamente inconsistente,
risulta sottesa agli odierni apologeti della riforma Nordio-Meloni. Al punto che
– nell’ora gloriosa della sua approvazione – proprio a Berlusconi alcuni
commossi interventi parlamentari l’hanno dedicata, a lui che “dall’alto dei
Cieli sorride e si compiace del lavoro dei suoi allievi”. Contravvenendo alle
astuzie della campagna elettorale, nelle parole dello stesso Nordio e di altri
propagandisti del si è affiorata, come voce dal sen fuggita, quella stessa
pervicace volontà politica di regolare finalmente i conti con i giudici
ficcanaso, di rimetterli in riga.
Occorreva un’acrobazia retorica per rovesciare la rappresentazione del ruolo dei
giudici nel dibattito sulle motivazioni della riforma. Anche in questo l’eredità
di Berlusconi, il primo grande leader populista e accattivante comunicatore
apparso sulla scena politica italiana, ha tracciato una linea fedelmente seguita
dai suoi “allievi”. L’essenza del populismo consiste nell’individuazione di
un’entità astratta e omogenea chiamata “popolo”, al quale si lega simbolicamente
la figura carismatica che ne legge “empaticamente” i valori e ne difende gli
interessi contro i tanti nemici, responsabili del suo malcontento. Certo, i
nemici esterni, spesso facili da identificare cromaticamente, in quanto alieni
all’identità nazionale. Ma anche quelli interni, tipicamente rappresentati dalle
“élite corrotte”, che con le loro trame sotterranee attentano al benessere e
alla serena operosità del “popolo”.
Per questo, più che sui suoi noiosi profili tecnici, l’essenza della campagna
elettorale si è giocata nella narrazione del ruolo dei giudici nella società
italiana. Sono tramontati i tempi in cui i magistrati erano raffigurati come
figure eroiche nel loro impegno contro mafie e corruzione. Nella campagna
referendaria si è cercato di dissociarli persino dal loro ruolo istituzionale di
arbitri (umani, dunque imperfetti e fallibili) che nel vigilare sul rispetto
delle leggi proteggono anche da ingiustizie, soprusi, soverchierie.
E’ grazie alla magistratura che ancora oggi si riescono di tanto in tanto a
svelare e perseguire gli abusi di potere, non troppo diversi da quelli di “Mani
pulite”, solo più sofisticati. Per inciso, ciò accade sempre più raramente,
visto il depotenziamento governativo degli strumenti di indagine e la
depenalizzazione, di fatto o di diritto, dei crimini dei potenti. Nella visione
proposta dalla grancassa mediatica e social al servizio dell’esecutivo i
magistrati sono etichettati come parte integrante di un’élite ostile al
buonsenso e ai semplici bisogni della massa popolare, arroccati nel privilegio
dei loro giochi correntizi, pervicaci nel voler separare dalla mamma e dal papà
bambinelli altrimenti felici nei boschi, a liberare feroci picchiatori di inermi
poliziotti, a rimettere in circolazione immigrati stupratori.
La riforma Nordio va inquadrata in uno scenario più ampio per coglierne la
pericolosità. E’ il tassello fondamentale di un disegno avvolgente che
dall’avvento del governo Meloni punta alla disarticolazione di tutti i
contrappesi istituzionali e sociali contro l’accentramento in salsa
neo-autoritaria del potere politico, sul modello orbán-trumpiano.
Le altre tessere sono note, alcune già collocate al loro posto, altre in lista
d’attesa: dal depotenziamento dei controlli della Corte dei conti al progetto di
“premierato”, dai decreti-legge di criminalizzazione del dissenso pacifico
all’occupazione manu militari di televisione pubblica e istituzioni culturali,
dal premio iper-maggioritario del disegno di legge elettorale all’abrogazione
dell’abuso d’ufficio – e si potrebbe andare avanti a lungo.
Quello del referendum sulla contro-riforma Nordio-Meloni è però un passaggio
cruciale. Se cede il baluardo dell’indipendenza e dell’autonomia dalla politica
del potere giudiziario, se una maggioranza di elettori dovesse ratificare nel
referendum l’ingannatoria narrazione populista sulla casta dei giudici “da
rimettere al loro posto”, è facile prevedere una trionfante accelerazione nella
realizzazione del progetto neo-autoritario. Questo non è soltanto un referendum
sulla giustizia, o meglio contro i giudici. E’ un referendum per la tenuta e la
“resistenza” delle nostre istituzioni liberal-democratiche.
L'articolo Le radici storiche della riforma Nordio-Meloni affondano in Mani
Pulite: il populismo anti-giudici nasce lì proviene da Il Fatto Quotidiano.
Persecuzioni giudiziarie – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano oggi in
edicola
#referendum #berlusconi #vignetta #natangelo #satira
L'articolo Persecuzioni giudiziarie proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le Frecce per il sì di Forza Italia sono arrivate questa mattina alla stazione
centrale di Milano per il rush finale della campagna per il Sì. Per il ministro
Alberto Zangrillo, partito con il treno da Torino, si tratta di “una riunione di
popolo”. Ma con lui sono partiti solo in 80. E così anche da Venezia e da
Bologna. I tre convogli, almeno, arrivano puntuali. “Se vincerà il Sì, i treni
saranno sempre in orario” scherza uno dei bolognesi. Ad attenderli nella sala
convegni all’interno della stazione c’è anche il ministro Pichetto Fratin oltre
ad alcuni parlamentari di Forza Italia. Ma a prendersi la scena è il portavoce
del comitato Sì riforma, il giornalista Alessandro Sallusti: “Ho una notizia
fresca di stampa: vinceremo il referendum sicuramente perché questa volta
abbiamo un santo in paradiso pazzesco: il presidente Berlusconi che già da
settimana tratta con il Padre Eterno”.
L'articolo Referendum, la previsione di Sallusti per il Sì: “Vinceremo
sicuramente perché abbiamo un santo in paradiso: Berlusconi” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Slittano le testimonianze di Karima El Mahroug, nota come Ruby, e di Barbara
Guerra nel processo per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi che si
celebra davanti al Tribunale di Monza. Le due donne erano state citate come
testimoni dalla difesa di Giovanna Rigato, ex concorrente del Grande Fratello
imputata per fatti risalenti al 2016, ma non si sono presentate in aula. La
donna era stata denunciata dall’ex premier nel 2016perché avrebbe richiesto un
milione di euro “per non rivelare alla stampa e ai pm informazioni in grado di
danneggiarlo”.
Karima El Mahroug, che oggi vive a Genova ed è diventata da poco madre per la
seconda volta, ha inviato un certificato medico spiegando di non poter
partecipare all’udienza perché impegnata con l’allattamento. Nella comunicazione
ha anche fatto sapere che, qualora fosse stata presente, avrebbe comunque
esercitato la facoltà di non rispondere. Barbara Guerra, invece, è risultata
irreperibile e residente all’estero. Entrambe saranno riconvocate nelle prossime
udienze.
Secondo la ricostruzione della Procura di Monza, Rigato avrebbe chiesto la cifra
durante un incontro avvenuto nel 2016 a Villa San Martino, la residenza di
Berlusconi ad Arcore. La richiesta sarebbe stata motivata, secondo l’accusa, dai
danni d’immagine che la donna riteneva di aver subito a causa del suo
coinvolgimento nelle vicende giudiziarie legate al cosiddetto caso Ruby e dalla
successiva interruzione dei contributi economici che prima riceveva
regolarmente. Rigato aveva dichiarato ai giornalisti nel novembre del 2012:
“Berlusconi è una persona che io stimo molto, è una persona che se ho bisogno di
qualsiasi cosa soprattutto di un consiglio, la cosa più preziosa per me, è
disponibile e reperibile”. Intervistata dopo una udienza al processo Ruby, aveva
dichiarato di percepire 50mila euro da Mediaset. “Sono diventata giornalista,
vorrei farei la conduttrice…”
L’imputata ha sempre respinto le accuse sostenendo di aver semplicemente chiesto
un risarcimento per il danno di immagine subito dopo il clamore mediatico legato
alle “cene di Arcore”. Nel procedimento si sono costituiti parte civile i cinque
figli di Silvio Berlusconi, che hanno deciso di portare avanti l’azione legale
intrapresa dal padre prima della sua morte. Nel corso dell’udienza sono stati
sentiti alcuni testimoni indicati dalla difesa, rappresentata dall’avvocato
Stefano Gerunda. Tra questi la madre dell’imputata, un medico al quale Rigato si
sarebbe rivolta per lo stress psicologico legato alla forte esposizione
mediatica della vicenda, e un fotografo.
La madre ha raccontato in aula un episodio risalente al 2009, quando lei e la
figlia si trovavano in Grecia. «Alle due di notte abbiamo ricevuto una
telefonata: era Berlusconi che chiedeva a Giovanna se fosse stata contattata da
qualche giornalista. Lei disse di no e lui le rispose di non preoccuparsi,
dicendo che per qualunque cosa avesse avuto bisogno ci sarebbe stato». Secondo
la testimone, la figlia avrebbe rifiutato apertamente quel sostegno. La donna ha
poi ricordato di aver accompagnato la figlia a visitare alcuni appartamenti a
Segrate insieme al geometra Roberto Trombini, precisando che in quell’occasione
si parlò soltanto di questioni architettoniche. Ha inoltre raccontato che la
figlia era “fisicamente provata” dopo la sospensione del contratto con Mediaset
e che, a un certo punto, “si è scocciata e ha chiesto una ricompensa al
presidente”, stanca di ricevere un contributo mensile senza svolgere attività.
La prossima udienza è fissata per il 15 aprile, quando è previsto l’esame
dell’imputata.
L'articolo Il “milione” chiesto a Berlusconi, processo a Monza a Giovanna
Rigato: slittano le testimonianze di Ruby e Barbara Guerra proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sembra un déjà-vu, ma non lo è, il caso Ruby torna in un’aula di giustizia di
quasi 16 anni. È stato fissato per il 28 maggio, davanti alla seconda sezione
penale della Corte d’Appello di Milano, il nuovo processo d’appello sul caso
Ruby ter a carico di 22 imputati, tra cui Karima El Mahroug – l’allora ragazzina
di 17 anni spacciata per nipote del defunto presidente egiziano Moubarak – e le
le giovani donne ospiti delle cene eleganti, organizzate dall’allora premier
Silvio Berlusconi, e l’ex legale di Ruby e con al centro l’accusa di corruzione
in atti giudiziari. Imputati che nel febbraio 2023 erano stati tutti assolti, il
leader di Forza Italia compreso (poi morto il 23 giugno successivo), dal
Tribunale di Milano.
I pm Tiziano Siciliano (ora in pensione) e Luca Gaglio, poi, avevano fatto
ricorso direttamente in Cassazione, che ha disposto il nuovo processo in appello
(presidente del collegio Enrico Manzi). C’è stato un “vizio”, un errore
giuridico “che ha inficiato l’intero ragionamento” nella sentenza di
assoluzione, ha scritto la Suprema Corte nelle motivazioni depositate nel
gennaio 2025, più di un anno fa.
Le assoluzioni in primo grado erano arrivate per un nodo giuridico in quanto le
ragazze erano state sentite nei due processi milanesi sul caso Ruby, tredici
anni fa, come testi semplici, mentre avrebbero dovuto, secondo i giudici, essere
già indagate per gli “indizi” che c’erano sui versamenti che avrebbero ricevuto
dal Cavaliere ed essere ascoltate come testimoni assistite da legali.
La Cassazione ha spiegato, invece, che la corruzione in atti giudiziari, in
sostanza, non poteva essere a loro già contestata in quel momento, perché non
erano ancora pubblici ufficiali, qualifica che serve perché si configuri la
corruzione. E che lo sono diventate proprio solo quando sono state citate come
testimoni, con la fase dell’ammissione delle liste testi nel novembre 2011. In
26 pagine di motivazioni molto tecniche i giudici della sesta penale (presidente
Giorgio Fidelbo), oltre ad annullare senza rinvio le accuse di falsa
testimonianza perché prescritte, aveva disposto il processo d’appello sulle
altre imputazioni dando le “coordinate del ragionamento giuridico“. Anche sulle
accuse di corruzione, tra l’altro, potrebbe pesare nel procedimento il tema
della prescrizione.
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corruzione in atti giudiziari con il rischio prescrizione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Chi ha avuto l’idea di organizzare un dibattito tra le tesi del No e del Sì al
referendum sulla riforma della giustizia tra Nicola Russo, il giudice che
condannò Silvio Berlusconi, e Luigi Bobbio, il giudice che si candidò con Silvio
Berlusconi? Eccolo, in vestito e cravatta scura, il presidente del circolo
nautico di Castellammare di Stabia, Giovanni De Angelis. Sorride felice per la
sala stracolma di spettatori consapevoli dell’eccezionalità dell’evento.
Presidente, come ci è riuscito? “Senza difficoltà, li ho invitati qui e hanno
accettato in breve tempo, sono due cari amici e di Bobbio sono stato pure
assessore a Castellammare”.
Senza volerlo De Angelis tira in ballo uno dei motivi che ha reso piccante
l’attesa dell’appuntamento serale del 26 febbraio: i marcati trascorsi politici
di Bobbio che ne fanno un’ultrà della riforma Nordio. Senatore del centrodestra
nel 2001 (fu autore dell’emendamento anti-Caselli alla Dna), presidente
provinciale di An, sindaco di Castellammare nel 2010 e riproposto al tavolo
Fdi-Forza Italia-Lega nel 2024 (dovette rinunciare per i vincoli della riforma
Cartabia), l’ex pm della Dda di Napoli Bobbio, ora giudice civile a Nocera, è
uno che a Giorgia Meloni dà del tu dal 2008. Da quando ne era capo di gabinetto
al ministero delle Politiche giovanili.
Di Russo invece si sa che nemmeno trentenne aderì a un comitato per l’Ulivo e
Romano Prodi premier. Circostanza che segnalò in una lettera al presidente del
Tribunale di Napoli, quando si ritrovò nel collegio del processo a Berlusconi
per la compravendita dei senatori. Il presidente gli rispose che non c’era
materia per astenersi, non era ancora entrato in magistratura. Nel 2024 qualche
sito locale pubblicò la notizia, rimasta nell’alveo delle indiscrezioni senza
riscontri, che il centrosinistra lo aveva sondato per candidarlo a sindaco:
aveva da poco concluso la sua esperienza al dipartimento affari generali del
Ministero di giustizia.
Questa lunga premessa solo per ricordare che il tema dei rapporti tra politica e
magistratura è uno dei nervi scoperti di questo referendum, e che Russo e Bobbio
hanno distanze siderali anche su questo punto. E per farli sedere uno accanto
all’altro, il giornalista Vincenzo Lamberti ha vestito i panni del ‘moderatore’
nel senso più letterale: regole d’ingaggio fissate in anticipo, domande
concordate ed uguali, tempi contingentati.
Ne è venuto fuori un confronto di buon valore tecnico-giuridico e di scarso
mordente polemico. Chi era venuto coi popcorn per vederli azzuffare, si è dovuto
ricredere. Ed accontentarsi di ascoltare poche frecciatine. Succede quando
Bobbio, che ricorda di aver provato a legiferare sui due concorsi distinti per
pm e giudice, dice di essere in disaccordo con l’Anm che lamentò “le
interferenze della politica sulla magistratura, quando noi all’epoca (ministero
Castelli, ndr) subimmo, come stiamo subendo adesso, una pesante interferenza
della magistratura sulla politica”. E quel “noi” diventa un assist a Russo che
parla di lapsus freudiano e chiede: “In che veste interviene, da politico o da
magistrato”? Bobbio: “In veste di sostenitore del comitato per il Sì”.
Ineccepibile.
Il Bobbio ‘politico’ non è infatti uno sprovveduto. Si vede nell’appello finale,
quando ritiene “inaccettabile che questo sia un referendum pro o contro il
governo, è una battaglia che il governo si intesta per un principio di civiltà,
avere la certezza della totale estraneità tra chi emette la sentenza e chi
fabbrica l’accusa”. L’odore del rischio di sconfitta suggerisce di mettere al
riparo l’esecutivo.
Russo invece “invita ad andare a votare in maniera libera, comunque votate
sarete persone per bene”, parole che Bobbio interpreta come una critica al
procuratore Nicola Gratteri. “Gratteri intendeva dire altro”, precisa il giudice
del No, che conclude con un elogio della Costituzione baluardo dei diritti
civili e dell’uguaglianza dei cittadini “quale che sia il loro colore e il loro
orientamento sessuale e religioso”, una Costituzione grazie alla quale “è
cresciuto il catalogo dei diritti, dei lavoratori, del fine vita, del
cambiamento del proprio sesso”. Qui Bobbio, che su questi argomenti ha una
sensibilità marcatamente di destra, non riesce a trattenersi: “Peccato che deve
essere il parlamento…”. “Taci, non rovinare questo dibattito”, l’unico attimo in
cui Russo pare perdere la calma. Troppo poco per chi era venuto coi popcorn.
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giudice che condannò Berlusconi e il magistrato che si candidò nel centrodestra
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