di Rosamaria Fumarola
Chissà se è un bene la condivisione ad libitum di immagini e filmati girati in
autonomia e la loro visione aperta al pubblico come un tempo si faceva solo con
le pellicole cinematografiche e i servizi giornalistici. Non v’è dubbio alcuno
che spesso da un punto di vista probatorio, nel caso di vicende che abbiano
prodotto conseguenze penali, l’utilizzo di questi file possa condurre ad un
accertamento più veloce delle responsabilità. Spesso, ma non sempre. Nel caso
della morte di Riccardo Magherini avvenuta a Firenze nel 2014 ad esempio,
nonostante registrazioni e filmati che narravano i fatti per quelli che erano,
la giustizia italiana ha preferito scegliere vie traverse piuttosto che
percorrere il sentiero più semplice, quello della verità.
La cultura, la politica e tutte le sovrastrutture di una civiltà antica come la
nostra sono oggi ormai lontane dai bisogni concreti che un tempo le hanno
generate. Resta comunque al centro l’uomo, più lontano e in ombra, ma la sua
esistenza è quella che continua ad animare i giorni e quindi la storia e
soprattutto resta la sacralità che la nostra civiltà è stata in grado di
tributare ad alcuni momenti della vita umana, a prescindere dal loro
inquadramento in una dimensione religiosa. Anche per questo fu oltraggiosa
l’incapacità di ascoltare le parole urlate da Riccardo Magherini quella notte
del 3 marzo 2014, quando sotto il peso dei carabinieri che seduti su di lui lo
immobilizzavano trovava la forza per gridare: “Non respiro, sto morendo, ho un
figlio.”
La serata di Riccardo era stata agitata, aveva assunto cocaina e aveva creato
problemi agli abitanti di Borgo San Frediano. C’erano state delle segnalazioni,
l’intervento della forza pubblica si era reso necessario e si era concluso con
l’immobilizzazione di Magherini da parte degli agenti, che lo avevano
schiacciato sull’asfalto fino a rendergli impossibile respirare. “Non respiro,
sto morendo, ho un figlio” poi il silenzio, quello più lungo, quello della
morte. Parole non diverse da quelle pronunciate da George Floyd a Minneapolis,
dopo l’intervento della forza pubblica conclusosi allo stesso modo, con la morte
di chi doveva essere in primo luogo tutelato, se del caso anche da se stesso.
Di questi uomini restano le richieste di aiuto condivise da migliaia di
cellulari, richieste che ci interrogano sul significato di ciò che siamo e che
inevitabilmente ci cambiano. Gli accusati della morte di Riccardo Magherini non
sono stati ritenuti responsabili della sua morte in tutti e tre i gradi di
giudizio previsti dal nostro ordinamento. La sua famiglia vivrà per sempre una
insanabile mutilazione.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a cui è stato fatto ricorso si è
pronunciata tuttavia condannando lo Stato italiano, valutando all’unanimità che
aver tenuto il giovane immobilizzato a terra anche dopo che aveva smesso di
reagire era stato assolutamente non necessario.
Il padre di Riccardo ha dichiarato di aver pianto dopo la pronuncia della
sentenza. Forse avrà pensato che smetteranno da ora in poi di considerarlo un
folle che non comprende che le forze dell’ordine hanno agito nel miglior modo
possibile e che non avrebbero potuto salvare Riccardo. Si sarà sentito
riabilitato come accade ai familiari morti per mano dello Stato, troppi, sui
quali finisce spesso paradossalmente per cadere la responsabilità morale della
tragedia perché ritenuti responsabili in solido con i cari persi dell’esito
degli eventi.
Tanti di noi avranno visionato quegli ultimi momenti di vita di Riccardo e come
me si saranno chiesti cosa avrebbe potuto fare di più se non pronunciare quelle
ultime parole, per comunicare che la vita lo stava abbandonando. Tanti come me
avranno tentato di frenare il dolore immaginando quell’ultimo pensiero di
Riccardo, quel sapere che suo figlio non lo avrebbe mai più rivisto e si saranno
interrogati sul significato della vita e forse come me si saranno sentiti soli
perché di fianco e dentro avranno cercato senza trovare un senso.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI!
L'articolo La Cedu condanna l’Italia per la morte di Riccardo Magherini: chissà
quanti come me si sono sentiti soli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di
Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014 durante un
fermo dei carabinieri: Magherini morì dopo essere stato ammanettato a pancia in
giù, rimanendo in quella posizione anche dopo aver apparentemente perso
conoscenza. Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano è responsabile
del decesso poiché non sussisteva l’assoluta necessità di mantenere l’uomo
immobilizzato a terra in posizione prona per circa venti minuti. La sentenza,
approvata all’unanimità, stabilisce che sono state violate due disposizioni
dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riguardanti il
diritto alla vita e l’adeguatezza delle indagini. La Corte ha inoltre
riscontrato carenze strutturali nella formazione delle forze dell’ordine e
l’assenza di linee guida chiare sulle tecniche di immobilizzazione rischiose,
oltre a criticare l’indipendenza delle prime fasi dell’inchiesta, durante le
quali alcuni testimoni furono ascoltati da agenti coinvolti nei fatti. Per
queste ragioni, lo Stato dovrà versare ai familiari della vittima 140mila euro
per danni morali e 40mila euro per le spese legali.
Il padre di Riccardo, Guido Magherini, ha accolto la notizia con commozione,
dichiarando che finalmente suo nipote Brando può avere la certezza che suo padre
era una persona perbene. “Siamo felici e al tempo stesso la nostra arrabbiatura
è aumentata sotto l’aspetto di come si sono comportati – ha dichiarato -.
Sapevamo che loro avevano fatto cose che non erano consone alla divisa che
portavano addosso. La sentenza dice certe cose per cui c’è da preoccuparsi e da
mettersi le mani nei capelli”. “Oggi è una giornata in cui giustizia è fatta per
Riccardo e per tutti noi”, ha aggiunto Andrea Magherini (foto), fratello di
Riccardo. “In quel momento Riccardo andava girato, e doveva essere fatto
respirare”. Sul comportamento dei carabinieri torna anche l’avvocato della
famiglia, Fabio Anselmo, che ha definito il pronunciamento come una sentenza
storica di enorme rilevanza giuridica e politica. Secondo il legale, il
procedimento era già stato qualificato dalla Cedu come un caso pilota che
dovrebbe spingere l’Italia a dotarsi di una legge specifica sui fermi o a mutare
la propria giurisprudenza.
La decisione della Corte europea giunge dopo che il sistema giudiziario italiano
aveva definitivamente chiuso il caso nel 2018 con l’assoluzione dei militari
coinvolti. Il 15 novembre 2018, la quarta sezione penale della Cassazione aveva
infatti annullato senza rinvio le condanne per omicidio colposo a carico di tre
carabinieri, stabilendo che il fatto non costituisce reato. Secondo gli
ermellini, la morte dell’ex calciatore non era prevedibile per i militari, i
quali non possedevano le competenze scientifiche necessarie per comprendere che
la posizione prona, associata all’assunzione di cocaina, avrebbe potuto causare
un arresto cardiocircolatorio. La Cedu, pur condannando lo Stato, ha precisato
di non voler mettere in discussione tale assoluzione penale individuale,
focalizzandosi invece sulle responsabilità istituzionali e sulla mancanza di
preparazione tecnica degli operatori.
Il processo italiano era iniziato in seguito ai fatti di Borgo San Frediano,
dove Magherini, in preda a una crisi di panico e allucinazioni, era stato
bloccato dai militari mentre invocava aiuto. In primo e secondo grado, i tre
carabinieri erano stati condannati a pene tra i sette e gli otto mesi. La Corte
d’appello di Firenze aveva inizialmente ritenuto che, nonostante
l’intossicazione da stupefacenti, l’immobilizzazione forzata fosse stata letale
impedendo il necessario apporto di ossigeno. Altri imputati, tra cui i volontari
della Croce Rossa e un quarto carabiniere, erano stati invece assolti già nei
primi gradi di giudizio. La ricostruzione finale della Cassazione ha ribaltato
le condanne precedenti, ritenendo che ai militari non fosse esigibile una
conoscenza medica approfondita in quel ristretto arco temporale.
L'articolo Magherini, la Cedu condanna l’Italia per la morte durante il fermo
dei carabinieri: “Carenze nella formazione degli agenti” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“È uno schiaffo alla giustizia”. Era il 17 febbraio del 2013 e Marina
Berlusconi, presidente di Fininvest, commentava così la decisione della
Cassazione di fissare in 541,2 milioni il risarcimento a Carlo De Benedetti per
quella che era stata chiamata la “guerra di Segrate”: per cui l’avvocato Cesare
Previti, per conto di Silvio Berlusconi Cavaliere, pagò tangenti ai giudici di
Roma per vincere la causa Lodo Mondadori. Oggi emerge che la Corte europea dei
diritti umani di Strasburgo ha respinto sui punti centrali i ricorsi presentati
da Silvio Berlusconi e da Fininvest contro lo Stato italiano in relazione alla
lunga e complessa vicenda giudiziaria. Nella sentenza, depositata l’8 gennaio e
destinata a diventare definitiva entro tre mesi salvo rinvio alla Grande Camera,
i giudici europei hanno stabilito che la giustizia italiana non ha violato né il
diritto a un equo processo, né quello alla presunzione d’innocenza dell’ex
presidente del Consiglio, né il diritto alla proprietà privata dell’azienda del
gruppo Berlusconi.
LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE
Nel monumentale verdetto della Suprema corte civile (185 pagine) si leggeva tra
le altre cose che “la valutazione complessiva degli elementi ed argomenti di
prova, condotta ai soli fini civilistici, di ricondurre alla società Fininvest
la responsabilità del fatto corruttivo imputabile anche al dott. Berlusconi
risulta correttamente motivata”. La Cassazione sottolineava anche che la vicenda
penale del Lodo Mondadori si è ormai “irrevocabilmente” conclusa per Berlusconi,
prosciolto per prescrizione . Corretta, sempre ad avviso della Cassazione, anche
la “conclusione in diritto” cui è arrivata la Corte d’appello, alla luce della
quale “l’avvocato Previti doveva ritenersi organicamente inserito nella
struttura aziendale della Fininvest e non occasionalmente investito di incarichi
legali conseguenti alle incombenze demandategli”.
IL VERDETTO DELLA CEDU
La Corte ha innanzitutto esaminato la procedura attraverso cui la Cir di Carlo
De Benedetti aveva ottenuto il mega risarcimento da Fininvest, dopo la scoperta
che la storica sentenza del 1991, favorevole al gruppo Berlusconi nella contesa
per il controllo di Mondadori, era stata emessa da un giudice corrotto ovvero
Vittorio Metta. Secondo Strasburgo, la procedura seguita ha rispettato
pienamente le garanzie previste dall’articolo 6 della Convenzione europea dei
diritti dell’uomo. In particolare, la Cedu ha ritenuto legittima la scelta della
Cir di ricorrere a uno strumento previsto dall’ordinamento italiano, seppur
applicato per la prima volta a una situazione nuova.
La Corte ha sottolineato come la Cassazione italiana abbia spiegato in modo
chiaro perché la Cir non fosse obbligata a chiedere la riapertura del processo
del 1991, giungendo a un’interpretazione definita “né arbitraria né
manifestamente errata”. Secondo i giudici europei, l’ordinamento italiano ha
così raggiunto “un giusto equilibrio” tra gli interessi contrapposti delle parti
e la necessità di garantire una corretta amministrazione della giustizia.
Proprio la Cassazione aveva ribadito come Metta avesse privato la Cir di De
Benedetti “non tanto della chance di una sentenza favorevole, ma, senz’altro,
della sentenza favorevole, nel senso che, con Metta non corrotto, l’impugnazione
del Lodo sarebbe stata respinta“.
Respinte anche le contestazioni sull’entità del risarcimento riconosciuto alla
Cir, che ammontava a circa 750 milioni di euro. La Cedu ha osservato che
l’importo era stato determinato sulla base di perizie tecniche e ampiamente
motivato dai tribunali nazionali, escludendo qualsiasi arbitrarietà nella
quantificazione del danno. In questo caso la Cassazione aveva accolto, in parte,
uno dei motivi della difesa Fininvest, il tredicesimo, inerente il reclamo per
l’eccessiva valutazione delle azioni del gruppo L’Espresso.
UNICO PUNTO ACCOLTO
Unico punto accolto dai giudici europei, seppur in modo marginale, riguarda la
condanna alle spese processuali. Secondo Strasburgo, la Corte di Cassazione non
avrebbe motivato in modo sufficiente la decisione su questo aspetto. Tuttavia,
la Cedu ha chiarito che si tratta di una violazione limitata, che non incide sul
merito della causa né consente di ritenere l’intero procedimento ingiusto. La
Cassazione aveva liquidato favore della Cir anche 900.200 euro appunto per le
spese del giudizio innanzi alla Suprema Corte.
La sentenza affronta infine il ricorso personale di Silvio Berlusconi, portato
avanti dai suoi eredi dopo la morte. L’ex premier aveva sostenuto che i giudici
civili italiani avessero violato la sua presunzione d’innocenza, attribuendogli
una responsabilità per corruzione nonostante il proscioglimento per
prescrizione. Anche su questo punto la Corte europea ha dato ragione allo Stato
italiano, rilevando che i tribunali civili avevano precisato in più occasioni di
limitarsi all’accertamento della responsabilità civile.
Dura la reazione di Fininvest: “Prendiamo atto della deludente decisione della
Cedu, che non ha colto la forza e la fondatezza dei punti fondamentali dei
nostri ricorsi – ha dichiarato l’avvocato Andrea Saccucci, legale del gruppo.
Restiamo profondamente convinti – ha aggiunto – che Silvio Berlusconi sia stato
vittima in Italia di una grave ed evidente violazione del principio della
presunzione d’innocenza”. La sentenza rappresenta un passaggio decisivo e
probabilmente finale nella vicenda giudiziaria del Lodo Mondadori, una delle più
controverse della storia recente italiana, che nel suo troncone civile per la
questione del risarcimento era iniziata nell’ottobre del 2009 con la decisione
del giudice Raimondo Mesiano che aveva fissato un risarcimento di 749,9 milioni
(poi ridotto appunto in appello e fissato in Cassazione) sostenendo che la Cir
aveva subìto un danno patrimoniale da perdita di chance. Magistrato che poi fu
“pedinato” dalle telecamere di una trasmissione Mediaset e sbeffeggiato per i
suoi calzini “azzurri”.
L'articolo Lodo Mondadori, anche Strasburgo chiude il caso: respinti i ricorsi
di Berlusconi e Fininvest sul mega risarcimento alla Cir di De Benedetti
proviene da Il Fatto Quotidiano.