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“Mister Asfalto” verso il processo: gli appalti pilotati, le dichiarazioni su fondi al Pd Lazio e l’ombra del sistema Giubileo
Ci sono anche un decennio di presunti finanziamenti illeciti erogati nei confronti del Partito Democratico del Lazio tra le accuse contestate a Mirko Pellegrini, ormai noto come “Mister Asfalto”. L’imprenditore è indagato dalla Procura di Roma per presunti episodi di corruzione, turbativa d’asta e frode in pubbliche forniture per decine di appalti stradali, alcuni relativi ad opere legate al Giubileo 2025. Oggi i pm capitolini hanno formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Pellegrini e di altre 19 persone. Formalmente imputate anche le 16 società di costruzione e manutenzione stradale riconducibili all’imprenditore. Interrogato dai pm nei mesi scorsi, Pellegrini ha ammesso di aver finanziato dal 2013 al 2023 l’ex senatore del Pd – a lungo segretario regionale – Bruno Astorre, deceduto nel 2023 dopo essersi tolto la vita lanciandosi dalla finestra del suo ufficio a Palazzo Madama (vicenda in alcun modo collegata con l’inchiesta). Proprio per questo motivo Astorre non ha mai avuto la possibilità di difendersi o comunque di smentire le affermazioni di Pellegrini. Non solo. A verbale l’imprenditore ha anche confessato ai pm di aver cercato di ricollocarsi politicamente dopo la morte di Astorre. “Avevo saputo – dice a verbale Pellegrini il 12 giugno 2025 – che a Roma contavano e contano due personaggi: Goffredo Bettini e Claudio Mancini del Pd (entrambi estranei all’inchiesta, ndr)” ma si mise a cercare il secondo, punto di riferimento politico del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, “poiché non avevo la forza di poter raggiungere un contatto con Bettini”. Mancini, che l’imprenditore incontrò due volte – la prima durante un pranzo al quale erano presenti altre persone e la seconda per caso in un bar del centro – ha smentito “ogni tipo di rapporto” con Mister Asfalto. Per quanto riguarda le altre accuse, l’avviso di conclusione indagini contesta a Pellegrini e ai suoi collaboratori un’articolata associazione per delinquere finalizzata a pilotare appalti pubblici e a frodare Roma Capitale e altri enti, con asfalti realizzati con spessori inferiori e materiali difformi rispetto ai capitolati. Vengono ipotizzate turbative d’asta su gare per la grande viabilità e interventi legati anche alla Ryder Cup, episodi di corruzione con pubblici ufficiali addetti ai controlli, riciclaggio e autoriciclaggio per oltre 7 milioni di euro, nonché responsabilità amministrativa di numerose società del gruppo. L’atto ricostruisce inoltre un presunto sistema di intestazioni fittizie di società e conti correnti per eludere la normativa antimafia e le misure di prevenzione patrimoniale, con il coinvolgimento – a vario titolo – di dirigenti pubblici e funzionari bancari, e ipotesi di bancarotta fraudolenta legata al dissesto di una delle società riconducibili all’imprenditore L'articolo “Mister Asfalto” verso il processo: gli appalti pilotati, le dichiarazioni su fondi al Pd Lazio e l’ombra del sistema Giubileo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nuova inchiesta sul colosso della logistica Ceva: sequestro da 27,3 milioni. La procura: “Frode fiscale e appalti fittizi”
Sette anni dopo l’amministrazione giudiziaria che nel 2019 aveva segnato il primo caso di “bonifica” di un colosso della logistica per agevolazione colposa del caporalato, la Procura di Milano torna a bussare alla porta di Ceva. E lo fa con due decreti di sequestro preventivo d’urgenza, emessi il 27 febbraio 2026, per un valore complessivo di oltre 27 milioni di euro. Nel mirino dei pm Paolo Storari (nella foto) e Daniela Bartolucci finiscono Ceva Logistics Italia s.r.l. e Ceva Ground Logistics Italy S.p.A. (già Gefco Italia), terminali italiani della multinazionale controllata dal gruppo armatoriale francese Cma-Cgm della famiglia Saadé. Per la prima società il sequestro ammonta a 24.677.769,13 euro; per la seconda a 2.713.766,52 euro, somme ritenute profitto dell’illecito e finalizzate alla confisca. LE ACCUSE: FRODE FISCALE E RESPONSABILITÀ 231 Le ipotesi di reato ricalcano uno schema già contestato ad altri big della logistica negli ultimi anni dalla procura di Milano: da Bartolini a Ups e Gxo. Ai vertici aziendali viene contestata la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (articolo 2 del decreto legislativo 74/2000): secondo l’accusa, nelle dichiarazioni Iva sarebbero stati indicati costi fittizi, avvalendosi di fatture emesse da società “serbatoio” formalmente incaricate di appalti di servizi, ma in realtà utilizzate per mascherare una mera somministrazione irregolare di manodopera. Alle società viene contestata anche la responsabilità amministrativa degli enti per non aver adottato modelli organizzativi idonei a prevenire i reati tributari commessi nel loro interesse e vantaggio. Tra gli indagati figura anche l’amministratore delegato Christophe Boustouller, arrivato nel 2019 come segnale di discontinuità dopo la precedente inchiesta che aveva portato all’amministrazione giudiziaria per caporalato nello stabilimento di Stradella, poi revocata nel 2020 al termine di un percorso di risanamento. IL MECCANISMO: LA PIRAMIDE DEI SUBAPPALTI La ricostruzione della Procura, condivisa dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate, descrive un sistema piramidale ormai noto nelle inchieste milanesi sulla logistica. Al vertice la società committente, che esternalizza formalmente servizi di logistica, movimentazione merci e facchinaggio. Sotto, una concatenazione di contratti di subappalto affidati a soggetti privi di adeguata struttura organizzativa e finanziaria. Alla base, cooperative o srl a “vita breve”, spesso intestate a prestanome, che assumono i lavoratori ma omettono sistematicamente il versamento dell’Iva e dei contributi previdenziali, talvolta compensando i debiti con crediti d’imposta inesistenti. Secondo l’accusa, tra il 2020 e il 2024 Ceva avrebbe fatto “largo ricorso” a questo sistema, beneficiando di un doppio vantaggio: da un lato la possibilità di disporre di manodopera flessibile a costi compressi; dall’altro l’indebita detrazione dell’Iva sulle fatture emesse dai fornitori “critici”, in realtà riferite a operazioni giuridicamente inesistenti. I fornitori di primo e secondo livello, omettendo il pagamento dell’Iva e delle imposte dirette, potevano offrire prezzi altamente competitivi, trasferendo l’indebito vantaggio economico sul committente. “POLITICA D’IMPRESA”, NON INIZIATIVE ISOLATE Nelle conclusioni, la Procura esclude che si tratti di iniziative sporadiche di singoli manager. Le condotte contestate sarebbero espressione di una precisa strategia aziendale orientata alla massimizzazione del profitto attraverso l’evasione fiscale e la compressione del costo del lavoro. Viene contestata una vera e propria “colpa di organizzazione”: le società non avrebbero predisposto presidi efficaci di controllo sui fornitori, molti dei quali operavano in regime di monocommittenza ed erano privi di una reale autonomia imprenditoriale. Il danno erariale stimato è rilevante. Per il solo gruppo riferibile a Ceva Logistics Italia S.r.l., i ruoli pendenti superano i 151 milioni di euro; per Ceva Ground la stima è di circa 6,1 milioni. Il sequestro attuale riguarda l’Iva ritenuta indebitamente detratta, considerata profitto del reato. IL PRECEDENTE E IL BILANCIO DELLE INCHIESTE La vicenda assume un peso simbolico particolare perché Ceva era stata indicata nel 2019, al termine dell’amministrazione giudiziaria, come esempio di collaborazione e di risanamento in un settore “fortemente condizionato da illegalità diffusa”. Da allora la Procura di Milano ha esteso il filone investigativo a numerosi grandi operatori della logistica e del trasporto. I numeri, secondo i dati agli atti, parlano di 37 indagini che hanno portato alla stabilizzazione di 54.229 lavoratori, al versamento di oltre 1,07 miliardi di euro all’Erario e al recupero di 116 milioni da parte dell’Inps per contributi omessi. Ora, però, l’attenzione torna su uno dei primi casi simbolo. E la contestazione di una recidiva aziendale rischia di riaprire una partita che, fino a pochi anni fa, sembrava chiusa. La condotta, si legge negli atti, “posta in essere da Ceva Logistics Italia srl nell’ambito del sistema fraudolento” dura “da anni e ha comportato non solo il sistematico sfruttamento dei lavoratori ma anche ingentissimi danni all’erario”. Nei decreti la Procura, diretta da Marcello Viola, ricorda i casi analoghi negli anni che hanno coinvolto, tra gli altri, Dhl Supply Chain, Gls, Uber, Lidl, Brt, Geodis, Esselunga, Ups, Gs, Amazon Italia Transport, Gxo, Fedex Express Italy, Securitalia, Iperal Supermercati, Rhenus Logistics, Kuehne + Nagel, solo per citarne alcuni. L'articolo Nuova inchiesta sul colosso della logistica Ceva: sequestro da 27,3 milioni. La procura: “Frode fiscale e appalti fittizi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Subappalti, in Ue il centrodestra italiano ha votato contro le norme a tutela dei lavoratori
Il centrodestra italiano ha votato contro le norme europee a tutela dei lavoratori nei subappalti. È successo durante la seduta dell’Europarlamento del 12 febbraio, pochi giorni prima del secondo anniversario della strage al cantiere Esselunga di Firenze. In quell’episodio del 2024 persero la vita cinque operai, ma non sembra aver indotto la politica a una stretta sulle catene di appalti. La “truppa” che a Strasburgo e Bruxelles rappresenta i partiti del governo Meloni, infatti, ha prima contribuito ad ammorbidire la risoluzione, accogliendo le richieste delle imprese; poi ha comunque espresso voto contrario, cosa che non è bastata perché il provvedimento – seppure annacquato nei contenuti – è passato comunque. Si tratta quindi di una risoluzione, non un atto vincolante, ma una sorta di presa di posizione del Parlamento europeo su un tema. In questo caso si trattava di appalti e subappalti, un pianeta che spesso provoca problemi di sicurezza e irregolarità sul lavoro. Ecco perché i sindacati italiani ed europei chiedevano da tempo interventi in materia. Il testo era frutto di un compromesso raggiunto in commissione Occupazione (Empl) tra popolari (Ppe) e socialisti (S&D). La cosiddetta relazione Ini stabiliva intanto di prendere in considerazione l’approvazione di una direttiva sul tema, con l’obiettivo di limitare il subappalto e garantire la responsabilità in solido lungo tutta la catena. Insomma, si valutava di passare da un atto non vincolante a uno vincolante, una direttiva che poi ogni Stato membro avrebbe dovuto recepire nei suoi ordinamenti. Soluzione per nulla gradita dalle associazioni dei datori di lavoro, per cui un atto vincolante sarebbe stata un “grave attacco alla libertà d’impresa”. “BusinessEurope e le organizzazioni settoriali dei datori di lavoro a livello europeo cofirmatarie – si legge nella nota inviata dai rappresentanti delle aziende – invitano i membri del Parlamento europeo a respingere l’Ini nella sua interezza o almeno a respingere i paragrafi particolarmente problematici”. Il passaggio sulla direttiva, quindi, è stato rimosso, anche per volere degli europarlamentari italiani di centrodestra. L’altro pezzo stralciato era quello che chiedeva “l’introduzione di un regime ben definito di responsabilità solidale degli operatori economici e dei subappaltatori, che garantisca trasparenza in merito ai subappaltatori coinvolti e alla parte di appalto che il contraente intende subappaltare”. Il punto sulla responsabilità solidale in capo ai committenti vede le aziende sempre particolarmente “sensibili”, infatti era pure quello definito “problematico” dalla lettera inviata dai datori. Detto, fatto: il Parlamento Ue l’ha fatto saltare, sempre con il voto dei partiti che in Italia sostengono Meloni. Ancora, la prima versione del testo esplicitava l’intenzione di limitare le catene degli appalti soprattutto nei settori ad alto rischio. E pure qui si è abbattuta la mannaia dei partiti di centrodestra, riferimento cancellato dal testo finale su richiesta dei datori. Gli europarlamentari italiani di centrodestra hanno poi votato contro anche l’intero provvedimento, malgrado fosse ampiamente ammorbidito dalla tagliola degli emendamenti. Il gruppo Ecr, di cui fa parte Fratelli d’Italia, ha votato compatto in modo contrario. Il Ppe, invece, si è diviso: la maggior parte dei componenti ha votato a favore del provvedimento, ma gli italiani figurano nella minoranza contraria. Anche il Pfe, gruppo a cui partecipa la Lega, non ha votato in modo compatto, ma la maggior parte di essi – compresa la pattuglia italiana – si è schierata contro il provvedimento. Favorevoli alla prima versione del testo, quella più stringente, gli europarlamentari di Pd, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra, che hanno dato via libera anche al testo modificato. Secondo la Cgil “si tratta di un importante risultato che stabilisce un punto di partenza, a livello istituzionale europeo, per riformare, da parte della Commissione, la normativa in materia di appalti e subappalti”. Tuttavia, fanno notare Marco Benati e Alessandro Genovesi, dell’ufficio contrattazione inclusiva, appalti e lavoro nero “nella fase di voto sono passati alcuni emendamenti (con il voto congiunto dei gruppi Ecr, Pfe e buona parte del Ppe) che hanno parzialmente depotenziato la proposta iniziale di relazione (come approvata nella commissione Empl) a causa delle forti pressioni delle associazioni datoriali”. L'articolo Subappalti, in Ue il centrodestra italiano ha votato contro le norme a tutela dei lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Corte Ue boccia il diritto di prelazione nei partenariati pubblico-privato: “Ora tutti gli enti potrebbero ritirare le concessioni”
Pietra tombale sul “diritto di prelazione” italiano. Cioè la condizione di favore prevista dalla normativa sugli appalti pubblici, grazie alla quale il privato promotore di un progetto di pubblica utilità su beni o servizi della PA può sempre assicurarsi l’affidamento adeguando la sua offerta a quella del miglior offerente che si presenta alla gara per aggiudicarlo, salvo dovere un piccolo rimborso. Ecco: la Corte di Giustizia europea ha depositato una sentenza che l’ha dichiarata incompatibile con il diritto europeo, in particolare con i principi di parità di trattamento, non discriminazione e concorrenza sanciti dalla direttiva 2014/23/UE e dall’articolo 49 dello stesso trattato sul funzionamento dell’Ue. Immediate le due conseguenze dirette della sentenza: migliaia di operatori privati che hanno partecipato negli ultimi mesi a procedure di affidamento di progetti di partenariato pubblico/privato, subendo le conseguenze dell’applicazione del diritto di prelazione, potrebbero ricorrere ai tribunali amministrativi. In parallelo tutte le pubbliche amministrazioni che hanno avviato procedure di affidamento di partenariato pubblico privato devono ripartire da capo. Tra i casi più noti la concessione cinquantennale dell’autostrada A22 da 10,2 miliardi per la quale il Codacons, a poche ore dalla pubblicazione della sentenza della Corte Ue, ha chiesto che “il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti assicuri una gestione della procedura pienamente conforme ai principi europei”, considerato che il bando prevede proprio il diritto di prelazione per il concessionario uscente Autostrade del Brennero spa. “Il nuovo codice dei contratti pubblici, D.lgs 36/2023, all’articolo 190 comma 1, dispone che l’ente concedente può dichiarare risolta la concessione già affidata, se la Corte di Giustizia Europea constata una violazione da parte dell’ordinamento italiano rispetto ai suoi obblighi verso la normativa europea in materia di concorrenza – spiega a ilfattoquotidiano.it Antonio Bertelli, esperto in contrattualistica pubblica, consulente Anci e componente della Commissione dell’Autorità nazionale anticorruzione per la redazione dei nuovi bandi tipo -. Quindi potenzialmente tutti gli enti che hanno concluso negli ultimi mesi un affidamento citando il diritto di prelazione potrebbero ritirare la concessione già affidata per tutelarsi da eventuali ricorsi”. E se non lo fanno? “Potrebbero ritrovarsi a far fronte a contenziosi da parte degli operatori che non hanno vinto la gara”, chiarisce. E cosa accadrà invece alle procedure in corso? “In questo caso la situazione è più allarmante: il principio fondamentale è che in presenza di norme nazionali in contrasto con le norme europee, la norma nazionale deve essere disapplicata. Quindi le stazioni appaltanti e i giudici devono disapplicare l’articolo sul diritto di prelazione. Se un ente ha pubblicato un avviso sette mesi fa e ci ha scritto diritto di prelazione, ora deve disapplicarlo, quindi annullare la procedura e ripubblicarla togliendo il diritto di prelazione. Chiaramente ci troviamo in una situazione dove cambiano significativi diritti delle parti, nel mezzo del procedimento. In questi casi il contenzioso è quasi inevitabile”. L’8 ottobre scorso la Commissione Europea ha recapitato al Ministero degli Esteri italiano una lettera di messa in mora, preludio di una nuova procedura di infrazione sulla nostra normativa relativa agli appalti pubblici. Un capitolo è dedicato proprio alla contestazione specifica del diritto di prelazione associato al project financing o partenariato pubblico privato. A distanza di quattro mesi il governo Meloni non è però intervenuto ed è arrivata la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 5 febbraio a dirimere la questione, in modo perentorio. Il problema tuttavia è noto da oltre trent’anni. “Il diritto di prelazione nasce con la prima riforma della legge 109 del 1994, voluta dal ministro Di Pietro, nel primo governo Prodi – ricorda a ilfattoquotidiano.it Bertelli -. E da lì è rimasto, nonostante tutte le riforme intervenute, da ultima il Codice dei contratti pubblici corretto nel 2025. L’Unione Europea non ha mai digerito questa normativa. Ma il problema è nostro: in Italia non si digerisce il mercato. Perché l’operatore economico che vuole presentare di sua sponte una proposta all’amministrazione vuole una ragionevole certezza che sarà l’affidatario. E il legislatore ci ha messo così una pezza”. Una pezza decaduta dal 5 febbraio, lasciando un bel buco. L'articolo La Corte Ue boccia il diritto di prelazione nei partenariati pubblico-privato: “Ora tutti gli enti potrebbero ritirare le concessioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Operaio muore travolto dal cemento a Guidonia. E scatta lo sciopero: “Un’altra vittima nella filiera degli appalti”
Un operaio di 57 anni è morto in cantiere dopo essere stato travolto dal cemento. L’incidente è avvenuto lunedì sera a Guidonia Montecelio, nell’area della città metropolitana di Roma, negli impianti della Buzzi Unicem. Il lavoratore, dipendente di una ditta esterna come hanno comunicato i sindacati, sarebbe rimasto travolto dal materiale grezzo durante le operazioni di pulizia dei silos. “Dall’inizio dell’anno è la terza vittima del lavoro accertata nel Lazio e, ancora una volta, nella filiera degli appalti”, hanno denunciato Cgil e Fillea Cgil di Roma e Lazio, ritenendo “inaccettabile che il lavoro continui ad essere causa di morte e sofferenza per chi per vivere deve lavorare e per i loro familiari, a cui siamo vicini ed esprimiamo tutto il nostro sostegno”. E hanno concluso: “Continueremo a mobilitarci per fermare questa strage e affinché le istituzioni facciano la loro parte, a partire dall’attuazione del piano regionale sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro”. Per la morte del 57enne – che aveva due figli – i sindacati hanno organizzato uno sciopero per l’intero turno di lavoro di martedì. “Uno sciopero di dolore, di rabbia e di denuncia, ma soprattutto di umanità. Dobbiamo continuare a mobilitarci, come stiamo facendo oggi”, ha detto il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio, Natale Di Cola. E ha lanciato l’appello alle istituzioni: “Fermare la strage nei luoghi di lavoro deve essere una priorità dell’intera società, a cominciare dalle istituzioni che, anche nel territorio, devono attivarsi e fare tutto il possibile per fermare questa vergogna”. Una risposta politica che non deve fermarsi al singolo caso: “Ecco perché è importante che questo sabato due comuni della provincia di Roma, Artena e Colleferro, promuovano una manifestazione per la salute e la sicurezza sul lavoro e per ricordare i propri concittadini morti di lavoro”. Sottolineando che dovrebbe avvenire ovunque “perché ricordare i nomi, i volti, le storie, strappare le persone dalle fredde statistiche è il primo atto per invertire la normalizzazione della strage e rimettere al centro del modello di fare impresa l’umanità”. L'articolo Operaio muore travolto dal cemento a Guidonia. E scatta lo sciopero: “Un’altra vittima nella filiera degli appalti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Liguria, torna il partito del cemento: la destra vuol sbloccare il maxi-progetto edilizio su area alluvionabile nel Savonese
Un monumento al Partito del Cemento. Il progetto T1 di Ceriale (Savona) giaceva silenzioso da anni: scheletri grigi che la vegetazione ha ricoperto, mentre l’acqua ha invaso i garage. Anche gli abitanti hanno fatto l’abitudine al quartiere fantasma nato quando economia e politica, di destra e di sinistra, avevano puntato sul mattone. Correva l’anno 2005 quando questa storia cominciò e nacque il mega progetto, il più pesante della Liguria: 7 palazzine per 169 appartamenti più un albergo 4 stelle. Nonostante la cittadina, come tante altre in Liguria, abbia già una percentuale di seconde case che sfiora l’80%. Insomma, con il rischio di creare paesi fantasma e far crollare il prezzo degli immobili esistenti. Ma le ruspe in Liguria hanno ricominciato a rombare. E i palazzi fantasma di Ceriale potrebbero presto essere ultimati. Anche se i protagonisti dell’operazione sono cambiati, hanno sempre addentellati con la politica: all’inizio fu Gianpiero Fiorani, il furbetto del quartierino, che si vantava di contatti con Claudio Scajola (all’epoca braccio destro di Silvio Berlusconi e oggi sindaco di Imperia). Oggi è il geometra Alberto Campagnoli, già socio di Visibilia, società che fu della ministra Daniela Santanchè, e candidato di Fratelli d’Italia. C’è però uno scoglio che ostacola il sogno di cemento: l’area dove sorge il complesso T1 si trova infatti in un’area che il nuovo Piano di Gestioni del Rischio Alluvioni classifica come P2 (medio) e P3 (alto rischio alluvionale). Ma andiamo con ordine. All’inizio, interessata alla mega operazione fu la società Frontemare di cui, secondo la Procura, era socio occulto Fiorani che in Liguria aveva forse progettato di investire parte dei proventi delle scalate bancarie. Le cronache di allora raccontano di viaggi in elicottero di Gianpiero e Scajola, con l’imprenditore di Lodi che mostrava dall’alto le aree su cui sognava di edificare. Lo stesso Fiorani in un interrogatorio raccontò di un possibile interessamento dell’onorevole Luigi Grillo (un altro ligure, spezzino, berlusconiano). Le inchieste fermarono tutto. Ecco allora affacciarsi sulla scena l’architetto Andrea Nucera. Partono i lavori anche grazie a perizie che dichiarano l’inesistenza di rischi alluvionali. Di nuovo, però, spuntano i pm: arrivano indagati, sequestri. Intanto Nucera si era rifugiato per altre inchieste a Dubai dove era latitante (oggi è tornato in patria). Finisce con una condanna per abusi edilizi e tante assoluzioni. Ma intanto la società che gestiva l’operazione era fallita. E qui si affaccia sulla scena Campagnoli che rileva tutto a un’asta giudiziaria. All’epoca il geometra di Corsico era sconosciuto alle cronache, ma nel 2023 Daniela Santanchè decise di abbandonare Visibilia e il suo posto fu preso da alcuni imprenditori. Tra questi – non coinvolto nelle inchieste – con il 5% appunto Campagnoli. Un nome non estraneo alla politica, tant’è che era stato candidato – senza successo – nelle liste di Fratelli d’Italia. Il geometra è anche socio in un’impresa di bonifiche di Marco Osnato, deputato di FdI e genero di Romano La Russa, fratello del presidente del Senato, Ignazio. E siamo ai giorni nostri. Le ruspe sono pronte a ripartire a Ceriale, ma ecco la rogna del rischio alluvionale causato dal vicino rio Torsero. Sarà probabilmente necessario realizzare opere di messa in sicurezza soprattutto i garage e i fondi. La sindaca di Ceriale è Marinella Fasano, agente immobiliare. Esponente del centrodestra con una giunta che a settembre è stata protagonista di un clamoroso ribaltone: il vicesindaco di maggioranza si è dimesso ed è stato sostituito da due membri dell’opposizione. Fasano pare favorevole all’operazione T1: “C’è un problema di area alluvionabile, con la Regione ci siamo parlati e a gennaio penso risolveremo, ma sappiamo come va la burocrazia, i tempi si allungano e fanno impazzire gli imprenditori”, ha dichiarato a Repubblica. Già, la Regione. Era il 2023 quando l’allora presidente Giovanni Toti – nonostante le proteste dei cittadini che raccolsero diecimila firme – sostenne un piano che consentiva di costruire nelle aree P2 e P3, ad alto rischio alluvionale. L'articolo Liguria, torna il partito del cemento: la destra vuol sbloccare il maxi-progetto edilizio su area alluvionabile nel Savonese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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