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Spotorno, la battaglia del sindaco per le spiagge libere: “Devono essere almeno il 40%”. Centrodestra e balneari di traverso
La battaglia delle spiagge libere. Da una parte il sindaco che le porta dal 10 al 40 per cento. Dall’altra i balneari, sostenuti dal centrodestra, che dichiarano guerra. Accade a Spotorno, in provincia di Savona. Ma ascoltiamo direttamente dalle parole del primo cittadino, Mattia Fiorini (centrosinistra), cosa è successo: “Spotorno aveva la più bassa percentuale di spiagge libere della Liguria, circa il 3,5 per cento. Il 10 per cento contando le libere attrezzate”, cioè tratti di costa liberamente accessibili dove sono forniti servizi anche a pagamento. Ecco: “Alla fine del 2023 erano scadute le concessioni vigenti, noi inizialmente le abbiamo prorogate e intanto abbiamo preparato il piano per le spiagge (il Pud, piano per l’utilizzo del demanio). La legge regionale in proposito è chiara: almeno il 40 per cento della costa deve essere riservato alla libera balneazione. E così abbiamo fatto: con il nuovo piano il 20 per cento della costa sarà libero e un altro 20 sarà libero attrezzato”. Come spiega Fiorini è stato un lavoro di cesello: “Finora sulla nostra costa lavoravano quaranta imprese. Noi abbiamo cercato di recuperare aree che non erano utilizzate e di suddividere in modo diverso quelle esistenti, per garantire lavoro allo stesso numero di operatori”. E la quantità di dipendenti previsti, per salvare i posti di lavoro, sarà un elemento importante per aggiudicarsi le concessioni che saranno a breve messe a gara. Insomma, il sindaco ha applicato la legge. Ma in Italia può essere rivoluzionario. E la battaglia per le concessioni balneari, come ha raccontato tra l’altro Il Secolo XIX, è diventata uno scontro politico con il centrodestra che ha sposato la causa dei gestori. A Spotorno in pochi giorni sono state raccolte 2.500 firme contro il piano per le spiagge. A sostenere la protesta la Lega e consiglieri regionali della maggioranza di Marco Bucci, come Angelo Vaccarezza. Nei giorni scorsi sindaco e operatori si sono incontrati. Chi era presente parla di un’atmosfera “al limite della rissa”. La battaglia va ben oltre Spotorno. In ballo c’è la famosa direttiva europea Bolkenstein. Non solo: c’è lo scontro tra sostenitori del mare pubblico, gratis e di tutti, e degli operatori privati. In Italia si contano 12.166 concessioni per oltre 7.200 stabilimenti e circa 48mila dipendenti. Secondo i dati governativi, in teoria, il 67 per cento della costa sarebbe ‘libero’, ma associazioni come Legambiente contestano i numeri e sostengono che, soprattutto nel Centro-Nord, fino al 70 per cento degli arenili sabbiosi sia di fatto controllato dai privati. La Liguria in questo panorama è il fanalino di coda: solo il 22 per cento della costa è libero. Si arriva a stento al 30 con le spiagge libere attrezzate. Ben al di sotto dei parametri previsti dalla stessa legge regionale. E, come si diceva, Spotorno era all’ultimo posto nella regione: 10 per cento di spiagge libere, tutte considerate. Ora la situazione, almeno qui, dovrebbe cambiare. L'articolo Spotorno, la battaglia del sindaco per le spiagge libere: “Devono essere almeno il 40%”. Centrodestra e balneari di traverso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Delitto Nada Cella, condannata Annalucia Cecere per l’omicidio del 1996 a Chiavari
Dopo trent’anni c’è una verità giudiziaria per l’omicidio di Nada Cella, segretaria uccisa a 25 anni nello studio di Chiavari in cui lavorava: il tribunale di Genova ha condannato a 24 anni Annalucia Cecere, insegnante di 57 anni che oggi vive a Cuneo. La corte, presieduta dal giudice Massimo Cusatti, ha condannato a due anni anche il datore di lavoro Marco Soracco, accusato di favoreggiamento. È la conclusione, almeno in primo grado di giudizio, di un mistero lungo trent’anni. Ma la sentenza di Genova ha un altro aspetto degno di nota: nell’epoca delle indagini scientifiche, questo processo può essere visto come la rivincita dell’inchiesta indiziaria vecchio stampo. L’imputata, che nel frattempo si era rifatta una vita lontana dal teatro del delitto, è stata infatti giudicata colpevole sulla base di molti elementi convergenti – testimonianze, riesame di vecchi indizi, intercettazioni dimenticate, piste abbandonate – ma senza la pistola fumante, e in particolare un test del Dna che collegasse la presunta assassina all’omicidio. Nada Cella viene trovata agonizzante il 6 maggio del 1996 a Chiavari, nello studio di commercialisti in cui lavorava. A trovare il corpo e a dare l’allarme, è il datore di lavoro, Marco Soracco, che nella primissima indagine rimarrà a lungo l’unico indagato, per poi essere prosciolto. Soracco trova la dipendente in un lago di sangue. Chiama i soccorsi e accenna a un malore. Nessuno, né i soccorritori, né la polizia, capisce immediatamente di essere di fronte a un crimine. Solo in ospedale, dove la giovane morirà, i medici escludo si possa essere trattato di un malore. Nel frattempo la scena del crimine è stata irrimediabilmente compromessa. La madre di Soracco, Marisa Bacchioni, ha ripulito il pavimento da tutte le tracce di sangue. E nello studio, in ogni caso, tutto è stato manipolato o toccato dai tanti intervenuti. A lungo, questo delitto, è rimasto uno dei più noti omicidi insoluti italiani. Fino al 2021, quando c’è una svolta. Come in un romanzo, è una studentessa di criminologia, la biologa Antonella Pesce Delfino, ad accorgersi che qualcosa non va nella vecchia indagine. Delfino si convince che le indagini siano state viziate da quella che in gergo viene definita “visione a tunnel”: gli investigatori, impegnati a cercare di dimostrare la colpevolezza dell’unico sospettato, tralasciano le altre piste. Recupera il fascicolo e scopre una pista dimenticata, una verità sotto gli occhi degli inquirenti fin dall’inizio: i carabinieri avevano indagato una donna, che sarebbe stata una conoscente di Soracco: Annalucia Cecere. Due testimoni dicono di averla vista uscire dal palazzo, la mattina dell’omicidio: “Era agitata – secondo la passante Giuseppina Redatti – teneva la mano destra sporca di sangue in alto e si guardava intorno, sul dorso aveva una fasciatura”. La presenza di Cecere è confermata pubblicamente, su un quotidiano, dal suo avvocato Margherita Pantano: “Ha avuto la sventura di passare di lì”. E da un ex fidanzato, Rocco Amato: “Mi disse che era stata vista con la mano sporca di sangue”. I militari la perquisiscono e le trovano in casa dei bottoni molto particolari, simili a un bottone trovato accanto alla vittima. Cecere viene intercettata per soli 4 giorni, poi il pm Filippo Gebbia fa interrompere tutto, per non interferire nelle indagini su Soracco. La donna si trasferisce a Cuneo. Di lei non si saprà più niente per anni. Ma chi è Annalucia Cecere? Alle spalle ha un passato difficile. Secondo alcuni testimoni, sentiti durante il processo, era invaghita, quasi ossessionata, da Soracco. Raccontano sia gelosa della sua giovane assistente, di cui avrebbe voluto prendere il posto. Per anni il commercialista e la madre fingono di non sapere chi sia quella donna. Ma un’intercettazione sembra suggerire il contrario. È il 26 maggio 2021, madre e figlio sono in caserma in attesa dell’interrogatorio: “Ma guarda un po’ quanto danno ci ha fatto quella donna, eh – dice lei – Quella Annalucia lì, che fastidio che ci ha dato”. Riavvolgendo il nastro, viene fuori una chiamata di Cecere a Soracco, anche questa incredibilmente dimenticata, subito dopo la perquisizione: “Non so chi mi ha diffamata (…) Se questo può farti sentire meglio, non sono mai stata innamorata di te. Mi fai schifo”. Per la pm Gabriella Dotto è il tono di una spasimante respinta. Ma la polizia in quel momento ignora chi sia Annalucia Cecere, non si parla con i carabinieri. Nell’agosto del 1996 Marisa Bacchioni, madre di Soracco, riceve una chiamata inquietante, che registra. Una donna, mai identificata, le rivela il nome della presunta assassina, Annalucia Cecere, che ha visto uscire dal portone “sporca di sangue”, mentre si “rifasciava la mano” e metteva “uno straccio nel motorino”. La donna fornisce anche un movente, “la gelosia”: “È matta, matta, matta, matta”, ripete quattro volte, “ce l’ha scritto in faccia che è una gran p…”. Bacchioni, inaspettatamente, mostra di sapere di chi si parla, e rivela a sua volta un dettaglio agghiacciante: “La sera stessa che è morta la Nada, lei ha telefonato a un’amica di mio figlio dicendo di dire a Marco se può dargli il posto di Nada”. Pochi giorni dopo è lo stesso Soracco a portare la registrazione di questa telefonata alla polizia, invitando però il commissario Francesco Navarra, in modo sorprendente per uno che è indagato per omicidio, a “non darle alcuna importanza”. L’anonima sostiene di aver informato la Curia, attore che in questa storia ha un ruolo misterioso. Ecco cosa racconta Padre Lorenzo Zamparin, confessore di Marisa Bacchioni: “Mi disse che l’autrice dell’omicidio era una donna, che si era invaghita del figlio, con cui voleva sistemarsi. Qualcuno le aveva detto di mantenere il più assoluto riserbo sulla vicenda. Ritengo si riferisse ad altri prelati che frequentava”. C’era un segreto inconfessabile, si chiedono i pm, che legava Cecere alla Curia? Un altro prete, padre Anacleto, viene intercettato nel giugno del 1996: “Pensano che chiami quella che ha ammazzato Nada”. Nel 2001 un nuovo colpo di scena. La Procura di Chiavari riapre le indagini, i giornali parlano del possibile ruolo di una donna. Quattro giorni dopo un ergastolano racconta che il compagno di cella gli avrebbe confessato di aver ucciso Nada Cella. Il detenuto, condannato per omicidio e violenza sessuale, si chiama Luigi Cecere. Nessuno ha mai accertato (né smentito) se fosse imparentato con l’omonima indagata. Il pm e la parte civile, rappresentata dall’avvocato Sabrina Franzone, sono convinti di aver ricostruito la dinamica del delitto. Cella arriva in ufficio alle 7.50. Cella aveva ordine di “non passare telefonate della Cecere” (lo dice intercettata la Bacchioni), che si presenta in studio e per questo nasce una lite. Arrivano due telefonate di una cliente, Giuseppina Vaio, a cui risponderebbe la stessa Cecere: “Non dimenticherò mai quella voce”, ha raccontato Vaio. Quindi la Cecere colpirebbe la Cella, con un fermacarte e una pinzatrice. Il fermacarte viene trovato dalla polizia in un armadio, ripulito. Dopo la riapertura del caso è sparito. La pinzatrice non è stata mai trovata. Secondo una delle ricostruzioni sostenute dall’accusa, Soracco, indagato per favoreggiamento con la madre (fuori dal processo per motivi di salute), potrebbe aver trovato la Cecere sul luogo del delitto. Una vicina riferisce di aver sentito un rubinetto scorrere a lungo, quindi una porta sbattere e una persona che fuggiva per le scale alle 9.01. I soccorsi vengono chiamati alle 9.15. Un quarto d’ora interminabile, in cui Nada agonizzava. Per la difesa il processo poggia sono tutte congetture e annuncia ricorsi in appello. Di certo, è una sfida investigativa nell’epoca delle indagini dominate dalla scienza. Per il tribunale di Genova ce né abbastanza per condannare la donna che per i magistrati è l’assassina. Anche senza una vera prova scientifica. Ed è un verdetto che riconosce anni di errori e omissioni da parte di chi aveva indagato. L'articolo Delitto Nada Cella, condannata Annalucia Cecere per l’omicidio del 1996 a Chiavari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Omicidio
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Il maxi progetto di Ceriale e il cemento bipartisan: finiranno mai di costruire case in Liguria?
Un articolo a firma di Marco Grasso e Ferruccio Sansa su il Fatto Quotidiano denuncia la possibile continuazione dei lavori di una speculazione edilizia in comune di Ceriale, in provincia di Savona. “Correva l’anno 2005 quando questa storia cominciò e nacque il mega progetto, il più pesante della Liguria: 7 palazzine per 169 appartamenti più un albergo 4 stelle”. Il pezzo parla di un intreccio variegato di interessi dietro l’operazione, interessi tutti facenti capo alla destra. Ma, come mestamente commenta un lettore: “Sono nato e vivo in Liguria da 60 anni e a dire il vero, nella mia regione, tutti i partiti dell’arco costituzionale hanno sempre favorito la cementificazione”. Cosa già denunciata dallo stesso Sansa nel terribile Il partito del cemento del 2008. Il partito trasversale del mattone, quindi, anzi, se vogliamo, con la sinistra più colpevole della destra. Un esempio emblematico: il ministro dei Trasporti del secondo governo Prodi, Alessandro Bianchi, era del PdCI, e nel 2007 pose la prima pietra di quel porto turistico di Ospedaletti che non solo sconciava uno dei più bei golfi della Liguria ma benediceva anche una colata di cemento fronte mare. Diciamo che di singolare, ma a non poi tanto, la speculazione di Ceriale ha che sorgerebbe in area a rischio alluvionale. Non poi tanto singolare, dicevo: basta guardare l’urbanistica di Genova, quando non i rii tombati, rettificati, cementati che costellano la riviera, pur di facilitare l’espansione edilizia. Del resto, Giovanni Toti, nel 2023, quando era governatore della Liguria, licenziò un piano per costruire in zone esondabili, e, a commento dell’alluvione che interessò Valencia (che lui chiamava “Valenza”) del 2024 sostenne che occorreva usare più cemento sul territorio, non meno. Ma togliere vincoli per costruire ancora, per costruire cosa? Uno studio della Fondazione Openpolis del 2023 denunciava: “In Italia ci sono 10 milioni di case non abitate in maniera permanente su un totale di 36 milioni. La Liguria è nei primi cinque posti delle province con la percentuale più alta di case disabitate con Imperia e Savona che superano entrambe la soglia del 50% (Imperia sfiora il 52%)”. Certo, nel censimento ci sono anche le case vuote dei piccoli borghi dell’interno che hanno conosciuto il fenomeno dello spopolamento, ma il maggior numero è costituito da seconde case sulla costa. “Le percentuali più alte sono per Borghetto Santo Spirito con l’80% di abitazioni vuote (9mila su 11mila). Percentuale analoga per Laigueglia, poi San Bartolomeo con il 77%. A seguire percentuali molto alte per Ceriale e Bergeggi con il 74%. A Ceriale 7800 case sono vuote su un totale di 10.500”. Già proprio quel comune di Ceriale che oggi ambisce ad aumentare la percentuale di case vuote. Che dire? Che fare? Denunciare, come fa Sansa, come faccio io nel mio piccolo, ben coscienti che nulla cambierà. L’economia italiana si basa in gran parte su cemento ed asfalto e grandi opere: da Webuild (guardate in Liguria l’affare della diga foranea di Genova) a scendere giù fino all’impresa edile locale. E chi se ne frega se un giorno le case saranno allagate, se la gente morirà: è solo un’eventualità, un possibile danno collaterale. Come affermo sempre: noi difendiamo nel tempo libero quello che altri distruggono per lavoro. L'articolo Il maxi progetto di Ceriale e il cemento bipartisan: finiranno mai di costruire case in Liguria? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Liguria, torna il partito del cemento: la destra vuol sbloccare il maxi-progetto edilizio su area alluvionabile nel Savonese
Un monumento al Partito del Cemento. Il progetto T1 di Ceriale (Savona) giaceva silenzioso da anni: scheletri grigi che la vegetazione ha ricoperto, mentre l’acqua ha invaso i garage. Anche gli abitanti hanno fatto l’abitudine al quartiere fantasma nato quando economia e politica, di destra e di sinistra, avevano puntato sul mattone. Correva l’anno 2005 quando questa storia cominciò e nacque il mega progetto, il più pesante della Liguria: 7 palazzine per 169 appartamenti più un albergo 4 stelle. Nonostante la cittadina, come tante altre in Liguria, abbia già una percentuale di seconde case che sfiora l’80%. Insomma, con il rischio di creare paesi fantasma e far crollare il prezzo degli immobili esistenti. Ma le ruspe in Liguria hanno ricominciato a rombare. E i palazzi fantasma di Ceriale potrebbero presto essere ultimati. Anche se i protagonisti dell’operazione sono cambiati, hanno sempre addentellati con la politica: all’inizio fu Gianpiero Fiorani, il furbetto del quartierino, che si vantava di contatti con Claudio Scajola (all’epoca braccio destro di Silvio Berlusconi e oggi sindaco di Imperia). Oggi è il geometra Alberto Campagnoli, già socio di Visibilia, società che fu della ministra Daniela Santanchè, e candidato di Fratelli d’Italia. C’è però uno scoglio che ostacola il sogno di cemento: l’area dove sorge il complesso T1 si trova infatti in un’area che il nuovo Piano di Gestioni del Rischio Alluvioni classifica come P2 (medio) e P3 (alto rischio alluvionale). Ma andiamo con ordine. All’inizio, interessata alla mega operazione fu la società Frontemare di cui, secondo la Procura, era socio occulto Fiorani che in Liguria aveva forse progettato di investire parte dei proventi delle scalate bancarie. Le cronache di allora raccontano di viaggi in elicottero di Gianpiero e Scajola, con l’imprenditore di Lodi che mostrava dall’alto le aree su cui sognava di edificare. Lo stesso Fiorani in un interrogatorio raccontò di un possibile interessamento dell’onorevole Luigi Grillo (un altro ligure, spezzino, berlusconiano). Le inchieste fermarono tutto. Ecco allora affacciarsi sulla scena l’architetto Andrea Nucera. Partono i lavori anche grazie a perizie che dichiarano l’inesistenza di rischi alluvionali. Di nuovo, però, spuntano i pm: arrivano indagati, sequestri. Intanto Nucera si era rifugiato per altre inchieste a Dubai dove era latitante (oggi è tornato in patria). Finisce con una condanna per abusi edilizi e tante assoluzioni. Ma intanto la società che gestiva l’operazione era fallita. E qui si affaccia sulla scena Campagnoli che rileva tutto a un’asta giudiziaria. All’epoca il geometra di Corsico era sconosciuto alle cronache, ma nel 2023 Daniela Santanchè decise di abbandonare Visibilia e il suo posto fu preso da alcuni imprenditori. Tra questi – non coinvolto nelle inchieste – con il 5% appunto Campagnoli. Un nome non estraneo alla politica, tant’è che era stato candidato – senza successo – nelle liste di Fratelli d’Italia. Il geometra è anche socio in un’impresa di bonifiche di Marco Osnato, deputato di FdI e genero di Romano La Russa, fratello del presidente del Senato, Ignazio. E siamo ai giorni nostri. Le ruspe sono pronte a ripartire a Ceriale, ma ecco la rogna del rischio alluvionale causato dal vicino rio Torsero. Sarà probabilmente necessario realizzare opere di messa in sicurezza soprattutto i garage e i fondi. La sindaca di Ceriale è Marinella Fasano, agente immobiliare. Esponente del centrodestra con una giunta che a settembre è stata protagonista di un clamoroso ribaltone: il vicesindaco di maggioranza si è dimesso ed è stato sostituito da due membri dell’opposizione. Fasano pare favorevole all’operazione T1: “C’è un problema di area alluvionabile, con la Regione ci siamo parlati e a gennaio penso risolveremo, ma sappiamo come va la burocrazia, i tempi si allungano e fanno impazzire gli imprenditori”, ha dichiarato a Repubblica. Già, la Regione. Era il 2023 quando l’allora presidente Giovanni Toti – nonostante le proteste dei cittadini che raccolsero diecimila firme – sostenne un piano che consentiva di costruire nelle aree P2 e P3, ad alto rischio alluvionale. L'articolo Liguria, torna il partito del cemento: la destra vuol sbloccare il maxi-progetto edilizio su area alluvionabile nel Savonese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sede del Pd a Chiavari vandalizzata, la lettera anonima dei presunti autori: “Avevamo bevuto troppo”
Si era parlato di violenza politica, un’aggressione squadrista dall’inconfondibile matrice fascista. C’era stata la condanna da parte della politica regionale e persino di Elly Shlein. Ora una lettera anonima rischia di ribaltare la possibile ricostruzione dei danneggiamento al circolo locale di Chiavari del Partito Democratico: la politica – dice la lettera – non c’entra. Almeno è quanto si legge nel testo senza firma lasciato nell’androne della sede de Il Secolo XIX da un ragazzo dal volto coperto. La firma: “Ragazzi del misfatto“. La lettera è autentica? Gli autori sono davvero coloro che hanno danneggiato il circolo dem a suon di cori che inneggiavano al Duce? E’ una burla, l’opera di un mitomane, una giustificazione per nascondere l’impeto di un momento e gli spiriti nostalgici veri o presunti? La lettera è stata requisita dalla polizia per gli accertamenti del caso. Si legge: “Scriviamo per scusarci del pasticcio che abbiamo combinato. Non ci aspettavamo questo riscontro a livello nazionale e ci dispiace molto anche perché non ha senso prendere di mira un luogo pacifico come il Pd di Chiavari. Siamo ragazzi giovani, senza alcun interesse per la politica e speriamo che la questione si possa risolvere in modo sereno, sperando di non aver lasciato danni permanenti né al Pd Chiavari né sul suolo pubblico”. Il movente, semplicemente, non c’è, spiegano gli anonimi: “Avevamo bevuto troppo e abbiamo causato questi danni, non siamo in alcun modo coinvolti in organizzazioni filofasciste e non la pensiamo in quel modo, non ci interessa la politica, il nostro è stato solo un gesto insensato e privo di ragionamento, dettato da un consumo eccessivo di alcolici”. Il segretario del circolo, Antonio Bertani, aveva dichiarato di aver udito frasi come “Siamo noi i camerati” e “Duce, duce!“. La matrice dei cori sarebbe la stessa degli atti vandalici: “I cori che si possono essere sentiti sono risultato di un eccessivo consumo alcolico. Però, comunque, non possono essere giustificati e ci scusiamo”. I “Ragazzi del misfatto” definiscono l’aggressione uno stupido errore e, oltre a scusarsi, si rendono disponibili a risarcire i danni. L'articolo Sede del Pd a Chiavari vandalizzata, la lettera anonima dei presunti autori: “Avevamo bevuto troppo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Piogge in Liguria, preoccupano le frane: prolungata l’allerta arancione. Allagamenti in Valbisagno
Sono le frane, in un momento relativo di pausa delle precipitazioni, che stanno preoccupando in Liguria. Chiusa l’aurelia ad Arenzano, vicino alla galleria Pizzo, in via precauzionale. La polizia locale indica come viabilità alternativa l’A10. Chiuse due strade a Ceranesi, un piccolo Comune dell’alta Valpolcevera, per altrettante frane: l’amministrazione ha fatto in modo che due frazioni non siano completamente isolate. Frana a Cogorno lungo la provinciale 34. La strada è chiusa al transito veicolare anche per caduta di alberi sul manto stradale. E sono molti gli alberi di grandi dimensioni crollati per la pioggia. I vigili del fuoco sono intervenuti già da ieri per eliminare i grossi tronchi di pini e alberi centenari caduti sulle strade e sui cavi elettrici. Alla luce delle previsioni meteo per la giornata di oggi, l’allerta meteo arancione è stata prolungata. Per il ponente della regione, zona A, l’allerta arancione terminerà alle 21 di oggi, domenica 16 novembre, poi l’allerta sarà gialla fino a mezzanotte. Sulla zona B, il centro della regione, allerta arancione fino a mezzanotte di oggi e allerta gialla fino alle 8 di domani, lunedì 17 novembre. Sul levante ligure, zona C, allerta arancione fino a mezzanotte di oggi e allerta gialla fino alle 8 e, solo sui bacini grandi, fino alle 10 di domani. Sulla zona D, bacini padani di ponente l’allerta arancione terminerà alle 21 di oggi, poi si passa in allerta gialla fino alla mezzanotte di oggi. Nelle immagini la protezione civile al lavoro in Valbisagno dove le forti piogge stanno provocando allagamenti. Qui siamo sul Lungobisagno Istria, all’altezza di Via Rubaldo Merello. Continua a piovere insistentemente sulla zona. Dalle 12 è entrata in vigore l’allerta arancione. L'articolo Piogge in Liguria, preoccupano le frane: prolungata l’allerta arancione. Allagamenti in Valbisagno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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