L’unica cosa certa è che è uno dei pochissimi vertici militari dell’Iran ad
essere sopravvissuto ai raid di Israele e Usa contro la Repubblica islamica e le
milizie alleate: dato per morto numerose volte e poi riapparso in pubblico, in
ottime condizioni di salute. Intorno alla figura del generale iraniano Esmail
Qaani da anni si rincorrono voci e ricostruzioni. La principale è una: il capo
del reparto d’élite delle Guardie della rivoluzione è un infiltrato del Mossad e
ha svolto per anni il ruolo di talpa interna permettendo a Israele di decimare,
soprattutto negli ultimi anni, i leader iraniani. Oggi le ultime indiscrezioni
pubblicate sulle pagine di The National – il quotidiano di Abu Dhabi finanziato
dagli Emirati Arabi Uniti – lo danno per giustiziato dalle stesse Guardie della
rivoluzione che lo avevano arrestato con l’accusa di essere una spia dei servizi
segreti israeliani. Sui social però altri profili smentiscono la ricostruzione:
“È vivo e vegeto, confermato al sicuro in Israele da venerdì mattina”.
Nato nel 1957, inizia la sua carriera militare nei Pasdaran nel 1982, mentre era
in corso la guerra tra Iran e Iraq. Da lì inizia una lunga scalata che lo porta
nel 1997 a ricoprire il ruolo di vicecomandante della Forza Quds, il reparto
d’élite delle Guardie della rivoluzione che si occupa delle operazioni
all’estero e del coordinamento con le milizie filo iraniane nella regione. Sarà
poi la guida suprema Khamenei a nominare Qaani comandante della Forza Quds il 3
gennaio 2020. Una decisione che arriva poche ore dopo l’uccisione del generale
Qasem Soleimani in un raid con drone all’aeroporto di Baghdad ordinato dal
presidente Usa Donald Trump.
Da quel momento, divenuto uno dei più importanti capi dei Pasdaran, su di lui
iniziano a circolare tante voci non confermate. La sua morte era stata
annunciata già nell’ottobre del 2024 ma smentita da una sua apparizione pubblica
e lo stesso accadde durante il conflitto dei 12 giorni tra Iran e Israele
nell’estate dello scorso anno. Fonti anonime citate dai media regionali hanno
riferito che Qaani e il suo team sarebbero stati posti in isolamento e
interrogati già nel 2024.
Tra social e testate giornalistiche vengono elencate delle “strane coincidenze“.
Diverse voci lo hanno dato come presente in luoghi che avrebbe lasciato poco
prima che venissero colpiti da missili o droni, raid che hanno ucciso figure
apicali del regime iraniano. C’è chi dice che avrebbe annullato all’ultimo
momento la partecipazione a Beirut al consiglio di Hezbollah nel 2024, quando un
attacco israeliano uccise il leader Hassan Nasrallah e il suo entourage. Sarebbe
anche fuggito dagli uffici del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica
prima che venissero colpiti nel giugno 2025. E addirittura era con l’ayatollah
Ali Khamenei fino a pochi minuti prima dell’attacco al suo complesso: lo stesso
raid nel quale la guida suprema è stata uccisa.
Tutte voci che non hanno mai avuto, ovviamente, nessuna conferma ufficiale. Un
mistero che continua ancora oggi con le ultime due versioni sul suo destino:
giustiziato dagli stessi iraniani o vivo e in salvo in Israele. Due teorie – tra
indiscrezioni e complottismo – che condividono solo un aspetto: in entrambi i
casi, uno dei più importanti vertici militari dell’Iran viene ritenuto un uomo
di Tel Aviv per anni infiltrato del Mossad nel cuore della Repubblica islamica.
L'articolo Mistero sulla sorte del generale iraniano sempre sopravvissuto agli
attacchi: “Spia del Mossad, è stato giustiziato”. “No, è al sicuro in Israele”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rapporti dell’Fbi, sospetti di legami e incontri segreti con la Cia. La storia
del padre della sua complice, sotto osservazione perché ritenuto agente
dell’intelligence. La storia e le trame intessute da Jeffrey Epstein affiorano
negli oltre tre milioni di file desecretati dal Dipartimento di Giustizia
americano, tra omissis cruciali e parole scritte difficili da verificare. Quello
che è acclarato è che nella rete del finanziere pedofilo – condannato nel 2008
per istigazione alla prostituzione, anche minorile, e trovato impiccato in
carcere nel 2019 mentre era in essere l’accusa di traffico sessuale di minorenni
– sono finiti potenti, intellettuali, multimilionari. Contatti che trascendevano
la provenienza, improntati esclusivamente sull’influenza, la notorietà, il
potere e il denaro. E tanto da alcuni documenti come da testimonianze è emerso
che Jeffrey Epstein f0sse un agende del Mossad, i servizi segreti israeliani.
Ovviamente, la conferma ufficiale non esiste. Negli ultimi giorni, però, è di
nuovo rimbalzata sul Times – con enorme rilancio sui social – il rapporto
dell’Fbi del 2020, secondo cui il finanziere pedofilo fosse stato addestrato dal
Mossad e avesse legami coi servizi di intelligence statunitensi e alleati
tramite il suo avvocato personale Alan Dershowitz, professore di legge ad
Harvard e notoriamente molto vicino a Israele. Secondo il memorandum, una fonte
confidenziale ha sostenuto che Epstein fosse una spia addestrata dal Mossad
(sotto la guida dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak) e che utilizzasse
Dershowitz come intermediario per mantenere legami con i servizi di intelligence
americani e alleati. Speculazioni che l’avvocato – che si è definito “il
principale avvocato difensore di Israele nel tribunale dell’opinione pubblica”
-, nel 2025, in un’intervista al Telegraph, ha categoricamente smentito: se
Epstein avesse avuto legami coi servizi, ha dichiarato, glielo avrebbe detto per
ottenere un accordo migliore nel 2008, quando venne condannato in Florida.
A fomentare ulteriormente la teoria del Mossad anche il rapporto tra Epstein e
Ehud Barak, premier israeliano dal 17 maggio 1999 al 7 marzo 2001: il pedofilo
ha finanziato startup tecnologiche di sorveglianza dell’ex primo ministro,
utilizzate poi in operazioni internazionali. Inoltre Barak frequentava
regolarmente la residenza di Epstein a New York – principalmente tra il 2013 e
il 2017 – tanto che lo Stato di Israele aveva installato sistemi di sicurezza
per proteggere l’ex premier durante i suoi soggiorni. Una conoscenza quella tra
i due, che Barak ha confermato, smentendo però qualsiasi coinvolgimento in
attività illecite o di spionaggio. I legami di Epstein con Israele si estendono
inoltre attraverso le donazioni, dimostrate da documenti fiscali e rapporti
dell’Fbi: il finanziere, tra il 2005 e il 2006, ha infatti donato, tramite la
sua fondazione Couq, 25mila dollari al Jewish National Fund (JNF) e
all’organizzazione Friends of the Israeli Defence Forces (FIDF), che si occupa
del benessere dei soldati dell’esercito israeliano. Qualche anno dopo, nel 2008,
Epstein aveva anche visitato alcune basi militari israeliane accompagnato
dall’allora presidente della FIDF, Benny Shabtai. In sostanza, lo speculatore
utilizzava la filantropia verso organizzazioni legate alla difesa e alle
istituzioni israeliane per consolidare i propri rapporti con l’élite politica
del paese, e in particolare proprio con Barak.
A sostenere che Epstein fosse collegato ai servizi israeliani, anche Ari
Ben-Menashe. Controverso consulente e uomo d’affari israeliano-canadese, nato in
Iran, ha lavorato nell’intelligence militare israeliana tra il 1977 e il 1987.
Noto per le sue dichiarazioni sensazionalistiche e ha lavorato come lobbista per
vari regimi, tra cui il Myanmar. Ari Ben-Menashe ha sostenuto per anni che
Epstein fosse una risorsa del Mossad, coinvolto in una vasta operazione di
“honey trap” (trappola del miele) per ricattare figure influenti. Queste
affermazioni, emerse con forza nel 2020 e riapparse periodicamente, suggeriscono
che la rete di Epstein non fosse solo un’impresa criminale privata, ma uno
strumento per raccogliere “kompromat” (materiale compromettente) su politici,
uomini d’affari e celebrità a beneficio dei servizi israeliani. Ben-Menashe
collega l’operazione di Epstein a quella di Robert Maxwell (padre di Ghislaine e
tra i più potenti e controversi magnati dell’editoria del XX secolo), anch’egli
considerato un asset del Mossad prima della sua misteriosa morte nel 1991. In
Israele, dove è sepolto, ricevette un funerale di Stato alla presenza di primi
ministri e capi dell’intelligence, dove fu definito un uomo che aveva fatto per
Israele “più di quanto si possa dire oggi”. In sintesi, sebbene i documenti
dell’FBI confermino che l’ipotesi di Epstein come spia sia stata trattata come
una seria questione di controintelligence, non è mai stata presentata una prova
giudiziaria o una conferma formale da parte del governo israeliano.
Poi c’è anche il fronte dei servizi Usa, visto che il nome dell’ex direttore
della Cia John Brennan – a capo dell’agenzia dall’8 marzo 2013 al 20 gennaio
2017 –, è emerso in contesti correlati a Epstein, alimentando dibattiti politici
e indagini parlamentari. Sui legami col finanziere, comunque, non esistono prove
definitive di incontri diretti. Secondo i documenti rilasciati, uno dei legami
indiretti più significativi riguarda Kathryn Ruemmler, avvocato di Epstein ed ex
consulente della Casa Bianca sotto l’amministrazione Obama. È stato riportato
che la Ruemmler ricevette un’importante onorificenza dalla Cia proprio da
Brennan. Sebbene lei abbia interagito frequentemente con Epstein per questioni
legali e d’affari, non vi è traccia nei registri che Brennan abbia partecipato a
tali incontri o che fosse a conoscenza della portata dei rapporti tra la sua
premiata e il finanziatore. L’avvocatessa fino a pochi giorni fa era
responsabile dell’ufficio legale di Goldman Sachs, ma si è dimessa proprio in
seguito a quanto è emerso su di lei negli Epstein files. A ricostruire la trama
dei suoi rapporti col pedofilo morto in carcere, un’inchiesta del New York
Times: prima di entrare nella banca d’affari nel 2020, Ruemmler era consulente,
confidente e amica di Epstein. Lo consigliava su come rispondere a domande
difficili sui suoi crimini sessuali, parlava della sua vita sentimentale, lo
consigliava su come evitare un’indagine mediatica poco lusinghiera. A lui si
rivolgeva chiamandolo “tesoro”, o “zio Jeffrey”. Epstein, a sua volta, le ha
fornito consigli di carriera per il suo passaggio a Goldman, l’ha presentata a
noti imprenditori e l’ha ricoperta di regali: ad esempio trattamenti spa, viaggi
e articoli di lusso Hermès. In totale, Ruemmler è stata menzionata in oltre
10mila documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia. Il Nyt riporta
inoltre parecchi dettagli, emersi dalla documentazione, che comproverebbero gli
stretti rapporti tra Epstein e l’avvocata. Al momento, il dipartimento di Pam
Bondi non ha specificato se ci fossero o meno indagini in corso su Brennan. L’ex
capo della Cia – che nei file finora rilasciati non pare avere avuto alcun
incontro o comunicazione diretta con Epstein – ha definito le indagini e le
accuse come un esempio di “politicizzazione dell’intelligence”. Tra illazioni,
presunti legami e connessioni tutte da dimostrare, è sempre più complesso
districare la matassa e setacciare informazioni di peso e verificate dei tre
milioni di file rilasciati dal Dipartimento di Stato. E a complicare
ulteriormente il quadro, la scoperta del Telegraph della rete di magazzini mai
perquisiti dove Epstein avrebbe nascosto nel tempo materiali, cd, pc e
attrezzature. Dove potrebbero nascondersi ulteriori informazioni così come nuove
prove di reati.
L'articolo I legami col Mossad, il padre di Ghislaine Maxwell, le incognite
sulla Cia: i sospetti su Epstein agente segreto proviene da Il Fatto Quotidiano.
I servizi segreti israeliani avevano addestrato Jeffrey Epstein. A rilanciare i
sospetti secondo cui il defunto faccendiere pedofilo americano sia stato a suo
tempo alle dipendenze del Mossad è il britannico Times, che in un articolo del 9
febbraio ha citato un rapporto dell’Fbi datato 19 ottobre 2020 in cui veniva
esplicitata questa informazione. Il documento peraltro, pubblicato nell’ultima
tranche dei files rilasciati dal Dipartimento di Giustizia, sta ampiamente
circolando sui social. Il testo cita una fonte confidenziale convinta che
Epstein fosse “un agente cooptato” dai servizi segreti israeliani. Il rapporto
dell’ufficio di Los Angeles sostiene che il finanziere fosse stato “addestrato
come spia” per il Mossad, con presunti legami ai servizi di intelligence
statunitensi e alleati tramite il suo avvocato personale Alan Dershowitz,
professore di legge ad Harvard. I file rivelano anche messaggi scambiati nel
marzo 2017 tra Epstein e Deepak Chopra, guru della medicina alternativa
indiano-americano. Quest’ultimo invitava Epstein a Tel Aviv per un evento
pubblico: “Vieni in Israele con noi. Rilassati e divertiti con persone
interessanti”, scriveva Chopra, aggiungendo “porta le tue ragazze”. La risposta
di Epstein fu netta: “Un’altra location. Non mi piace Israele. Per niente”. Le
teorie su un possibile ruolo di Epstein per servizi segreti stranieri, come si
legge sul Times, stanno guadagnando attenzione negli Stati Uniti, promosse in
particolare dal controverso anchorman americano Tucker Carlson e da altri media.
A sostenere che Epstein fosse collegato ai servizi israeliani, anche Ari
Ben-Menashe. Controverso consulente e uomo d’affari israeliano-canadese, nato in
Iran, ha lavorato nell’intelligence militare israeliana tra il 1977 e il 1987. È
noto per le sue dichiarazioni sensazionalistiche e ha lavorato come lobbista per
vari regimi, tra cui il Myanmar. Ari Ben-Menashe ha sostenuto per anni che
Epstein fosse una risorsa del Mossad, coinvolto in una vasta operazione di
“honey trap” (trappola del miele) per ricattare figure influenti. Queste
affermazioni, emerse con forza nel 2020 e riapparse periodicamente, suggeriscono
che la rete di Epstein non fosse solo un’impresa criminale privata, ma uno
strumento per raccogliere “kompromat” (materiale compromettente) su politici,
uomini d’affari e celebrità a beneficio dei servizi israeliani. Ben-Menashe
collega l’operazione di Epstein a quella di Robert Maxwell (padre di Ghislaine),
anch’egli considerato un asset del Mossad prima della sua misteriosa morte nel
1991.
L'articolo “Jeffrey Epstein spia del Mossad”: il rapporto dell’Fbi sul
finanziere pedofilo e le teorie sui servizi segreti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
All’alba del tredicesimo giorno di proteste anti-governative in Iran, la guida
suprema Ali Khamenei ha usato parole nette nel suo usuale discorso del venerdì,
paventando una risposta più dura verso i manifestanti da parte dell’Irgc (che
oggi a sua volta ha pubblicato una dura dichiarazione, in cui si dissuade da
ulteriori azioni violente contro la polizia) a poche ore dalle esplicite minacce
di intervento americano da parte dello stesso Trump. Sono finora una quarantina
le persone rimaste uccise per mano delle stesse forze di sicurezza, centinaia i
feriti e oltre un migliaio le persone arrestate.
Proprio la giornata dell’8 gennaio aveva segnato una importante novità: migliaia
di persone in diverse province – soprattutto a Teheran, Mashhad e in tutta la
regione del Fars – sono scese in piazza verso le 20, in maniera più coordinata
del solito. È altamente verosimile che rispondessero alla “chiamata” di Ciro
Reza Pahlavi, il figlio del deposto Shah, che dagli Stati Uniti, sulla
piattaforma X, nelle ore precedenti aveva invocato assembramenti proprio per
quell’ora.
Slogan filo monarchici non sono più una novità in varie città iraniane, ma
sarebbe fuorviante connetterli ad una maggiore unitarietà delle proteste, o
all’identificazione di un leader in grado di tenerle insieme. Non è forse un
caso che questi slogan siano stati scanditi unicamente in regioni a grande
maggioranza persiana – sulla cui primazia ed eredità insisteva la dinastia
Pahlavi – cioè l’etnia con cui in Occidente si tende a identificare il paese: i
persiani in Iran sono però circa il 60% della popolazione, che al suo interno
vede decine di minoranze, più o meno rappresentate, che non si oppongono
soltanto alla Repubblica islamica ma anche ad un ritorno della monarchia.
Tuttavia nelle regioni a maggioranza curda, baluci, araba, azera e Lur, la
repressione delle forze armate finora è stata paradossalmente più dura –
stimolando estesi scioperi nel Kurdistan stesso e nel Lorestan, ma anche episodi
di guerriglia armata nelle città di Kermanshah e Ilam, con un certo numero di
poliziotti uccisi -, mentre i consistenti moti popolari in città come Teheran e
Mashhad hanno fatto i conti molto meno con la violenza statale, in qualche caso
potendo sconfinare anche nelle azioni violente contro fermate della metro,
autobus, mausolei, vetture della polizia e quant’altro, stigmatizzate dallo
stesso Khamenei.
Ciò potrebbe segnalare due differenti dinamiche: la difficoltà dell’Irgc e dei
Basij a “contenere” le proteste all’interno dei grandi centri urbani; l’idea,
ricorrente e diffusa all’interno dell’establishment, che le minoranze iraniane,
oltre ad essere politicamente più organizzate (è il caso ad esempio di quella
curda), siano anche quelle più predisposte ad essere “imbeccate” da agenti
stranieri, che d’altronde per stessa ammissione del Mossad – o nelle recenti
parole di Mike Pompeo su X – hanno una presenza in Iran, almeno sin dalla guerra
dello scorso giugno.
Eppure, se è vero che le istanze della protesta – stimolata lo scorso 28
dicembre dagli scioperi dei bazar dopo l’ennesimo crollo del rial, in modo
curiosamente simile ai moti del 1978, laddove i problemi economici e
redistributivi dell’Iran odierno sembrano paradossalmente molto simili a quelli
delle fasi finali della monarchia, pur avendo matrice diversa – appaiono
frammentate anche su linee etniche, la questione non sembra esaurirsi a questo
aspetto.
Le “madri di park Laleh” (un parco di Teheran, ndr), storico gruppo di genitori
di attivisti arrestati o uccisi dalla violenza statale nel corso degli anni,
hanno rilasciato una dichiarazione nella quale collegano le attuali proteste
agli altri cicli dell’ultimo decennio, condannando le ulteriori uccisioni,
chiedendo il rilascio dei prigionieri politici ma avvertendo sul rischio che un
intervento straniero possa trasformare il paese in un nuovo Iraq; i collettivi
di studenti delle più importanti università del paese, come la Shahid Beheshti,
Tarbiat Modarres e Allameh Tabatabai, ne ha rilasciata nelle stesse ore
un’altra, incentrata su rigetto simultaneo del sistema attuale, di un ritorno
della monarchia o di un ruolo futuro del Mek di Mariam Rajavi; i gruppi
organizzati dei lavoratori e dei pensionati hanno dato a loro volta pieno
appoggio alle proteste, definendo la crisi “strutturale” ed insistendo sulla
necessità che esse siano guidate dai lavoratori; l’associazione degli scrittori,
così come un gruppo di 17 famosi attivisti iraniani – tra cui Narges Mohammadi –
hanno sottolineato la natura non solo economica ma anche politica della
protesta, anche loro mettendo in guardia da nocivi interventi stranieri, dal
rischio di appropriazione esterna, ma affermando anche che il percorso verso un
Iran democratico non possa che passare per la “normalizzazione delle relazioni
estere”.
Decine di diversi attori sociali si stanno mobilitando, da un lato ribadendo il
rigetto dei tentativi di interferenza straniera e dall’altro chiarendo per
l’ennesima volta come la questione ineludibile sia la fine o la trasformazione
del progetto del 1979: non solo da un punto di vista (geo)politico, come ricorda
Mehran Haghirian, a margine di un anno di plateale indebolimento dell’ “Asse
della Resistenza” – non più in grado di barattare con la società il proprio
autoritarismo per una postura antagonista che dissuada da minacce esterne – ma
anche da un punto di vista prettamente istituzionale. Il sistema deve
riformarsi, o andare incontro ad una crisi impossibile da ricomporre, oltre che
ad un potenziale bagno di sangue se la situazione dovesse degenerare. Quasi una
settimana fa il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che le proteste
rischiano di scivolare al di fuori del controllo delle autorità.
L'articolo Iran, le proteste contro il regime proseguono ma il fronte dissidente
ha obiettivi diversi. E si teme l’ingerenza straniera proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi”. Il
messaggio agli studenti iraniani e a quei cittadini che da tre giorni protestano
contro il regime degli ayatollah arriva direttamente dal Mossad. Il servizio di
sicurezza israeliano ha utilizzato il suo profilo su X per inviare il sostegno
ai dissidenti, rassicurandoli sul fatto che la solidarietà non è solo sul piano
metaforico: “Non solo da lontano o a parole. Siamo anche con voi sul campo”,
scrive il Mossad. Non è un caso che gli agenti israeliani utilizzino i social:
sono lo strumento che gli stessi iraniani, stufi della crisi economica e delle
misure restrittive imposte dai capi religiosi sciiti, utilizzano per “bucare” la
censura.
Iniziate a Teheran domenica scorsa, da martedì le proteste si sono diffuse nel
Paese: cortei e scontri sono stati registrati a Karaj, sull’isola di Qeshm, a
Isfahan, Kermanshah, Shiraz, Yazd, Kerman. In special modo sono le università e
i quartieri commerciali a ospitare i raduni pubblici e i cortei contro il
carovita e la crisi economica. Agli studenti si affiancano i commercianti.
Quelli che hanno le loro attività nel Gran Bazar hanno indetto uno sciopero dopo
il crollo del rial rispetto al dollaro statunitense. Secondo quanto riportato da
attivisti per i diritti umani, nonostante il presidente Pezeshkian abbia
dichiarato di essere disponibile ad ascoltare le “richieste legittime” dei
manifestanti, ci sono stati almeno undici arresti nella zona di piazza Shoush, a
Teheran. Altri cinque studenti sono stati ammanettati nelle varie facoltà della
Capitale, quattro di loro sono stati poi rilasciati.
Il media Iran International riporta che uno studente dell’Università Amirkabir è
rimasto gravemente ferito durante una incursione nel campus da parte dei membri
della milizia Basij del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Il governo si muove su un doppio binario: dopo il presidente Pezeshkian, anche
la portavoce Fatemeh Mohajerani ha riconosciuto come reale il malcontento di
diverse fasce sociali rispetto a una “intensa pressione economica”. Il governo
ha affidato la guida della Banca centrale della Repubblica islamica ad
Abdolnasser Hemmati, ex ministro dell’Economia, che subentra a Mohammad Reza
Farzin.
Accanto a quelli che sembrano prove di dialogo, il regime sciita poi mostra il
suo volto repressivo: a Teheran, Mashhad e Kermanshah sono stati segnalati dai
residenti posti di blocco e la presenza di agenti sia in uniforme che in
borghese. Ad Hamadan, alcuni video diffusi sui social hanno mostrato le forze di
sicurezza aprire il fuoco sui manifestanti. Nella Capitale e Malard la polizia
ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i cortei.
Il procuratore generale della Repubblica islamica, Mohammad Movahedi-Azad, che
ha individuato le ragioni della crisi economica non nel malgoverno, ma nelle
sanzioni imposte da Stati Uniti e Onu a causa delle ricerche di Teheran sul
nucleare e sull’industria bellica, ha sollecitato una “risposta incisiva” da
parte delle forze di sicurezza. Secondo il magistrato, “proteste pacifiche in
difesa dei mezzi di sussistenza fanno parte di una realtà sociale comprensibile.
Qualsiasi tentativo di trasformare le proteste economiche in uno strumento di
insicurezza, distruzione di proprietà pubbliche o attuazione di scenari definiti
all’estero incontrerà inevitabilmente una risposta legittima, proporzionata e
incisiva”. Mohammad Movahedi-Azad avvisa: “Ogni tentativo di attuare gli scenari
progettati dall’esterno riceverà inevitabilmente una risposta con misure legali,
proporzionate e severe”. Ma l’inflazione a dicembre ha raggiunto il 45%, molti
generi alimentari hanno visto aumentare i prezzi sino al 70% e nelle strade i
manifestanti urlano “Morte alla repubblica islamica”.
L'articolo Iran, l’inflazione galoppa: studenti e commercianti in strada contro
il regime degli ayatollah. E il Mossad li incita” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Oltre all’influenza politica che Israele esercita nei Paesi dell’Alleanza
Atlantica, il fatto che molti trovino normale che il Mossad, servizio segreto
israeliano, partecipi alle indagini sull’attacco antisemita avvenuto a Bondi
Beach, a Sydney, durante la celebrazione di Hanukkah, dove la comunità ebraica
locale era riunita, non può essere considerato normale. L’Australia è lo Stato
in cui il crimine è avvenuto: spetta esclusivamente alle autorità locali
investigare. Israele non ha alcun ruolo legittimo nella gestione della sicurezza
australiana, eppure la notizia della partecipazione del Mossad viene riportata
come se fosse naturale, senza alcuna critica.
Questa situazione rivela due aspetti. Il primo è il potere politico di Israele
nei Paesi europei, in Nord America e in Australia, che gli consente di
esercitare influenza anche su questioni interne a questi Stati. Il secondo, più
profondo, è che la normalizzazione di questa partecipazione rivela
l’antisemitismo ancora profondamente radicato in Occidente.
Storicamente, gli ebrei in Europa sono stati percepiti come estranei alla
società in cui vivevano. Anche quando avevano cittadinanza, spesso vivevano
separati nei ghetti, soggetti a leggi speciali, esclusi da alcune professioni e
sospettati di lealtà verso poteri esterni. Prima della nascita dello Stato di
Israele, nel 1948, erano percepiti come parte di una comunità ebraica globale,
con legami culturali e religiosi che andavano oltre i confini; dopo il 1948,
questa percezione si è ulteriormente consolidata. L’idea che gli ebrei fossero
“altro” rispetto alla società locale si è rafforzata, diffondendo il pregiudizio
che in qualche modo tutti fossero legati a Israele.
Oggi, il fatto che molti trovino normale il ruolo del Mossad sul massacro di
Bondi Beach dimostra che gli ebrei non sono percepiti come membri integrati
della società australiana, ma come un gruppo separato, la cui protezione sarebbe
responsabilità di un’entità esterna. Nessun altro gruppo minoritario subirebbe
lo stesso trattamento: se un’altra comunità fosse attaccata, le indagini
sarebbero gestite esclusivamente dallo Stato interessato.
La normalizzazione di questa situazione, unita all’indifferenza dei media e
dell’opinione pubblica occidentale, non è neutra: indica un antisemitismo
sottile ma radicato, che continua a costruire l’ebraicità come identità
“estranea”, separata dalla comunità locale. Questo modello influenza anche la
vita quotidiana degli ebrei: percepiti come cittadini “a metà”, mai pienamente
integrati, sempre legati a un potere esterno.
La partecipazione del Mossad alle indagini non è solo questione di politica
internazionale. È un chiaro sintomo di antisemitismo strutturale in Occidente:
la normalizzazione di questa situazione e l’indifferenza generale mostrano che
gli ebrei continuano a essere percepiti come corpo estraneo alla società in cui
vivono, letti attraverso categorie etniche e religiose invece che come cittadini
uguali agli altri.
L'articolo Anche il Mossad indaga sugli attentati a Sydney: così si rivela
l’antisemitismo ancora radicato in Occidente proviene da Il Fatto Quotidiano.