All’alba del tredicesimo giorno di proteste anti-governative in Iran, la guida
suprema Ali Khamenei ha usato parole nette nel suo usuale discorso del venerdì,
paventando una risposta più dura verso i manifestanti da parte dell’Irgc (che
oggi a sua volta ha pubblicato una dura dichiarazione, in cui si dissuade da
ulteriori azioni violente contro la polizia) a poche ore dalle esplicite minacce
di intervento americano da parte dello stesso Trump. Sono finora una quarantina
le persone rimaste uccise per mano delle stesse forze di sicurezza, centinaia i
feriti e oltre un migliaio le persone arrestate.
Proprio la giornata dell’8 gennaio aveva segnato una importante novità: migliaia
di persone in diverse province – soprattutto a Teheran, Mashhad e in tutta la
regione del Fars – sono scese in piazza verso le 20, in maniera più coordinata
del solito. È altamente verosimile che rispondessero alla “chiamata” di Ciro
Reza Pahlavi, il figlio del deposto Shah, che dagli Stati Uniti, sulla
piattaforma X, nelle ore precedenti aveva invocato assembramenti proprio per
quell’ora.
Slogan filo monarchici non sono più una novità in varie città iraniane, ma
sarebbe fuorviante connetterli ad una maggiore unitarietà delle proteste, o
all’identificazione di un leader in grado di tenerle insieme. Non è forse un
caso che questi slogan siano stati scanditi unicamente in regioni a grande
maggioranza persiana – sulla cui primazia ed eredità insisteva la dinastia
Pahlavi – cioè l’etnia con cui in Occidente si tende a identificare il paese: i
persiani in Iran sono però circa il 60% della popolazione, che al suo interno
vede decine di minoranze, più o meno rappresentate, che non si oppongono
soltanto alla Repubblica islamica ma anche ad un ritorno della monarchia.
Tuttavia nelle regioni a maggioranza curda, baluci, araba, azera e Lur, la
repressione delle forze armate finora è stata paradossalmente più dura –
stimolando estesi scioperi nel Kurdistan stesso e nel Lorestan, ma anche episodi
di guerriglia armata nelle città di Kermanshah e Ilam, con un certo numero di
poliziotti uccisi -, mentre i consistenti moti popolari in città come Teheran e
Mashhad hanno fatto i conti molto meno con la violenza statale, in qualche caso
potendo sconfinare anche nelle azioni violente contro fermate della metro,
autobus, mausolei, vetture della polizia e quant’altro, stigmatizzate dallo
stesso Khamenei.
Ciò potrebbe segnalare due differenti dinamiche: la difficoltà dell’Irgc e dei
Basij a “contenere” le proteste all’interno dei grandi centri urbani; l’idea,
ricorrente e diffusa all’interno dell’establishment, che le minoranze iraniane,
oltre ad essere politicamente più organizzate (è il caso ad esempio di quella
curda), siano anche quelle più predisposte ad essere “imbeccate” da agenti
stranieri, che d’altronde per stessa ammissione del Mossad – o nelle recenti
parole di Mike Pompeo su X – hanno una presenza in Iran, almeno sin dalla guerra
dello scorso giugno.
Eppure, se è vero che le istanze della protesta – stimolata lo scorso 28
dicembre dagli scioperi dei bazar dopo l’ennesimo crollo del rial, in modo
curiosamente simile ai moti del 1978, laddove i problemi economici e
redistributivi dell’Iran odierno sembrano paradossalmente molto simili a quelli
delle fasi finali della monarchia, pur avendo matrice diversa – appaiono
frammentate anche su linee etniche, la questione non sembra esaurirsi a questo
aspetto.
Le “madri di park Laleh” (un parco di Teheran, ndr), storico gruppo di genitori
di attivisti arrestati o uccisi dalla violenza statale nel corso degli anni,
hanno rilasciato una dichiarazione nella quale collegano le attuali proteste
agli altri cicli dell’ultimo decennio, condannando le ulteriori uccisioni,
chiedendo il rilascio dei prigionieri politici ma avvertendo sul rischio che un
intervento straniero possa trasformare il paese in un nuovo Iraq; i collettivi
di studenti delle più importanti università del paese, come la Shahid Beheshti,
Tarbiat Modarres e Allameh Tabatabai, ne ha rilasciata nelle stesse ore
un’altra, incentrata su rigetto simultaneo del sistema attuale, di un ritorno
della monarchia o di un ruolo futuro del Mek di Mariam Rajavi; i gruppi
organizzati dei lavoratori e dei pensionati hanno dato a loro volta pieno
appoggio alle proteste, definendo la crisi “strutturale” ed insistendo sulla
necessità che esse siano guidate dai lavoratori; l’associazione degli scrittori,
così come un gruppo di 17 famosi attivisti iraniani – tra cui Narges Mohammadi –
hanno sottolineato la natura non solo economica ma anche politica della
protesta, anche loro mettendo in guardia da nocivi interventi stranieri, dal
rischio di appropriazione esterna, ma affermando anche che il percorso verso un
Iran democratico non possa che passare per la “normalizzazione delle relazioni
estere”.
Decine di diversi attori sociali si stanno mobilitando, da un lato ribadendo il
rigetto dei tentativi di interferenza straniera e dall’altro chiarendo per
l’ennesima volta come la questione ineludibile sia la fine o la trasformazione
del progetto del 1979: non solo da un punto di vista (geo)politico, come ricorda
Mehran Haghirian, a margine di un anno di plateale indebolimento dell’ “Asse
della Resistenza” – non più in grado di barattare con la società il proprio
autoritarismo per una postura antagonista che dissuada da minacce esterne – ma
anche da un punto di vista prettamente istituzionale. Il sistema deve
riformarsi, o andare incontro ad una crisi impossibile da ricomporre, oltre che
ad un potenziale bagno di sangue se la situazione dovesse degenerare. Quasi una
settimana fa il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che le proteste
rischiano di scivolare al di fuori del controllo delle autorità.
L'articolo Iran, le proteste contro il regime proseguono ma il fronte dissidente
ha obiettivi diversi. E si teme l’ingerenza straniera proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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“Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi”. Il
messaggio agli studenti iraniani e a quei cittadini che da tre giorni protestano
contro il regime degli ayatollah arriva direttamente dal Mossad. Il servizio di
sicurezza israeliano ha utilizzato il suo profilo su X per inviare il sostegno
ai dissidenti, rassicurandoli sul fatto che la solidarietà non è solo sul piano
metaforico: “Non solo da lontano o a parole. Siamo anche con voi sul campo”,
scrive il Mossad. Non è un caso che gli agenti israeliani utilizzino i social:
sono lo strumento che gli stessi iraniani, stufi della crisi economica e delle
misure restrittive imposte dai capi religiosi sciiti, utilizzano per “bucare” la
censura.
Iniziate a Teheran domenica scorsa, da martedì le proteste si sono diffuse nel
Paese: cortei e scontri sono stati registrati a Karaj, sull’isola di Qeshm, a
Isfahan, Kermanshah, Shiraz, Yazd, Kerman. In special modo sono le università e
i quartieri commerciali a ospitare i raduni pubblici e i cortei contro il
carovita e la crisi economica. Agli studenti si affiancano i commercianti.
Quelli che hanno le loro attività nel Gran Bazar hanno indetto uno sciopero dopo
il crollo del rial rispetto al dollaro statunitense. Secondo quanto riportato da
attivisti per i diritti umani, nonostante il presidente Pezeshkian abbia
dichiarato di essere disponibile ad ascoltare le “richieste legittime” dei
manifestanti, ci sono stati almeno undici arresti nella zona di piazza Shoush, a
Teheran. Altri cinque studenti sono stati ammanettati nelle varie facoltà della
Capitale, quattro di loro sono stati poi rilasciati.
Il media Iran International riporta che uno studente dell’Università Amirkabir è
rimasto gravemente ferito durante una incursione nel campus da parte dei membri
della milizia Basij del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Il governo si muove su un doppio binario: dopo il presidente Pezeshkian, anche
la portavoce Fatemeh Mohajerani ha riconosciuto come reale il malcontento di
diverse fasce sociali rispetto a una “intensa pressione economica”. Il governo
ha affidato la guida della Banca centrale della Repubblica islamica ad
Abdolnasser Hemmati, ex ministro dell’Economia, che subentra a Mohammad Reza
Farzin.
Accanto a quelli che sembrano prove di dialogo, il regime sciita poi mostra il
suo volto repressivo: a Teheran, Mashhad e Kermanshah sono stati segnalati dai
residenti posti di blocco e la presenza di agenti sia in uniforme che in
borghese. Ad Hamadan, alcuni video diffusi sui social hanno mostrato le forze di
sicurezza aprire il fuoco sui manifestanti. Nella Capitale e Malard la polizia
ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i cortei.
Il procuratore generale della Repubblica islamica, Mohammad Movahedi-Azad, che
ha individuato le ragioni della crisi economica non nel malgoverno, ma nelle
sanzioni imposte da Stati Uniti e Onu a causa delle ricerche di Teheran sul
nucleare e sull’industria bellica, ha sollecitato una “risposta incisiva” da
parte delle forze di sicurezza. Secondo il magistrato, “proteste pacifiche in
difesa dei mezzi di sussistenza fanno parte di una realtà sociale comprensibile.
Qualsiasi tentativo di trasformare le proteste economiche in uno strumento di
insicurezza, distruzione di proprietà pubbliche o attuazione di scenari definiti
all’estero incontrerà inevitabilmente una risposta legittima, proporzionata e
incisiva”. Mohammad Movahedi-Azad avvisa: “Ogni tentativo di attuare gli scenari
progettati dall’esterno riceverà inevitabilmente una risposta con misure legali,
proporzionate e severe”. Ma l’inflazione a dicembre ha raggiunto il 45%, molti
generi alimentari hanno visto aumentare i prezzi sino al 70% e nelle strade i
manifestanti urlano “Morte alla repubblica islamica”.
L'articolo Iran, l’inflazione galoppa: studenti e commercianti in strada contro
il regime degli ayatollah. E il Mossad li incita” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Oltre all’influenza politica che Israele esercita nei Paesi dell’Alleanza
Atlantica, il fatto che molti trovino normale che il Mossad, servizio segreto
israeliano, partecipi alle indagini sull’attacco antisemita avvenuto a Bondi
Beach, a Sydney, durante la celebrazione di Hanukkah, dove la comunità ebraica
locale era riunita, non può essere considerato normale. L’Australia è lo Stato
in cui il crimine è avvenuto: spetta esclusivamente alle autorità locali
investigare. Israele non ha alcun ruolo legittimo nella gestione della sicurezza
australiana, eppure la notizia della partecipazione del Mossad viene riportata
come se fosse naturale, senza alcuna critica.
Questa situazione rivela due aspetti. Il primo è il potere politico di Israele
nei Paesi europei, in Nord America e in Australia, che gli consente di
esercitare influenza anche su questioni interne a questi Stati. Il secondo, più
profondo, è che la normalizzazione di questa partecipazione rivela
l’antisemitismo ancora profondamente radicato in Occidente.
Storicamente, gli ebrei in Europa sono stati percepiti come estranei alla
società in cui vivevano. Anche quando avevano cittadinanza, spesso vivevano
separati nei ghetti, soggetti a leggi speciali, esclusi da alcune professioni e
sospettati di lealtà verso poteri esterni. Prima della nascita dello Stato di
Israele, nel 1948, erano percepiti come parte di una comunità ebraica globale,
con legami culturali e religiosi che andavano oltre i confini; dopo il 1948,
questa percezione si è ulteriormente consolidata. L’idea che gli ebrei fossero
“altro” rispetto alla società locale si è rafforzata, diffondendo il pregiudizio
che in qualche modo tutti fossero legati a Israele.
Oggi, il fatto che molti trovino normale il ruolo del Mossad sul massacro di
Bondi Beach dimostra che gli ebrei non sono percepiti come membri integrati
della società australiana, ma come un gruppo separato, la cui protezione sarebbe
responsabilità di un’entità esterna. Nessun altro gruppo minoritario subirebbe
lo stesso trattamento: se un’altra comunità fosse attaccata, le indagini
sarebbero gestite esclusivamente dallo Stato interessato.
La normalizzazione di questa situazione, unita all’indifferenza dei media e
dell’opinione pubblica occidentale, non è neutra: indica un antisemitismo
sottile ma radicato, che continua a costruire l’ebraicità come identità
“estranea”, separata dalla comunità locale. Questo modello influenza anche la
vita quotidiana degli ebrei: percepiti come cittadini “a metà”, mai pienamente
integrati, sempre legati a un potere esterno.
La partecipazione del Mossad alle indagini non è solo questione di politica
internazionale. È un chiaro sintomo di antisemitismo strutturale in Occidente:
la normalizzazione di questa situazione e l’indifferenza generale mostrano che
gli ebrei continuano a essere percepiti come corpo estraneo alla società in cui
vivono, letti attraverso categorie etniche e religiose invece che come cittadini
uguali agli altri.
L'articolo Anche il Mossad indaga sugli attentati a Sydney: così si rivela
l’antisemitismo ancora radicato in Occidente proviene da Il Fatto Quotidiano.