La crescita italiana resta troppo debole per tradursi in un vero recupero del
potere d’acquisto. Nelle previsioni aggiornate di febbraio, l’Ufficio
parlamentare di bilancio fotografa un’economia italiana destinata a muoversi su
un sentiero di bassa crescita strutturale, con il pil destinato ad aumentare
appena dello 0,7% nel 2026 e nel 2027. E alla fine del biennio, avverte
l’organismo indipendente, le retribuzioni reali resteranno ancora inferiori di
circa due punti percentuali rispetto ai livelli del 2021, nonostante il rientro
dell’inflazione e il graduale aumento dei redditi nominali.
Il quadro delineato dalla Nota sulla congiuntura è quello di una ripresa
fragile, ben lontana dalle speranze della premier Giorgia Meloni. A sostenerla è
quasi esclusivamente la domanda interna e, ancora una volta, l’ipotesi di
un’attuazione integrale del Pnrr. Dopo una fase di sostanziale stagnazione nei
trimestri centrali del 2025, l’economia ha mostrato un lieve rafforzamento nello
scorcio finale dell’anno, che ha visto un incremento congiunturale del Pil dello
0,3%. Ma il contributo della domanda estera è negativo, gli investimenti
rallentano rispetto al rimbalzo del 2025 e la crescita poggia solo sull’aumento
delle ore lavorate, mentre “la produttività oraria e la popolazione in età
lavorativa hanno frenato”.
In corso d’anno la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si è poi
progressivamente attenuata, scendendo dal 3,9% tendenziale del primo trimestre
al 2,8% dell’ultimo, con una media annua del 3,1%. Il rallentamento riguarda
soprattutto il settore privato, mentre nella Pubblica amministrazione la
dinamica è stata sostenuta dai rinnovi contrattuali nei comparti
dell’istruzione, della ricerca e della sanità. Oltre il 42% dei dipendenti del
privato risulta ancora in attesa di rinnovo.
Il problema è che il recupero nominale non basta. In termini reali, ricorda
l’Upb, le retribuzioni orarie risultano ancora circa l’8,6% inferiori ai livelli
medi del 2020, e la moderazione dell’inflazione registrata nel 2025 ha solo
arrestato l’erosione senza innescare una vera inversione di tendenza. Anche
guardando avanti, il recupero resta parziale: il miglioramento atteso del potere
d’acquisto delle famiglie nel biennio 2026-27, stimato intorno all’1,5% medio
annuo, non sarà sufficiente a riportare i salari reali ai valori pre-fiammata
inflazionistica.
Il mercato del lavoro, inoltre, si conferma attraversato da squilibri
strutturali. “La struttura occupazionale, così come la popolazione, appare
sempre più sbilanciata verso le età mature“, con una continua crescita dei
lavoratori over 50 per effetto sia di requisiti di pensionamento più stringenti
sia delle dinamiche demografiche e di invecchiamento della popolazione. In
parallelo continua la riduzione degli occupati tra i 15-24enni, che dura da otto
trimestri. Preoccupa anche l’andamento dell’inattività: “Rimane elevata tra i
giovani, le donne e nel Mezzogiorno” e “nei mesi estivi è aumentata al 33,3%
(dal 33,1), soprattutto tra i più giovani, il cui tasso sfiora il 51% nella
fascia 15-34 anni e raggiunge il 57,2 per le donne.
L'articolo L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali
saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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A gennaio 2026 l’inflazione rallenta leggermente ma resta sostenuta sui beni di
prima necessità. Secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice nazionale dei
prezzi al consumo (Nic), al netto dei tabacchi, registra un aumento dell’1% su
base annua, in calo rispetto all’1,2% di dicembre. Su base mensile l’indice
cresce dello 0,4%. A trainare l’aumento dei prezzi sono soprattutto gli
alimentari, sia non lavorati (+2,5%) sia lavorati (+2,2%), insieme ai servizi
relativi all’abitazione (+4,4%), ai tabacchi (+3,3%) e ai servizi ricreativi,
culturali e per la cura della persona (+3%). Il cosiddetto “carrello della
spesa”, che comprende beni alimentari, per la cura della casa e della persona,
segna un rincaro del 2,1% su base annua, mentre l’inflazione di fondo, al netto
di energetici e alimentari freschi, si attesta all’1,8%.
Nel confronto tra beni e servizi emerge un forte divario: i prezzi dei beni
risultano in lieve calo su base tendenziale (-0,2%), mentre quelli dei servizi
crescono del 2,5%, con un differenziale di 2,7 punti percentuali. La dinamica
congiunturale (+0,4%) è spiegata in particolare dagli aumenti degli energetici
regolamentati (+8,7%), dei servizi legati all’abitazione (+1,9%) e dei prodotti
alimentari, mentre l’unica flessione mensile significativa riguarda i servizi di
trasporto (-3,7%).
L’inflazione acquisita per il 2026 sale allo 0,4% per l’indice generale (era
nulla a dicembre) e allo 0,5% per la componente di fondo. In base alle stime
preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra una
variazione dell’1,0% su base annua e una flessione dell’1% su base mensile.
Nello stesso meso l’inflazione annua nell’area euro in gennaio è calata
all’1,7%, dal 2% di dicembre, secondo la stima preliminare di Eurostat. In
flessione anche l’inflazione core, al netto delle componenti più volatili (cibo,
energia, alcolici e tabacchi), al 2,2% dal 2,3% di dicembre. Tra le principali
componenti dell’inflazione dell’Eurozona, i servizi registrano il tasso annuo
più elevato a gennaio (3,2%, rispetto al 3,4% di dicembre), seguiti da
alimentari, alcol e tabacco (2,7%, rispetto al 2,5% di dicembre), beni
industriali non energetici (0,4%, rispetto allo 0,3% di dicembre) ed energia
(-4,1%, rispetto al -1,9% di dicembre).
L'articolo A gennaio l’inflazione rallenta a +1% anno su anno. Per il carrello
della spesa rincari del 2,1% proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde
incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza
dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali
livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge
dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia,
appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico
attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Per i
dipendenti privati, dice il rapporto, la retribuzione annuale media è passata da
21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita del
14,7% sull’intero periodo, mentre la retribuzione annuale media dei dipendenti
pubblici è passata da 31.646 euro nel 2014 a 35.350 euro nel 2024, pari a un
tasso di crescita dell’11,7% sull’intero periodo, con un tasso inferiore a
quello dell’inflazione. Tenendo conto dell’inflazione all’8,1% nel 2022 e al
5,4% nel 2023, infatti, si riscontra un quadro di stagnazione generale. Se
invece si guarda solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive
che tengono conto degli straordinari e non solo, tra il 2019 e il 2024 si è
registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre
nove punti.
Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive
molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra
le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne,
infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Ad esempio, nel 2024 la
retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro),
quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la
retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli
uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di
giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”. Negli ultimi
due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle
retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap
temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli
incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro
che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione
settoriale, la bassa innovazione tecnologica. Diverse le conclusioni se si
analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni
contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero
maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere, al livello mediano delle
retribuzioni, un recupero quasi completo. “Alcune misure di carattere fiscale o
contributivo hanno attutito questo effetto”, ma ”in questi anni non vi è stato
un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”, avverte
Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps
(Civ).
“I salari non coprono l’aumento dell’inflazione. Le bugie del Governo Meloni
sono ancora una volta smascherate, questa volta dai dati INPS che ci riportano
un’immagine dell’Italia ben diversa da quella raccontata dalla Maggioranza”, ha
dichiarato Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, dopo aver
partecipato al Convegno organizzato dal Civ a Roma. “Servono salario minimo,
politiche economiche serie, crescita e prospettive per i giovani, che
attualmente sono del tutto assenti”. Dura anche la senatrice Annamaria Furlan,
di Italia viva. “Il Governo parla di occupazione, ma non basta aumentare i
numeri: senza buona occupazione, senza qualità del lavoro e salari adeguati, il
lavoro non garantisce più una vita dignitosa”, aggiunge. “Così si impoverisce il
ceto medio e si indebolisce la coesione sociale. Servono politiche che rimettano
al centro il valore del lavoro, la contrattazione e la crescita dei salari
reali. Senza questo – conclude – non c’è sviluppo né futuro per il Paese”.
Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: “Esiste una questione
salariale grande come una casa”, in più c’è “l’aumento della precarietà”, oltre
alla disparità tra uomini e donne e tra aree geografiche del paese. Tutte
distorsioni”. Per Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil, “molto dipende
anche dalla lentezza con cui vengono rinnovati i contratti”. Landini lancia una
proposta: “C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari
per il recupero certo dell’inflazione”. “Bisogna stimolare il rinnovo dei
contratti e trovare un sistema che si agganci in maniera automatica al rinnovo.
C’è una discussione che noi stiamo facendo con le nostre controparti, con
Confindustria e lo faremo nei prossimi giorni con con Confcommercio: se i
contratti non si rinnovano, i contributi dello Stato che vengono dati alle
aziende bisogna darli comunque? Bisogna iniziare a discutere di questo e di
quella che è ormai una epidemia di contratti pirata”, è la risposta di
Bombardieri. Disponibilità al confronto è arrivata da Confartigianato: “Siamo
disponibili ad aprire con il sindacato una fase nuova di rinnovi contrattuali”,
ha detto Riccardo Giovani, direttore Politiche sindacali e del lavoro.
L'articolo Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le
donne guadagnano il 30% in meno proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’inflazione a dicembre rialza la testa, con i prezzi che segnano un +0,2% su
novembre e un aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente (a novembre era
1,1%). Le stime preliminari dell’Istat archiviano il 2025 con una media
dell’inflazione all’1,5%. Nonostante il rialzo, anche a dicembre, l’inflazione
italiana si mantiene comunque decisamente sotto l’area euro che nell’ultimo mese
dell’anno si è attestata al 2% in leggero calo su novembre (2,1%). Ma preoccupa
che l’accelerazione sia dovuta, oltre che alla crescita dei prezzi dei trasporti
(da +0,9% a +2,6%), a quella degli alimentari sia non lavorati (da +1,1% a
+2,3%) che lavorati (da +2,1% a +2,6%). Non a caso il ritmo di crescita su base
annua dei prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona,
che compongono il cosiddetto ‘carrello della spesa‘, si è accentuato a dicembre,
passando dal +1,5% di novembre al +2,2%.
“Complice il Natale, si accentuano a dicembre i rincari nel settore alimentare,
con i prezzi che lo scorso mese sono saliti in media del +2,6% su base annua”,
commenta Assoutenti. “Per effetto delle festività e dei maggiori consumi delle
famiglie i prezzi di cibi e bevande tornano a rialzare la testa, e segnano a
dicembre un +2,6% con un aggravio di spesa, solo per gli acquisti alimentari,
pari a +241 euro annui per una famiglie con due figli”, dice il presidente
Gabriele Melluso. “Una escalation che prosegue senza sosta dal 2021, e sta
portando le famiglie a tagliare sempre più i consumi e ridurre la qualità degli
alimenti in tavola. Un allarme che il governo non può più ignorare, e che deve
portare nel 2026 a misure specifiche in favore delle famiglie: gli alimentari
sono una voce di spesa primaria di cui i cittadini non possono fare a meno, e i
rincari registrati nel settore non solo incidono su redditi e capacità di spesa,
ma impoveriscono giorno dopo giorno una larga fetta di popolazione”.
“Con un’inflazione media del 2025 pari all’1,5% significa che una coppia con due
figli lo scorso anno ha speso complessivamente 562 euro in più rispetto al 2024,
dei quali ben 269 euro in più per i soli Prodotti alimentari e le bevande
analcoliche e 287 per il carrello della spesa”, fa sapere l’Unione dei
consumatori.
Di fronte all’altalena dei prezzi, si modificano progressivamente anche i
comportamenti delle famiglie. In base agli ultimi dati disponibili, nel terzo
trimestre 2025 sono aumentati il potere d’acquisto e la propensione al risparmio
che, escludendo il periodo Covid, ha raggiunto livelli massimi dal terzo
trimestre del 2009. La spesa per i consumi è però rimasta debole. In dettaglio,
il reddito disponibile delle famiglie è cresciuto del 2% rispetto al trimestre
precedente, mentre i consumi sono cresciuti sollo dello 0,3%. La propensione al
risparmio è stimata all’11,4%, in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al
trimestre precedente su livelli storicamente elevati. Il potere d’acquisto è
infine cresciuto rispetto al trimestre precedente dell’1,8%.
“La bassa inflazione, pur favorendo importanti recuperi del potere d’acquisto
delle famiglie, non ha prodotto effetti significativi sulle decisioni di spesa”,
si lamenta Confcommercio che avverte: “La ripresa della domanda per consumi è un
elemento cruciale per rendere possibile una crescita del Pil prossima all’1% nel
2026″. I consumatori notano invece che, pur disponendo di maggior reddito, gli
italiani restano prudenti e preferiscono mettere i soldi da parte.
L'articolo A dicembre l’inflazione rialza la testa. E tornano ad accelerare i
prezzi del carrello della spesa: stangata sul cibo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dieci giorni di proteste nelle città principali così come nelle periferie. Non
si placa la rivolta in Iran contro il governo degli ayatollah: secondo l’agenzia
Hrana, le vittime sono 36. Tra questi, come scrive l’agenzia di stampa Fars, ci
sono anche due poliziotti, che hanno perso la vita a Lordegan, nel sud ovest del
Paese. L’aspetto della repressione resta centrale come risposta del regime alla
contestazione verso l’ayatollah Khamenei: tra le vittime ci sono anche due
minorenni e il fotografo e videomaker Sadegh Parvizzadeh ha pubblicato un video
sulla sua pagina Instagram, in cui racconta di essere stato colpito al volto e a
un occhio da un proiettile mentre riprendeva i cortei.
Cortei e raduni sono stati messi in atto in 92 città, gli arresti sarebbero più
di 2.000. Il regime viaggia a due velocità: il presidente Massoud Pezeshkian ha
chiesto alle forze di sicurezza di “non intraprendere alcuna azione” contro i
manifestanti pacifici e di fare una distinzione tra loro e i “rivoltosi”. Di
contro il capo dell’esercito, il maggiore generale Amir Hatami, ha minacciato
un’azione militare preventiva in risposta alle dichiarazioni americane dei
giorni scorsi, con le quali il presidente americano Trump ha detto di essere
pronto a intervenire se Teheran avesse continuato ad uccidere i civili nelle
piazze. Per Hatami “la Repubblica Islamica considera l’intensificarsi di tale
retorica contro la nazione iraniana come una minaccia e non lascerà che continui
senza reagire”.
In questo contesto, l’Australia ha invitato i suoi cittadini che si trovano in
Iran a partire il prima possibile, mentre a Londra il deputato conservatore Tom
Tungendhat ha chiesto al governo laburista di Keir Starmer di condividere con il
Parlamento informazioni su possibili flussi di “armi e munizioni” da Mosca a
Teheran, nonché di eventuali trasferimenti verso la Russia di parte delle
riserve auree iraniane, in vista di una potenziale “fuga” di esponenti di spicco
della Repubblica Islamica nel caso in cui la protesta dovesse dilagare.
Le ragioni della rivolta sono da ricondurre alla crisi economica, al crollo
della moneta, all’inflazione, e alla difficoltà dei commercianti tanto che
persino quelli del Gran Bazar di Teheran, per tradizione poco inclini a
criticare il regime, stavolta si sono uniti agli studenti. Il governo, nel
tentativo di placare il malcontento, ha iniziato a versare ai capifamiglia, sui
loro conti correnti, l’equivalente di 7 dollari – somma che sarà devoluta ogni
mese – per aiutarli a comprare generi di prima necessità come riso, carne e
pasta. Ma i negozianti avvertono che i prezzi di prodotti di base come l’olio da
cucina potrebbero triplicare, rendendo vana l’iniziativa di sostegno.
Non è un caso che oggi l’agenzia Hrana indichi nel Gran Bazar l’epicentro delle
proteste nella Capitale, e in particolare in alcuni settori “tra cui il mercato
dell’oro e delle valute, il mercato dei tessuti e alcune sezioni del mercato dei
calzolai e degli elettrodomestici, e un numero significativo di unità
commerciali è stato completamente o parzialmente chiuso. I resoconti indicano
che questo sciopero è stato organizzato spontaneamente senza una convocazione
ufficiale e la principale protesta dei commercianti è stata contro le forti
fluttuazioni del tasso di cambio, l’impennata del prezzo dell’oro, la
stagnazione del mercato e il forte calo del potere d’acquisto”.
In una situazione così caotica, la caccia al “traditore” è letale. Stamane, come
riporta l’agenzia Irna, è stato giustiziato un detenuto, Ali Ardestani, accusato
di “spionaggio per il Mossad e fornitura di informazioni sensibili a Israele”.
L'articolo Iran, decimo giorno di proteste: 36 morti. Il capo dell’esercito
risponde agli Usa e minaccia una “azione preventiva” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi”. Il
messaggio agli studenti iraniani e a quei cittadini che da tre giorni protestano
contro il regime degli ayatollah arriva direttamente dal Mossad. Il servizio di
sicurezza israeliano ha utilizzato il suo profilo su X per inviare il sostegno
ai dissidenti, rassicurandoli sul fatto che la solidarietà non è solo sul piano
metaforico: “Non solo da lontano o a parole. Siamo anche con voi sul campo”,
scrive il Mossad. Non è un caso che gli agenti israeliani utilizzino i social:
sono lo strumento che gli stessi iraniani, stufi della crisi economica e delle
misure restrittive imposte dai capi religiosi sciiti, utilizzano per “bucare” la
censura.
Iniziate a Teheran domenica scorsa, da martedì le proteste si sono diffuse nel
Paese: cortei e scontri sono stati registrati a Karaj, sull’isola di Qeshm, a
Isfahan, Kermanshah, Shiraz, Yazd, Kerman. In special modo sono le università e
i quartieri commerciali a ospitare i raduni pubblici e i cortei contro il
carovita e la crisi economica. Agli studenti si affiancano i commercianti.
Quelli che hanno le loro attività nel Gran Bazar hanno indetto uno sciopero dopo
il crollo del rial rispetto al dollaro statunitense. Secondo quanto riportato da
attivisti per i diritti umani, nonostante il presidente Pezeshkian abbia
dichiarato di essere disponibile ad ascoltare le “richieste legittime” dei
manifestanti, ci sono stati almeno undici arresti nella zona di piazza Shoush, a
Teheran. Altri cinque studenti sono stati ammanettati nelle varie facoltà della
Capitale, quattro di loro sono stati poi rilasciati.
Il media Iran International riporta che uno studente dell’Università Amirkabir è
rimasto gravemente ferito durante una incursione nel campus da parte dei membri
della milizia Basij del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Il governo si muove su un doppio binario: dopo il presidente Pezeshkian, anche
la portavoce Fatemeh Mohajerani ha riconosciuto come reale il malcontento di
diverse fasce sociali rispetto a una “intensa pressione economica”. Il governo
ha affidato la guida della Banca centrale della Repubblica islamica ad
Abdolnasser Hemmati, ex ministro dell’Economia, che subentra a Mohammad Reza
Farzin.
Accanto a quelli che sembrano prove di dialogo, il regime sciita poi mostra il
suo volto repressivo: a Teheran, Mashhad e Kermanshah sono stati segnalati dai
residenti posti di blocco e la presenza di agenti sia in uniforme che in
borghese. Ad Hamadan, alcuni video diffusi sui social hanno mostrato le forze di
sicurezza aprire il fuoco sui manifestanti. Nella Capitale e Malard la polizia
ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i cortei.
Il procuratore generale della Repubblica islamica, Mohammad Movahedi-Azad, che
ha individuato le ragioni della crisi economica non nel malgoverno, ma nelle
sanzioni imposte da Stati Uniti e Onu a causa delle ricerche di Teheran sul
nucleare e sull’industria bellica, ha sollecitato una “risposta incisiva” da
parte delle forze di sicurezza. Secondo il magistrato, “proteste pacifiche in
difesa dei mezzi di sussistenza fanno parte di una realtà sociale comprensibile.
Qualsiasi tentativo di trasformare le proteste economiche in uno strumento di
insicurezza, distruzione di proprietà pubbliche o attuazione di scenari definiti
all’estero incontrerà inevitabilmente una risposta legittima, proporzionata e
incisiva”. Mohammad Movahedi-Azad avvisa: “Ogni tentativo di attuare gli scenari
progettati dall’esterno riceverà inevitabilmente una risposta con misure legali,
proporzionate e severe”. Ma l’inflazione a dicembre ha raggiunto il 45%, molti
generi alimentari hanno visto aumentare i prezzi sino al 70% e nelle strade i
manifestanti urlano “Morte alla repubblica islamica”.
L'articolo Iran, l’inflazione galoppa: studenti e commercianti in strada contro
il regime degli ayatollah. E il Mossad li incita” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A novembre 2025 l’inflazione è rallentata. L’indice nazionale dei prezzi al
consumo per l’intera collettività registra una diminuzione dello 0,2% rispetto a
ottobre e una crescita dell’1,1% su base annua, in calo sia rispetto alla stima
preliminare (+1,2%) sia rispetto al mese precedente. Si tratta del livello più
basso da gennaio, rileva l’Istat. Rallenta anche il cosiddetto carrello della
spesa, cioè i beni alimentari, per la cura della casa e della persona, che passa
da +2,1% a +1,5%, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto scendono
lievemente da +2,1% a +2%. L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e
degli alimentari freschi, si attesta all’1,7%, in calo dall’1,9%, come anche
quella calcolata escludendo i soli beni energetici.
Incidono sulla dinamica complessiva soprattutto il rallentamento dei prezzi
degli alimentari non lavorati (+1,1% da +1,9%), il calo degli energetici
regolamentati (-3,2% da -0,5%) e la frenata di alcune tipologie di servizi, in
particolare i trasporti (+0,9% da +2%). Solo in parte questi effetti sono
compensati dalla minore flessione degli energetici non regolamentati (-4,3% da
-4,9%).
Nel dettaglio, i prezzi dei beni rallentano ulteriormente (+0,1% da +0,2%),
mentre quelli dei servizi scendono dal +2,6% al +2,3%. Il differenziale tra
servizi e beni si riduce così a 2,2 punti percentuali, dai 2,4 del mese prima.
La flessione congiunturale dell’indice generale riflette soprattutto il calo dei
prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-1,6%) e
dei servizi relativi ai trasporti (-1,3%), per effetti in larga parte
stagionali.
Sul fronte alimentare, l’Istat segnala un alleggerimento della spesa delle
famiglie: la crescita dei prezzi del comparto rallenta dal +2,3% al +1,8%. La
frenata riguarda sia gli alimentari lavorati (+2,1% da +2,5%) sia quelli non
lavorati (+1,1% da +1,9%). In particolare, i prezzi della frutta fresca o
refrigerata registrano un’inversione di tendenza, passando da +0,8% a -1,6%,
mentre quelli dei vegetali freschi diversi dalle patate accentuano la flessione,
da -6,4% a -8,2%.
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) scende dello 0,2% su base
mensile e cresce dell’1,1% su base annua, in rallentamento dal +1,3% di ottobre.
L’indice FOI, al netto dei tabacchi, registra infine un -0,1% congiunturale e un
+1,0% tendenziale. L’inflazione acquisita per il 2025 è pari all’1,5% per
l’indice generale e all’1,8% per la componente di fondo.
L'articolo Inflazione in frenata a novembre. Il carrello della spesa rallenta,
ma sale comunque dell’1,5% anno su anno proviene da Il Fatto Quotidiano.