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Boomerang Trump sull’economia mondiale: rischio stagflazione più vicino. Krugman: “Scomode analogie con il 1973”
Il rischio per ora è sottotraccia. Ma diversi segnali fanno temere che potrebbe materializzarsi. A partire dagli Stati Uniti. Si parla di stagflazione, un mix mefitico di inflazione elevata e crescita debole o stagnante. Una delle situazioni più difficili da gestire per governi e banche centrali, perché le politiche che servono a ridurre l’inflazione tendono a deprimere ulteriormente l’attività economica e viceversa. Gli anni Settanta insegnano: la strada per uscirne fu lunga e dolorosa. Il paradosso è che a scatenare la tempesta perfetta che ora spaventa la Casa Bianca in vista delle elezioni di Midterm non sono stati accidenti esterni, bensì politiche e scelte strategiche del presidente di Donald Trump. L’economista Paul Krugman, nella sua newsletter su Substack, fa notare lo choc petrolifero causato dagli attacchi all’Iran si è materializzato – proprio come allora, con una “scomoda analogia” – in una fase in cui i prezzi stavano già rialzando la testa. Mentre l’occupazione aveva smesso di crescere per effetto delle decisioni del tycoon. Risultato: un “sentore di stagflazione” era già nell’aria. E l’escalation in Medio Oriente l’ha reso chiaramente percepibile. Se la situazione andrà peggiorando, per l’economia americana potrebbero arrivare tempi bui. Il presidente della Fed Jerome Powell, dopo la riunione in cui il Federal open market committee ha deciso di lasciare invariati i tassi di interesse, ha parlato di uno scenario “molto difficile, ma niente a che fare con gli anni Settanta. E io riservo la parola stagflazione a quel periodo”. Ma è solo una questione di tempo, nota Krugman: “Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi per mesi anziché per settimane, si tratterebbe di uno choc per le forniture petrolifere mondiali sostanzialmente peggiore di quelli del 1973 o del 1979. E, pur non essendo un esperto di strategia, non vedo come quello stretto possa riaprire a breve”. LA GUERRA DEL KIPPUR E L’AUSTERITY ENERGETICA Val la pena ricordare perché la similitudine con gli anni Settanta è da brividi. Quando nell’ottobre ’73 Egitto e Siria attaccarono Israele, dando inizio alla guerra del Kippur, i Paesi arabi associati all’Opec risposero al sostegno Usa nei confronti del Paese aggredito riducendo la produzione e proclamando un embargo petrolifero contro Washington e alleati. In pochi mesi il costo del greggio quadruplicò facendo esplodere una tendenza all’aumento dell’inflazione già conclamata, causa politiche fiscali espansive e politica monetaria accomodante e complice l’indicizzazione dei salari ai prezzi. Nel 1974 i prezzi aumentarono a doppia cifra. In Italia si tocco un +19%. Il governo Rumor impose il blocco delle auto private la domenica, a riduzione dell’illuminazione pubblica, la chiusura anticipata dei locali: in una parola, austerity. Misure di emergenza per risparmiare energia furono adottate anche in altri Paesi europei, Se ne uscì solo negli anni Ottanta, con una ricetta fatta di strette monetarie e, nel caso italiano, divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e ridimensionamento della scala mobile. Negli Usa, dove nel 1974 il limite di velocità fu ridotto a 55 miglia orarie (poco meno di 90 km l’ora) per ridurre i consumi di carburante, la successiva cura da cavallo a base di alti tassi di interesse causò una profonda recessione e portò la disoccupazione sopra il 10%. INFLAZIONE IN SALITA E OCCUPAZIONE FERMA CAUSA POLITICHE DI TRUMP Reminiscenze che hanno “un’aria di famiglia”, commenta Krugman esaminando i dati Usa. L’inflazione era tornata a salire già prima del conflitto, invertendo la rotta rispetto al ritorno verso il target del 2%. Nel frattempo il mercato del lavoro ha deluso le aspettative: la creazione di nuovi posti si è fermata e il rallentamento non riguarda solo il settore pubblico colpito dai tagli del Doge. Una combinazione che ha origine nelle politiche dell’amministrazione Trump: da un lato i dazi che fanno salire i prezzi per i consumatori americani, dall’altro le restrizioni sull’immigrazione, che hanno ridotto l’offerta di lavoro. Senza peraltro aprire più opportunità per gli statunitensi: l’unico risultato è stato contenere artificialmente il tasso di disoccupazione riducendo il numero di lavoratori disponibili, ma al prezzo di maggiori pressioni inflazionistiche e di effetti negativi di lungo periodo, anche sui conti pubblici. Lo stato dell’economia statunitense, insomma “preoccupante, con accenni di stagflazione, anche prima che questa guerra portasse al blocco di Hormuz”. È in questo contestato che arriva la crisi energetica, anch’essa autoprodotta dalle decisioni di Trump. “Se la situazione dovesse peggiorare, come sembra fin troppo probabile visto il caos nel Golfo Persico”, si chiede Krugman, “possiamo fidarci che i funzionari di Trump reagiscano in modo intelligente ed efficace? Ho fatto una battuta”. L'articolo Boomerang Trump sull’economia mondiale: rischio stagflazione più vicino. Krugman: “Scomode analogie con il 1973” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Con la guerra in Medio Oriente rischio inflazione alle stelle: per la Bce nello scenario peggiore esploderà fino a +4,8% nel 2027
La notizia non è la pausa sui tassi, che la Banca centrale europea come da attese ha lasciato invariati mantenendo al 2% quello sui depositi e al 2,4% quello sui prestiti marginali. A colpire negli annunci arrivati da Francoforte giovedì è l’esplosione delle stime sulla crescita dei prezzi alla luce della guerra in Medio Oriente e delle ripercussioni sui costi dell’energia. Nel quadro di base, l’inflazione è ora attesa al 2,6% nel 2026, per poi attestarsi al 2% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. A dicembre le previsioni erano, rispettivamente, di +2,2%, +1,9% e +2%. Anche le prospettive di crescita risultano indebolite: il Pil dell’Eurozona è atteso aumentare dello 0,9% nel 2026, dell’1,3% nel 2027 e dell’1,4% nel 2028, con una revisione al ribasso legata agli effetti globali della guerra su materie prime, redditi reali e fiducia. Ma è nello scenario avverso che emerge la portata del rischio: in caso di choc energetico più intenso e duraturo, l’inflazione salirebbe al 4,4% nel 2026 e fino al 4,8% nel 2027, mentre la crescita crollerebbe allo 0,4%. Si materializzerebbe lo spettro della stagflazione, un quadro che combina prezzi in accelerazione e attività economica in frenata. “La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica”, ha dichiarato la presidente Christine Lagarde. Il conflitto, come stiamo vedendo in queste settimane, avrà un impatto immediato sui prezzi attraverso il rincaro dei beni energetici, mentre le conseguenze a medio termine dipenderanno dalla durata dello choc e dalla sua trasmissione all’economia. Sul fronte fiscale, Lagarde ha invitato i governi a muoversi con cautela: “Qualunque intervento di bilancio per far fronte allo choc energetico deve essere temporaneo, mirato e proporzionato”. Misure troppo ampie, ha avvertito, rischiano di alimentare ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Allo stesso tempo, la crisi energetica “sottolinea l’urgenza di rafforzare l’economia dell’area euro” e “rafforza l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili”. Che espone l’Europa a conseguenze pesantissime in caso di aumento marcato e duraturo dei prezzi di petrolio e gas. L'articolo Con la guerra in Medio Oriente rischio inflazione alle stelle: per la Bce nello scenario peggiore esploderà fino a +4,8% nel 2027 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia ancora penultima tra i Paesi Ocse per ripresa dei salari reali dopo il crollo causato dall’inflazione
La ripresa dei salari reali c’è, ma procede a rilento. E per l’Italia il recupero del potere d’acquisto resta tra i più timidi dell’area Ocse. Per la precisione siamo al penultimo posto. È quanto emerge dall’ultimo Wage Bulletin dell’organizzazione parigina. Da un lato i salari tornano a crescere in termini reali dopo lo choc inflattivo, dall’altro il terreno perso tra il 2021 e il 2023 è tutt’altro che recuperato. Nel complesso dei Paesi avanzati, la crescita dei salari reali nel 2025 è rimasta positiva, ma si è nettamente indebolita rispetto all’anno precedente: in media +1,8% nel terzo trimestre, circa la metà rispetto al 2024. Un rallentamento diffuso, che riguarda tre quarti delle economie Ocse e riflette sia il riaccendersi delle pressioni inflattive sia un progressivo raffreddamento del mercato del lavoro. Dentro questa dinamica generale, l’Italia si distingue in negativo. Anche qui i salari reali sono tornati a crescere, ma il recupero resta parziale: il livello medio è ancora inferiore di circa il 3% rispetto a quello registrato all’inizio del 2021, prima dell’impennata dei prezzi. Il ritardo accumulato è tra i più ampi dell’intera area Ocse: solo la Repubblica ceca presenta una perdita più marcata rispetto al periodo pre-inflazione. Il dato conferma una fragilità strutturale del sistema italiano, già evidente prima della crisi energetica. La lunga stagione di bassa inflazione aveva nascosto una dinamica salariale debole, legata a una crescita della produttività modesta e a meccanismi di contrattazione che tendono ad adeguarsi con ritardo agli choc. Quando l’inflazione è esplosa, tra il 2021 e il 2022, i salari non sono riusciti a tenere il passo, causando una perdita significativa di potere d’acquisto. Il recupero del 2024 e 2025 arriva quando la dinamica dei prezzi si è già attenuata. E risulta insufficiente a colmare il divario accumulato. In metà dei Paesi Ocse i salari reali restano sotto i livelli pre-pandemia, ma il caso italiano spicca per l’ampiezza del gap e per la lentezza della risalita. Il quadro è reso più complesso da due fattori. Da un lato, il raffreddamento del mercato del lavoro: la riduzione della “tensione” tra domanda e offerta di lavoro tende a contenere la crescita delle retribuzioni. Dall’altro, il venir meno della spinta iniziale legata al recupero post-inflazione, con i salari che tornano a crescere a ritmi più simili a quelli pre-Covid. Pesa anche il fatto che la maggioranza di destra che sostiene il governo Meloni abbia bocciato il salario minimo legale. L’Ocse infatti sottolinea come i salari più bassi abbiano mostrato una maggiore resilienza rispetto a quelli mediani grazie agli aumenti dei minimi contrattuali e, nei Paesi che lo prevedono, del minimo legale. Cosa che ha contribuito a una riduzione del rischio di povertà tra i lavoratori a bassa retribuzione. L'articolo L’Italia ancora penultima tra i Paesi Ocse per ripresa dei salari reali dopo il crollo causato dall’inflazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Schizza il prezzo del petrolio, si rischia il rialzo dell’inflazione: uno statista saprebbe cosa fare
Il prezzo di un barile di petrolio ha toccato la soglia dei 110 dollari, con un aumento del 50% rispetto a prima dell’inizio della guerra scatenata da Netanyahu e Trump il 28 febbraio 2026 (oggi a quota 100, ndr). Dal punto di vista energetico siamo tornati indietro di quattro anni alla primavera del 2022. Poi sappiamo come è andata, almeno sul piano economico. La guerra tra Russia e Ucraina ha alimentato una forte inflazione che ha superato per il carrello della spesa anche le due cifre. L’inflazione generale è stata spinta dall’aumento dei prezzi della benzina, del gasolio e dell’elettricità, che ha sconvolto le dinamiche energetiche dell’economia italiana e internazionale. Si ripeterà ora lo stesso scenario economico, essendo molto simile quello bellico? Per rispondere a questa domanda occorre tener presente che i prezzi in questione sono in buona parte dei prezzi politici, dipendendo per metà dalle forze di mercato e per l’altra metà dalle regole istituzionali. Tocca quindi alla politica dare una risposta, anche in tempi celeri. Che il prezzo della benzina e del gasolio siano dei prezzi politici è un fatto ben noto. Il prezzo che noi tutti paghiamo alla pompa è solo per metà dovuto al costo della materia prima e al costo della trasformazione industriale. L’altra metà è il carico fiscale distinto in due componenti: una tassa fissa, la cosiddetta accisa, e l’imposta sui consumi, l’Iva. Qundo il prezzo del petrolio sale aumenta anche la base imponibile, e quindi crescono le entrate dello Stato. Una prima cosa da fare sarebbe allora quella di bloccare, nel gergo finanziario sterilizzare, questi aumenti della componente fiscale. È quello che ha fatto il governo Draghi, e quello che aveva promesso la premier Meloni. In particolare, nel suo programma elettorale del 2022, troviamo il seguente impegno: “Sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise”. Questa sterilizzazione non è mai avvenuta per ragioni di cassa, caso tradizionale ma non isolato di manifesta ipocrisia elettorale, ma ora la situazione è ben diversa e si tratta di agire con urgenza per spegnere sul nascere la fiamma inflazionistica. Anche il prezzo dell’energia elettrica è un prezzo politico, anche se di natura diversa, per il modo in cui viene calcolato. Se prendo la mia bolletta del mese scorso posso vedere che il kilowattora è prodotto da fonti diverse che hanno costi differenti. Il 51% dell’energia che consumiamo in famiglia proviene da fonti rinnovabili, il 2% dal carbone, e il 42% dal gas. L’anolmalia sta nel fatto che non pago, come milioni di italiani, il kWt secondo il suo costo reale specifico, ma al costo più alto, in questo caso quello del gas. Il prezzo del kWt è unico per tutte le fonti e viene calcolato sulla fonte di produzione marginale, che è la più cara. Per fare un esempio piutttosto banale, è come se acquistando al banco degli affettati del supermercato della mortadella, del cotto e del crudo, pagassimo tutto al prezzo più elevato, cioè a quello del crudo in quanti insaccati. Questa situazione sarebbe abbastanza ridicola e palesemente irrazionale, eppure è quello che accade nel mercato dell’energia dove tutti noi, consumatori e imprese, siamo costretti a pagare per ragioni poco comprensibili l’energia al prezzo più salato. La conseguenza fondamentale di questo meccanismo anacronistico è che quando il prezzo del gas schizza verso l’alto, lo fa anche il costo della bolletta, anche se questo aumento incide minimamente sulle altre fonti energetiche, che lucrano in questo modo una succosa rendita. Se potessimo pagare la bolletta segmentando le varie fonti, come sarebbe naturale, il suo costo sarebbe molto più basso, con grande sollievo per le finanze familiari. L’attuale sistema di calcolo, chiamato del prezzo marginale, forse aveva una sua logica quando è stato introdotto, ma oggi produce solo un danno per famiglie e imprese. Sarebbe giunto il momento di cambiarlo. Una commissione di esperti nominata dal governo rigorosamente non partigiana potrebbe offrire una soluzione ragionevole in poche settimane. Un governo serio dovrebbe essere già all’opera per contenere gli effetti dell’inflazione che si annuncia. Il ministro Giorgetti ha affermato che si sta già adoperando per trovare le risorse. In realtà queste risorse sono già disponibili. Il governo con la recente finanziaria ha fatto un regalino a molti italiani, quelli con un reddito tra i 28mila e i 50mila euro, con una riduzione dell’aliquota dell’Irpef di due punti (vantaggio massimo di 440 euro). Il costo complessivo per l’erario è di circa tre miliardi. Nella situazione di emergenza attuale e per evitare conseguenze future, credo che si potrebbe rimandare di un anno questo sconto fiscale, e utilizzarlo oggi per tamponare la falla energetica che la guerra ha aperto. Comunque non c’è alternativa. O il costo della terza guerra del Golfo lo sosteniamo subito usando le risorse dell’Irpef disponibili, frenando quindi la possibile inflazione in attesa che la forza distruttrice della guerra scemi, oppure lo pagheremo abbondantemente con l’inflazione dispiegata tra qualche mese. Uno statista saprebbe cosa scegliere, vedremo cosa farà la premier Meloni, che ora si trova nella scomoda posizione di Draghi di qualche anno fa, non più all’opposizione ma al governo. L'articolo Schizza il prezzo del petrolio, si rischia il rialzo dell’inflazione: uno statista saprebbe cosa fare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In questa terza guerra del Golfo, le conseguenze per l’economia mondiale saranno molte
Questo decennio è nato decisamente sotto una cattiva stella. Nel giro di pochi anni si sono verificate ben quattro crisi economiche globali, una successione piuttosto imprevedibile che può sfidare qualsiasi cigno nero. La prima è stata la crisi sanitaria del Covid che ha ridotto il Pil mondiale in maniera drammatica: per l’Italia il calo è stato dell’8%. Dopo due anni è arrivata la guerra regionale, anche se poi si è estesa in maniera indiretta, tra Russia e Ucraina. L’effetto stavolta è stato quello di far esplodere l’inflazione, arrivata a superare il 10% annuo, con una perdita di reddito non più recuperata. Nell’aprile 2025 Trump ha sconvolto il commercio internazionale con le sue tariffe di ritorsione verso più di cento Paesi nel tentativo di tutelare gli interessi economici americani. Adesso è arrivata una seconda guerra regionale. Questa guerra, iniziata da Israele e dagli Usa contro l’Iran, è ancora meno comprensibile della precedente perché non c’è contiguità territoriale tra i Paesi coinvolti, quindi nessuna diatriba territoriale, e si tratta, par di capire, di una guerra preventiva. In altri tempi una guerra preventiva si sarebbe chiamata aggressione, in contrasto con il diritto internazionale – al di là del fatto che l’Iran sia governato da un regime autocratico e ferocemente repressivo. Anche gli obiettivi da raggiungere non sembrano chiari, almeno per gli Usa che, di fatto, non possono essere minacciati direttamente. Per Israele si tratta invece di eliminare definitivamente l’arsenale militare iraniano, e possibilmente un bel po’ dei suoi leader politici e militari, per garantire la sua sicurezza. Quali le conseguenze economiche di questa terza guerra del Golfo? La conseguenza fondamentale non può che essere una distruzione della ricchezza mondiale, come accade sempre nel caso delle guerre ad ampio raggio, vista anche l’importanza economica dell’area considerata. L’effetto finale sull’economia-mondo dipenderà dalla durata della guerra, al netto delle conseguenze imprevedibili. Comunque i mercati si sono già mossi nella loro direzione naturale. Per primi hanno reagito quelli delle materie prime e quelli azionari. Poiché i Paesi del Golfo sono uno scrigno di combustibili fossili, Gnl e petrolio, il loro prezzo si è subito impennato, in risposta all’interruzione del transito navale che passa per lo stretto di Hormuz, chiuso di fatto dall’Iran. Lo stesso è accaduto per il prezzo del gas che è salito in picchiata nei mercati europei. Questo rapido aumento del prezzo delle materie prime porterà a un’inflazione come quella disastrosa della guerra regionale precedente e ancora in corso? Probabilmente no, perché attualmente al mondo c’è una grande abbondanza di petrolio. Più critico è il caso del Gnl del Medio Oriente, da cui le economie europee dipendono pesantemente. L’effetto finale, comunque, non può che essere un aumento dell’inflazione, vedremo se a una o due cifre, ancora causata dall’aumento del prezzo dei combustibili fossili, da cui l’economia mondiale dipende anche se in misura sempre minore. Quest’inflazione può essere considerata una tassa che il mondo deve pagare per la cosiddetta sicurezza di Israele. Naturalmente c’erano molti altri modi per garantirla, ma il governo israeliano ha scelto la strada dell’azione bellica. Anche i mercati finanziari non sono rimasti a guardare e le borse mondiali hanno fatto segnare pesanti risultati negativi con perdite giornaliere attorno al 3%, migliaia di miliardi che sono andati in fumo soprattutto in Asia, la regione più colpita perché più dipendente dal petrolio del Medio Oriente. Ma qui le preoccupazioni sono minori perché la borsa è abituata a queste capriole, e le perdite di oggi potranno essere facilmente recuperate. L’entità del danno per i risparmiatori dipenderà dalla durata e dagli esiti della guerra in atto. Molto critica potrebbe essere, invece, la situazione per il gigantesco debito pubblico americano con il tasso di interesse sui titoli Usa che è leggermente cresciuto, e che potrebbe crescere ancora di più a seguito dell’inflazione attesa. Di sicuro in questa situazione la Fed non ridurrà il tasso di sconto. C’è un fatto che va rimarcato, e in un certo senso è nuovo. Questa guerra che vede gli Usa direttamente impegnati non è una guerra per le materie prime del Golfo. Gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni si sono completamente affrancati dal giogo dei combustibili fossili. Mentre fino agli anni Novanta le importazioni di petrolio costituivano quasi la metà del disavanzo commerciale americano, ora gli Usa sono diventati pienamente autosufficienti, anzi lo esportano. Come risultato collaterale, e forse voluto, possiamo dire che Trump ha fatto un ennesimo favore alla potente lobby americana dei combustibili fossili che ha abbondantemente finanziato la sua campagna elettorale. Delle disgrazie di questa prima parte del decennio, due portano la firma del Presidente degli Usa. Le sue scelte sono presentate con motivazioni oscure, carenti, a volte fasulle e decisamente poco convincenti su di un piano razionale. Non è un caso allora che la stampa abbia dato molto risalto ai sondaggi secondo i quali la fiducia degli americani nelle condizioni di salute mentale di Trump è fortemente diminuita. L’aumentata imprevedibilità di Trump che preoccupa gli elettori americani sta facendo pagare un prezzo molto alto all’economia-mondo, soprattutto ai paesi in via di sviluppo sui quali principalmente si scaricheranno le conseguenze della nuova, speriamo transitoria, inflazione bellica mondiale. L'articolo In questa terza guerra del Golfo, le conseguenze per l’economia mondiale saranno molte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A febbraio torna a crescere l’inflazione: +1,6%. E il “carrello della spesa” sale a +2,2%
Torna ad aumentare il tasso di crescita del cosiddetto carrello della spesa, che raggruppa i beni alimentari, per la cura della casa e della persona: a febbraio he registrato una crescita su base annua del 2,2% (da +1,9% di gennaio). A indicarlo è l’Istat nella stima provvisoria dei prezzi al consumo. L‘inflazione su base annua segna +1,6%, dal +1% del mese prima, e quella di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, evidenzia “una risalita (prezzi da +1,7% a +2,4%), così come quella al netto dei soli beni energetici (da +1,9% a +2,5%)”. “Una Caporetto per le famiglie! Il rialzo dell’inflazione, che decolla sia su base tendenziale che congiunturale, dove addirittura raddoppia dal +0,4% di gennaio al +0,8%, è di una gravità inaudita”, commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “E’ incredibile che l’inflazione non sia mai stata sotto controllo nonostante da mesi vi fossero tutte le condizioni per un drastico calo dei prezzi, soprattutto visto che ora è sopraggiunto il rischio fondato che quanto sta accadendo in Iran si traduca in una nuova esplosione dei prezzi come dopo l’invasione dell’Ucraina”. “Chiediamo subito al Governo Meloni”, è l’auspicio, “di fare come il Governo Draghi, che immediatamente ridusse di 25 cent le accise sui carburanti e intervenne su luce e gas, azzerando oneri di sistema e abbassando l’Iva sul gas. Si tratta, infatti, non solo di costi che rischiano di diventare proibitivi per le famiglie, ma anche di costi di produzione (luce e gas) e di distribuzione (carburanti) di tutte le imprese ed esercizi commerciali” e prosegue: “In media, per una famiglia la batosta, su base annua, è di 327 euro, 166 per mangiare e bere”, conclude Dona. L’Adoc, l’Associazione Nazionale per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori promossa dalla UIL, dal canto suo scrive in una nota: “A preoccupare è soprattutto la risalita dei prezzi del “carrello della spesa” che sale al 2,2% dall’1,9% e l’impennata dei costi nel settore dei trasporti (+3%) e degli alimentari non lavorati (+3,6%). Nella nota, pubblicata dall’Adoc, si legge: “Abbiamo espresso, in un’audizione sul dl bollette alla X Commissione della Camera, profonda insoddisfazione per il dl bollette, ritenendo le misure previste dal Governo parziali, socialmente inique e che non tutelano adeguatamente le famiglie a reddito medio-basso e i lavoratori poveri”, e aggiunge : “Chiediamo una riduzione stabile dell’IVA ai minimi UE, il trasferimento degli oneri di sistema dalla bolletta alla fiscalità generale per rispettare il principio di capacità contributiva e l’estensione del Bonus Energia a una platea più vasta, includendo le famiglie con ISEE fino a 20.000 euro per evitare ingiuste fratture sociali“. L'articolo A febbraio torna a crescere l’inflazione: +1,6%. E il “carrello della spesa” sale a +2,2% proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’economia secondo Trump: “Più ricchi che mai”. Ma la crescita cala, i licenziamenti volano e i “18 trilioni di investimenti” non esistono
Un Paese reduce da una “svolta epocale” da cui “non tornerà indietro”. Entrato nella preannunciata “età dell’oro“, “più grande, più forte e più ricco che mai”. Un Paese in cui “lavorano più persone che in qualsiasi altro momento della storia”, l’inflazione che “era ai livelli più alti della storia” è stata “fatta calare”, “i prezzi della benzina sono scesi, i tassi sui mutui sono i minimi da quattro anni” e la crescita è “da record”, così come le performance di Wall Street. Con un futuro di prosperità, in cui i dazi “sostituiranno sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito” e il resto del mondo si è impegnato a investire “per oltre 18 trilioni di dollari“. È l’America di Donald Trump nella mente di Donald Trump. Nel discorso sullo Stato dell’Unione più lungo della storia – questo record, perlomeno, è confermato – il presidente ha messo in fila i presunti successi economici della sua amministrazione, che secondo la Casa Bianca sta “invertendo il disastro economico di Biden”. I numeri raccontano però una realtà decisamente meno rosea. E gli americani se ne sono accorti: 6 su 10, stando all’ultimo sondaggio di Npr, Pbs News e Marist, pensano che rispetto a un anno prima il Paese stia peggio. CRESCITA DEBOLE NEL 2025 “Quando ho parlato l’ultima volta in quest’aula, 12 mesi fa, avevo appena ereditato una nazione in crisi, con un’economia stagnante e un’inflazione a livelli record”, ha sostenuto Trump, per poi rivendicare di aver innescato una “svolta” verso l’attuale “età dell’oro”. In realtà nel 2024 il pil Usa era cresciuto del 2,8%, dopo il +2,9% del 2023. Nel 2025, con il tycoon di nuovo in carica, ha rallentato a +2,2%. Peggio ancora, il ritmo di crescita è rapidamente sceso in corso d’anno, passando dal +4,4% annualizzato del terzo trimestre (grazie alla spinta degli investimenti in infrastrutture per l’AI) al +1,4% del quarto, metà del previsto e lontanissimo dal 5,4% propagandato da Trump al forum di Davos. BOOM DI LICENZIAMENTI Lo scorso anno i datori di lavoro pubblici e privati hanno licenziato oltre 1 milione di persone, di cui 300mila per effetto dei tagli del Dipartimento per l’efficienza governativa guidato fino a fine maggio da Elon Musk. È il dato peggiore dal 2020 segnato dalla pandemia. Non solo: la creazione di nuovi posti è crollata. Secondo i dati aggiornati del Bureau of Labor Statistics, nel 2025 le assunzioni sono state solo 180mila: mai così poche, anche in questo caso, dal 2020. A gennaio il tasso di disoccupazione era al 4,3%, contro il 4% di gennaio 2025. I DAZI? PAGATI DA IMPRESE E CONSUMATORI USA Trump ha definito “infelice” la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato i dazi imposti invocando l’International Emergency Economic Powers Act. E ha ribadito che la sua amministrazione andrà avanti con tariffe basate su altri riferimenti normativi. “Col passare del tempo”, ha aggiunto, “credo che le tariffe pagate dai paesi stranieri, come in passato, sostituiranno sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito”. Insomma: zero tasse per gli statunitensi, pagheranno gli altri. Ma sta andando esattamente all’opposto: una recentissima analisi della Fed di New York ha mostrato che l’anno scorso il 90% delle tariffe è ricaduto sui portafogli di aziende e consumatori Usa. La commissione economica congiunta del Congresso, ora guidata dai Democratici, stima che dall’insediamento di Trump le famiglie abbiano pagato oltre 1.700 dollari ciascuna in costi tariffari. I PREZZI CALANO POCO “Ho ereditato l’inflazione più alta della storia ma in pochi mesi l’abbiamo fatta calare. I prezzi della benzina sono scesi”, ha rivendicato il presidente al Congresso. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’inflazione ha rialzato la testa su entrambe le sponde dell’Atlantico: a giugno di quell’anno ha superato il 9%. Ma alla fine del mandato di Biden era scesa al 3%. Lo scorso dicembre il tasso anno su anno si è attestato al 2,7% e l’indice dei prezzi per la spesa per i consumi personali è salito al 2,9%, ai massimi dal 2024, complici l’aumento degli affitti e di molti beni alimentari, dalle bistecche a latticini, frutta e verdura. A gennaio si è registrato un lieve arretramento, al 2,4%. Rispetto all’anno prima sono esplosi i prezzi dell’energia, effetto nefasto del boom dei datacenter per l’intelligenza artificiale. Insomma: non si è vista la temuta esplosione dei prezzi causa dazi, probabilmente perché le aziende davanti all’estrema incertezza sulle mosse di Trump hanno atteso prima di trasferire gli aumenti di costo ai consumatori finali, ma il secondo mandato del tycoon non ha nemmeno coinciso con un calo sensibile. Anzi, la questione dell'”affordability” – la difficoltà crescente per milioni di americani di far quadrare il bilancio familiare – è sempre più al centro del dibattito pubblico in vista delle elezioni di Midterm e il presidente ne è consapevole, come dimostrano i recenti annunci di misure (spesso poco realistiche) mirate ad aiutare la classe media. IL TAGLIO DELLE TASSE A VANTAGGIO DEI PIÙ BENESTANTI “Lo scorso anno ho chiesto al Congresso di far passare i più grandi tagli di tasse nella storia americana, e la maggioranza Repubblicana ha eseguito magnificamente”, si è compiaciuto Trump. In effetti lo scorso luglio ha incassato il via libera al Big Beautiful Bill Act – questo il nome ufficiale della legge – che traduce in pratica molte sue promesse elettorali, tra cui la conferma e il potenziamento dei tagli fiscali decisi durante la prima presidenza, al prezzo di un esorbitante aumento dell’indebitamento federale. Ma, nonostante nuove misure come la detassazione degli straordinari e delle mance, stando ad analisi indipendenti il Bill danneggia le famiglie meno abbienti a vantaggio delle fasce più benestanti. Il Congressional Budget Office, agenzia federale indipendente, ha calcolato che comporta una perdita netta di 1.559 dollari all’anno per il 10% più povero delle famiglie, mentre il 10% più ricco otterrà un beneficio medio superiore ai 12mila dollari. DATI GONFIATI SUGLI IMPEGNI A INVESTIRE Infine, gli investimenti promessi dai partner globali. “Ho ottenuto impegni per oltre 18 trilioni di dollari di investimenti da tutto il mondo”, ha garantito Trump. Quella cifra, ripetuta più volte dal presidente nelle ultime settimane, è considerata dalla stampa Usa del tutto inattendibile. Al momento il sito della Casa Bianca, alla pagina “The Trump effect” dedicata agli “investimenti nel settore manifatturiero, tecnologico e infrastrutturale degli Stati Uniti”, si ferma a una cifra di 9,7 trilioni. Che comprende però anche progetti pianificati durante la presidenza Biden. Scott Lincicome del think tank indipendente Cato Institute ha scritto che 18 trilioni di spesa aggiuntiva rappresenterebbero “un evento sconvolgente, equivalente a un incremento a due cifre della crescita del Pil ogni anno”, ma “sfortunatamente per il presidente il numero è falso”. L'articolo L’economia secondo Trump: “Più ricchi che mai”. Ma la crescita cala, i licenziamenti volano e i “18 trilioni di investimenti” non esistono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Guerra dei Dazi
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Crescita Economica
L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021”
La crescita italiana resta troppo debole per tradursi in un vero recupero del potere d’acquisto. Nelle previsioni aggiornate di febbraio, l’Ufficio parlamentare di bilancio fotografa un’economia italiana destinata a muoversi su un sentiero di bassa crescita strutturale, con il pil destinato ad aumentare appena dello 0,7% nel 2026 e nel 2027. E alla fine del biennio, avverte l’organismo indipendente, le retribuzioni reali resteranno ancora inferiori di circa due punti percentuali rispetto ai livelli del 2021, nonostante il rientro dell’inflazione e il graduale aumento dei redditi nominali. Il quadro delineato dalla Nota sulla congiuntura è quello di una ripresa fragile, ben lontana dalle speranze della premier Giorgia Meloni. A sostenerla è quasi esclusivamente la domanda interna e, ancora una volta, l’ipotesi di un’attuazione integrale del Pnrr. Dopo una fase di sostanziale stagnazione nei trimestri centrali del 2025, l’economia ha mostrato un lieve rafforzamento nello scorcio finale dell’anno, che ha visto un incremento congiunturale del Pil dello 0,3%. Ma il contributo della domanda estera è negativo, gli investimenti rallentano rispetto al rimbalzo del 2025 e la crescita poggia solo sull’aumento delle ore lavorate, mentre “la produttività oraria e la popolazione in età lavorativa hanno frenato”. In corso d’anno la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si è poi progressivamente attenuata, scendendo dal 3,9% tendenziale del primo trimestre al 2,8% dell’ultimo, con una media annua del 3,1%. Il rallentamento riguarda soprattutto il settore privato, mentre nella Pubblica amministrazione la dinamica è stata sostenuta dai rinnovi contrattuali nei comparti dell’istruzione, della ricerca e della sanità. Oltre il 42% dei dipendenti del privato risulta ancora in attesa di rinnovo. Il problema è che il recupero nominale non basta. In termini reali, ricorda l’Upb, le retribuzioni orarie risultano ancora circa l’8,6% inferiori ai livelli medi del 2020, e la moderazione dell’inflazione registrata nel 2025 ha solo arrestato l’erosione senza innescare una vera inversione di tendenza. Anche guardando avanti, il recupero resta parziale: il miglioramento atteso del potere d’acquisto delle famiglie nel biennio 2026-27, stimato intorno all’1,5% medio annuo, non sarà sufficiente a riportare i salari reali ai valori pre-fiammata inflazionistica. Il mercato del lavoro, inoltre, si conferma attraversato da squilibri strutturali. “La struttura occupazionale, così come la popolazione, appare sempre più sbilanciata verso le età mature“, con una continua crescita dei lavoratori over 50 per effetto sia di requisiti di pensionamento più stringenti sia delle dinamiche demografiche e di invecchiamento della popolazione. In parallelo continua la riduzione degli occupati tra i 15-24enni, che dura da otto trimestri. Preoccupa anche l’andamento dell’inattività: “Rimane elevata tra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno” e “nei mesi estivi è aumentata al 33,3% (dal 33,1), soprattutto tra i più giovani, il cui tasso sfiora il 51% nella fascia 15-34 anni e raggiunge il 57,2 per le donne. L'articolo L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Redditi
Inflazione
A gennaio l’inflazione rallenta a +1% anno su anno. Per il carrello della spesa rincari del 2,1%
A gennaio 2026 l’inflazione rallenta leggermente ma resta sostenuta sui beni di prima necessità. Secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (Nic), al netto dei tabacchi, registra un aumento dell’1% su base annua, in calo rispetto all’1,2% di dicembre. Su base mensile l’indice cresce dello 0,4%. A trainare l’aumento dei prezzi sono soprattutto gli alimentari, sia non lavorati (+2,5%) sia lavorati (+2,2%), insieme ai servizi relativi all’abitazione (+4,4%), ai tabacchi (+3,3%) e ai servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3%). Il cosiddetto “carrello della spesa”, che comprende beni alimentari, per la cura della casa e della persona, segna un rincaro del 2,1% su base annua, mentre l’inflazione di fondo, al netto di energetici e alimentari freschi, si attesta all’1,8%. Nel confronto tra beni e servizi emerge un forte divario: i prezzi dei beni risultano in lieve calo su base tendenziale (-0,2%), mentre quelli dei servizi crescono del 2,5%, con un differenziale di 2,7 punti percentuali. La dinamica congiunturale (+0,4%) è spiegata in particolare dagli aumenti degli energetici regolamentati (+8,7%), dei servizi legati all’abitazione (+1,9%) e dei prodotti alimentari, mentre l’unica flessione mensile significativa riguarda i servizi di trasporto (-3,7%). L’inflazione acquisita per il 2026 sale allo 0,4% per l’indice generale (era nulla a dicembre) e allo 0,5% per la componente di fondo. In base alle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra una variazione dell’1,0% su base annua e una flessione dell’1% su base mensile. Nello stesso meso l’inflazione annua nell’area euro in gennaio è calata all’1,7%, dal 2% di dicembre, secondo la stima preliminare di Eurostat. In flessione anche l’inflazione core, al netto delle componenti più volatili (cibo, energia, alcolici e tabacchi), al 2,2% dal 2,3% di dicembre. Tra le principali componenti dell’inflazione dell’Eurozona, i servizi registrano il tasso annuo più elevato a gennaio (3,2%, rispetto al 3,4% di dicembre), seguiti da alimentari, alcol e tabacco (2,7%, rispetto al 2,5% di dicembre), beni industriali non energetici (0,4%, rispetto allo 0,3% di dicembre) ed energia (-4,1%, rispetto al -1,9% di dicembre). L'articolo A gennaio l’inflazione rallenta a +1% anno su anno. Per il carrello della spesa rincari del 2,1% proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Inflazione
Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le donne guadagnano il 30% in meno
Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Per i dipendenti privati, dice il rapporto, la retribuzione annuale media è passata da 21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita del 14,7% sull’intero periodo, mentre la retribuzione annuale media dei dipendenti pubblici è passata da 31.646 euro nel 2014 a 35.350 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita dell’11,7% sull’intero periodo, con un tasso inferiore a quello dell’inflazione. Tenendo conto dell’inflazione all’8,1% nel 2022 e al 5,4% nel 2023, infatti, si riscontra un quadro di stagnazione generale. Se invece si guarda solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive che tengono conto degli straordinari e non solo, tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti. Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Ad esempio, nel 2024 la retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro), quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”. Negli ultimi due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica. Diverse le conclusioni se si analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere, al livello mediano delle retribuzioni, un recupero quasi completo. “Alcune misure di carattere fiscale o contributivo hanno attutito questo effetto”, ma ”in questi anni non vi è stato un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”, avverte Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps (Civ). “I salari non coprono l’aumento dell’inflazione. Le bugie del Governo Meloni sono ancora una volta smascherate, questa volta dai dati INPS che ci riportano un’immagine dell’Italia ben diversa da quella raccontata dalla Maggioranza”, ha dichiarato Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, dopo aver partecipato al Convegno organizzato dal Civ a Roma. “Servono salario minimo, politiche economiche serie, crescita e prospettive per i giovani, che attualmente sono del tutto assenti”. Dura anche la senatrice Annamaria Furlan, di Italia viva. “Il Governo parla di occupazione, ma non basta aumentare i numeri: senza buona occupazione, senza qualità del lavoro e salari adeguati, il lavoro non garantisce più una vita dignitosa”, aggiunge. “Così si impoverisce il ceto medio e si indebolisce la coesione sociale. Servono politiche che rimettano al centro il valore del lavoro, la contrattazione e la crescita dei salari reali. Senza questo – conclude – non c’è sviluppo né futuro per il Paese”. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: “Esiste una questione salariale grande come una casa”, in più c’è “l’aumento della precarietà”, oltre alla disparità tra uomini e donne e tra aree geografiche del paese. Tutte distorsioni”. Per Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil, “molto dipende anche dalla lentezza con cui vengono rinnovati i contratti”. Landini lancia una proposta: “C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell’inflazione”. “Bisogna stimolare il rinnovo dei contratti e trovare un sistema che si agganci in maniera automatica al rinnovo. C’è una discussione che noi stiamo facendo con le nostre controparti, con Confindustria e lo faremo nei prossimi giorni con con Confcommercio: se i contratti non si rinnovano, i contributi dello Stato che vengono dati alle aziende bisogna darli comunque? Bisogna iniziare a discutere di questo e di quella che è ormai una epidemia di contratti pirata”, è la risposta di Bombardieri. Disponibilità al confronto è arrivata da Confartigianato: “Siamo disponibili ad aprire con il sindacato una fase nuova di rinnovi contrattuali”, ha detto Riccardo Giovani, direttore Politiche sindacali e del lavoro. L'articolo Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le donne guadagnano il 30% in meno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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