La storia delle calciatrici iraniane che avevano chiesto asilo in Australia dopo
essere scappate dall’hotel in cui alloggiava la Nazionale si sta chiudendo nel
modo più inquietante. Una dopo l’altra, quasi tutte hanno ritirato la richiesta
di protezione internazionale e sono state portate fuori dal Paese, in Malesia.
Mentre le attiviste denunciano minacce e pressioni da parte del regime di
Teheran per convincerle a fare marcia indietro. L’ultima a cedere è stata la
capitana della nazionale femminile di calcio dell’Iran, Zahra Ghanbari, partita
domenica sera dall’Australia. A confermarlo è stato Tony Burke, ministro degli
Interni australiano.
Erano state 7 componenti della Nazionali – sei calciatrici e un membro dello
staff – a chiedere asilo a Canberra nel timore di ritorsioni da parte del regime
di Teheran, dopo che la squadra si era rifiutata di cantare l’inno nazionale
prima della partita contro la Corea del Sud della Coppa d’Asia, che si stava
disputando appunto in Australia. Il dietrofront è arrivato nel giro di pochi
giorni. La prima a cambiare idea è stata Mohadeseh Zolfi, che mercoledì ha
ritirato la domanda d’asilo. Due giorni dopo l’hanno seguita Mona Hamoudi, Zahra
Sarbali e Zahra Mashkekar, due giocatrici e un membro dello staff. Infine la
capitana Ghanbari: dopo aver lasciato l’Australia, Ghanbari ha raggiunto le
altre quattro componenti della delegazione a Kuala Lumpur, in Malesia, dove si
trovano attualmente in attesa di rientrare in Iran. Delle altre due calciatrici
– Fatemeh Pasandideh e Atefeh Ramezanizadeh – non si hanno altre notizie.
A denunciare ciò che potrebbe aver spinto le giocatrici a tornare sui propri
passi è stata Shiva Amini, ex giocatrice della nazionale iraniana di futsal e
attivista per i diritti umani. In un messaggio pubblicato su Instagram, Amini ha
parlato apertamente di pressioni esercitate dal Corpo delle Guardie
Rivoluzionarie iraniane sui familiari delle atlete rimasti in patria. “Hanno
persino preso di mira la famiglia di Zahra Ghanbari. Nonostante la recente
perdita del padre, le autorità stanno facendo pressione sulla madre. Questo
dimostra il livello di crudeltà e disperazione a cui sono disposti ad arrivare
per costringere questi atleti a obbedire“, ha scritto su Instagram Shiva Amini.
Secondo il suo racconto, inoltre, un dirigente della squadra si è presentato
come persona fidata riuscendo a convincere alcune giocatrici a rientrare.
“Diverse giocatrici hanno deciso di tornare perché le minacce contro le loro
famiglie erano diventate insopportabili e le intimidazioni incessanti“, ha
spiegato l’attivista iraniana. “La situazione è diventata estremamente grave,
perché le minacce e le intimidazioni contro le loro famiglie continuano ad
aumentare”, si legge nel post social pubblicato. Versione riportata anche da
Leigh Swansborough, un’altra attivista che nei giorni scorsi ha diffuso il video
della fuga delle calciatrici dall’albergo. Swansborough ha denunciato la
presenza di un’infiltrata delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che ha avuto il
compito di persuadere le calciatrici iraniane a ritirare le richieste di asilo e
lasciare l’Australia, riportando loro le minacce del regime. Il quotidiano The
Guardian riporta la denuncia di un membro della diaspora iraniana in Australia,
il quale ha riferito che componenti dello staff della squadra hanno fatto
leggere messaggi del governo iraniano alle giocatrici in Australia, minacciando
indirettamente le loro famiglie e utilizzando anche messaggi vocali dei
familiari per convincerli a tornare.
Intanto l’agenzia statale iraniana Tasnim ha celebrato il ritorno delle
giocatrici, definendo la loro decisione una scelta patriottica e un gesto di
lealtà verso la patria e la bandiera. Secondo l’agenzia Tasnim, il ritorno delle
calciatrici avrebbe rappresentato una “vittoria politica sugli Stati Uniti e un
esempio di patriottismo e resilienza delle donne iraniane”.
Per quanto riguarda il resto della squadra, martedì tutte hanno lasciato un
hotel di Gold Coast in Australia sotto scorta della polizia. Si teme per la loro
sicurezza al rientro in Iran, dove i media statali li avevano etichettati come
“traditrici in tempo di guerra” per essersi rifiutate di cantare l’inno
nazionale nella partita d’esordio. Di loro, però, da qualche giorno non si hanno
più informazioni.
L'articolo Il caso delle calciatrici iraniane, portate via dall’Australia dopo
il ritiro della richiesta d’asilo: “Minacciate le loro famiglie” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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L’Australia ha concesso asilo a cinque calciatrici della nazionale femminile
dell’Iran che si trovavano nel Paese per partecipare alla Coppa d’Asia. Lo
avevano chiesto nel timore di ritorsioni da parte del regime di Teheran, dopo
che si erano rifiutate di cantare l’inno nazionale prima della partita contro la
Corea del Sud. Dopo vari appelli internazionali e l’intervento perfino di Donald
Trump, a stretto giro è arrivato il sì di Canberra: “Sono le benvenute in
Australia, sono al sicuro e dovrebbero sentirsi a casa”, ha detto il ministro
dell’Interno Tony Burke. Il resto della squadra resta ancora in un hotel a Gold
Coast: non è chiaro se e quando torneranno in Iran. “Dico alle altre componenti
della squadra che hanno la stessa opportunità”, ha sottolineato ancora Burke.
Le cinque calciatrici che hanno ottenuto asilo sono la capitana della squadra e
le capocannoniere Zahra Ghanbari e Zahra Sarbali, Fatemeh Pasandideh, Atefeh
Ramezanizadeh e Mona Hamoudi. Erano riuscite a fuggire dall’hotel dove
alloggiava la squadra e a chiedere aiuto al governo australiano. Le cinque
atlete sono state riprese in un video, poi diventato virale sui social, mentre
viaggiavano in autobus. I tifosi iraniani locali erano accorsi ad acclamarle ma
si sono accorti che alcune di loro stavano facendo il segnale ‘Sos‘ in richiesta
di aiuto. A quel punto gli iraniani hanno cercato di intercettare l’autobus e si
sono radunati davanti all’hotel. Nella notte c’è stata la fuga, diventata subito
una questione politica. Era sceso in campo anche il presidente americano Donald
Trump che aveva parlato col premier australiano Anthony Albanese, sollecitandolo
a concedere loro l’asilo, (“altrimenti lo faranno gli Stati Uniti“) e poi
lodando il premier per “l’ottimo lavoro” fatto “nel gestire questa situazione
piuttosto delicata“.
Le calciatrici della Nazionale iraniana hanno richiamato l’attenzione del mondo
col loro silenzio durante l’inno iraniano prima della partita della Coppa d’Asia
contro la Corea del Sud. L’allenatrice dell’Iran, Marziyeh Jafari, e le sue
giocatrici avevano poi rifiutato di fare commenti sulla guerra e sulla morte
dell’ayatollah Ali Khamenei. Un gesto in solidarietà al movimento di gennaio in
Iran e a coloro che sono stati uccisi nelle proteste, tra cui Sahba Rashtian,
un’assistente arbitro di soli 23 anni. La squadra aveva ricevuto pressioni e
minacce, come quella di un commentatore televisivo conservatore iraniano che
aveva criticato le calciatrici definendole “disonorate” e rimproverandole di
“aver tradito il Paese in tempo di guerra”. Un’accusa che può portare alla pena
di morte.
“Le giocatrici della nazionale femminile di calcio iraniana stanno subendo forti
pressioni e continue minacce da parte della Repubblica Islamica a seguito del
loro coraggioso rifiuto di recitare l’inno del regime, e potrebbero subire
conseguenze molto gravi se tornassero in Iran”, ha scritto su X Reza Pahlavi,
figlio del deposto scià dell’Iran e leader del movimento nazionale. “Esorto il
governo australiano a garantire la loro sicurezza e a fornire loro tutto il
supporto necessario“. Già nei giorni scorsi, vari personaggi del mondo del
calcio e della società civile, tra cui l’ex capitano della nazionale australiana
Craig Foster, avevano chiesto alla Fifa e alle autorità di Canberra di
intervenire per proteggere le giocatrici iraniane.
L'articolo La fuga dall’hotel e la richiesta di aiuto: l’Australia concede asilo
a 5 calciatrici dell’Iran. La paura di ritorsioni del regime proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Jovanotti nei giorni scorsi aveva espresso la sua preoccupazione per i venti di
guerra, ma anche perché i suoi musicisti a causa del blocco degli aeroporti in
Medio Oriente erano rimasti con la valigia in mano e gli strumenti sottobraccio:
“Sono in giro per aeroporti”, aveva dichiarato. Poi le cose si sono sbloccate e
l’artista è riuscito a portare a compimento i suoi concerti a Brisbane e
l’esibizione al WOMAD Festival di Adelaide. “Il WOMAD Festival è nato per fare
quello che la musica fa da sempre: superare i confini, come fa il vento, la
luce, l’oceano e l’amore. – racconta Jovanotti – Con i miei magici Saturnino,
B-Dog e Adriano Viterbini abbiamo fatto un set selvaggio, basato soprattutto
sulle nostre robe più ritmiche e tirate, improvvisando molto. È proprio il caso
di dire che si saltava come canguri”.
L'articolo Jovanotti è più forte della guerra e riesce a fare i concerti in
Australia: le immagini di L’Arca di Lorè – VIDEO proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È il weekend del ritorno della Formula 1. Comincia da Melbourne infatti il
Mondiale 2026, con il GP d’Australia. C’è tanta curiosità perché con lo
stravolgimento di regole e i nuovi sviluppi, tutti partono da zero e tutti
proveranno a trovare l’assetto giusto con il passare delle gare. È l’occasione
per la Ferrari di Hamilton e Leclerc per provare a essere competitiva dopo anni
di anonimato. Domenica si scoprirà così se anche con le nuove regole la McLaren
sarà ancora la monoposto da battere o se, al contrario, verranno stravolte le
gerarchie, con magari qualche sorpresa. La Ferrari spera. I test invernali hanno
dato segnali positivi: le vetture di Maranello sembrano di un altro stampo
rispetto alle fallimentari SF-25 dello scorso anno. Le novità tecniche sulle
SF-26 appena nate hanno portato il Cavallino finalmente a rischiare, spingendosi
fino alle aree più ‘grigie’ del regolamento.
Un nuovo inizio in un circuito – quello di Melbourne – riconosciuto come un
tracciato veloce e poco impegnativo per i freni. Partire bene qui è molto
importante: dal 2004 a oggi solo Kimi Raikkonen nel 2013 ha vinto su questa
pista senza scattare dalle prime due file. Difficile fare un pronostico per più
motivi: in primis perché con le nuove regole è tutto un punto interrogativo. E
poi perché nelle ultime sei edizioni ci sono stati sei vincitori diversi. Di
seguito tutto quello che c’è da sapere.
F1, GP AUSTRALIA: DOVE VEDERE IN DIRETTA TV E STREAMING
Dove vedere tutti gli appuntamenti del Gp di Melbourne in Australia? Dalle
libere alla gara, tutto sarà visibile in diretta per gli abbonati su Sky, sui
canali Sky Sport Uno (201), Sky Sport F1 (207), Sky Sport 4K (213) e in
streaming su Sky Go e Now. Il Gran Premio d’Australia sarà disponibile anche in
chiaro su Tv8 (e in streaming su Tv8.it), che trasmetterà in differita solo le
qualifiche e la gara.
* Venerdì 6 marzo
Prove libere 1 ore 02:30-03:30: diretta TV su Sky Sport F1 e Now
Prove libere 2 ore 06:00-07:00: diretta TV su Sky Sport F1 e Now
* Sabato 7 marzo 2026
Prove libere 3 ore 02:30-03:30: diretta TV su Sky Sport F1 e Now
Qualifiche ore 06:00-07:00: diretta TV su Sky Sport F1 e Now
* Domenica 8 marzo 2026
Gara ore 05:00: diretta TV su Sky Sport F1 e Now
F1, GP AUSTRALIA: DOVE VEDERE LA REPLICA IN DIFFERITA
Sia le qualifiche che la gara sul circuito di Melbourne in Australia si possono
vedere anche gratis in chiaro su TV8 (canale 8 del digitale terrestre) e in
streaming sul sito tv8.it, ma in differita. La replica delle qualifiche al
sabato comincia alle 14:00. Domenica la gara in replica su TV8 scatta alle ore
14:00.
* Sabato 7 marzo
14:00 F1 Qualifiche su TV8 (canale 8 del digitale terrestre) e in streaming
sul sito tv8.it
* Domenica 8 marzo
14:00 Gara F1 su TV8 (canale 8 del digitale terrestre) e in streaming sul
sito tv8.it
L'articolo Formula 1, si comincia a Melbourne: la Ferrari spera nella svolta |
Gli orari del weekend: dove vedere il Gp in diretta e in replica proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La guerra in Medio Oriente ha rischiato di trasformare una corsa contro il tempo
in una tragedia familiare. Un uomo di Piacenza, colpito da leucemia acuta,
attendeva un trapianto di midollo osseo fondamentale per la sua sopravvivenza.
L’unica donatrice compatibile era la figlia, residente in Australia, rimasta
però bloccata a Dubai – come tantissimi altri turisti e passeggeri – insieme al
marito durante uno scalo tecnico.
A dare per primo la notizia era stato il quotidiano Libertà: la donna, partita
dall’Australia con il marito e diretta in Italia per sottoporsi alla donazione,
si era fermata a Dubai per un normale scalo. Nel frattempo, però, la situazione
nell’area è precipitata a causa dell’escalation militare in Medio Oriente, con
il blocco dell’aeroporto e la cancellazione della maggior parte dei voli. Una
paralisi che aveva impedito alla coppia di ripartire, facendo temere il rinvio
dell’intervento salvavita.
Per giorni la famiglia ha vissuto ore di angoscia, mentre si cercavano soluzioni
alternative per consentire alla donna di raggiungere al più presto l’Italia e
sottoporsi alle procedure mediche necessarie al trapianto. La svolta è arrivata
questa mattina. Nelle prime ore del giorno la piacentina è riuscita a imbarcarsi
su un volo di linea diretto a Milano. L’aereo è atterrato regolarmente e la
coppia ha potuto finalmente proseguire verso Piacenza, dove l’uomo è ricoverato
in attesa del trapianto.
Il ritardo forzato aveva acceso i riflettori sulle conseguenze indirette del
conflitto, capace di incidere anche su situazioni sanitarie urgenti e delicate a
migliaia di chilometri di distanza dal fronte. In questo caso, però, la catena
di solidarietà e la determinazione della famiglia hanno consentito di superare
l’ostacolo. Ora l’attenzione si sposta sull’intervento: la donazione del midollo
potrà finalmente essere effettuata, offrendo al padre una concreta possibilità
di cura contro la leucemia acuta. Una vicenda che per alcuni giorni ha tenuto
con il fiato sospeso un’intera comunità e che si è conclusa con il rientro tanto
atteso.
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L'articolo Bloccata a Dubai per la guerra, riesce a rientrare in Italia per
donare il midollo al padre malato proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è qualcosa di ipnotico nel curling, osservando una pietra che scivola sul
ghiaccio verso il centro del bersaglio. Eppure, a molti italiani, questa
disciplina fa venire in mente un pomeriggio al bocciodromo più che un’arena
olimpica. E non è una semplice impressione: il curling nasce nella Scozia
medievale come una gara di pietre fatte scivolare sul ghiaccio. Il primo
riferimento scritto risale addirittura al 1541, nei registri dell’abbazia di
Paisley, nel Renfrewshire. Insomma, le “bocce su ghiaccio” esistevano già cinque
secoli fa. Il paragone, allora, è inevitabile. Entrambi sono giochi di
precisione e strategia. Si studia l’angolo, si misura la forza, si ragiona di
tattica come in una partita a scacchi. Ma mentre il curling è disciplina dei
Giochi Invernali dal 1998, le bocce restano (per ora) fuori dal programma dei
Giochi estivi. E dire che i numeri non mancano.
Secondo la Confédération Mondiale des Sports de Boules, i praticanti nel mondo
sarebbero oltre 60 milioni. Italia, Francia, Spagna e buona parte dell’America
Latina contano leghe affollate e tornei seguitissimi. In Italia, la Federazione
Italiana Bocce (FIB) nel 2024 registrava tra gli 80 e 90mila tesserati. E se
allarghiamo lo sguardo all’Australia, dove le bocce si giocano dal 1845, si
superano i 1.800 club e quasi 2 milioni di praticanti. Allora perché non
renderle una disciplina olimpica? La risposta è un intreccio di organizzazione,
politica sportiva e televisione.
Il curling ha avuto una strada burocratica lineare: una sola federazione
internazionale, la World Curling Federation e un fronte compatto davanti al
Comitato Olimpico Internazionale. Le bocce, invece, sono un piccolo universo
parallelo: Raffa, Volo, Pétanque, Lawn Bowls. Sfere diverse, superfici diverse –
terra battuta, sabbia, erba – regolamenti diversi. Un mosaico affascinante, ma
difficile da presentare come disciplina unica secondo i rigidi criteri olimpici.
C’è poi il calendario. Il curling è perfetto per i Giochi Invernali, dove la
concorrenza è meno affollata rispetto al gigantesco circo estivo dominato da
sport come atletica e nuoto. Riempie una nicchia strategica, bilanciando
l’adrenalina di sci e hockey con la tattica pura. Le bocce, invece, dovrebbero
sgomitare tra colossi mediatici.
Infine, c’è la televisione. Curiosamente, il curling è diventato uno sport
telegenico: microfoni aperti sugli atleti, urla, strategie sussurrate, lo
sfregamento delle scope che ammalia il pubblico. Le bocce soffrono ancora del
cliché di “gioco da pensionati”, nonostante richiedano tecnica, concentrazione
e, nelle versioni più agonistiche, una notevole preparazione atletica. Eppure il
treno olimpico è passato vicino. Per Parigi 2024 la Pétanque era tra le
candidate finaliste, forte della sua popolarità in Francia. Alla fine il CIO ha
scelto la breakdance, puntando su un pubblico più giovane.
Ma le bocce restano una colonna dei Giochi Paralimpici, disciplina tra le più
strategiche e inclusive. “Continueremo a lavorare a livello internazionale”,
disse nel 2023 Marco Giunio De Sanctis, ex presidente della FIB oggi presidente
del Comitato Italiano Paralimpico. L’Italia ci crede. E guarda a Brisbane 2032
con un moderato ottimismo. Per Los Angeles 2028 gli spazi sembrano già occupati:
lacrosse, flag football, squash, il ritorno di baseball e softball, nonché
l’esordio del cricket, fortissimo sui mercati televisivi. Ma proprio Brisbane
potrebbe essere l’occasione giusta. World Bowls e la federazione australiana
hanno lanciato la campagna “Bowls for Brisbane 2032”, sostenuta da 60 Paesi.
L’obiettivo? Dimostrare che le bocce uniscono tradizione, inclusione e impatto
sociale. Certo, la concorrenza è agguerrita. Anche il padel sogna i cinque
cerchi. Ma la sensazione è che, tutto sommato, il mondo delle bocce abbia buone
carte da giocare. Perché se è vero che il curling è spettacolare, moderno e ben
confezionato, è altrettanto vero che le bocce parlano una lingua universale:
quella del gesto semplice che diventa arte. Dal ghiaccio scozzese del
Cinquecento ai campi assolati dell’Outback australiano, la sfida è sempre la
stessa: avvicinarsi il più possibile al bersaglio. E forse, prima o poi, quel
bersaglio avrà cinque cerchi colorati attorno.
L'articolo Dopo il successo del curling, anche le bocce meritano una chance alle
Olimpiadi: c’è una piccola speranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Immaginate di guidare per chilometri nella natura selvaggia della Tasmania, in
Australia, con l’asciugamano in spalla e il sogno di immergervi in una sorgente
termale fumante, descritta come un “rifugio tranquillo” e una “fuga pacifica”
tra le foreste del nord-est. Arrivate a destinazione, a Weldborough, e trovate
solo un fiume gelido, una foresta silenziosa e un pub. È il miraggio digitale
del ventunesimo secolo, l’ultima frontiera delle “allucinazioni”
dell’Intelligenza Artificiale che, questa volta, ha spedito decine di
viaggiatori a caccia di un luogo inesistente.
Come riporta la CNN, tutto nasce da un articolo apparso sul sito dell’agenzia
Tasmania Tours. Il testo, scritto con la prosa suadente tipica delle brochure
turistiche, magnificava le “Weldborough Hot Springs” come una delle sette
meraviglie termali dell’isola, un luogo amato dagli escursionisti per
rigenerarsi. Peccato che a Weldborough, un minuscolo avamposto rurale abitato da
appena 33 persone con un’età media di 57 anni, l’acqua calda esca solo dai
rubinetti di casa. L’unico corso d’acqua naturale è il fiume Weld, noto per
essere talmente freddo che i cercatori di zaffiri e stagno ci si immergono solo
con la muta stagna.
TUTTA COLPA DELL’AI
Il colpevole non è un autore distratto, ma un algoritmo troppo creativo. Scott
Hennessey, proprietario della Australian Tours and Cruises che gestisce il
portale incriminato, ha ammesso candidamente l’errore alla CNN: “La nostra AI ha
sbagliato completamente“. L’imprenditore ha spiegato di aver esternalizzato la
creazione di contenuti a una società che utilizza l’intelligenza artificiale per
mantenere il sito aggiornato e competere con i giganti del settore. Di solito
Hennessey controlla ogni post, ma l’articolo sulle terme fantasma è sfuggito
alla revisione mentre lui si trovava all’estero. “Non siamo una truffa”, ha
tenuto a precisare Hennessey, sottolineando il danno reputazionale “distruttivo”
subito dall’azienda, travolta dall’odio online. “Siamo una coppia sposata che
cerca di fare la cosa giusta, impieghiamo personale vero”.
“SE LE TROVATE, OFFRO IO”
A farne le spese, in modo tragicomico, è stata Kristy Probert, proprietaria del
Weldborough Hotel, probabilmente l’unico punto di ritrovo del villaggio. A
inizio settembre, il telefono ha iniziato a squillare. Prima qualche domanda
timida, poi una valanga. Nel momento di massima viralità dell’articolo, la
signora Probert riceveva fino a cinque chiamate al giorno e vedeva presentarsi
alla sua porta due o tre gruppi di turisti spaesati. “Siamo in una posizione
molto remota, quindi era tutto molto strano”, ha raccontato Probert. La sua
risposta è diventata presto un mantra rassegnato ma ironico: “Se riuscite a
trovare queste sorgenti termali, le birre le pago io“. Ai malcapitati non
restava che l’amara verità: niente bagni caldi, a meno di non voler guidare fino
alla sauna della città vicina per poi tuffarsi nel fiume ghiacciato.
IL PERICOLO DELLE “ALLUCINAZIONI” DELL’AI
La vicenda di Weldborough fa sorridere, ma solleva un problema serio. Anne
Hardy, docente alla Southern Cross University, ha spiegato alla CNN che ormai il
37% dei turisti si affida all’AI per pianificare i viaggi, fidandosi degli
algoritmi più che delle recensioni umane. Tuttavia, la ricerca empirica
suggerisce un dato allarmante: “Il 90% degli itinerari generati dall’AI contiene
errori”. Se nel caso della Tasmania l’errore si è risolto con una delusione e
qualche birra al pub, Hardy avverte che le “allucinazioni” dell’AI possono avere
implicazioni pericolose, specialmente quando suggeriscono percorsi di trekking
in aree remote senza copertura telefonica, sbagliando la durata o il livello di
difficoltà. Hennessey ha rimosso tutti i contenuti generati dall’AI e si è
scusato. Kristy Probert, dal canto suo, ha mostrato solidarietà verso i colleghi
dell’agenzia: “È difficile mantenere tutto aggiornato per le piccole imprese.
Sembrano brave persone, tutti commettiamo errori. Questo è stato piuttosto
divertente”. E rassicura i futuri visitatori: a Weldborough c’è molto da fare.
Basta non portare il costume da bagno.
L'articolo “Se le trovate, offro io la birra”: l’AI inventa le terme in Tasmania
e i turisti arrivano a frotte, il caso del “paradiso” che non esiste ma
diventato virale in Rete proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un’operazione antidroga si è trasformata in un safari. Siamo in Australia dove,
lo scorso 5 febbraio, gli agenti di polizia della regione del Nuovo Galles del
Sud hanno fatto irruzione a casa di un 39enne, residente nella zona di
Collombatti, a circa 400 chilometri a nord di Sydney. I poliziotti si sono
recati nell’abitazione dell’uomo alla ricerca di una coltivazione abusiva di
cannabis.
Una volta entrati, sono rimasti sorpresi. Davanti a loro, infatti, c’erano un
coccodrillo lungo 1.2 metri, 38 serpenti tra cui un cobra, 19 lucertole, 3
ricci, 28 cani e 9 gatti. Allo zoo domestico si aggiunge un fucile e la
piantagione di cannabis abusiva. Il detective Brad Abdy, che ha guidato la
perlustrazione, ha dichiarato all’emittente televisiva Abc: “Non capita tutti i
giorni di entrare in un locale e di trovare un coccodrillo d’acqua salata in
camera da letto”. E ancora: “Lì era installato un impianto idroponico per la
cannabis, con 28 cani intorno. La situazione era caotica“.
La polizia ha pubblicato una nota dichiarando di aver fermato l’auto dell’uomo –
una Toyota Hilux bianca – nella giornata di mercoledì 4 febbraio. Da lì, gli
agenti sono risaliti al suo domicilio per poi perquisire la casa il giorno
successivo. I poliziotti hanno comunicato di aver sequestrato, oltre a diverse
armi da fuoco, 52 piante idroponiche e quasi 11 chili di foglie di cannabis, per
un valore di circa 51 mila euro. Gli animali sono stati prelavati dalla polizia
e affidati a una struttura locale. Il 39enne è stato denunciato. Oltre
all’accusa di possesso di armi, droga e commercio illegale di animali, all’uomo
sono stati contestati altri otto capi d’accusa tra cui traffico di animali
protetti e coltivazione di cannabis in quantità superiori ai limiti di legge.
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L'articolo Fanno irruzione per cercare una coltivazione di cannabis, trovano un
coccodrillo, 38 serpenti, 19 lucertole, 3 ricci e altri animali proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un ragazzino di 13 anni ha salvato sua mamma e i suoi fratelli nuotando per
quattro chilometri. La vicenda risale allo scorso venerdì 30 gennaio e si è
verificata a largo di Quindalup, nell’Australia occidentale. Il ragazzino era
impegnato con le tavole da surf e il kayak insieme alla mamma 47enne e i due
fratelli più piccoli, quando le forti raffiche di vento li ha spinti lontano
dalla riva. L
a donna, il figlio di 12 anni e la bimba di 8 sono stati trascinati al largo,
mentre il 13enne si è avvicinato alla riva a bordo del suo kayak per chiedere
aiuto. La canoa ha imbarcato acqua e il ragazzino è stato costretto a tuffarsi
in mare e nuotare per quattro chilometri. Il giovane ha raggiunto finalmente la
riva nel tardo pomeriggio e ha lanciato l’allarme. È scattata subito una ricerca
multi-agenzia con la partecipazione di Wa Water Police, i volontari del soccorso
marino e un elicottero d’emergenza.
Dopo circa due ore dall’inizio delle perlustrazioni, la madre e i due fratelli
sono stati individuati a circa 14 chilometri dalla costa, aggrappati a una
tavola da sup. La Water Police ha lanciato i giubbotti di salvataggio, grazie ai
quali i naufraghi sono stati recuperati. I paramedici della St John Wa hanno
valutato le loro condizioni, prima di trasportarli al vicino Busselton Health
Campus. Nessuno dei tre ha riportato gravi ferite.
Il Naturaliste Volunteer Marine Rescue Group, che si è occupato del recupero dei
tre dispersi in mare, ha commentato così la forza del 13enne che ha lanciato
l’allarme: “La bravura, la forza e il coraggio dimostrati da questa famiglia
sono stati straordinari, soprattutto dal giovane che ha nuotato 4 chilometri per
dare l’allarme”.
L’ispettore di polizia James Bradley ha lodato il ragazzino: “La sua
determinazione ha salvato la vita della madre e dei fratelli. Non si può lodare
abbastanza il suo gesto“.
L'articolo Un 13enne nuota per quattro chilometri in mare aperto e riesce a
salvare la mamma e i fratellini. La storia che ha commosso i poliziotti e gli
australiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Le emozioni dei nostri figli non sono in vendita né dalle piattaforme americane
né dagli algoritmi cinesi”, ha detto Emmanuel Macron in un video messaggio
diffuso da Bfm Tv ieri, mentre in Assemblea nazionale i deputati esaminavano in
prima lettura il progetto di legge “sulla protezione dei minori ai rischi legati
all’uso dei social network”.
Parigi si prepara a vietare i social ai minori di 15 anni fin dal prossimo anno
scolastico: dopo il voto in Assemblea, il testo, sostenuto dal gruppo macronista
ma ampiamente condiviso anche oltre i confini del partito, dovrà passare al
Senato: “Con questa legge, stabiliamo un limite chiaro nella società e diciamo
che i social media non sono innocui”, ha detto la deputata centrista Laure
Miller che ha difeso il testo in Assemblea. La Francia segue dunque l’esempio
dell’Australia, dove già dalla scorso dicembre il divieto riguarda i giovani
sotto i 16 anni e dove migliaia di account Instagram e Facebook sono stati
disattivati.
E apre anche la strada in Europa, dove Paesi come la Danimarca e la Spagna
stanno valutando misure analoghe. Il presidente Macron ha chiesto la procedura
accelerata per consentire l’entrata in vigore del divieto già dal primo
settembre prossimo. Parallelamente, il progetto di legge bandisce anche i
telefoni cellulari dalle scuole medie e dai licei, durante le ore di lezione e
negli spazi comuni: “Le ore di scuola non devono essere ore di telefono.
Non si può imparare serenamente quando si ricevono notifiche per tutto il
giorno”, ha detto il ministro dell’Educazione nazionale, Edouard Geffray,
davanti ai deputati. A inizio anno, l’Anses, l’Agenzia francese per la sicurezza
sanitaria, ha pubblicato un vasto studio sugli effetti negativi delle
piattaforme social sulla salute mentale dei giovani (dagli 11 ai 17 anni),
sull’attenzione e sul sonno, allertando anche sui rischi di cyber bullismo e
dell’esposizione a contenuti violenti. In Francia, un adolescente su due
trascorre tra due e cinque ore al giorno sul proprio smartphone.
Qui, il collettivo Algos Victima riunisce genitori che hanno sporto denuncia
contro TikTok accusando la piattaforma cinese di aver “spinto” al suicidio i
loro figli. La lista delle piattaforme vietate agli under 15 sarà decisa per
decreto su proposta dell’Arcom, l’authority per la regolamentazione
dell’audiovisivo e del digitale. Resta invece ancora aperta la questione tecnica
del sistema di verifica dell’età dell’utente: per questo potrebbero essere
applicate le stesse tecnologie di age verification già utilizzate per l’accesso
a i siti pornografici.
L'articolo La Francia come l’Australia: Parigi vota la legge per vietare i
social ai minori di 15 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.