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“È la prima volta che troviamo sostanze come la cocaina in questi animali”: squali “dopati” alle Bahamas, l’incredibile scoperta dell’Università del Paranà
Chi l’avrebbe detto: tra spiagge da sogno e acque cristalline, gli squali delle Bahamas sembrano aver fatto incetta di farmaci e stimolanti umani. Un recente studio dell’Università federale del Paraná, pubblicato su Environmental Pollution, ha scoperto tracce di caffeina, antidolorifici e addirittura cocaina nel sangue di alcune decine di squali al largo dell’isola di Eleuthera, a circa 80 km da Nassau. Natascha Wosnick, biologa marina responsabile della ricerca, spiega che quasi un terzo dei 85 squali analizzati presentava residui di farmaci di origine umana, tra cui paracetamolo e diclofenac. “È la prima volta che troviamo sostanze come la cocaina in questi animali”, sottolinea Wosnick. Gli effetti sugli squali, aggiunge, sono ancora sconosciuti, ma i campioni indicano cambiamenti metabolici come livelli alterati di trigliceridi, urea e lattato, segni di stress fisiologico. QUANDO IL MARE DIVENTA UN COCKTAIL CHIMICO La scoperta lancia un campanello d’allarme sull’inquinamento marino: farmaci, stimolanti e sostanze di consumo umano finiscono inevitabilmente nelle acque, alterando i ritmi biologici di specie che vivono completamente immerse nell’ambiente creato dall’uomo. Anche se al momento non ci sono evidenze di modifiche comportamentali negli squali, studi precedenti su altre specie ittiche suggeriscono che stimolanti come caffeina e cocaina possano incidere su energia e reazioni. Il fenomeno, seppur sorprendente, conferma quanto l’attività umana stia modellando in modi imprevedibili la vita marina. E se pensavate che gli squali fossero immuni alle follie del mondo terrestre, lo studio dimostra il contrario: le nostre abitudini, dai farmaci ai caffè consumati in spiaggia, arrivano fino a loro e lasciano un’impronta chimica invisibile ma evidente. In sintesi, le Bahamas restano un paradiso per i turisti, ma per gli squali il mare sta diventando un “cocktail” decisamente pericoloso. L'articolo “È la prima volta che troviamo sostanze come la cocaina in questi animali”: squali “dopati” alle Bahamas, l’incredibile scoperta dell’Università del Paranà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Allarme per le fabbriche del gruppo Teva: “Piano globale di taglio dei costi. Villanterio a rischio”
La Tapi, divisione dei principi attivi del gruppo farmaceutico Teva, ha annunciato un piano globale di contenimento dei costi che – avvisano i sindacati – minaccia direttamente la tenuta occupazionale in Italia. L’azienda ha quattro stabilimenti nel nostro Paese: Villanterio, nel Padovano, Caronno Petrusella (Varese), Santhià, nel Vicentino, e Rho (Milano). La direzione aziendale ha incontrato Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil che hanno definito “allarmante” l’informativa. L’azienda “ha rimandato a fine aprile la presentazione del piano industriale definitivo, che scioglierà le riserve sul mantenimento dei siti produttivi”, spiegano le sigle. A preoccupare i sindacati ci sono l’annunciato contenimento dei costi che arriva in un momento in cui c’è un “calo di commesse produttive” per le fabbriche italiane. L’allarme è legato soprattutto al sito di Villanterio che “ha avuto un crollo degli ordinativi del 40% e le attuali commesse avranno un’autonomia lavorativa stimata solo fino a luglio”, senza che vi sia “nessuna prospettiva successiva”. Per i sindacati la situazione è “critica” anche a Santhià (10% di produzione) e Rho (20%). “Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di smantellamento industriale da parte di una multinazionale che, dal 2017 a oggi, ha già chiuso 4 siti in Italia coinvolgendo 1.000 lavoratori”, avvisano i sindacati riferendosi all’addio della produzione – da ultimi – a Nerviano e Bulciago. “Il sospetto è che si voglia ‘snellire’ l’organizzazione per rendere la divisione Tapi più attraente per una vendita, scaricando i costi dell’operazione sulla pelle dei lavoratori per non intaccare i dividendi degli azionisti”, sottolineano i sindacati. Alla luce dello scenario tratteggiato da Tapi, i sindacati hanno rifiutato di discutere il rinnovo dell’accordo integrativo limitatamente alla parte normativa: “Iniziare un confronto senza garanzie economiche e occupazionali è inaccettabile e inutile”, affermano. I sindacati hanno già fissato un nuovo incontro per la fine di aprile per discutere il piano industriale, chiedendo investimenti per il rilancio dei siti e il blocco totale di ogni ipotesi di licenziamento. Nel frattempo, verranno attivate le assemblee dei lavoratori e verranno interessate le istituzioni locali e nazionali per prevenire quella che si preannuncia come una nuova, grave crisi occupazionale nel settore chimico-farmaceutico italiano. L'articolo Allarme per le fabbriche del gruppo Teva: “Piano globale di taglio dei costi. Villanterio a rischio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carenza di farmaci in Europa: oltre 600 i prodotti introvabili, anche in Italia aumentano quelli indisponibili
Farmaci per il sistema nervoso o per le malattie cardiovascolari e oncologiche. Ma anche antibiotici e insuline. La carenza di medicinali in Europa è diventata ormai un fenomeno endemico, che contribuisce a mettere a dura prova la fiducia dei cittadini nei sistemi sanitari. Sono oltre 600 i prodotti introvabili in molti Paesi del vecchio continente: il 96% degli Stati segnala carenze, e sette su dieci dichiarano di soffrire di penurie gravi. In Italia, il numero totale di farmaci segnalati come indisponibili è cresciuto del 4,8% rispetto all’anno precedente. Sono i dati che emergono dal Medicine Shortages Report 2025 della Pgeu (Pharmaceutical Group of the European Union), l’organizzazione che rappresenta i farmacisti presso le istituzioni dell’Unione Europea. Secondo il rapporto, presentato a Bruxelles, la scarsità di farmaci non è più considerabile un’emergenza temporanea, un evento occasionale o eccezionale, come accaduto durante la crisi Covid. Bensì si tratta di uno squilibrio permanente tra produzione, distribuzione e domanda. Uno scompenso che rischia di compromettere la resistenza dei sistemi sanitari europei. Le conseguenze di questa crisi sono molte, e tutte ricadono sui pazienti, soprattutto quelli cronici: trattamenti subottimali, aumento della spesa diretta e, nei casi più gravi, errori terapeutici ed eventi avversi legati alla necessità di sostituire i farmaci. Quando un medicinale non è disponibile, infatti, si può cercare di sostituirlo con un equivalente. Ma quando non è possibile, diventa necessario contattare il medico per modificare la prescrizione o il piano terapeutico. Secondo il report questi scenari sono diventati sempre più frequenti negli ultimi anni. Non sempre però si riesce a trovare una soluzione immediata: alcune terapie non hanno alternative disponibili oppure richiedono una nuova valutazione clinica, con il rischio di ritardi nella continuità delle cure. Un danno per i pazienti: l’89% dei Paesi segnala interruzioni o ritardi nei trattamenti. Nel 44% dei casi, la necessità di sostituire un farmaco con un altro ha causato errori terapeutici, mentre un terzo dei Paesi riporta eventi avversi o aumenti della tossicità direttamente collegati ai cambi di terapia. Secondo il report, le cause delle carenze sono molteplici e spesso si combinano tra loro. Una delle principali riguarda i problemi nella produzione e nella distribuzione dei medicinali. Interruzioni negli stabilimenti, difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime o ritardi logistici possono bloccare temporaneamente la disponibilità di un farmaco. Un singolo intoppo può tradursi in una carenza su scala nazionale o europea. A queste cause si aggiungono improvvisi aumenti della domanda, ad esempio in occasione di epidemie stagionali o cambiamenti nelle linee guida terapeutiche, che possono mettere sotto pressione la capacità produttiva delle aziende. A complicare la situazione c’è la non armonizzazione dei prezzi nei diversi Stati. Uno squilibrio che può rendere certi mercati meno appetibili per le aziende. Alcuni dei farmaci più esposti alle carenze, infatti, sono fuori brevetto, e dunque venduti a prezzi generalmente più bassi. Ma se i prezzi scendono troppo, spiega il rapporto, il mercato diventa meno attrattivo per i produttori. Il risultato è che alcune aziende possono decidere di ridurre le forniture o scegliere di uscire da quel determinato mercato, lasciando pochi operatori a garantire la disponibilità del farmaco. A queste condizioni la catena di approvvigionamento è più fragile, lasciando spazio ad alcune anomalie. Tra queste, il report cita il commercio parallelo di medicinali: all’interno dell’Ue, i farmaci possono essere acquistati in un Paese e rivenduti in un altro, approfittando delle differenze di prezzo tra i vari mercati nazionali. Una pratica legale, in linea con il principio della libera circolazione delle merci, che però talvolta può complicare il quadro. Quando il divario di prezzo tra due Paesi è significativo, infatti, può succedere che una parte delle scorte venga esportata verso mercati più remunerativi. Una manovra che riduce la disponibilità nel Paese di origine e contribuisce ad aggravare le carenze, soprattutto per i medicinali a basso costo. Inoltre, in Europa non esiste un’unica definizione condivisa di “carenza di farmaci”. Sebbene l’81% dei Paesi disponga di una definizione ufficiale, queste variano sensibilmente da uno Stato all’altro. C’è chi considera un farmaco “carente” dopo poche ore di indisponibilità, chi dopo settimane. Alcuni si basano sui livelli delle scorte, altri sulla capacità dell’azienda produttrice di garantire la fornitura. Il risultato è che gli stessi dati, raccolti con metri di misura diversi, diventano difficilmente comparabili. E senza una base comune, coordinare la risposta europea diventa molto difficile. A questi elementi si aggiunge il ritardo nella digitalizzazione dei processi di monitoraggio. Il 74% dei Paesi dichiara di avere sistemi di segnalazione delle carenze accessibili ai farmacisti, ma nella pratica questi strumenti sono spesso arretrati e frammentati. Solo nell’11% dei casi la segnalazione è obbligatoria, e appena nel 19% è integrata nei software di farmacia. Nella maggior parte dei Paesi si continua a lavorare con email, telefonate o moduli web compilati a mano. La raccolta dati finisce così per essere un ulteriore onere burocratico, invece che un’opportunità per intercettare in tempo reale le criticità. Un terzo dei Paesi non dispone di alcun sistema di allerta precoce, e un altro 26% ha sistemi ancora in fase di sviluppo. Un quadro che conferma come in molti Stati Ue i sistemi di monitoraggio siano ancora incompleti. In pratica, si continua a gestire le carenze dopo che si sono verificate, invece di prevenirle. Una risposta emergenziale non coerente con la crisi attuale, ormai strutturale. L'articolo Carenza di farmaci in Europa: oltre 600 i prodotti introvabili, anche in Italia aumentano quelli indisponibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Reggio Calabria, rubati in ospedale farmaci per malati di cancro ad alto costo: refurtiva da 1,2 milioni di euro
Ladri in azione all’ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo, Reggio Calabria. Svaligiata la farmacia, per una refurtiva da oltre 1,2 milioni di euro: medicine oncologiche e biologiche, dedicate anche alla chemioterapia dei pazienti in cura per il cancro. Tutti farmaci ad alto costo. I presunti criminali sono stati arrestati per furto aggravato, in esecuzione di una misura cautelare disposta dal giudice delle indagini preliminare del tribunale di Reggio Calabria. Ulteriori dettagli saranno forniti dal procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, nel corso della conferenza stampa che si terrà alle 12 nella sede del Comando provinciale dei carabinieri di Reggio. L'articolo Reggio Calabria, rubati in ospedale farmaci per malati di cancro ad alto costo: refurtiva da 1,2 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La banda dei farmaci tumorali, rubavano le terapie salvavita per rivenderle: 6 arresti. Danni al Ssn per oltre 4 milioni
La banda dei farmaci tumorali agiva a colpo sicuro, grazie a una o più talpe, in certi casi una guarda giurata. Si metteva in moto quando erano appena arrivati i costosissimi farmaci salvavita, sottraendoli al servizio sanitario nazionale. Per poi conservarli male, prima di fornirli alla rete di ricettatori, un ricco mercato parallelo. Con clienti anche all’estero, nord Africa e Medio Oriente, secondo le indagini dei carabinieri della Compagnia Vomero e della sezione sicurezza urbana della Procura di Napoli – procuratore Nicola Gratteri, aggiunto Pierpaolo Filippelli, pm Maurizio De Marco – culminate in tre arresti in carcere, tre ai domiciliari e quattro obblighi quotidiani di presentazione alla polizia giudiziaria per accuse di furto e ricettazione. Gli indagati sono complessivamente 17. Il Gip ha escluso l’associazione a delinquere contestata dai pm restringendo a due i capi della banda, Alessio Donnarumma e Cristofaro Sacchettino, che agivano con complici a rotazione. Per i due è stato disposto il carcere, come per Danilo De Angelis. Arresti domiciliari per Ciro Sacchettino, Antonio Fabio Alfano e Pasqualino Spadaro. Obbligo di firma per Antonio Ruffino, Diomede Contini, Francesco Pandolfo e Francesco Celentano. Il valore dei farmaci sottratti sfiora i 4 milioni e mezzo di euro. Ne sono state vittime l’azienda ospedaliera Federico II di Napoli e il distretto 30 dell’Asl Napoli 1, tra l’aprile e il dicembre 2024. Ci sono indizi anche su furti fuori regione, in particolare a Bologna ma non solo. Il 13 febbraio gli indagati sono stati sentiti per l’interrogatorio preventivo. Ieri le misure cautelari. In carcere è finito anche una guardia giurata con la quale i due capi della banda di ladri si tenevano in contatto. Grazie al vigilante, infatti, i ladri riuscivano ad accedere alla Farmacia dell’azienda ospedaliera: era lui, infatti, a disattivare il sistema di allarme. Nell’ultimo dei furti ricostruiti dagli inquirenti uno dei ladri si è addirittura portato il figlio di 12 anni. Èavvenuto il 10 dicembre del 2024 e l’Asl subì un danno di circa 767mila euro. Fu compiuto da tre ladri in auto ed uno in motorino. Quest’ultimo aveva in sella il figlio piccolo. C’erano stati altri quattro colpi: il primo da circa un milione di euro risalente al 29 aprile 2024; con il colpo messo a segno il 31 maggio 2024 vennero rubati farmaci per oltre 1,4 milioni di euro; il 18 agosto il bottino ammontava a oltre 560mila euro e venne messo a segno dopo avere oscurato le telecamere di videosorveglianza con schiuma bianca. Da quasi 685mila euro invece il furto di farmaci oncologici e chemioterapici del 2 settembre 2024, parte dei quali (per quasi 36mila euro) venne abbandonata a terra e resa inutilizzabile a causa dello sbalzo termico. Sul cellulare di uno degli indagati, perquisito dopo un arresto in flagranza durante un furto, erano conservate le foto di farmaci rubati, dei fogli con le date della loro scadenza, delle cifre pattuite per la ricettazione. Erano state scattate a casa di Alessio Donnarumma. Erano le foto di una sorta di inventario del bottino di un altro furto. E’ stato uno snodo importante delle indagini. L'articolo La banda dei farmaci tumorali, rubavano le terapie salvavita per rivenderle: 6 arresti. Danni al Ssn per oltre 4 milioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carabinieri
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Il nuovo volto del traffico di farmaci e sostanze dopanti: mercato nero di botulino e dimagranti. Operazione del Nas
Non solo doping da palestra o pillole per la disfunzione erettile. Il nuovo volto del traffico illecito di farmaci parla il linguaggio dell’estetica, della performance e della perdita di peso “facile”. È qui che l’operazione internazionale Shield VI, coordinata da Europol, mostra il suo lato più interessante – e inquietante. Nel filone italiano dell’indagine, condotta dai Nas e dall’Agenzia delle Dogane e Monopoli tra aprile e novembre 2025, sono stati colpiti dodici gruppi criminali, sequestrate migliaia di confezioni di medicinali e oscurati quasi 100 siti web illegali. Il valore commerciale dei sequestri in Italia supera i 550mila euro, ma il dato economico è solo la superficie del fenomeno. IL BOOM DEI FARMACI “RUBATI” ALLA TERAPIA Tra i prodotti intercettati figurano antibiotici, antinfiammatori, farmaci per la disfunzione erettile e sostanze dopanti. Ma la novità è la crescita della domanda di medicinali a base di semaglutide – principi attivi nati per il trattamento del diabete e oggi ricercatissimi per il loro effetto dimagrante – oltre al botulino, spesso destinato a centri estetici non autorizzati. “A livello internazionale i farmaci più richiesti sui canali illegali sono quelli legati alle performance sessuali, quelli collegati a pratiche estetiche come il botulino, e negli ultimi anni i nuovi farmaci per diabetici con effetto dimagrante”, spiega all’Ansa Domenico De Giorgio dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Il punto critico non è solo la contraffazione: è l’uso. Medicinali pensati per patologie specifiche vengono acquistati online da persone sane per finalità non terapeutiche: dimagrire rapidamente, migliorare l’aspetto fisico, aumentare le performance sportive o sessuali. Una medicina “di desiderio”, più che di bisogno. LABORATORI CLANDESTINI E FARMACIE PARALLELE L’indagine ha portato alla scoperta di due laboratori clandestini e due strutture illegali di assemblaggio di principi attivi sul territorio nazionale. Non semplici rivendite online, ma vere e proprie filiere parallele. Sono state sequestrate circa 2.800 confezioni e 18.000 unità posologiche di farmaci di varia indicazione, oltre a 120.000 unità di medicinali ad azione dopante. I Nas hanno effettuato 49 verifiche antidoping durante manifestazioni sportive, controllando 145 atleti: tre sono risultati positivi. Il traffico coinvolgeva diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Corea e Cina. A livello globale, nei 30 Paesi partecipanti all’operazione, sono state indagate 43 organizzazioni criminali e sequestrate oltre 10 milioni di unità di medicinali per un valore di 33 milioni di euro. IL RISCHIO SOTTOVALUTATO (SOPRATTUTTO DAI GIOVANI) Il dato più allarmante, secondo l’Aifa, riguarda la percezione del rischio. I farmaci venduti online possono essere contraffatti, manipolati o scaduti. Ma a spingere gli acquisti è spesso la convinzione di poter gestire tutto in autonomia. “Gli adolescenti sono molto bravi a muoversi in rete, ma sottovalutano i pericoli”, avverte De Giorgio. E le conseguenze possono essere drammatiche. Solo poche settimane fa, in Veneto, una donna è finita in coma dopo aver assunto un farmaco dimagrante per diabetici acquistato su un sito illegale: era contraffatto. La vera trasformazione, emersa con “Shield VI”, è culturale prima ancora che criminale. Il mercato nero dei farmaci non si limita più a sfruttare la malattia: intercetta insicurezze, ambizioni e ossessioni. E offre scorciatoie chimiche in un click. Una medicina senza medico, comprata di nascosto, che promette risultati immediati ma può costare la salute. L'articolo Il nuovo volto del traffico di farmaci e sostanze dopanti: mercato nero di botulino e dimagranti. Operazione del Nas proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Spesa farmaceutica fuori controllo, anche il sottosegretario Gemmato contro Aifa: ma Schillaci lo ignora
Martedì 11 febbraio il ministro della Salute Orazio Schillaci ha incontrato il direttore scientifico dell’Aifa, l’Agenzia del farmaco, Pierluigi Russo. Stanno discutendo i possibili interventi per contenere la spesa farmaceutica, fuori controllo come mai era avvenuto in passato. Schillaci il 4 febbraio aveva scritto una lettera con toni ultimativi nella quale evidenziava la perdita di “credibilità complessiva” dell’Agenzia e chiedeva con urgenza “chiarimenti” e “misure correttive”. Il presidente dell’Aifa, Robert Nisticò, ha promesso di rispondere “entro la scadenza” indicata dal ministro, che è il 18 febbraio. Intanto però prova a rientrare nella partita, per ora senza grande successo, il sottosegretario Marcello Gemmato. Uomo forte di Fratelli d’Italia in Puglia dove però hanno perso male le Regionali, farmacista e titolare della delega al farmaco, Gemmato è costretto a scrivere al “tecnico” Schillaci: “Caro Orazio, apprendo dagli organi di stampa il contenuto della Tua lettera indirizzata ai vertici dell’Aifa nella quale manifesti il Tuo disappunto”, si legge nella missiva datata 11 febbraio. Il sottosegretario testimonia poi al ministro “la mia piena vicinanza rispetto ad ogni iniziativa che vorrai assumere in merito ad una revisione della governance dell’Agenzia da Te nominata nel 2024”. Prende così le distanze dai vertici – specie Russo – con i quali tuttavia ha gestito personalmente la questione che sembra stargli più a cuore e cioè il progressivo trasferimento dagli acquisti diretti (ospedali e Asl) alle farmacie di varie classi di medicinali antidiabetici, compresi almeno in prospettiva quelli sempre più usati anche per dimagrire. Ricordiamo tutti con quale entusiasmo annunciò ai suoi colleghi, al Cosmofarma di Bologna nel 2024, il prevedibile aumento del fatturato del settore, che ovviamente cresce già soprattutto grazie all’estensione della farmacia dei servizi. “Sottopongo alla Tua superiore valutazione l’opportunità di aprire un confronto sul futuro dell’Agenzia”, chiede infine Gemmato a Schillaci. Per il momento, si apprende, non è in agenda un incontro fra i due. Il sottosegretario indicato a lungo come probabile viceministro, nomina che appariva quasi come un commissariamento di Schillaci, ora fatica a farsi ammettere al tavolo del quasi commissariamento dell’Aifa. Il ministro ha chiesto all’Agenzia una serie di chiarimenti sui farmaci di recente approvazione, nonché misure correttive e rapporti bimestrali sulla loro implementazione a partire dal 30 aprile. Nel merito, per frenare la spesa, si parla di una delibera per automatizzare alcuni sconti a carico delle aziende produttrici, discussa nel Cda di Aifa e per il momento non ancora approvata, ma anche della revisione del prontuario, un intervento strutturale sollecitato da tempo da Silvio Garattini, il più autorevole dei farmacologi italiani. Ma insomma, vedremo cosa verrà fuori al termine del percorso avviato. I numeri sono allarmanti: “In totale la spesa farmaceutica (acquisiti diretti + convenzionata) nei primi 9 mesi dell’anno si attesta a 18 miliardi e 420 milioni, con uno scostamento dal tetto programmato pari a 2,85 miliardi di euro”, si legge nel rapporto Aifa di gennaio su gennaio-settembre 2025. Tre miliardi sono più o meno l’aumento nominale del Fondo sanitario nazionale (Fsn), destinato quindi ad andarsene in medicine sempre che basti. Aifa rilevava che al terzo trimestre era andata un po’ meglio dei primi due, però “il confronto della spesa per acquisti diretti, escluso i gas medicinali, con il relativo tetto dell’8,3% del Fsn – si leggeva ancora nel rapporto – evidenzia una incidenza delll’11,64%, superiore rispetto a quella registrata nel medesimo periodo dell’anno precedente (11,29%), in sforamento del tetto di 3.384 milioni di euro”. Se lo sforamento della spesa diretta si registra da anni, con attivazione del meccanismo di payback a carico di aziende e Regioni, si annunciano possibili problemi anche per la spesa convenzionata, cioè per i medicinali venduti in farmacia ma con rimborso a carico del Servizio sanitario nazionale, anche in considerazione del passaggio di una seconda classe di antidiabetici (le glifozine) da un settore all’altro. “Da un lato – scriveva ancora Aifa – incrementerà la spesa convenzionata e dall’altra ridurrà la spesa per acquisti diretti”, che tuttavia continua a crescere ugualmente, specie per l’impatto dei farmaci innovativi su cui Schillaci ha chiesto chiarimenti. Il saldo delle glifozine non è ancora noto, le prime indicazioni sembrano rassicuranti. L'articolo Spesa farmaceutica fuori controllo, anche il sottosegretario Gemmato contro Aifa: ma Schillaci lo ignora proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un criminale alla Breaking Bad: la storia dell’80enne Spiby, produttore di Valium fasullo
Sotto un cielo diverso quella di John Eric Spiby sarebbe la storia edificante di un poveraccio che ha un colpo di fortuna alla Frank Capra, coglie il messaggio divino, si mette a lavorare duro e crea un impero. Invece ora John, 80 anni, è in un carcere non specificato dell’area metropolitana di Manchester, dove dovrebbe scontare una condanna a 16 anni e sei mesi di prigione per il suo ruolo nella creazione di un impero del crimine. Spiby nasce nel 1945 a Wigan, città orgogliosamente proletaria ma devastata dal declino industriale post-Thatcher. Non lontana da Sherwood, la foresta in cui la leggenda popolare ha creato il mito di Robin Hood, nobile che, in rivolta contro il potere dittatoriale dello sceriffo di Nottingham, ruba ai ricchi per dare ai poveri. Spiby una vita proprio nobile e onesta non la fa mai. Le fonti giudiziarie e mediatiche (tra cui Greater Manchester Police, The Guardian e Manchester Evening News) parlano di un “significant criminal record”, ma fino al 2009 si accontenta di piccoli crimini. L’anno dopo però, quando ha già 65 anni, vince 2,4 milioni di sterline (circa 2,8-3 milioni di euro) alla National Lottery. Invece di godersi la pensione, decide di rilanciare: fra il 2020 e il 2022 usa parte della sua fortuna per finanziare e dirigere un’operazione criminale su larga scala, coinvolta nella produzione e distribuzione di farmaci contraffatti. Sono, principalmente, compresse che imitavano il diazepam (conosciuto come Valium), ma che in realtà contenevano etizolam, una sostanza benzodiazepinica pericolosa e allora non regolamentata. In pratica sfrutta il dilagare di ansia e malattia mentale nel Regno Unito contemporaneo, e non si può dire che abbia iniziato per bisogno. Il giudice Clarke lo ha sottolineato durante la sentenza: “Despite your lottery win, you continued to live a life of crime beyond what would normally have been your retirement years” – Nonostante la vincita alla lotteria, hai continuato a vivere una vita di crimine ben oltre gli anni normali di pensione. La sua attività criminale non include omicidi o violenze dirette sulle persone: si concentra sui farmaci contraffatti, e poi si estende al commercio di armi. Secondo l’accusa e la sentenza del tribunale di Bolton, Spiby ha convertito la sua abitazione rurale in una zona residenziale vicino Wigan in un vero e proprio laboratorio industriale alla Breaking Bad. Le stalle e gli opifici della proprietà sono stati trasformati per produrre pillole su scala industriale, con una successiva espansione in un secondo laboratorio in un’unità industriale a Salford. La polizia stima un valore all’ingrosso tra i 7,2 e i 12,9 milioni di sterline, con un potenziale valore di smercio che oscilla tra i 57,6 e i 288 milioni di sterline (fino a circa 340 milioni di euro). Il gruppo trafficava anche armi da fuoco, tra cui AK47 e Uzi, munizioni e le mostrava su piattaforme crittografate come EncroChat, molto utilizzata da gruppi del crimine organizzato. Spiby è stato condannato non solo per cospirazione nella produzione e fornitura di droghe di Classe C, ma anche per possesso di armi da fuoco, possesso di munizioni e ostruzione alla giustizia. Oltre a lui, descritto dall’accusa come il “leader” dell’operazione, sono stati arrestati altri membri della banda: John Colin Spiby Junior, il figlio di 37 anni, Lee Ryan Drury, 45 anni e Callum Dorrian, 35 anni, tutti condannati a pene fra i 9 e 12 anni. I procuratori hanno sottolineato come Spiby, nonostante la vincita milionaria, abbia scelto di continuare “una vita di crimine”. In alcuni messaggi intercettati, l’uomo si paragonava a magnati come Elon Musk e Jeff Bezos, scrivendo frasi del tipo “Elon and Jeff best watch their backs”, è meglio che “Elon e Jeff si guardino le spalle”. L'articolo Un criminale alla Breaking Bad: la storia dell’80enne Spiby, produttore di Valium fasullo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Codice della strada e terapie: il caso di Mario e di tre milioni di pazienti che ancora rischiano la patente. Il flop del Tavolo tecnico
O la terapia alla cannabis o la patente: è il dilemma imposto ai pazienti dal nuovo Codice della strada voluto da Salvini. Lo sa bene il signor Mario (nome di fantasia) afflitto da sindrome ansiosa, acuita lungo i gironi dell’inferno per riavere il documento. Il 9 dicembre la Commissione medica di Catanzaro gli ha rilasciato l’idoneità alla guida, valida tre mesi. Poi dovrà sottoporsi al test degli stupefacenti e se risulterà positivo al Thc, nessuna certezza di poter tornare al volante. “Per esserne sicuro dovrei cambiare la cura prescritta dal mio medico”, dice Mario a ilfattoquotidiano.it. Il 9 dicembre aveva avvisato i dottori della Commissione: “Io proseguo la terapia quindi tra tre mesi sarò positivo, dopo che succede?. I medici hanno fatto spallucce senza dare nessuna rassicurazione”, dice. 3 MILIONI DI PAZIENTI RISCHIANO LA PATENTE: L’INUTILE TAVOLO TECNICO DI SALVINI Identico destino pende sulla testa di quasi tre milioni pazienti. 2 milioni e mezzo sono in cura con farmaci a base di oppiacei, per periodi limitati, mentre 400 mila seguono terapie croniche. Ma vanno sommati coloro che assumono medicinali con il thc: circa 28 mila persone hanno ricevuto almeno una prescrizione per la cannabis medica, tra il 2019 e il 2024, secondo l’Iss (Istituto superiore di sanità). A tutti loro Matteo Salvini aveva promesso: “Nessuna sanzione per i malati in cura con farmaci psicotropi”. Ma l’articolo 187 impone la sospensione della patente per tutti i guidatori positivi al test degli stupefacenti, anche se lucidi al volante, senza alcuna deroga per i pazienti. Per risolvere il problema, Matteo Salvini aveva lanciato l’idea di un tavolo tecnico già a dicembre 2024, poco dopo l’entrata in vigore del nuovo Codice della strada. Eppure ne esisteva già uno per le terapie alla cannabis, al ministero della Salute: mai convocato dal governo Meloni. Il nuovo tavolo ha visto la luce a maggio e si è riunito solo il 24 giugno: c’era la proposta di una tessera digitale, bocciata dopo i rischi per la privacy denunciati dai pazienti. Poi il nulla. CODICE DELLA STRADA: PRESTO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE Dal ministero dei Trasporti arrivano rassicurazioni: basta la prescrizione medica per evitare la sospensione della patente. Nella maggior parte dei casi è così, ma senza deroghe formali l’agente zelante pretende di applicare le regole. Il caso del signor Mario infatti non è l’unico. Le associazioni dei pazienti indicano un altro caso a Brescia. A dicembre scorso una signora di Pordenone aveva perso la patente, il giorno di Natale, per via di un farmaco ansiolitico a base di oppiacei. Il suo caso è arrivato fino alla Corte Costituzionale e ora i pazienti ne attendono il giudizio. Tutti sperano che decada l’articolo 187, per tornare a guidare senza il terrore delle sanzioni e non finire come il signor Mario. LE AMBIGUITÀ DEL MINISTERO E LA “LOTTERIA” DELLE COMMISSIONI MEDICHE: ALCUNE NON RICONOSCONO LA CURA A BASE DI THC Il suo caso è noto al ministero dei Trasporti, ma la nota inviata a ilfattoquotidiano.it appare oscura. Secondo il dicastero “l’ultimo caso di cronaca non sconfessa quanto precedentemente comunicato sul fatto che le sostanze psicotrope contenute nei farmaci in commercio, assunte nel pieno rispetto dei protocolli terapeutici, non sono rilevate dai test salivali. Ricordo che il caso era stato originato da un conducente sottoposto all’assunzione di galenici a base di sostanze psicotrope e in deroga rispetto alle ordinarie soglie per trattamenti sanitari. A stretto giro sarà proposto il Tavolo”. Ma il signor Mario non è stato sottoposto al test della saliva, bensì del sangue. E cosa significa “in deroga rispetto alle ordinarie soglie per trattamenti sanitari”? Lo abbiamo chiesto al dottor Carlo Privitera, specializzato nei cannabinoidi: “Non ha alcun senso perché non esistono ‘soglie’, per i trattamenti sanitari con cannabinoidi, e i farmaci galenici sono perfettamente legali”. Privitera era uscito allibito dall’incontro con i medici della Commissione di Catanzaro, insieme al paziente Mario: “Non riconoscono il valore medico della cannabis, per loro non è un terapia e infatti chiedono di cambiare cura, per riavere la patente”. Le associazioni dei pazienti denunciano da tempo la “lotteria” delle commissioni mediche. Alcune, sovente, non rilasciano l’idoneità alla guida fino a quando il paziente è positivo al Thc, anche se il medico prescrive di assumere cannabinoidi tutti i giorni o quasi. Dunque, o la cura o la patente. L'articolo Codice della strada e terapie: il caso di Mario e di tre milioni di pazienti che ancora rischiano la patente. Il flop del Tavolo tecnico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Check-up, test continui, farmaci senza regole: quando la prevenzione è eccessiva e porta al “consumismo sanitario”
Esami a ripetizione, check-up continui, test genetici, integratori e farmaci a go-go. Oggi è diffusissima la convinzione – alimentata da influencer e persone note che invitano genericamente a “fare la prevenzione” – che sommando controlli a controlli si possa evitare qualunque malattia. Specie avendo soldi da spendere. La realtà, invece, è del tutto diversa e la spiega il medico e giornalista Roberta Villa nel libro “Cattiva prevenzione. I pericoli del consumismo sanitario” (Chiare Lettere). La cattiva prevenzione consiste in pratiche dubbie, inefficaci o addirittura pericolose, offerte ai cittadini sfruttandone la paura di ammalarsi. “Si tende a pensare”, spiega l’autrice, “che maggiore è la quantità di denaro che il singolo o il sistema è disposto a spendere, migliore sarà il risultato. Fino a un certo punto è così, ma una volta garantite le prestazioni necessarie o utili, la correlazione tra investimenti e qualità non continua a produrre valore in maniera lineare”. Il problema principale, nota Roberta Villa, sta nel fatto che per fare bene la prevenzione occorre una capacità inedita di valutare probabilità e rischi. Non solo non esistono risposte sicure al 100% – né si può inseguire il rischio zero – ma ci sono costi umani, strutturali ed economici da mettere sul piatto, visto che le risorse non sono infinite. La prevenzione varia a seconda dell’età, ma anche dei paesi e dei sistemi sanitari. È dunque fondamentale stabilire delle priorità, agendo sui fattori modificabili e accettando che esistano fattori immodificabili – geni, età, sesso, etc – di fronte a cui la prevenzione poco può fare. Anzi, la prevenzione può essere anche dannosa, come nel caso delle Tac inutili che, a differenza delle risonanze magnetiche, espongono a una importante dose di radiazioni. Anche l’ansia continua di tenere sempre d’occhio l’organismo può compromettere il benessere. LA PREVENZIONE SERVE SE ESISTE LA CURA Il libro analizza le criticità sia delle cosiddette “sovradiagnosi”, ovvero quando si diagnostica una condizione che non provocherà disturbi o morte; sia dei “sovratrattamenti”, ovvero quando ad esempio si trattano aggressivamente forme tumorali “indolenti”, come i carcinomi duttali in sito al seno, piccoli noduli polmonari o della prostata, sottoponendo persone a cure impegnative con effetti indesiderati. Ma il principio cardine su cui dovrebbe basarsi la prevenzione e gli screening di massa è uno: è utile fare esami il cui esito ci permetta di intervenire per migliorare la qualità o la durata della vita della persona. Da questo punto di vista, è realmente utile, ad esempio, la diagnosi precoce dell’Alzheimer se poi non ci sono terapie per curarle? Inoltre, tutte le prestazioni che non migliorano davvero la durata o la qualità di vita di chi vi si sottopone sottraggono risorse a chi ne ha bisogno. Anche quelle pagate privatamente. Ma allora quali sono i controlli davvero necessari? Paradossalmente, spiega Roberta Villa, si contano sulle dita di una mano e sono previsti dagli screening oncologici: quello contro il tumore al seno e alla cervice uterina per le donne, contro il tumore al colon-retto per entrambi i sessi. Se i primi due hanno percentuali di adesione ormai importanti, lo screening per il tumore al colon-retto resta la cenerentola del paese (una persona su tre, peggio al centrosud). Su questo fronte occorre dunque agire, mentre non serve anticipare ad esempio la mammografia o sottoporre tutte le donne giovani a screening ecografico, a parte quelle con familiarità. SCAN TOTAL BODY, INUTILI E DANNOSE L’autrice analizza le molteplici richieste di nuova prevenzione, spiegando che, ad esempio, sottoporre tutta la popolazione ad uno screening per il temibile tumore al pancreas non sarebbe utile – tranne se si è a rischio – perché questo tumore evolve così rapidamente che ci vorrebbero più controlli all’anno. Anche lo screening al polmone con la TC a spirale dà benefici solo per grandi fumatori. Alcuni dubbi sono espressi sui possibili screening di massa ai bambini per il diabete e la celiachia, mentre un giudizio positivo viene dato per le vaccinazioni, come contro l’epatite B o il papilloma-virus (HPV), che fanno parte della prevenzione “buona”. Più discutibile sotto alcuni aspetti l’introduzione dell’ecg per tutti i bambini che fanno sport (non riconosce abbastanza il rischio di morte improvvisa, mentre allontana molti dallo sport), mentre per gli adulti l’autrice analizza gli aspetti critici di un’estensione di massa dell’ecografia dei tronchi sovraortici o dell’ecografia transvaginale per le donne, se non per chi è a rischio. Stesso discorso per il dosaggio del PSA, l’antigene prostatico specifico, che ormai si vorrebbe estendere a tutti gli uomini, andando a ingigantire il numero delle sovradiagnosi. Non manca una parte dedicata ai test genetici fai da te, messi sotto accusa per alcuni aspetti così come anche l’utilizzo ossessivo di smart watch o di sensori per la misurazione continuazione della glicemia. Forti dubbi sono infine espressi sui check-up annuali – come le scansioni total body – tanto sponsorizzati dai vip, inutili e persino dannosi ai sani (indotti magari a ignorare sintomi successivi), mentre risultano ben più cruciali nel trovare metastasi nascoste in pazienti oncologici. In generale, conclude l’autrice, sarebbe auspicabile agire sugli elementi che prevengono o ritardano tutte le malattie: obesità, inattività fisica, fumo, alcol, scarsa istruzione e socializzazione, ma anche un ambiente malato. Senza dimenticare che il consumismo sanitario è a sua volta causa dell’inquinamento, in termini di emissioni (5% di quelle globali), rifiuti speciali, inquinamento di aria e acqua, consumo di energia e produzione di plastica. Molto meglio intervenire su questi aspetti che moltiplicare esami costosi, ansiogeni e soprattutto non necessari. L'articolo Check-up, test continui, farmaci senza regole: quando la prevenzione è eccessiva e porta al “consumismo sanitario” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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