Un “vecchio” farmaco potrebbe aiutare ad affrontare un problema sempre più
diffuso e spesso sottovalutato, specialmente tra i più giovani, e cioè il
disturbo da uso di cannabis (CUD). La vareniclina, un farmaco che da anni aiuta
milioni di persone a dire addio alle sigarette, sembrerebbe in grado di ridurre
anche la dipendenza da cannabis. Ma solo negli uomini, molto poco o nulla nelle
donne. A metterla alla prova con successo è stato un gruppo di ricercatori della
Medical University of South Carolina, in uno studio pubblicato sulla rivista
Addiction.
In Italia, la dipendenza da cannabis è un fenomeno reale, con circa il 42% degli
utilizzatori cronici che sperimenta sintomi di astinenza (irritabilità, ansia,
insonnia) alla sospensione. Il disturbo da uso di cannabis non è solo fumare
troppi spinelli: è quando il consumo interferisce con il lavoro, la vita sociale
o la salute mentale, provocando ansia, psicosi o disturbi del sonno. Fino ad
oggi, i medici si trovavano con le armi spuntate: non esisteva infatti alcun
farmaco approvato specificamente per trattare questa dipendenza.
Per questo i ricercatori hanno deciso di testare una “vecchia” conoscenza, la
vareniclina, coinvolgendo 174 partecipanti che utilizzavano cannabis almeno tre
giorni a settimana. L’idea di base è semplice: se il farmaco funziona bloccando
i recettori della nicotina nel cervello, riducendo il piacere di fumare e i
sintomi dell’astinenza, potrebbe avere un effetto simile anche sui circuiti
cerebrali legati alla cannabis. I risultati hanno dato ragione agli scienziati,
ma con un “effetto sorpresa” di genere.
Qui la scienza si fa intrigante. Lo studio ha rivelato che la vareniclina è
stata estremamente efficace per gli uomini. I partecipanti maschi che hanno
assunto il farmaco hanno ridotto drasticamente le loro sessioni settimanali di
consumo (passando da oltre 12 a circa 6-8), mostrandosi molto più capaci di
resistere alla tentazione rispetto a chi assumeva un semplice placebo.
Per le donne, invece, la storia è stata diversa. Non solo il farmaco non ha
ridotto il consumo, ma le donne nel gruppo vareniclina hanno riportato livelli
più alti di ansia, desiderio (craving) e sintomi di astinenza. Questo ha portato
a una minore costanza nell’assunzione della terapia, rendendo il trattamento
inefficace.
Il perché un farmaco che aiuta entrambi i sessi a smettere con il tabacco si
comporti in modo così selettivo con la cannabis non è ancora chiaro. Aimee
McRae-Clark, che ha guidato lo studio, ammette che questo è il prossimo grande
mistero da risolvere. Tra le ipotesi c’è quella secondo cui il sistema di
“ricompensa” del cervello femminile risponda in modo diverso alla combinazione
tra vareniclina e cannabinoidi, e anche quella che i fattori ormonali giochino
un ruolo decisivo nella gestione dell’astinenza.
“Il disturbo da uso di cannabis è in rapida crescita negli Stati Uniti”,
commenta McRae-Clark. “Le attuali opzioni di trattamento farmacologico sono
molto limitate, e quindi anche la nostra capacità di aiutare le persone a
ridurre il consumo di cannabis è limitata. Il nostro studio – prosegue – ha
scoperto che la vareniclina, un farmaco che aiuta le persone a ridurre o
smettere di fumare, può essere efficace anche nel ridurre il consumo di
cannabis, ma solo per gli uomini. Il nostro prossimo passo è esplorare
ulteriormente la vareniclina per il disturbo da uso di cannabis, utilizzando un
campione più ampio di donne, per comprendere meglio questa differenza di genere
nell’esito del trattamento. Nel frattempo, siamo incoraggiati dal fatto che la
vareniclina mostri un potenziale promettente nel trattamento di questo problema
in rapida crescita”.
Lo studio
L'articolo Dipendenza da cannabis, un vecchio farmaco anti sigarette funziona.
Ma solo negli uomini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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O la terapia alla cannabis o la patente: è il dilemma imposto ai pazienti dal
nuovo Codice della strada voluto da Salvini. Lo sa bene il signor Mario (nome di
fantasia) afflitto da sindrome ansiosa, acuita lungo i gironi dell’inferno per
riavere il documento. Il 9 dicembre la Commissione medica di Catanzaro gli ha
rilasciato l’idoneità alla guida, valida tre mesi. Poi dovrà sottoporsi al test
degli stupefacenti e se risulterà positivo al Thc, nessuna certezza di poter
tornare al volante. “Per esserne sicuro dovrei cambiare la cura prescritta dal
mio medico”, dice Mario a ilfattoquotidiano.it. Il 9 dicembre aveva avvisato i
dottori della Commissione: “Io proseguo la terapia quindi tra tre mesi sarò
positivo, dopo che succede?. I medici hanno fatto spallucce senza dare nessuna
rassicurazione”, dice.
3 MILIONI DI PAZIENTI RISCHIANO LA PATENTE: L’INUTILE TAVOLO TECNICO DI SALVINI
Identico destino pende sulla testa di quasi tre milioni pazienti. 2 milioni e
mezzo sono in cura con farmaci a base di oppiacei, per periodi limitati, mentre
400 mila seguono terapie croniche. Ma vanno sommati coloro che assumono
medicinali con il thc: circa 28 mila persone hanno ricevuto almeno una
prescrizione per la cannabis medica, tra il 2019 e il 2024, secondo l’Iss
(Istituto superiore di sanità). A tutti loro Matteo Salvini aveva promesso:
“Nessuna sanzione per i malati in cura con farmaci psicotropi”. Ma l’articolo
187 impone la sospensione della patente per tutti i guidatori positivi al test
degli stupefacenti, anche se lucidi al volante, senza alcuna deroga per i
pazienti.
Per risolvere il problema, Matteo Salvini aveva lanciato l’idea di un tavolo
tecnico già a dicembre 2024, poco dopo l’entrata in vigore del nuovo Codice
della strada. Eppure ne esisteva già uno per le terapie alla cannabis, al
ministero della Salute: mai convocato dal governo Meloni. Il nuovo tavolo ha
visto la luce a maggio e si è riunito solo il 24 giugno: c’era la proposta di
una tessera digitale, bocciata dopo i rischi per la privacy denunciati dai
pazienti. Poi il nulla.
CODICE DELLA STRADA: PRESTO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Dal ministero dei Trasporti arrivano rassicurazioni: basta la prescrizione
medica per evitare la sospensione della patente. Nella maggior parte dei casi è
così, ma senza deroghe formali l’agente zelante pretende di applicare le regole.
Il caso del signor Mario infatti non è l’unico. Le associazioni dei pazienti
indicano un altro caso a Brescia. A dicembre scorso una signora di Pordenone
aveva perso la patente, il giorno di Natale, per via di un farmaco ansiolitico a
base di oppiacei. Il suo caso è arrivato fino alla Corte Costituzionale e ora i
pazienti ne attendono il giudizio. Tutti sperano che decada l’articolo 187, per
tornare a guidare senza il terrore delle sanzioni e non finire come il signor
Mario.
LE AMBIGUITÀ DEL MINISTERO E LA “LOTTERIA” DELLE COMMISSIONI MEDICHE: ALCUNE NON
RICONOSCONO LA CURA A BASE DI THC
Il suo caso è noto al ministero dei Trasporti, ma la nota inviata a
ilfattoquotidiano.it appare oscura. Secondo il dicastero “l’ultimo caso di
cronaca non sconfessa quanto precedentemente comunicato sul fatto che le
sostanze psicotrope contenute nei farmaci in commercio, assunte nel pieno
rispetto dei protocolli terapeutici, non sono rilevate dai test salivali.
Ricordo che il caso era stato originato da un conducente sottoposto
all’assunzione di galenici a base di sostanze psicotrope e in deroga rispetto
alle ordinarie soglie per trattamenti sanitari. A stretto giro sarà proposto il
Tavolo”. Ma il signor Mario non è stato sottoposto al test della saliva, bensì
del sangue. E cosa significa “in deroga rispetto alle ordinarie soglie per
trattamenti sanitari”? Lo abbiamo chiesto al dottor Carlo Privitera,
specializzato nei cannabinoidi: “Non ha alcun senso perché non esistono
‘soglie’, per i trattamenti sanitari con cannabinoidi, e i farmaci galenici sono
perfettamente legali”. Privitera era uscito allibito dall’incontro con i medici
della Commissione di Catanzaro, insieme al paziente Mario: “Non riconoscono il
valore medico della cannabis, per loro non è un terapia e infatti chiedono di
cambiare cura, per riavere la patente”. Le associazioni dei pazienti denunciano
da tempo la “lotteria” delle commissioni mediche. Alcune, sovente, non
rilasciano l’idoneità alla guida fino a quando il paziente è positivo al Thc,
anche se il medico prescrive di assumere cannabinoidi tutti i giorni o quasi.
Dunque, o la cura o la patente.
L'articolo Codice della strada e terapie: il caso di Mario e di tre milioni di
pazienti che ancora rischiano la patente. Il flop del Tavolo tecnico proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il nuovo Codice della strada genera mostra burocratici. Lo può ben dire il
signor Mario (nome di fantasia): dopo un banale incidente d’auto, gli è stata
sospesa la patente per via della positività al test degli stupefacenti. Ovvio:
assume tutti i giorni cannabis terapeutica su ordine del medico – la sera prima
di dormire – per via di una sindrome ansiosa riottosa alla cura. Matteo Salvini
aveva promesso: “Nessuna sospensione della patente per i pazienti in cura con
farmaci psicotropi”. Ma al signor Mario, munito di regolare prescrizione medica,
la “deroga” evocata dal ministro non è valsa. Per forza: non è prevista dalla
legge entrata in vigore il 14 dicembre 2024, nonostante le parole del segretario
leghista.
LA RICHIESTA AL MINISTERO: “ISPETTORI ALLA COMMISSIONE MEDICA, PAZIENTE TRATTATO
DA DROGATO”
Il Fatto ha raccontato l’inizio della storia, ma i nuovi capitoli si tingono
d’assurdo. Partiamo dalla fine: Mario ha riottenuto la patente dalla
motorizzazione, ma il documento è già in bilico. “L’automobile è il mio
strumento di lavoro”, racconta lui, di mestiere rappresentante di commercio.
“Copro 100mila chilometri l’anno e senza patente rischio il posto, non riesco
più ad essere me stesso”, dice. La patente di Mario è appesa al giudizio della
Commissione medica di Catanzaro e i 4 componenti appaiono poco inclini all’uso
terapeutico della cannabis: Mario, secondo il legale che lo assiste e il dottore
che lo ha accompagnato al colloquio – sarebbe stato considerato alla stregua di
un drogato. Tanto che l’avvocato Lorenzo Simonetti, il 5 dicembre, ha chiesto
ufficialmente un’ispezione ministeriale con una pec. La missiva è stata spedita
al dicastero dei Trasporti guidato da Salvini e a quello della Salute presieduto
da Orazio Schillaci: “Il mio Assistito è stato trattato come un pericolo
pubblico per l’incolumità quando invece – leggiamo nel documento – egli è
semplicemente un paziente che si cura con la cannabis (come previsto dal Decreto
Lorenzin, 2015), è un onesto lavoratore e padre di famiglia”.
LA GIRAVOLTA DEI MEDICI E LA BUROCRAZIA CIECA: LA PATENTE È TORNATA, MA È GIÀ IN
BILICO
Sul signor Mario, la Commissione medica di Catanzaro ha cambiato idea in due
giorni. Prima ha rilasciato il certificato di idoneità alla guida, l’11
novembre. Ma 48 ore dopo ha ingranato la retromarcia comunicando via mail la
“sospensione del certificato medico in autotutela”, destinata al signor Mario e
alla Motorizzazione. “Al fine di emettere un nuovo giudizio”, Mario viene
convocato dalla Commissione medica il 27 novembre: lo scopo è concludere la
revoca dell’idoneità alla guida. Ma il ricorso contro la sospensione della
patente è già sulla scrivania del giudice di Pace di Partanna. E il 17 novembre
giunge il verdetto, favorevole al signor Mario, anche in virtù del “certificato
rilasciato dalla Commissione medica di Catanzaro”: la prefettura dunque deve
riconsegnare la patente. “E’ la prima volta che viene accolto di urgenza un
ricorso per la patente da quando il nuovo Codice è stato approvato”, rivendica
l’avvocato Simonetti.
OGGI IL NUOVO VERDETTO IN COMMISSIONE MEDICA PER L’IDONEITÀ DI GUIDA
Oltretutto, annota il giudice, “il provvedimento Prefettizio è stato notificato
5 mesi dopo la rilevazione del sinistro”. Un dettaglio, rispetto al grosso guaio
dell’idoneità per mettersi al volante. Il giudice ha ricevuto il via libera alla
guida firmato l’11 novembre, ma non l’avviso di revoca di due giorni dopo,
perché la procedura è ancora aperta: formalmente, si chiuderà solo dopo il nuovo
incontro del signor Mario con i medici della Commissione. L’appuntamento del 27
novembre è slittato, per problemi di salute, ad oggi: 9 dicembre. E intanto il
verdetto del giudice ha smosso le caselle in prefettura: il 26 novembre, dai
funzionari di Trapani giunge il semaforo verde alla Motorizzazione per la
riconsegna della patente. Risultato: al signor Mario è giunta sull’app “Io” il
documento di guida, mentre ha ricevuto brevi manu il foglio sostitutivo. Peccato
che al contempo l’idoneità di guida sia in via di sospensione. Lui e l’avvocato
Lorenzo Simonetti ne sono convinti: “Oggi la Commissione medica di Catanzaro
concluderà la procedura per la revoca, a meno di imprevisti”, dice il legale a
Ilfattoquotidiano.it. Come fanno a esserne sicuri? Lo spiega il dottor Carlo
Privitera, specializzato nelle terapie a base di cannabis.
IL DOTTOR PRIVITERA: “LA COMMISSIONE NON RICONOSCE LA CANNABIS PER USO MEDICO”
L’11 novembre, quando la Commissione medica incontra il signor Mario
concedendogli l’idoneità di guida, al colloquio c’era anche lui. “Dall’altra
parte del tavolo stavano 4 dottori e sono rimasto basito dalla loro ignoranza
sulla normativa sulle cure con i cannabinoidi, che ha oramai dieci anni”, dice
Privitera. “Quel giorno hanno rilasciato l’idoneità di guida valida 3 mesi, ma
solo ad una condizione – ricorda il dottore: stop alla cura con la cannabis,
Mario avrebbe dovuto cambiare farmaco: se dopo 90 giorni le analisi del capello
fossero risultate positive ai cannabinoidi, la Commissione ha avvisato che non
avrebbe rinnovato il documento di guida”. Privitera nel racconto dinanzi ai
medici sottolinea la legittimità della terapia alla cannabis, “anche perché
l’alternativa sono le benzodiazepine, con effetti collaterali ben più gravi”. Ma
dall’altra parte vede un muro: “Secondo loro la presenza del Thc non è
contemplata nella definizione di cannabis medica, ma solo quella ad alto Cbd e
con Thc sotto 1%, una follia”, conclude Privitera. Il racconto del dottore è
tutto da verificare. Di sicuro, due giorni dopo il rilascio dell’idoneità di
guida, la Commissione medica è tornata sui suoi passi. Le motivazioni si
sapranno solo dopo l’appuntamento del 9 dicembre. Per Mario una nuova ansia.
L'articolo Codice della strada, l’inferno burocratico del paziente in cura con
la cannabis: la prefettura gli ridà la patente, la commissione medica potrebbe
togliergliela proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il VER-01, l’estratto di Cannabis sativa, è stato associato a una serie di
benefici importanti per il dolore cronico alla schiena, ma non induce dipendenza
e non provoca effetti collaterali gravi. Questa l’incoraggiante conclusione a
cui giunge uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, condotto dagli
scienziati dell’Hannover Medical School.
Il gruppo di ricerca, guidato da Matthias Karst, ha esaminato i risultati di una
sperimentazione clinica di fase 3 mirata a valutare gli effetti dell’estratto
VER-01. Questa sostanza, definita “full-spectrum” contiene la gamma completa di
cannabinoidi, compresi THC, terpeni e altri composti, ed è un prodotto
farmacologico sperimentale testato per il trattamento del dolore cronico.
Il mal di schiena, riportano gli autori, rappresenta uno dei problemi
invalidanti più comuni, tanto che colpisce oltre mezzo miliardo di persone a
livello globale nella sua forma cronica. Chi soffre di questa condizione
sperimenta notevoli peggioramenti della qualità della vita. Eppure, i
trattamenti attuali sono scarsi e poco risolutivi. In effetti, le cure più
comuni prevedono la somministrazione di farmaci antinfiammatori non steroidei o
di oppioidi. Queste opzioni, però, sono state associate rispettivamente a
notevoli rischi cardiovascolari e gastrointestinali a lungo termine e forte
dipendenza.
Il trial ha indagato l’efficacia dell’estratto in una coorte di 820 persone che
soffrivano di lombalgia cronica e non avevano riscontrato sollievo a seguito di
una cura a base di farmaci non oppioidi. I volontari sono stati divisi in due
gruppi: 394 partecipanti hanno ricevuto il trattamento con VER-01, mentre 426
sono stati assegnati al placebo.
I dati mostrano che i pazienti associati alla cura con l’estratto di cannabis
riportavano una diminuzione media del dolore di 1,9 punti nella scala di
valutazione numerica dopo 12 settimane di trattamento. Coloro che avevano
assunto un placebo segnalavano una riduzione di 0,6 punti nella stessa scala.
Il gruppo di partecipanti che aveva proseguito lo studio per altri sei mesi,
segnalava un ulteriore calo di 1,1 punti in media. Il composto, commentano gli
esperti, è stato ben tollerato, e non sono stati segnalati eventi avversi gravi.
Le conseguenze più comuni, tra quelle riportate erano vertigini a breve termine,
sonnolenza e nausea durante la fase iniziale del trattamento.
Il lavoro mostra che i pazienti non avevano manifestato aumenti della dose,
abuso, dipendenza o sintomi di astinenza. VER-01 è stato associato a un
miglioramento della qualità del sonno, della funzione fisica e della qualità di
vita. Gli effetti sono risultati particolarmente evidenti in persone con dolore
neuropatico o dolore severo. Gli autori commentano che questo approccio potrebbe
rappresentare un’opzione terapeutica valida, economica e semplice per il
trattamento del dolore cronico, senza rischi di dipendenza o conseguenze
dannose.
I ricercatori auspicano che VER-01 possa diventare parte integrante della
gestione del dolore cronico, riducendo la dipendenza da oppioidi. Sono già in
corso studi per confrontare direttamente VER-01 con le terapie oppioidi standard
e per valutare il suo impiego in altre condizioni dolorose croniche.
“Il trattamento prolungato con VER-01 – scrivono gli autori – è stato associato
non solo a ulteriori riduzioni dell’intensità del dolore, ma anche a continui
miglioramenti della funzione fisica, della qualità del sonno e della qualità di
vita. L’effetto terapeutico è risultato ancora più marcato nei partecipanti con
dolore neuropatico e in quelli con dolore severo al basale”. “Vista l’elevata
prevalenza di lombalgia cronica – concludono – e la portata globale della crisi
degli oppioidi, il nostro lavoro suggerisce che l’uso di estratto di cannabis
potrebbe rappresentare una promettente strategia di gestione del dolore non
assuefacente per l’uso clinico”.
L'articolo Avete sempre mal di schiena? L’estratto di cannabis riduce il dolore
cronico lombare: la scoperta nel nuovo studio su Nature proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre proseguono i sequestri agli agricoltori della canapa, il Consiglio di
Stato porta sul tavolo della Corte di Giustizia europea il bando alla cannabis
light. I magistrati lussemburghesi potrebbero spazzare via il bando al fiore
della canapa introdotto dall’articolo 18 del decreto Sicurezza, ma potrebbero
passare due anni. Con l’ordinanza pubblicata il 12 novembre, i giudici
amministrativi hanno chiesto ai colleghi europei di valutare se la normativa
italiana sulla canapa sia coerente con leggi europee. Nella sostanza, il
Consiglio di Stato mette in discussione l’equiparazione tra la canapa priva di
effetti psicotropi e la cannabis stupefacente: è il principio sancito
dall’articolo 18 del decreto Sicurezza.
COME NASCE IL CONTENZIOSO: FIORE E FOGLIE DELLA CANAPA NELLA TABELLA
STUPEFACENTI. IL “DECRETO OFFICINALI” FIRMATO PATUANELLI, SPERANZA E CINGOLANI
Tuttavia il confronto in tribunale nasce altrove. Non dal provvedimento
securitario firmato ad aprile governo Meloni, bensì dal decreto
interministeriale n. 29551 del 24 gennaio 2022, pubblicato in Gazzetta il 18
maggio. C’era il governo Draghi: il provvedimento è firmato dal pentastellato
Stefano Patuanelli (al tempo ministro dell’Agricoltura), il dem Roberto Speranza
(dicastero della Salute) e Roberto Cingolani (Transizione ecologica). Cosa
diceva il decreto, inviso alle imprese della canapa e della cannabis light? Lo
scopo era stilare l’elenco delle piante officinali: come quelle per
l’erboristeria, la cosmesi, i vegetali aromatici o per tisane ed estratti. Ma il
decreto si limita ad indicare le liste della farmacopea già esistenti in Europa.
Tranne per la canapa, che viene letteralmente fatta a pezzi: i fiori e le foglie
sono classificati nell’elenco delle sostanze stupefacenti, dunque valgono le
regole del testo unico sulle droghe (legge 309 del 1990); semi e fibra invece
sono considerate officinali e ricadono nella legge sulla canapa industriale (la
242 del 2016).
Le conseguenza è un freno alle imprese, perché imporrebbe l’autorizzazione del
ministero della Salute per coltivare canapa e vendere il fiore. Si chiedono le
associazioni: se la pianta è legale, priva di effetti droganti, con la soglia
del Thc entro lo 0,5 per cento, che senso ha bandire solo il fiore e le foglie
con lo stigma della droga? Dunque parte subito il ricorso al Tar. E’ firmato da
alcune imprese e sigle di settore, incluse Associazione canapa sativa Italia e
Federcanapa. Secondo loro, il decreto ministeriale contraddice la legge del 2016
sugli usi legali della canapa industriale. Soprattutto, chiedono di stabilire
una volta per tutte i criteri per individuare l’effetto drogante. Il tribunale
amministrativo dà ragione alle associazioni e alle imprese della canapa, nel
febbraio 2023, perché in tutta Europa fiori e foglie sono legali. C’è almeno un
paradosso nel decreto sulle piante officinali: ammette i vegetali inclusi
nell’elenco europeo dei cosmetici; peccato che quest’ultimo includa anche le
foglie della canapa.
IL CONSIGLIO DI STATO RINVIA ALLA CORTE DI GIUSTIZIA UE
Intanto dal governo Meloni arriva il ricorso al Consiglio di Stato firmato dal
ministero dell’Agricoltura, dell’Ambiente e della Salute. Ma il 12 novembre i
giudici amministrativi rinviano ogni decisione alla Corte di Giustizia europea,
dopo aver passato in rassegna l’intera legislazione sulla canapa in Italia. Tra
gli avvocati incaricati dalle associazioni della canapa c’è Giacomo Bulleri.
“Secondo i giudici il problema non è il decreto sulle officinali, bensì la
compatibilità con le regole europee del Testo unico sugli stupefacenti e
dell’articolo 18 del decreto Sicurezza”, dice il legale al Fatto.it. Il
Consiglio di Stato nutre dubbi sul bando al fiore e i suoi derivati
“indipendentemente dal tasso di Thc”, si legge nell’ordinanza.
Ora i giudici della Corte europea dovranno valutare la coerenza delle leggi
italiane con il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Il responso
arriverà forse tra due anni. Canapa sativa Italia intanto chiede “la sospensione
delle operazioni” connesse al bando al fiore sancito dall’articolo 18 del
decreto Sicurezza: dunque stop ai sequestri e alle indagini per droga contro
agricoltori della canapa e cannabis shop. Il presidente Mattia Cusani formula
l’auspicio per il verdetto della Corte di Giustizia europea: “finalmente un
chiarimento definitivo sulle infiorescenze di canapa e dei loro derivati non
stupefacenti”. Perfino Coldiretti, l’associazione vicinissima a Giorgia Meloni,
attende il verdetto Ue con speranza malgrado l’estrema timidezza nel difendere
gli agricoltori: “un passo importante per salvare una filiera della canapa che
vale oggi mezzo miliardo di euro, con tremila aziende agricole e trentamila
posti di lavoro, che nel corso degli anni ha acquisito un peso importante per il
rilancio delle zone interne”.
L'articolo Cannabis light, il Consiglio di Stato rinvia alla Corte di giustizia
Ue il bando al fiore. Associazioni: “Alt ai sequestri” proviene da Il Fatto
Quotidiano.