di Roberto Celante
La manifestazione di protesta di sabato 31 gennaio a Torino, contro lo sgombero
del centro sociale Askatasuna e poi finita in guerriglia urbana, ha riacceso i
riflettori sul fenomeno dei centri sociali. Il problema è che ciò avviene
soltanto ogni volta che si verificano disordini, salvo poi non portare mai a una
soluzione definitiva.
In Italia, i centri sociali occupati autogestiti (CSOA) sono una realtà vecchia
di cinquant’anni. Ne esistono di estrema sinistra e di estrema destra.
Rispondono ad esigenze di critica del conformismo della società, a cui
contrappongono una cosiddetta “controcultura”, in un contesto generale di
disagio sociale delle periferie urbane. I CSOA promuovono iniziative culturali e
ricreative e laboratori artistici, organizzando incontri ed eventi, senza scopo
di lucro. Possono anche offrire servizi alla popolazione del quartiere, in forma
di iniziative solidali a titolo gratuito, o a prezzo simbolico.
Quali criticità portano i CSOA e quali, invece, possono prevenire? La
problematica diffusa è l’occupazione di fabbricati in disuso, pubblici, o
privati, punita dall’art. 633 c.p. con la “reclusione da due a quattro anni (…),
se il fatto è commesso da più di cinque persone”. Negli anni, il destino delle
occupazioni nelle città italiane non è stato mai lo stesso: vi sono stati casi
di sgombero, ma anche di tacita tolleranza, come anche esperimenti di
regolarizzazione. Una disomogeneità di trattamento che viola il principio di
uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.).
Prima di esplorare eventuali soluzioni, converrà valutare obiettivamente gli
aspetti positivi, concreti e potenziali, del fenomeno. L’aspetto fondamentale da
riconoscere è la funzione di aggregatore sociale che ciascun CSOA svolge,
attraendo nella propria orbita, e indirizzando ad iniziative culturali e
solidali di cui si è già fatto accenno, molte energie altrimenti propense
all’insubordinazione e alla rivolta, che potrebbero anche confluire nel circuito
della criminalità.
Uno step successivo potrebbe essere l’elaborazione di piattaforme di
rivendicazioni politiche, sia promuovendo nuove formazioni politiche, sia
dialogando con i partiti. Perché la contestazione fine a sé stessa è sterile:
non basta individuare i problemi e urlare al mondo la propria insofferenza,
perché ad un certo punto arriverà il momento di confrontarsi con la società
conformista, perché non ce n’è un’altra, salvo non si voglia trascorrere ai
margini l’intera esistenza. La contestazione, se promossa in un contesto di
legalità, può invece diventare un’opportunità per la collettività intera.
Tornando al tema di come approcciare il fenomeno, nel rispetto dell’art. 3
Cost., le soluzioni si riducono a due ipotesi antitetiche.
La prima soluzione prevede di applicare a tappeto l’art. 633 c.p., sgomberando
tutti i fabbricati occupati e (poiché la pena massima per l’occupazione illecita
non supera i quattro anni di reclusione) andando a sbattere sul paradosso di
condannare all’affidamento in prova ai servizi sociali quelle stesse persone che
stavano già fornendo servizi sociali al quartiere di riferimento.
Oppure, si potrebbe seguire una strada diversa: lavorare in Parlamento ad un ddl
bipartisan volto a regolarizzare le occupazioni, cedendo in comodato d’uso ai
CSOA sia i fabbricati pubblici, che gli edifici privati, in tal caso
espropriandoli e riconoscendo al proprietario anche un ristoro per il periodo
dell’occupazione. Alla luce delle considerazioni sopra esposte, quest’ultima
soluzione sembra quella da preferire.
Per i casi di guerriglia urbana, invece, c’è ben poco da dire: sono reati già
presenti nel codice penale, senza necessità di nuove norme.
Che fossero “schegge impazzite” del collettivo autogestito, o criminali comuni
infiltrati nel corteo, poco importa: si tratta di far prevalere la legalità
sulla violenza, che non è mai giustificabile e deve essere sempre perseguita. A
maggior ragione, quando si scatena contro l’ordinamento democratico.
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L'articolo Per i centri sociali serve una regolarizzazione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Centri Sociali
Tensione nella notte a Torino durante una manifestazione di protesta promossa
dagli attivisti legati al centro sociale Askatasuna, sfociata in scontri con le
forze dell’ordine. Il corteo, organizzato a ridosso della mezzanotte di
Capodanno, era mirato alla contrapposizione con le forze dell’ordine. La
manifestazione, denominata “Street Parade”, ha visto la partecipazione di circa
duemila persone ed è partita dopo un raduno in piazza Vittorio Veneto. Il corteo
si è poi snodato nel quartiere Vanchiglia, area in cui si trova l’edificio che
ospitava il centro sociale Askatasuna prima dello sgombero avvenuto nelle
settimane precedenti. Gli attivisti hanno scandito slogan di protesta,
rivendicando l’inizio di “un nuovo anno di lotta”.
Le tensioni sono esplose all’incrocio tra via Rossini e corso Regina Margherita,
dove gruppi di manifestanti hanno lanciato petardi, bombe carta e fuochi
pirotecnici contro le forze dell’ordine schierate per il controllo del corteo. I
carabinieri hanno risposto utilizzando lacrimogeni e idranti per contenere e
disperdere i gruppi più violenti. Nel corso degli scontri, quattro carabinieri
sono rimasti leggermente feriti, colpiti dal lancio di materiale pirotecnico.
Non risultano, al momento, feriti gravi tra i partecipanti alla manifestazione.
Dopo i momenti di maggiore tensione, il corteo si è spostato verso la zona del
Campus Einaudi, dove l’iniziativa si è conclusa e i manifestanti si sono
fermati. Nelle ore successive, ambienti dell’area antagonista hanno commentato
gli scontri con un messaggio diffuso sui social network, parlando di “Capodanno
contro lo Stato di polizia” e rivendicando la protesta. Nel testo vengono anche
chieste la liberazione di alcuni studenti ai domiciliari per precedenti episodi
di piazza e riaffermate le posizioni politiche del movimento.
L'articolo “Capodanno contro lo Stato di polizia”, scontri al corteo pro
Askatasuna: quattro carabinieri feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo Leoncavallo e Askatasuna, il governo ha deciso che il vero nemico del Paese
sono i centri sociali. Non la precarietà, non i salari da fame, non le
disuguaglianze. Lo sgombero di corso Regina 47 a Torino non si affianca solo a
quello recente del Leoncavallo, ma prelude, come annunciato da Piantedosi
stesso, ad altre azioni nei confronti degli spazi sociali romani e non solo. È
una logica repressiva, da campagna elettorale permanente, innanzitutto per
tentare di spegnere e piegare le realtà che contestano più duramente le
politiche di questo governo.
Con l’atto di forza spettacolare in quella data simbolica che è il 18 dicembre,
l’intero quartiere di Vanchiglia è stato svegliato all’alba da un’operazione di
polizia giudiziaria che ha costretto 500 famiglie di bambini, che sarebbero
dovuti andare a scuola, a restare fuori. Una primaria e una scuola dell’infanzia
chiuse all’improvviso, a pochi giorni dalle feste natalizie.
Il governo Meloni e il Ministro Piantedosi hanno ancora una volta usato Torino
come laboratorio di repressione e lo hanno fatto militarizzando un quartiere e
sospendendo il diritto allo studio e i servizi per l’infanzia. Ma soprattutto,
hanno compiuto un atto ostile nei confronti della città, entrando a gamba tesa
in un processo virtuoso che vedeva la collaborazione tra Comune, comitato
promotore del patto e collettivo del centro sociale.
Un patto nato dal desiderio di prendersi cura collettivamente di uno spazio che
fa parte dell’identità di Torino. Nato dalla scelta matura di dialogare e
collaborare con i movimenti, anche con quelli più radicali. E dalla nascita di
quel patto, la destra torinese e nazionale non ha mai smesso di tentare di
sabotarlo, fino all’esito drammatico di queste giornate.
Questo è un governo che lavora da un lato a una vera e propria persecuzione di
ogni voce critica e di ogni manifestazione di dissenso. Lo fa con un impianto
normativo iper punitivo e illiberale, culminato nel dl Sicurezza. Lo fa
costruendo e inventando il nemico perfetto nelle sue mille forme: il terrorista
climatico, il fanatico pro Pal, il migrante invasore, la sinistra che siede in
Parlamento con la kefiah ma copre i facinorosi, i magistrati rossi, perfino gli
intellettuali, i giornalisti, i direttori di musei non fedeli alla linea
meloniana.
Tuttavia, esiste un disegno che non risponde solo alla smania di sorvegliare e
punire. La destra ha bisogno di un nemico per coprire le sue contraddizioni, per
distogliere l’attenzione dal fatto che, mentre manganella studenti e sgombera
spazi sociali, litiga su come peggiorare la Fornero o lasciarla com’è, cioè
ingiusta. Ha apparecchiato una manovra di austerità per finanziare una corsa al
riarmo pagata da lavoratori e pensionati, mentre 5,7 milioni di persone vivono
in povertà assoluta: il 9,8% della popolazione. Una legge che si veste di
stabilità per mascherare il taglio ai ministeri, agli enti locali e ai servizi,
i salari prosciugati e le risorse pubbliche consegnate alle rendite di guerra e
fossili: una scelta di classe e un’adesione piena all’economia di guerra, con le
spese militari incrementate di un miliardo.
Inoltre, uno degli obiettivi di questa ultradestra autoritaria, che sogna una
democratura ipercentralista, sono anche le città che sperimentano modelli
progressisti, avanzati, solidali, e che ovviamente non sono amministrate dai
loro. Torino medaglia d’oro della Resistenza è l’esempio perfetto di tutto ciò.
Il patto di collaborazione su Askatasuna una specie di kriptonite per una destra
che dipinge le occupazioni come la piaga del nostro tempo. Una città che
addirittura lavora a un’evoluzione di qualcosa che nasce come irregolare è
l’avamposto dell’eresia.
Per questo credo che la risposta della città, della cittadinanza ma anche
dell’amministrazione comunale, sia stata all’altezza. Sabato 20, migliaia di
cittadini e cittadine si sono mobilitati per difendere quello spazio comune
dalla repressione che il governo vuol far passare per tutela della sicurezza
pubblica. Tra di loro c’eravamo anche noi di Alleanza Verdi Sinistra, non solo
come rappresentanti delle istituzioni, ma anche come cittadini antifascisti che
credono in un futuro diverso rispetto alla deriva autoritaria in cui ci sta
trascinando il governo. Eravamo tutti in piazza: parlamentari, assessori,
consiglieri regionali, comunali, di circoscrizione, militanti.
Le voci della destra si sono levate per far cadere qualche testa. Alcuni – anche
fra le file della maggioranza cittadina – ci stanno chiedendo conto di quella
presenza. Ma quella presenza sta nel nostro Dna. Perché siamo persone che, in
epoche diverse e facendo parte di generazioni diverse, hanno attraversato e
animato i movimenti sempre. E, soprattutto, stiamo dalla parte della
Costituzione, agiamo alla luce del sole, con trasparenza e coerenza. A
differenza di certi figuri che, mentre chiedono le dimissioni del nostro
assessore Jacopo Rosatelli, partecipano a missioni oscure in Donbass a sostegno
di regimi autoritari e strizzano più di un occhio a movimenti eversivi e
apertamente neofascisti.
Offriamo copertura politica alle violenze? Chi lo afferma è intellettualmente
disonesto. Queste sono state giornate dure, complicate. Per molti di noi anche
il tuffo in un passato che non abbiamo voglia di rivivere, fatto di rigurgiti
repressivi e conflitti esacerbati. Ma la realtà è che, nonostante alcuni momenti
di disordine e tensione, proprio la nostra presenza al corteo ha aiutato a
portarlo a conclusione senza incidenti gravi, altro che la guerriglia urbana che
le testate conservatrici continuano a descrivere. E ciò è avvenuto nonostante
gli idranti che ci hanno lavati mentre percorrevamo via Vanchiglia pacificamente
e i lacrimogeni lanciati in presenza di bambini e vicino agli ospedali.
Nonostante un clima di tensione e paura alimentato dallo sgombero e dalla
militarizzazione del quartiere di Vanchiglia, voluta dal governo. Una campagna
truce e repressiva, che colpisce chi non si allinea, chi costruisce alternative,
chi dà voce a chi non ce l’ha.
Io credo che la risposta di Torino sia stata ammirevole e debba darci speranza.
Abbiamo urlato a gran voce che noi non ci stiamo: corso Regina 47 è e deve
restare un bene comune. E difendere gli spazi di libertà, cultura e mutualismo
non è solo un dovere politico, è una necessità democratica. Non lasciateci soli,
non lasciateci sole.
L'articolo Sgombero Askatasuna: davanti alla logica repressiva del governo,
Torino ha risposto in modo ammirevole proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo le perquisizioni, lo sgombero e le proteste popolari dei giorni scorsi, più
di duemila persone oggi sono scese in strada a Torino per partecipare a un
corteo in difesa del centro sociale Askatasuna. La protesta è partita da Palazzo
Nuovo, sede di facoltà umanistiche e psicologiche e coordinamento di molte
proteste cittadine, al grido di “Askatasuna vuol dire libertà, nessuno ci
fermerà” e “Guai a chi ci tocca”. Presenti al corteo numerose famiglie e
bambini, oltre a delegazioni solidali provenienti da tantissime città e diverse
bandiere No Tav (una delle storiche battaglie del centro sociale) e palestinesi.
Anche alcuni rappresentanti dei genitori del Comitato di quartiere sono
intervenuti, in quanto alcune scuole della zona sono state chiuse senza
preavviso per permettere lo sgombero.
Nella marcia, diretta nel quartiere Vanchiglia e attualmente in corso, è
presente anche la capogruppo di Alleanza Verdi–Sinistra in consiglio regionale
Alice Ravinale. Diversi controlli militari previsti dalle forze dell’ordine
anche nelle stazioni ferroviarie, in quanto si attendono appunto numerosi
attivisti da fuori Torino. A commentare il fatto intanto Antonio Tajani. Il
vicepremier si è unito alle condanne della maggioranza dei giorni scorsi
ricordando che “la violenza va contro i cittadini. Manifestare è un diritto, ma
distruggere automobili o picchiare poliziotti carabinieri e finanzieri che fanno
il loro dovere non va bene”. Tajani sembra poi far riferimento al famoso
commento di Pasolini a seguito degli scontri di Valle Giulia dicendo “tanti di
questi (manifestanti – ndr ) sono figli di papà che se la prendono con i figli
del popolo. La legge deve essere sempre rispettata e lo Stato ha il dovere di
farla rispettare. Il ministro Piantedosi lo ha fatto. Se poi i violenti vogliono
continuare a fare i violenti non possono pensare che lo Stato, il governo,
rimanga immobile. Non basta non essere violenti nel senso di non distruggere
negozi o aggredire le forze dell’ordine: anche i messaggi violenti sono
inaccettabili. Si possono esprimere le idee anche senza offendere e insultare
nessuno”. “Certamente” – ha concluso il leader di Forza Italia – “non ci
facciamo intimidire“. Per il corteo sono stati deviati deviati i mezzi pubblici
dalla zona, e l’allerta è massima.
L'articolo Corteo contro lo sgombero dell’Askatasuna, migliaia di persone a
Torino proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Digos di Torino e i reparti operativi della Polizia, dei Carabinieri e della
Guardia di finanza hanno avviato all’alba una perquisizione nella sede del
centro sociale Askatasuna, uno stabile in corso Regina Margherita occupato dal
1996. Setacciate anche le abitazioni di alcuni militanti del centro e membri dei
collettivi studenteschi. L’operazione, a quanto si apprende, è stata disposta
nell’ambito dell’indagine sugli assalti alla sede di Leonardo, alle Officine
grandi riparazioni (un famoso centro culturale torinese) e alla redazione del
quotidiano La Stampa, avvenuti durante manifestazioni pro-Palestina nelle scorse
settimane e mesi.
Il centro sociale è oggetto dalla primavera 2025 di un patto di collaborazione
tra il Comune e un comitato di garanzia che prevede la gestione. da parte degli
attivisti, del piano terra dello stabile. All’arrivo, però, la Digos ha riferito
di aver trovato sei attivisti tra il quinto e il sesto piano, il che, si
sostiene, potrebbe costituire una violazione dell’accordo. Di fronte al centro
sociale si sono radunate una trentina di persone in solidarietà, tenute a
distanza dalle forze dell’ordine che cinturano l’edificio con numerosi uomini.
Il tratto di strada interessato è stato chiuso e la viabilità è stata deviata.
Sui social i militanti parlano di “ingente dispiegamento di mezzi di polizia,
camionette e idranti: ancora non è chiara l’entità dell’operazione, chi può ci
raggiunga”, scrivono, sottolineando che “non si esclude un possibile sgombero“.
Che l’operazione possa portare allo sgombero lo conferma una nota del sindacato
di polizia Coisp: “Quanto sta accadendo in queste ore ad Askatasuna a Torino non
è una semplice perquisizione: lo Stato ha deciso di passare all’azione in modo
deciso e concreto”, afferma il segretario Domenico Pianese. “A seguito
dell’indegno assalto alla redazione de La Stampa e delle gravi violenze che
hanno caratterizzato alcune delle manifestazioni degli ultimi mesi, ieri sono
stati inviati in rinforzo a Torino oltre trecento poliziotti dei reparti mobili
per sostenere l’azione delle forze dell’ordine sul posto. Non si tratta solo di
una perquisizione dei locali e delle abitazioni: le autorità competenti sono
pronte ad attuare lo sgombero dello stabile occupato, se necessario, per
ristabilire legalità e ordine in una situazione che ha superato ogni limite
tollerabile”, aggiunge.
L'articolo Torino, maxi-perquisizione nella sede del centro sociale Askatasuna.
Il sindacato di Polizia: “Pronti allo sgombero” proviene da Il Fatto Quotidiano.