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Manifestazione di Torino: la situazione con questo governo sta degenerando
In esito a questo bailamme scaturito dalla manifestazione di sabato scorso a Torino, mi sono andato a rileggere un’intervista che feci nel 2022 per Altreconomia durante il governo Draghi (appoggiato, si badi bene, anche dalla cosiddetta “sinistra”). L’intervistato era l’avvocato Claudio Novaro, uno dei più quotati avvocati italiani nel campo della difesa (anche) dei cosiddetti “antagonisti”. Il quadro che egli fece fu a tinte molto fosche e dipingeva un potere (di qualsiasi colore politico) che reprimeva anche violentemente qualsiasi manifestazione che contestasse l’ordine costituito. Sicuramente esemplare fu la costituzione a Torino di un apposito pool di magistrati per contrastare le contestazioni contro la grande, inutile, devastante opera che è la Tav Torino-Lione. In proposito, la Procura della Repubblica creò quel “teorema” che individuava addirittura una matrice terroristica nella lotta di contestazione all’opera. “Ci volle l’intervento della Cassazione per smontare quell’impianto accusatorio. In alcuni recenti procedimenti, poi, mi pare che ci sia addirittura un tentativo da parte della magistratura inquirente di qualificare come sovversivo chiunque si contrapponga violentemente alle decisioni della maggioranza parlamentare o del governo democraticamente eletti. Questo significherebbe che qualsiasi forma di protesta nei confronti di legittime decisioni assunte da Parlamento o governo diviene sovversiva se attuata con forme violente. Il che è davvero preoccupante.” A ciò aggiungasi che gli organi di polizia godevano e godono tuttora di una sostanziale impunità. Impunità voluta bipartisan anche perché le forze dell’ordine durante le manifestazioni non hanno un codice identificativo sulla divisa e perciò è pressoché impossibile individuare tra loro i violenti. Questo nonostante che “il 19 settembre 2001, dopo i fatti del G8 di Genova, il Consiglio d’Europa avesse approvato il Codice etico europeo di polizia che, tra le altre cose, invitava gli Stati membri a far sì che nel corso di manifestazioni pubbliche ciascun agente di polizia fosse riconoscibile e identificabile. Nonostante questo, l’Italia non si è mai adeguata”. Così ancora Novaro: “Polizia e una parte della magistratura sembrano quasi non aver metabolizzato che la protesta sociale è del tutto legittima, che accanto alle esigenze di tutela della sicurezza nel corso delle manifestazioni pubbliche vi sono quelle connesse alla partecipazione politica dei cittadini, che costituiscono a loro volta l’essenza stessa del sistema democratico.” Era il 2022 e il quadro era già preoccupante. È sotto gli occhi di tutti che sicuramente con questo governo la situazione sta degenerando. Del resto è un governo il cui primo atto fu una norma per contrastare i rave party… La manifestazione di sabato scorso c’è stata per un atto a monte come la chiusura del centro sociale Askatasuna che non aveva alcuna ragion d’essere, e che potrei definire “una provocazione”. “Negli anni, poi, Askatasuna è diventata, per l’attuale maggioranza politica (a livello locale e nazionale), una vera e propria ossessione, contrassegnata da reiterate richieste di sgombero e da una campagna di criminalizzazione a cui hanno dato sponda le forze di polizia (con frequenti perquisizioni e arresti di suoi aderenti), la Procura della Repubblica cittadina che si è spinta a istruire un processo per associazione a delinquere, dichiarata totalmente inesistente, all’esito del dibattimento di primo grado, dal Tribunale di Torino.” Così Livio Pepino, già magistrato, Consigliere di Cassazione e membro del Csm. Era del tutto scontato che a seguito della chiusura del Centro, ci sarebbe stata una grande manifestazione, e altresì scontato che ci sarebbero stati dei violenti cani sciolti, visto che gli amici di Askatasuna non avevano alcun interesse che la manifestazione degenerasse. Violenti infiltrati, o provocatori, o chissà. Magistratura inquirente infastidita da chi contesta l’ordine costituito; polizia che agisce di conseguenza e indisturbata; e oggi un governo inguardabile nei suoi membri che vuole sopprimere chi si permette di contestare una deriva sicuramente autoritaria. Questo il quadro. Preoccupiamoci. L'articolo Manifestazione di Torino: la situazione con questo governo sta degenerando proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri Torino, la gip: “Guerriglia urbana” preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata”
Quella avvenuta a Torino il 31 gennaio è stata una vera e propria “guerriglia urbana” preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata” da parte di una frangia dei manifestanti pro Askatasuna. Lo scrive la giudice per le indagini preliminari, Irene Giani, nelle diverse ordinanze con cui si è pronunciata sulla posizione delle tre persone arrestate. La giudice – che ha disposto i domiciliari per il presunto aggressore di un poliziotto – ha anche fatto cenno alla “brutale aggressione” subito da una troupe della Rai. L'articolo Scontri Torino, la gip: “Guerriglia urbana” preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scarcerati due arrestati dopo gli scontri di Torino, ai domiciliari il 22enne accusato dell’aggressione al poliziotto
Sono stati scarcerati con obbligo di firma due dei tre arrestati per gli scontri avvenuti a Torino il 31 gennaio scorso, al termine della manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino, al termine dell’udienza di convalida, ha disposto la rimessione in libertà di Matteo Campaner, 35 anni, residente a Grugliasco, e di Pietro Desideri, 31 anni, torinese, entrambi arrestati per resistenza a pubblico ufficiale. Agli arresti domiciliari Angelo Francesco Simionato, 22enne della provincia di Grosseto, arrestato in flagranza differita dalla Digos e ritenuto uno dei componenti del gruppo che avrebbe aggredito violentemente un agente del reparto mobile di Padova, Alessandro Calista, durante le fasi più dure dei disordini. Il giovane è accusato, a vario titolo, di concorso in lesioni personali aggravate, violenza a pubblico ufficiale e rapina, per aver partecipato anche al furto dello scudo, dell’U-bot e della maschera antigas in dotazione al poliziotto ferito. “Siamo contenti della decisione del giudice, anche se riteniamo di essere del tutto estranei agli incidenti. Per questo valuteremo la possibilità di ricorrere al tribunale del riesame” ha dichiarato l’avvocato Stefano Coppo, difensore di Campaner. L’uomo resta indagato per resistenza e violenza pubblico ufficiale. All’udienza di convalida, oltre ad avere negato qualsiasi coinvolgimento in azioni contro le forze dell’ordine, si era detto “inorridito” dall’aggressione all’agente messa in atto da una mezza dozzina di dimostranti. GLI SCONTRI Gli scontri si sono protratti per oltre due ore e hanno interessato diverse zone della città, non solo corso Regina Margherita, nei pressi della sede sgomberata di Askatasuna, ma anche l’area del campus universitario Luigi Einaudi e le vie limitrofe. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, alle violenze avrebbero preso parte centinaia di manifestanti a volto coperto, tra cui il cosiddetto “blocco nero” e altri gruppi disorganizzati, che hanno lanciato razzi, bombe carta, sassi e massi, in parte ricavati sul posto rompendo il selciato con martelli. Il bilancio è stato pesante: circa un centinaio di operatori delle forze dell’ordine feriti, tre arresti e 24 persone denunciate per resistenza a pubblico ufficiale, porto di armi improprie, travisamento e inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Durante i controlli sono stati sequestrati sassi, chiavi inglesi, frombole, coltelli e materiale per il travisamento. La Digos della questura di Torino sta proseguendo senza sosta l’attività investigativa, basata soprattutto sull’analisi dei filmati raccolti durante la manifestazione, per identificare ulteriori responsabili. Secondo chi indaga, l’attacco sarebbe stato pianificato nei giorni precedenti e alcune modalità operative richiamerebbero quelle utilizzate in passato negli scontri legati alla lotta No Tav in Val di Susa. Nessuno dei tre arrestati, precisano fonti investigative, risulta direttamente legato al centro sociale Askatasuna o a movimenti antagonisti strutturati, ma il numero dei denunciati è destinato ad aumentare nelle prossime ore. L'articolo Scarcerati due arrestati dopo gli scontri di Torino, ai domiciliari il 22enne accusato dell’aggressione al poliziotto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni ’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili”
“Non credo affatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno manifestato pacificamente a Torino abbia dato copertura ai violenti. Anzi, probabilmente sarebbe stata felice se un servizio d’ordine più efficace, come quello di una volta del Partito Comunista o della Cgil, avesse tenuto fuori i violenti dal corteo”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale, nella sua informativa alla Camera, ha attaccato chi nell’opposizione era alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna (“Chi sfila con i delinquenti offre prospettive di impunità”). Travaglio ricorda come a Torino abbiano sfilato moltissime persone pacifiche, accanto a una minoranza di delinquenti: “Alcuni li importiamo dall’estero a ogni manifestazione, infatti fra i denunciati ci sono anche dei francesi e degli inglesi. Altre volte c’erano i belgi, come al G8. Insomma c’è una internazionale di specialisti della violenza che coglie tutte le occasioni per mettersi in mostra”. “Ma il ministero dell’Interno avrebbe potuto evitare questi tafferugli e questi scontri?”, chiede la conduttrice Lilli Gruber. “No, io non credo che si possa evitare al 100% – risponde il direttore del Fatto – Quell’episodio dell’aggressione al poliziotto è stato gravissimo e sconvolgente e io mi auguro che i responsabili di questo atto inqualificabile si becchino la pena che si meritano, fermo restando che non c’è bisogno di nuove leggi, perché nel nostro codice penale è già tutto previsto. Lo ha scritto Alfredo Rocco, che era ministro di Mussolini, non certo Madre Teresa di Calcutta. Il nostro, quindi, è un codice penale rigoroso, che ha già tutti gli strumenti per colpire“. Travaglio poi precisa: “Io, proprio perché sono torinese e ho fatto il giornalista per tanti anni a Torino, ho vissuto la stagione dove l’antagonismo e l’anarco-insurrezionalismo hanno prodotto scontri di piazza infinitamente più gravi di quelli di oggi. E allora nessuno si sognava di parlare di Brigate Rosse, nemmeno quando tentarono di fare l’assalto al Palazzo di Giustizia nel 1998“. Il direttore del Fatto ricorda la manifestazione nazionale del 4 aprile 1998 indetta dai centri sociali e dall’area autonoma-anarchica, in seguito al suicidio in carcere di Edoardo Massari “Baleno”, arrestato il 5 marzo 1998, insieme a Maria Soledad Rosas (“Sole”) e a Silvano Pelissero, con l’accusa di far parte del gruppo anarchico i Lupi Grigi, legato ad azioni contro l’Alta Velocità in Val Susa. L’11 luglio dello stesso anno si suicidò anche Sole mentre si trovana agli arresti domiciliari in una comunità a Bene Vagienna (Cuneo). “Torino quel giorno fu messa a ferro e fuoco, altro che quello che è successo l’altro giorno – spiega Travaglio – Bisogna quindi sapere che i professionisti della violenza ci sono e che quanto accaduto sabato a Torino è acqua fresca rispetto a tutto ciò che abbiamo visto non solo negli anni del terrorismo ma anche gli anni ’90 e i primi anni 2000 fino al G8, quando cioè sono avvenuti fatti infinitamente più gravi”. Infine, l’appello conclusivo del giornalista: “Io inviterei tutti, ovviamente, a perseguire i reati e chi li ha commessi, ma allo stesso tempo a evitare isterismi o l’invenzione di nuovi articoli del codice penale che non servono a niente. Abbiamo sconfitto il terrorismo con lo Stato di diritto, senza fare leggi speciali o straordinarie. A maggior ragione, oggi abbiamo tutte le possibilità di sconfiggere queste frange, che, per quanto pericolose, sono infinitamente più limitate rispetto al passato”. L'articolo Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni ’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Travaglio smonta la tesi di Sallusti e la card del Comitato Sì: “Il No non c’entra niente con Torino”. Su La7
Botta e risposta a Otto e mezzo (La7) tra il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e Alessandro Sallusti, direttore della testata online politicoquotidiano.it e portavoce del Comitato per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia. A sollevare il caso è la conduttrice Lilli Gruber, che chiede conto a Sallusti della card diffusa sui social dal Comitato “Sì Riforma”, nella quale compare l’immagine dell’aggressione al poliziotto durante gli scontri di Torino del 31 gennaio 2026, accompagnata dalla scritta “Loro votano no”. “Voi scrivete che gli autori delle violenze di Torino votano No al referendum – domanda ironicamente la giornalista – Allora mi è venuta questa curiosità: li avete identificati e intervistati questi violenti?“. Sallusti risponde: “Il fatto che chi ha organizzato quella manifestazione vota No è ufficiale”. Travaglio scoppia a ridere e interviene: “Sì certo, Askatasuna” L’ex direttore del Giornale prosegue, confondendo il direttore del Fatto con Roberto Saviano: “La nostra era una risposta a Marco Travaglio il quale ha scritto e sostenuto che chi vota sì è complice della mafia. O era anche una risposta a Saviano, se vuoi”. Travaglio replica, sbigottito: “E vabbè, ma ci sarà anche una differenza tra me e Saviano“. Sallusti rilancia: “Allora spiegami perché il No può fare questi accostamenti paradossali e il Sì non può farli. Tu hai sostenuto che chi vota no è un nemico della democrazia e addirittura favorisce la mafia”. Il direttore del Fatto ribatte: “Mi hai confuso con Saviano, che ha parlato dei danni per le indagini di mafia. Saviano peraltro non ha detto che chi vota Sì sta con la mafia, e quindi è complice della mafia. Ha scritto un articolo di un’intera pagina su Repubblica per spiegare come mai, secondo lui, questa riforma indebolirebbe le indagini di mafia. Io non l’ho mai scritto”. E aggiunge: “In ogni caso, credo che quelli di Askatasuna non vadano a votare. Credo anche che quelli che hanno menato in piazza siano in gran parte stranieri e vengano tutti da paesi dove le carriere sono già separate e dove probabilmente non si fanno referendum come il nostro. Ma, comunque, il No al referendum non c’entra proprio niente con quello che è successo a Torino“. Sallusti insiste: “Ma neanche la mafia c’entra niente”. “Ma perché continui a chiedermi conto di un articolo di Saviano? – controbatte Travaglio – Quando sarà presente Roberto Saviano, che ha scritto delle cose secondo me condivisibili, ma che non dicono che chi vota Sì è con la mafia, glielo dirai”. L'articolo Referendum, Travaglio smonta la tesi di Sallusti e la card del Comitato Sì: “Il No non c’entra niente con Torino”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Rai non manda in onda l’intervista all’attivista di Askatasuna dopo gli scontri. I sindacati: “Svilito il lavoro giornalistico”
Un’intervista a una ragazza di Askatasuna che la Rai non ha voluto mandare in onda. Con una scelta che puzza di censura. Dunque accade che domenica scorsa, il giorno dopo gli scontri di sabato a Torino durante la manifestazione pro Askatasuna, un cronista della Tgr Piemonte intervista una rappresentante del centro sociale sgomberato il 18 dicembre scorso. Una bella intervista, dove vengono fatte tutte le domande necessarie sulle violenze nei confronti della polizia, e dove la manifestante offre la sua versione dei fatti. Un bel colpo giornalistico, soprattutto se si pensa alla ritrosia ben nota dei ragazzi di Askatasuna a parlare con i giornalisti. L’intervista, concordata con la “line” della redazione Rai piemontese, guidata da Francesco Marino, però, non andrà mai in onda. Il motivo? Il fatto che la donna in questione non abbia fornito le sue generalità complete: nome e cognome. Insomma, ai vertici della tv pubblica non bastava il nome, Martina, e il fatto che la ragazza mostri tranquillamente il volto alla telecamera. Niente da fare: senza il cognome l’intervista non può andare in onda. Motivo che non ha convinto nessuno. “Il collega aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto. Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte”, recita un comunicato congiunto del Cdr della Tgr Piemonte, di Usigrai e di Fnsi. “Decine di volte abbiamo mandato in onda persone che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica. Decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari. È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande. Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande. Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico. E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico”, si sostiene nel comunicato. Nell’intervista la rappresentante del centro sociale afferma che quello che è accaduto in piazza sabato ha la sua genesi nello sgombero del centro sociale il 18 dicembre, avvenuto con la chiusura di una scuola e la militarizzazione di un intero quartiere. In particolare sugli scontri, Martina precisa che sono scese in piazza oltre 50mila persone in modo pacifico contro le guerre, il riarmo, le politiche del governo Meloni e la difesa degli spazi sociali e che in Italia non si è abituati al conflitto, preferendo alla nitidezza delle posizioni una falsa pacificazione. Viene poi sottolineato come violenze sabato ci siano state anche da parte della polizia sui manifestanti e che quando si va in piazza si generano delle complessità che possono portare anche alle immagini che tutti hanno visto. Un’intervista dove sono state fatte tutte le domande necessarie e di fronte alle quali vengono date risposte pacate e ragionate, senza estremismi. E forse è proprio questo che, secondo qualcuno in Rai, non andava fatto vedere. L'articolo La Rai non manda in onda l’intervista all’attivista di Askatasuna dopo gli scontri. I sindacati: “Svilito il lavoro giornalistico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cacciari: “Governo Meloni usa gli scontri di Torino per ridurre i diritti. Il suo ideale è una polizia con licenza di uccidere”
“Le forze di governo, come tutte le forze di destra nel mondo, strumentalizzano alcuni episodi come quelli di Torino per ridurre i livelli di diritto: è palese che sia così. Il modello è Trump e l’ideale loro sarebbe un corpo speciale di polizia con licenza di uccidere“. Massimo Cacciari non usa giri di parole intervenendo a Uno, Nessuno, 100Milan, su Radio24, all’indomani dei violenti scontri avvenuti a Torino durante il corteo nazionale per il centro sociale Askatasuna. Il filosofo inquadra subito quanto accaduto non come un’emergenza di ordine pubblico, ma come un episodio funzionale a una dinamica politica più ampia, che riguarda il rapporto tra sicurezza e diritti nelle democrazie occidentali. Per Cacciari il dibattito non può essere ridotto allo schema destra-sinistra, una chiave di lettura che considera ormai superata: “Il problema della sicurezza è un problema complessivo che va affrontato a 360 gradi. Bisognerebbe individuare prima di tutto le cause di questa presunta crisi dei livelli di sicurezza. Nessun dato lo dimostra, ma non importa. Ammettiamo che esista una percezione di insicurezza molto diffusa: quali sono le cause? Sono le manifestazioni in cui alcuni sciagurati commettono atti di intollerabile violenza? Io non lo credo. Le cause dell’insicurezza, del disagio, della frustrazione sono ben altre”. L’ex sindaco di Venezia contesta l’idea che l’inasprimento delle misure repressive possa rappresentare una risposta efficace al problema della sicurezza: “Dei politici che non fanno i demagoghi dovrebbero prima individuare queste cause e cercare di porvi rimedio. Poi esistono anche questioni tecniche che riguardano la sicurezza. Ma per una serie di reati l’inasprimento delle pene non serve assolutamente a nulla. È stato scientificamente dimostrato che aumentare le pene non riduce la quantità né la qualità dei reati – sottolinea – Ovviamente esistono dei problemi tecnici di sicurezza. Quante sono le forze dell’ordine, come sono dislocate, sono organizzate bene, sanno fare il loro mestiere, sono state addestrate adeguatamente, sono pagate adeguatamente? Ma naturalmente non si tratta di questo, soprattutto per le forze di governo”. Gli episodi di violenza, quindi, diventano l’occasione per restringere progressivamente i diritti, in una logica che Cacciari definisce evidente e sistematica: “Non è vero che i livelli di autoritarismo si misurano soltanto sulle leggi speciali in materia di sicurezza. C’è un crollo globale dei diritti individuali. Noi siamo sorvegliati, controllati, manipolati dalla mattina alla sera. In nessun regime autoritario del passato esisteva la possibilità tecnica di un controllo e di una manipolazione di ogni individuo come oggi. Questo è l’autoritarismo nuovo che sta avanzando“. Alla constatazione che gli elettori sembrano premiare i partiti che spingono in questa direzione, Cacciari risponde collegando il tema della sicurezza a una crisi sociale profonda. I ceti medi dell’Occidente vivono una condizione di insicurezza strutturale, con redditi fermi da quarant’anni, giovani costretti a emigrare perché non trovano lavoro adeguato e una sensazione diffusa di declino. In un contesto simile, osserva, è inevitabile che l’opinione pubblica si sposti a destra, come la storia dimostra. E avverte: “Vuole che la gente si senta sicura? Vuole che la gente dica che sta bene e tranquilla? Guardate cosa sta succedendo negli Stati Uniti che da anni sono sull’orlo di una vera e propria guerra civile. Le opposizioni si svuotano o scompaiono e in alcuni paesi, come la Francia, dove siamo arrivati al paradosso per cui il presidente Macron finisce per rappresentare l’opposizione rispetto a una destra sempre più radicalizzata”. Nel dibattito entra anche l’intervento della procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha denunciato la “benevola tolleranza” di settori della borghesia e della upper class verso condotte che sono gravi reati. Musti parla di una “area grigia”, colta e borghese, che attraverso scritti, prese di posizione e comportamenti contribuisce a normalizzare la violenza invece di svolgere un ruolo di deterrenza, educazione al vivere sociale e rispetto delle regole democratiche. Cacciari colloca queste parole in un quadro più ampio: “Ormai le cose sono andate a un punto tale per cui è molto difficile per la cosiddetta sinistra resistere alla strumentalizzazione di certi episodi da parte della destra. In Italia, come altrove, è diventato molto difficile rimontare la situazione in un contesto internazionale di questo genere, con la guerra sempre sulla soglia. È molto complicato”. Questo, aggiunge, non esonera dalla necessità di interrogarsi su cosa dovrebbe essere una politica di sicurezza, né, soprattutto, non deve far perdere di vista quella che definisce una colossale operazione di strumentalizzazione di alcuni eventi da parte della destra, alimentata anche da chi, con azioni violente, finisce paradossalmente per rafforzare i propri avversari politici. Alla domanda finale, forse la più impegnativa, sulla capacità della sinistra di proporre ancora un modello sociale alternativo, Cacciari risponde senza illusioni: “È una domanda da un milione di dollari. Ci sono momenti in cui l’epoca è così svoltata che pensare di potersi opporre a quello che appare sempre di più come un destino è molto difficile. Questa fase finirà, ma come non lo sappiamo – chiosa – Potrebbe finire con un nuovo equilibrio, potrebbe finire in una catastrofe, potrebbe continuare come una guerra civile globale permanente. Se continua una situazione di questo genere, per le forze di sinistra, per una o due generazioni non c’è niente da fare“. L'articolo Cacciari: “Governo Meloni usa gli scontri di Torino per ridurre i diritti. Il suo ideale è una polizia con licenza di uccidere” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri a Torino, Tosi invoca la risposta armata: “Nei paesi normali la polizia spara sui violenti”. Polemica con Sabella. Su La7
Acceso confronto a Tagadà (La7) tra il magistrato Alfonso Sabella e l’europarlamentare di Forza Italia Flavio Tosi sugli scontri di Torino e sul pacchetto sicurezza del governo Meloni. L’ex sindaco di Verona, già esponente della Lega, invoca il pugno duro da parte delle forze dell’ordine e infila nello stesso discorso ordine pubblico, delegittimazione dei magistrati e referendum sulla separazione delle carriere, riproponendo una miscela polemica ormai abituale nel centrodestra: “Nei paesi occidentali le forze d’ordine locali possono usare qualsiasi strumento contro i manifestanti violenti. Questa gente va menata e caricata pesantemente. E se poi usa le maniere che abbiamo visto a Torino, le forze dell’ordine sparano anche“. E aggiunge: “Da noi non è possibile perché ci sono alcuni colleghi del magistrato che è seduto lì in studio che, piuttosto che processare i delinquenti, processano poliziotti e carabinieri. E qui torna il tema dello scudo penale per le forze dell’ordine: in un paese normale non si procederebbe mai contro poliziotti e carabinieri, a differenza di quanto avviene in Italia. E il referendum sulla separazione delle carriere, tanto temuto dalle procure, dal Csm e da chi vuole politicizzare la giustizia, va in questa direzione”. Visibilmente sbigottito, Sabella replica con toni preoccupati, citando anche la proposta di Matteo Salvini per una estensione del fermo preventivo a 48 ore: “Sinceramente mi sembra di vivere in un mondo dissociato. Sento addirittura che si vuole autorizzare le forze di polizia ad aprire il fuoco contro i manifestanti. Si parla di fermo preventivo e di privare le persone della loro libertà personale per due giorni. Non so, allora sono nato in un altro paese. Mi sento davvero a disagio, questo non è il mio paese“. Tosi controbatte: “Non è che spari ad alzo zero sui manifestanti che sfilano pacificamente o su qualcuno che ha delle intemperanze con un fumogeno. Quando vedi dei delinquenti che linciano in poliziotto, gli puoi sparare. Nei paesi normali occidentali, dove c’è una magistratura diversa dalla nostra, lo fanno e nessuno eccepisce“. Sabella insorge: “Non abbiamo notizie di stragi di M12 a raffica contro i manifestanti in Spagna, Francia e Germania. Ripeto, mi sembra di vivere in un mondo dissociato”. A sostegno della propria tesi, Tosi cita la Danimarca, ma in modo totalmente impreciso: “Qualche anno fa a Christiania, quartiere di Copenaghen, ci fu una manifestazione analoga e le forze dell’ordine tirarono sui manifestanti, perché si comportavano come abbiamo visto a Torino. E là nessuno è finito processato – rincara – perché, nel momento in cui agisci per difendere un tuo collega, hai diritto a doverlo fare senza finire sotto processo come succede in Italia. Ma, del resto, lei ragiona come molti suoi colleghi”. “E sono orgoglioso di fare così”, chiosa Sabella. In realtà, l’episodio richiamato dall’ex sindaco di Verona non ha riscontro nei fatti. A Christiania, l’area autonoma di Copenaghen nota per la sua storia di occupazione e per i problemi cronici legati allo spaccio di droga in Pusher Street, non risulta alcun episodio recente in cui la polizia danese abbia aperto il fuoco contro manifestanti durante una protesta violenta. Gli interventi delle forze dell’ordine si sono limitati all’uso di lacrimogeni e agli arresti: gli spari sono avvenuti esclusivamente in contesti di legittima difesa contro individui armati, nel quadro di scontri tra gang criminali, mai contro manifestanti. L’unico precedente vagamente assimilabile, e probabilmente all’origine della confusione, risale al maggio 1993 nel vicino quartiere di Nørrebro, durante i disordini seguiti al referendum sul Trattato di Maastricht: in quell’occasione la polizia danese sparò proiettili veri, ferendo undici manifestanti, per proteggere un agente in grave pericolo. Un caso isolato, avvenuto oltre trent’anni fa, in un contesto del tutto diverso e non collegato a Christiania. L'articolo Scontri a Torino, Tosi invoca la risposta armata: “Nei paesi normali la polizia spara sui violenti”. Polemica con Sabella. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri a Torino, Bindi contro Meloni: “Il governo non dà ordini alla magistratura, esiste l’obbligatorietà dell’azione penale”. Su La7
“Il governo non dà ordini alla magistratura e forse bisognerebbe ricordare alla presidente del Consiglio che in questo paese vige ancora l’obbligatorietà dell’azione penale, perché i magistrati sanno perfettamente che cosa devono fare e quali norme applicare”. È il messaggio lanciato a Tagadà (La7) da Rosy Bindi a Giorgia Meloni, intervenendo sugli scontri avvenuti a Torino durante il corteo nazionale per il centro sociale Askatasuna. Per l’ex ministra la violenza esplosa in piazza viene utilizzata politicamente, soprattutto in vista del referendum sulla giustizia. Bindi parte da una premessa che rivendica con forza: “Io ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nei nostri servizi, ed è proprio per questo che mi chiedo se sia possibile che non si sappia che quando si verificano queste manifestazioni arrivano sempre questi gruppi violenti, se davvero non siamo in grado di fermarli prima o di evitare quello che abbiamo visto a Torino”. E sottolinea: “Il rischio concreto è che a prendere una manganellata siano uno studente, una suora o un anziano, mentre questi signori riescono a evitare il blocco della polizia”. Una dinamica che, ricorda, “si ripete da Genova in poi e che continua a segnare questo paese”. Nel suo intervento, l’ex presidente della Commissione Antimafia respinge l’idea che la risposta possa essere affidata esclusivamente alla repressione: “I centri sociali non si risolvono con gli sgomberi, ma con il dialogo e con il confronto, cercando di capire quali problemi si annidano in una società che finisce per produrre, in tutte le grandi città, luoghi di aggregazione che non possono essere preventivamente criminalizzati. Il problema casa esiste – sottolinea – il problema lavoro esiste. Immaginare pacchetti di sicurezza, aumentare le norme e aggiungere pene non risolve la questione”. Un approccio che, secondo l’ex ministra, “non fa parte della cultura di questa destra”. Il passaggio più duro riguarda però il rapporto tra politica e magistratura. Bindi critica le parole della premier che invita i giudici a valutare gli episodi di violenza “senza esitazioni”: “So che vogliono togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, lo hanno detto molte volte. Questa sarebbe la seconda fase, che spero non ci sarà perché al referendum sulla riforma Nordio vinceremo con il No“. Bindi denuncia il fatto che l’attacco del governo Meloni ai magistrati sia ormai sistematico: “In ogni circostanza si usa quello che accade per fare propaganda, arrivando persino ad aprire un caso diplomatico con la Svizzera perché non si condivide il modo in cui agisce la magistratura svizzera. Si vuole lisciare il pelo a quella parte del paese convinta che le forze dell’ordine individuino i delinquenti e che poi siano i magistrati a liberarli”. L’invito conclusivo è a riportare il confronto su un terreno di competenza e responsabilità: “Servono conoscenza dei processi, conoscenza della legge e conoscenza delle situazioni concrete, perché problemi gravi come questi vanno affrontati seriamente e non utilizzati a fini di propaganda politica“. L'articolo Scontri a Torino, Bindi contro Meloni: “Il governo non dà ordini alla magistratura, esiste l’obbligatorietà dell’azione penale”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri a Torino, Caprarica sbotta a La7: “Chi è andato a quel corteo o è imbecille o irresponsabile”
Intemerata del giornalista Antonio Caprarica contro Mirella Serri in un dibattito a L’aria che tira (La7) sul corteo nazionale per Askatasuna a Torino e sugli scontri avvenuti nella giornata di sabato. La scrittrice, in un botta e risposta col senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan, difende chi ha partecipato alla manifestazione, dal deputato di Avs Marco Grimaldi a Zerocalcare: “La cosa gravissima è che in quel corteo c’erano dei provocatori, degli illegali. A chi giovava questa presenza? Certamente non alla sinistra”. Il conduttore David Parenzo obietta che sarebbe bastato non andare alla manifestazione, ma Serri non ci sta: “La gente comunque non sapeva che ci sarebbero stati tanti violenti. Lo sapevano il governo e Piantedosi. Il governo avrebbe dovuto prevenire, visto che esiste l’intelligence”. La replica di Caprarica è un crescendo rossiniano di irritazione: “Seguo veramente con sgomento l’argomentazione di Serri”. La giornalista lo interrompe, scatenando la reazione infuriata di Caprarica: “Io ti ho ascoltata, adesso ascolta me. A sinistra a Torino c’è gente che si chiama Caselli e Violante. E Violante ha detto che non si va a un corteo come quello senza sapere come finisce. E chi ci va o è un imbecille o è un irresponsabile. Siccome escludiamo che intellettuali, politici, sindacalisti, presenti a quel corteo, siano imbecilli, allora sono irresponsabili. Ognuno si prenda le sue responsabilità“. Poi avverte urlando: “Se la sinistra vuole governare, si ricordi che l’ordine pubblico democratico è cruciale. Ricordatevi Berlinguer“. “C’era il servizio d’ordine fatto dai partiti”, ribatte Serri che sovrappone la sua voce a quella del giornalista. Caprarica perde le staffe: “Fammi parlare! Cosa c’entra Askatasuna coi diritti democratici? Siamo nelle mani dei violenti? Non mi interessa se sono squadristi di destra o di sinistra. In Italia non c’è spazio per gli squadristi di qualsiasi colore. Non si può tollerare – continua – che ci siano deputati del fronte di opposizione che partecipano a cortei come questi e ne rivendicano la presenza. E dicono pure che sono pronti a tornarci. Non si può accettare. La sinistra si prenda le sue responsabilità, difenda la democrazia e prenda le distanze dai violenti, come fece il grande Partito Comunista di Berlinguer nel ’77“. L'articolo Scontri a Torino, Caprarica sbotta a La7: “Chi è andato a quel corteo o è imbecille o irresponsabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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