Il blocco dei binari a Porta Susa, le recinzioni tagliate nell’aeroporto di
Caselle, i danneggiamenti alle Ogr e gli scontri all’esterno degli impianti di
Leonardo e l’assalto alla sede de La Stampa hanno portato 5 persone agli arresti
domiciliari – e altre 12 hanno l’obbligo di firma, oltre a un divieto di dimora
– nell’ambito di un’inchiesta della Digos, coordinata dalla procura di Torino.
Tutti gli episodi violenti erano nati da frange che si erano staccate nel corso
delle proteste Pro-Palestina e a sostegno della Global Sumud Flotilla.
Le ipotesi avanzate dai magistrati nei confronti dei 18 antagonisti di Cua e del
Ksa al centro dell’inchiesta – undici sono uomini, 7 donne – sono, a vario
titolo, di danneggiamento, violenza privata aggravata, resistenza aggravata e
lesioni a pubblico ufficiale. Prima del blitz, la Digos aveva notificato il
decreto di fissazione degli interrogatori preventivi a 18 antagonisti per i
quali la procura aveva depositato una richiesta di misura cautelare, con
l’ipotesi per tutti degli arresti domiciliari.
Contestualmente all’esecuzione delle misure gli agenti della Digos, guidata
dalla dirigente Rita Fabretti, hanno effettuato tre perquisizioni domiciliari,
anche informatiche, con il supporto del Centro operativo per la sicurezza
cibernetica. Dopo che è scattata l’operazione, i collettivi vicini al centro
sociale Askatasuna hanno parlato di “repressione sulle lotte per la Palestina” a
Torino”: “Dai cortei oceanici che assediarono Leonardo all’ingresso dentro le
Ogr fino al blitz a città metropolitana e La Stampa, la procura di Torino
continua a costruire il proprio castello di carte”, scrivono.
Tra i reati, aggiungono gli autonomi, “ci sono i blocchi stradali e ferroviari,
indice della volontà sia di colpire una pratica messa in atto da migliaia e
migliaia di persone in tutta Italia, sia del fatto che il movimento di settembre
e ottobre ha fatto veramente paura”. “A Torino da mesi si stanno susseguendo
operazioni di polizia quasi settimanali contro le lotte, in un attacco che non
accenna a fermarsi, ma anche le lotte non si fermano, saremo già da questo
weekend a Livorno per il convegno ‘Per realizzare un sogno comune’ organizzato
dalla rete Infoaut. Sarà un momento di condivisione e di analisi di come
organizzarci insieme all’altezza della fase e del periodo che stiamo
attraversando”.
L'articolo Proteste Pro-Palestina e manifestazioni a Torino, blitz della
polizia: 5 antagonisti ai domiciliari e 12 obblighi di firma proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Nella policrisi sistemica nella quale l’umanità sta precipitando si dispiegano
alcune di quelle “tendenze naziste” che il filosofo Giuliano Pontara paventava
già agli inizi del XXI secolo: un sistema di violenza globale sempre più osceno
e oppressivo, che si manifesta nel dilagare di guerre e genocidi nei conflitti
internazionali e delle repressioni nei conflitti sociali; nella concentrazione
senza precedenti della ricchezza che vede dodici miliardari più ricchi dei
quattro miliardi più poveri della popolazione mondiale; nella normalizzazione
dell’orgia di potere senza limiti delle élite occidentali che emerge dagli
orrori vomitati dai files di Epstein; nella militarizzazione sempre più spinta
della cultura e dell’economia, dell’informazione e della scuola, che travolgono
la dimensione civile, in ogni accezione. Un sistema di violenza insopportabile a
chiunque non ne sia complice e colluso o talmente vittima da non rendersi conto
della violenza subita o rassegnato fino alla sua rimozione. Un sistema da
trasformare fin dalle fondamenta.
Dopo una mattina di formazione sulla cultura di pace a studenti e studentesse di
una scuola di Bologna, al pomeriggio di sabato 31 gennaio ero al Convegno del
Movimento Nonviolento di Verona su Alex Langer “facitore di pace”, mentre man
mano arrivavano le informazioni delle violenze al corteo contro la chiusura del
Centro sociale Askatasuna di Torino. Di fronte alle immagini, amplificate sui
media nazionali, del poliziotto picchiato col martello ho ripensato al giovane
Langer, insegnante a Roma tra il 1975 e il 1978, quando nelle manifestazioni di
piazza, mentre partecipava con gli studenti alle proteste, il 2 febbraio del ‘77
soccorreva il poliziotto ferito da un colpo di pistola, come testimonia una
celebre foto che lo riprende chino sull’agente sanguinate.
Di fronte alle immagini, oscurate dai media nazionali, dei manifestanti inermi
picchiati a sangue dai poliziotti a Torino, mentre i black bloc agivano
indisturbati, ho ripensato alla trappola della violenza di Genova nel luglio
2001, quando venivano malmenati i nonviolenti per le strade, mentre i
devastatori agivano liberamente, prima dell’omicidio di Carlo Giuliani, della
macelleria alla scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto.
Nonostante tutti gli indicatori dimostrino il pieno dispiegamento di un
gigantesco sistema di violenza diretta, strutturale e culturale – per usare
l’articolazione di Johan Galtung – i cui impatti sulla vita delle persone e sui
loro diritti sono peggiori di quelli dei decenni precedenti, di fronte al quale
è necessaria la resistenza e la lotta per la sua tramutazione, ogni
contro-violenza di piazza – che sia agita da una esigua minoranza o rivendicata
dagli organizzatori delle manifestazioni – non solo è eticamente sbagliata ma è
contro-produttiva e funzionale al sistema che dichiara di voler combattere.
Nonostante l’ennesimo decreto sicurezza sia un altro passo nel progressivo
passaggio dallo stato di diritto allo stato autoritario di un governo che ha
l’Ice di Trump come modello di riferimento – “Un fatto di cronaca viene
strumentalizzato cavalcando l’onda emotiva dell’opinione pubblica”, scrive
l’avvocato Nicola Canestrini, e “la frequenza e l’intensità con cui questo
Governo ricorre alla leva securitaria rappresentano un salto di qualità
nell’erosione dello stato di diritto” – solo la scelta intenzionale e strategica
della nonviolenza è forza resistente e uscita di sicurezza.
Ma la nonviolenza non è mera astensione dalla violenza: è esercizio dei suoi
saperi e dispiegamento delle sue tecniche, dall’obiezione di coscienza
individuale alla disobbedienza civile di massa. Non è indice di minore, ma di
maggiore radicalità: rifiuta non solo i fini ma anche i mezzi dell’avversario e
ne costruisce le alternative. La forza della nonviolenza vede nell’altro sempre
un essere umano, mai un nemico e per questo spiazza la violenza della
repressione che, invece, per funzionare deve trasformare l’altro in nemico,
anche “interno”, alimentandone la paura. Un movimento all’altezza della gravità
della situazione deve essere capace di sottrarsi ai riti estetizzanti che
scimmiottano la violenza dei governi, evitando che un conflitto che coinvolge
l’umanità possa essere trascinato nel cul de sac dello scontro di piazza con le
forze dell’ordine, che ne occulta tutte le ragioni. Deve trovare la via d’uscita
dalla polarizzazione riduzionista tra due soggetti antagonisti, contestatori
contro poliziotti, per allargare sempre di più il consenso, la partecipazione
attiva e l’impegno consapevole delle persone “normali” in grandi campagne di
lotta: il capitiniano “potere di tutti”.
Come accaduto, per certi versi, anche nei mesi scorsi con il sostegno diffuso
all’iniziativa della Sumud Flotilla, la cui forza nonviolenta di fronte
all’estrema violenza dell’esercito israeliano ha generato larga empatia.
Esattamente quello che i poteri repressivi temono più di ogni altra cosa, agendo
criminalizzazioni di massa volutamente innescanti quella violenza che dichiarano
di voler reprimere. Per questo, accanto alla cultura di pace da diffondere nelle
scuole per costruire gli anticorpi al bellicismo, è necessario moltiplicare
percorsi di formazione nei movimenti per costruire conflitti nonviolenti. Per
essere radicalmente trasformativi, anziché trascinati a diventare ritualmente
funzionali.
L'articolo La risposta alla repressione non è la controviolenza, ma una
strategia nonviolenta radicale e trasformativa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bagarre a Piazzapulita (La7) tra il deputato di Avs, Angelo Bonelli, e l’ex
parlamentare del Pdl, Italo Bocchino, sugli scontri di Torino e sulla linea dura
annunciata dal governo Meloni sulla sicurezza.
Bocchino, insieme al sottosegretario leghista al ministero dell’Interno Nicola
Molteni, accusa Avs di essere complice dei manifestanti violenti. Ma il
portavoce di Europa Verde respinge ai mittenti le critiche: “Per noi la ‘non
violenza’ è il modo di manifestare”.
Il confronto si infiamma quando Bocchino inizia a interrompere ripetutamente
Bonelli, accusandolo di “stare coi violenti”. A quel punto Bonelli replica:
“Bocchino, lei mi invita a nozze. Lei viene da un partito, il Msi, ed è stato un
esponente del Fronte della Gioventù“.
Bocchino reagisce ripetendo a loop: “Sciacquati la bocca”.
“No, io non mi sciacquo la bocca – replica Bonelli, citando “il giovedì nero” di
Milano – perché ricordo il suo passato. Lei ha avuto come leader il presidente
del Senato (Ignazio La Russa, ndr), che il 12 aprile 1973 ha partecipato a una
manifestazione non autorizzata a Milano”.
“Stai dicendo un falso storico”, rilancia Bocchino.
Il parlamentare continua: “Lui era in testa al corteo e fu lanciata una bomba. E
fu ucciso l’agente Antonio Marino“.
“E chi l’ha ucciso?”, controbatte Bocchino.
“L’ha ucciso chi ha partecipato a quella manifestazione”, risponde Bonelli.
“Ah, tutti i partecipanti?”, chiede il direttore editoriale del Secolo d’Italia,
cadendo in contraddizione con le accuse appena mosse ad Avs di essere “complice
dei violenti” per associazione.
Bonelli smaschera le incoerenze del ragionamento di Bocchino, che ripete:
“Andate a braccetto coi violenti. È la vostra natura”.
“Vede che lei è pieno di contraddizioni? – sottolinea il deputato – Lei è
animato solo dalla propaganda. Eviti di fare squadrismo verbale con me“.
Bocchino accusa Bonelli di alzare la voce, ma questi ribatte: “No, lei è
abituato così perché sta coi prepotenti”.
Il deputato verde evidenzia un’altra incongruenza della destra sul tema
sicurezza: “Io sono d’accordo col vietare i coltelli. Però fate pace col
cervello: c’è una proposta di legge presentata il 12 novembre 2025 dal deputato
di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci, che modifica il testo unico di pubblica
sicurezza per liberalizzare la fabbricazione, l’importazione e la vendita di
armi bianche, eliminando molti controlli e registri. Cominciate a non prendere
in giro gli italiani“.
“È stata approvata?”, chiede più volte Bocchino.
“Intanto lei gli faccia una telefonata – risponde Bonelli – e chieda a questo
deputato perché vogliono commercializzare così liberamente le armi bianche”.
Il botta e risposta prosegue con continue interruzioni da parte di Bocchino. A
un certo punto Bonelli, esasperato, sfodera una metafora ironica per provare a
fermare l’interlocutore: “Scusami se ti do del tu, ma mettiamoci d’accordo su
come colloquiare. Se tu pensi di interrompere gli altri, io ti applico il terzo
principio della termodinamica. Lo conosci?“.
Dopo qualche secondo di silenzio e di smarrimento, Bocchino ribatte: “No, non
conosco queste volgarità“.
“Non è una volgarità – replica Bonelli – perché, da quando abbiamo iniziato,
interrompi sistematicamente tutti quanti”.
L'articolo Lite Bocchino-Bonelli. “Sciacquati la bocca quando parli di Msi”.
“Non fare squadrismo verbale con me”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Io penso che, se la sinistra istituzionale ha una colpa, è quella di non
essersi avvicinata abbastanza ai centri sociali, di non aver capito meglio cosa
dicevano”, così lo storico dell’arte Tomaso Montanari, ospite di
Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi con la partecipazione di
Marco Travaglio e Andrea Scanzi, in onda tutti i sabati in prima serata su Nove,
commenta le parole del ministro dei Trasporti Matteo Salvini in merito agli
episodi di guerriglia urbana avvenuti il 31 gennaio nel corso della
manifestazione a Torino in difesa del centro sociale Askatasuna.
Il rettore dell’Università per Stranieri di Siena ha esordito: “I centri sociali
in Italia sono stati uno straordinario luogo di elaborazione di idee che
purtroppo non è arrivata alla sinistra istituzionale – ha spiegato lo storico
dell’arte –. Credo che il vero punto sia questo continuo tentativo di mescolare
le carte: non gli intellettuali di sinistra accusati di essere vicini ai
violenti, ma ai centri sociali, cioè di avere un’idea radicale sull’ingiustizia
sociale”.
Conclude Montanari: “Tutto questo non si è mai tradotto in una risposta
politica, che è la ragione per cui la gente non va a votare e per cui Salvini è
ministro, cosa che è inaudita. La vera cosa che mette a rischio l’Italia non è
Askatasuna, è che uno come Matteo Salvini sia ministro”.
L'articolo Montanari su Nove: “Le parole di Salvini su Askatasuna? La vera cosa
che mette a rischio l’Italia è che lui sia ministro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Se non vuoi esacerbare gli animi l’ultima cosa che ti viene in mente è quella
di andare a prendere uno che non ha fatto niente, di dirgli ‘ti porto dentro
perché potresti fare qualcosa’. Questo lo facevano ai tempi del fascismo“. Così
Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda
ogni sabato sul Nove, sul fermo preventivo previsto dal nuovo Decreto Sicurezza.
Il direttore del Fatto Quotidiano ha criticato duramente le soluzioni annunciate
dal governo Meloni in tema di ordine pubblico: “Questi pensano che l’ordine
pubblico lo si garantisca facendo degli spot e facendo la faccia feroce,
digrignando i denti. Quando sgomberano un centro sociale, pensano di avere
sgominato gli occupanti. Ma gli occupanti, a meno che non li stermini,
continuano a esistere. Soltanto che invece di stare in un centro sociale che
puoi controllare e che spesso la polizia o i servizi infiltrano per sapere che
aria tira, che cosa si prepara, si sparpagliano finché non trovano un altro
posto dove andare. Poi i poliziotti devono andarli a cercare di qua e di là
perché non sanno più dove stanno. Ed è quello che è successo con Askatasuna“.
E ancora sul fermo preventivo: “Lo sanno quanto personale dovremo impiegare per
trattenere per 12 ore in guardina o in caserma o in commissariato una persona?
Se ne tratteniamo dieci abbiamo bisogno di quattro agenti per ognuno di loro, 40
agenti che naturalmente, se stanno lì a sorvegliare questi qua che non hanno
fatto niente perché preventivo, non possono andare in strada. Intanto però in
strada si sa che è stato fermato ingiustificatamente un certo numero di loro
amici. Secondo te questo rasserena gli animi? No, questo raddoppia la violenza e
l’ira di quelli che stanno in piazza, ma a gestire la piazza ci saranno molti
meno agenti, perché se devi fermare 100 persone, 400 agenti devono stare lì a
sorvegliarli con il via vai degli avvocati”. “Poi – ha continuato Travaglio –
devi avvisare il Pm che deve interrogarli per capire se ci sono gli estremi per
tenerli lì dentro o per mandarli fuori. Il risultato sarà il solito casino che
indebolirà la sicurezza della piazza e aumenterà il volume di fuoco di quelli
incazzati. Ecco, questo è il modo opposto a quello corretto per gestire l’ordine
pubblico e placare gli animi“, ha concluso.
L'articolo Travaglio sul Nove: “Fermo preventivo? Lo facevano ai tempi del
fascismo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per l’accusa il centro sociale Askatasuna era diventata la base di una vera e
propria “associazione a delinquere”. Un’organizzazione “verticistica”,
“capillare nella distribuzione dei ruoli e dei compiti”, in grado di realizzare
“azioni violente” durante “manifestazioni di protesta”, che aveva come finalità
quella di “mantenere alta la tensione con le forze dell’ordine” e portare avanti
una “lotta violenta” contro lo Stato. Insomma, per la Procura di Torino a
processo non c’era una compagine politica radicale, ma un gruppo di delinquenti
comuni, che, per citare le parole del procuratore generale Lucia Musti, avrebbe
trasformato Torino “nella capitale dell’eversione italiana”.
La tesi della Procura, che aveva chiesto 88 anni di carcere in un processo che
contava 28 imputati, è però caduta sul punto principale: nel marzo del 2025 il
tribunale ha riconosciuto condanne per 16 anni, ma solo per fatti specifici.
Nessuna associazione per delinquere, una contestazione smentita completamente
dalla sentenza di primo grado: “Sulla base di quell’ipotesi, avrebbero dovuto
condannare tutti i centri sociali italiani – ragiona l’avvocato Claudio Novaro –
Si è voluto costruire un nemico ed eliminare la protesta sociale”. Un
ribaltamento giudiziario, che non ha impedito lo sgombero del centro sociale nel
dicembre del 2025.
La Procura di Torino ha presentato ricorso contro quella sentenza e l’appello è
stato fissato il prossimo 13 aprile. Il clima in cui sta per cominciare il
secondo grado è ben riassunto dalle parole della procuratrice generale Lucia
Musti, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha chiamato in
causa “un’area grigia” cittadina, “di matrice colta e borghese”, che invece di
“svolgere un’illuminata azione di deterrenza”, sarebbe colpevole di offrire una
“benevola tolleranza” a chi provoca disordini in piazza.
Le indagini della Digos sono andate avanti due anni, fra il 2019 e il 2021. Ma
la nascita di una vera e propria associazione a delinquere viene fatta rimontare
a molti anni prima, almeno al 2009, alle proteste dell’Onda studentesca. Dal
2011, sempre secondo i pm, Askatasuna si sarebbe rafforzata prendendo la regia
delle manifestazioni in Val di Susa. Da allora, l’organizzazione avrebbe
ripetuto gli stessi schemi, con scontri e proteste violente, su quattro fronti:
proteste No tav; cortei cittadini; scontri durante il Primo Maggio e contro
movimenti di estrema destra. Al vertice dell’organizzazione ci sarebbero stati
lo storico militante Giorgio Rossetto, individuato come leader, e Guido Borio,
definito l’ideologo del gruppo.
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, pur riconoscendo “l’impronta
ideologica”, l’“astio verso le istituzioni” e le “idee rivoluzionarie” degli
attivisti, i giudici hanno sottolineato come questi elementi di per sé non siano
reati: “Le comunicazioni intercettate tra gli imputati – laddove esprimono
avversione ideologica e sentimenti rivoluzionari, disprezzo verso le istituzioni
– non dimostrano l’esistenza di un programma criminoso, ma l’espressione di una
visione ideologica anti-istituzionale, non penalmente illecita in sé (…) e il
fatto che diversi di loro siano stati talora coinvolti in giudizi penali per
fatti legati a scontri di piazza o ad ‘attacchi al cantiere’ non dimostrano
infine, con il necessario grado di precisione, l’esistenza del comune programma
criminoso”.
E ancora: “Gli elementi probatori emersi nel corso del giudizio non dimostrano,
aldilà di ogni ragionevole dubbio, la sussistenza ipotizzata dell’associazione
per delinquere (…) Non è emerso che l’associazione avesse, in quanto tale, la
disponibilità di strumenti da utilizzare per il compimento di attività
criminose”. I giudici smontano dunque il ruolo di regia negli scontri violenti:
“Quanto al fatto che i componenti del sodalizio fossero in grado di esercitare
una egemonia su fenomeni di massa come gli scontri in contesti cittadini e la
commissione di reati durante gli attacchi al cantiere del Tav, la circostanza è
stata esclusa da tutte le aggregazioni sociali che, insieme agli imputati, hanno
organizzato quelle manifestazioni”. Il centro sociale di Corso Margherita 47 non
è stato inoltre “usato a fini di proselitismo per il compimento di attività
illecite” e non c’è prova, secondo il tribunale, dell’esistenza di una struttura
organizzata gerarchica guidata da veri e propri “capi”, tipica dei reati
associativi: “La prassi era prendere le decisioni sempre all’esito di un
percorso assembleare”.
Ma anche se il processo è in parte affondato, almeno per ora, è impossibile non
notare come la vicenda giudiziaria, a prescindere dal suo esito nei prossimi
gradi di giudizio, abbia già avuto effetti importanti nella repressione del
movimento, un po’ come già accaduto in precedenza con l’inchiesta sull’Asilo
occupato, punto di riferimento della galassia anarchica. I leader storici di
Askatasuna, alle prese con le udienze e i problemi giudiziari, hanno compiuto un
passo indietro. Le proteste di piazza, culminate talvolta con scontri e
danneggiamenti, non sono affatto diminuite, ma a guidarle è una nuova
generazione. Un composito amalgama sociale che ha riunito reduci dai movimenti
studenteschi con un pezzo di giovani di seconda generazione che hanno trovato
nelle proteste Pro-Pal, per la prima volta, una spinta verso l’attivismo.
L’impressione, insomma, è comunque dovesse finire il processo, la realtà fuori
dalle giudiziarie è già cambiata in profondità. A cominciare dal pugno duro
sulle piazza che il governo Meloni vuole introdurre con il nuovo decreto
sicurezza, varato all’indomani degli scontri con la polizia di qualche giorno
fa, quando il corteo in favore di Askatasuna, partecipata da decine di migliaia
di manifestanti pacifici, è stato oscurato dagli scontri messi in campo con la
polizia da una minoranza di violenti.
L'articolo Askatasuna, ad aprile la Procura di Torino torna all’assalto nel
processo d’appello proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bagarre in Aula alla Camera dei deputati durante la commemorazione richiesta Avs
per le vittime dell’Ice a Minneapolis, Renée Good e Alex Pretti.
A scatenare le proteste tra i banchi di M5s, Pd e Avs è stato l’intervento della
deputata della Lega Simonetta Matone, che ha accusato il centrosinistra di
strumentalizzare quelle morti: “Non si è mai vista una commemorazione ad horas
che sa tanto di provocazione”.
Inevitabili le contestazioni dell’opposizione, a stento placate dal
vicepresidente di turno, Sergio Costa.
Quando è tornata la calma, Matone ha rincarato la dose: “Se questo ricordo dei
morti di Minneapolis serve ad attirare la maggioranza in una trappola
dialettica, il tentativo è fallito dall’origine. Voi volete alzare una cortina
fumogena sui fatti di Torino per i quali stiamo ancora aspettando parole
inequivocabili di lontananza e di condanna”.
L’opposizione non ci sta: i parlamentari urlano “Vergogna!”, e la deputata della
Lega replica con “Fascisti!”, scatenando una tensione al limite della rissa,
come ha descritto su X la deputata Pd Patrizia Prestipino.
Costa richiama l’ex magistrata: “Deputata, la prego, non si può sentire l’accusa
di fascisti a qualcuno in quest’Aula. Il fascismo è fuori da quest’Aula”.
Quando riprende la parola, Matone non arretra: “Noi fortunatamente viviamo in
uno Stato di diritto con regole chiare, precise, dove le forze di polizia fanno
il loro lavoro con abnegazione e spirito di sacrificio, nervi saldi, nervi messi
costantemente alla prova da provocazioni di ogni genere e da assalti fisici. Se
da voi non abbiamo risposte concrete di condanna per fatti che lo
richiederebbero, al contrario, da noi, so di sorprendervi, avrete una chiara
presa di posizione su quanto accaduto a Minneapolis».
Matone richiama poi le origini dell’Ice, cita Barack Obama e conclude: “Le
uccisioni di Renée Good e di Alex Pretti sono inaccettabili. Non ci lasciano
affatto indifferenti e in alcun modo possiamo condividere metodi che non ci
appartengono. La commemorazione delle due vittime di Minneapolis non deve essere
strumentalizzata, tanto più oggi che discutiamo del nuovo pacchetto di norme
sulla sicurezza, rispetto alle quali sarebbe auspicabile trovare unità. Perché
le morti si rispettano, non si usano”.
Da parte sua, l’opposizione ha accusato la maggioranza di usare l’episodio per
deviare l’attenzione dalle responsabilità delle forze dell’ordine italiane e per
difendere un approccio securitario.
L'articolo Bagarre alla Camera, la leghista Matone urla “Fascisti”
all’opposizione durante la commemorazione di Minneapolis. Prestipino: “Sfiorata
la rissa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaffe dell’europarlamentare della Lega, Susanna Ceccardi, durante la
trasmissione L’aria che tira (La7), nel corso di un dibattito rovente sugli
scontri di Torino e sul pugno duro invocato dal governo Meloni.
Il matematico Piergiorgio Odifreddi osserva: “Sembra adesso che questa
maggioranza sia diventata gandhiana o russelliana, cosa che a me, tra l’altro,
andrebbe benissimo. Ma si ricordassero almeno le loro origini. Gente come quella
che ha Torino ha commesso quegli atti contro il poliziotto e che è andata anche
oltre oggi sta nelle istituzioni. Sappiamo che il presidente del Senato faceva
parte di gruppi di questo genere“.
Il primo a insorgere è il conduttore David Parenzo, seguito da Luigi Crespi,
storico spin doctor di Silvio Berlusconi. Entrambi ribattono al matematico che
La Russa non ha mai ammazzato nessuno.
Odifreddi precisa: “Certo, non ha ammazzato nessuno, ma nel 1973 è stato
considerato il mandante morale dell’omicidio di un poliziotto”.
Il matematico si riferisce al “giovedì nero”, na manifestazione neofascista non
autorizzata organizzata da militanti del Msi e del Fronte della Gioventù il 12
aprile 1973. All’epoca Ignazio La Russa, diciannovenne, era il responsabile
milanese del Fronte della Gioventù e partecipò in prima fila alla testa del
corteo insieme ad altri dirigenti Msi Durante gli scontri con la polizia, due
militanti neofascisti lanciarono bombe a mano, una delle quali uccise l’agente
di 22 anni Antonio Marino, ferendone gravemente altri.
Durante la bagarre in studio, protesta anche Susanna Ceccardi: “Infatti
Mattarella ha dato l’incarico a un omicida. Ma di cosa sta parlando?”. La
cantonata passa sotto silenzio, ma la leghista, non contenta, bissa il suo
appunto: “Mattarella avrebbe dato l’incarico di presidente del Senato a uno che
ha giustificato omicidi?“.
Di tutti i protagonisti della gazzarra, l’unico a cui non sfugge lo scivolone
dell’europarlamentare leghista è Odifreddi, il quale ricorda che il capo dello
Stato non ha alcun ruolo diretto nell’elezione del presidente del Senato (né
nomina, né voto, né veto), che invece è eletto direttamente dai senatori stessi,
nell’Assemblea del Senato della Repubblica.
L'articolo “La Russa? L’incarico di presidente gliel’ha dato Mattarella”: la
gaffe clamorosa di Susanna Ceccardi su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
In esito a questo bailamme scaturito dalla manifestazione di sabato scorso a
Torino, mi sono andato a rileggere un’intervista che feci nel 2022 per
Altreconomia durante il governo Draghi (appoggiato, si badi bene, anche dalla
cosiddetta “sinistra”). L’intervistato era l’avvocato Claudio Novaro, uno dei
più quotati avvocati italiani nel campo della difesa (anche) dei cosiddetti
“antagonisti”. Il quadro che egli fece fu a tinte molto fosche e dipingeva un
potere (di qualsiasi colore politico) che reprimeva anche violentemente
qualsiasi manifestazione che contestasse l’ordine costituito.
Sicuramente esemplare fu la costituzione a Torino di un apposito pool di
magistrati per contrastare le contestazioni contro la grande, inutile,
devastante opera che è la Tav Torino-Lione. In proposito, la Procura della
Repubblica creò quel “teorema” che individuava addirittura una matrice
terroristica nella lotta di contestazione all’opera. “Ci volle l’intervento
della Cassazione per smontare quell’impianto accusatorio. In alcuni recenti
procedimenti, poi, mi pare che ci sia addirittura un tentativo da parte della
magistratura inquirente di qualificare come sovversivo chiunque si contrapponga
violentemente alle decisioni della maggioranza parlamentare o del governo
democraticamente eletti. Questo significherebbe che qualsiasi forma di protesta
nei confronti di legittime decisioni assunte da Parlamento o governo diviene
sovversiva se attuata con forme violente. Il che è davvero preoccupante.”
A ciò aggiungasi che gli organi di polizia godevano e godono tuttora di una
sostanziale impunità. Impunità voluta bipartisan anche perché le forze
dell’ordine durante le manifestazioni non hanno un codice identificativo sulla
divisa e perciò è pressoché impossibile individuare tra loro i violenti. Questo
nonostante che “il 19 settembre 2001, dopo i fatti del G8 di Genova, il
Consiglio d’Europa avesse approvato il Codice etico europeo di polizia che, tra
le altre cose, invitava gli Stati membri a far sì che nel corso di
manifestazioni pubbliche ciascun agente di polizia fosse riconoscibile e
identificabile. Nonostante questo, l’Italia non si è mai adeguata”.
Così ancora Novaro: “Polizia e una parte della magistratura sembrano quasi non
aver metabolizzato che la protesta sociale è del tutto legittima, che accanto
alle esigenze di tutela della sicurezza nel corso delle manifestazioni pubbliche
vi sono quelle connesse alla partecipazione politica dei cittadini, che
costituiscono a loro volta l’essenza stessa del sistema democratico.” Era il
2022 e il quadro era già preoccupante.
È sotto gli occhi di tutti che sicuramente con questo governo la situazione sta
degenerando. Del resto è un governo il cui primo atto fu una norma per
contrastare i rave party… La manifestazione di sabato scorso c’è stata per un
atto a monte come la chiusura del centro sociale Askatasuna che non aveva alcuna
ragion d’essere, e che potrei definire “una provocazione”.
“Negli anni, poi, Askatasuna è diventata, per l’attuale maggioranza politica (a
livello locale e nazionale), una vera e propria ossessione, contrassegnata da
reiterate richieste di sgombero e da una campagna di criminalizzazione a cui
hanno dato sponda le forze di polizia (con frequenti perquisizioni e arresti di
suoi aderenti), la Procura della Repubblica cittadina che si è spinta a istruire
un processo per associazione a delinquere, dichiarata totalmente inesistente,
all’esito del dibattimento di primo grado, dal Tribunale di Torino.” Così Livio
Pepino, già magistrato, Consigliere di Cassazione e membro del Csm.
Era del tutto scontato che a seguito della chiusura del Centro, ci sarebbe stata
una grande manifestazione, e altresì scontato che ci sarebbero stati dei
violenti cani sciolti, visto che gli amici di Askatasuna non avevano alcun
interesse che la manifestazione degenerasse. Violenti infiltrati, o provocatori,
o chissà.
Magistratura inquirente infastidita da chi contesta l’ordine costituito; polizia
che agisce di conseguenza e indisturbata; e oggi un governo inguardabile nei
suoi membri che vuole sopprimere chi si permette di contestare una deriva
sicuramente autoritaria. Questo il quadro. Preoccupiamoci.
L'articolo Manifestazione di Torino: la situazione con questo governo sta
degenerando proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quella avvenuta a Torino il 31 gennaio è stata una vera e propria “guerriglia
urbana” preceduta da un’azione “evidentemente preordinata e organizzata” da
parte di una frangia dei manifestanti pro Askatasuna. Lo scrive la giudice per
le indagini preliminari, Irene Giani, nelle diverse ordinanze con cui si è
pronunciata sulla posizione delle tre persone arrestate. La giudice – che ha
disposto i domiciliari per il presunto aggressore di un poliziotto – ha anche
fatto cenno alla “brutale aggressione” subito da una troupe della Rai.
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“evidentemente preordinata e organizzata” proviene da Il Fatto Quotidiano.