Milcho Manchevski è uno dei registi più autorevoli e stimati tra gli artisti
provenienti dall’area dei Balcani. A differenza della carnascialesca
trasfigurazione immaginifica presente nelle opere di Kusturica, il regista forse
più noto in Italia dello stile “slavo”, quella che potremmo indicare come anima
“balcanica” emerge in Manchevski con un’esplorazione poetica diversa: anche la
sua visione, certo, procede per estremi, ma con meno compiacimento estetico,
meno adesione a narrazioni tradizionali.
Parliamo di un regista pluripremiato, candidato all’Oscar e Leone d’Oro a
Venezia per Prima della pioggia (1994), oltre ad aver ottenuto sessanta
riconoscimenti internazionali. Eppure, proprio nella sua terra, la Macedonia del
Nord, questo autore è diventato bersaglio di una impensabile campagna mediatica
di attacco. Riportiamo il sunto di un suo comunicato: nel 2020 e nel 2022
Manchevski ha formalmente segnalato alla Commissione statale per la prevenzione
della corruzione e al Ministero della Cultura gravi irregolarità all’interno
dell’Agenzia Macedone per il Cinema: concorsi pilotati, conflitti di interesse,
concentrazione illecita di potere, pagamenti irregolari a gruppi privati, uso
sistematico di fondi pubblici destinati al cinema per finalità opache.
Le successive indagini hanno confermato, in larga parte, le sue accuse. La
Commissione anticorruzione ha condotto due inchieste ufficiali, nel 2021 e nel
2024, accertando condotte improprie e chiedendo la rimozione dei dirigenti
dell’Agenzia e l’avvio di procedimenti penali. L’Ufficio statale di revisione ha
espresso una valutazione negativa. Un rapporto ispettivo di quarantacinque
pagine del Ministero della Cultura ha rilevato numerose violazioni di legge, tra
cui pagamenti mensili illegali e trentanove progetti finanziati con denaro
pubblico mai completati né rendicontati. Anche Transparency International
Macedonia ha indicato il caso come esempio emblematico di ritorsione.
Ed è qui che la vicenda assume un carattere kafkiano. Invece di essere tutelato,
Manchevski denuncia di essere stato progressivamente escluso dal panorama
produttivo e culturale macedone. L’Agenzia ha bloccato o ridotto finanziamenti
già approvati, rifiutato di firmare contratti per progetti vincitori di bandi,
congelato opere già concluse, di fatto estromettendolo dal sistema pubblico. I
media filogovernativi hanno alimentato una campagna diffamatoria costante, con
articoli a pagamento e attacchi personali, accuse penali poi rivelatesi
infondate. Una forma di censura non dichiarata, esercitata attraverso lo stallo
burocratico e la pubblica delegittimazione.
La “provida sventura” rappresentato questo assurdo meccanismo
mediatico-burocratico è, per noi cinefili italiani, la possibilità di avere un
regista così interessante spesso nel nostro paese.
La memoria corre spontaneamente al grande Andrej Tarkovskij, costretto a
lasciare l’Unione Sovietica per sottrarsi alla morsa della censura e approdato
in Italia per continuare a creare. Il punto non è il sorgere di meri ostacoli
produttivi, ma di una questione più radicale: la difesa della libertà
dell’artista in un contesto in cui le istituzioni culturali diventano strumenti
di controllo politico. Manchevski ha continuato a lavorare, portando a termine
due nuovi film, nonostante l’ostracismo subito. Tra questi Willow, che sarà
proiettato giovedì 5 marzo al Cinema Azzurro Scipioni di Roma, in un
appuntamento che assume un valore non solo di interesse cinematografico, ma di
sostegno a un artista indipendente.
Willow intreccia tre storie di maternità ambientate in epoche diverse, fondendo
realismo e dimensione arcaica: una narrazione circolare, che ha temi centrali il
mistero, la memoria, la creazione della vita.
La proiezione di giovedì prossimo si inserisce nella recente riapertura
dell’Azzurro Scipioni, storico cinema d’essai fondato da Silvano Agosti, luogo
simbolo di passione cinefila e spazio di resistenza culturale. Chi scrive ha
vissuto gli anni della sua formazione cinematografica passando i pomeriggi degli
anni’90 nelle sognanti e poetiche salette del cinema di Prati.
Un autore che ha difeso la propria libertà creativa contro le pressioni del
potere, una sala che rinasce: nell’era delle serie guardate distrattamente sul
divano mentre si scrolla sul cellulare, una serata che restituisce al cinema
tutto il suo valore urgente simbolico.
L'articolo Il ritorno a Roma del grande regista Milcho Manchevski, vittima di
una vicenda kafkiana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Registi
È morto Béla Tarr, fino a ieri forse il più assoluto tra i pochi grandi cineasti
superstiti.
Da qualche parte, mi pare in Evaristo Carriego, Borges allude alla possibilità
di accedere a un’esperienza dove, miracolosamente, si possa essere «dello stesso
tempo del tempo».
Si tratta di un’ambizione del tutto azzardata perché il tempo ha questa strana
‘natura’: benché vi siamo sempre immersi, la sua impalpabile sostanza elude ogni
‘cattura’. Esperiamo il tempo solo decoincidendo con esso. L’inquietudine,
dunque la nervosa oscillazione dell’esistenza, consiste nel non poter mai
sostare pienamente sull’attimo. Incapaci di trattenerci sul puro presente, lo
evadiamo incessantemente proiettandoci nel futuro o ritenendo il passato. Di
fatto, siamo sempre estranei al momento genetico in cui il tempo è e non cessa
di prodursi.
Qualcuno ha provato a pensare che per accedere a questo tempo
incondizionatamente in atto – l’unico, peraltro, capace di determinare una vera
e propria svolta politica – sia necessaria un’interruzione, una frattura della
temporalità che proprio là dove la infranga la riveli, rendendola disponibile
all’esperienza e all’azione senza presupposti.
Con tutt’altre tecniche, invece, per far percepire il tempo lo si contrae,
portandolo a un inusitato grado di densità. È così nei riquadri dell’arte, ad
esempio in un affresco che ritragga una scena di caccia rinascimentale, dove la
totalità sensibile dell’evento dipinto viene simultaneamente esposta, o quando,
in ‘sole’ due ore di pellicola, assistiamo alla débâcle dell’armata napoleonica
sul suolo russo. Ma l’inquadratura pittorica o cinematografica può anche seguire
un metodo opposto e dilatare il tempo fino a sospenderlo, come in una natura
morta di Morandi o con l’‘Ofelia’ fluttuante di Tarkovskij, che, in onirico
sorvolo, sembra esonerata dal domino ‘occasionale’ degli istanti. Comunque sia,
contraendolo o dilatandolo, si dà luogo visivamente al tempo negandone la forma
immediata e riplasmandolo con sapiente artificio. È stato d’altra parte
suggerito che compito dell’artista sia proprio scolpire il tempo…
Quale altro principio ha invece ispirato la regia di Béla Tarr?
La sua strategia, originalissima, si situa esattamente agli antipodi. Per lui il
tempo, per essere artisticamente dispiegato, dev’essere accolto intatto,
nell’indivisibile continuum della sua inesorabilità. Gli estenuanti piani
sequenza del maestro ungherese hanno questo di straordinario: giungono
misteriosamente a coincidere col puro essere del tempo che tutti gli altri
registi invece manipolano.
Béla Tarr unifica il cinema all’indolente fluire del tempo, pareggia
tragicamente ad esso lo svolgersi della pellicola. Ci fa dunque sentire il
tempo, poiché il suo girato è «dello stesso tempo del tempo».
L'articolo Béla Tarr, il più grande. Con lui un’esperienza originalissima del
tempo proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Ufficio del medico legale della contea di Los Angeles ha reso nota l’autopsia
sui corpi del regista statunitense Rob Reiner, 78 anni, e la moglie Michele
Singer, 68 anni: “Entrambi sono morti per ferite multiple da arma da taglio. La
modalità del decesso è un duplice omicidio”.
L’annuncio è arrivato poche ore dopo che il figlio della coppia, Nick Reiner, 32
anni, è stato formalmente incriminato con due capi d’accusa per omicidio
volontario di primo grado e ha fatto la sua prima comparizione in tribunale.
L’imputato non ha presentato dichiarazione di colpevolezza. Su richiesta del suo
avvocato, Alan Jackson, l’udienza di lettura delle accuse è stata rinviata al 7
gennaio. Nick Reiner è comparso in aula in catene e indossando una tuta
anti-suicidio, seduto dietro un vetro protettivo. Durante l’udienza si è
limitato a rispondere “Sì, vostro onore” nel confermare la nuova data fissata
dal giudice.
I corpi di Rob e Michele Reiner erano stati trovati nel pomeriggio di domenica
scorsa all’interno della loro villa nel quartiere Brentwood di Los Angeles.
Fonti delle forze dell’ordine hanno riferito che entrambi presentavano
lacerazioni compatibili con l’uso di un coltello. Nick Reiner è stato arrestato
e incarcerato con ‘accusa di omicidio e, al momento, è detenuto senza
possibilità di cauzione.
Martedì scorso, nel corso di una conferenza stampa, il capo della polizia di Los
Angeles, Jim McDonnell, ha confermato che l’ufficio del procuratore distrettuale
“ha formalmente depositato le accuse contro il signor Reiner per l’omicidio dei
suoi genitori”.
Dopo la tragedia, gli altri due figli della coppia, Jake e Romy Reiner, hanno
diffuso una dichiarazione congiunta. “Le parole non possono descrivere ‘immenso
dolore che stiamo vivendo ogni momento della giornata”, hanno affermato. “La
perdita orribile e devastante dei nostri genitori, Rob e Michele Reiner, è
qualcosa che nessuno dovrebbe mai affrontare. Non erano solo i nostri genitori,
erano i nostri migliori amici”.
“Ringraziamo per le numerose manifestazioni di cordoglio, gentilezza e sostegno
ricevute da familiari, amici e da persone di ogni provenienza”, hanno aggiunto.
“Chiediamo ora rispetto e privacy, che le speculazioni siano temperate da
compassione e umanità, e che i nostri genitori vengano ricordati per le vite
straordinarie che hanno vissuto e per l’amore che hanno donato”.
L'articolo “Ferite multiple da arma da taglio. Si tratta di un duplice
omicidio”: svelata l’autopsia del regista statunitense Rob Reiner e della moglie
Michele Singer proviene da Il Fatto Quotidiano.