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Caso Almasri, l’Italia deferita all’Assemblea degli Stati Parte della Corte penale internazionale
L’Italia – a causa della vicenda di Osama Njeem Almasri – di nuovo nel mirino delle autorità europee. Roma è stata deferita all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale (Cpi) per il caso dell’ex capo della polizia giudiziaria libica e comandante della milizia Rada, accusato di aver commesso torture e violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Mitiga. La decisione è stata presa dalla Camera preliminare della Corte e sarà discussa nell’ambito della prossima riunione dell’Assemblea, in programma per il mese di dicembre. La vicenda rappresenta un nuovo problema per il governo italiano riguardo al caso del comandante libico, arrestato in Libia a novembre. Tra le opzioni prese in considerazione dai giudici, c’era anche quella di deferire l’Italia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il che avrebbe comportato un dibattito ufficiale al Palazzo di Vetro a New York, un evento che sicuramente avrebbe avuto un impatto negativo sull’immagine internazionale dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. I giudici dell’Aja accusano l’Italia di non aver rispettato i propri obblighi internazionali per non aver eseguito la richiesta di arresto e consegna di Almasri. Il libico era stato arrestato a Torino il 19 gennaio dello scorso anno, ma scarcerato due giorni dopo e rimpatriato in Libia a bordo di un aereo di Stato. All’interno della Camera preliminare, composta da tre giudici, uno ha espresso un parere dissenziente rispetto alla decisione di deferire l’Italia all’Assemblea degli Stati Parte della Cpi, che è l’organo legislativo e di controllo gestionale della Corte, composto dai rappresentanti degli Stati che hanno ratificato o aderito allo Statuto di Roma. Lo scorso 31 ottobre, in un documento inviato alla Cpi, il governo italiano aveva assicurato che sarebbe stata avviata una revisione delle normative relative alla cooperazione con la Corte penale internazionale, al fine di evitare situazioni problematiche come quella del caso Almasri. Il governo aveva anche ribadito che il rimpatrio del generale libico era avvenuto “per motivi di sicurezza nazionale”. Il Tribunale dei ministri aveva archiviato la posizione dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano. Restano invece sotto indagine dalla Procura ordinaria le accuse a Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, accusata di aver fornito false dichiarazioni al pm. In merito a queste indagini, la maggioranza ha annunciato l’intenzione di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, contestando la competenza del Tribunale dei ministri e della Procura di Roma. L'articolo Caso Almasri, l’Italia deferita all’Assemblea degli Stati Parte della Corte penale internazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump piccona ancora la giustizia internazionale: gli Usa si ritirano da 2 Tribunali penali e dalla Convenzione di Venezia
Non c’è soltanto l’uscita dalla convenzione che sta alla base degli Accordi di Parigi sul clima. Tra i 66 organismi dai quali la Casa Bianca ha annunciato il ritiro il 7 gennaio ci sono tre importanti istituzioni giuridiche internazionali. E’ l’ennesimo passo indietro deciso da Washington nell’ultimo anno dall’approccio multilaterale che ha contraddistinto le relazioni tra gli Stati, in primis quelli occidentali, dal 1945 fino a oggi. “Questi ritiri porranno fine ai finanziamenti dei contribuenti americani e al loro coinvolgimento in entità che promuovono programmi globalisti a discapito delle priorità degli Stati Uniti”, si legge nel memorandum. Ma la mossa non potrà non avere conseguenze politiche di lungo periodo. L’amministrazione Trump ha deciso di ritirarsi dall’International Residual Mechanism for Criminal Tribunals (IRMCT). L’organismo, che ha sede all’Aja, è stato creato per portare a termine le funzioni rimaste aperte dei due grandi tribunali ad hoc dell’Onu: quello per l’ex-Jugoslavia e quello per il genocidio in Rwanda. Le sue competenze riguardano procedimenti residuali, appelli, gestione degli archivi, protezione dei testimoni ed esecuzione delle pene e il testo ufficiale della Casa Bianca non dettaglia le motivazioni specifiche dell’uscita, ma la decisione di Washington ha un preciso significato simbolico e pratico. Il primo è una critica strutturale all’autorità giudiziaria internazionale. L’amministrazione Trump, in continuità con precedenti governi repubblicani, ha spesso accusato le corti internazionali di limitare la sovranità americana e di essere utilizzati come strumenti politici contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Nel 2025 Washington era arrivata a imporre sanzioni contro la Corte penale internazionale, accusata di portare avanti indagini considerate “illegittime e infondate” su cittadini americani e personale israeliano come il primo ministro Benjamin Netanyahu, sul quale dal 21 novembre 2024 pende un mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele a Gaza e che è il principale alleato della Casa Bianca in Medio Oriente. La decisione, inoltre, si iscrive nel solco del sempre minore coinvolgimento degli Stati Uniti in meccanismi giudiziari multilaterali. Uscendo dal Meccanismo Residuo, Washington rinuncia a un ruolo, per quanto limitato, nei procedimenti legati a crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Una scelta che riflette la volontà di mantenere un controllo esclusivo su come, quando e da chi eventuali responsabilità penali di cittadini statunitensi possano essere valutate. Nello stesso pacchetto rientra anche il ritiro dalla Commissione di Venezia, organismo consultivo del Consiglio d’Europa specializzato in pareri su temi costituzionali, stato di diritto e diritti umani. L’organismo svolge un ruolo centrale nell’elaborazione di standard democratici e giuridici, in particolare nei Paesi in transizione o coinvolti in processi di riforma istituzionale e, pur essendo legato all’Unione europea, garantiva agli Stati Uniti uno status di membro a pieno titolo. Washington, tuttavia, non lo considera un forum in cui poter esercitare un’influenza strategica diretta. Il suo carattere tecnico e la prevalente impronta europea fanno sì che la Commissione venga percepita oltreoceano come parte di un ordine internazionale che limita la capacità di Washington di difendere i propri interessi. L’atteggiamento di ostilità dell’amministrazione Trump strutture multilaterali, intravisto nel primo mandato, sta conoscendo nel secondo una fattiva realizzazione. Esempio ne è l’atteggiamento tenuto dalla Casa Bianca con la Corte penale internazionale. Sebbene gli Stati Uniti abbiano partecipato ai negoziati e firmato il trattato istitutivo nel 2000 con Bill Clinton, non hanno mai ratificato il documento. Nel 2002 George W. Bush ha formalmente ritirato la firma, dichiarando che gli Stati Uniti non intendono diventare parte della Corte. Nel febbraio 2025 Washington ha sanzionato 11 alti funzionari della Corte e a fine anno, riferiva Reuters l’11 dicembre, avrebbe minacciato nuove misure se il tribunale non avesse garantito che non avrebbe aperto procedimenti giudiziari nei confronti di Trump. Gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” dagli alleati e “si stanno liberando dalle regole internazionali”, ha commentato Emmanuel Macron intervenendo alla Conferenza delle ambasciatrici e degli ambasciatori a Parigi. Secondo il presidente francese, è in atto una crescente “aggressione neocoloniale” nelle relazioni diplomatiche, a causa della quale “le istituzioni del multilateralismo funzionano sempre meno efficacemente. Ci stiamo evolvendo in un mondo di grandi potenze con una reale tentazione di dividere il mondo tra loro”. L'articolo Trump piccona ancora la giustizia internazionale: gli Usa si ritirano da 2 Tribunali penali e dalla Convenzione di Venezia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Usa, guerra alla Corte dell’Aja: sanzioni ai giudici che hanno respinto un ricorso di Israele contro l’indagine per crimini di guerra
Gli Stati Uniti continuano la loro guerra contro la Corte penale internazionale. Questa volta nel mirino sono finiti due giudici della Corte dell’Aja, nei confronti dei quali sono state imposte alcune sanzioni. La loro colpa: aver preso di mira Israele. In particolare i due magistrati, provenienti dalla Mongolia e dalla Georgia, avevano respinto un ricorso presentato dallo Stato ebraico contro l’indagine sulle accuse di crimini di guerra nella Striscia di Gaza e avevano confermato i mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Ad annunciare il provvedimento è stato il segretario di stato Marco Rubio. “Un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale” lo definisce la Corte in una nota. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha elogiato la decisione di Washington: “Grazie, segretario Rubio, per questa chiara posizione morale”, ha scritto su X. Gli attacchi dell’amministrazione Trump alla Corte penale proseguono ormai da mesi, anzi da anni visto che le prime misure furono prese durante il primo mandato del presidente degli Stati Uniti che non sono membri dell’organismo. L'articolo Usa, guerra alla Corte dell’Aja: sanzioni ai giudici che hanno respinto un ricorso di Israele contro l’indagine per crimini di guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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