“Uno strano incidente”, lo ha definito l’emittente radiotelevisiva pubblica
groenlandese Kalaallit Nunaata Radioa che ha dato la notizia. Si è verificato
venerdì, quando a uno sconosciuto è stato permesso di salire a bordo dell’aereo
della prima ministra danese Mette Frederiksen all’aeroporto di Nuuk, capoluogo
dell’isola artica, prima del suo rientro in Danimarca. L’uomo, che non aveva con
sé un documento d’identità, sarebbe riuscito passare i controlli di sicurezza e
sarebbe stato accompagnato all’aereo delle Forze Armate danesi dal personale
dell’aeroporto, dopo aver affermato di viaggiare su quel volo. Aveva con sé una
borsa e ha iniziato a frugare sui portabagagli. Solo allora è stato fatto
scendere dall’aereo e portato via dalla polizia. Frederiksen è poi partita per
Copenaghen su un altro aereo.
“KNR ha chiesto a cinque diverse autorità come l’uomo sia riuscito a superare i
controlli di sicurezza e come il personale dell’aeroporto sia riuscito a farlo
salire sull’aereo del Primo Ministro – riferisce sul proprio sito l’emittente,
citando tre fonti -. Gli aeroporti della Groenlandia hanno confermato
l’incidente, ma hanno rifiutato di commentarlo e lo hanno segnalato alla Polizia
della Groenlandia”. Quest’ultima, interpellata da KNR, si è detta “preoccupata
per l’incidente” ma “non può rilasciare ulteriori dichiarazioni”.
L'articolo Groenlandia, la tv pubblica: “Uno sconosciuto è salito sull’aereo
della premier danese Frederiksen a Nuuk” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Oltre un miliardo di dollari per blindare l’evento, droni a vigilare la presenza
o meno di “gente indesiderata“, simulazioni di scenari di guerra e tanti tifosi
che non otterranno il visto per seguire la propria nazionale. Mancano poco più
di quattro mesi ai Mondiali di calcio previsti tra Usa, Canada e Messico a
giugno 2026 e si parla più di questioni legate alla sicurezza e alla politica
internazionale che di calcio. La sempre più crescente tensione per la politica
estera del presidente Donald Trump, in particolare le sue mire sulla
Groenlandia, crea malcontenti anche in alcuni paesi europei, che minacciano il
boicottaggio. Anche se a oggi sembra una possibilità remota.
Senza dimenticare la questione Ice. Il Pentagono e la Fifa di Gianni Infantino,
amico di Trump, prevedono infatti di mettere sul piatto oltre un miliardo di
dollari per blindare l’evento con un piano di sicurezza che prevede la presenza
di droni e militari negli stadi. Le uccisioni e gli arresti di Minneapolis in
queste ultime settimane da parte dell’agenzia federale che dipende dal
Dipartimento di Sicurezza Interna – incaricata di far rispettare le leggi
sull’immigrazione – hanno creato preoccupazione in tantissime persone in tutto
il mondo, ora dubbiose di viaggiare in direzione Stati Uniti in estate. A questi
si aggiungono i tifosi di varie nazionali (Iran, Haiti ed Egitto su tutti) non
graditi negli Usa e che con molta probabilità non potranno seguire le proprie
squadre, proprio per via del giro di vite sulle regole legate all’immigrazione.
Intanto lunedì scorso la Uefa ha tenuto una riunione con diversi dirigenti delle
federazioni calcistiche. E i dazi del 10% imposti da Trump la scorsa settimana a
otto paesi europei per la Groenlandia sono stati probabilmente un argomento
chiave. Secondo Dw le otto nazioni che hanno partecipato alla riunione
interessate direttamente alla questione dazi sono Norvegia, Olanda, Germania,
Francia e Regno Unito (Inghilterra e Scozia) che si sono già qualificate per il
torneo, più Danimarca, Svezia e Irlanda del Nord che sono ai playoff.
TUTTO PARTE DA DANIMARCA E SVEZIA
Nelle ultime settimane si è acceso il dibattito in diversi paesi: boicottare o
meno i mondiali. A guidare la protesta è ovviamente la Danimarca, dopo le
continue rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia. Politica del tycoon che ha
fatto infuriare i danesi, tanto che un recente sondaggio realizzato dal portale
BT ha registrato come il 90% dei cittadii siano favorevoli a un eventuale
boicottaggio del Mondiale. Sondaggio finito anche nella vicina Svezia, dove da
qualche settimana una buona fetta di popolazione si astiene dal comprare
qualsiasi prodotto “Made in Usa” come risposta ai dazi e alla scarsa chiarezza
sulla posizione di Trump riguardo la guerra tra Russia e Ucraina. Anche se
Danimarca e Svezia – come l’Italia – dovranno ancora superare i playoff per
ottenere la qualificazione ai Mondiali 2026.
LA POSIZIONE DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI
Persino dall’Europa “vicina” all’Italia sono arrivati nei giorni scorsi segni di
disapprovazione contro i dazi e le pretese geopolitiche di Donald Trump. Francia
e Germania hanno anche ipotizzato il ritiro in segno di protesta, anche se
puntualmente dalle varie istituzioni sono arrivate smentite. Capitolo Germania:
sul tema è intervenuto Oke Göttlich, vicepresidente della Federcalcio tedesca
(Dfb), che in una lettera al quotidiano Hamburger Morgenpost aveva dichiarato:
“Mi chiedo quando sia il momento di pensarci concretamente. E per me quel
momento è decisamente arrivato“.
Göttlich ha paragonato la situazione attuale ai boicottaggi olimpici durante la
Guerra Fredda (“la potenziale minaccia è maggiore oggi rispetto ad allora”). Il
vicepresidente della Dfb, inoltre, è il presidente del St.Pauli, dove tutte le
azioni del club e anche lo stadio appartengono ai tifosi. Parole che hanno
aperto una polemica all’interno della Federcalcio tedesca, con il presidente
Bernd Neuendorf che ha poi smentito tutto.
Sul tema sono poi intervenuti anche il presidente della Lega calcio tedesca
(Dfl), Hans–Joachim Watzke, che ha definito la discussione “fuori luogo” in
questa fase. “Non credo che sia il momento di parlarne. Se un giorno lo sarà,
allora discuteremo, ma ora è del tutto prematuro”, ha detto al ricevimento di
Capodanno della Dfl a Francoforte. Watzke ha aggiunto di non aver percepito “un
vero dibattito” sul tema, parlando piuttosto di singole prese di posizione. Una
valutazione condivisa dall’amministratore delegato del Bayern Monaco,
Jan–Christian Dreesen, secondo cui si tratta di “voci isolate” e la linea della
Federcalcio tedesca (Dfb) è chiara. “Non abbiamo mai visto un Mondiale
boicottato”, ha sottolineato.
Nel Regno Unito, il deputato conservatore Simon Hoare ha dichiarato in un
discorso alla Camera dei Comuni che le nazionali inglese, scozzese e gallese
dovrebbero prendere in considerazione l’idea di boicottare il torneo per
“metterlo in imbarazzo”. Il deputato francese Eric Coquerel, del partito di
sinistra La France Insoumise, ha suggerito di spostare il torneo fuori dagli
Stati Uniti e di giocarlo solo in Canada e Messico.
Il fronte del boicottaggio inizia a prendere piede anche tra i tifosi tifosi. Un
sondaggio pubblicato all’inizio di questo mese dal quotidiano Bild ha rilevato
che il 47% di circa mille intervistati tedeschi ha dichiarato di sostenere il
boicottaggio se Trump decidesse di annettere la Groenlandia. La domanda è
rimbalzata anche in Olanda dove più di 150mila persone hanno firmato una
petizione che invita la nazionale olandese a restare a casa.
LA SITUAZIONE DI EGITTO, HAITI E IRAN
Diversa la situazione per alcuni paesi extraeuropei, tra cui Egitto, Haiti e
Iran. Partendo dal paradosso dei primi: nonostante Il Cairo sia appena entrato
nel Board of Peace – l’organismo d’élite voluto da Trump per la ricostruzione di
Gaza che costa ai membri un miliardo di dollari – i suoi cittadini rimangono
ancora “indesiderati” negli USA. Egitto alleato strategico a livello politico,
ma i suoi tifosi sono considerati un rischio migratorio. Un paradosso che sta
spingendo la federazione egiziana a minacciare un boicottaggio clamoroso per
dignità nazionale.
Differente la situazione per quanto riguarda Haiti e Iran. L’amministrazione
Trump ha confermato nei mesi scorsi che non concederà deroghe al divieto
d’ingresso per i tifosi di Haiti che vorranno seguire la nazionale ai Mondiali.
Il Paese caraibico, tornato a qualificarsi a cinquant’anni dall’ultima
partecipazione, rientra infatti nel travel ban firmato da Donald Trump a giugno,
che limita l’ingresso negli Stati Uniti alle persone provenienti da 19 nazioni.
Le nazioni in questione sono: Afghanistan, Myanmar, Ciad, Repubblica del Congo,
Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. A
questi si aggiungono restrizioni parziali per i viaggiatori provenienti da
Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela. Motivo per
cui l’Iran – già qualificato ai Mondiali – ha anche disertato le cerimonie
ufficiali per il trattamento riservato alla sua delegazione.
L'articolo Il Mondiale nell’America di Trump diventa un caso: tra Groenlandia e
ICE, nasce un fronte che minaccia il boicottaggio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’immagine, di per sé, è già surreale: Donald Trump che cammina a fianco di un
pinguino che a sua volta ha in mano la bandiera americana, mentre entrambi
camminano su un manto di neve e si dirigono verso le montagne ghiacciate sulle
quali è issata bandiera della Groenlandia. Ma è ancora più surreale che
l’immagine, creata con l’intelligenza artificiale, sia quella di un post
pubblicata sul profilo social della Casa Bianca, accompagnata da tre parole.
“Embrace the penguin”, abbraccia il pinguino. Un’idea tratta dal documentario
del 2007 ‘Encounters at the end of the world’ di Werner Herzog, che immortala
anche un pinguino che si allontana dal gruppo da solo in direzione contraria
alla vita. Ma l’immagine lanciata dai social manager del tycoon ha suscitato non
poche ironie e meme sui social, a partire dal fatto che i pinguini vivono solo
nell’emisfero australe.
C’é chi ricorda al presidente che tagliare i fondi per l’istruzione forse non è
stata una buona idea e chi invece dà la parola al pinguino: “Lo sai che questa
non è la Groenlandia, vero?”. Altri hanno commentato postando una cartina che
evidenzia le zone in cui si possono trovare esemplari dell’animale. I più ostili
invece hanno suggerito che il miglior compagno per Trump alla conquista della
Groenlandia sarebbe un orso polare.
“Nella stessa settimana in cui ha fatto una figuraccia sulla Groenlandia e l’ha
confusa più volte con l’Islanda, ora il suo staff sta confondendo l’Antartide
con la Groenlandia. La nazione più potente della Terra gestita come uno
spettacolo di clown”, ha commentato L’ex ministro della Difesa canadese, nonché
premier dell’Alberta, Jason Jennedy. “Trump vuole ribadire ancora una volta di
essere un completo idiota. La Groenlandia non ospita pinguini e Trump non ha
alcun diritto né sulla Groenlandia né sui pinguini. È davvero questa la Casa
Bianca? Allora la Casa Bianca è una battuta ignorante”, gli ha fatto eco
l’economista svedese Anders Aslung. Infine c’è chi ricorda un’altra gaffe della
Casa Bianca con questi animali, quando nel Liberation Day il neoeletto
presidente impose dazi anche alle isole Heard e McDonald, popolate solo da
innocenti pinguini.
L'articolo Trump e un pinguino alla conquista della Groenlandia: la gaffe virale
della Casa Bianca proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Rutte tira indietro Trump dall’orlo del baratro in Groenlandia“, titola un
editoriale di Bloomberg di mercoledì, seguito da un contagioso entusiasmo che
anche in Italia magnifica il segretario generale della Nato per aver convinto il
presidente Usa a non invadere l’isola della Danimarca e a non dar seguito alla
minaccia di imporre nuovi dazi ai Paesi Ue che nei giorni scorsi hanno spedito
lì qualche decina di soldati, in via del tutto simbolica e per poi per giunta
ritirarli. Tutto a posto, dunque? Trump è stato quietato e Copenaghen può
dormire tranquilla? Uno sguardo appena più approfondito fa dubitare che che sia
così.
“Sulla base di un incontro molto produttivo che ho avuto con il Segretario
Generale della NATO, Mark Rutte, abbiamo definito il quadro di un futuro accordo
sulla Groenlandia e, di fatto, sull’intera regione artica”, ha scritto il tycoon
in un post su Truth. “Sulla base di questo accordo, non imporrò i dazi la cui
entrata in vigore era prevista per il 1° febbraio”. Ma la storia del primo e
dell’inizio di questo secondo ci hanno insegnato che quello che il presidente
Usa fa e dice oggi domani già potrebbe non valere più, smentito da uno o più
repentini dietrofront.
Così – “a stunning reversal” – ha definito quello sui dazi anche l’Associated
Press che ha fregiato Rutte del soprannome di “Trump whisperer“, sussurratore
capace di influenzare Trump a furia di soavi bisbigli nell’orecchio ed evitare
un’escalation aperta, anche sotto il profilo militare. Ora, ferma restando
l’imprevedibilità del capo della Casa Bianca, l’intervento armato è sempre stata
e rimane una possibilità remota. La Danimarca non è il Venezuela in primo luogo
perché Washington e Copenaghen sono membri della Nato e un eventuale attacco
armato significherebbe nel peggiore dei casi una guerra e nel migliore la
rottura dei rapporti con gli alleati europei. Un disastro innanzitutto per
l’economia, stella polare del tycoon: l’Europa non è solo uno dei mercati
principali ma un partner economico fondamentale per gli Stati Uniti per via di
quel quasi 30% del commercio globale di beni e servizi scambiati tra le due
sponde dell’Atlantico. Gli Stati Ue, poi, ospitano decine di migliaia di soldati
Usa, condividono con Washington protocolli e dati di intelligence perché,
checché ne dica Trump, il continente resta un baluardo della stessa difesa
americana.
“Sono in corso ulteriori discussioni in merito al Golden Dome, in relazione alla
Groenlandia”, ha proseguito Trump su Truth riferendosi al progetto di scudo
spaziale e antimissile che prevede l’utilizzo dell’isola artica. I negoziati
riguardano la possibilità per gli Stati Uniti di installare strutture militari
sul territorio, una questione che ha necessariamente a che fare con la sovranità
della Groenlandia e della Danimarca a cui la prima appartiene. In un’intervista
a Fox News, emittente di riferimento di Trump, Rutte ha assicurato che
l’argomento “non è stato discusso con il presidente”. Ha notizie diverse Mette
Frederiksen, primo ministro di Copenaghen: “Possiamo negoziare tutti gli aspetti
politici: sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare la nostra
sovranità. Sono stato informata che non è stato così“, ha detto la premier
riferendosi al faccia a faccia tra i due. In ogni caso, ha aggiunto, “Rutte non
ha il mandato di negoziare per conto della Groenlandia o della Danimarca”.
La questione della sovranità resta più che mai sul tavolo. Qualcuno ipotizza il
modello Guantanamo. Ovvero che gli Usa possano prendere il lease di parte del
territorio riconoscendo la sovranità del paese ma avendone la giurisdizione. Tre
alti funzionari Usa hanno riferito al New York Times che l’intesa potrebbe
prevedere la cessione agli Usa della sovranità su piccole porzioni di terra dove
gli Stati Uniti potrebbero costruire strutture militari. Uno di loro ha
paragonato il progetto “alle basi del Regno Unito a Cipro, considerate
territorio britannico“. Trump però punta a ottenere molto di più: “Avremo
accesso totale alla Groenlandia”, ha detto il tycoon in un’intervista a Fox
Business, “avremo tutto l’accesso militare che vogliamo” e “non c’è una fine,
non c’è un limite di tempo”. Di modo che alla fine, anche se non avranno
“tutto”, gli Usa otterranno molto.
A iniziare da un accordo per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo
dell’isola, che è ricca di minerali critici come terre rare, gallio, germanio e
altri materiali fondamentali per tecnologia, difesa e semiconduttori, di forte
interesse per gli Usa che di intese di questo tipo se ne intendono: quella
imposta lo scorso anno all’Ucraina schiacciata dall’invasione militare della
Russia, ad esempio, garantisce agli Usa un diritto di prelazione e un accesso
privilegiato a nuove concessioni per l’estrazione di minerali strategici,
legando l’economia ucraina alle necessità industriali e di difesa americane per
almeno 10 anni. Un modello che ora potrebbe essere replicato in Groenlandia.
Il Naalakkersuisut, il governo di Nuuk, il pericolo lo avverte forte e chiaro.
“La sovranità e l’integrità territoriale della Groenlandia sono una linea
rossa”, ha detto il premier groenlandese Jens Frederik Nielsen, ribadendo che
nessuno, tranne la Groenlandia e la Danimarca, è abilitato a concludere accordi
che riguardino l’isola. Il punto centrale della questione resta uno e Nielsen lo
descrive così: “Non so esattamente cosa contenga l’accordo riguardo al mio
Paese“.
L'articolo Groenlandia, Rutte “sussurratore di Trump”? Ecco perché il passo
indietro su dazi e intervento militare non è una garanzia sulla sovranità
dell’isola proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, durante il ‘Question Time’ al
Senato sulla Groenlandia ha parlato di “legittime preoccupazioni americane”
sull’area artica. Lasciando Palazzo Madama proviamo a chiedere se sia davvero
così o se, invece, ci sia una mira statunitense sulle materie prime rare. Il
ministro non gradisce il contraddittorio: “Qua non è che dobbiamo parlare, io ti
sto facendo un discorso rispondendo a quello che ho detto io in Aula che è
quello che dicevo nel 2012”. Dunque ascoltiamo senza replicare oltre. Tajani
spiega che nel 2012 da vicepresidente della Commissione Europea è “andato in
Groenlandia a fare un accordo sulle materie prime sostenendo la stessa
preoccupazione che oggi sostengono gli americani perché c’era una forte presenza
cinese”. Quindi oggi ha ragione Trump? Domanda non accolta bene. Ma arriva al
punto. “Le cose che ha detto Trump erano giuste (il timore sulla presenza russa
e cinese al largo della Groenlandia, ndr), lasciamo perdere la questione dei
problemi che esistono, sul resto della questione abbiamo preso una posizione
molto chiara – continua – Il destino della Groenlandia è nelle mani del popolo
della Groenlandia e in qualche modo della Danimarca visto che c’è l’unità della
Corona”. “Il tema sulle materie prime e sulla sicurezza internazionale che ha
posto Trump non è sbagliato, non siamo d’accordo sul fatto che si debba
risolvere con un’invasione“, conclude infine il vicepresidente.
Altri cronisti chiedono del ‘Board of Peace’ ed il titolare della Farnesina
conferma la linea tracciata ieri dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni
sulle problematiche “in materia costituzionale legate all’articolo 9 e
all’articolo 11 della Costituzione”. E sull’assenza nel ‘Board’ dei maggiori
paesi europei Tajani polemizza: “Prima vediamo cosa succede nel Consiglio
Europeo, se aderiscono cinque invece di quattro, tre, quali. I periodi ipotetici
non servono, vediamo cosa discutono i Paesi europei”. Ma Trump è un partner
affidabile visto che cambia spesso idea? “È il presidente degli Stati Uniti
d’America poi ognuno dà il giudizio che vuole”, conclude il Ministro.
L'articolo Tajani: “Sulla Groenlandia legittime le preoccupazioni di Trump, ma
non siamo d’accordo che si risolva con un’invasione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da un editoriale di Rossiyskaya Gazeta, quotidiano ufficiale del governo della
Federazione Russa:
Se Trump riuscisse a portare a termine l’annessione della Groenlandia entro il 4
luglio 2026, data in cui gli Stati Uniti celebreranno il 250º anniversario della
Dichiarazione d’Indipendenza, egli diventerebbe senza dubbio una delle figure
storiche destinate a incarnare la grandezza americana.
Con la Groenlandia, gli Stati Uniti diverrebbero il secondo Paese più esteso al
mondo, subito dopo la Russia, superando il Canada per superficie. Per gli
americani, un simile risultato sarebbe paragonabile a eventi di portata
planetaria come l’abolizione della schiavitù sotto Abraham Lincoln nel 1862 o le
grandi conquiste territoriali delle guerre napoleoniche.
Tutti dimenticheranno rapidamente gli attuali contatti diplomatici con la
Danimarca relativi a un futuro accordo, considerandoli episodi momentanei e, in
ultima analisi, inutili. Ma se, grazie a Trump, la Groenlandia dovesse entrare a
far parte degli Stati Uniti, ciò sarebbe per sempre. Il popolo americano non
dimenticherebbe un simile traguardo.
A ostacolare questa svolta storica del presidente degli Stati Uniti vi sono
tuttavia l’ostinazione di Copenaghen e la solidarietà, perlopiù simbolica, di
alcune capitali europee intransigenti, comprese quelle dei cosiddetti “amici
dell’America”, come Gran Bretagna e Francia. L’Europa non ha alcun interesse
nella grandezza americana che Trump sta promuovendo. Bruxelles e i suoi alleati
puntano a logorare il presidente statunitense in vista delle elezioni
congressuali di metà mandato, impedendogli di concludere l’accordo più
importante della sua vita. I leader del Vecchio Continente, apertamente ostili a
Trump, fanno di tutto per intrappolarlo in negoziati infiniti sulla Groenlandia.
Per il presidente americano sarebbe pericoloso fare marcia indietro su questo
dossier: ciò indebolirebbe immediatamente la posizione del Partito Repubblicano
nelle imminenti elezioni congressuali e renderebbe probabile una maggioranza
democratica al Congresso, con tutte le conseguenze del caso. Al contrario, una
rapida annessione prima delle elezioni di midterm potrebbe invertire questa
tendenza politica.
Se Trump raggiungesse il suo obiettivo, l’isola — con una popolazione di appena
57.000 abitanti — diverrebbe la più grande acquisizione territoriale nella
storia degli Stati Uniti. In tal modo, l’attuale presidente riuscirebbe là dove
i suoi predecessori avevano fallito nel 1867 e nel 1946.
***
Questo sussurra Putin all’orecchio del Presidente americano; toccando con
precisione chirurgica tutti i tasti notoriamente sensibili: grandezza storica,
culto dell’eredità personale, disprezzo per l’Europa, paura delle elezioni di
Midterm. Che dire?
Emerge una profonda condivisione ideologica: brutalità, imperialismo, disprezzo
del diritto. Ma questo non è un caso: Putin ha investito per quarant’anni delle
fortune su Trump (cosa che non si dice mai), si può dire che lo ha cresciuto
nell’ombra. Perciò le schermaglie pubbliche servono soltanto alla platea; la
convergenza strategica resta.
È poi evidente il tentativo congiunto di Trump e Putin di distruggere la Nato
dall’interno. Un’azione militare americana contro un alleato europeo renderebbe
la Nato impraticabile. Questo non ha nulla a che vedere con la “sicurezza”
russa: eliminare la NATO libererebbe Putin dai vincoli che oggi limitano i suoi
sogni imperiali e le sue guerre di conquista. È uno degli obiettivi ‘storici’
del Cremlino.
Terzo punto: l’Europa è sotto attacco da due lati, lo dicono Trump e Putin.
Inoltre, i documenti strategici americani, e indiscrezioni credibili dal
Pentagono, indicano l’obiettivo di sciogliere l’Unione Europea dall’interno.
Come? Diffondendo nichilismo, passività, sostenendo e finanziando forze di
estrema destra. La Heritage Foundation, nelle sue analisi, parla apertamente
dell’attesa per un esito elettorale in Francia che porti al potere un alleato
utile alla disgregazione dell’Ue. È una convergenza d’interessi tra Washington
trumpiana e Mosca, che interessa anche la Cina: un’Europa divisa è più debole,
più ricattabile, più manipolabile.
Che fare? Le esperienze recenti mostrano che Trump si ferma solo davanti alla
forza. È accaduto con la Cina: quando Pechino ha minacciato di chiudere
l’accesso alle terre rare, Trump ha ritirato i dazi. È successo di nuovo ieri,
quando Von der Leyen ha sventolato il nostro bazooka commerciale. L’Europa ha un
mercato di 450 milioni di consumatori. Un uso coordinato di questa leva
produrrebbe un impatto immediato sui prezzi negli Stati Uniti: un nervo scoperto
per gli elettori di Trump. Sarebbe costoso anche per l’Europa, ma l’impatto
americano sarebbe più duro e politicamente destabilizzante.
La promessa di Trump di ieri di non usare la forza contro la Groenlandia è poco
credibile. Anche a Davos il Presidente ha ribadito che la sfida con l’Europa è
esistenziale: la partita è solo rinviata. Perciò non è il momento di esitare o
blandire chi sovverte l’ordine internazionale. È il momento di essere pronti ad
usare tutta la forza legittima disponibile.
L'articolo Un articolo russo celebra la ‘conquista’ della Groenlandia: la
convergenza Putin/Trump è profonda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dategli la copertina – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano in edicola oggi
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L'articolo Dategli la copertina proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Groenlandia, Trump: “Accordo quadro su diritti minerari e scudo
spaziale”. Rutte: “Non discussa la sovranità danese”. Copenaghen: “Confini non
negoziabili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel corso di un passaggio del suo discorso al World Economic Forum di Davos, il
presidente americano Donald Trump ha confuso la Groenlandia con l’Islanda. Lo ha
fatto notare la Nbc, sottolineando che la gaffe di Trump è arrivata mentre il
tycoon spiegava che tutto ciò che chiede è “un pezzo di ghiaccio”. La nuova
gaffe ha prodotto una sfilza di meme ironici su X: dalla faccia interrogativa
del cartone Spongebob, alle immagini in cui islandesi in versione Simpson
appaiono preoccupatissimi.
L'articolo L’ultima gaffe di Trump, confonde la Groenlandia con l’Islanda
durante il suo discorso a Davos – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli Stati Uniti “non hanno cambiato idea”: vogliono la Groenlandia. Per questo
motivo Nuuk non esclude nulla, neanche un loro intervento militare, e si sta
preparando ad affrontare ogni evenienza. E’ il messaggio che il primo ministro
Jens-Frederik Nielsen e il vicepremier Múte B. Egede hanno rivolto alla
popolazione in una conferenza stampa tenuta martedì nella capitale dell’isola
artica.
La pressione di Washington nelle ultime settimane è cresciuta: “Tutti nella
nostra società ne siamo toccati emotivamente e mentalmente. Lo sentiamo tutti,
dai bambini agli anziani”. ha detto Egede. “Dovremo essere preparati a pressioni
ancora maggiori, anche se queste non comprenderanno l’uso della forza militare,
dobbiamo prepararci a tutto, perché la nazione che ci sta facendo pressione non
ha cambiato idea”.
“Finora lei è stato rassicurante – ha domandato un giornalista al premier
Nielsen -. Perché solo ora afferma che la gente dovrebbe essere preparata?”. “Le
dichiarazioni del Naalakkersuisut (il governo groenlandese, ndr) sono state
serie fin dall’inizio – ha detto il primo ministro -. È improbabile che si
tratti di un intervento militare, ma non è ancora escluso. Dobbiamo essere
preparati a tutte le possibilità”. Motivo per cui, ha aggiunto Egede, “stiamo
adottando diverse iniziative“. “Nei prossimi giorni, il governo farà alcuni
annunci alla popolazione, in cui forniremo linee guida o indicazioni su ciò che
i singoli individui possono fare”, ha proseguito il vicepremier. La prima
indicazione: “Assicurarsi cibo sufficiente per almeno 5 giorni“.
Anche le autorità si stanno muovendo: “E’ stata formata una squadra di
coordinamento per gli interventi di emergenza – ha detto ancora Egede -. Il team
sarà composto da diverse autorità competenti, tra cui dipartimenti, polizia
della Groenlandia, Comando artico e altri ancora”. Il riferimento è all’Arktisk
Kommando, l’unità operativa delle Forze Armate danesi che responsabilità
specifiche nel territorio autonomo e nelle Isole Faroe. “Il gruppo informerà
l’intera comunità su ciò che possiamo fare e sarà utilizzato come strumento in
futuro”, ha concluso il vice capo del governo. Riguardo poi al settore della
difesa, “possiamo vedere che c’è un aumento degli armamenti provenienti da altri
paesi. Avremo bisogno di una presenza militare più ampia”.
L'articolo Groenlandia: “Ci prepariamo a un intervento militare Usa. Pronto un
team di emergenza con polizia e Comando artico” proviene da Il Fatto Quotidiano.