Adriano Celentano non ci sta e passa alle vie legali sulla vicenda del presunto
figlio che ha tenuto banco in questi giorni. L’artista ha dato mandato
all’avvocato Giulia Bongiorno per essere tutelato in giudizio. A darne notizia è
lo stesso Molleggiato sul suo profilo Instagram, intervenendo in modo deciso
sulle dichiarazioni del presunto figlio rilasciate in questi giorni.
“Prima la presunta madre, ora il presunto figlio -scrive Celentano- Circa mezzo
secolo fa, è stato sollevato un polverone da una signora che sosteneva che io
fossi padre di suo figlio. La tanto sbandierata azione giudiziaria contro di me
è finita nel nulla. Oggi, un cinquantacinquenne riesce a ottenere le luci della
ribalta ripescando la stessa vicenda e dichiarandosi pubblicamente mio presunto
figlio”.
Per poi concludere: “A questo punto credo doveroso affidare un mandato
all’avvocato Giulia Bongiorno perché mi tuteli da ogni ulteriore speculazione”.
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L'articolo Adriano Celentano passa alle vie legali sul presunto figlio: “Ho
affidato un mandato all’avvocato Giulia Bongiorno perché mi tuteli da ogni
ulteriore speculazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Giulia Bongiorno
La vera posta in gioco è la serie ideata e condotta da Roberto Scarpinato che
guida i cittadini dentro i retroscena della contro-riforma della giustizia. Con
linguaggio chiaro e documentato, ricostruisce le radici storiche e i
protagonisti di ieri e di oggi che la sostengono. Soprattutto, mette a fuoco il
progetto più ampio in cui si inserisce: che Paese diventerà l’Italia se questo
tassello passerà e l’equilibrio tra poteri verrà ridisegnato.
Nel secondo episodio il racconto entra nel merito delle posizioni e delle
contraddizioni dei promotori della riforma, da Carlo Nordio a Giorgia Meloni,
fino a Giulia Bongiorno. Dichiarazioni pubbliche e scelte politiche vengono
messe a confronto, evidenziando incoerenze e cambi di rotta. Ne emerge un quadro
che solleva interrogativi sulla reale finalità dell’intervento.
L'articolo La vera posta in gioco, Scarpinato: “Tutte le contraddizioni di
Nordio e Meloni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Senza consenso è stupro”. Lo dicono le studentesse di Non una di Meno che
questo pomeriggio hanno scaricato del letame di fronte all’ufficio milanese
della senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del disegno di legge sulla
violenza sessuale, oggetto di numerose critiche da parte dei movimenti
femministi e delle opposizioni. “Il ddl Bongiorno modifica l’articolo 609 bis
del Codice penale intervenendo sulla definizione di violenza sessuale – scrivono
in una nota le attiviste – la proposta elimina il riferimento al consenso e lo
sostituisce con il concetto di dissenso, o meglio, di “volontà contraria”.
Questa scelta non è neutrale: cambia il modo in cui si guarda ai fatti e a chi
li subisce. Se la legge parla di consenso, la domanda è se vi fosse un sì
libero, esplicito e consapevole; se parla di dissenso, la questione diventa se
la persona abbia detto no in modo sufficientemente chiaro. Il peso si sposta
così su chi denuncia. C’è anche molto di più: non solo ci vuole un consenso
esplicito e palese (“non avevo capito” è una scusa che non regge più), ma solo
un sì contento, convinto, entusiasta è un sì che esprime consenso”. Le attiviste
hanno poi rilanciato il doppio corteo che si terrà a Milano in occasione dello
sciopero transfemminista globale: l’8 marzo alle 15 il corteo cittadino con
partenza da piazza Duca d’Aosta, mentre il 9 marzo alle 9.30 da piazza Cairoli
scenderanno in piazza le studentesse e gli studenti.
L'articolo “Senza consenso è stupro”, le attiviste di Non una di Meno scaricano
letame di fronte all’ufficio della senatrice Bongiorno proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre l’Italia si è impantanata nelle polemiche sul ddl Bongiorno e il rifiuto
della maggioranza di inserire il concetto di “consenso” nel reato di violenza
sessuale, il Parlamento europeo va in direzione esattamente contraria. La
commissione Libertà civili dell’Eurocamera ha infatti approvato una relazione
che esorta la commissione Ue a presentare una proposta legislativa che
stabilisca una definizione di stupro comune tra gli Stati basata, appunto,
sull’assenza di consenso. Il testo ha ottenuto 75 voti a favore, 27 contrari e 3
astensioni. A favore anche il Ppe (di cui fa parte Forza Italia). Mentre tra gli
italiani ha parlato l’eurodeputata M5s Carolina Morace: “Bongiorno prenda
appunti”, ha dichiarato. Ora il testo dovrà affrontare il voto della sessione
plenaria del 25 e 26 marzo prossimi a Bruxelles.
“L’ASSENZA DI CONSENSO DEVE ESSERE AL CENTRO”
La relazione si basa “sulla posizione del Parlamento secondo cui l’assenza di
consenso deve essere l’elemento centrale nei procedimenti giudiziari per stupro”
ed esorta gli Stati Ue che “ancora si basano su definizioni fondate sulla forza
o sulla violenza ad allineare le loro leggi agli standard internazionali,
compresa la convenzione di Istanbul ratificata dall’Ue nel 2023″. Gli
eurodeputati affermano inoltre che la “violenza sessuale è spesso aggravata da
altre forme di discriminazione” e per questo sottolineano l’importanza di
“garantire un’assistenza medica completa, compresi i servizi di salute sessuale
come l’aborto e il sostegno psicologico”. Ancora, la relazione evidenzia
l’importanza “di centri di crisi attivi 24 ore su 24, servizi specializzati
gratuiti e corsi di formazione per forze dell’ordine e giudici”. Gli
eurodeputati chiedono infine che nel 2026 “vengano elaborate linee guida dell’Ue
sull’educazione sessuale, al pari di campagne di sensibilizzazione per
combattere la propaganda misogina online e i contenuti anti-gender”.
A FAVORE IL PPE. MORACE (M5S): “BONGIORNO PRENDA APPUNTI”
A Bruxelles, a schierarsi a favore è stato anche il Ppe, il gruppo più grande le
Parlamento Ue e di cui fa parte anche Forza Italia. “Come Ppe, siamo fermamente
dalla parte delle donne e del loro diritto all’autodeterminazione sessuale”, ha
dichiarato l’eurodeputata Verena Mertens. “L’assenza di resistenza non può mai
essere interpretata come consenso”. Per Mertens, “dal punto di vista
dell’applicazione della legge e dello Stato di diritto, abbiamo bisogno di una
definizione di stupro giuridicamente solida, pratica e comparabile a livello
europeo, basata sul consenso liberamente prestato e revocabile, in modo che i
reati siano perseguiti efficacemente e i responsabili siano chiamati a
risponderne”. Mertens sottolinea che l’esperienza di diversi Stati membri
dimostra che la legislazione basata sul consenso funziona: rafforza l’autonomia
delle vittime, aumenta le denunce e rafforza la tutela giuridica della dignità e
della libertà delle donne. Oggi, ricorda il Ppe, le definizioni nazionali di
stupro differiscono ancora molto all’interno dell’Ue e in molti Paesi viene
richiesta tuttora la prova della violenza o della minaccia. Questo, osserva,
crea incertezza giuridica e una protezione diseguale per le vittime.
Tra gli italiani è intervenuta l’eurodeputata M5s Carolina Morace: “La senatrice
Giulia Bongiorno prenda appunti dai legislatori europei”, ha detto in una nota
l’esponente 5 stelle, “visto che il suo disegno di legge sulla violenza sessuale
non introduce il principio del consenso esplicito, ma elementi che spostano il
focus sulla vittima anziché sull’aggressore. E’ stupro se non c’è consenso.
Questa banale ma importantissima definizione deve entrare nel nostro ordinamento
penale per combattere nel modo più efficace la violenza sulle donne”.
IN ITALIA LE OPPOSIZIONI CONTRO IL DDL BONGIORNO
Intanto in Italia, si è passati dal sostegno bipartisan alla ddl Stupri (con la
benedizione di Giorgia Meloni), allo scontro tra maggioranza e opposizione
perché non si vada avanti con la legge depurata della sua parte fondante, ovvero
il concetto di consenso. Nelle ultime ore, anche Italia Viva e Avs hanno
presentato parere contrario al fatto che la commissione Affari costituzionali di
Montecitorio dia parere favorevole al ddl. Ieri 24 febbraio, si erano espressi
nello stesso senso anche Pd e M5s.
Dopo la manifestazione di piazza del 15 febbraio scorso, in concomitanza con
l’anniversario della legge che ha reso la violenza sessuale reato contro la
persona e non contro la morale, opposizioni e associazioni torneranno a
protestare sabato 28. Al coro dei contrari intanto, si è unita anche la
Fondazione Gino Cecchettin che ha espressio “grande preoccupazione”: “Una
normativa efficace”, hanno scritto in una nota, “dovrebbe proteggere in modo
chiaro chi subisce violenza, non introdurre elementi che rischiano di rendere
più incerto il riconoscimento di un atto non voluto. Il rispetto, il dialogo e
la possibilità di autodeterminarsi sono alla base di ogni relazione e
costituiscono il cuore del concetto di consenso: questi principi non emergono
con sufficiente chiarezza nel testo attualmente in discussione”. La Fondazione
si è anche appellata al governo “affinché intervenga con determinazione nella
riformulazione del testo, garantendo che la tutela della volontà della persona
rimanga al centro dell’intervento legislativo”. Perché “una formulazione poco
chiara rischia di creare zone grigie e lasciare eccessiva discrezionalità
interpretativa, esponendo le vittime a ulteriori sofferenze: la legge deve
invece affermare senza incertezze che nessun atto sessuale non voluto è
accettabile”.
L'articolo Stupro, la relazione approvata in Ue: “Serve definizione comune tra
gli Stati basata sul consenso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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"SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA
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"SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA
“BongiorNO”, “E se poi si vendica?”, “Senza consenso è stupro”, “Consenso,
scelta, libertà”: sono alcuni dei cartelli bianchi, neri e fucsia che si sono
levati ieri in più di cento piazze italiane, dando voce alla protesta contro il
ddl sulla violenza sessuale presentato dalla senatrice Giulia Bongiorno. È stato
questo il senso di una mobilitazione diffusa, alla quale hanno partecipato
migliaia di donne e anche alcuni uomini, sempre troppo pochi, che hanno
condannato lo stravolgimento dell’impianto del precedente disegno di legge,
fondato sul “consenso libero e attuale”.
La data del 15 febbraio non è stata scelta a caso: ricorre infatti il trentesimo
anniversario della promulgazione della legge 66 che, nel 1996, cancellò la norma
che definiva lo stupro come reato contro la morale. Un traguardo che venne
raggiunto, lo ricordava Anna Finocchiaro, in un’intervista rilasciata ad un
quotidiano, grazie a un accordo trasversale tra donne di sinistra e di destra,
che superarono le resistenze dei compagni di partito. Un’alleanza che oggi pare
impossibile e che, a novembre, è naufragata dopo il no della Lega.
La mobilitazione è stata promossa dal laboratorio permanente
Consenso_scelta_libertà, un collettivo nato con l’obiettivo dichiarato di
fermare quello che viene definito “un testo pericoloso e regressivo”. Ne fanno
parte reti e associazioni impegnate da anni nel contrasto alla violenza maschile
contro le donne: D.i.Re – Donne in Rete, Telefono Rosa, Casa Internazionale
delle Donne, Fondazione Pangea, Fondazione Una Nessuna Centomila, Rete Reama,
ActionAid, ADV – Against Domestic Violence, Amnesty International Italia, CGIL
Belle Ciao, il Comitato scientifico Unire – Università in rete contro la
violenza di genere, Tocca a noi, Udi – Unione Donne in Italia, Uil e Uisp –
Politiche di genere e diritti. Una composizione ampia e trasversale che unisce
sindacati, centri antiviolenza, organizzazioni per i diritti umani e reti
femministe. Il prossimo appuntamento è a Roma, il 28 febbraio, quando si terrà
la manifestazione nazionale.
Da Milano a Bologna, Trieste, Roma, Bari, Napoli, fino a Palermo, la rabbia
delle donne, ma anche la loro gioia di ritrovarsi nelle piazze, ha preso la
forma di assemblee pubbliche, sit-in, letture collettive, interventi di
giuriste, attiviste e sopravvissute alla violenza. Alcune manifestanti hanno
raccontato esperienze traumatiche: di aver subito aggressioni e violenze senza
opporsi per paura, perché sotto ricatto o per tanatosi, e di non aver mai
denunciato. Il ddl Bongiorno, invece, chiederebbe alle donne di reagire alle
aggressioni; ma durante una violenza sessuale non è affatto semplice esprimere
il dissenso. Un aggressore può arrivare a uccidere per un no o una reazione. Lo
stupro rappresenta già la morte della vittima, una morte simbolica, il suo
annientamento come persona; per questo il rischio che gli autori di stupro
possano uccidere non è remoto. “La violenza sessuale è seconda come gravità solo
all’omicidio”, ha detto in audizione in Commissione Giustizia al Senato, pochi
giorni fa, l’ex procuratore di Tivoli, Francesco Menditto. Eppure, nonostante i
dati ci dicano quanto sia diffusa, viene negata o addirittura banalizzata; e poi
ci sono i pregiudizi misogini.
Il silenzio che circonda la violenza sessuale — soprattutto quando avviene nelle
relazioni intime — è alimentato dallo stigma, dalla paura di non essere credute,
dal timore di ritorsioni e da una profonda sfiducia nei percorsi giudiziari. Una
definizione di reato fondata sulla “manifestazione di dissenso” — lo dobbiamo
ripetere quante volte? — costituirebbe un arretramento culturale e giuridico che
potrebbe rendere più difficile il riconoscimento della violenza, esponendo le
vittime a un’ulteriore vittimizzazione.
Il confronto europeo offre un termine di paragone significativo. In Francia,
l’Assemblea nazionale ha approvato all’unanimità la fine del cosiddetto “dovere
coniugale”, riaffermando con forza, il principio secondo cui il consenso è
necessario anche all’interno del matrimonio. Una rivoluzione culturale che
afferma la libertà come limite invalicabile della sfera intima e sessuale,
perché in nessuna relazione si può pretendere la disponibilità sessuale. Mentre
altri ordinamenti si muovono verso una centralità sempre più chiara del
consenso, l’Italia rischia di impantanarsi in un testo pasticciato, ambiguo e
frutto di resistenze culturali e rivendicazioni misogine.
La mobilitazione di ieri non è stata soltanto una protesta contro un singolo
disegno di legge, ma un richiamo più ampio alla responsabilità politica e
culturale del Parlamento. Le attiviste chiedono che si arrivi a una riforma che
sostenga l’autodeterminazione e la libertà sessuale di tutte e di tutti. “Il
consenso non è un dettaglio tecnico-giuridico — è stato ripetuto in molte piazze
— ma il cuore di una cultura che riconosce la soggettività delle donne”.
La posta in gioco va oltre la formulazione di un articolo di legge e riguarda il
modo in cui la società interpreta il potere, le relazioni e la sessualità. Le
cento piazze si aspettano una legge che responsabilizzi gli uomini, chiamati ad
accertare il consenso della donna, invece di chiedere alle donne di respingere
le aggressioni o dimostrare di aver reagito adeguatamente alla violenza. Le
mobilitazioni continueranno fino a quando non si otterrà una legge che, senza
ambiguità e compromessi pasticciati — tributo allo zoccolo duro del sessismo del
nostro Parlamento — tuteli davvero le vittime di violenza sessuale. Altrimenti,
che si fermino, se non sono all’altezza di questo cambiamento culturale. E temo
che non lo siano.
L'articolo Anch’io ero in piazza contro il ddl Bongiorno: responsabilizziamo gli
uomini, non chiediamo dissenso alle donne proviene da Il Fatto Quotidiano.
In occasione dei 30 anni dall’approvazione della legge contro la violenza
sessuale del 1996, che ha reso lo stupro un reato contro la persona e non contro
la morale, i centri antiviolenza e le organizzazioni femministe e
transfemministe di Roma – come in tutta Italia, da Milano a Napoli e Bari –
tornano in piazza per dire no al Ddl Bongiorno, la proposta di legge promossa
dalla senatrice leghista, al momento in commissione Giustizia al Senato. A far
infuriare le realtà che da anni si occupano di contrastare la violenza di
genere, è la definizione di stupro, definita in un primo momento, nel testo
approvato alla Camera in maniera bipartisan, come un atto compiuto “senza il
consenso libero e attuale“, modificato poi, in commissione al Senato su spinta
della lega, con la frase “contro la volontà della persona“.
“Sostituire la parola consenso con dissenso significa mettere il corpo delle
donne a disposizione fino a prova contraria – spiega Simona Ammerata, di D.i.Re,
rete che raggruppa 88 organizzazioni in Italia che gestiscono 118 Centri
antiviolenza e più di 60 Case rifugio – significa spostare la responsabilità
della violenza sulla vittima e non sul colpevole.”
In piazza oltre alle attiviste e alle associazioni transfemministe, erano
presenti anche alcune esponenti dell’opposizione, come la senatrice Pd Susanna
Camusso e la deputata Laura Boldrini. “Noi diciamo meglio niente che questa
legge – dice Boldrini – questa proposta ci porta indietro.”
Il presidio, iniziato intorno alle 16 a piazza Santi Apostoli, si è trasformato
in un corteo che ha percorso le vie dello shopping del centro città, attirando
l’attenzione dei passanti e dei turisti, per concludersi intorno alle 19 a
piazza del Popolo. “Noi siamo in mobilitazione permanente e non ci fermiamo –
dice Francesca De Masi, presidente della cooperativa sociale Be Free – il
prossimo appuntamento sarà il 28 febbraio con il corteo nazionale qui a Roma.”
L'articolo “Il ddl Bongiorno fa ricadere su chi la violenza la subisce l’obbligo
di dire esplicitamente No”: la protesta a Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una mobilitazione dal basso contro il ddl Bongiorno nel giorno in cui,
trent’anni fa, le donne italiane ottennero il riconoscimento della violenza
sessuale come reato contro la persona e non la morale. Da Trieste e Milano fino
a Napoli e Bari, passando per Monza, sono decine le manifestazioni organizzate
per contestare quello che resta del disegno di legge sugli stupri: se
inizialmente – grazie addirittura all’asse bipartisan tra Elly Schlein e Giorgia
Meloni – il Parlamento avrebbe dovuto inserire il concetto di consenso nel
nostro ordinamento, lo stop dei leghisti ha completamente snaturato il testo
rispetto alle intenzioni originarie. Per questo oggi 15 febbraio, associazioni e
centri antiviolenza hanno deciso di scendere in piazza: una data scelta perché
anniversario della legge approvata nel 1996 dopo lunghe battaglie delle
femministe dentro e fuori il Parlamento (e grazie all’impegno dell’allora
deputata del Pci Angela Bottari che si dimise nel 1977 di fronte ai tentativi di
annacquarla). Trent’anni dopo, le donne hanno scelto di tornare a farsi sentire
per un primo appuntamento di piazza che anticipa una più grande manifestazione
in programma il 28 febbraio.
CORTEO A MILANO. SCHLEIN IN PIAZZA A BARI. FICO AL PRESIDIO DI NAPOLI
La presidente della rete dei Centri antiviolenza Critistina Carelli ha sfilato
nel corteo di Milano: “Dobbiamo essere una rete di grandi gruppi della società
civile che dice no”, ha detto, “La nuova proposta della presidente Bongiorno,
attiva meccanismi molto pericolosi per le donne: contro la volontà e con il
consenso non sono ovviamente la stessa cosa. Anziché affermare il principio che
la libertà di autodeterminazione sessuale è una scelta frutto di una volontà
attiva e consapevole, si rischia di approdare a un modello basato sul chi tace
acconsente”, afferma DiRe.
Tra le piazze organizzate in mattinata, quella di Bari dove si è vista anche la
segretaria dem Elly Schlein insieme al capogruppo in Senato Francesco Boccia, il
presidente della Regione Antonio Decaro e il sindaco Vito Leccese. “Per noi il
ddl Bongiorno è semplicemente irricevibile, è un passo indietro nella tutela
delle donne”, ha detto la leader Pd. “Avevamo fatto un accordo, avevamo
approvato all’unanimità una legge che introduce finalmente il consenso come da
convenzione di Istanbul, una legge che dice che solo sì è sì e senza consenso è
stupro, è violenza. L’utilità di quella legge era fare questa innovazione,
mettere il principio del consenso dentro alla legge italiana per sostenere le
donne. Invece hanno tolto il consenso dalla legge, l’hanno cambiata in dissenso,
non è la stessa cosa. Si rischia di mettere un carico ulteriore sulle spalle
delle donne e delle vittime per cui noi ci batteremo duramente. È davvero grave
che Giorgia Meloni non sia stata all’accordo che era stato preso. Io chiedo a
lei a tutto il centrodestra di tornare sui propri passi e di reinserire il
consenso in quella legge”.
A Napoli, oltre ad associazioni e sindacati, ha partecipato anche il presidente
della Campania Roberto Fico. “Meglio nessuna legge che questa legge”, è stato il
grido di protesta. L’esponente 5 stelle ha anche parlato di “vergogna” per un
provvedimento che, a suo avviso, segna un arretramento sui diritti delle donne
“proprio quando abbiamo una premier donna”. Fico ha ribadito l’impegno della
Regione nel contrasto alla cultura maschilista e prevaricatrice e ha richiamato
la Convenzione di Istanbul come riferimento nella tutela delle vittime di
violenza. Critico anche lo scrittore Maurizio De Giovanni, che ha definito la
proposta “una stortura”, sostenendo che “solo un governo a trazione maschilista
e patriarcale poteva immaginare una modifica del genere”, e auspicando una
maggiore partecipazione maschile alla mobilitazione. Per la senatrice dem
Valeria Valente “saranno le piazze a dire a Giorgia Meloni di fermarsi”.
LA LETTERA DELL’ORDINE DEGLI PSICOLOGI
A mobilitarsi, nei giorni scorsi, era stato anche l’ordine degli psicologi.
Mentre il tema sembrava piano piano sparire dall’agenda del governo, a scrivere
alla leghista Giulia Bongiorno è stato il consiglio nazionale dell’Ordine degli
psicologi. In una lettera inviata alla leghista, responsabile della revisione
del testo, i professionisti che lavorano in prima linea nella tutela delle
vittime di violenza hanno voluto esprimere la loro preoccupazione: “La legge
sulla violenza sessuale deve tornare a mettere al centro il concetto di
consenso“, si legge. “Il consenso non è un dettaglio linguistico, ma il perno
della tutela contro la violenza sessuale e va rimesso esplicitamente al centro
della legge”.
E ancora: “Le parole nel diritto orientano la prova e la valutazione dei fatti.
Spostare il baricentro sul ‘ha detto no?’ invece che sul ‘c’era un sì libero,
attuale e volontario?’ rischia di riportare l’attenzione sulla condotta della
vittima”. Nella lettera si richiama la Convenzione di Istanbul che definisce “la
violenza sessuale come atto non consensuale e chiarisce che il consenso deve
essere dato volontariamente, come libera manifestazione della volontà, valutata
nel contesto concreto”. Quindi, scrivono, “rimettere il consenso al centro non
significa rovesciare le garanzie costituzionali, ma ricondurre la norma al suo
nucleo: gli atti sessuali sono leciti solo se fondati su una volontà libera e
volontariamente espressa”. L’appelo degli psicologi è che il Parlamento faccia
marcia indietro e inserisca “il riferimento al consenso come criterio cardine“,
così da “garantire un impianto coerente con gli standard sovranazionali, senza
arretramenti culturali”.
L'articolo “Senza consenso è stupro”: da Milano a Napoli e Bari, la protesta di
piazza contro il ddl annacquato da Bongiorno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante la Camera avesse già dato il via libera all’unanimità e nonostante
l’asse bipartisan tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, la destra – su spinta
della Lega – ha modificato il testo del disegno di legge sulla violenza
sessuale. La commissione Giustizia del Senato ha, infatti, votato per l’adozione
del testo base proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e
senatrice del Carroccio, nella nuova versione al centro di forti polemiche.
La riformulazione aumenta le sanzioni, grazie all’ulteriore modifica presentata
oggi dalla stessa Bongiorno, ma introduce la “volontà contraria” a un rapporto
sessuale, al posto del “consenso libero e attuale“ che, se manca, definisce il
reato di violenza. Va ricordato che l’introduzione esplicita del “consenso” è
richiesta dalla convenzione di Istanbul e da tutte le associazioni che si
battono per i diritti delle donne. A votare a favore tutti i partiti che
sostengono il governo Meloni, mentre si sono espresse contro le opposizioni (Pd,
M5s, Italia viva e Avs). “Anche la presidente della commissione Giustizia e
relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, Giulia Bongiorno, ha
votato e l’esito finale è di 12 voti favorevoli e 10 contrari“, rende noto la
senatrice del Pd, Valeria Valente, al termine del voto.
La riformulazione è ritenuta inaccettabile dalle opposizioni. “È una questione
di merito e una questione di metodo. Nel merito, ancora una volta saranno le
donne a dover dimostrare di aver subito violenza e ancora una volta possono non
essere credute. Ed è una questione di metodo: c’era un patto tra la leader del
maggior partito di opposizione, la segretaria del Pd Schlein, e la premier
Meloni, un patto chiesto dalle donne per avere una legge più giusta e che non le
renda vittime una seconda volta. Il patto è stato tradito per assecondare la
peggiore cultura maschilista presente nella maggioranza, con la complicità
proprio di due donne, Bongiorno e Meloni. Così sono state tradite ancora una
volta tutte le donne”, attacca una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera
dei deputati. “La presidente Bongiorno non si è attenuta alle intese che avevamo
raggiunto: eravamo quasi giunti ad un testo condiviso e invece lei ha presentato
un testo che stravolge tutto”, sottolinea la senatrice Ada Lopreiato del
Movimento 5 stelle . “Si è rimangiata quanto detto anche fuori dalla commissione
circa l’importanza del concetto di consenso. Parlare oggi di un ‘dissenso
ammorbidito’ è dire tutt’altro”, aggiunge Lopreiato. Sulla stessa linea la
senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi: “La presidente Bongiorno
ci fa ritornare indietro nel tempo. La proposta sulla violenza sessuale e sul
libero consenso è stata stravolta, rivoltata. Una beffa. Aumentano le pene
mentre rimane l’arretramento sui diritti. Oggi il tema per difendere le donne è
il consenso. Non vedere questo, significa non aver capito nulla”, insiste
Cucchi.
Proprio perché il testo base adottato oggi nella riformulazione della relatrice
Giulia Bongiorno “è cambiato completamente” al Senato i gruppi di opposizione
hanno chiesto e ottenuto di fare nuove audizioni sul disegno di legge. Entro
giovedì, primo febbraio, i gruppi parlamentari potranno presentare richieste di
audizioni. In base al calendario dei lavori parlamentari, l’esame del testo
dovrebbe cominciare in Aula il 10 febbraio.
Intanto Bongiorno difende la riformulazione. “Posso dire in maniera chiara e
categorica che il patto era per mettere al centro di questa legge la volontà
della donna, patto stra rispettato“, ha detto la leghista. “Io non credo sia
corretto parlare delle interlocuzioni all’interno della maggioranza”, ha detto
rispondendo alla domanda se avesse parlato con la premier Giorgia Meloni del
nuovo testo del disegno di legge. “Secondo me – ha aggiunto – questo testo fa un
passo avanti rispetto alla Camera perché salvo chi parla senza leggere il testo,
tutta la parte mia del freezing lì non c’era. Poi ci sono alcuni che criticano
il testo dicendo: ‘Non mi convince che ha levato l’interrogatorio’, ma non si
parla di interrogatorio, cioè io ho notato una serie di critiche da parte di
persone che non hanno letto o non hanno approfondito. Leggete e poi per carità
valutate“. Il testo è stato ulteriormente modificato oggi, visto che la prima
riformulazione prevedeva anche un riduzione delle pene. Adesso vengono previsti
da 7 a 13 anni di reclusione nei casi di atti sessuali con violenza, minacce e
abuso di autorità e da 6 a 12 anni per quelli compiuti contro la volontà della
vittima (nella prima versione, le pene erano di 6-12 anni nel primo caso e di
4-10 nel secondo).
L'articolo Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che
elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chi tace acconsente, dunque. Gira che ti rigira, alla fine, si torna sempre lì.
Quello che fa tanto discutere della riformulazione avanzata dalla ministra
Giulia Bongiorno al ddl Stupri riporta ancora una volta la questione al punto di
partenza.
La parola ‘consenso’, con l’aggiunta di altre due condizioni decisive come
‘libero e attuale’, era il centro del testo originale che aveva entusiasmato
tutti per la sua portata giuridica innovativa. In altre parole: perché una donna
sia davvero disponibile è necessario che dica sì, non è sufficiente che non dica
no. La donna deve essere un soggetto attivo, promotore della proprio desiderio,
del proprio intento e della propria volontà, e non più un soggetto passivo,
pronto ad accettare quando va bene o a subire quando va male il desiderio
maschile. Perché, sembrerà incredibile, ma le donne sono assolutamente capaci di
dire di sì, quando vogliono dire di sì: lo dicono con le parole, con i gesti, lo
dicono senza remore, con decisione e con chiarezza.
Una legge dunque che sceglieva di adottare il consenso come metro di giudizio
aveva un profondo valore culturale: quello di promuovere un modello di donna
realmente paritario, emancipato, che desidera, sceglie, si autodetermina e
delibera attivamente di avere un rapporto sessuale con un uomo, esattamente come
quell’uomo sceglie di averlo con lei.
La modifica attuale invece prevede che la parola ‘consenso’ sia sostituita
dall’espressione ‘dissenso’. La donna deve essere attiva e in grado di
autodeterminarsi solo per dire di no, per dirlo bene, in modo non
fraintendibile, affinché l’uomo non possa mal interpretare.
Ed ecco che cambia tutto.
Innanzitutto perché rifiutare qualcuno è spesso molto più complesso e meno
diretto di quanto lo sia dire di sì; può avvenire in maniera più timida, più
riluttante, meno decisa, ed è infinitamente complicato valutare quali siano
tutti gli elementi che inibiscono le facoltà di una donna di sottrarsi.
Ma anche perché riporta l’uomo e la donna al vecchio rapporto di forza: il
maschio desidera e va a prendersi la femmina, e la femmina, se è disponibile,
non si sottrae e si lascia prendere.
Ecco, se vogliamo mantenere una società fondata su questo stantio modello
culturale, almeno non raccontiamoci che stiamo lavorando per l’emancipazione
femminile e per la parità di genere.
L'articolo Quel ‘dissenso’ cambia tutto: vi assicuro che le donne sono capaci di
dire Sì proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla
violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti
Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal
2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire
sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un
rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste,
forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto
un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite
sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso.
E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa
lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere
in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui
le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente.
Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a
prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del
Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio,
le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene:
si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl
non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma
dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio
tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla
libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui
denunciano una violenza.
Si tratta di una pagina nera nella storia dei diritti delle donne italiane. Dal
1997 a oggi, pur tra contraddizioni e battaglie difficili, l’ordinamento aveva
conosciuto un’evoluzione che rafforzava le risposte di giustizia alle vittime di
violenza maschile: una violenza strutturale e trasversale, radicata in
stereotipi e asimmetrie di potere, che vede – lo svelano le statistiche – un
uomo su tre autore di almeno un atto violento contro una donna. Tra queste, la
violenza sessuale è il crimine che viene meno denunciato, ed è il fenomeno che
resta maggiormente sommerso e meno stigmatizzato socialmente. Le sopravvissute
alla violenza sessuale sono quelle più esposte a rischio di vittimizzazione
secondaria e istituzionale.
Quanto avvenuto dal 19 novembre fino ad oggi segna uno spartiacque nei diritti
delle donne, e svela il volto reazionario e misogino delle forze politiche che
oggi hanno la maggioranza in Parlamento. Il testa-coda della riforma dimostra
chiaramente che non si tratta di un correttivo volto a migliorare il testo
approvato all’unanimità alla Camera, il 19 novembre 2025 – come promesso da
Giulia Bongiorno – ma di un colpo di spugna, fortemente voluto dalla Lega, che
ha smantellato l’impianto della riforma basata sul consenso e ha cancellato i
progressi della normativa precedente.
Una normativa che aveva consentito il consolidamento della giurisprudenza della
Corte di Cassazione, la quale aveva definito il reato di violenza sessuale a
partire dall’assenza di consenso, e non dalla necessità che la donna
manifestasse un dissenso esplicito o subisse violenza fisica o minacce evidenti.
Non a caso, il rapporto Grevio sull’Italia, pubblicato il 5 dicembre scorso,
rilevava con soddisfazione che la Cassazione si era “chiaramente allineata ai
requisiti della Convenzione di Istanbul”.
A novembre ci avevamo creduto. Sarebbe stato sufficiente approvare anche al
Senato la riforma votata all’unanimità alla Camera. Invece, il giorno
successivo, si sono levate obiezioni e allarmismi da parte di esponenti politici
e delle Camere penali, tutti fondati su uno stereotipo duro a morire: le donne
mentono, le denunce sono strumentali, le accuse di stupro sono vendette
personali.
Matteo Salvini, in quei giorni, dichiarò che un consenso “preliminare, informato
e attuale” avrebbe aperto la strada a un’ondata di contenziosi. Un’affermazione
che ignora deliberatamente i dati: solo il 10% delle violenze sessuali viene
denunciato, e le denunce non sono in aumento, mentre – come rileva l’Istat –
aumentano le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni. La riforma
sul consenso chiara nella sua formulazione avrebbe semmai incoraggiato le donne
a denunciare le violenze sessuali e avrebbe abbassato il rischio di
vittimizzazione secondaria, ma si tratta di un salto di civiltà che questo
Parlamento non ha intenzione di fare.
Quali sono i passaggi critici?
Nel ddl Bongiorno il consenso scompare, sostituito dalla generica “volontà”, e
viene introdotto il concetto di dissenso con conseguenze devastanti. Le donne
dovranno dimostrare in tribunale di aver detto “no” per essere credute,
ignorando ciò che la letteratura scientifica documenta da anni: durante
un’aggressione sessuale molte vittime entrano in uno stato di freezing o
tanatosi, che impedisce loro di parlare o reagire. O più semplicemente accade
che le donne non abbiano la prontezza di reazione che ora invece sarà chiesto
loro di avere.
Riportando il dissenso al centro del reato, questo ddl – se approvato –
cancellerà l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul consenso, così
come si era espressa negli ultimi dieci anni e offrirà agli avvocati degli
stupratori uno strumento solido per sottoporre le donne a pressanti
interrogatori umilianti e invasivi. E non è l’unico passaggio insidioso, come ha
spiegato l’avvocata Elena Biaggioni di DiRe: “il riferimento agli atti sessuali
‘a sorpresa’ ci pone una domanda. Che cosa intende il legislatore, che lo stupro
è solitamente preannunciato? Nelle pieghe dell’ambiguità troveranno posto
pregiudizi; quanto alla riformulazione dell’ipotesi di minor gravità, ci sono
altri elementi di preoccupazione. Sposta il focus dall’atto al danno, come se la
violazione del corpo di una donna fosse valutabile solo in base alle sue
conseguenzemisurabili“.
Le critiche delle opposizioni, delle femministe e dei centri antiviolenza si
moltiplicano. Le Camere penali incassano e tacciono mentre il messaggio politico
che arriva dal Parlamento è chiaro: i corpi delle donne restano a disposizione
degli uomini, fino a prova contraria. E tutto questo porta la firma di una
donna: Giulia Bongiorno.
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arretramento gravissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.