Nonostante la Camera avesse già dato il via libera all’unanimità e nonostante
l’asse bipartisan tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, la destra – su spinta
della Lega – ha modificato il testo del disegno di legge sulla violenza
sessuale. La commissione Giustizia del Senato ha, infatti, votato per l’adozione
del testo base proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e
senatrice del Carroccio, nella nuova versione al centro di forti polemiche.
La riformulazione aumenta le sanzioni, grazie all’ulteriore modifica presentata
oggi dalla stessa Bongiorno, ma introduce la “volontà contraria” a un rapporto
sessuale, al posto del “consenso libero e attuale“ che, se manca, definisce il
reato di violenza. Va ricordato che l’introduzione esplicita del “consenso” è
richiesta dalla convenzione di Istanbul e da tutte le associazioni che si
battono per i diritti delle donne. A votare a favore tutti i partiti che
sostengono il governo Meloni, mentre si sono espresse contro le opposizioni (Pd,
M5s, Italia viva e Avs). “Anche la presidente della commissione Giustizia e
relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, Giulia Bongiorno, ha
votato e l’esito finale è di 12 voti favorevoli e 10 contrari“, rende noto la
senatrice del Pd, Valeria Valente, al termine del voto.
La riformulazione è ritenuta inaccettabile dalle opposizioni. “È una questione
di merito e una questione di metodo. Nel merito, ancora una volta saranno le
donne a dover dimostrare di aver subito violenza e ancora una volta possono non
essere credute. Ed è una questione di metodo: c’era un patto tra la leader del
maggior partito di opposizione, la segretaria del Pd Schlein, e la premier
Meloni, un patto chiesto dalle donne per avere una legge più giusta e che non le
renda vittime una seconda volta. Il patto è stato tradito per assecondare la
peggiore cultura maschilista presente nella maggioranza, con la complicità
proprio di due donne, Bongiorno e Meloni. Così sono state tradite ancora una
volta tutte le donne”, attacca una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera
dei deputati. “La presidente Bongiorno non si è attenuta alle intese che avevamo
raggiunto: eravamo quasi giunti ad un testo condiviso e invece lei ha presentato
un testo che stravolge tutto”, sottolinea la senatrice Ada Lopreiato del
Movimento 5 stelle . “Si è rimangiata quanto detto anche fuori dalla commissione
circa l’importanza del concetto di consenso. Parlare oggi di un ‘dissenso
ammorbidito’ è dire tutt’altro”, aggiunge Lopreiato. Sulla stessa linea la
senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi: “La presidente Bongiorno
ci fa ritornare indietro nel tempo. La proposta sulla violenza sessuale e sul
libero consenso è stata stravolta, rivoltata. Una beffa. Aumentano le pene
mentre rimane l’arretramento sui diritti. Oggi il tema per difendere le donne è
il consenso. Non vedere questo, significa non aver capito nulla”, insiste
Cucchi.
Proprio perché il testo base adottato oggi nella riformulazione della relatrice
Giulia Bongiorno “è cambiato completamente” al Senato i gruppi di opposizione
hanno chiesto e ottenuto di fare nuove audizioni sul disegno di legge. Entro
giovedì, primo febbraio, i gruppi parlamentari potranno presentare richieste di
audizioni. In base al calendario dei lavori parlamentari, l’esame del testo
dovrebbe cominciare in Aula il 10 febbraio.
Intanto Bongiorno difende la riformulazione. “Posso dire in maniera chiara e
categorica che il patto era per mettere al centro di questa legge la volontà
della donna, patto stra rispettato“, ha detto la leghista. “Io non credo sia
corretto parlare delle interlocuzioni all’interno della maggioranza”, ha detto
rispondendo alla domanda se avesse parlato con la premier Giorgia Meloni del
nuovo testo del disegno di legge. “Secondo me – ha aggiunto – questo testo fa un
passo avanti rispetto alla Camera perché salvo chi parla senza leggere il testo,
tutta la parte mia del freezing lì non c’era. Poi ci sono alcuni che criticano
il testo dicendo: ‘Non mi convince che ha levato l’interrogatorio’, ma non si
parla di interrogatorio, cioè io ho notato una serie di critiche da parte di
persone che non hanno letto o non hanno approfondito. Leggete e poi per carità
valutate“. Il testo è stato ulteriormente modificato oggi, visto che la prima
riformulazione prevedeva anche un riduzione delle pene. Adesso vengono previsti
da 7 a 13 anni di reclusione nei casi di atti sessuali con violenza, minacce e
abuso di autorità e da 6 a 12 anni per quelli compiuti contro la volontà della
vittima (nella prima versione, le pene erano di 6-12 anni nel primo caso e di
4-10 nel secondo).
L'articolo Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che
elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chi tace acconsente, dunque. Gira che ti rigira, alla fine, si torna sempre lì.
Quello che fa tanto discutere della riformulazione avanzata dalla ministra
Giulia Bongiorno al ddl Stupri riporta ancora una volta la questione al punto di
partenza.
La parola ‘consenso’, con l’aggiunta di altre due condizioni decisive come
‘libero e attuale’, era il centro del testo originale che aveva entusiasmato
tutti per la sua portata giuridica innovativa. In altre parole: perché una donna
sia davvero disponibile è necessario che dica sì, non è sufficiente che non dica
no. La donna deve essere un soggetto attivo, promotore della proprio desiderio,
del proprio intento e della propria volontà, e non più un soggetto passivo,
pronto ad accettare quando va bene o a subire quando va male il desiderio
maschile. Perché, sembrerà incredibile, ma le donne sono assolutamente capaci di
dire di sì, quando vogliono dire di sì: lo dicono con le parole, con i gesti, lo
dicono senza remore, con decisione e con chiarezza.
Una legge dunque che sceglieva di adottare il consenso come metro di giudizio
aveva un profondo valore culturale: quello di promuovere un modello di donna
realmente paritario, emancipato, che desidera, sceglie, si autodetermina e
delibera attivamente di avere un rapporto sessuale con un uomo, esattamente come
quell’uomo sceglie di averlo con lei.
La modifica attuale invece prevede che la parola ‘consenso’ sia sostituita
dall’espressione ‘dissenso’. La donna deve essere attiva e in grado di
autodeterminarsi solo per dire di no, per dirlo bene, in modo non
fraintendibile, affinché l’uomo non possa mal interpretare.
Ed ecco che cambia tutto.
Innanzitutto perché rifiutare qualcuno è spesso molto più complesso e meno
diretto di quanto lo sia dire di sì; può avvenire in maniera più timida, più
riluttante, meno decisa, ed è infinitamente complicato valutare quali siano
tutti gli elementi che inibiscono le facoltà di una donna di sottrarsi.
Ma anche perché riporta l’uomo e la donna al vecchio rapporto di forza: il
maschio desidera e va a prendersi la femmina, e la femmina, se è disponibile,
non si sottrae e si lascia prendere.
Ecco, se vogliamo mantenere una società fondata su questo stantio modello
culturale, almeno non raccontiamoci che stiamo lavorando per l’emancipazione
femminile e per la parità di genere.
L'articolo Quel ‘dissenso’ cambia tutto: vi assicuro che le donne sono capaci di
dire Sì proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla
violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti
Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal
2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire
sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un
rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste,
forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto
un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite
sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso.
E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa
lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere
in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui
le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente.
Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a
prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del
Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio,
le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene:
si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl
non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma
dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio
tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla
libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui
denunciano una violenza.
Si tratta di una pagina nera nella storia dei diritti delle donne italiane. Dal
1997 a oggi, pur tra contraddizioni e battaglie difficili, l’ordinamento aveva
conosciuto un’evoluzione che rafforzava le risposte di giustizia alle vittime di
violenza maschile: una violenza strutturale e trasversale, radicata in
stereotipi e asimmetrie di potere, che vede – lo svelano le statistiche – un
uomo su tre autore di almeno un atto violento contro una donna. Tra queste, la
violenza sessuale è il crimine che viene meno denunciato, ed è il fenomeno che
resta maggiormente sommerso e meno stigmatizzato socialmente. Le sopravvissute
alla violenza sessuale sono quelle più esposte a rischio di vittimizzazione
secondaria e istituzionale.
Quanto avvenuto dal 19 novembre fino ad oggi segna uno spartiacque nei diritti
delle donne, e svela il volto reazionario e misogino delle forze politiche che
oggi hanno la maggioranza in Parlamento. Il testa-coda della riforma dimostra
chiaramente che non si tratta di un correttivo volto a migliorare il testo
approvato all’unanimità alla Camera, il 19 novembre 2025 – come promesso da
Giulia Bongiorno – ma di un colpo di spugna, fortemente voluto dalla Lega, che
ha smantellato l’impianto della riforma basata sul consenso e ha cancellato i
progressi della normativa precedente.
Una normativa che aveva consentito il consolidamento della giurisprudenza della
Corte di Cassazione, la quale aveva definito il reato di violenza sessuale a
partire dall’assenza di consenso, e non dalla necessità che la donna
manifestasse un dissenso esplicito o subisse violenza fisica o minacce evidenti.
Non a caso, il rapporto Grevio sull’Italia, pubblicato il 5 dicembre scorso,
rilevava con soddisfazione che la Cassazione si era “chiaramente allineata ai
requisiti della Convenzione di Istanbul”.
A novembre ci avevamo creduto. Sarebbe stato sufficiente approvare anche al
Senato la riforma votata all’unanimità alla Camera. Invece, il giorno
successivo, si sono levate obiezioni e allarmismi da parte di esponenti politici
e delle Camere penali, tutti fondati su uno stereotipo duro a morire: le donne
mentono, le denunce sono strumentali, le accuse di stupro sono vendette
personali.
Matteo Salvini, in quei giorni, dichiarò che un consenso “preliminare, informato
e attuale” avrebbe aperto la strada a un’ondata di contenziosi. Un’affermazione
che ignora deliberatamente i dati: solo il 10% delle violenze sessuali viene
denunciato, e le denunce non sono in aumento, mentre – come rileva l’Istat –
aumentano le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni. La riforma
sul consenso chiara nella sua formulazione avrebbe semmai incoraggiato le donne
a denunciare le violenze sessuali e avrebbe abbassato il rischio di
vittimizzazione secondaria, ma si tratta di un salto di civiltà che questo
Parlamento non ha intenzione di fare.
Quali sono i passaggi critici?
Nel ddl Bongiorno il consenso scompare, sostituito dalla generica “volontà”, e
viene introdotto il concetto di dissenso con conseguenze devastanti. Le donne
dovranno dimostrare in tribunale di aver detto “no” per essere credute,
ignorando ciò che la letteratura scientifica documenta da anni: durante
un’aggressione sessuale molte vittime entrano in uno stato di freezing o
tanatosi, che impedisce loro di parlare o reagire. O più semplicemente accade
che le donne non abbiano la prontezza di reazione che ora invece sarà chiesto
loro di avere.
Riportando il dissenso al centro del reato, questo ddl – se approvato –
cancellerà l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul consenso, così
come si era espressa negli ultimi dieci anni e offrirà agli avvocati degli
stupratori uno strumento solido per sottoporre le donne a pressanti
interrogatori umilianti e invasivi. E non è l’unico passaggio insidioso, come ha
spiegato l’avvocata Elena Biaggioni di DiRe: “il riferimento agli atti sessuali
‘a sorpresa’ ci pone una domanda. Che cosa intende il legislatore, che lo stupro
è solitamente preannunciato? Nelle pieghe dell’ambiguità troveranno posto
pregiudizi; quanto alla riformulazione dell’ipotesi di minor gravità, ci sono
altri elementi di preoccupazione. Sposta il focus dall’atto al danno, come se la
violazione del corpo di una donna fosse valutabile solo in base alle sue
conseguenzemisurabili“.
Le critiche delle opposizioni, delle femministe e dei centri antiviolenza si
moltiplicano. Le Camere penali incassano e tacciono mentre il messaggio politico
che arriva dal Parlamento è chiaro: i corpi delle donne restano a disposizione
degli uomini, fino a prova contraria. E tutto questo porta la firma di una
donna: Giulia Bongiorno.
L'articolo Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un
arretramento gravissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sparisce dal ddl Stupri il concetto di “consenso libero e attuale“, ma si parla
piuttosto di “espressione del dissenso”. E le pene vengono distinte: per la
violenza sessuale senza altre specificazioni, la reclusione si riduce da 4 a 10
anni, rispetto ai 6-12 anni del testo votato all’unanimità in prima lettura a
Montecitorio. Nella proposta di riformulazione del disegno di legge, presentata
dalla leghista Giulia Bongiorno, è sparito il concetto che ha provocato
polemiche e divisioni: ovvero l’introduzione esplicita del “consenso“, come
richiesto dalla convenzione di Istanbul e da tutte le associazioni che si
battono per i diritti delle donne. Proprio la senatrice del Carroccio,
presidente della commissione Giustizia, aveva bloccato il testo il 25 novembre
scorso, nonostante la Camera avesse già dato il via libera e nonostante l’asse
bipartisan tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein.
COSA PREVEDE IL NUOVO TESTO
Nel testo riformulato – che sarà messo ai voti la prossima settimana – si parla
di “volontà contraria all’atto sessuale” da parte di una persona. E in
particolare nel secondo paragrafo, si dice che quella “deve essere valutata
tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”. Si
specifica, inoltre, che “l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona
anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità
della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il
proprio dissenso“. Per quanto riguarda le pene, resta il range di 6-12 anni di
reclusione se “il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di
autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica
della persona offesa”. Pene comunque diminuite di non più dei 2/3 per i casi di
minore gravità.
PD: “GRAVE ARRETRAMENTO. MELONI AVEVA DATO LA SUA PAROLA, ORA CHE DICE?”
Una riformulazione inaccettabile per le opposizioni. “La proposta rappresenta un
passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni e rispetto
alle stesse dichiarazioni di Bongiorno”, hanno scritto in una nota i senatori e
le senatrici dem, “ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia
quindi di rappresentare una scelta pericolosa. Senza contare che la Convenzione
di Istanbul e le altre convenzioni internazionali prevedono da tempo il consenso
esplicito. Volontà non é consenso. Quindi, meglio nessuna legge rispetto a una
legge che recepisca l’attuale proposta Bongiorno”. E continuano: “Per noi un
arretramento rispetto all’introduzione del principio del consenso non è
accettabile. La premier Meloni, che proprio sul consenso aveva dato la sua
parola alla segretaria del Pd Schlein, che dice? Continueremo in queste ore ad
ascoltare le voci delle reti antiviolenza che ogni giorno fanno i conti con le
leggi e con la loro concreta applicazione nei tribunali. Il nostro unico assillo
è di far avanzare i diritti femminili e quindi di evitare assolutamente una
legge peggiorativa per le donne rispetto allo status quo. Oggi Giulia Bongiorno
preferisce interpretare il ruolo dell’avvocata delle donne o quello
dell’interprete del suo leader, Salvini?”.
Una proposta “inaccettabile” anche per Ilaria Cucchi (Avs). “Per la Bongiorno, e
la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o
perché non ha detto un no abbastanza forte”, ha detto. “Come se non bastasse la
violenza subita. Il consenso a un rapporto sessuale c’è o non c’è, non è
un’interpretazione da valutare caso per caso. Le leggi sulla violenza sessuale
devono proteggere le vittime, non offrire nuovi possibili alibi agli aggressori.
Sulla violenza sessuale non sono possibili mediazioni”. La legge “sul consenso
informato è una rivoluzione culturale e per questo la destra è contraria. Quella
sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che cambia prospettiva e
ribalta decenni di stereotipi che hanno colpevolizzato le donne, invece degli
aggressori. Il consenso è indigesto per la destra. La destra a parole difende le
donne vittime di violenza poi alla prova dei fatti blocca l’approvazione di una
legge che le tutela maggiormente. Siamo tornati al ‘te la sei cercatà. La
Presidente del Consiglio Giorgia Meloni su questa legge ci ha addirittura messo
la faccia, e oggi l’ha persa”.
L'articolo Ddl stupri, nel testo di Bongiorno salta il “consenso” e pene
ridotte. Pd: “Meloni aveva dato la sua parola, ora che dice?” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dopo che il Carroccio ha fermato il ddl stupro, la relatrice leghista Giulia
Bongiorno annuncia che intende presentare alcune modifiche al provvedimento.
Interpellata dalle agenzie Ansa e Adnkronos, ha fatto sapere di voler proporre
un testo che preveda “il consenso riconoscibile“, ovvero che sia esplicitata la
disponibilità di avere un rapporto e che sia riconoscibile in qualche modo e in
base al contesto. In assenza di questo scatta il reato. Il provvedimento
bocciato parlava invece di “consenso attuale e informato”. “Il testo”, ha detto
Bongiorno, “andrà in aula il 10 febbraio e spero di trovare la condivisione
degli altri gruppi”. Il ddl, già approvato all’unanimità alla Camera era frutto
di un accordo bipartisan su input della stessa presidente del Consiglio Giorgia
Meloni e della leader dem Elly Schlein, ma era è stato stoppato a novembre a
Palazzo Madama proprio su pressioni delle Lega.
PD: “PER NOI IL TESTO APPROVATO ALLA CAMERA ANDAVA BENE, MA VALUTEREMO”
Per questo, in vista dell’arrivo in Aula, si cerca un nuovo punto di incontro
tra le forze politiche. I dem hanno ribadito che per loro “il testo approvato
alla Camera, frutto di un percorso parlamentare concluso con il voto
all’unanimità e frutto di un accordo politico ai massimi livelli, andava bene”,
ha dichiarato la dem Anna Rossomando. “Resta dunque imprescindibile che non sia
messo in discussione in alcun modo il contenuto di quell’accordo e i passi
avanti che conteneva, con riferimento alla violenza sulle donne e alla cultura
che sta dietro la violenza. Questo è il presupposto politico. Poi, confidando
nella permanenza dell’annunciato spirito unitario, sulle proposte della destra
valuteremo il merito”. Forza Italia ha invece ribadito “fiducia” nella
“professionalità di Giulia Bongiorno”: “Lasciamola lavorare”, ha detto il
senatore Pierantonio Zanettin. E ha quindi sostenuto che nessuno degli esperti
sentiti dalla commissione Giustizia nelle audizioni disposte sul ddl ha difeso
il testo come approvato dalla Camera all’unanimità, e che alcuni avrebbero
suggerito modifiche mirate, altri approfondimenti ulteriori.
LE MODIFICHE PROPOSTE DA BONGIORNO
Bongiorno inoltre, ha fatto sapere che intende proporre nel testo altre due
modifiche che sottoporrà alla commissione: queste riguardano, da un lato, la
diversificazione delle fattispecie di violenza e quindi delle condanne, per cui
un atto sessuale avvenuto con costrizioni e minacce resti sanzionabile con
condanne maggiori, e dall’altro un’indicazione più chiara dei casi di minore
gravità. “La novità sul consenso riconoscibile è emersa da alcuni degli auditi
che abbiamo sentito al Senato (nel supplemento di audizioni chieste dal
centrodestra, ndr) – ha dichiarato la relatrice – e spero che possa essere un
buon punto di equilibrio”. Bongiorno ha anticipato la sua proposta alla
commissione, che si è riunita nel pomeriggio e che ha approfondito la
discussione dopo le audizioni delle settimane scorse. La senatrice ha poi
ribadito che nelle sue intenzioni il principio del consenso non sparisce e resta
“l’elemento più importante della fattispecie”, prevedendone però la
riconoscibilità per evitare possibili strumentalizzazioni. E ha concluso: “In
ogni caso non vorrei che il testo avesse un colore politico o un nome, vorrei
che fosse un lavoro il più possibile condiviso con tutti i gruppi. Quindi
attendo riscontri”.
Bongiorno ha anche detto che la prossima settimana ci sarà “un’ulteriore
riunione” e “nell’ambito di questa riunione cercherò di capire se c’è un
orientamento convergente su questi punti: è possibile che io presenti un testo
con questi elementi ai quali ho fatto cenno”. “Voglio chiarire”, aggiunge la
presidente della Commissione Giustizia, “una cosa, perché tutti non ce l’hanno
chiara: quando è uscito il testo dalla Camera si è un po’ urlato allo scandalo,
ma probabilmente non si sa che già ora è così, nel senso che è già previsto,
perché l’ha deciso la Cassazione, che c’è reato ogni volta che manca il
consenso, quindi si trattava solo di scrivere una cosa che è già prevista“.
Proprio l’inserimento del concetto di consenso in realtà, secondo il magistrato
esperto di violenza di genere Fabio Roia, “è un atto di civiltà giuridica”.
“Io”, ha sostenuto Bongiorno, “vorrei fare un passo in più, un passo avanti,
cioè cercare di fare in modo che se una persona denuncia dicendo ‘io non avevo
dato il consenso’, questo consenso in qualche modo doveva averlo manifestato,
fatto capire. Il tema non è tanto un ‘consenso-dissenso’, quanto che l’altra
persona si possa rendere conto di quello che tu vuoi, altrimenti il rischio è
che ci possa essere un pentimento di qualcosa fatta col consenso”. Bisogna
“ancorare il consenso a una riconoscibilità, è questa secondo me la possibilità
del punto di equilibrio”. Il testo, viene confermato, è atteso che arrivi in
Aula il 10 febbraio.
L'articolo Ddl stupro, Bongiorno proporrà un altro testo che preveda il concetto
di “consenso riconoscibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.