Tag - Giulia Bongiorno

Adriano Celentano passa alle vie legali sul presunto figlio: “Ho affidato un mandato all’avvocato Giulia Bongiorno perché mi tuteli da ogni ulteriore speculazione”
Adriano Celentano non ci sta e passa alle vie legali sulla vicenda del presunto figlio che ha tenuto banco in questi giorni. L’artista ha dato mandato all’avvocato Giulia Bongiorno per essere tutelato in giudizio. A darne notizia è lo stesso Molleggiato sul suo profilo Instagram, intervenendo in modo deciso sulle dichiarazioni del presunto figlio rilasciate in questi giorni. “Prima la presunta madre, ora il presunto figlio -scrive Celentano- Circa mezzo secolo fa, è stato sollevato un polverone da una signora che sosteneva che io fossi padre di suo figlio. La tanto sbandierata azione giudiziaria contro di me è finita nel nulla. Oggi, un cinquantacinquenne riesce a ottenere le luci della ribalta ripescando la stessa vicenda e dichiarandosi pubblicamente mio presunto figlio”. Per poi concludere: “A questo punto credo doveroso affidare un mandato all’avvocato Giulia Bongiorno perché mi tuteli da ogni ulteriore speculazione”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da L’INESISTENTE (@celentanoinesistente) L'articolo Adriano Celentano passa alle vie legali sul presunto figlio: “Ho affidato un mandato all’avvocato Giulia Bongiorno perché mi tuteli da ogni ulteriore speculazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Adriano Celentano
Giulia Bongiorno
La vera posta in gioco, Scarpinato: “Tutte le contraddizioni di Nordio e Meloni”
La vera posta in gioco è la serie ideata e condotta da Roberto Scarpinato che guida i cittadini dentro i retroscena della contro-riforma della giustizia. Con linguaggio chiaro e documentato, ricostruisce le radici storiche e i protagonisti di ieri e di oggi che la sostengono. Soprattutto, mette a fuoco il progetto più ampio in cui si inserisce: che Paese diventerà l’Italia se questo tassello passerà e l’equilibrio tra poteri verrà ridisegnato. Nel secondo episodio il racconto entra nel merito delle posizioni e delle contraddizioni dei promotori della riforma, da Carlo Nordio a Giorgia Meloni, fino a Giulia Bongiorno. Dichiarazioni pubbliche e scelte politiche vengono messe a confronto, evidenziando incoerenze e cambi di rotta. Ne emerge un quadro che solleva interrogativi sulla reale finalità dell’intervento. L'articolo La vera posta in gioco, Scarpinato: “Tutte le contraddizioni di Nordio e Meloni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Carlo Nordio
Giorgia Meloni
Governo Meloni
Roberto Scarpinato
“Senza consenso è stupro”, le attiviste di Non una di Meno scaricano letame di fronte all’ufficio della senatrice Bongiorno
“Senza consenso è stupro”. Lo dicono le studentesse di Non una di Meno che questo pomeriggio hanno scaricato del letame di fronte all’ufficio milanese della senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, oggetto di numerose critiche da parte dei movimenti femministi e delle opposizioni. “Il ddl Bongiorno modifica l’articolo 609 bis del Codice penale intervenendo sulla definizione di violenza sessuale – scrivono in una nota le attiviste – la proposta elimina il riferimento al consenso e lo sostituisce con il concetto di dissenso, o meglio, di “volontà contraria”. Questa scelta non è neutrale: cambia il modo in cui si guarda ai fatti e a chi li subisce. Se la legge parla di consenso, la domanda è se vi fosse un sì libero, esplicito e consapevole; se parla di dissenso, la questione diventa se la persona abbia detto no in modo sufficientemente chiaro. Il peso si sposta così su chi denuncia. C’è anche molto di più: non solo ci vuole un consenso esplicito e palese (“non avevo capito” è una scusa che non regge più), ma solo un sì contento, convinto, entusiasta è un sì che esprime consenso”. Le attiviste hanno poi rilanciato il doppio corteo che si terrà a Milano in occasione dello sciopero transfemminista globale: l’8 marzo alle 15 il corteo cittadino con partenza da piazza Duca d’Aosta, mentre il 9 marzo alle 9.30 da piazza Cairoli scenderanno in piazza le studentesse e gli studenti. L'articolo “Senza consenso è stupro”, le attiviste di Non una di Meno scaricano letame di fronte all’ufficio della senatrice Bongiorno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Giulia Bongiorno
Stupro, la relazione approvata in Ue: “Serve definizione comune tra gli Stati basata sul consenso”
Mentre l’Italia si è impantanata nelle polemiche sul ddl Bongiorno e il rifiuto della maggioranza di inserire il concetto di “consenso” nel reato di violenza sessuale, il Parlamento europeo va in direzione esattamente contraria. La commissione Libertà civili dell’Eurocamera ha infatti approvato una relazione che esorta la commissione Ue a presentare una proposta legislativa che stabilisca una definizione di stupro comune tra gli Stati basata, appunto, sull’assenza di consenso. Il testo ha ottenuto 75 voti a favore, 27 contrari e 3 astensioni. A favore anche il Ppe (di cui fa parte Forza Italia). Mentre tra gli italiani ha parlato l’eurodeputata M5s Carolina Morace: “Bongiorno prenda appunti”, ha dichiarato. Ora il testo dovrà affrontare il voto della sessione plenaria del 25 e 26 marzo prossimi a Bruxelles. “L’ASSENZA DI CONSENSO DEVE ESSERE AL CENTRO” La relazione si basa “sulla posizione del Parlamento secondo cui l’assenza di consenso deve essere l’elemento centrale nei procedimenti giudiziari per stupro” ed esorta gli Stati Ue che “ancora si basano su definizioni fondate sulla forza o sulla violenza ad allineare le loro leggi agli standard internazionali, compresa la convenzione di Istanbul ratificata dall’Ue nel 2023″. Gli eurodeputati affermano inoltre che la “violenza sessuale è spesso aggravata da altre forme di discriminazione” e per questo sottolineano l’importanza di “garantire un’assistenza medica completa, compresi i servizi di salute sessuale come l’aborto e il sostegno psicologico”. Ancora, la relazione evidenzia l’importanza “di centri di crisi attivi 24 ore su 24, servizi specializzati gratuiti e corsi di formazione per forze dell’ordine e giudici”. Gli eurodeputati chiedono infine che nel 2026 “vengano elaborate linee guida dell’Ue sull’educazione sessuale, al pari di campagne di sensibilizzazione per combattere la propaganda misogina online e i contenuti anti-gender”. A FAVORE IL PPE. MORACE (M5S): “BONGIORNO PRENDA APPUNTI” A Bruxelles, a schierarsi a favore è stato anche il Ppe, il gruppo più grande le Parlamento Ue e di cui fa parte anche Forza Italia. “Come Ppe, siamo fermamente dalla parte delle donne e del loro diritto all’autodeterminazione sessuale”, ha dichiarato l’eurodeputata Verena Mertens. “L’assenza di resistenza non può mai essere interpretata come consenso”. Per Mertens, “dal punto di vista dell’applicazione della legge e dello Stato di diritto, abbiamo bisogno di una definizione di stupro giuridicamente solida, pratica e comparabile a livello europeo, basata sul consenso liberamente prestato e revocabile, in modo che i reati siano perseguiti efficacemente e i responsabili siano chiamati a risponderne”. Mertens sottolinea che l’esperienza di diversi Stati membri dimostra che la legislazione basata sul consenso funziona: rafforza l’autonomia delle vittime, aumenta le denunce e rafforza la tutela giuridica della dignità e della libertà delle donne. Oggi, ricorda il Ppe, le definizioni nazionali di stupro differiscono ancora molto all’interno dell’Ue e in molti Paesi viene richiesta tuttora la prova della violenza o della minaccia. Questo, osserva, crea incertezza giuridica e una protezione diseguale per le vittime. Tra gli italiani è intervenuta l’eurodeputata M5s Carolina Morace: “La senatrice Giulia Bongiorno prenda appunti dai legislatori europei”, ha detto in una nota l’esponente 5 stelle, “visto che il suo disegno di legge sulla violenza sessuale non introduce il principio del consenso esplicito, ma elementi che spostano il focus sulla vittima anziché sull’aggressore. E’ stupro se non c’è consenso. Questa banale ma importantissima definizione deve entrare nel nostro ordinamento penale per combattere nel modo più efficace la violenza sulle donne”. IN ITALIA LE OPPOSIZIONI CONTRO IL DDL BONGIORNO Intanto in Italia, si è passati dal sostegno bipartisan alla ddl Stupri (con la benedizione di Giorgia Meloni), allo scontro tra maggioranza e opposizione perché non si vada avanti con la legge depurata della sua parte fondante, ovvero il concetto di consenso. Nelle ultime ore, anche Italia Viva e Avs hanno presentato parere contrario al fatto che la commissione Affari costituzionali di Montecitorio dia parere favorevole al ddl. Ieri 24 febbraio, si erano espressi nello stesso senso anche Pd e M5s. Dopo la manifestazione di piazza del 15 febbraio scorso, in concomitanza con l’anniversario della legge che ha reso la violenza sessuale reato contro la persona e non contro la morale, opposizioni e associazioni torneranno a protestare sabato 28. Al coro dei contrari intanto, si è unita anche la Fondazione Gino Cecchettin che ha espressio “grande preoccupazione”: “Una normativa efficace”, hanno scritto in una nota, “dovrebbe proteggere in modo chiaro chi subisce violenza, non introdurre elementi che rischiano di rendere più incerto il riconoscimento di un atto non voluto. Il rispetto, il dialogo e la possibilità di autodeterminarsi sono alla base di ogni relazione e costituiscono il cuore del concetto di consenso: questi principi non emergono con sufficiente chiarezza nel testo attualmente in discussione”. La Fondazione si è anche appellata al governo “affinché intervenga con determinazione nella riformulazione del testo, garantendo che la tutela della volontà della persona rimanga al centro dell’intervento legislativo”. Perché “una formulazione poco chiara rischia di creare zone grigie e lasciare eccessiva discrezionalità interpretativa, esponendo le vittime a ulteriori sofferenze: la legge deve invece affermare senza incertezze che nessun atto sessuale non voluto è accettabile”. L'articolo Stupro, la relazione approvata in Ue: “Serve definizione comune tra gli Stati basata sul consenso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Stupro
Giulia Bongiorno
Anch’io ero in piazza contro il ddl Bongiorno: responsabilizziamo gli uomini, non chiediamo dissenso alle donne
‹ › 1 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA ‹ › 2 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA ‹ › 3 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA ‹ › 4 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA ‹ › 5 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA ‹ › 6 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA ‹ › 7 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA ‹ › 8 / 8 "SENZA CONSENSO È STUPRO", PROTESTA A BOLOGNA “BongiorNO”, “E se poi si vendica?”, “Senza consenso è stupro”, “Consenso, scelta, libertà”: sono alcuni dei cartelli bianchi, neri e fucsia che si sono levati ieri in più di cento piazze italiane, dando voce alla protesta contro il ddl sulla violenza sessuale presentato dalla senatrice Giulia Bongiorno. È stato questo il senso di una mobilitazione diffusa, alla quale hanno partecipato migliaia di donne e anche alcuni uomini, sempre troppo pochi, che hanno condannato lo stravolgimento dell’impianto del precedente disegno di legge, fondato sul “consenso libero e attuale”. La data del 15 febbraio non è stata scelta a caso: ricorre infatti il trentesimo anniversario della promulgazione della legge 66 che, nel 1996, cancellò la norma che definiva lo stupro come reato contro la morale. Un traguardo che venne raggiunto, lo ricordava Anna Finocchiaro, in un’intervista rilasciata ad un quotidiano, grazie a un accordo trasversale tra donne di sinistra e di destra, che superarono le resistenze dei compagni di partito. Un’alleanza che oggi pare impossibile e che, a novembre, è naufragata dopo il no della Lega. La mobilitazione è stata promossa dal laboratorio permanente Consenso_scelta_libertà, un collettivo nato con l’obiettivo dichiarato di fermare quello che viene definito “un testo pericoloso e regressivo”. Ne fanno parte reti e associazioni impegnate da anni nel contrasto alla violenza maschile contro le donne: D.i.Re – Donne in Rete, Telefono Rosa, Casa Internazionale delle Donne, Fondazione Pangea, Fondazione Una Nessuna Centomila, Rete Reama, ActionAid, ADV – Against Domestic Violence, Amnesty International Italia, CGIL Belle Ciao, il Comitato scientifico Unire – Università in rete contro la violenza di genere, Tocca a noi, Udi – Unione Donne in Italia, Uil e Uisp – Politiche di genere e diritti. Una composizione ampia e trasversale che unisce sindacati, centri antiviolenza, organizzazioni per i diritti umani e reti femministe. Il prossimo appuntamento è a Roma, il 28 febbraio, quando si terrà la manifestazione nazionale. Da Milano a Bologna, Trieste, Roma, Bari, Napoli, fino a Palermo, la rabbia delle donne, ma anche la loro gioia di ritrovarsi nelle piazze, ha preso la forma di assemblee pubbliche, sit-in, letture collettive, interventi di giuriste, attiviste e sopravvissute alla violenza. Alcune manifestanti hanno raccontato esperienze traumatiche: di aver subito aggressioni e violenze senza opporsi per paura, perché sotto ricatto o per tanatosi, e di non aver mai denunciato. Il ddl Bongiorno, invece, chiederebbe alle donne di reagire alle aggressioni; ma durante una violenza sessuale non è affatto semplice esprimere il dissenso. Un aggressore può arrivare a uccidere per un no o una reazione. Lo stupro rappresenta già la morte della vittima, una morte simbolica, il suo annientamento come persona; per questo il rischio che gli autori di stupro possano uccidere non è remoto. “La violenza sessuale è seconda come gravità solo all’omicidio”, ha detto in audizione in Commissione Giustizia al Senato, pochi giorni fa, l’ex procuratore di Tivoli, Francesco Menditto. Eppure, nonostante i dati ci dicano quanto sia diffusa, viene negata o addirittura banalizzata; e poi ci sono i pregiudizi misogini. Il silenzio che circonda la violenza sessuale — soprattutto quando avviene nelle relazioni intime — è alimentato dallo stigma, dalla paura di non essere credute, dal timore di ritorsioni e da una profonda sfiducia nei percorsi giudiziari. Una definizione di reato fondata sulla “manifestazione di dissenso” — lo dobbiamo ripetere quante volte? — costituirebbe un arretramento culturale e giuridico che potrebbe rendere più difficile il riconoscimento della violenza, esponendo le vittime a un’ulteriore vittimizzazione. Il confronto europeo offre un termine di paragone significativo. In Francia, l’Assemblea nazionale ha approvato all’unanimità la fine del cosiddetto “dovere coniugale”, riaffermando con forza, il principio secondo cui il consenso è necessario anche all’interno del matrimonio. Una rivoluzione culturale che afferma la libertà come limite invalicabile della sfera intima e sessuale, perché in nessuna relazione si può pretendere la disponibilità sessuale. Mentre altri ordinamenti si muovono verso una centralità sempre più chiara del consenso, l’Italia rischia di impantanarsi in un testo pasticciato, ambiguo e frutto di resistenze culturali e rivendicazioni misogine. La mobilitazione di ieri non è stata soltanto una protesta contro un singolo disegno di legge, ma un richiamo più ampio alla responsabilità politica e culturale del Parlamento. Le attiviste chiedono che si arrivi a una riforma che sostenga l’autodeterminazione e la libertà sessuale di tutte e di tutti. “Il consenso non è un dettaglio tecnico-giuridico — è stato ripetuto in molte piazze — ma il cuore di una cultura che riconosce la soggettività delle donne”. La posta in gioco va oltre la formulazione di un articolo di legge e riguarda il modo in cui la società interpreta il potere, le relazioni e la sessualità. Le cento piazze si aspettano una legge che responsabilizzi gli uomini, chiamati ad accertare il consenso della donna, invece di chiedere alle donne di respingere le aggressioni o dimostrare di aver reagito adeguatamente alla violenza. Le mobilitazioni continueranno fino a quando non si otterrà una legge che, senza ambiguità e compromessi pasticciati — tributo allo zoccolo duro del sessismo del nostro Parlamento — tuteli davvero le vittime di violenza sessuale. Altrimenti, che si fermino, se non sono all’altezza di questo cambiamento culturale. E temo che non lo siano. L'articolo Anch’io ero in piazza contro il ddl Bongiorno: responsabilizziamo gli uomini, non chiediamo dissenso alle donne proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Diritti
Violenza Sessuale
Giulia Bongiorno
“Il ddl Bongiorno fa ricadere su chi la violenza la subisce l’obbligo di dire esplicitamente No”: la protesta a Roma
In occasione dei 30 anni dall’approvazione della legge contro la violenza sessuale del 1996, che ha reso lo stupro un reato contro la persona e non contro la morale, i centri antiviolenza e le organizzazioni femministe e transfemministe di Roma – come in tutta Italia, da Milano a Napoli e Bari – tornano in piazza per dire no al Ddl Bongiorno, la proposta di legge promossa dalla senatrice leghista, al momento in commissione Giustizia al Senato. A far infuriare le realtà che da anni si occupano di contrastare la violenza di genere, è la definizione di stupro, definita in un primo momento, nel testo approvato alla Camera in maniera bipartisan, come un atto compiuto “senza il consenso libero e attuale“, modificato poi, in commissione al Senato su spinta della lega, con la frase “contro la volontà della persona“. “Sostituire la parola consenso con dissenso significa mettere il corpo delle donne a disposizione fino a prova contraria – spiega Simona Ammerata, di D.i.Re, rete che raggruppa 88 organizzazioni in Italia che gestiscono 118 Centri antiviolenza e più di 60 Case rifugio – significa spostare la responsabilità della violenza sulla vittima e non sul colpevole.” In piazza oltre alle attiviste e alle associazioni transfemministe, erano presenti anche alcune esponenti dell’opposizione, come la senatrice Pd Susanna Camusso e la deputata Laura Boldrini. “Noi diciamo meglio niente che questa legge – dice Boldrini – questa proposta ci porta indietro.” Il presidio, iniziato intorno alle 16 a piazza Santi Apostoli, si è trasformato in un corteo che ha percorso le vie dello shopping del centro città, attirando l’attenzione dei passanti e dei turisti, per concludersi intorno alle 19 a piazza del Popolo. “Noi siamo in mobilitazione permanente e non ci fermiamo – dice Francesca De Masi, presidente della cooperativa sociale Be Free – il prossimo appuntamento sarà il 28 febbraio con il corteo nazionale qui a Roma.” L'articolo “Il ddl Bongiorno fa ricadere su chi la violenza la subisce l’obbligo di dire esplicitamente No”: la protesta a Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Violenza di Genere
Diritti
Violenza sulle Donne
Violenza Sessuale
Stupro
“Senza consenso è stupro”: da Milano a Napoli e Bari, la protesta di piazza contro il ddl annacquato da Bongiorno
Una mobilitazione dal basso contro il ddl Bongiorno nel giorno in cui, trent’anni fa, le donne italiane ottennero il riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona e non la morale. Da Trieste e Milano fino a Napoli e Bari, passando per Monza, sono decine le manifestazioni organizzate per contestare quello che resta del disegno di legge sugli stupri: se inizialmente – grazie addirittura all’asse bipartisan tra Elly Schlein e Giorgia Meloni – il Parlamento avrebbe dovuto inserire il concetto di consenso nel nostro ordinamento, lo stop dei leghisti ha completamente snaturato il testo rispetto alle intenzioni originarie. Per questo oggi 15 febbraio, associazioni e centri antiviolenza hanno deciso di scendere in piazza: una data scelta perché anniversario della legge approvata nel 1996 dopo lunghe battaglie delle femministe dentro e fuori il Parlamento (e grazie all’impegno dell’allora deputata del Pci Angela Bottari che si dimise nel 1977 di fronte ai tentativi di annacquarla). Trent’anni dopo, le donne hanno scelto di tornare a farsi sentire per un primo appuntamento di piazza che anticipa una più grande manifestazione in programma il 28 febbraio. CORTEO A MILANO. SCHLEIN IN PIAZZA A BARI. FICO AL PRESIDIO DI NAPOLI La presidente della rete dei Centri antiviolenza Critistina Carelli ha sfilato nel corteo di Milano: “Dobbiamo essere una rete di grandi gruppi della società civile che dice no”, ha detto, “La nuova proposta della presidente Bongiorno, attiva meccanismi molto pericolosi per le donne: contro la volontà e con il consenso non sono ovviamente la stessa cosa. Anziché affermare il principio che la libertà di autodeterminazione sessuale è una scelta frutto di una volontà attiva e consapevole, si rischia di approdare a un modello basato sul chi tace acconsente”, afferma DiRe. Tra le piazze organizzate in mattinata, quella di Bari dove si è vista anche la segretaria dem Elly Schlein insieme al capogruppo in Senato Francesco Boccia, il presidente della Regione Antonio Decaro e il sindaco Vito Leccese. “Per noi il ddl Bongiorno è semplicemente irricevibile, è un passo indietro nella tutela delle donne”, ha detto la leader Pd. “Avevamo fatto un accordo, avevamo approvato all’unanimità una legge che introduce finalmente il consenso come da convenzione di Istanbul, una legge che dice che solo sì è sì e senza consenso è stupro, è violenza. L’utilità di quella legge era fare questa innovazione, mettere il principio del consenso dentro alla legge italiana per sostenere le donne. Invece hanno tolto il consenso dalla legge, l’hanno cambiata in dissenso, non è la stessa cosa. Si rischia di mettere un carico ulteriore sulle spalle delle donne e delle vittime per cui noi ci batteremo duramente. È davvero grave che Giorgia Meloni non sia stata all’accordo che era stato preso. Io chiedo a lei a tutto il centrodestra di tornare sui propri passi e di reinserire il consenso in quella legge”. A Napoli, oltre ad associazioni e sindacati, ha partecipato anche il presidente della Campania Roberto Fico. “Meglio nessuna legge che questa legge”, è stato il grido di protesta. L’esponente 5 stelle ha anche parlato di “vergogna” per un provvedimento che, a suo avviso, segna un arretramento sui diritti delle donne “proprio quando abbiamo una premier donna”. Fico ha ribadito l’impegno della Regione nel contrasto alla cultura maschilista e prevaricatrice e ha richiamato la Convenzione di Istanbul come riferimento nella tutela delle vittime di violenza. Critico anche lo scrittore Maurizio De Giovanni, che ha definito la proposta “una stortura”, sostenendo che “solo un governo a trazione maschilista e patriarcale poteva immaginare una modifica del genere”, e auspicando una maggiore partecipazione maschile alla mobilitazione. Per la senatrice dem Valeria Valente “saranno le piazze a dire a Giorgia Meloni di fermarsi”. LA LETTERA DELL’ORDINE DEGLI PSICOLOGI A mobilitarsi, nei giorni scorsi, era stato anche l’ordine degli psicologi. Mentre il tema sembrava piano piano sparire dall’agenda del governo, a scrivere alla leghista Giulia Bongiorno è stato il consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi. In una lettera inviata alla leghista, responsabile della revisione del testo, i professionisti che lavorano in prima linea nella tutela delle vittime di violenza hanno voluto esprimere la loro preoccupazione: “La legge sulla violenza sessuale deve tornare a mettere al centro il concetto di consenso“, si legge. “Il consenso non è un dettaglio linguistico, ma il perno della tutela contro la violenza sessuale e va rimesso esplicitamente al centro della legge”. E ancora: “Le parole nel diritto orientano la prova e la valutazione dei fatti. Spostare il baricentro sul ‘ha detto no?’ invece che sul ‘c’era un sì libero, attuale e volontario?’ rischia di riportare l’attenzione sulla condotta della vittima”. Nella lettera si richiama la Convenzione di Istanbul che definisce “la violenza sessuale come atto non consensuale e chiarisce che il consenso deve essere dato volontariamente, come libera manifestazione della volontà, valutata nel contesto concreto”. Quindi, scrivono, “rimettere il consenso al centro non significa rovesciare le garanzie costituzionali, ma ricondurre la norma al suo nucleo: gli atti sessuali sono leciti solo se fondati su una volontà libera e volontariamente espressa”. L’appelo degli psicologi è che il Parlamento faccia marcia indietro e inserisca “il riferimento al consenso come criterio cardine“, così da “garantire un impianto coerente con gli standard sovranazionali, senza arretramenti culturali”. L'articolo “Senza consenso è stupro”: da Milano a Napoli e Bari, la protesta di piazza contro il ddl annacquato da Bongiorno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Stupro
Giulia Bongiorno
Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni
Nonostante la Camera avesse già dato il via libera all’unanimità e nonostante l’asse bipartisan tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, la destra – su spinta della Lega – ha modificato il testo del disegno di legge sulla violenza sessuale. La commissione Giustizia del Senato ha, infatti, votato per l’adozione del testo base proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e senatrice del Carroccio, nella nuova versione al centro di forti polemiche. La riformulazione aumenta le sanzioni, grazie all’ulteriore modifica presentata oggi dalla stessa Bongiorno, ma introduce la “volontà contraria” a un rapporto sessuale, al posto del “consenso libero e attuale“ che, se manca, definisce il reato di violenza. Va ricordato che l’introduzione esplicita del “consenso” è richiesta dalla convenzione di Istanbul e da tutte le associazioni che si battono per i diritti delle donne. A votare a favore tutti i partiti che sostengono il governo Meloni, mentre si sono espresse contro le opposizioni (Pd, M5s, Italia viva e Avs). “Anche la presidente della commissione Giustizia e relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, Giulia Bongiorno, ha votato e l’esito finale è di 12 voti favorevoli e 10 contrari“, rende noto la senatrice del Pd, Valeria Valente, al termine del voto. La riformulazione è ritenuta inaccettabile dalle opposizioni. “È una questione di merito e una questione di metodo. Nel merito, ancora una volta saranno le donne a dover dimostrare di aver subito violenza e ancora una volta possono non essere credute. Ed è una questione di metodo: c’era un patto tra la leader del maggior partito di opposizione, la segretaria del Pd Schlein, e la premier Meloni, un patto chiesto dalle donne per avere una legge più giusta e che non le renda vittime una seconda volta. Il patto è stato tradito per assecondare la peggiore cultura maschilista presente nella maggioranza, con la complicità proprio di due donne, Bongiorno e Meloni. Così sono state tradite ancora una volta tutte le donne”, attacca una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei deputati. “La presidente Bongiorno non si è attenuta alle intese che avevamo raggiunto: eravamo quasi giunti ad un testo condiviso e invece lei ha presentato un testo che stravolge tutto”, sottolinea la senatrice Ada Lopreiato del Movimento 5 stelle . “Si è rimangiata quanto detto anche fuori dalla commissione circa l’importanza del concetto di consenso. Parlare oggi di un ‘dissenso ammorbidito’ è dire tutt’altro”, aggiunge Lopreiato. Sulla stessa linea la senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi: “La presidente Bongiorno ci fa ritornare indietro nel tempo. La proposta sulla violenza sessuale e sul libero consenso è stata stravolta, rivoltata. Una beffa. Aumentano le pene mentre rimane l’arretramento sui diritti. Oggi il tema per difendere le donne è il consenso. Non vedere questo, significa non aver capito nulla”, insiste Cucchi. Proprio perché il testo base adottato oggi nella riformulazione della relatrice Giulia Bongiorno “è cambiato completamente” al Senato i gruppi di opposizione hanno chiesto e ottenuto di fare nuove audizioni sul disegno di legge. Entro giovedì, primo febbraio, i gruppi parlamentari potranno presentare richieste di audizioni. In base al calendario dei lavori parlamentari, l’esame del testo dovrebbe cominciare in Aula il 10 febbraio. Intanto Bongiorno difende la riformulazione. “Posso dire in maniera chiara e categorica che il patto era per mettere al centro di questa legge la volontà della donna, patto stra rispettato“, ha detto la leghista. “Io non credo sia corretto parlare delle interlocuzioni all’interno della maggioranza”, ha detto rispondendo alla domanda se avesse parlato con la premier Giorgia Meloni del nuovo testo del disegno di legge. “Secondo me – ha aggiunto – questo testo fa un passo avanti rispetto alla Camera perché salvo chi parla senza leggere il testo, tutta la parte mia del freezing lì non c’era. Poi ci sono alcuni che criticano il testo dicendo: ‘Non mi convince che ha levato l’interrogatorio’, ma non si parla di interrogatorio, cioè io ho notato una serie di critiche da parte di persone che non hanno letto o non hanno approfondito. Leggete e poi per carità valutate“. Il testo è stato ulteriormente modificato oggi, visto che la prima riformulazione prevedeva anche un riduzione delle pene. Adesso vengono previsti da 7 a 13 anni di reclusione nei casi di atti sessuali con violenza, minacce e abuso di autorità e da 6 a 12 anni per quelli compiuti contro la volontà della vittima (nella prima versione, le pene erano di 6-12 anni nel primo caso e di 4-10 nel secondo). L'articolo Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Stupro
Senato
Giulia Bongiorno
Quel ‘dissenso’ cambia tutto: vi assicuro che le donne sono capaci di dire Sì
Chi tace acconsente, dunque. Gira che ti rigira, alla fine, si torna sempre lì. Quello che fa tanto discutere della riformulazione avanzata dalla ministra Giulia Bongiorno al ddl Stupri riporta ancora una volta la questione al punto di partenza. La parola ‘consenso’, con l’aggiunta di altre due condizioni decisive come ‘libero e attuale’, era il centro del testo originale che aveva entusiasmato tutti per la sua portata giuridica innovativa. In altre parole: perché una donna sia davvero disponibile è necessario che dica sì, non è sufficiente che non dica no. La donna deve essere un soggetto attivo, promotore della proprio desiderio, del proprio intento e della propria volontà, e non più un soggetto passivo, pronto ad accettare quando va bene o a subire quando va male il desiderio maschile. Perché, sembrerà incredibile, ma le donne sono assolutamente capaci di dire di sì, quando vogliono dire di sì: lo dicono con le parole, con i gesti, lo dicono senza remore, con decisione e con chiarezza. Una legge dunque che sceglieva di adottare il consenso come metro di giudizio aveva un profondo valore culturale: quello di promuovere un modello di donna realmente paritario, emancipato, che desidera, sceglie, si autodetermina e delibera attivamente di avere un rapporto sessuale con un uomo, esattamente come quell’uomo sceglie di averlo con lei. La modifica attuale invece prevede che la parola ‘consenso’ sia sostituita dall’espressione ‘dissenso’. La donna deve essere attiva e in grado di autodeterminarsi solo per dire di no, per dirlo bene, in modo non fraintendibile, affinché l’uomo non possa mal interpretare. Ed ecco che cambia tutto. Innanzitutto perché rifiutare qualcuno è spesso molto più complesso e meno diretto di quanto lo sia dire di sì; può avvenire in maniera più timida, più riluttante, meno decisa, ed è infinitamente complicato valutare quali siano tutti gli elementi che inibiscono le facoltà di una donna di sottrarsi. Ma anche perché riporta l’uomo e la donna al vecchio rapporto di forza: il maschio desidera e va a prendersi la femmina, e la femmina, se è disponibile, non si sottrae e si lascia prendere. Ecco, se vogliamo mantenere una società fondata su questo stantio modello culturale, almeno non raccontiamoci che stiamo lavorando per l’emancipazione femminile e per la parità di genere. L'articolo Quel ‘dissenso’ cambia tutto: vi assicuro che le donne sono capaci di dire Sì proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Diritti
Violenza Sessuale
Giulia Bongiorno
Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un arretramento gravissimo
Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal 2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste, forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso. E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente. Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio, le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene: si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui denunciano una violenza. Si tratta di una pagina nera nella storia dei diritti delle donne italiane. Dal 1997 a oggi, pur tra contraddizioni e battaglie difficili, l’ordinamento aveva conosciuto un’evoluzione che rafforzava le risposte di giustizia alle vittime di violenza maschile: una violenza strutturale e trasversale, radicata in stereotipi e asimmetrie di potere, che vede – lo svelano le statistiche – un uomo su tre autore di almeno un atto violento contro una donna. Tra queste, la violenza sessuale è il crimine che viene meno denunciato, ed è il fenomeno che resta maggiormente sommerso e meno stigmatizzato socialmente. Le sopravvissute alla violenza sessuale sono quelle più esposte a rischio di vittimizzazione secondaria e istituzionale. Quanto avvenuto dal 19 novembre fino ad oggi segna uno spartiacque nei diritti delle donne, e svela il volto reazionario e misogino delle forze politiche che oggi hanno la maggioranza in Parlamento. Il testa-coda della riforma dimostra chiaramente che non si tratta di un correttivo volto a migliorare il testo approvato all’unanimità alla Camera, il 19 novembre 2025 – come promesso da Giulia Bongiorno – ma di un colpo di spugna, fortemente voluto dalla Lega, che ha smantellato l’impianto della riforma basata sul consenso e ha cancellato i progressi della normativa precedente. Una normativa che aveva consentito il consolidamento della giurisprudenza della Corte di Cassazione, la quale aveva definito il reato di violenza sessuale a partire dall’assenza di consenso, e non dalla necessità che la donna manifestasse un dissenso esplicito o subisse violenza fisica o minacce evidenti. Non a caso, il rapporto Grevio sull’Italia, pubblicato il 5 dicembre scorso, rilevava con soddisfazione che la Cassazione si era “chiaramente allineata ai requisiti della Convenzione di Istanbul”. A novembre ci avevamo creduto. Sarebbe stato sufficiente approvare anche al Senato la riforma votata all’unanimità alla Camera. Invece, il giorno successivo, si sono levate obiezioni e allarmismi da parte di esponenti politici e delle Camere penali, tutti fondati su uno stereotipo duro a morire: le donne mentono, le denunce sono strumentali, le accuse di stupro sono vendette personali. Matteo Salvini, in quei giorni, dichiarò che un consenso “preliminare, informato e attuale” avrebbe aperto la strada a un’ondata di contenziosi. Un’affermazione che ignora deliberatamente i dati: solo il 10% delle violenze sessuali viene denunciato, e le denunce non sono in aumento, mentre – come rileva l’Istat – aumentano le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni. La riforma sul consenso chiara nella sua formulazione avrebbe semmai incoraggiato le donne a denunciare le violenze sessuali e avrebbe abbassato il rischio di vittimizzazione secondaria, ma si tratta di un salto di civiltà che questo Parlamento non ha intenzione di fare. Quali sono i passaggi critici? Nel ddl Bongiorno il consenso scompare, sostituito dalla generica “volontà”, e viene introdotto il concetto di dissenso con conseguenze devastanti. Le donne dovranno dimostrare in tribunale di aver detto “no” per essere credute, ignorando ciò che la letteratura scientifica documenta da anni: durante un’aggressione sessuale molte vittime entrano in uno stato di freezing o tanatosi, che impedisce loro di parlare o reagire. O più semplicemente accade che le donne non abbiano la prontezza di reazione che ora invece sarà chiesto loro di avere. Riportando il dissenso al centro del reato, questo ddl – se approvato – cancellerà l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul consenso, così come si era espressa negli ultimi dieci anni e offrirà agli avvocati degli stupratori uno strumento solido per sottoporre le donne a pressanti interrogatori umilianti e invasivi. E non è l’unico passaggio insidioso, come ha spiegato l’avvocata Elena Biaggioni di DiRe: “il riferimento agli atti sessuali ‘a sorpresa’ ci pone una domanda. Che cosa intende il legislatore, che lo stupro è solitamente preannunciato? Nelle pieghe dell’ambiguità troveranno posto pregiudizi; quanto alla riformulazione dell’ipotesi di minor gravità, ci sono altri elementi di preoccupazione. Sposta il focus dall’atto al danno, come se la violazione del corpo di una donna fosse valutabile solo in base alle sue conseguenzemisurabili“. Le critiche delle opposizioni, delle femministe e dei centri antiviolenza si moltiplicano. Le Camere penali incassano e tacciono mentre il messaggio politico che arriva dal Parlamento è chiaro: i corpi delle donne restano a disposizione degli uomini, fino a prova contraria. E tutto questo porta la firma di una donna: Giulia Bongiorno. L'articolo Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un arretramento gravissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Diritti
Violenza sulle Donne
Stupro
Giulia Bongiorno