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Caso Errejón, Elisa Mouliàa esce dal processo: “Nessuno dovrebbe reggere un peso simile da sola”
L’attrice spagnola Elisa Mouliàa ha annunciato il ritiro della propria costituzione di parte civile nel procedimento giudiziario avviato nel 2024 contro Íñigo Errejón, ex fondatore di Podemos ed ex deputato di Más Madrid, accusato di presunta aggressione sessuale. La decisione è stata comunicata direttamente dall’attrice attraverso un messaggio pubblicato sul social X, nel quale chiarisce che si tratta di una scelta “libera, cosciente e irrevocabile”, motivata esclusivamente da “ragioni strettamente personali e di salute”. Mouliàa ha tenuto a precisare che il suo passo indietro non equivale a una ritrattazione delle accuse. “Non significa che quanto denunciato non sia vero”, ha scritto, sottolineando come la decisione sia legata all’impossibilità di sostenere ulteriormente, da sola, il peso del procedimento giudiziario. “Nessuno dovrebbe affrontare da sola un peso simile”, ha aggiunto, deplorando il fatto che nessun’altra presunta vittima abbia deciso di farsi avanti, lasciandola isolata nel portare avanti l’azione. Nel suo messaggio, l’attrice ha espresso comunque fiducia nel lavoro della magistratura, affermando che l’iter giudiziario potrà proseguire anche senza la sua partecipazione diretta. “Se la giustizia andrà avanti, lo farà senza la mia partecipazione”, ha scritto, ribadendo di non essere motivata né da interessi economici né dal desiderio di visibilità. “Non fuggo, termino la mia parte. La verità cammina da sola”, conclude il messaggio. La denuncia di Elisa Mouliàa risale al 2024 e riguarda episodi di presunta aggressione sessuale che si sarebbero verificati tra il 2021 e il 2022. L’attrice aveva spiegato di non aver sporto denuncia in precedenza “per paura e per il potere che rappresentava” Errejón, figura di primo piano della sinistra spagnola in quegli anni. Sul piano giudiziario, la Procura aveva ritenuto attendibile il racconto dei fatti, mentre il giudice istruttore aveva individuato sufficienti indizi per il rinvio a giudizio dell’ex parlamentare. A seguito dell’esplosione del caso e delle accuse rese pubbliche, Íñigo Errejón si era dimesso da ogni incarico istituzionale e politico, abbandonando di fatto la scena politica. Il caso aveva portato alla raccolta di testimonianze anonime da parte della giornalista Cristina Fallaràs. Si parlava di comportamenti maschilisti e vessatori di “un politico molto noto”, definito “un maltrattatore psicologico”, “un mostro”, che passa dalla gentilezza dei primi incontri all’insolenza, al gaslighting, alle pratiche sessuali umilianti, alla relazione tossica. In un’intervista alla tv pubblica Fallaràs aveva riferito che dopo quel primo racconto le erano arrivate almeno altre 11 testimonianze simili, ma nessuna è poi diventata una denuncia. L'articolo Caso Errejón, Elisa Mouliàa esce dal processo: “Nessuno dovrebbe reggere un peso simile da sola” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza sessuale online sui minori, due arresti tra Trento e Reggio Calabria. Cos’è il live distant child abuse
La violenza sessuale contro i minori passa sempre più spesso dalla rete, assumendo forme nuove e difficili da intercettare. È il caso del cosiddetto “live distant child abuse”, una modalità di abuso online che consente agli aggressori di agire “a distanza”, inducendo o costringendo i minori a compiere atti sessuali in diretta attraverso piattaforme digitali. Sei persone sono state indagate per questo reato al termine di una complessa inchiesta coordinata dalla Procura di Milano e condotta dal Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online della Polizia Postale. Due uomini, rispettivamente di 47 e 31 anni, sono stati arrestati nelle province di Trento e Reggio Calabria con l’accusa di detenzione e divulgazione di ingente materiale pedopornografico. A renderlo noto è il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, che ha sottolineato la gravità dei fatti e ha annunciato una conferenza stampa convocata in Procura. L’indagine, avviata nei mesi scorsi, ha permesso di identificare una rete di soggetti che utilizzava il web non solo come strumento di scambio di materiale illecito, ma anche come mezzo diretto di abuso. Gli altri quattro indagati, di età compresa tra i 47 e i 57 anni, risiedono nelle province di Roma, Latina, Brescia e Milano. Nei loro confronti sono stati eseguiti sequestri di dispositivi informatici contenenti un rilevante quantitativo di materiale, ora al vaglio degli investigatori. L’analisi dei dati servirà a ricostruire nel dettaglio i fatti, individuare eventuali ulteriori responsabili e, soprattutto, identificare le vittime. Un aspetto centrale dell’inchiesta riguarda proprio la dimensione transnazionale del fenomeno. La Procura ha confermato che le attività investigative proseguiranno in collaborazione con le agenzie internazionali, nella consapevolezza che la violenza sessuale online sui minori non conosce confini geografici e sfrutta l’anonimato e la velocità della rete. L’operazione riporta l’attenzione su una forma di abuso meno visibile. ma altrettanto devastante, che avviene lontano dal contatto fisico ma produce conseguenze profonde sulle vittime. L'articolo Violenza sessuale online sui minori, due arresti tra Trento e Reggio Calabria. Cos’è il live distant child abuse proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Se il potere è squilibrato, il consenso può essere una maschera. È così nei luoghi di lavoro
di Domenico Tambasco Nel dibattito pubblico sulle molestie di genere e sessuali nei luoghi di lavoro, una parola resta ancora ai margini, nonostante la sua forza dirompente: sottomissione. È una parola scomoda, perché incrina una delle certezze più rassicuranti del diritto tradizionale: l’idea che il consenso, quando formalmente espresso, basti a legittimare una relazione, un atto, una scelta. Eppure, proprio qui si annida il cuore del problema. Il diritto antidiscriminatorio italiano lo ha espresso da tempo. Il Codice delle pari opportunità (d.lgs. 198/2006), infatti, afferma un principio chiaro: gli atti, i patti e i provvedimenti che incidono sul rapporto di lavoro e che vengono adottati “in conseguenza” della sottomissione – da parte della vittima – alle molestie di genere o sessuali, sono radicalmente nulli, vale a dire privi di qualsiasi effetto giuridico (art. 26, comma 3). È una norma potentissima, perché rompe l’equazione automatica tra consenso e validità giuridica. Il legislatore, con una scelta tutt’altro che neutra, riconosce infatti che esiste una forma di adesione solo apparente, frutto di un rapporto di potere asimmetrico, nella quale il consenso perde la sua autenticità. Tradotto: il diritto riconosce che la vittima, dentro una relazione di potere, può compiere scelte che sembrano libere, ma in realtà non lo sono. La questione, peraltro, travalica il diritto del lavoro: nel più recente dibattito penalistico (il cosiddetto “ddl stupri”) sta riaffiorando un’impostazione che, di fatto, pretende dalla vittima una manifestazione espressa di dissenso. Un arretramento culturale e giuridico, perché sposta il baricentro dalla libertà effettiva della persona alla sua capacità di opporsi, come se il silenzio potesse valere come assenso. D’altra parte le molestie, soprattutto quelle sessuali, sono manifestazioni di dominio. Lo ricordava già una grande giurista come Catharine MacKinnon, e lo ribadiscono oggi la Convenzione OIL n. 190 del 2019 e la Convenzione di Istanbul: la violenza e le molestie di genere sono strumenti di riproduzione di rapporti di potere storicamente diseguali, caratterizzati dal dominio maschile. In tale contesto, chiedersi se la vittima abbia “acconsentito” è spesso una domanda mal posta. Il legislatore italiano, definendo le molestie come comportamenti indesiderati (art. 26, comma 1 e 2 d.lgs. 198/2006) e non semplicemente “non voluti”, compie uno spostamento decisivo: dal piano della volontà negoziale a quello del desiderio. Ciò che è formalmente accettato, infatti, può non essere desiderato. E ciò che non è desiderato, in un contesto di potere, non può essere legittimato invocando semplicemente il consenso. Il concetto della sottomissione descrive esattamente questa “zona grigia”. È una condizione di soggezione strutturale, psicologica, nella quale la persona non dispone di alternative realistiche – come accertato in diversi casi analizzati dalla giurisprudenza – finendo così per subire, tollerare o persino assecondare condotte di fatto indesiderate. La giovane lavoratrice precaria che tollera avances per paura di non vedere rinnovato il contratto (App. Palermo, 13 luglio 2025, n. 822); la madre separata, sola con due figli minori, che “lascia correre” per non perdere l’unica fonte di reddito (Trib. Massa, 11 agosto 2025, n. 215); la studentessa che asseconda il regista temendo di non lavorare più (Trib. Parma, 20 settembre 2025, n. 474). In tutti questi casi, il comportamento può apparire collaborativo, persino consenziente. Ma nasconde, in realtà, solo una strategia di sopravvivenza. La giurisprudenza ha chiarito che, in contesti di vulnerabilità personale, contrattuale o relazionale, condotte quali risposte cortesi, silenzi, apparente normalità nei contatti (anche via WhatsApp) o denunce tardive non possono essere interpretate come consenso, trattandosi spesso di reazioni adattive e difensive (App. Catanzaro, 20.11.2018, n. 1832; App. Torino, 17.03.2025, n. 150). La sottomissione diventa così una categoria giuridica relazionale: obbliga l’interprete (e in particolar modo il Giudice) a guardare al contesto, alle alternative concretamente disponibili, al prezzo che la vittima avrebbe dovuto pagare per dire no. È un cambio di paradigma che interroga anche le imprese e le organizzazioni. La prevenzione, infatti, non può soltanto limitarsi a codici etici “di facciata”: deve intercettare i contesti di vulnerabilità, riconoscere la sottomissione come fattore di rischio organizzativo, integrarla nella valutazione dello stress lavoro-correlato e nei modelli di gestione 231. In definitiva, la sottomissione ci ricorda che la libertà non è un presupposto astratto, ma una condizione concreta. Dove il potere è squilibrato, il consenso può essere una maschera. E il diritto, se vuole davvero tutelare la dignità della persona, ha il dovere di guardare dietro quella maschera. L'articolo Se il potere è squilibrato, il consenso può essere una maschera. È così nei luoghi di lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il processo del secolo con 32 capi d’accusa tra cui violenza sessuale e trasporto di droga”: Marius Borg Høiby fa tremare la monarchia norvegese
Tutto pronto per il processo a Marius Borg Høiby, figlio primogenito della Principessa Mette-Marit di Norvegia, nato da una precedente relazione prima del matrimonio con il Principe Ereditario Haakon. Sebbene sia cresciuto all’interno della famiglia reale, Marius Borg Høiby non possiede titoli nobiliari né obblighi ufficiali. Ma il suo arresto ha destato scalpore in tutta la nazione. Dunque il 3 febbraio inizierà il procedimento presso il Tribunale distrettuale di Oslo contro Marius Borg Høiby, che deve rispondere di 32 capi d’accusa, tra cui quattro di stupro. Il caso già soprannominato il “processo del secolo” in Norvegia, dovrebbe durare circa sette settimane e potrebbe comportare una pena fino a 16 anni di carcere. A peggiorare le cose, Borg si è recentemente dichiarato colpevole anche di un reato di trasporto di droga. Il 12 gennaio, la rivista norvegese Aftenposten ha riferito che, con l’avvicinarsi del processo, la polizia norvegese ha perquisito l’abitazione di Borg Høiby mentre indagava su ulteriori presunti reati. L’emittente pubblica NRK ha confermato nuove accuse: due violazioni di un ordine restrittivo, tre violazioni del codice della strada e un altro reato legato alla droga. Dopo un anno difficile per la principessa Mette-Marit, segnato dagli scandali sul figlio e da gravi problemi di salute che l’hanno costretta a ridurre gli impegni reali, il 2026 si apre con l’attenzione mediatica giudiziari. La Casa Reale tira dritto: “Stiamo cercando di fare quello che facciamo di solito”, ha dichiarato Re Harald V alla televisione norvegese il mese scorso. Il calendario degli impegni non cambierà e tra i vari impegni di quel mese c’è anche la data del 7 febbraio, quando il Re e la Regina saranno a Milano per sostenere gli atleti norvegesi che gareggeranno alle Olimpiadi Milano-Cortina. Per ora, la principessa Mette-Marit non ha impegni in programma. Nessun membro della famiglia reale è tenuto a testimoniare durante il processo. Tuttavia, il Palazzo ha sottolineato la sua “solidarietà con le persone colpite. Mostriamo loro il nostro sostegno e speriamo che stiano bene e possano riprendersi rapidamente da questa difficile prova”, ha dichiarato re Harald a NRK. L'articolo “Il processo del secolo con 32 capi d’accusa tra cui violenza sessuale e trasporto di droga”: Marius Borg Høiby fa tremare la monarchia norvegese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza sessuale su una 18enne a Ravenna nel 2017: Cassazione conferma assoluzione per i due imputati
Lei aveva denunciato di essere stata violentata al termine di una serata in cui aveva bevuto ed era stata filmata durante gli abusi. Ma al termine del processo, i due imputati sono stati assolti definitivamente incassando tre pronunce favorevoli in altrettanti gradi di giudizio. Per i collegi che hanno discusso il caso, la ragazza – all’epoca 18enne – era consenziente in quella notte in cui venne registrato un rapporto sessuale con un amico. La Cassazione ha messo la parole fine sulla vicenda, facendo diventare definitiva l’assoluzione dei due perché “il fatto non costituisce reato” dopo aver dichiarato inammissibile il ricorso dell’accusa. I due dovevano rispondere di violenza sessuale di gruppo e per induzione con abuso delle condizioni della ragazza, la quale aveva bevuto vino e superalcolici. Dopo il collegio penale di Ravenna in primo grado, con decisione e motivazioni che crearono molte polemiche, e la Corte d’appello di Bologna cha aveva confermato la sentenza di assoluzione piena, giovedì sera – come riportato dal Resto del Carlino – la Cassazione ha definitivamente chiuso il caso. Secondo l’accusa, la ragazza era stata stuprata e filmata in un appartamento di Ravenna nel quale nell’ottobre 2017 era stata accompagnata a spalla dopo una serata in un locale durante la quale aveva bevuto molto. Dopo l’assoluzione di primo grado, c’erano state accese polemiche culminate in un corteo organizzato da associazioni contro la violenza di genere. I due imputati, oggi di 36 e 35 anni, entrambi di origine straniera, sono rispettivamente un ex atleta del Ravenna calcio, assistito dagli avvocati Francesco Papiani e Raffaella Salsano, e un commerciante d’auto usate, difeso dagli avvocati Silvia Brandolini e Carlo Benini. Il primo era indicato come chi aveva incitato l’amico riprendendo la scena con il telefonino e l’altro come chi aveva materialmente abusato della ragazza. A suo tempo sulla base di quei video e dei ricordi della ragazza, due differenti giudici per le indagini preliminari del Tribunale di Ravenna avevano deciso per la custodia cautelare in carcere dei sospettati, misure poi annullate dal Tribunale della Libertà di Bologna. L'articolo Violenza sessuale su una 18enne a Ravenna nel 2017: Cassazione conferma assoluzione per i due imputati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quel ‘dissenso’ cambia tutto: vi assicuro che le donne sono capaci di dire Sì
Chi tace acconsente, dunque. Gira che ti rigira, alla fine, si torna sempre lì. Quello che fa tanto discutere della riformulazione avanzata dalla ministra Giulia Bongiorno al ddl Stupri riporta ancora una volta la questione al punto di partenza. La parola ‘consenso’, con l’aggiunta di altre due condizioni decisive come ‘libero e attuale’, era il centro del testo originale che aveva entusiasmato tutti per la sua portata giuridica innovativa. In altre parole: perché una donna sia davvero disponibile è necessario che dica sì, non è sufficiente che non dica no. La donna deve essere un soggetto attivo, promotore della proprio desiderio, del proprio intento e della propria volontà, e non più un soggetto passivo, pronto ad accettare quando va bene o a subire quando va male il desiderio maschile. Perché, sembrerà incredibile, ma le donne sono assolutamente capaci di dire di sì, quando vogliono dire di sì: lo dicono con le parole, con i gesti, lo dicono senza remore, con decisione e con chiarezza. Una legge dunque che sceglieva di adottare il consenso come metro di giudizio aveva un profondo valore culturale: quello di promuovere un modello di donna realmente paritario, emancipato, che desidera, sceglie, si autodetermina e delibera attivamente di avere un rapporto sessuale con un uomo, esattamente come quell’uomo sceglie di averlo con lei. La modifica attuale invece prevede che la parola ‘consenso’ sia sostituita dall’espressione ‘dissenso’. La donna deve essere attiva e in grado di autodeterminarsi solo per dire di no, per dirlo bene, in modo non fraintendibile, affinché l’uomo non possa mal interpretare. Ed ecco che cambia tutto. Innanzitutto perché rifiutare qualcuno è spesso molto più complesso e meno diretto di quanto lo sia dire di sì; può avvenire in maniera più timida, più riluttante, meno decisa, ed è infinitamente complicato valutare quali siano tutti gli elementi che inibiscono le facoltà di una donna di sottrarsi. Ma anche perché riporta l’uomo e la donna al vecchio rapporto di forza: il maschio desidera e va a prendersi la femmina, e la femmina, se è disponibile, non si sottrae e si lascia prendere. Ecco, se vogliamo mantenere una società fondata su questo stantio modello culturale, almeno non raccontiamoci che stiamo lavorando per l’emancipazione femminile e per la parità di genere. L'articolo Quel ‘dissenso’ cambia tutto: vi assicuro che le donne sono capaci di dire Sì proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sentenza già scritta prima del processo”, la denuncia degli avvocati dell’imputato. Presentata istanza di ricusazione
Condanna decisa prima della sentenza. È ciò che pensano gli avvocati difensivi di un imputato a Milano in un processo per violenza sessuale a Milano. I legali, prima che iniziasse l’udienza, hanno visto dei fogli sul banco del giudice. Composti da “una dozzina di pagine appoggiate sul fascicolo processuale” dove “c’era già scritta la sentenza di condanna, veniva dichiarata la penale responsabilità dell’imputato e si dava conto dell’attendibilità della persona offesa”. Questo è quanto ha raccontato l’avvocato Paolo Cassamagnaghi, che con la collega Roberta Ligotti, ha presentato immediatamente un’istanza di ricusazione nei confronti dei tre magistrati del collegio, un atto che prevede la sostituzione di un giudice considerato imparziale. La richiesta – come riporta l’Ansa – è avvenuta dopo una breve e informale interlocuzione con i giudici della VI sezione penale. L’avvocato ha aggiunto: “sentenza di condanna, già scritta, motivata. Non era indicata soltanto la pena, era stato lasciato uno spazio vuoto“. Stamattina alle ore 10.30 doveva essere ascoltata una consulente tecnica della difesa come teste per riferire sull’attendibilità della persona offesa. L’udienza si è invece aperta con la difesa che ha fatto presente di aver inoltrato alla V sezione penale della Corte d’Appello la richiesta di ricusazione. A quel punto i giudici hanno dichiarato l’astensione al procedimento di giudizio. Negata la richiesta di lettura in aula dei fogli incriminati. Sulla richiesta di astensione del collegio e sul caso dovrà ora pronunciarsi il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia. Informato del fatto dai due difensori anche il segretario della Camera penale di Milano. L'articolo “Sentenza già scritta prima del processo”, la denuncia degli avvocati dell’imputato. Presentata istanza di ricusazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Braccialetti anti-spiking, l’allarme dell’Iss: “Test poco affidabili sui drink”. Alcune sostanze non rilevate
I braccialetti con test cromatico pensati per individuare droghe nei drink, presentati come uno strumento di difesa contro lo spiking (la somministrazione di alcool o droghe ad una persona a sua insaputa o senza il suo consenso), al momento non garantiscono un livello di affidabilità sufficiente. È quanto emerge da uno studio condotto dal Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato online come lettera al direttore sulla rivista Clinical Chemistry and Laboratory Medicine. Secondo i ricercatori, questi dispositivi “potrebbero essere migliorati” prima di un utilizzo realmente efficace e diffuso. L’analisi mette in luce una performance disomogenea: i test funzionano in modo relativamente efficace nel rilevare la ketamina, mentre risultano poco o per nulla affidabili per altre sostanze comunemente utilizzate per adulterare le bevande. A incidere negativamente sono diversi fattori, a partire dall’interferenza cromatica dei cocktail, dalle condizioni di illuminazione tipiche di discoteche e locali notturni, fino a limiti di rilevamento non sempre chiaramente interpretabili e a una sensibilità variabile. “Proprio i colori sono uno dei punti critici di questi dispositivi”, spiega Simona Pichini, direttrice del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss. “Sotto una luce ridotta e cangiante, come quella delle discoteche, il passaggio da una colorazione all’altra può non essere percepito in modo univoco. Un simbolo, come ad esempio un segno “+”, sarebbe molto più chiaro rispetto a una variazione cromatica”. Una possibile evoluzione tecnologica, dunque, potrebbe passare dall’abbandono del colore in favore di indicatori più netti e immediatamente leggibili. Il fenomeno contro cui questi strumenti vorrebbero agire è lo spiking: l’aggiunta deliberata e non consensuale di sostanze a una bevanda, spesso ai danni di donne, con l’obiettivo di ridurre le capacità cognitive o fisiche della vittima e abusarne. Una pratica che costituisce a tutti gli effetti una violenza sessuale. Per contrastarla, negli ultimi anni sono comparsi sul mercato, anche online, dispositivi indossabili come bracciali o strisce reattive, che promettono di segnalare la presenza di droghe attraverso un cambio di colore. Le ricercatrici dell’Iss hanno messo alla prova due diverse tipologie di questi dispositivi, testandone l’efficacia nel rilevare GHB (acido gamma-idrossibutirico), ketamina, scopolamina, cocaina, MDMA e benzodiazepine. Le prove sono state condotte in laboratorio utilizzando combinazioni di bevande alcoliche comuni nei contesti ricreativi: vino bianco, spumante, gin, ma anche cocktail amari e colorati. Le sostanze sono state aggiunte alle concentrazioni tipiche di un uso ricreativo, per simulare scenari realistici di adulterazione. Il funzionamento dei test si basa su una variazione cromatica: dal giallo all’arancione o dal rosa al blu, a seconda del dispositivo, per indicare una possibile contaminazione della bevanda. Tuttavia, i risultati hanno mostrato limiti evidenti. Nel caso della ketamina, il cambio di colore è stato chiaro e facilmente rilevabile, soprattutto nei cocktail a base di gin. Al contrario, per il GHB la variazione cromatica è apparsa poco definita, mentre benzodiazepine e MDMA non sono state rilevate. La cocaina, inoltre, ha richiesto in alcuni casi la ripetizione del test per ottenere una risposta. Un ulteriore elemento critico è rappresentato dal colore stesso delle bevande: cocktail rossi, succhi di agrumi o drink al limone e all’arancia hanno influito sulla precisione del rilevamento, generando anche falsi positivi. Un dato che solleva interrogativi sull’affidabilità di questi strumenti proprio nei contesti per cui sono pensati, ovvero locali notturni affollati, con luci soffuse e cocktail dai colori intensi. Lo studio conclude che, allo stato attuale, i braccialetti anti-spiking non possono essere considerati una soluzione pienamente affidabile. Pur rappresentando un tentativo importante di prevenzione, necessitano di miglioramenti tecnologici sostanziali prima di poter offrire una reale tutela contro una pratica tanto diffusa L'articolo Braccialetti anti-spiking, l’allarme dell’Iss: “Test poco affidabili sui drink”. Alcune sostanze non rilevate proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La verità verrà a galla e la situazione sarà chiarita”: Julio Iglesias si difende dalle accuse di violenze sessuali e tratta di esseri umani
Dopo due giorni di assordante silenzio, Julio Iglesias ha fatto sentire la sua voce per rispondere alle accuse di violenze sessuali e tratta di esseri umani mosse da due sue ex dipendenti. “La verità verrà a galla e la situazione sarà chiarita”, ha dichiarato l’artista 82enne. Il settimanale di gossip Hola! non ha fornito citazioni dirette della conversazione telefonica con l’artista da oltre 300 milioni di dischi venduti, ma sottolinea che l’intervista esclusiva è stata possibile grazie a un rapporto di lunga amicizia con il cantante. Julio Iglesias non aveva ancora commentato pubblicamente la vicenda prima di questa dichiarazione. Secondo Hola!, il cantante sta già preparando la propria difesa con il supporto dei suoi legali. L’entourage si dice “sotto shock” per le accuse. La vicenda è destinata a sviluppi giudiziari e sarà la magistratura a stabilire la verità dei fatti. Le due donne, una domestica e una fisioterapista, sostengono di essere state vittime di abusi nelle residenze di Iglesias in Repubblica Dominicana e nelle Bahamas nel 2021. All’epoca avevano rispettivamente 22 e 28 anni. Hanno presentato querela nei giorni scorsi presso la giustizia spagnola per presunti “fatti suscettibili di costituire reato di tratta di esseri umani finalizzata al lavoro forzato e alla servitù” e “violazioni della libertà e dell’integrità sessuale”, come riportano organizzazioni come Women’s Link Worldwide e Amnesty International. COME È SCOPPIATO IL “CASO JULIO IGLESIAS” Il caso è scoppiato a seguito di un’inchiesta giornalistica condotta dal sito di notizie elDiario.es e dall’emmittente statunitense in lingua spagnola Univision, durata tre anni. Secondo quanto hanno denunciato le due donne, nel 2021 Julio Iglesias avrebbe abusato del suo potere per sfruttarle lavorativamente e aggredirle sessualmente mentre lavoravano nelle sue residenze in Repubblica Dominicana e alle Bahamas, in un contesto di intimidazione. In alcuni casi gli abusi e le aggressioni sarebbero stati commessi in presenza di altre impiegate di Iglesias che avevano un potere gerarchico sulle denuncianti. Le due donne, che vengono assistite legalmente dall’ong Women’s Link Worldwide hanno sporto denuncia presso la procura dell’Audiencia Nacional spagnola, che le ascolterà nei prossimi giorni come “testimoni protette”. Secondo il team legale di Women’s Link Worldwide i comportamenti di cui è accusato Iglesias potrebbero costituire reati di: tratta di esseri umani con il fine di imporre lavori forzati e servitù, molestie sessuali, aggressione sessuale e lesioni nonché reati contro i diritti dei lavoratori. L'articolo “La verità verrà a galla e la situazione sarà chiarita”: Julio Iglesias si difende dalle accuse di violenze sessuali e tratta di esseri umani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vicensindaco condannato per violenza sessuale salva la poltrona votando per se stesso in consiglio comunale
Neppure una condanna a cinque anni in primo grado, per violenza sessuale su una ragazza di 19 anni, è sufficiente per lasciare l’incarico politico. A Montorio al Vomano, paesino da 7mile anime in provincia di Teramo in Abbruzzo, il vicesindaco e assessore Francesco Ciarrocchi ha salvato il posto votando per se stesso, come racconta la testata online Fanpage. Dopo la sentenza di colpevolezza, a novembre, era rimasto al suo posto con il sostegno del sindaco di centrodestra Fabio Altitonante, ex consigliere regionale lombardo di Forza Italia. Dunque le opposizioni hanno presentato una mozione invocando la revoca dell’incarico: bocciata da consiglio comunale il 30 dicembre, con il punteggio di 7 a 6. Incurante del conflitto di interesse, anche Ciarrocchi ha preso parte al voto risultando decisivo. Il 25 novembre la giunta comunale ha celebrato la giornata contro la violenza sulle donne, pochi giorni dopo la condanna per stupro del vicesindaco. IL PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE Il numero due della giunta – ginecologo di professione – è stato denunciato da una ragazza componente del suo comitato elettorale, durante la campagna amministrativa del 2020 a Montorio al Vomano. La giovane svolgeva anche ruoli di segreteria nello studio medico di Ciarrocchi. In quel contesto, secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale, il dottore le aveva chiesto se fosse interessata ad una visita ginecologica. Dopo i primi rifiuti, la ragazza ha accettato. A Fanpage, l’avvocata Monica Passamonti ricostruisce così l’episodio: “La visita iniziò in modo del tutto normale, ma la situazione cambiò improvvisamente quando la mia assistita confidò al medico alcuni problemi di natura intima con il suo partner. A quel punto venne masturbata senza alcun consenso”. Una violenza sessuale, secondo il giudizio in primo grado. Passamonti rivela un altro dettaglio: il ginecologo avrebbe provato a “mostrare un filmino porno durante la visita”. Poi avrebbe sminuito, dice l’avvocata della vittima, sostenendo “di non averle fatto vedere un video, ma di aver messo solo la schermata su YouPorn”. Ciarrocchi invece si è difeso rivendicando di aver condotto la visita solo con “pratiche mediche lecite”. Durante le udienze, altre due ragazze hanno testimoniato denunciando analoghi episodi. Eppure, secondo Passamonti, la linea difensiva si sarebbe focalizzata solo sul negare la credibilità della vittima. La sentenza invece ha accolto la ricostruzione dell’accusa, pur condannando il vicesindaco a 5 anni invece di 7, la pena chiesta dalla procura. Ciarrocchi ha già annunciato il ricorso in appello. Intanto si attendono le motivazione del giudizio. UN PAESE SPACCATO Di sicuro, l’assessore e ginecologo conserva la poltrona in giunta, blindato dal sindaco di Forza Italia Fabio Altitonante. Mentre alla ragazza, dalle autorità politiche del suo paese, nessuna solidarietà è giunta a conforto. Ad esprimere sdegno è il collettivo femminista Malelingue, nato nel 2021 sull’onda del caso di Montorio al Vomano. “La vittimizzazione secondaria subita dalla donna dopo la denuncia, insieme alle numerose e immediate manifestazioni di solidarietà rivolte a Ciarrocchi da larga parte della comunità, ci fecero rabbrividire”, ha scritto il gruppo in un post su Facebook il 12 gennaio. Sulla stessa linea i consiglieri dell’opposizione in consiglio comunale. Mentre a Montorio al Vomano diventa visibile la protesta: sulla panchina rossa del paese, simbolo della lotta contro la violenza di genere, sono apparsi cartelli con scritte e prese di posizione di associazioni, movimenti e cittadini. L'articolo Vicensindaco condannato per violenza sessuale salva la poltrona votando per se stesso in consiglio comunale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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