Diversi colpi di fucile dopo una lite, l’ennesima. Un uomo ha sparato alla
moglie a Paduli, comune del Beneventano. Poi è stato fermato dai carabinieri con
l’accusa di tentato femminicidio aggravato. Lei è finita sotto i ferri per un
delicato intervento chirurgico all’ospedale San Pio di Benevento, dove si trova
ricoverata in prognosi riservata. Le sue condizioni restano gravi, ma
l’intervento chirurgico è andato bene e non è in pericolo di vita.
La vittima si chiama Giulia, 45 anni. Il marito è un vigilante di 37 anni. La
coppia ha due figli di 9 e 12 anni che al momento della violenza non erano
all’interno del podere di famiglia che si trova sulla collina non lontana dalla
discarica di Sant’Arcangelo Trimonte. Chiarita in buona parte la dinamica
dell’agguato che è arrivato poco dopo mezzogiorno al termine dell’ennesima lite
tra i due coniugi, in fase di separazione.
L’uomo ha atteso che la donna rientrasse a casa per spararle con un fucile,
ferendola all’ascella e all’addome. La vittim avrebbe tentato di mettersi in
salvo in casa, dove è stata poi raggiunta dai soccorritori distesa a terra in
una pozza di sangue. Prima di accasciarsi, però, è riuscita a dare l’allarme
telefonando alla sorella e – tramite il marito di quest’ultima – a far
intervenire i carabinieri e un’ambulanza del 118 sul posto.
Gravi le ferite riportate. La donna è stata intubata e trasferita nella sala
operatoria di Chirurgia vascolare dell’ospedale San Pio di Benevento. Poi
l’intervento, appunto. I medici dell’ospedale hanno prima fermato l’emorragia al
braccio sinistro e poi prelevato una vena dalla gamba per sostituire il tratto
lungo dieci cm di arteria recisa dai proiettili. Nonostante la prognosi sia
ancora riservata, la vita e la funzionalità dell’arto sono salve.
Da valutare la posizione dell’uomo fermato dai carabinieri – ai quali non ha
opposto resistenza – e adesso in custodia negli uffici del comando provinciale
di Benevento. I militari, che stanno conducendo le indagini coordinate dalla
Procura della Repubblica di Benevento, hanno sequestrato le due auto dei
coniugi: la Fiat Panda della donna e l’Opel Meriva del vigilante. Quella di
Paduli non è stata oggi l’unica violenza ai danni delle donne in Campania. A
Casal di Principe (Caserta) un 57enne, al culmine di una violenta lite, ha
esploso tre colpi di pistola all’indirizzo della moglie, colpendo il televisore.
La donna è riuscita a mettersi in salvo contattando i carabinieri.
L'articolo Spara alla moglie nel Beneventano: arrestato. La vittima è grave, ma
fuori pericolo dopo l’intervento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Violenza sulle Donne
Prima un finto rapimento e adesso l’esercizio abusivo della professione di
psicologa con tanto di prescrizione di farmaci alle vittime di violenza. Su
richiesta della Procura di Reggio Calabria, il gip ha disposto il sequestro
preventivo dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita” e degli
immobili gestiti dalla stessa per l’esercizio delle proprie attività sia in riva
allo Stretto che in provincia di Avellino. Il provvedimento di sequestro
preventivo è stato eseguito dalla squadra mobile che indaga sulla vicenda dal
2024 quando la titolare del centro Tiziana Iaria aveva denunciato di essere
stata sequestrata. Si è trattato di un finto rapimento lampo secondo la Procura
guidata da Giuseppe Borrelli. La pm Flavia Modica, infatti, ha notificato a
Tiziana Iaria un avviso di conclusione indagini per false informazioni al
pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della
professione di psicologa.
Ma andiamo con ordine: il 21 marzo 2024 il marito della titolare del centro
antiviolenza denuncia sui social e in questura la scomparsa della moglie. “Al
momento è stata dichiarata dispersa. – ha scritto su Facebook – Le forze
dell’ordine hanno mobilitato tutta la task force necessaria per la ricerca senza
escludere nessuna probabilità. Credo un rapimento, ma non possiamo esserne
certi. Tiziana in questi anni ha aiutato e sostenuto decine di donne vittime di
violenza, nonostante le minacce di morte, non si è fermata, né impaurita
continuando a sostenere tutti coloro che hanno subito violenza. Spero tanto che
il tutto si risolva al meglio”. Meno di ventiquattr’ore e Tiziana Iaria
ricompare sotto casa. Ai poliziotti ha dichiarato che il suo sequestro sarebbe
stato perpetrato da soggetti ignoti che, dopo averla stordita, l’avrebbero
condotta in un luogo da lei non riconosciuto, per poi riportarla a Reggio
Calabria la mattina successiva. Il 2 aprile, assistita dalla sua legale, la
titolare del centro antiviolenza organizza pure una conferenza stampa sul suo
presunto rapimento e racconta ulteriori dettagli: “Sono uscita dall’ufficio alle
9 perché dovevo portare dei documenti all’avvocato. – aveva affermato davanti
alle telecamere – Arrivata più o meno qui sotto, dove c’è la colonnina elettrica
per ricaricare le macchine, una signora giovane con in braccio un bambino dagli
occhi azzurri mi ha chiesto cortesemente se potessi aiutarla a mettere il
bambino sul sedile dell’auto. Una cosa normale per me aiutare le persone. Ho
preso il bambino e sono entrata in macchina dalla parte posteriore e la signora
è entrata dall’altra parte. Siamo entrate tutte e due in macchina perché questo
bambino era veramente movimentato e poi non mi ricordo niente. Questo è quello
che è successo quel giorno”.
Nell’intervista con i giornalisti, all’epoca, Iaria ha confermato quanto detto
prima agli investigatori della mobile raccontando di aver sentito un odore di
ammoniaca quando si è avvicinata al bambino: “Nella macchina l’odore era molto
più forte. La donna era giovane, magra e aveva dei capelli neri, non lunghi”. Al
rapimento, stando alla sua versione, avrebbero partecipato anche due uomini che
l’hanno chiusa in una stanza senza finestre per poi liberarla il giorno
seguente, accompagnandola fino a sotto casa: “La mattina – era la ricostruzione
della donna – mi hanno fatto uscire con i miei piedi, non mi hanno legata, non
mi hanno imbavagliata, non mi hanno fatto del male e non hanno parlato con me.
Erano due uomini. Io non li ho mai visti perché erano messi sempre di spalle.
L’unico che ho intravisto, so che aveva una barba, una barba molto sottile”. A
chi gli ha chiesto del perché non si è ribellata, Tiziana Iaria ha risposto:
“Non sono pazza di mettermi a gridare. Perché, se non mi hanno legata, non mi
hanno fatto niente, mi metto a gridare?”. Dettagli abbastanza precisi quindi. Ma
tutto, secondo la Procura, è stato completamente inventato. Le intercettazioni
telefoniche e telematiche, i tabulati e le telecamere videosorveglianza presenti
nella zona, che hanno immortalato il tragitto percorso da Tiziana Iaria, hanno
raccontato una storia completamente diversa consentendo alla polizia e alla
Procura di accertare che si è trattato di un finto rapimento.
Così come era finto anche il messaggio su Facebook che il marito avrebbe
ricevuto da un profilo a lui sconosciuto nelle ore in cui la moglie era
scomparsa. Il mittente lo avrebbe rassicurato che avrebbero provveduto a
riportare Iaria a casa appena la stessa si fosse ripresa, dichiarando che
l’intento dell’azione era soltanto quello di spaventarla. Dall’analisi dei
tabulati di traffico telematico è emerso che quel messaggio all’indirizzo del
marito era stato inoltrato dalla stessa Iaria che oggi si ritrova indagata non
solo per la simulazione di reato e per le dichiarazioni false rese in questura.
Gli accertamenti della squadra mobile hanno svelato episodi in cui l’indagata
avrebbe esercitato, senza averne titolo, la professione di psicologa nei
confronti di alcune ignare vittime di violenza. Per questo motivo, in realtà, il
mese prima del suo finto rapimento, Tiziana Iaria aveva ricevuto un avviso di
garanzia firmato dal procuratore aggiunto Stefano Musolino che l’accusava di
“esercitare abusivamente la professione di psicologa-psicoterapeuta, svolgendo
colloqui psicologici e di psicoanalisi presso lo studio sito in Reggio Calabria,
Via DeiCorrettori nr.20, senza essere iscritta all’albo degli psicologi previo
conseguimento del relativo diploma di laurea”.
Con la nuova indagine è emerso, infine, che in alcune occasioni Tiziana Iaria
avrebbe prescritto addirittura farmaci alle donne che si rivolgevano al “Centro
antiviolenza Margherita”.
L'articolo Sequestrata associazione antiviolenza a Reggio Calabria: “La titolare
Tiziana Iaria ha simulato un rapimento e si è spacciata per psicologa” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Claudio Carlomagno lo ha saputo, ora è sorvegliato a vista: nel carcere di
Civitavecchia dove è detenuto per il femminicidio della moglie Federica
Torzullo, l’uomo è stato informato del suicidio dei suoi genitori, trovati
impiccati nella loro casa di Anguillara, vicino Roma. La coppia non ha retto al
peso di quanto accaduto: l’interpretazione del gesto è univoca, probabilmente
confermata dal biglietto lasciato da Maria Messenio e Pasquale Carlomagno al
loro altro figlio. Una lettera lasciata nell’appartamento romano dell’uomo, che
dopo averlo letto ha chiamato subito la zia. La donna, che abita a poca distanza
dalla villa della coppia, ha dato subito l’allarme. Le forze dell’ordine sono
arrivate e hanno scoperto i cadaveri sospesi nel porticato dell’abitazione.
“Il mio pensiero adesso va non solo al mio assistito (che ne è venuto a
conoscenza ed è sorvegliato a vista) e a come affronterà questa terribile
notizia, ma anche a suo figlio che in pochi giorni ha perso la mamma, i nonni e
per molto tempo il padre”, si legge in una nota firmata dall’avvocato Andrea
Miroli, difensore di Claudio Carlomagno. “Questavicenda dimostra più che mai che
anche i familiari di chi commette un reato così grave sono vittime, vittime di
un crimine le cui conseguenze si estendono dolorosamente anche a chi non ne ha
alcuna responsabilità, una catabasi, una discesa agli inferi che i signori
Carlomagno non sono riusciti tragicamente a sopportare” ha spiegato il legale,
che poi ha aggiunto altri particolari. “Le ragioni dietro a questo terribile
gesto sono state spiegate in una lettera al loro altro figlio Davide, in merito
alla quale occorre rispetto e privacy. Purtroppo – ha aggiunto l’avvocato –
ancora ieri però si leggevano sui social messaggi come ‘quella donna ha fatto
bene ad ammazzarsi avendo partorito un mostro’. Leggendo questo e sapendo quanto
la pressione mediatica possa turbare le coscienze di chi si trova a vivere
queste tremende situazioni – è il parere del legale – dovremmo forse tutti
esercitarci in una pedagogia collettiva affinché certe vicende non straripino
dai confini prettamente giuridici“.
Maria Messenio e Pasquale Carlomagno sarebbero stati sentiti in procura a
Civitavecchia nei prossimi giorni. Dalla procura – secondo quanto riportato da
Repubblica – hanno assicurato che né la madre del reo confesso (che si era
dimessa da assessora comunale alla Sicurezza dopo il delitto del figlio) né il
padre erano accusati di qualcosa. C’era però la necessità – che resta – di
capire meglio alcuni movimenti per comprendere se l’omicida ha agito da solo o
meno. Secondo quanto riportato dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare in
carcere, le telecamere del villino dove è avvenuto il femminicidio hanno
inquadrato tra le 7.08 e le 7.17 del 9 gennaio un furgone Doblò con a bordo il
padre, Pasquale Carlomagno. Dopo i genitori della donna uccisa, gli inquirenti
avrebbero risentito anche loro per fare luce su punti oscuri della confessione
di Carlomagno. Nonostante l’ammissione dell’uomo ci sono ancora degli elementi
che non tornano, infatti, come appunto la presenza del padre del femminicida
davanti casa poco dopo il delitto. O la presenza di una terza persona di cui i
tracciati e le verifiche parlano alle 14.17, quando Carlomagno rientra in casa.
La procura ha intanto disposto l’autopsia sui corpi dei due coniugi e le
indagini continuano. La notizia ha lasciato sconvolta una intera comunità,
quella di Anguillara, già straziata dal femminicidio di Torzullo. “Non ci sono
parole ma solo silenzio. Sono ore di ulteriore dolore profondo per Anguillara
Sabazia e per me personalmente. La notizia della morte di Maria Messenio e
Pasquale Carlomagno mi colpisce come Sindaco e ci colpisce come Amministrazione
e Comunità, ma prima ancora come persone che hanno condiviso un percorso umano e
istituzionale con Maria, che ha servito questa Città come assessore con impegno
e dedizione. Davanti a tragedie così grandi, le parole faticano a trovare
spazio. Resta solo il dovere del rispetto, del silenzio e della vicinanza umana
verso chi soffre e verso un’intera comunità ulteriormente sconvolta”, ha detto
il sindaco di Anguillara Sabazia, Angelo Pizzigallo, in un post, ricordando come
la città ora “attraversa un altro momento di grande dolore. Come
Amministrazione, e come cittadini, siamo chiamati a stringerci con discrezione e
dignità”.
L'articolo Femminicidio Torzullo, Carlomagno sorvegliato a vista dopo il
suicidio dei genitori. Il legale: “Non sono riusciti a sopportare” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla
violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti
Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal
2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire
sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un
rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste,
forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto
un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite
sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso.
E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa
lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere
in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui
le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente.
Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a
prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del
Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio,
le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene:
si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl
non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma
dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio
tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla
libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui
denunciano una violenza.
Si tratta di una pagina nera nella storia dei diritti delle donne italiane. Dal
1997 a oggi, pur tra contraddizioni e battaglie difficili, l’ordinamento aveva
conosciuto un’evoluzione che rafforzava le risposte di giustizia alle vittime di
violenza maschile: una violenza strutturale e trasversale, radicata in
stereotipi e asimmetrie di potere, che vede – lo svelano le statistiche – un
uomo su tre autore di almeno un atto violento contro una donna. Tra queste, la
violenza sessuale è il crimine che viene meno denunciato, ed è il fenomeno che
resta maggiormente sommerso e meno stigmatizzato socialmente. Le sopravvissute
alla violenza sessuale sono quelle più esposte a rischio di vittimizzazione
secondaria e istituzionale.
Quanto avvenuto dal 19 novembre fino ad oggi segna uno spartiacque nei diritti
delle donne, e svela il volto reazionario e misogino delle forze politiche che
oggi hanno la maggioranza in Parlamento. Il testa-coda della riforma dimostra
chiaramente che non si tratta di un correttivo volto a migliorare il testo
approvato all’unanimità alla Camera, il 19 novembre 2025 – come promesso da
Giulia Bongiorno – ma di un colpo di spugna, fortemente voluto dalla Lega, che
ha smantellato l’impianto della riforma basata sul consenso e ha cancellato i
progressi della normativa precedente.
Una normativa che aveva consentito il consolidamento della giurisprudenza della
Corte di Cassazione, la quale aveva definito il reato di violenza sessuale a
partire dall’assenza di consenso, e non dalla necessità che la donna
manifestasse un dissenso esplicito o subisse violenza fisica o minacce evidenti.
Non a caso, il rapporto Grevio sull’Italia, pubblicato il 5 dicembre scorso,
rilevava con soddisfazione che la Cassazione si era “chiaramente allineata ai
requisiti della Convenzione di Istanbul”.
A novembre ci avevamo creduto. Sarebbe stato sufficiente approvare anche al
Senato la riforma votata all’unanimità alla Camera. Invece, il giorno
successivo, si sono levate obiezioni e allarmismi da parte di esponenti politici
e delle Camere penali, tutti fondati su uno stereotipo duro a morire: le donne
mentono, le denunce sono strumentali, le accuse di stupro sono vendette
personali.
Matteo Salvini, in quei giorni, dichiarò che un consenso “preliminare, informato
e attuale” avrebbe aperto la strada a un’ondata di contenziosi. Un’affermazione
che ignora deliberatamente i dati: solo il 10% delle violenze sessuali viene
denunciato, e le denunce non sono in aumento, mentre – come rileva l’Istat –
aumentano le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni. La riforma
sul consenso chiara nella sua formulazione avrebbe semmai incoraggiato le donne
a denunciare le violenze sessuali e avrebbe abbassato il rischio di
vittimizzazione secondaria, ma si tratta di un salto di civiltà che questo
Parlamento non ha intenzione di fare.
Quali sono i passaggi critici?
Nel ddl Bongiorno il consenso scompare, sostituito dalla generica “volontà”, e
viene introdotto il concetto di dissenso con conseguenze devastanti. Le donne
dovranno dimostrare in tribunale di aver detto “no” per essere credute,
ignorando ciò che la letteratura scientifica documenta da anni: durante
un’aggressione sessuale molte vittime entrano in uno stato di freezing o
tanatosi, che impedisce loro di parlare o reagire. O più semplicemente accade
che le donne non abbiano la prontezza di reazione che ora invece sarà chiesto
loro di avere.
Riportando il dissenso al centro del reato, questo ddl – se approvato –
cancellerà l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul consenso, così
come si era espressa negli ultimi dieci anni e offrirà agli avvocati degli
stupratori uno strumento solido per sottoporre le donne a pressanti
interrogatori umilianti e invasivi. E non è l’unico passaggio insidioso, come ha
spiegato l’avvocata Elena Biaggioni di DiRe: “il riferimento agli atti sessuali
‘a sorpresa’ ci pone una domanda. Che cosa intende il legislatore, che lo stupro
è solitamente preannunciato? Nelle pieghe dell’ambiguità troveranno posto
pregiudizi; quanto alla riformulazione dell’ipotesi di minor gravità, ci sono
altri elementi di preoccupazione. Sposta il focus dall’atto al danno, come se la
violazione del corpo di una donna fosse valutabile solo in base alle sue
conseguenzemisurabili“.
Le critiche delle opposizioni, delle femministe e dei centri antiviolenza si
moltiplicano. Le Camere penali incassano e tacciono mentre il messaggio politico
che arriva dal Parlamento è chiaro: i corpi delle donne restano a disposizione
degli uomini, fino a prova contraria. E tutto questo porta la firma di una
donna: Giulia Bongiorno.
L'articolo Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un
arretramento gravissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non si era ancora spenta l’eco delle critiche sollevate dei entri antiviolenza,
giornaliste e attiviste all’articolo pubblicato su la Repubblica sul
femminicidio di Federica Torzullo, che Ignoto X, il programma condotto da Pino
Rinaldi su La7, nella puntata del 21 gennaio ha sfornato un’altra “perla”:
l’intervista a un uomo che nel 2001 ha ucciso la moglie appena diciannovenne,
strangolandola.
L’uomo intervistato ha potuto motivare il proprio crimine senza che il
conduttore sollevasse alcuna obiezione, ricorrendo a contenuti perfettamente
coerenti con quel codice d’onore patriarcale che attribuiva al marito il
cosiddetto “diritto di correzione” della moglie, punendo tutt’al più gli eccessi
di una violenza considerata legittima. In quell’intervista c’erano: empatia per
l’autore del femminicidio, vittimizzazione secondaria, distorsione della
narrazione sulla violenza maschile contro le donne.
Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, in un comunicato
stampa, ha espresso forti critiche alla scelta della trasmissione Ignoto X e del
suo conduttore di dare spazio alla testimonianza di un uomo che, dopo aver
scontato la pena per l’assassinio della moglie, è stato nuovamente arrestato,
nel 2019, per stalking e minacce di morte nei confronti di un’altra donna. Se
questo viene presentato come un esempio di presa di coscienza da parte di un
uomo autore di crimini contro le donne, allora significa che i percorsi per
autori di violenza sono palesemente fallimentari.
Ma l’aspetto forse più grave è che il conduttore sembra non essersi reso conto
di aver lasciato a quell’uomo lo spazio per attenuare le proprie responsabilità,
spostandole sulla donna che ha assassinato con una narrazione che non
corrisponde alle dinamiche che portano al femminicidio.
Il Coordinamento ha anche evidenziato che: “Questa narrazione segue lo stesso
schema che da anni denunciamo nella cronaca: il rovesciamento delle
responsabilità, in cui chi uccide viene compreso, giustificato, umanizzato,
mentre la vittima viene processata. Non è affatto un caso: molti racconti
mediatici assumono il punto di vista degli autori di femminicidio perché le
asimmetrie di potere tra uomini e donne sono profondamente interiorizzate. In
questa puntata di Ignoto X abbiamo visto esplicitata la logica con cui gli
autori di violenza maschile leggono le proprie azioni: l’omicidio come
‘correzione’ di donne ritenute indisciplinate, insubordinate, non conformi”.
Da anni denunciamo le dinamiche di controllo, potere e odio verso le donne che
scelgono la libertà, che si sottraggono ai ruoli di mogli oblative e madri
sacrificali: dinamiche che sono all’origine della violenza maschile. I media,
tuttavia, continuano a riscrivere il fenomeno presentandolo come conseguenza dei
comportamenti delle donne. E, quando non lo fanno direttamente i giornalisti,
lasciano che questa narrazione venga costruita da chi ha ucciso, per di più
presentato come un virtuoso esempio di “resipiscenza”, mentre continua a
rappresentare il crimine come una reazione alle presunte insubordinazioni di
mogli e compagne che “abbandonano” e “tradiscono”.
C’è un ulteriore aspetto ricorrente nella cronaca: una resistenza culturale che
non riconosce alle donne il diritto di chiedere la separazione e, soprattutto,
l’affidamento esclusivo dei figli qualora ritengano il padre inadeguato — una
richiesta sulla quale decide un giudice. Poco prima, infatti, il conduttore Pino
Rinaldi si era premurato di chiedere al tutore del figlio di Federica Torzullo
se fosse vero che la donna avesse avanzato una richiesta di affido esclusivo,
come se questo potesse costituire un elemento di discredito per la vittima:
un’ombra di dubbio da fugare, come fosse una colpa.
La realtà delle situazioni separative è ben diversa. Come denunciato anche nella
ricerca condotta dalla professoressa Shazia Choudry dell’Università di Oxford –
che sarà presentata a Bologna dal Coordinamento il 30 gennaio a Palazzo
D’Accursio – le vittime di violenza restano spesso ostaggio degli uomini
violenti perché, nei Paesi occidentali, da oltre vent’anni, si applica in modo
rigido e acritico l’affido condiviso, senza adeguate valutazioni del rischio.
Ottenere un affido esclusivo in situazioni di pregiudizio per i bambini vittime
di violenza assistita è sempre più difficile e comporta lunghi e dispendiosi
procedimenti civili. Il Grevio, organismo che monitora la corretta applicazione
della Convenzione di Istanbul, ha rilevato che non di rado vi è una
vittimizzazione istituzionale, spesso ad opera di consulenti tecnici d’ufficio
nominati dai tribunali. Un problema che era stato rilevato anche nella
Commissione Femminicidio presieduta dalla senatrice Valeria Valente nella scorsa
legislatura.
Si rileva, inoltre, da parte dei media, un silenziamento costante delle avvocate
e delle operatrici dei centri antiviolenza, deliberatamente escluse dalle
trasmissioni televisive che trattano il tema della violenza maschile contro le
donne dove si scade nel sensazionalismo, nella morbosità a scapito di una
corretta informazione. Sono esperte che potrebbero offrire un contributo
fondamentale al dibattito pubblico, fornendo analisi competenti e smascherando
le reiterate distorsioni, manipolazioni e la conferma di stereotipi e pregiudizi
e alla cui voce non viene lasciato spazio.
Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna chiede che La7, la
redazione di Ignoto X e il suo conduttore Pino Rinaldi si assumano una
responsabilità pubblica e rispettino le vittime che non possono più raccontare
ciò che hanno vissuto e acquisiscano — come previsto dalla Convenzione di
Istanbul — conoscenze e competenze adeguate per raccontare un fenomeno
strutturale e radicato come il femminicidio. Siamo stanche di complicità e
collusioni con le “ragioni” degli autori di violenza.
L'articolo Il codice d’onore patriarcale torna anche in tv: così si rovesciano
le responsabilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tracce di sangue in casa e sui mezzi del marito. La Procura di Civitavecchia,
che procede per omicidio nella vicenda della scomparsa di Federica Torzullo, 41
anni, sparita dalla sera dell’8 gennaio dalla sua abitazione di Anguillara
Sabazia, in provincia di Roma, in una nota fa sapere che sono attesi gli esiti
del Dna. Nel registro degli indagati è stato iscritto, subito la sparizione nel
nulla, il marito da cui la donna si stava separando. Gli accertamenti disposti
dall’autorità giudiziaria hanno portato a una “copiosa repertazione di tracce
ematiche” rinvenute in più luoghi riconducibili al marito della donna, Claudio
Agostino Carlomagno.
Il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori, in una lunga, nota ricostruisce
le tappe dell’indagine e spiega come i primi elementi raccolti abbiano “varcato
la soglia della gravità indiziaria” nei confronti del coniuge, pur ribadendo che
la sua responsabilità resta da accertare e che vale la presunzione di innocenza
fino a sentenza definitiva.
LA DENUNCIA E LE ULTIME ORE DI FEDERICA
La scomparsa viene denunciata venerdì 9 gennaio, nel primo pomeriggio. È il
marito a rivolgersi ai carabinieri dopo essere stato contattato dai colleghi
della moglie, impiegata presso l’ufficio di smistamento delle Poste
all’aeroporto di Fiumicino, che non l’avevano vista presentarsi al lavoro.
L’uomo riferisce di aver visto Federica per l’ultima volta intorno alle 23 di
giovedì 8 gennaio, dopo una cena consumata in casa insieme al figlio. Il
bambino, secondo quanto dichiarato, era stato poi accompagnato dai nonni
materni. Carlomagno racconta anche che la moglie aveva preparato una valigia
perché il giorno successivo avrebbe dovuto partire con il figlio e i genitori
verso la Basilicata, per partecipare a un evento religioso, viaggio al quale lui
non avrebbe preso parte. Nella denuncia parla inoltre di “normali problemi di
coppia” e riferisce che quella notte i due coniugi non avevano dormito insieme.
LE IMMAGINI E LE INCONGRUENZE
Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza che presidiano anche
la villetta della coppia era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire
di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono
cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora
parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava
mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione
del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle
7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e
sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato
insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli
investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali
da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.
I SEQUESTRI E LE TRACCE DI SANGUE
Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo
investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al
sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e
dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto
comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno
della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della
sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare.
Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici
irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la
Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio
decisivo per chiarire quanto accaduto.
UN’INCHIESTA ANCORA APERTA
Federica Torzullo, al momento, non è stata ritrovata. L’ultimo messaggio
apparentemente riconducibile a lei risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è
uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini
proseguono – sottolinea il procuratore Liguori – per riscontrare le
dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente
ed eventuali responsabilità di altre persone”.
L'articolo “Tracce di sangue in casa, su abiti e auto del marito. Atteso esito
Dna”. La nota dei pm sulla scomparsa di Federica Torzullo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una donna di 31 anni è stata ferita gravemente a coltellate da un uomo di 43
anni, con cui ha avuto una relazione, in casa sua a Muggió (Monza), intorno alle
18. Soccorsa, è ora ricoverata in prognosi riservata all’ospedale San Gerardo di
Monza. L’uomo si trova ora in caserma dai carabinieri. In corso le indagini per
ricostruire l’accaduto.
L'articolo Donna di 31 anni ferita a coltellate da un uomo, in prognosi
riservata al San Gerardo di Monza proviene da Il Fatto Quotidiano.
È finita con una condanna che farà discutere quella emessa a Brescia dal giudice
per l’udienza preliminare. A un 29enne bengalese sono stati inflitti 5 anni al
termine di un processo in abbreviato per aver violentato una bambina di 10 anni
nell’estate 2024. I fatti sono avvenuti in un ex albergo di Collio, in
Valtrompia, allora centro di accoglienza per i richiedenti asilo.
La bambina, ospite della struttura con la madre, era stata portata in ospedale
per forti dolori addominali. In reparto i medici avevano scoperto che era
incinta. Madre e figlia allora vennero trasferite in una struttura protetta,
mentre l’uomo fu fermato dopo aver ammesso le accuse.
La pm Federica Ceschi aveva chiesto 6 anni e 8 mesi. Il giudice del tribunale ha
riqualificato il reato da violenza sessuale a rapporti sessuali con minori e
anche per questo la pena è stata inferiore rispetto alle richieste del pm.
Secondo il giudice bresciano non c’è stata violenza, ma l’uomo ha comunque agito
senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di essere
consenziente.
Tra i due reati la differenza di pena è di due anni: va da 5 a dieci anni per
sesso con minori a 6-12 anni per violenza sessuale su minore. Recita infatti
l’articolo 609 bis: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di
autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la
reclusione da sei a dodici anni”, pena che andrebbe, sempre secondo il codice,
aumentata “se i fatti ivi previsti sono commessi nei confronti di persona che
non ha compiuto gli anni quattordici. La pena è raddoppiata se i fatti di cui
all’articolo 609 bis sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto
gli anni dieci”.
L'articolo Violentò una bimba di 10 anni che rimase incinta, condannato a 5 anni
perché il giudice ha riqualificato il reato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Emilio Gabriel Valdez Velazco ha confessato di aver ucciso Aurora Livoli e di
aver abusato di lei. Il 57enne ha riferito di non essersi reso conto di averla
uccisa, se non il giorno seguente vedendo i servizi televisivi e ha sostenuto
anche di aver vegliato sulla ragazza “pensando fosse assopita”. Interrogato nel
carcere di San Vittore dal pubblico ministero della procura di Milano Antonio
Pansa e dalla collega Letizia Mannella, Valdez Velazco ha spiegato di aver
incontrato la giovane – che negli scorsi mesi si era allontanata da casa – sulla
banchina della fermata Cimiano della metropolitana verde. Livoli gli avrebbe
chiesto un aiuto economico per acquistare un pacchetto di sigarette.
LA DINAMICA DELL’ASSASSINIO DI LIVOLI
A quel punto, lui l’ha portata – come documentato anche dalle immagini delle
telecamere di sorveglianza che avevano ripreso anche l’incontro sulla banchina –
nel cortile del condominio di via Paolo Paruta, dove la ragazza ha subito abusi,
è stata strangolata e poi lasciata in un angolo senza vita, la mattina del 29
dicembre. Nelle prossime ore, i magistrati diretti da Marcello Viola
inoltreranno all’ufficio gip la richiesta di custodia cautelare in carcere per
Valdez, già detenuto per un’aggressione ad un’altra 19enne, che si è salvata, la
sera del 28 dicembre. I pubblici ministeri valuteranno in queste ore se
contestare, oltre alla violenza sessuale, l’omicidio volontario aggravato o il
reato di femminicidio, introdotto dalla recente legge entrata in vigore a
dicembre e punito con l’ergastolo.
IL LEGALE: “AVEVA ASSUNTO DROGA E ALCOL”
L’avvocato Massimiliano Migliara, difensore di Valdez Velazco, ha sostenuto che
il suo assistito “ha avuto una reazione a cortocircuito, non voleva ucciderla e
si è accorto soltanto dopo di averlo fatto”. Secondo il legale, il 57enne ha
mostrato “una rottura con il senso della realtà”. Sempre secondo il legale,
l’uomo sarebbe stato sotto “l’effetto di sostanze stupefacenti e alcol” e quindi
i suoi ricordi “non erano lucidissimi” precisando che “è stato aiutato dal
quadro fotografico e dalle immagini”.
L'articolo Confessa l’assassino di Aurora Livoli: “Mi ha chiesto soldi, l’ho
strangolata”. Ammessi anche gli abusi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Aggredita dal marito con delle lame (probabilmente delle forbici), una donna di
44 anni si è buttata dal balcone al primo piano per sfuggire alle violenze. È
accaduto poco dopo le 11 in uno stabile di Ventimiglia, in provincia di Imperia.
La donna ha riportato un trauma dorsale e ferite al volto e alle mani. Il
marito, 64 anni, è già stato portato in caserma dai carabinieri, che sono
impegnati con la ricostruzione della vicenda. Gli investigatori stanno anche
acquisendo le testimonianze dei vicini che hanno assistito ai fatti.
La vittima è stata portata in elicottero all’ospedale Santa Corona di Pietra
Ligure. Secondo quanto appreso la donna sarebbe cosciente e fuori pericolo di
vita. Le ferite alle mani potrebbe averle riportate nel tentativo di parare i
fendenti o le sforbiciate.
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alle violenze del marito proviene da Il Fatto Quotidiano.