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“Il mio ex ha provato a uccidermi strangolandomi, se non era per il mio cagnolino ero morta. Mia ha avuto un infarto dopo averlo saputo”: la rivelazione choc di Francesca Cipriani
Dietro il sorriso e l’energia travolgente di Francesca Cipriani si nasconde una storia di violenza e paura che ancora oggi lascia segni profondi. Ospite di Monica Setta nel programma Storie al Bivio, la showgirl ha deciso di raccontare uno degli episodi più drammatici della sua vita, tornando anche sulla recente crisi con il marito Alessandro Rossi, con cui oggi è tornata a vivere dopo un periodo di allontanamento. “In passato io sono stata molto sfortunata in amore”, ha esordito. “Ho avuto una storia in particolare con un uomo che non mi amava assolutamente. Perché chi ti ama non ti picchia, non ti insulta, non vuole toglierti la vita”. I fatti risalgono alla Pasqua del 2014. Quello che doveva essere “un ultimo appuntamento per chiarire” si è trasformato in un incubo. Alla base della lite ci sarebbe stata una scoperta casuale: “Ho trovato il suo telefono e dentro c’era di tutto. Chat pesantissime, più donne”. Da lì la furia dell’uomo: “Aveva capito che lo avrei lasciato per sempre. Mi ha messo le mani alla gola, io non vedevo più nulla, vedevo nero, mi stava uccidendo”, ha raccontato la Cipriani. Un momento drammatico, interrotto solo da un dettaglio decisivo: “Se non era per il cagnolino che ha abbaiato e ha distratto la sua attenzione, io non so se sarei qui oggi. Mi aveva chiuso a chiave in casa. Sono riuscita ad aprire, sono scappata e mi sono riversata per strada. La gente mi ha soccorsa. Sono andata in ospedale, è stato un dolore grande per me e per la mia famiglia. Ho sfiorato veramente la morte. Sono cose che ti segnano a vita. Ancora oggi ho incubi la notte”. A rendere tutto ancora più devastante è stato l’impatto sulla famiglia. “Mia madre mi aveva detto: non andare a quell’ultimo appuntamento” Un consiglio che non è riuscita a seguire: “Io sono andata, anche se non dovevo farlo, e lui mi stava ammazzando. Poco dopo, la madre fu colpita da un infarto. “Penso che sia stato lo stress di questa brutta vicenda. Ancora oggi le chiedo scusa”. “NON ANDATE A QUELL’ULTIMO APPUNTAMENTO” Oggi Francesca Cipriani guarda a quella vicenda con maggiore consapevolezza, ma anche con un messaggio preciso: “Quando ci sono segnali di violenza, non bisogna incontrare quella persona. Non andate a quell’ultimo appuntamento”. Un appello forte, nato da un’esperienza estrema: “Io oggi sono qui a raccontarlo, ma ho davvero rischiato di non esserci più”. L'articolo “Il mio ex ha provato a uccidermi strangolandomi, se non era per il mio cagnolino ero morta. Mia ha avuto un infarto dopo averlo saputo”: la rivelazione choc di Francesca Cipriani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così storie di violenza e malattia diventano racconto e impegno civile: riparte Women for Women Against Violence – Camomilla Award
“Non è solo uno spettacolo, ma un modo per dare voce a chi troppo spesso non viene ascoltato”. Riparte da qui “Women for Women Against Violence – Camomilla Award”, il programma che il 21 marzo torna in seconda serata su Rai 1 con la sua sesta edizione. Ideato da Donatella Gimigliano, il format si muove in equilibrio tra racconto e impegno civile, mettendo al centro storie di donne che hanno attraversato esperienze estreme – dalla violenza di genere alla malattia – e che oggi scelgono di raccontarsi. Non per spettacolarizzare il dolore, ma per trasformarlo in consapevolezza. A guidare la serata saranno Elenoire Casalegno e Arianna Ciampoli, con la regia di Antonio Centomani. Il ritmo non è quello di un semplice show: è un racconto corale che alterna testimonianze, musica e momenti di riflessione, tenendo insieme due emergenze ancora attuali e spesso intrecciate nella vita di molte donne. Le storie sono il cuore pulsante del programma. C’è chi ha dovuto fare i conti con il proprio corpo e lo sguardo degli altri, come Ilaria Capponi, e chi ha visto cambiare tutto con una diagnosi improvvisa, come Elisabetta Faraoni. E poi c’è chi dal dolore è riuscita a costruire un nuovo linguaggio, come Giuseppina Torre, trasformando la propria esperienza in arte. Accanto ai racconti, anche uno spazio dedicato all’impegno sociale. Antonietta Tuccillo porta sul palco un tema spesso invisibile: il legame tra malattia e difficoltà economiche, con un messaggio che chiama in causa direttamente le istituzioni, a partire dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non mancano i riconoscimenti. Il Camomilla Award — simbolo di cura e rinascita — viene assegnato a figure del mondo dello spettacolo e dell’informazione che si sono distinte per sensibilità e impegno, tra cui Manuela Moreno, Bianca Nappi e Massimo Giletti. A rendere il racconto più dinamico ci pensano musica e performance dal vivo: dai Gemelli di Guidonia alla violinista Elsa Martignoni, fino a una vera e propria orchestra tutta al femminile. Elementi che non interrompono la narrazione, ma la accompagnano, rendendola più accessibile e coinvolgente.Il risultato è un programma che prova a fare qualcosa di diverso: non limitarsi a raccontare il dolore, ma costruire uno spazio in cui quel dolore possa diventare consapevolezza collettiva. L'articolo Così storie di violenza e malattia diventano racconto e impegno civile: riparte Women for Women Against Violence – Camomilla Award proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rai
Dare un nome sessista a un ristorante non è una goliardata ma violenza simbolica
Ci risiamo in quel di Romagna. Nel 2016, scoppiò una polemica, in un locale della riviera, si trattava di una discoteca. Nei bagni delle donne erano state poste delle ciotole con caramelle e la scritta “troppe cagne e poche ciotole”. L’iniziativa scatenò una forte polemica sui social e sulla stampa, piovvero critiche sui gestori del locale per aver scelto di scherzare con una forma di umiliazione, maschilismo e discriminazione contro le donne. Siamo nel 2026 e a Cesenatico sta per aprire un ristorante di cacciagione sul porto canale dove si affacciano molti ristoranti di pesce. E fino a qui non ci sarebbe nulla da obiettare. Il problema è sorto quando i due titolari, in occasione dell’8 marzo, hanno lanciato la notizia dell’inaugurazione del locale e la scelta del nome: “Mignotta Maledetta”. Qualcuno potrebbe considerarla una provocazione divertente, altri la giudicheranno di cattivo gusto, e come spesso accade si parlerà di una semplice goliardata; eppure vale la pena riflettere sul fatto che le provocazioni a carattere sessuale, raramente colpiscono gli uomini. Non è facile imbattersi con trovate pubblicitarie che cercano di rendere “divertenti” allusioni volte a denigrare la sessualità maschile, in particolare quando non corrisponde a stereotipi viriloidi che la società impone. E sono allusioni che, lo sappiamo bene, feriscono e molto gli uomini. Facendo una ricerca veloce sul web, per esempio, si può scovare tuttalpiù l’Osteria Dal Cornuto ed è un peccato che Mirko Pavirani e Roberto Gavagnini, i due titolari del ristorante di Cesenatico non ci abbiano pensato. L’argomento potrebbe sembrare semiserio, eppure la parola ‘mignotta’ non è una parola innocua perché si tratta di un’ingiuria che sulla vita delle donne ha pesato nel passato e pesa ancora oggi, essendo uno dei tanti insulti di denigrazione sessuale che viaggiano sui social in quel linguaggio d’odio che ben conosciamo. Qualunque donna ne ha fatto esperienza. La difesa dei titolari, ovvero che si tratterebbe di “soprannome affettuoso” adoperato (pare) nell’intimità con una ex compagna, rivela la mancanza di consapevolezza che una parola assume significati diversi a seconda del contesto in cui viene pronunciata. Quel soprannome dato nell’intimità anche se colorito può essere perfino tenero o anche eccitante se c’è l’intesa tra due partner. La stessa parola pronunciata in un contesto di violenza e maltrattamento diventa un’arma di umiliazione e quante volte durante le aggressioni psicologiche, fisiche o sessuali, le donne si sentono gridare ingiurie come “mignotta” o sono offese con altre parole che le denigrano sessualmente? Un’altra differenza è quando si passa dalla sfera privata a quella pubblica. Che significato assume un’ingiuria che porta con sé anche la storia di una violenza simbolica? Che siano insulti radicati nel sessismo, nell’omosessualità, nell’antisemitismo o nel razzismo, nel momento in cui sono usate per un’insegna pubblica, diventano un linguaggio condiviso e normalizzato. Nel senso comune mignotta, troia, puttana, e tutto il repertorio che stigmatizza i comportamenti sessuali delle donne restano, checché ne dicano i due ristoratori, ingiurie cariche di disprezzo, un modo per punire le donne e controllare il desiderio femminile. Non è convincente nemmeno la difesa dei Pavirani e Gavagnini sull’innocenza dell’insegna perché riferita ad un’unica donna (la quale avrebbe apprezzato il soprannome) e quindi non ci sarebbe alcun intento offensivo o sessista. Ma il sessismo non si misura sulla base delle persone alle quali è riferito, nè sulla percezione di chi riceve l’ingiuria ma sul significato che porta. Le parole hanno una storia, e quella storia non si cancella con le buone intenzioni. C’è poi un elemento che non può essere ignorato: la strategia di marketing adottata da Pavirani e Gavagnini. In un’epoca in cui la pubblicità e far parlare di sé anche male (purché se ne parli) fa guadagnare, scegliere un nome del genere significa puntare intenzionalmente sulla polemica. Far discutere è sempre un ottimo veicolo pubblicitario. Ma quando la visibilità si costruisce normalizzando un insulto sessista, si contribuisce a rendere accettabile, perfino spiritoso, un linguaggio che è stato ed è, ancora oggi, uno strumento di svalutazione nei confronti delle donne. La reazione dei cittadini e delle cittadine e delle istituzioni locali, naturalmente, si è fatta sentire. La vicesindaca Lorena Fantozzi ha ricordato l’impegno delle istituzioni per portare nelle scuole una riflessione sugli stereotipi di genere ed ha spiegato ai cronisti che l’amministrazione non avrebbe autorizzato l’insegna anche perché si devono “rispettare le norme e la dignità delle donne”. Il nome dell’insegna è “inaccettabile” anche sulla base di una normativa. L’articolo 23 del Codice della strada “vieta che sulle strade o sui veicoli, qualunque forma di publicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi” oltre al regolamento della Polizia Municipale. Quindi i due ristoratori non potranno affiggere la loro insegna ma probabilmente questo lo sapevano già, infatti, hanno optato per due iniziali M.M e il logo di un anatra e di un cuore, all’interno invece “Mignotta Maledetta” sarà scritto su tovaglie e menù. Si potrebbe anche concludere che si è fatto molto rumore per nulla ma il dibattito pubblico su queste scelte non riguarda solo il buon gusto o la sensibilità individuale. Qualche domanda dovremmo porcela: che linguaggio vogliamo legittimare nella società, quale rapporto abbiamo col desiderio sessuale delle donne e qual è il confine tra la provocazione e la normalizzazione di stereotipi sessisti? In questo senso, la polemica non mi pare esagerata: è un segnale che c’è una sensibilità che sta cambiando e che non tutto si può liquidare con il solito invito a “farsi una risata”. L'articolo Dare un nome sessista a un ristorante non è una goliardata ma violenza simbolica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Femminicidio a Bergamo: un uomo ha ucciso sua moglie in casa a coltellate
L’ennesimo femminicidio è avvenuto a Bergamo. Un uomo ha ucciso sua moglie in casa a coltellate. L’aggressione mortale è avvenuta mercoledì mattina in una abitazione di via Pescaria, alla periferia della città. Sul posto sono intervenuti polizia, ambulanze e vigili del fuoco. La strada è stata chiusa per permettere l’arrivo dei mezzi di soccorso e della polizia scientifica. La vittima aveva 42 anni. Le indagini sono condotte dagli investigatori della Squadra mobile sotto il coordinamento del pm Antonio Mele. Il femminicida dopo il delitto avrebbe tentato il suicidio. Non risulterebbero, al momento, denunce pregresse. Solo una settimana fa a Messina un 67enne ha ucciso a coltellate l’ex compagna che lo aveva denunciato. L’uomo era ai domiciliari ma non c’era la disponibilità di un braccialetto elettronico. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Femminicidio a Bergamo: un uomo ha ucciso sua moglie in casa a coltellate proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A processo per il secondo femminicidio a Malaga, 48enne italiano nega la premeditazione. Rischia 50 anni
Ha già confessato un femminicidio, ma ora nega di aver pianificato il secondo. È iniziato davanti alla giuria popolare di Malaga il processo a Marco Gaio Romeo, 48 anni, originario di Nettuno, accusato di aver ucciso la compagna Paula il 17 maggio 2023 nell’appartamento in cui vivevano a Torremolinos, sulla Costa del Sol. Durante la prima udienza l’imputato ha respinto l’accusa di omicidio premeditato sostenendo di aver agito per legittima difesa. La Procura spagnola ricostruisce però un quadro molto diverso: secondo gli investigatori l’uomo non avrebbe accettato la fine della relazione con la giovane, 28 anni, madre di tre figli, uno dei quali nato dalla loro unione. Per i due delitti rischia 50 anni di carcere. Per l’accusa, il rapporto tra i due – durato circa tre anni – sarebbe stato segnato da violenze e da un controllo costante da parte dell’uomo. Paula avrebbe progressivamente ridotto i contatti con familiari e amici, mostrando talvolta lividi che spiegava come cadute accidentali. Gli inquirenti sostengono inoltre che Romeo le impedisse di lavorare, di avere un telefono personale e persino di recarsi dal ginecologo durante la gravidanza. Nel tentativo di dimostrare la premeditazione, il pubblico ministero ha ricostruito gli ultimi giorni prima dell’omicidio. Il 10 maggio 2023 Romeo avrebbe sottratto dal ristorante dove lavorava un coltello da cucina con una lama lunga oltre 31 centimetri. Una settimana dopo avrebbe attirato la compagna nell’appartamento con il pretesto di lasciare la casa. In quegli stessi giorni emergeva che erano di Sibora Gagani – la fidanzata precedente – i resti saponificati trovati in una intercapedine dell’appartamento. Secondo l’accusa, quando Paula è entrata nell’abitazione sarebbe stata colpita con 14 coltellate e con altri due fendenti alla schiena, uno dei quali mortale, mentre tentava di fuggire. Dopo l’aggressione l’uomo si sarebbe lavato e cambiato, cercando poi di allontanarsi. È stato fermato poco dopo da una pattuglia della polizia locale mentre tentava di forzare una porta all’interno di un complesso residenziale. La Procura ha chiesto per Romeo una condanna a 28 anni di carcere, oltre a un risarcimento di 700mila euro per i familiari della vittima e alla revoca della patria potestà sul figlio nato dalla relazione con Paula, oggi affidato ai servizi sociali dell’Andalusia insieme ai fratelli. Sul 48enne pesa però anche l’altra accusa di femminicidio. Gli investigatori ritengono infatti che sia responsabile dell’omicidio della precedente compagna, 22enne di origini albanesi con cui si era trasferito in Spagna da Nettuno. La giovane era scomparsa nell’estate del 2014. Il suo corpo è stato appunto ritrovato solo dopo l’arresto per l’omicidio di Paula: Romeo aveva indicato agli investigatori il punto in cui lo aveva nascosto. In seguito l’imputato ha ritrattato quella confessione. Per quel delitto l’uomo dovrà affrontare un secondo processo, per il quale la Procura ha chiesto una condanna a 22 anni di carcere. Intanto il dibattimento per l’omicidio di Paula proseguirà nei prossimi giorni con l’ascolto dei testimoni e degli investigatori davanti alla giuria popolare. L'articolo A processo per il secondo femminicidio a Malaga, 48enne italiano nega la premeditazione. Rischia 50 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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8 marzo, le occasioni mancate del governo Meloni per le donne: congedo parentale, ddl Stupro, caregiver e prevenzione della violenza
Congedo parentale paritario? Bocciato. Reato di femminicidio? Sì, per la prima volta. Ma senza soldi per la prevenzione. La legislazione contro le violenze sessuali? Via il concetto di consenso, solo perché la Lega ha puntato i piedi. Difficile parlare di diritti, mentre il mondo è sotto le bombe. Ma nel giorno in cui la politica dedicherà slogan per celebrare le donne e le loro conquiste, ripercorriamo alcune delle occasioni perse del governo Meloni (e del Parlamento) per rendere l’Italia più equa e abbattere le discriminazioni. Via le consigliere di parità Che sia una coincidenza temporale sfortunata o un atto consapevole, resta il fatto che alla vigilia dell’8 marzo è stato depositato in Parlamento un decreto legislativo che abolisce le consigliere regionali di parità. Di cosa si tratta? Sono un organismo presente sui territori, punto di riferimento per la segnalazione delle discriminazioni sul lavoro che subiscono le donne. Funzionano? Non sempre e molto avrebbe dovuto essere fatto per aumentarne poteri e competenze. La soluzione del governo Meloni, recependo due direttive Ue, è quello di abolirle per creare un’unica struttura ministeriale a Roma. “Ma ci saranno anche nuove sezioni che subentreranno alle consigliere e che saranno coordinate dall’organismo”, è corsa a spiegare la consigliera Filomena D’Antini. Il primo atto rimane la fine di un’esperienza che, seppur lacunosa, esisteva. “Una scelta sbagliata”, ha protestato il Pd. Congedo paritario? Neanche discusso Lo schiaffo più recente è del 24 febbraio scorso. L’Aula della Camera con 137 voti a favore e 117 contrari ha votato la soppressione della proposta di introduzione di congedo parentale paritario. La motivazione ufficiale? La Ragioneria ha detto che mancano le coperture per andare avanti. Vero, ma quando si è chiesto più tempo per riuscire a trovarle, dalla maggioranza hanno fatto muro. Meglio liquidare in fretta una delle iniziative che avrebbe allineato l’Italia agli altri Paesi europei. La pdl unitaria delle opposizioni prevedeva l’introduzione di cinque mesi di congedo retribuito dopo la maternità anche per i padri, quindi al 100% della retribuzione anche se non sposati o se partite Iva: una rivoluzione. Che non è mai stata neanche discussa. “A che serve una premier donna che non migliora le condizioni delle altre?”, ha detto Elly Schlein. Meloni non solo non ha replicato, ma non ha detto una parola a tal proposito. Ddl Stupro stravolto A novembre scorso, per un attimo, le strade e le intenzioni di Schlein e Meloni si erano incrociate. L’occasione era perfetta: vigilia della giornata contro la violenza sulle donne, disegno di legge approvato all’unanimità per modificare il reato di violenza sessuale inserendo il concetto di consenso “libero e attuale”. Ovvero, arrivando a punire chiunque faccia commettere atti sessuali “senza il consenso”. Una definizione che segue quanto chiesto dall’Europa e dalla Convenzione di Istanbul e che si allinea ad altri Paesi come la Spagna e la Francia. Il Parlamento? Da sinistra a destra, sembravano tutti d’accordo. Addirittura, una telefonata tra la leader Pd e la presidente del Consiglio in persona aveva benedetto l’intesa. Poi, il 25 novembre, lo stop improvviso dopo un primo via libera di Montecitorio. A mettersi di traverso è stata Giulia Bongiorno, relatrice leghista a Palazzo Madama del testo e presidente della commissione Giustizia. Lei si è presa la responsabilità di bloccarlo e la nuova riformulazione svuota completamente il testo della proposta di legge: sparisce il concetto di consenso e si parla piuttosto di punire gli atti fatti commettere “quando è stato espresso dissenso”. Un ribaltamento della prospettiva che toglie ogni significato al provvedimento. Meloni cosa ne pensa? Non ha mai più detto una parola in proposito, salvo lasciare che l’intervento fosse stralciato. Reato di femminicidio, ma senza fondi per la prevenzione Sulla violenza contro le donne, la presidente del Consiglio ha fatto un passo nella direzione di quanto detto e richiesto dalle associazioni. E dalla stessa Convenzione di Istanbul. Il suo governo e la sua maggioranza hanno votato, a luglio 2025, per l’introduzione del reato di femminicidio. Nonostante tra le file della destra più volte fosse stato (e sia tuttora) messa in discussione la specificità del fenomeno, è stata proprio la premier Fdi ha richiedere un cambio di prospettiva istituzionale riconoscendo l’esistenza del reato. Ma se il passo verso l’ammissione di un fenomeno è stato fatto, manca il resto. Il provvedimento, infatti, prevedeva il potenziamento di campagne di prevenzione e formazione. Peccato che, non sia mai stato accompagnato dallo stanziamento di risorse ad hoc. Quindi ora il reato c’è, esiste e nessuno può contestarlo. Ma ci si ferma alla punizione, senza lavorare su quanto si deve fare prima. Educazione sessuale a certe condizioni Se i soldi per la prevenzione nessuno vuole metterli, ancora più difficile è il capitolo dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. L’Italia è uno dei pochi Paesi che ancora non ce l’ha come materia obbligatoria e, anzi, che vuole limitarla. La mossa porta la firma del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: il suo ddl in proposito ha avuto il primo via libera dalla Camera e prevede il divieto nelle scuole primarie e la possibilità di fare corsi nella secondaria solo previo consenso dei genitori. Il paradosso? Prima di invitare esterni che parlino nelle classi era già previsto il coinvolgimento delle famiglie. Ora, con l’intervento del ministro in chiave restrittiva, scatta l’autocensura di presidi e docenti che, prima di proporre corsi di educazione sessuale, ci penseranno più di una volta. E a restare indietro saranno gli studenti e le studentesse, condannati a cercare risposte dove non è detto che tutti abbiano la stessa possibilità di trovarle (casa in primis). Caregiver dimenticate Altra occasione mancata per le donne in Italia è quella del ddl Caregiver. Approvato dal consiglio dei ministri, porta la firma della ministra per la disabilità Alessandra Locatelli. E ha fatto precipitare nello sconforto le associazioni che aspettavano da anni un intervento legislativo. Innanzitutto, non viene riconosciuta la figura del caregiver familiare come lavoratore (una petizione lanciata su IoScelgo ha quasi raggiunto le 10mila firme). Inoltre, l’intervento, se approvato da Camera e Senato, aiuterà una piccolissima platea: massimo 1200 euro trimestrali per chi assiste una persona con disabilità grave per almeno 91 ore settimanali (13 ore al giorno), ma solo se ha un limite reddituale di 3mila euro anni e un Isee familiare sotto i 15mila. Ovvero parliamo di 10 euro al giorno per qualcuno che a malapena riuscirà a lavorare e ancora meno a sopravvivere. In Italia ci sono tra i 7 e gli 8 milioni di caregiver familiari. L’80 per cento, dicono le statistiche, sono donne. Per questo, ancora una volta, è un’occasione mancata per sostenere chi lavora a fianco dei familiari e si fa carico di tutto senza poter avere un lavoro. Aiuti, ma solo per le mamme e solo se hanno più di due figli A creare problemi non sono solo le occasioni mancate, ma anche gli interventi fatti quando vengono stanziate delle risorse. Basta tornare all’ultima manovra finanziaria: Meloni e il suo governo hanno deciso di aiutare le mamme lavoratrici incrementando il bonus. Per ottenerlo bisogna avere almeno due figli di non più di 10 anni e un reddito da lavoro che non superi i 40mila euro annui. Se i figli sono tre, allora possono avere fino a 18 anni. E di quanto è cresciuto l’aiuto? Da 40 a 60 euro mensili, nonostante inizialmente si fosse promesso un raddoppio. Cifre irrisorie per chi ha figli che difficilmente possono stare a casa da soli mentre una mamma lavora. Le mamme che hanno tre figli under 18 beneficiano poi di un’altra misura: nell’ultima legge di bilancio è stato inserito anche l’esonero contributivo per le lavoratrici a tempo indeterminato per un massimo di 3mila euro l’anno. Questo va ad aggiungerci alle misure strutturali dell’assegno unico e bonus asili nido, che variano a seconda di Isee e numero di figli. Misure messe in piedi per aumentare la natalità e che finora si sono rivelate insufficienti. E che guardano solo alle donne con figli. Per le altre, bisogna aspettare ancora. Ma oggi, sicuramente, avrà tante belle parole da spendere per l’8 marzo. L'articolo 8 marzo, le occasioni mancate del governo Meloni per le donne: congedo parentale, ddl Stupro, caregiver e prevenzione della violenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Abusi sessuali sulle atlete minorenni”: arrestato istruttore di tennis genovese
Palpeggiava le giovani atlete, toccandole durante gli esercizi o colpendole con la racchetta. In alcuni casi, avrebbe condotto le piccole in un capanno adiacente ai campi da gioco, costringendole a sedersi sulle sue gambe. Le avrebbe anche costrette a baciarlo e non avrebbe fatto mancare pesanti allusioni verbali, come la frase emblematica: “Dammi un bacio, non vuoi? Te lo do io”. Con queste accuse, un istruttore di tennis genovese di 64 anni è finito agli arresti domiciliari su ordine della giudice per l’udienza preliminare Elisa Scorza: deve rispondere di violenza sessuale aggravata su diverse allieve minorenni. L’inchiesta, secondo la Procura di Genova, ha portato alla luce un sistematico quadro di molestie che si sarebbero consumate sia durante le sessioni di allenamento sia nei momenti immediatamente successivi. L’indagine è scattata nel febbraio 2025, dopo la denuncia presentata dal padre di una vittima che, all’epoca dell’inizio degli abusi, aveva solo 11 anni. La bambina era riuscita a confidarsi inizialmente con un’estetista durante una seduta domiciliare: la professionista ha poi riferito il racconto alla famiglia. Le testimonianze – secondo i carabinieri di Arenzano – hanno confermato un modus operandi ripetitivo: i racconti delle altre allieve collimano tra loro, delineando uno scenario di abusi reiterati per anni. Il pm, valutati i gravi indizi di colpevolezza e il rischio di reiterazione del reato, ha chiesto e ottenuto la misura cautelare dei domiciliari per il 64enne. L'articolo “Abusi sessuali sulle atlete minorenni”: arrestato istruttore di tennis genovese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Arbitra minorenne presa a schiaffi e pugni, l’Aia: “Superato ogni limite di civiltà sportiva e umana”
“L’Associazione Italiana Arbitri esprime profondo sdegno e indignazione per il gravissimo episodio di violenza avvenuto durante una gara di un campionato giovanile, nel quale è stata aggredita un arbitro donna di soli 17 anni“. Un episodio spregevole, l’ennesimo che riguarda giovani arbitri in contesti di calcio giovanile, nella maggior parte dilettantistico. È successo nel sud della Sardegna, dove un dirigente ha colpito una giovane arbitra con due schiaffi al volto e, mentre la ragazza arretrava, anche con un pugno. L’aggressione ha provocato lesioni personali certificate dal referto di una struttura sanitaria pubblica, con una prognosi di 45 giorni. Stordita e scossa per quanto accaduto, la giovane direttrice di gara ha deciso di interrompere immediatamente la partita. Il dirigente è stato squalificato per 5 anni. “Colpire un arbitro rappresenta sempre un fatto gravissimo. Farlo nei confronti di una ragazza di 17 anni impegnata a dirigere una gara giovanile supera ogni limite di civiltà sportiva e umana”, prosegue la dura nota dell’Aia, che ha deciso di prendere ufficialmente posizione dopo l’ennesimo episodio di violenza verso gli arbitri. “È inaccettabile che chi ricopre un ruolo educativo e di responsabilità nel mondo dello sport si renda protagonista di un gesto tanto vile quanto violento. Ancora più grave è che un episodio di questo tipo si verifichi su un campo di calcio giovanile, che dovrebbe essere innanzitutto luogo di formazione, rispetto e crescita”. La situazione nel corso del match in questione è degenerata nella ripresa, quando uno dei dirigenti di una delle due squadre, presente in campo anche nel ruolo di assistente di parte, ha iniziato a protestare animatamente per la mancata concessione di una rimessa laterale. L’arbitra ha deciso di ammonire l’uomo, che però ha continuato a protestare. Di fronte alle ulteriori contestazioni e agli insulti, la direttrice di gara ha estratto il cartellino rosso. “Non è più tollerabile assistere a episodi di violenza contro gli ufficiali di gara, soprattutto quando a subirli sono giovani arbitri“, scrive l’Aia. “L’Associazione Italiana Arbitri chiede che fatti di tale gravità vengano perseguiti e sanzionati con la massima severità e che l’intero movimento calcistico, in tutte le sue componenti, assuma una posizione chiara e inequivocabile: la violenza non può e non deve trovare spazio nei nostri campi”. Non è la prima volta che accadono episodi del genere: “La violenza nei confronti degli ufficiali di gara rappresenta infatti una vera e propria piaga per il nostro movimento sportivo e si pone in aperta contraddizione con i principi di lealtà, rispetto e correttezza che costituiscono il fondamento dello sport e dell’attività calcistica”, ha dichiarato l’Associazione Italia Arbitri. “L’esempio deve partire proprio da chi ricopre ruoli di responsabilità. Dirigenti, allenatori, genitori e pubblico sugli spalti sono chiamati a promuovere e difendere i valori dello sport, contribuendo a creare un ambiente educativo e sano, nel quale il calcio possa tornare ad essere un luogo di crescita, formazione e rispetto reciproco”. L'articolo Arbitra minorenne presa a schiaffi e pugni, l’Aia: “Superato ogni limite di civiltà sportiva e umana” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sardegna
“Mascolinità tossica”: due ricerche internazionali denunciano il ritorno a modelli misogini e sessisti
A ridosso dell’8 marzo, due ricerche internazionali suonano il campanello d’allarme: se negli ultimi anni sembravano essersi aperti spiragli importanti sul fronte dei diritti delle donne – dall’onda lunga del movimento #MeToo fino all’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione francese – nuovi dati suggeriscono che, non solo la battaglia culturale non è vinta, ma che in alcuni casi sembra anzi di arretrare, con il ritorno massiccio degli stereotipi di genere e l’emergere di nuove forme di “mascolinità tossica”. Nel Regno Unito, la vasta ricerca condotta da Ipsos e dal Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra su 23.000 persone in 29 paesi, pubblicata giovedì scorso, mostra come i giovani uomini esprimano visioni più tradizionali sui ruoli di genere rispetto alle generazioni precedenti. Secondo lo studio, quasi un terzo dei ragazzi della Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) ritiene che una moglie debba obbedire al marito e il 33% pensa che l’ultima parola nelle decisioni importanti spetti all’uomo. Una quota più che doppia rispetto agli uomini della generazione dei baby boomer (nati tra il 1945 e il 1964), tra i quali solo il 13% condivide questa visione. La stessa tendenza emerge su altri aspetti: il 24% dei giovani uomini ritiene che le donne non dovrebbero apparire troppo indipendenti o autosufficienti (contro il 12% dei baby boomer), e il 21% pensa che una “vera donna” non dovrebbe mai prendere l’iniziativa nelle relazioni sessuali (contro il 7% dei baby boomer). Allo stesso tempo, il 59% dei ragazzi della Gen Z sostiene che oggi agli uomini venga chiesto uno sforzo eccessivo per favorire l’uguaglianza tra uomini e donne (contro il 45% dei baby boomer). In Francia, il Baromètre 2026 realizzato da Omnicom Media France per la Fondation des Femmes, pubblicata lunedì scorso, fotografa un altro aspetto della stessa problematica. Il 32% delle persone intervistate ritiene che, in materia di parità di diritti, la condizione delle donne sia peggiorata negli ultimi cinque anni: un balzo di 22 punti rispetto all’anno precedente. Quasi un quarto degli intervistati pensa inoltre che, sullo stesso periodo, i diritti delle donne siano stati rimessi in discussione, una percezione in aumento soprattutto tra i più giovani, i 18-24 anni (+12% in un anno). Le principali preoccupazioni restano le violenze. Per il 63% degli intervistati le violenze sessuali e quelle domestiche rappresentano il problema più urgente, seguite dalle molestie sessuali, in forte crescita (57%, +7 punti), con un aumento particolarmente marcato tra i giovani. Allo stesso tempo cala la fiducia nelle istituzioni: la fiducia nel governo nella lotta contro le violenze scende al 29% (-5 punti), quella nella polizia al 52% (-8) e nella giustizia al 44% (-2). Sempre più spesso in Francia si sente parlare di “masculinisme”, inteso come modello culturale misogino e antifemminista radicale che mette in discussione le politiche di parità, legittima una gerarchia tra uomini e donne e banalizza la violenza di genere. Per la prima volta, il rapporto 2026 dell’Alto Consiglio per la parità, pubblicato a gennaio, parla esplicitamente di “minaccia mascolinista” in Francia: il “mascolinismo”, si legge, è “una minaccia per l’ordine pubblico e una sfida per la sicurezza nazionale”. Secondo il rapporto, circa 10 milioni degli over 15 in Francia — il 17% della popolazione — aderiscono a forme di “sessismo ostile”, mentre più di 12 milioni condividono forme di “sessismo paternalista”. L’Alto Consiglio considera che il fenomeno sia amplificato dai social, definiti come “spazi di cristallizzazione e amplificazione delle discriminazioni e delle violenze sulle donne e le minoranze di genere”. L’84% delle vittime di cyber sessismo è donna. È in questo ecosistema che si inserisce anche la galassia degli incel — acronimo di involuntary celibates – , comunità online di uomini che attribuiscono alle donne la responsabilità della propria frustrazione sentimentale. Il tema è entrato anche nel dibattito politico quando il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, facendo eco al rapporto dell’Alto Consiglio, ha denunciato a sua volta la “minaccia mascolinista senza complessi” presente nel Paese. A fine gennaio, decine di chiamate “ostili e coordinate” hanno saturato il numero 3919, la linea nazionale di ascolto per le donne vittime di violenza. Attacchi che, secondo il ministro, rientrano in una strategia di intimidazione contro le politiche di uguaglianza e contro le associazioni femministe. L'articolo “Mascolinità tossica”: due ricerche internazionali denunciano il ritorno a modelli misogini e sessisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Molestie al Teatro Due: la città di Parma ha scelto di tacere, ma verrà l’8 marzo anche qui
Verrà l’8 marzo e a Parma, più che altrove, sarà dovere di calendario: festa della donna, tacere e seppellire. È mimosa d’ordinanza. Episodi recenti lo consigliano: settembre 2025, il Tribunale del Lavoro condanna Teatro Due e regista perché il primo avrebbe dovuto denunciare quello che faceva l’altro. Copioni omertosi, maschere e trucco, recitazioni e metafore in una città che debutta e matura carriere del consenso: molestie e violenze ripetute negli anni, decine di attrici sfogano rabbia di una solidarietà ritrovata grazie a due tra loro (Stecchetti e Ombrato) che hanno sfidato il silenzio e hanno denunciato. E’ la città emiliano-parigina in cui tutti sapevano, e sanno, qualcosa di troppo, dove schifiamo Epstein ma il sudiciume di casa è profumo in ampolla. Parma, città verdiana, cosce di maiale e formaggio grana, eccellenze da mangiare e ingoiare. Come un rospo. La cittadinanza, salvo pochissimi, digerisce tutto e chi digerisce si gusta il quieto vivere di non schierarsi per carriera ruffiana o compromesso. Alla Casa delle Donne di Parma, unica realtà che coinvolge e sprona alla partecipazione, l’ostinazione di non far calare il sipario su quello spettacolo inguardabile che s’è consumato per anni e che in pochi mesi troppa città finge di non sapere – come è uso fare nelle famiglie bene – che fa buon viso a cattive corna o continua a frequentarsi la domenica mattina per una benedizione popolare. C’è anche chi ha scritto una lettera in solidarietà ai condannati: legittimo farlo, come il dubbio di pensare che ognuno sceglie dove gli conviene stare. La città rimbalza sulle chat la vergogna di quanto accaduto, l’Amministrazione Comunale sceglie la morbidezza della diplomazia, l’indignazione può attendere: le violenze consumate o subite raccomandano a voci complici di tacere. Come chi sta a guardare. Intanto le opposizioni politiche fanno la parte della maggioranza, cavalcando una battaglia che dovrebbe essere della Giunta attuale; ma il Comune di Parma è nel CdA di Teatro Due, gatta da pelare, ma è del maiale che non si butta via niente. Siamo terra di salumi e formaggi, di grandi abbuffate, di tavolate da record. Tutto si mangia e, dopo qualche ora di intestino, alla scena del crimine basta uno sciacquone. Nulla si crea né si distrugge: ma si censura. L'articolo Molestie al Teatro Due: la città di Parma ha scelto di tacere, ma verrà l’8 marzo anche qui proviene da Il Fatto Quotidiano.
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