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Famiglia nel bosco, La Russa riceverà in Senato i genitori poco dopo il referendum. Pd e M5s: “Becera propaganda”
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori della cosiddetta “famiglia del bosco“, saranno ricevuti mercoledì 25 marzo al Senato dal presidente Ignazio La Russa. Mentre si fa sempre più concreto il possibile affidamento dei tre bambini al padre, con il trasferimento nella nuova casa pronta ad accogliere la famiglia, la vicenda si fa sempre più politica. Dopo le prese di posizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni (che ha puntato il dito contro i giudici) l’invio degli ispettori da parte del ministro della Giustizia, in piena campagna elettorale per il referendum sulla giustizia, a muoversi è la seconda carica della Stato. Una decisione che ha immediatamente provocato la reazione di Pd e M5s che parlano di “strumentalizzazione” e “operazione di becera propaganda”. Ad anticipare la notizia dell’incontro tra i genitori e La Russa è stato il quotidiano Il Centro, poi confermata da fonti vicine alla famiglia. Secondo quanto si apprende, la coppia sarebbe stata invitata direttamente dal presidente del Senato. Inizialmente la data che circolava era quella di mercoledì 18 marzo, a pochi giorni dal voto per il referendum. E la notizia ha provocato le critiche dalle opposizioni. Di “ennesima operazione di becera propaganda costruita sfruttando una vicenda che fa presa sull’opinione pubblica”, ha parlato la senatrice M5s Alessandra Maiorino. La parlamentare ricorda che questa storia “non c’entra assolutamente nulla con la scellerata riforma portata avanti dalla maggioranza, che vuole smantellare pezzo dopo pezzo la nostra Costituzione”. “Non si tratta di tutela di minori, ma è solo teatro politico“. Sulla stessa linea i commenti dei parlamentari del Pd. La senatrice dem Sandra Zampa , definendo quella di La Russa una “strumentalizzazione”, ha dichiarato di essere “profondamente indignata e dispiaciuta nell’assistere alla deriva autoritaria e populista delle istituzioni italiane e di vederle così mal rappresentate agli occhi degli italiani”. “Ancora una volta La Russa interpreta il suo ruolo con faziosità e scarso rispetto per le istituzioni”, aggiunge il senatore Pd Walter Verini, intervistato da Radio Popolare: “Tutti – aggiunge – abbiamo davvero profondo rispetto per la tragedia emotiva che stanno vivendo i bambini Travallion e la sua famiglia. Proprio per questo mai e poi mai avremmo pensato che qualcuno – l’altro ieri la presidente del Consiglio, ieri il ministro Salvini, oggi addirittura la seconda carica dello Stato, domani Nordio con gli ispettori – avesse usato la vicenda per bassi scopi elettorali in vista del referendum”. Poche ore dopo a confermare l’incontro è stato lo stesso La Russa sottolineando però che avverrà mercoledì 25 marzo. “La notizia la do e la confermo ora: vedrò i genitori degli sfortunati bambini della vicenda del bosco mercoledì prossimo con buona pace delle polemiche inutili“, ha detto il presidente del Senato in un video dopo le polemiche. Nel filmato La Russa aggiunge: “Mi sono divertito molto a leggere una polemica su una non notizia. Diversi esponenti – dico diversi esponenti della sinistra, alcuni noti, alcuni a me non noti – hanno ritenuto di polemizzare sulla base di una notizia del quotidiano Il Centro che dava con una certa rilevanza l’informazione che avrei incontrato un mercoledì, senza precisare la data, i genitori degli sfortunati bambini della cosiddetta famiglia del bosco che è su tutti i giornali. È esattamente vero che ho espresso alla famiglia la mia solidarietà, dice il giornale ed è vero che su questo tema sono stato sempre molto moderato. È esattamente vero che li vedrò ma non questo mercoledì, perché come tutti sanno questo mercoledì non c’è aula, non sarò a Roma e sono come tutti in attesa della data referendaria anche volendo per fare campagna referendaria”. E conclude: “Ma la cosa che mi ha veramente stupito è l’acrimonia per un’eventuale visita, adesso come in un’altra data, quasi che il presidente del Senato debba chiedere scusa o addirittura il permesso ai loro signori per incontrare privatamente chi ritiene. Se ne facciano una ragione”. L'articolo Famiglia nel bosco, La Russa riceverà in Senato i genitori poco dopo il referendum. Pd e M5s: “Becera propaganda” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Urso: “Renzi si inginocchiò a Rouhani”. Bagarre in Aula, Ronzulli a leader Iv: “Tira i calci sotto il banco come i bambini?”
Una gazzarra davanti agli studenti di una scuola di Morbegno, arrivati al Senato per seguire i lavori parlamentari. È quella che si scatenata durante il question time tra il ministro Adolfo Urso e Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, durante il suo intervento, aveva denunciato che Urso nel 2016 “non faceva il parlamentare, ma aveva una società che si occupava di investimenti in Iran, faceva l’amico degli iraniani: lo definì ‘amico dell’Iran’ Matteo Salvini, non io”. Da qui l’accusa di occuparsi del governo iraniano, e non dell’Italia. Urso aspetta che il suo microfono sia di nuovo acceso e, anziché rispondere all’interrogazione successiva del senatore Nave del M5S, invita gli studenti in tribuna a cercare su Internet le parole “Renzi e Rouhani”, l’ex presidente iraniano, e scandisce: “Colui che parlava prima è lo stesso che si inginocchiò a Rouhani al Campidoglio”. Scatta subito l’alt di Licia Ronzulli che sta presiedendo l’Aula, e che stoppa il ministro ricordandogli di essere ‘fuori tema’. Urso prova ad andare avanti e la senatrice di Forza Italia gli intima che “non può interloquire” con il senatore. Un istante dopo i ‘renziani’, e non solo, protestano – dalla diretta tv si sente anche la voce di Renzi ma la telecamera è sulla vicepresidente – e Ronzulli reagisce a tono: “Non serve il coro da stadio, non serve che protestate, so presiedere. Senatore Renzi, sta dando calci sotto al tavolo come fanno i bambini? L’ho appena detto che il ministro che non può interloquire”. L'articolo Urso: “Renzi si inginocchiò a Rouhani”. Bagarre in Aula, Ronzulli a leader Iv: “Tira i calci sotto il banco come i bambini?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nicita: “L’insulto di La Russa? Le scuse vanno chieste in Aula e a tutti, è un problema di esempio istituzionale”
“Ieri non mi ero accorto di quanto detto da La Russa, me lo hanno fatto notare dei colleghi e poi anche mio figlio 18enne“. Il senatore Pd Antonio Nicita spiega così, a Un Giorno da Pecora su Rai Radio1, com’è venuto a conoscenza di quel fuorionda del presidente del Senato. Il fatto è avvenuto giovedì scorso, al termine dell’intervento a Palazzo Madama di Ettore Licheri del M5s, ma il video è stato diffuso ieri. “Come si chiama quel coglione che continua a urlare?”, sono le parole pronunciate da Ignazio La Russa riferendosi all’esponente dem. Una frase che ho provocato le critiche di diversi esponenti politici contro la seconda carica dello Stato. “Quello che penso io è che” quelle parole, commenta Licheri, “non siano stata un’offesa personale, in quel caso si chiede scusa e si va avanti. Io penso che come ha apostrofato me poteva farlo con chiunque e il fatto che sia avvenuto a microfoni spenti è ancora più grave. Le scuse vanno chieste in Aula a tutti, è un problema di esempio di comportamento istituzionale”, ha detto Nicita. Poche ore dopo, infatti, il portavoce di La Russa da fatto sapere che il presidente del Senato ha cercato in giornata il senatore Nicita senza trovarlo, ha quindi parlato con il capogruppo dem Francesco Boccia, chiarendo che l’esponente Fdi ha presentato le sue scuse e si è detto dispiaciuto. Il portavoce ha proseguito sottolineando come la frase pronunciata dal presidente era un borbottio rivolto a se stesso intercettato da un microfono. “Mi ha cercato ma io ero in Aula e non ho potuto rispondere“, ha spiegato oggi Licheri. Il senatore Pd racconta anche che tra i primi a girargli il video è stato il figlio: “Scherzando mi ha detto: ‘vedi papà, se ne sono accorti tutti’. Stamattina però ha visto la mia replica e mi ha detto ‘sei stato molto bravo’, cosa che mi ha fatto commuovere”, ha sottolineato Nicita aggiungendo che “nessuno del centrodestra” gli ha scritto per scusarsi. L'articolo Nicita: “L’insulto di La Russa? Le scuse vanno chieste in Aula e a tutti, è un problema di esempio istituzionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva, Urso parla al Senato ma l’aula è deserta: solo 30 parlamentari presenti, appena 9 della maggioranza
È una delle vertenze italiane più importanti, non fosse altro perché coinvolge circa 20mila lavoratori tra diretti e indiretti oltre a rappresentare l’industria chiave per intere filiere che vivono di acciaio. Eppure, nonostante il momento critico, in Parlamento sembra non interessare a molti. Anzi, a nessuno o giù di lì. Quando giovedì mattina il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è arrivato al Senato per la sua informativa su Ilva, l’aula di Palazzo Madama era pressoché deserta. Gli scranni sono rimasti quasi vuoti in ogni area dell’emiciclo. Erano presenti una trentina di parlamentari, appena 9 della maggioranza. Solo due di Fratelli d’Italia, il partito del ministro. A documentare lo scenario è stato il senatore del Pd Filippo Sensi con uno scatto postato sui suoi social: “Giovedì mattina. Non sabato. Informativa del ministro Urso. Su Ilva. Non un nonnulla – ha scritto – Due senatori due di Fratelli d’Italia ad ascoltare il ministro, peraltro del loro partito. Gli altri avranno judo. O c’è il referendum. Non so. Nove senatori della maggioranza in tutto in aula. Sarebbero centoventi”. Come detto, la partecipazione è scarsa anche tra gli scranni dell’opposizione. Dove, oltre a Sensi, sedevano una ventina di senatori, tra i quali Marco Lombardo e Annarita Furlan, rispettivamente di Azione e Italia Viva. Una scena desolante, nonostante a fine agosto dello scorso anno il fronte parlamentare sia stato investito del problema anche dai sindacati con un incontro apposito. E proprio i metalmeccanici si sono fatti sentire: “Il vuoto di questa foto è un danno per i lavoratori ma anche per la democrazia. Noi non ci arrendiamo”, ha scritto sui suoi social il segretario generale della Fiom Michele De Palma rilanciando la foto di Sensi. “La Repubblica fondata sul lavoro? In Senato il ministro Urso parla della più grande vertenza europea: l’ex Ilva. Ne parla dopo due morti in fabbrica. Ne parla mentre tutto sta collassando. Non sono un populista, so che ci sono momenti in cui i parlamentari sono a fare altre cose importanti ma oggi si discuteva di Ilva. La democrazia è svuotata. Tocca ai lavoratori riempirla. Noi non ci fermiamo per la salute, l’occupazione, la decarbonizzazione”, ha continuato De Palma definendo “inaccettabile che tutte le forze politiche lascino i banchi vuoti”. Tra l’altro, l’informativa di Urso arriva in un momento delicatissimo per l’acciaieria, ferma a 2 milioni di tonnellate di acciaio prodotte. Il governo ha urgenza di uscire dalla gestione commissariale decisa da Urso, altrimenti la Commissione Europea non darà l’ok al prestito ponte da 369 milioni di euro. L’iniezione di soldi pubblici è vincolata alla vendita ed è vitale per il funzionamento della fabbrica, che perde oltre 50 milioni di euro al mese e attualmente ha 4.500 persone in cassa integrazione per tentare di limitare i costi di gestione. Proprio nelle scorse ore, come annunciato dal ministro in Aula, ha mostrato interesse verso il dossier il gigante indiano dell’acciaio Jindal. Ora spetterà ai commissari valutare la portata dell’offerta e compararla con quella di Flacks Group, con il quale il governo sta negoziando in esclusiva tra mille dubbi legati alla solidità finanziaria del gruppo e sulla capacità industriale di un gruppo che non ha mai operato nel campo della siderurgia. L'articolo Ilva, Urso parla al Senato ma l’aula è deserta: solo 30 parlamentari presenti, appena 9 della maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Meloni in Senato, nuovo attacco ai giudici sui migranti in Albania: maggioranza in piedi ad applaudirla
Sono “decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buonsenso”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente, criticando la revoca dei trasferimenti nei cpr in Albania, come “nel recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo, e violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale”. Applausi dei parlamentari del centrodestra, tutti in piedi, a Palazzo Madama. Proteste invece nella parte opposta dell’emiciclo coi senatori che hanno scosso la testa in segno di dissenso. L'articolo Meloni in Senato, nuovo attacco ai giudici sui migranti in Albania: maggioranza in piedi ad applaudirla proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La proroga dell’invio di armi all’Ucraina è legge: sì alla fiducia anche in Senato. M5s: “Maggioranza incoerente”
La proroga per un altro anno dell’invio di armi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina è legge. Il Senato ha, infatti, approvato – con 106 voti favorevoli, 57 contrari e due astenuti – la conversione definitiva del decreto. Anche questa volta, come avvenuto alla Camera, il governo ha posto la fiducia. Una decisione non dovuta a implicazioni politiche come nel caso di Montecitorio, quando l’obiettivo è stato quello di disinnescare la sfida dei tre deputati vannacciani. A Palazzo Madama il generale non ha suoi sostenitori: la scelta di mettere la fiducia era finalizzata solo ad approvare il prima possibile il provvedimento e dare la possibilità ai senatori di partire in serata per il fine settimana, anche di campagna elettorale, evitando lo sciopero dei voli. Così al Senato hanno votato No tutte le opposizioni, non solo Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. Contrario anche il voto di Azione di Carlo Calenda, storicamente pro Kiev, così come Partito democratico e renziani che hanno sempre approvato il sostegno, anche militare, all’Ucraina, tranne nei casi di voto di fiducia. “Siamo stati costretti dalla fiducia”, hanno detto dai banchi dem accusando la maggioranza di aver blindato il testo “per coprire le vostre differenze e difficoltà“, ha spiegato Alessandro Alfieri del Pd. “Prima ancora delle cifre e delle strategie, c’è un tema politico enorme: l’incoerenza della maggioranza”, ha dichiara il senatore M5s, Bruno Marton, intervenendo in Aula. “Abbiamo assistito – ha aggiunto – all’ennesimo esercizio di memoria selettiva e doppi standard. Il senatore Balboni si è detto sorpreso che il generale Vannacci esprima posizioni simili a quelle del presidente Conte. Ma Vannacci è stato al governo con voi per tre anni. Non potete scaricare oggi ciò che ieri vi andava bene, siete ridicoli. Dalla maggioranza arrivano accuse di incoerenza al M5s. Ma sono quattro anni che diciamo ‘basta armi’ e votiamo coerentemente di conseguenza. Chi era contro la legge Fornero e poi ha alzato l’età pensionabile dovrebbe evitare lezioni di coerenza“, ha sottolineato Marton: “Ci dite che si sta sempre con l’aggredito e mai con l’invasore. E allora perché su altri scenari internazionali sostenete governi, come Israele, che occupano territori e violano il diritto internazionale? Non si può brandire la coerenza come un’arma retorica e poi applicarla a geometria variabile”, ha concluso l’esponente M5s. Il decreto proroga fino al 31 dicembre 2026 l’autorizzazione a cedere alle autorità ucraine mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari, “con priorità per quelli logistici, sanitari a uso civile” e di protezione dagli attacchi aerei e missilistici. Inoltre, disciplina il rinnovo dei permessi di soggiorno concessi per protezione speciale ai cittadini ucraini, fino al 4 marzo 2027, e per la sicurezza dei giornalisti freelance. Il provvedimento è stato approvato dalla Camera l’11 febbraio scorso, con il voto contrario dei tre deputati di Futuro Nazionale di Vannacci, favorevoli però alla fiducia. L'articolo La proroga dell’invio di armi all’Ucraina è legge: sì alla fiducia anche in Senato. M5s: “Maggioranza incoerente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Viaggio in Israele pagato dalla lobby Elnet: La Russa invitato alla Knesset tergiversa, nel frattempo blocca gli altri parlamentari
Ignazio La Russa, presidente del Senato, è stato invitato ad andare alla Knesset. Ma prima del suo viaggio, nessun senatore può andare in missione ufficiale. Ivan Scalfarotto, senatore di Italia viva, scalpita per rappresentare l’istituzione in Israele. Luigi Marattin, deputato, fondatore del partito Liberaldemocratico, un centrino tra i centrini, che da Israele è appena tornato, dice che dovremmo “essere tutti sionisti”. È pieno di risvolti il viaggio organizzato in Israele dall’1 al 4 febbraio e finanziato da Elnet Italia, branca italiana dell’European leadership network, fondato da ebrei statunitensi ed europei nel 2007 “quando l’Europa – si legge sul sito di Elnet-Us – sembrava volgersi contro Israele”. La Russa è stato invitato dal presidente della Knesset e dal ministro degli Esteri, quindi per ora “non è carino” mandare un parlamentare in missione per conto del Senato in Israele. Usano proprio l’espressione “non è carino” dallo staff del Presidente di Palazzo Madama per spiegare perché La Russa non abbia autorizzato Scalfarotto a partecipare al viaggio organizzato da Elnet in missione ufficiale. Ma a domanda diretta su quando La Russa accetterà l’invito, nessuna risposta. Perché poi il tema per lui è delicato: nel 2023 scelse di andare in Israele come primo viaggio ufficiale da seconda carica dello Stato, ma quando al Muro del Pianto gli chiesero se il fascismo fosse “il male assoluto” (come lo aveva definito Gianfranco Fini) glissò. Un bel conflitto quello tra le proprie radici e quelle di Israele. Fatto sta che con Elnet sono andati tre senatori: Elena Testor della Lega e Matteo Gelmetti e Bartolomeo Amidei di Fratelli d’Italia. Tutti però in visita privata, per così dire, non in missione per conto del Senato. D’altra parte, un parlamentare in missione è assente giustificato, ma da assente non giustificato quel che gli può succedere è solo che gli venga decurtata la diaria se non vota. “Il 7 ottobre ha cambiato la storia. Per questo è importante la diplomazia parlamentare”, dice Gelmetti al Fatto. Eppure, non ha neanche chiesto l’autorizzazione per partire in missione. “Non avevo titolo, non sono in Commissione Esteri, né in un gruppo di amicizia Italia-Israele”. Però, “mi interessa anche per la mia attività di imprenditore”, che non fa una piega ma non c’entra con una missione pubblica. Chi ha una posizione decisamente meno dubbiosa è proprio Scalfarotto. Che all’ultimo viaggio non ha partecipato, ma “non per paura” tiene a precisare. Voleva andare in missione per il Senato. È responsabile Esteri di Italia viva e questo sarebbe dovuto bastare come titolo. La Russa ha detto no e Scalfarotto non è partito. Non è andato neanche Luciano Nobili, consigliere regionale di Iv, che voleva andare con lui. Di certo, Scalfarotto non aveva un interesse secondario nel giro, visto che è nel Board di Elnet. L’ultima visita con l’organizzazione risale a qualche mese fa, quando lui stesso rivendicò il legame, dopo che Francesca Albanese l’aveva attaccato su X (era il 23 agosto): “Possibile che le posizioni del sen. @ivanscalfarotto siano influenzate dai suoi legami con Elnet, l’organizzazione ‘pro-Israele’ più influente d’Europa? Mesi fa, quando Israele aveva già sterminato 17mila+ bambini a Gaza e bloccava gli aiuti, lui cenava con Elnet a Gerusalemme”. E Scalfarotto: “Ho l’onore di sedere nel board di Elnet, insieme a fior di altre personalità peraltro ben più eminenti di me, in ragione delle mie posizioni. E le dirò, sono pure orgogliosamente parte di @SinistraXIsrael.” Sarà anche di sinistra Scalfarotto, qualsiasi cosa voglia dire, ma Elnet interloquisce pubblicamente anche con i più estremisti dell’establishment israeliano. Dal ministro degli Esteri Gideon Saar a Ohad Tal, membro di rilievo del Partito sionista religioso del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il più accanito sostenitore della colonizzazione che avanza in Cisgiordania, uno che non si è mai fatto scrupoli sulla necessità di togliere acqua ed elettricità alla popolazione di Gaza, tanto poi sostiene che “il popolo palestinese non esiste”. Scalfarotto è l’autore di uno dei disegni di legge sull’antisemitismo in Senato, testi da cui deve uscire una legge molto richiesta dalle Comunità ebraiche, specie quella romana. Nel testo di Scalfarotto si adotta la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) che, secondo alcune interpretazioni, consente di censurare o di limitare fortemente le critiche a Israele. E poi all’articolo 3 estende “il diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica” anche “in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”. Intanto sui social, dopo il viaggio in Israele, Marattin è sempre più scatenato, continua a insistere che i morti a Gaza non sono gli oltre 70 mila dichiarati dalle autorità locali di Hamas, mai smentiti neanche da Israele e anzi ora confermati in un briefing delle Israeli defense forces. Come se poi fossero pochi anche la metà. Se passa altro po’ di tempo lì finirà per parlare come Smotrich. 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La senatrice Vincenza Rando parla di Niscemi e si commuove in Aula: “Nata lì, non vi abbandoneremo”
“Sono nata a Niscemi e conosco tutto della mia città, conosco le cittadine e i cittadini che hanno perso tutto ai quali mando l’abbraccio più grande del mondo per dire che non saranno mai abbandonati”. Lo ha detto la senatrice Vincenza Rando commuovendosi in Aula al Senato intervenendo dopo l’informativa del ministro Nello Musumeci. “Niscemi è poesia, arte, musica, imprenditoria, terra coltivata da mani magiche, giovani che hanno deciso di restare” L'articolo La senatrice Vincenza Rando parla di Niscemi e si commuove in Aula: “Nata lì, non vi abbandoneremo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni
Nonostante la Camera avesse già dato il via libera all’unanimità e nonostante l’asse bipartisan tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, la destra – su spinta della Lega – ha modificato il testo del disegno di legge sulla violenza sessuale. La commissione Giustizia del Senato ha, infatti, votato per l’adozione del testo base proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e senatrice del Carroccio, nella nuova versione al centro di forti polemiche. La riformulazione aumenta le sanzioni, grazie all’ulteriore modifica presentata oggi dalla stessa Bongiorno, ma introduce la “volontà contraria” a un rapporto sessuale, al posto del “consenso libero e attuale“ che, se manca, definisce il reato di violenza. Va ricordato che l’introduzione esplicita del “consenso” è richiesta dalla convenzione di Istanbul e da tutte le associazioni che si battono per i diritti delle donne. A votare a favore tutti i partiti che sostengono il governo Meloni, mentre si sono espresse contro le opposizioni (Pd, M5s, Italia viva e Avs). “Anche la presidente della commissione Giustizia e relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, Giulia Bongiorno, ha votato e l’esito finale è di 12 voti favorevoli e 10 contrari“, rende noto la senatrice del Pd, Valeria Valente, al termine del voto. La riformulazione è ritenuta inaccettabile dalle opposizioni. “È una questione di merito e una questione di metodo. Nel merito, ancora una volta saranno le donne a dover dimostrare di aver subito violenza e ancora una volta possono non essere credute. Ed è una questione di metodo: c’era un patto tra la leader del maggior partito di opposizione, la segretaria del Pd Schlein, e la premier Meloni, un patto chiesto dalle donne per avere una legge più giusta e che non le renda vittime una seconda volta. Il patto è stato tradito per assecondare la peggiore cultura maschilista presente nella maggioranza, con la complicità proprio di due donne, Bongiorno e Meloni. Così sono state tradite ancora una volta tutte le donne”, attacca una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei deputati. “La presidente Bongiorno non si è attenuta alle intese che avevamo raggiunto: eravamo quasi giunti ad un testo condiviso e invece lei ha presentato un testo che stravolge tutto”, sottolinea la senatrice Ada Lopreiato del Movimento 5 stelle . “Si è rimangiata quanto detto anche fuori dalla commissione circa l’importanza del concetto di consenso. Parlare oggi di un ‘dissenso ammorbidito’ è dire tutt’altro”, aggiunge Lopreiato. Sulla stessa linea la senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi: “La presidente Bongiorno ci fa ritornare indietro nel tempo. La proposta sulla violenza sessuale e sul libero consenso è stata stravolta, rivoltata. Una beffa. Aumentano le pene mentre rimane l’arretramento sui diritti. Oggi il tema per difendere le donne è il consenso. Non vedere questo, significa non aver capito nulla”, insiste Cucchi. Proprio perché il testo base adottato oggi nella riformulazione della relatrice Giulia Bongiorno “è cambiato completamente” al Senato i gruppi di opposizione hanno chiesto e ottenuto di fare nuove audizioni sul disegno di legge. Entro giovedì, primo febbraio, i gruppi parlamentari potranno presentare richieste di audizioni. In base al calendario dei lavori parlamentari, l’esame del testo dovrebbe cominciare in Aula il 10 febbraio. Intanto Bongiorno difende la riformulazione. “Posso dire in maniera chiara e categorica che il patto era per mettere al centro di questa legge la volontà della donna, patto stra rispettato“, ha detto la leghista. “Io non credo sia corretto parlare delle interlocuzioni all’interno della maggioranza”, ha detto rispondendo alla domanda se avesse parlato con la premier Giorgia Meloni del nuovo testo del disegno di legge. “Secondo me – ha aggiunto – questo testo fa un passo avanti rispetto alla Camera perché salvo chi parla senza leggere il testo, tutta la parte mia del freezing lì non c’era. Poi ci sono alcuni che criticano il testo dicendo: ‘Non mi convince che ha levato l’interrogatorio’, ma non si parla di interrogatorio, cioè io ho notato una serie di critiche da parte di persone che non hanno letto o non hanno approfondito. Leggete e poi per carità valutate“. Il testo è stato ulteriormente modificato oggi, visto che la prima riformulazione prevedeva anche un riduzione delle pene. Adesso vengono previsti da 7 a 13 anni di reclusione nei casi di atti sessuali con violenza, minacce e abuso di autorità e da 6 a 12 anni per quelli compiuti contro la volontà della vittima (nella prima versione, le pene erano di 6-12 anni nel primo caso e di 4-10 nel secondo). L'articolo Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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