È come se la febbre dell’oro fosse tornata sui mercati: i prezzi del prezioso
metallo giallo hanno raggiunto livelli che solo pochi anni fa sembravano
impensabili, spingendo molti italiani a riaprire cassetti e portagioie per dare
valore ad anelli, bracciali e pendenti dimenticati e ricavarne una cifra
interessante. Il fenomeno non è limitato alle nostre latitudini: le quotazioni
dell’oro continuano a superare i massimi storici in tutto il mondo, con prezzi
che nel 2026 hanno già oltrepassato i 5.100 dollari per oncia, un record
alimentato dal ruolo dell’oro come bene rifugio in un contesto di incertezza
economica e geopolitica.
In questo scenario favorevole, trasformare ciò che non si usa più in liquidità
può essere un’opportunità, a patto di affrontarla con calma e consapevolezza.
Vendere oro non dovrebbe mai essere vissuto come un salto nel buio, ma come un
servizio da comprendere in ogni sua fase, così da poter valutare ogni proposta
con attenzione.
Il gioielliere Massimiliano Astrologo chiarisce quali siano i passi
fondamentali: “Il punto di partenza è conoscere il valore dell’oro nel momento
in cui si decide di vendere. Le quotazioni cambiano ogni giorno perché seguono
l’andamento dei mercati internazionali, ma sono facilmente consultabili online o
su quotidiani economici, tenendo presente che il prezzo può cambiare più volte
nella giornata. Avere un’idea del prezzo al grammo permette di orientarsi al
meglio tra le proposte che vengono fatte. Un altro aspetto importante riguarda
la caratura. Un gioiello non è mai composto da oro puro al 100%: l’oro a 24
carati, o oro 999, è molto raro nei gioielli di uso comune. La maggior parte
degli oggetti in circolazione è realizzata in oro 18 carati, una lega
riconoscibile dal classico timbro 750, in cui il metallo prezioso è miscelato ad
altri metalli. Da queste leghe derivano anche le diverse tonalità dell’oro, come
quello bianco e rosso. Alcuni gioielli possono essere in oro 14 carati (585), 12
carati (500), 9 carati (375) o 8 carati (333), tipologie meno comuni ma comunque
pienamente acquistabili. Non è un problema: il valore si calcola sempre in modo
preciso, partendo dal peso e dalla caratura. Prima di uscire di casa, pesare i
gioielli anche con una semplice bilancia da cucina elettronica può essere utile
per avere un ordine di grandezza, ma la valutazione finale va sempre fatta con
gli strumenti professionali del rivenditore.
I CONSIGLI UTILI
Dal punto di vista pratico, la vendita dell’oro è regolata dalla legge. Le
gioiellerie e i compro oro devono essere autorizzati e ben riconoscibili, con
regolare licenza visibilmente esposta. Ogni transazione deve essere registrata
allegando il documento d’identità del venditore. Il pagamento segue regole
precise: fino a 500 euro è consentito il contante, oltre questa soglia si
utilizzano strumenti tracciabili come il bonifico bancario. È prevista inoltre
una marca da bollo da 2 euro, che il commerciante può decidere se assorbire o
addebitare.
“Sono passaggi normali – sottolinea Massimiliano Astrologo – pensati per
tutelare tutti, clienti e operatori. È buona prassi escludere dal peso le pietre
non preziose e gli elementi che non sono in oro, perché ciò che viene pagato è
esclusivamente il metallo. In presenza di gioielli con pietre di valore o
lavorazioni particolari, la stima può cambiare e risultare più interessante
rispetto alla semplice fusione”. Vale la pena ricordare che non tutto l’oro va
trattato allo stesso modo. Gioielli antichi, firmati o con un valore storico e
collezionistico possono rendere di più se valutati da un gioielliere
specializzato in questo specifico campo o da una casa d’aste, piuttosto che
trattati come semplice metallo.
Se non si conosce un venditore di fiducia, un altro consiglio semplice ma
efficace è quello di non fermarsi al primo negozio. Fare due o tre preventivi
permette di capire come viene calcolato il prezzo e di scegliere con maggiore
serenità. Infine, quando si decide di rivendere i gioielli, è importante
conservare una copia della ricevuta o del contratto. Vendere oro oggi non è una
corsa contro il tempo. I prezzi sono alti, è vero, ma informarsi, confrontare le
offerte, affidarsi a professionisti regolari e decidere con calma è parte di una
buona operazione. Senza mai temere di chiedere spiegazioni. Con un po’ di
attenzione, un gioiello inutilizzato può diventare una risorsa e rappresentare
un gesto pratico e soddisfacente.
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fregare. L’esperto avverte: “Il prezzo può cambiare più volte nella giornata”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Dollari
di Giacomo Gabellini
Nell’ottobre del 2024, la Bank for International Settlements di Ginevra ha
formalizzato l’abbandono del Multi Central Bank Digital Currency Bridge
(m-Bridge). Si tratta di un sistema blockchain istituito nel 2022 sotto il
patrocinio dell’organismo con sede in Svizzera per collegare direttamente in
un’unica infrastruttura tecnica le valute digitali delle Banche Centrali di
Cina, Hong Kong, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti.
L’obiettivo di m-Bridge consiste nel garantire sicurezza, immediatezza,
economicità e accessibilità universale dei pagamenti transfrontalieri senza
coinvolgere il dollaro né il circuito bancario statunitense, che processa ogni
transazione regolata in valuta Usa.
Nel giugno 2024, l’Arabia Saudita ha annunciato l’adesione a m-Bridge pochi
giorni prima della scadenza dell’accordo sul petrodollaro siglato nel 1974 dal
segretario al Tesoro Simon e da re Faysal, che per mezzo secolo ha legato il
greggio saudita alla valuta statunitense.
Più specificamente, i sauditi si impegnarono a fissare il prezzo del petrolio in
dollari e a reinvestire i relativi proventi nell’acquisto di titoli del Tesoro
statunitensi e in depositi in eurodollari presso banche statunitensi; gli Stati
Uniti, ad adottare misure di stabilizzazione del dollaro e fornire all’Arabia
Saudita appoggio politico, protezione militare e sistemi d’arma avanzati. Il
circuito bancario statunitense si sarebbe occupato di riciclare i petrodollari
sauditi sotto forma di crediti verso i Paesi in via di sviluppo, che grazie
all’assistenza finanziaria ricevuta avrebbero incrementato le importazioni dalla
“triade capitalistica” Stati Uniti-Europa-Giappone.
La crescita globale ne avrebbe risentito positivamente, così come la domanda
globale di petrolio e, a ricasco, lo status internazionale del dollaro.
Nel nuovo scenario contrassegnato dal “superamento” del Gold Exchange Standard,
le Banche Centrali dei Paesi appartenenti alla “triade capitalistica” subivano
pesanti incentivi a incrementare gli investimenti negli Usa per sostenere il
corso del dollaro e preservare la competitività delle proprie merci
sull’imprescindibile mercato statunitense.
La dipendenza dall’export che accomunava le economie riunite all’interno dello
schieramento atlantico le obbligava, come recita una lucida analisi redatta
dagli economisti della Federal Reserve di St. Louis, “ad approvvigionarsi
quantità crescenti di dollari nel tentativo di mantenere tassi di cambio
vantaggiosi”, attivando un meccanismo che di fatto consentiva agli Usa di
finanziare il crescente disavanzo di bilancio mediante l’accumulo di sempre più
pesanti deficit nella bilancia dei pagamenti.
Il mancato rinnovo dell’accordo Simon-Faysal da parte dell’Arabia Saudita
rappresenta un passaggio cruciale, perché si inserisce in un processo di lento
ma costante allontanamento generalizzato dal sistema dollaro-centrico di cui
m-Bridge potrebbe rappresentare l’avanguardia.
A metà del 2024, m-Bridge aveva già raggiunto la fase di Minimum Viable Product
(Mvp), fornendo dimostrazione empirica che le transazioni transfrontaliere
tramite Central Bank Digital Currency (Cbdc) potevano ormai essere regolarmente
eseguite. I soggetti aderenti stanno predisponendo la connessione di m-Bridge a
sistemi come il Quick Response Code Indonesian Standard (Qris), l’Unified
Payments Interface indiano e il Pix brasiliano, così da innestare portali
nazionali su una piattaforma globale condivisa.
Il ritiro della Bank for International Settlements da m-Bridge non ha intaccato
la reputazione del sistema, che nel novembre 2025 ha processato con successo la
prima transazione ufficiale, effettuata nella fattispecie dalle Banche Centrali
di Emirati Arabi Uniti e Cina. Il pagamento effettuato in dirham digitali dalla
Banca Centrale emiratina è stato contabilizzato istantaneamente dalla
controparte cinese in yuan-renminbi digitali.
Il successo ha notevolmente accresciuto l’interesse dei Paesi del Medio Oriente
e dell’Asia centrale, che secondo il Fondo Monetario Internazionale avevano
iniziato ad avvicinarsi a m-Bridge già nel 2024 proprio per evitare
l’intermediazione del dollaro e del sistema bancario statunitense nelle
transazioni transfrontaliere.
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dollaro Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.