Il rischio per ora è sottotraccia. Ma diversi segnali fanno temere che potrebbe
materializzarsi. A partire dagli Stati Uniti. Si parla di stagflazione, un mix
mefitico di inflazione elevata e crescita debole o stagnante. Una delle
situazioni più difficili da gestire per governi e banche centrali, perché le
politiche che servono a ridurre l’inflazione tendono a deprimere ulteriormente
l’attività economica e viceversa. Gli anni Settanta insegnano: la strada per
uscirne fu lunga e dolorosa. Il paradosso è che a scatenare la tempesta perfetta
che ora spaventa la Casa Bianca in vista delle elezioni di Midterm non sono
stati accidenti esterni, bensì politiche e scelte strategiche del presidente di
Donald Trump.
L’economista Paul Krugman, nella sua newsletter su Substack, fa notare lo choc
petrolifero causato dagli attacchi all’Iran si è materializzato – proprio come
allora, con una “scomoda analogia” – in una fase in cui i prezzi stavano già
rialzando la testa. Mentre l’occupazione aveva smesso di crescere per effetto
delle decisioni del tycoon. Risultato: un “sentore di stagflazione” era già
nell’aria. E l’escalation in Medio Oriente l’ha reso chiaramente percepibile. Se
la situazione andrà peggiorando, per l’economia americana potrebbero arrivare
tempi bui.
Il presidente della Fed Jerome Powell, dopo la riunione in cui il Federal open
market committee ha deciso di lasciare invariati i tassi di interesse, ha
parlato di uno scenario “molto difficile, ma niente a che fare con gli anni
Settanta. E io riservo la parola stagflazione a quel periodo”. Ma è solo una
questione di tempo, nota Krugman: “Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse
protrarsi per mesi anziché per settimane, si tratterebbe di uno choc per le
forniture petrolifere mondiali sostanzialmente peggiore di quelli del 1973 o del
1979. E, pur non essendo un esperto di strategia, non vedo come quello stretto
possa riaprire a breve”.
LA GUERRA DEL KIPPUR E L’AUSTERITY ENERGETICA
Val la pena ricordare perché la similitudine con gli anni Settanta è da brividi.
Quando nell’ottobre ’73 Egitto e Siria attaccarono Israele, dando inizio alla
guerra del Kippur, i Paesi arabi associati all’Opec risposero al sostegno Usa
nei confronti del Paese aggredito riducendo la produzione e proclamando un
embargo petrolifero contro Washington e alleati. In pochi mesi il costo del
greggio quadruplicò facendo esplodere una tendenza all’aumento dell’inflazione
già conclamata, causa politiche fiscali espansive e politica monetaria
accomodante e complice l’indicizzazione dei salari ai prezzi.
Nel 1974 i prezzi aumentarono a doppia cifra. In Italia si tocco un +19%. Il
governo Rumor impose il blocco delle auto private la domenica, a riduzione
dell’illuminazione pubblica, la chiusura anticipata dei locali: in una parola,
austerity. Misure di emergenza per risparmiare energia furono adottate anche in
altri Paesi europei, Se ne uscì solo negli anni Ottanta, con una ricetta fatta
di strette monetarie e, nel caso italiano, divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia
e ridimensionamento della scala mobile. Negli Usa, dove nel 1974 il limite di
velocità fu ridotto a 55 miglia orarie (poco meno di 90 km l’ora) per ridurre i
consumi di carburante, la successiva cura da cavallo a base di alti tassi di
interesse causò una profonda recessione e portò la disoccupazione sopra il 10%.
INFLAZIONE IN SALITA E OCCUPAZIONE FERMA CAUSA POLITICHE DI TRUMP
Reminiscenze che hanno “un’aria di famiglia”, commenta Krugman esaminando i dati
Usa. L’inflazione era tornata a salire già prima del conflitto, invertendo la
rotta rispetto al ritorno verso il target del 2%. Nel frattempo il mercato del
lavoro ha deluso le aspettative: la creazione di nuovi posti si è fermata e il
rallentamento non riguarda solo il settore pubblico colpito dai tagli del Doge.
Una combinazione che ha origine nelle politiche dell’amministrazione Trump: da
un lato i dazi che fanno salire i prezzi per i consumatori americani, dall’altro
le restrizioni sull’immigrazione, che hanno ridotto l’offerta di lavoro. Senza
peraltro aprire più opportunità per gli statunitensi: l’unico risultato è stato
contenere artificialmente il tasso di disoccupazione riducendo il numero di
lavoratori disponibili, ma al prezzo di maggiori pressioni inflazionistiche e di
effetti negativi di lungo periodo, anche sui conti pubblici.
Lo stato dell’economia statunitense, insomma “preoccupante, con accenni di
stagflazione, anche prima che questa guerra portasse al blocco di Hormuz”. È in
questo contestato che arriva la crisi energetica, anch’essa autoprodotta dalle
decisioni di Trump. “Se la situazione dovesse peggiorare, come sembra fin troppo
probabile visto il caos nel Golfo Persico”, si chiede Krugman, “possiamo fidarci
che i funzionari di Trump reagiscano in modo intelligente ed efficace? Ho fatto
una battuta”.
L'articolo Boomerang Trump sull’economia mondiale: rischio stagflazione più
vicino. Krugman: “Scomode analogie con il 1973” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Crescita Economica
Lunedì scorso i dati Istat sull’andamento della crescita e dell’indebitamento
nel 2025 avevano smentito le previsioni del governo, allontanando l’uscita
dell’Italia dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Oggi, passati
dieci giorni dall’avvio dell’operazione militare di Israele e Stati Uniti contro
l’Iran che ha causato un’escalation di cui non si vede la fine, Palazzo Chigi e
il ministero dell’Economia iniziano a temere che l’impennata dei prezzi del
petrolio – oltre a richiedere misure immediate come l’attivazione dell’accisa
mobile – faccia saltare anche tutte le stime per l’anno in corso inserite
nell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica lo scorso ottobre. A
partire da quelle sulla crescita del pil, indicata da Giorgia Meloni durante la
conferenza stampa di inizio anno come “grande focus” del 2026.
Il Dpfp aveva fissato l’asticella a +0,7% per quest’anno, progresso che
piazzerebbe la Penisola al penultimo posto nell’Unione stando alle previsioni
della Commissione Ue. Ma quell’espansione già risicata era costruita
sull’ipotesi di prezzi energetici tendenti al ribasso e molto inferiori rispetto
a quelli che si stanno materializzando sui mercati. Nel documento via XX
Settembre stimava per il 2025 un prezzo medio del Brent a 66,1 dollari al
barile, mentre oggi i future viaggiano stabilmente sopra i 100 dollari. Anche le
previsioni sul gas appaiono superate: il Dpfp indicava un prezzo medio di ,
mentre sul Ttf di Amsterdam ora sfiora i 60 euro. Il Dpfp ipotizzava anche uno
scenario di rischio con prezzi più alti. Ma anche in quel caso le quotazioni del
greggio venivano stimate a circa 76 dollari al barile nel 2026 e nel 2027,
livelli molto inferiori alle quotazioni attuali.
Quelle ipotesi favorevoli erano attese sostenere la crescita, grazie ad effetti
positivi su consumi ed esportazioni: “L’effetto cumulato dei ribassi di petrolio
e gas – si leggeva nel documento – genera un impatto di 1 decimo di punto per il
Pil nel 2025, di 2 decimi di punto nel 2026, nullo nel 2027″. Insomma: l’attacco
all’Iran potrebbe limitare ulteriormente l’aumento del prodotto interno lordo,
fermandolo a +0,5%. E, a seconda della durata della crisi internazionale,
potrebbe andare anche peggio. A cascata, l’impatto si farebbe sentire sui
principali rapporti di finanza pubblica, a partire da quel deficit/pil che
contrariamente alle attese dell’esecutivo lo scorso anno è rimasto sopra il 3%.
L’agenzia Scope Ratings, che al momento prevede un deficit pari al 2,8% del Pil
nel 2026 e al 2,7% nel 2027, si aspetta che “se la crescita economica dovesse
rallentare fino a circa lo 0,3% rispetto all’attuale stima dello 0,7%”, il
deficit rimarrà sopra il 3%, “complicando l’uscita dell’Italia dalla procedura
per disavanzo eccessivo”. Restare in procedura significa non poter accedere alla
clausola di salvaguardia attivata dalla Commissione per consentire agli Stati
membri di deviare dalla traiettoria di spesa concordata per sostenere spese
militari aggiuntive. Senza quella clausola, maggiori uscite per armi e sicurezza
dovranno trovare compensazione in tagli ad altre voci. Con il rischio che nel
mirino finisca il welfare.
L’aumento dei prezzi dell’energia, oltre a frenare la crescita, rischia anche di
riaccendere l’inflazione e complicare la strategia delle banche centrali. Il
mercato ha già iniziato a rivedere le aspettative sui tassi. Negli Stati Uniti
diminuisce la probabilità di due tagli dei tassi da parte della Fed nel corso
dell’anno, mentre nell’area euro il mercato inizia a considerare possibile anche
un rialzo da 25 punti base da parte della Bce. Secondo le stime raccolte da
Bloomberg, gli operatori ora prevedono che l’Eurotower possa essere costretta ad
alzare i tassi due volte entro il 2026, con due rialzi da 25 punti base
ciascuno. La prima decisione potrebbe arrivare già entro giugno. I trader
piazzano poi al 70% la probabilità che la Bank of England aumenti i tassi entro
l’anno.
Uno scenario che preoccupa il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Intervenendo al G7 Finanze, il titolare del Mef ha ricordato “la lezione della
guerra contro l’Ucraina“, avvertendo che “il rischio economico è di nuovo la
fiammata provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia” che “per noi distrugge
il potere acquisto delle famiglie e altera la competitività delle nostre
imprese”. In questo quadro, ha detto, “sarebbe grave pensare che la soluzione
possa passare per una stretta monetaria“. Il timore è che tassi più alti a loro
volta frenino la crescita e facciano al tempo stesso aumentare la spesa per
interessi sul debito pubblico, peggiorando ulteriormente il deficit. Sullo
sfondo, ha avvertito lunedì il commissario europeo all’Economia Valdis
Dombrovskis a margine dell’Eurogruppo, c’è l’incubo stagflazione: una
combinazione letale di stagnazione economica e prezzi in salita. In Italia negli
anni Settanta, dopo la guerra dello Yom Kippur e il blocco petrolifero deciso
dai Paesi dell’Opec, per affrontarla fu messo in campo un piano di austerità
senza precedenti che comprendeva tra l’altro il divieto di circolare con mezzi
privati nei giorni festivi, l’obbligo di spegnere insegne e cartelloni luminosi
e la diminuzione dell’illuminazione pubblica per risparmiare energia.
L'articolo La guerra in Iran fa saltare le stime del governo su pil e deficit.
Giorgetti teme un aumento dei tassi e l’Ue evoca la stagflazione proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un Paese reduce da una “svolta epocale” da cui “non tornerà indietro”. Entrato
nella preannunciata “età dell’oro“, “più grande, più forte e più ricco che mai”.
Un Paese in cui “lavorano più persone che in qualsiasi altro momento della
storia”, l’inflazione che “era ai livelli più alti della storia” è stata “fatta
calare”, “i prezzi della benzina sono scesi, i tassi sui mutui sono i minimi da
quattro anni” e la crescita è “da record”, così come le performance di Wall
Street. Con un futuro di prosperità, in cui i dazi “sostituiranno
sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito” e il resto del mondo
si è impegnato a investire “per oltre 18 trilioni di dollari“. È l’America di
Donald Trump nella mente di Donald Trump. Nel discorso sullo Stato dell’Unione
più lungo della storia – questo record, perlomeno, è confermato – il presidente
ha messo in fila i presunti successi economici della sua amministrazione, che
secondo la Casa Bianca sta “invertendo il disastro economico di Biden”. I numeri
raccontano però una realtà decisamente meno rosea. E gli americani se ne sono
accorti: 6 su 10, stando all’ultimo sondaggio di Npr, Pbs News e Marist, pensano
che rispetto a un anno prima il Paese stia peggio.
CRESCITA DEBOLE NEL 2025
“Quando ho parlato l’ultima volta in quest’aula, 12 mesi fa, avevo appena
ereditato una nazione in crisi, con un’economia stagnante e un’inflazione a
livelli record”, ha sostenuto Trump, per poi rivendicare di aver innescato una
“svolta” verso l’attuale “età dell’oro”. In realtà nel 2024 il pil Usa era
cresciuto del 2,8%, dopo il +2,9% del 2023. Nel 2025, con il tycoon di nuovo in
carica, ha rallentato a +2,2%. Peggio ancora, il ritmo di crescita è rapidamente
sceso in corso d’anno, passando dal +4,4% annualizzato del terzo trimestre
(grazie alla spinta degli investimenti in infrastrutture per l’AI) al +1,4% del
quarto, metà del previsto e lontanissimo dal 5,4% propagandato da Trump al forum
di Davos.
BOOM DI LICENZIAMENTI
Lo scorso anno i datori di lavoro pubblici e privati hanno licenziato oltre 1
milione di persone, di cui 300mila per effetto dei tagli del Dipartimento per
l’efficienza governativa guidato fino a fine maggio da Elon Musk. È il dato
peggiore dal 2020 segnato dalla pandemia. Non solo: la creazione di nuovi posti
è crollata. Secondo i dati aggiornati del Bureau of Labor Statistics, nel 2025
le assunzioni sono state solo 180mila: mai così poche, anche in questo caso, dal
2020. A gennaio il tasso di disoccupazione era al 4,3%, contro il 4% di gennaio
2025.
I DAZI? PAGATI DA IMPRESE E CONSUMATORI USA
Trump ha definito “infelice” la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato i
dazi imposti invocando l’International Emergency Economic Powers Act. E ha
ribadito che la sua amministrazione andrà avanti con tariffe basate su altri
riferimenti normativi. “Col passare del tempo”, ha aggiunto, “credo che le
tariffe pagate dai paesi stranieri, come in passato, sostituiranno
sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito”. Insomma: zero tasse
per gli statunitensi, pagheranno gli altri. Ma sta andando esattamente
all’opposto: una recentissima analisi della Fed di New York ha mostrato che
l’anno scorso il 90% delle tariffe è ricaduto sui portafogli di aziende e
consumatori Usa. La commissione economica congiunta del Congresso, ora guidata
dai Democratici, stima che dall’insediamento di Trump le famiglie abbiano pagato
oltre 1.700 dollari ciascuna in costi tariffari.
I PREZZI CALANO POCO
“Ho ereditato l’inflazione più alta della storia ma in pochi mesi l’abbiamo
fatta calare. I prezzi della benzina sono scesi”, ha rivendicato il presidente
al Congresso. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’inflazione ha
rialzato la testa su entrambe le sponde dell’Atlantico: a giugno di quell’anno
ha superato il 9%. Ma alla fine del mandato di Biden era scesa al 3%. Lo scorso
dicembre il tasso anno su anno si è attestato al 2,7% e l’indice dei prezzi per
la spesa per i consumi personali è salito al 2,9%, ai massimi dal 2024, complici
l’aumento degli affitti e di molti beni alimentari, dalle bistecche a latticini,
frutta e verdura. A gennaio si è registrato un lieve arretramento, al 2,4%.
Rispetto all’anno prima sono esplosi i prezzi dell’energia, effetto nefasto del
boom dei datacenter per l’intelligenza artificiale. Insomma: non si è vista la
temuta esplosione dei prezzi causa dazi, probabilmente perché le aziende davanti
all’estrema incertezza sulle mosse di Trump hanno atteso prima di trasferire gli
aumenti di costo ai consumatori finali, ma il secondo mandato del tycoon non ha
nemmeno coinciso con un calo sensibile. Anzi, la questione dell'”affordability”
– la difficoltà crescente per milioni di americani di far quadrare il bilancio
familiare – è sempre più al centro del dibattito pubblico in vista delle
elezioni di Midterm e il presidente ne è consapevole, come dimostrano i recenti
annunci di misure (spesso poco realistiche) mirate ad aiutare la classe media.
IL TAGLIO DELLE TASSE A VANTAGGIO DEI PIÙ BENESTANTI
“Lo scorso anno ho chiesto al Congresso di far passare i più grandi tagli di
tasse nella storia americana, e la maggioranza Repubblicana ha eseguito
magnificamente”, si è compiaciuto Trump. In effetti lo scorso luglio ha
incassato il via libera al Big Beautiful Bill Act – questo il nome ufficiale
della legge – che traduce in pratica molte sue promesse elettorali, tra cui la
conferma e il potenziamento dei tagli fiscali decisi durante la prima
presidenza, al prezzo di un esorbitante aumento dell’indebitamento federale. Ma,
nonostante nuove misure come la detassazione degli straordinari e delle mance,
stando ad analisi indipendenti il Bill danneggia le famiglie meno abbienti a
vantaggio delle fasce più benestanti. Il Congressional Budget Office, agenzia
federale indipendente, ha calcolato che comporta una perdita netta di 1.559
dollari all’anno per il 10% più povero delle famiglie, mentre il 10% più ricco
otterrà un beneficio medio superiore ai 12mila dollari.
DATI GONFIATI SUGLI IMPEGNI A INVESTIRE
Infine, gli investimenti promessi dai partner globali. “Ho ottenuto impegni per
oltre 18 trilioni di dollari di investimenti da tutto il mondo”, ha garantito
Trump. Quella cifra, ripetuta più volte dal presidente nelle ultime settimane, è
considerata dalla stampa Usa del tutto inattendibile. Al momento il sito della
Casa Bianca, alla pagina “The Trump effect” dedicata agli “investimenti nel
settore manifatturiero, tecnologico e infrastrutturale degli Stati Uniti”, si
ferma a una cifra di 9,7 trilioni. Che comprende però anche progetti pianificati
durante la presidenza Biden. Scott Lincicome del think tank indipendente Cato
Institute ha scritto che 18 trilioni di spesa aggiuntiva rappresenterebbero “un
evento sconvolgente, equivalente a un incremento a due cifre della crescita del
Pil ogni anno”, ma “sfortunatamente per il presidente il numero è falso”.
L'articolo L’economia secondo Trump: “Più ricchi che mai”. Ma la crescita cala,
i licenziamenti volano e i “18 trilioni di investimenti” non esistono proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Per Giorgia Meloni la crescita, insieme alla sicurezza, è il grande “focus” del
2026. Ma i numeri non vanno nella direzione sperata dalla premier. L’Istat,
nella nuova nota sull’andamento dell’economia italiana, rileva che in Italia i
dati più recenti “segnalano un indebolimento generalizzato” a ottobre dopo la
ripresa nel mese precedente e “un quadro di crescita debole rispetto alla media
dell’area euro, con andamenti differenziati tra i diversi settori”. Questo
nonostante, negli ultimi mesi del 2025, “l’attenuazione delle tensioni
commerciali e il taglio dei tassi d’interesse” abbiano “ridotto l’incertezza e
favorito la liquidità, contenendo in parte le pressioni al ribasso sulla
crescita dell’economia mondiale”. Prima che l’anno nuovo iniziasse con “nuovi
focolai di instabilità che supportano le previsioni di un rallentamento
dell’attività economica a livello internazionale per l’anno in corso”.
La produzione industriale a ottobre ha subito una flessione dell’1% rispetto al
mese precedente, seguita da una riduzione generalizzata anche nel settore delle
costruzioni, che ha visto una diminuzione congiunturale di -0,1%. Performance
negative in contrasto con le speranze in una ripresa sostenuta dalla minore
incertezza commerciale e dal calo dei tassi.
Nel frattempo, il mercato del lavoro ha mostrato un quadro contrastante.
Nonostante una lieve crescita dell’occupazione (+0,3% congiunturale), i dati di
novembre hanno evidenziato un calo delle persone occupate, soprattutto tra le
donne e le classi di età più giovani, e un preoccupante aumento degli inattivi.
In ambito commerciale, l’Italia ha registrato un aumento delle esportazioni
(+3,4%) nei primi dieci mesi dell’anno, con un notevole contributo del settore
farmaceutico, che ha visto le vendite crescere del 33,7%. Ma, a livello
complessivo, gli scambi commerciali sono risultati deboli, con una crescita
modesta delle esportazioni (+0,3%) e delle importazioni (+0,2%) tra agosto e
ottobre. Questo rallentamento riflette la debolezza della domanda globale e le
difficoltà che le imprese italiane continuano a incontrare nei mercati esteri.
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione ha mostrato una lieve accelerazione a
dicembre (+1,2%), ma è rimasta inferiore alla media dell’area euro.
Rallentamento dovuto in gran parte alla flessione dei prezzi dei beni
energetici, che ha compensato l’aumento dei prezzi alimentari e dei servizi.
Nonostante la crescita del settore farmaceutico, che ha dato un impulso positivo
alle esportazioni, l’economia italiana deve fare i conti con un quadro di
crescita debole, aggravato da difficoltà strutturali del mercato del lavoro e da
un contesto internazionale che continua a essere incerto. Le previsioni per il
2026 sono tutt’altro che rosee: l’Italia rischia di trovarsi intrappolata nella
stagnazione, con una crescita ben al di sotto della media dell’area euro.
L'articolo Istat: indebolimento generalizzato dell’economia italiana, industria
e costruzioni in calo. E nel 2026 tutto il mondo rallenterà proviene da Il Fatto
Quotidiano.