di Serena Poli
Nell’esatto momento in cui un missile iraniano ha colpito a venticinque
chilometri dal Negev Nuclear Research Center di Dimona, di colpo la realtà ha
squarciato tutte le narrazioni occidentali, a partire dal grottesco doppio
standard sui crimini di guerra.
Oggi sentiamo Netanyahu blaterare di diritto internazionale e denunciare come
crimini i contrattacchi iraniani, dopo aver raso al suolo ospedali, scuole, case
e persino tendopoli a Gaza. Eppure, secondo lo stesso diritto internazionale, un
Paese aggredito come l’Iran ha il pieno diritto di difendersi. Nel frattempo
Israele sta esportando il “modello Gaza” anche in Libano: una distruzione
sistematica di cui i vertici israeliani arrivano persino a vantarsi
pubblicamente.
Ma le narrazioni propagandistiche che stanno cadendo sono anche altre.
La sera del 21 marzo, l’IAEA (International Atomic Energy Agency) esprime in un
post sul social “X” preoccupazione per i missili nelle vicinanze di Dimona: è
una confessione senza precedenti. Perché l’IAEA non ha mai emesso comunicati di
allarme quando Israele colpiva i centri di ricerca iraniani? Ecco la prima
confessione: perché sanno che lì non c’è l’atomica, sanno che il pericolo del
nucleare iraniano è un’emergenza mediatica costruita a tavolino per giustificare
la guerra. Al contrario, seconda confessione, tremano per Dimona perché sanno
perfettamente cosa c’è sepolto lì sotto: una polveriera atomica non dichiarata.
Il punto non è scoprire il ‘segreto di Pulcinella’ dell’arsenale israeliano, ma
registrare il panico dell’IAEA per i missili iraniani. Il terrore di Rafael
Grossi è dato dalla differenza tra il nucleare iraniano e quello di Dimona, che
è la stessa che passa tra un sacco di polvere da sparo sparsa in un cortile e
una granata con la spoletta già tolta. In Iran si arricchisce uranio, un
processo lento e monitorato di cui non è mai stata provata una finalità militare
attiva. A Dimona si produce plutonio: ne basta una sfera grande quanto
un’arancia per cancellare una metropoli. Mentre si scatena una guerra col
pretesto che l’Iran possa un giorno costruire l’atomica, Israele possiede la
Bomba H, una tecnologia mille volte più devastante. Ecco perché l’IAEA non
lancia allarmi per i siti iraniani ma per Dimona: sanno che colpire lì non
significa danneggiare una fabbrica, ma innescare un’apocalisse. Nello scenario
peggiore, un impatto diretto rischierebbe per onda d’urto di far esplodere
l’intero arsenale di testate stoccate nel sito: una reazione a catena che
libererebbe una nube letale su tutto il Medio Oriente, rendendo inabitabile
l’intera regione per secoli.
Il terrore per questo scenario è reso evidente dall’invito dell’IAEA ad
“osservare la massima moderazione militare, in particolare nelle vicinanze degli
impianti nucleari”.
Ma esiste anche un aspetto connesso alla verità legale e alle conseguenze fatali
per Israele se questa dovesse emergere. Il silenzio internazionale è infatti
necessario per aggirare gli emendamenti Symington e Glenn, leggi americane nate
negli anni 70 proprio per proibire aiuti economici e militari ai Paesi che
sviluppano armi nucleari fuori dai trattati. Riconoscere ufficialmente
l’esistenza dell’arsenale nucleare di Dimona costringerebbe gli Stati Uniti ad
applicare le proprie leggi e tagliare quegli aiuti miliardari che tengono in
piedi lo stato di Israele, in particolar modo il suo apparato di difesa
interamente finanziato dai contribuenti americani.
Qui il pensiero corre a JFK, l’ultimo presidente americano che pretese ispezioni
vere e sistematiche su Dimona, scontrandosi con i sotterfugi di Ben Gurion. La
‘massima moderazione’ di Grossi non è solo un appello alla cautela, ma il timore
che la realtà rompa il lessico dell’ambiguità che tiene tutto in piedi.
Il nucleare iraniano è un problema creato a tavolino; quello israeliano è la
reale emergenza, sia a livello di sicurezza dell’intera regione (e non solo),
sia per l’enormità di un malaffare che si protrae, nel silenzio, da decenni.
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L'articolo Il nucleare di Dimona: perché l’arsenale segreto di Israele spaventa
l’Aiea più di quello iraniano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Nucleare Iran
Italia terra di basi, installazioni e servitù militari. La guerra scatenata da
Israele e dagli Stati Uniti di Donald Trump contro l’Iran ha fatto tornare di
attualità il ruolo – marginale nella diplomazia, fondamentale nello scacchiere
militare – che il nostro Paese riveste nel dispiegamento delle forze Nato in
generale e di quelle americane più nello specifico. Al pari forse della sola
Germania, infatti, l’Italia è stata – a partire dal secondo dopoguerra e per
lungo tempo fino alla fine della guerra fredda – il luogo d’elezione per
piazzare piste, fortini, munizioni e radar che guardavano a Est. Ma se la caduta
del Muro di Berlino e l’evoluzione tecnologica hanno reso inutili se non
inservibili (quando non proprio abbandonate) molte di queste strutture, il
tessuto del Paese rimane costellato ancora oggi di strutture più o meno
operative che potrebbero ritrovarsi coinvolte, anche solo per esigenze
logistiche, di fronte a una ulteriore escalation del conflitto.
LA DISTRIBUZIONE DELLE BASI
Ricostruire la mappa della miriade di torri, uffici di comunicazione, basi,
depositi e caserme sparse per il Paese non è semplice. Alle fonti ufficiali
infatti, da sempre si accompagnano antologie di luoghi mai ufficialmente
riconosciuti ma nemmeno mai smentiti, spesso identificati da siti di
controinformazione e rilanciate dai media mainstream. Di ciascuno di questi siti
– in assenza di definizioni ufficiali – è altrettanto arduo ricostruire
l’effettivo utilizzo sotto l’ombrello Usa o Nato, spesso concorrenti o
paralleli. Per questo le mappe che pubblichiamo si basano sull’unica ipotesi
possibile: quella del confronto di fonti macro (fonti ufficiali, Ong, campagne
internazionali) con la verifica, laddove possibile, su notizie della stampa
locale.
Quel che è certo oltre ogni ragionevole dubbio è che il principale “esportatore”
di basi militari al mondo sono gli Stati Uniti. I responsabili della campagna
World Beyond War ne hanno contate più di 870 a stelle e strisce su suolo
straniero, i due terzi delle 1200 basi estere a livello globale. Altrettanto
certo è che il conto di ciò che avviene nel mondo occidentale è ben più
credibile di quanto ammesso o comunicato da potenze come Russia e Cina, il cui
dispiegamento di forze, quando svelato, ha una funzione spesso di leva politica
ancor prima che militare.
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LA BOMBA
La proliferazione militare del secondo dopo guerra ha portato con sé anche
l’incremento di ordigni nucleari nelle mani delle due superpotenze e dei loro
alleati. In questo caso l’Italia vanta un piccolo record, essendo l’unico Paese
europeo con due depositi destinati agli ordigni atomici. Un terzo delle atomiche
custodite in Europa si trova nel nord Italia, nelle due principali basi aeree di
Aviano e Ghedi.
Complessivamente, il numero delle testate nel mondo è superiore a 12mila, la
gran parte delle quali in mano a Stati Uniti e Russia. Le sorti incerte dei
trattati di non proliferazione (dopo il ritiro russo nel 2023) rendono questo
numero ulteriormente difficile da stimare in futuro.
L'articolo Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere
militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Corsi e ricorsi della Storia. Come la geopolitica muta, a seconda del vento e
degli interessi. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, più volte la
Guida Suprema iraniana Khomeini denunciò il malvagio trattamento riservato alle
popolazioni islamiche dell’Unione Sovietica e aveva sollecitato le folle a
scendere in piazza gridando “Morte all’Urss!”. Nel 1989 sempre Khomeini
profetizzava la prossima ineluttabile fine dell’utopia marxista, invitando
ripetutamente Gorbaciov a convertirsi all’Islam.
Khomeini scompare il 3 giugno del 1989, il Muro di Berlino crolla il 9 novembre
dello stesso anno, l’Urss affonda tra il gennaio del 1990 e il 31 dicembre del
1991, insomma non sono più un incubo per Washington, anzi, alla Casa Bianca
pensano ormai che è venuto il momento di fare la pace con Teheran. Gli analisti
del Dipartimento di Stato e del Pentagono si mettono febbrilmente al lavoro,
cercano un “ayatollah moderato”: che è poi quello che sta cercando Trump, per
uscire dalla trappola di Hormuz, lo stretto dove transita il 20 per cento del
grezzo prodotto nel mondo, e per arrivare ad una tregua così da poter fermare
l’offensiva che il presidente Usa ha scatenato per consentire – è stata la sua
promessa – agli iraniani di cambiare regime. Obiettivo fallito. La guerra contro
l’Iran, infatti, è diventata una guerra per il petrolio. E non s’intravede in
alcun modo lo spiraglio di una mutazione in senso moderato e democratico ai
vertici della Repubblica islamica. Al contrario, è sempre più chiaro che il
regime iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi, tantomeno di concedere
potere a chi potrebbe flirtare con il nemico.
Trentacinque anni fa gli americani si illusero di aver scovato un ayatollah
pragmatico nella figura di Akbar Hashemi Rafsandjani: si presentava infatti come
il partigiano della reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale,
prima di passare il testimone al successore Mohammad Khatami, un ayatollah
riformatore, ex ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico. Così,
nell’estate del 1999 Clinton dichiara che “gli Stati Uniti non hanno intenzioni
ostili contro la Repubblica islamica e che sperano di stabilire migliori
relazioni tra i due Paesi”.
Bisogna rammentare che alla fine del secolo scorso gli Usa sembravano diventati
i padroni del mondo, con l’Urss in ginocchio, l’Est europeo che puntava ad
Ovest, la Cina che non era ancora la potenza economica di oggi, e tutto pareva
confortare l’approccio “pragmatico” (parola chiave) nei confronti dell’islam
politico. Del resto, l’aveva confermato, in una intervista concessa al Nouvel
Observateur (nel numero in edicola dal 15 al 21 gennaio 1998) lo stesso Zbigniew
Brzezinski, l’artefice di questa strategia, dimostrando un cinismo molto
imbarazzante.
Gli domandano: non si pente d’aver favorito l’integralismo islamico, di aver
dato armi e consigli a futuri terroristi? “Cos’è più importante, nella storia
del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche estremista
islamico o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?”.
Il giornalista è perplesso. Replica: “Qualche testa calda? Ma lo diciamo e lo
ripetiamo: il fondamentalismo islamico rappresenta oggi una minaccia globale”.
Al che Brzezinski ribatte, sempre più convinto che la ragion di Stato (quella
degli Usa) prevalga su qualsiasi altra cosa, anche a scapito di ogni ragionevole
dubbio: “Sciocchezze. Si dice che l’Occidente dovrebbe avere una politica
globale nei confronti dell’islamismo. E’ stupido: non esiste un islamismo
globale. Guardiamo all’islam razionalmente e non demagogicamente o
emotivamente”.
Verrà smentito tragicamente l’11 settembre del 2001, dagli uomini di Al Qaeda e
di Osama Bin Laden. Addestrati e pagati, a suo tempo, dalla Cia e dall’Isis, i
servizi d’intelligence pachistani, “creature uscite dai laboratori del
Pentagono” (Pierre e Christian Pahlavi, padre e figlio, quest’ultimo professore
di strategia alla Scuola di stato maggiore delle forze canadesi basata a
Toronto). Il fuoco islamico incendia il Medio Oriente e l’Asia Centrale, si
espande in Europa, il braciere fondamentalista attizza pure l’Africa, benché
circondati dalle forze statunitensi gli iraniani vogliono sbarazzarsi dei
talebani afgani ed estendere la loro influenza in Iraq e nel Golfo, gli
americani realizzano il… capolavoro di liquidare Saddam Hussein, il nemico
giurato di Teheran e rimpiazzarlo con uno Stato in mano agli sciiti filo
iraniani. E’ un periodo di confusi incontri informali tra americani ed iraniani,
ma il nuovo processo di riavvicinamento deraglia perché il Mossad informa la Cia
che col pretesto di un “dialogo fra civiltà”, il presidente Khatami aveva appena
rilanciato un programma nucleare clandestino.
Poi, arriva il turno dell’instabile successore Mahmud Ahmadinejad, di sollevare
un vero e proprio putiferio, rilanciando la dottrina radicale di Khomeini,
moltiplicando le provocazioni contro gli Stati Uniti e i loro alleati
occidentali, soprattutto contro Israele. Ed è con George W. Bush che l’Iran
viene inserito nell’infamante “Asse del Male”, al che gli iraniani rinverdiscono
l’anatema khomeinico, gli Usa sono il “Grande Satana”. Ormai l’illusione di
venire a patti con Teheran è solo un’utopia irrealizzabile, la diffidenza tra i
due fronti è così profonda che nemmeno il conciliante Barack Obama, e la sua
velleitaria intenzione di “tendere la mano”, riescono ad abbassare i toni.
Nel 2016, la Guida Suprema della Rivoluzione islamica dichiara più volte che
l’Iran non si piegherà più “ai diktat delle potenze imperialiste”. La retorica
abbonda. E tuttavia – questo è un significativo indizio su quanto sta succedendo
oggi – è con la prima presidenza Trump che i negoziatori iraniani pensano di
poter concludere un accordo vantaggioso con il presidente-businessman. Ed è
probabile che l’attuale guerra, nonostante le numerose spiegazioni sui motivi e
gli obiettivi dell’attacco date da Trump (che non sa come ritrattare senza
perdere la faccia soprattutto in patria), si risolva con una tregua che
consentirà al regime degli ayatollah di sopravvivere, tradendo in questo modo le
aspettative della popolazione e le promesse trumpiane, in cambio del ritorno
alla (quasi) normalità dei passaggi marittimi nello stretto di Hormuz.
Resta chiaro il fatto che i Paesi del Golfo saranno sempre sotto ricatto, di
conseguenza lo sarà il mercato energetico asiatico ed australiano, il più
colpito. Gli oleodotti, come sbocchi alternativi, sono bersagli impossibili da
sorvegliare, in un Medio Oriente che è una polveriera senza speranze d’essere
neutralizzata. E’ in questa ottica che i Paesi più dipendenti in materia di gas
e petrolio stanno rivalutando l’opzione nucleare e le fonti alternative. Ma le
lobbies petrolifere non ci staranno. Basta vedere come le loro “armi di
distrazione di massa” hanno funzionato sabotando il progetto di elettrificazione
del mercato automobilistico.
Per i padroni energetici le guerre sono il trionfo dei profitti. Impongono la
storia che vogliono raccontare. Sulla pelle (e i portafogli) dei popoli.
L'articolo Dal crollo dell’Urss alla crisi di Hormuz: decenni di tensioni
Iran-Usa con profezie tragicamente smentite proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non ci sono prove di un programma iraniano finalizzato alla costruzione di armi
nucleari. A dichiararlo è Rafael Grossi, il direttore generale della Agenzia
internazionale per l’energia atomica (Aiea). Il vertice dell’organizzazione
autonoma delle Nazioni Unite smentisce così le affermazioni di Israele e Stati
Uniti che hanno giustificato l’attacco a Teheran rispolverando il rischio
atomico.
Grossi ha spiegato a Nbc News che l’agenzia non ha identificato “elementi di un
programma sistematico e strutturato per la produzione di armi nucleari” in Iran.
Allo stesso tempo, però, ha confermato che Teheran ha arricchito l’uranio al 60%
di purezza, un livello ben oltre il fabbisogno energetico civile. Un livello di
arricchimento che “solo i Paesi dotati di armi nucleari hanno”, ha sottolineato.
Nonostante questo comunque gli ispettori non hanno potuto concludere che l’Iran
ha intenzione di costruire una bomba, ma ha affermato che l’accumulo di scorte
solleva seri interrogativi. Questo arricchimento, ha aggiunto, era “la fonte
delle nostre preoccupazioni” e non c’era “nessun obiettivo chiaro” per
accumulare materiale a quel livello. “Le centrifughe giravano costantemente e
producevano sempre più materiale”, ha detto, aggiungendo che teoricamente questo
sarebbe stato “sufficiente per produrre più di 10 testate nucleari. Ma le hanno?
No”, ha specificato.
L'articolo Il capo dell’Agenzia atomica: “Non ci sono prove di un programma
iraniano per la costruzione di armi nucleari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
GLI OBIETTIVI COLPITI DAGLI USA IN IRAN
LA RISPOSTA IRANIANA – I PAESI E I LUOGHI COLPITI
GLI EFFETTI ECONOMICI – IL PREZZO DEL PETROLIO
L'articolo L’attacco degli Stati Uniti all’Iran – le mappe proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’impianto nucleare iraniano di Natanz, tra i principali del paese, è stato
colpito durante i raid di Stati Uniti e Israele. “Ieri hanno attaccato di nuovo
gli impianti nucleari pacifici e protetti dell’Iran”, ha dichiarato
l’ambasciatore di Teheran all’Aiea Reza Najafi ai giornalisti durante una
riunione del consiglio dei governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia
Atomica, composto da 35 nazioni. Alla domanda di Reuters su quali impianti
fossero stati colpiti, Najafi ha risposto: “Natanz”.
“Per quanto riguarda lo stato degli impianti nucleari in Iran – aveva detto poco
prima il direttore dell’agenzia per l’energia atomica Rafael Grossi -, finora
non abbiamo alcuna indicazione che uno di essi, tra cui la centrale nucleare di
Bushehr, il reattore di ricerca di Teheran o altri impianti del ciclo del
combustibile nucleare, sia stato danneggiato o colpito”. “Finora, non è stato
rilevato alcun innalzamento dei livelli di radiazione al di sopra dei normali
livelli di fondo nei paesi confinanti con l’Iran”, ha aggiunto.
“Vorrei ricordare ancora una volta le passate risoluzioni della Conferenza
generale che affermano che gli attacchi armati contro gli impianti nucleari non
dovrebbero mai aver luogo e potrebbero provocare rilasci radioattivi con gravi
conseguenze all’interno e all’esterno dei confini dello Stato attaccato”.
“L’Iran e molti altri paesi della regione che sono stati oggetto di attacchi
militari dispongono di centrali nucleari e reattori nucleari di ricerca
operativi, nonché di siti di stoccaggio di combustibile associati, il che
aumenta la minaccia alla sicurezza nucleare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno
quattro reattori nucleari operativi; la Giordania e la Siria hanno reattori
nucleari di ricerca operativi. Anche Bahrein, Iraq, Kuwait, Oman, Qatar e Arabia
Saudita sono stati attaccati. Tutti questi paesi utilizzano applicazioni
nucleari di un tipo o dell’altro. Pertanto, esortiamo alla massima moderazione
in tutte le operazioni militari”.
“Vorrei sottolineare che la situazione odierna è molto preoccupante – conclude
Grossi ribadendo il concetto -. Non possiamo escludere una possibile fuoriuscita
di materiale radioattivo con gravi conseguenze, inclusa la necessità di evacuare
aree estese quanto o più delle grandi città”.
L'articolo Iran, colpito l’impianto nucleare di Natanz. L’Aiea: “Non possiamo
escludere fuoriuscite di materiale radioattivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le prime reazioni italiane all’attacco congiunto di Stati Uniti d’America e
Israele contro Iran si muovono su un doppio binario: da un lato la
preoccupazione del governo per la sicurezza dei connazionali e dei militari
nell’area, con l’insistenza sulla necessità di evitare l’escalation; dall’altro
le opposizioni che parlano apertamente di violazione del diritto internazionale
e chiedono a Roma di prendere le distanze da Washington e Tel Aviv.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani sottolinea la gravità della situazione –
“non sarà una guerra lampo” – e annuncia misure precauzionali, mentre le forze
di opposizione — da Elly Schlein ad Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni —
chiedono un’iniziativa diplomatica urgente e criticano l’azione militare.
L’altro vicepremier Matteo Salvini richiama la preferenza per la via diplomatica
ma osserva che, se Washington aveva “certezza” sull’avvicinamento di Teheran
alla bomba atomica, “hanno ritenuto di intervenire”.
TAJANI: “SITUAZIONE MOLTO PREOCCUPANTE, PRONTI ALL’EVACUAZIONE”
“La situazione è molto preoccupante”, afferma Tajani a SkyTg24, spiegando che
l’Italia ha già “ridotto al minimo la presenza diplomatica a Teheran” ed è
“pronta all’evacuazione anche degli italiani che volessero farlo”. Il ministro
riferisce che la Farnesina segue “minuto per minuto” l’evolversi degli eventi.
Gli italiani non residenti hanno già lasciato il Paese nei giorni scorsi, mentre
restano soprattutto cittadini con legami familiari in Iran. Una riunione
d’emergenza servirà a valutare “eventuali provvedimenti da adottare per
l’evacuazione dei nostri connazionali, se opportuna e se non è rischiosa”.
Tajani rassicura: “Per il momento non ci sono problemi per i nostri
connazionali”, e “durante gli attacchi non c’è stato alcun ferito italiano”. La
priorità, ribadisce, è la loro sicurezza. Il presidente del Consiglio è
“costantemente informata” e il governo lavora “sempre per la pace sperando che
si concluda rapidamente questa guerra”, anche se — avverte — “la reazione
iraniana sembra già pronta”. Sul piano politico-diplomatico, Tajani riconosce
che “la partita è nelle mani di Iran, Israele e Stati Uniti” e che la trattativa
era in corso tra americani e iraniani. L’obiettivo di Washington, sostiene, è
“eliminare qualsiasi rischio nucleare per l’Occidente, innanzitutto per
Israele”, anche alla luce del programma missilistico iraniano che, se
rafforzato, “potrebbe arrivare a colpire anche l’Europa”.
L’Italia, ribadisce, ha sempre sostenuto la linea negoziale: “Le soluzioni non
sono mai quelle di risolvere con la guerra”. Roma resta in contatto con il
direttore dell’Aiea Rafael Grossi e ha già adottato sanzioni contro Teheran,
compreso l’inserimento dei pasdaran nelle liste delle organizzazioni
terroristiche. “L’Iran non poteva avere l’arma atomica, su questo siamo stati
molto chiari”, afferma, pur auspicando che si possa trovare “un accordo anche a
guerra in corso”. Tajani non ritiene probabile un allargamento regionale del
conflitto: non crede che Teheran abbia interesse o possibilità di “scatenare una
guerra nell’area”, perché si troverebbe “isolata nel mondo più di quanto è”.
Tuttavia, ammette che “non va escluso nulla” e che dai segnali provenienti da
Israele ci si aspetta una reazione missilistica iraniana con possibili
controreazioni.
LE OPPOSIZIONI: “VIOLATO IL DIRITTO INTERNAZIONALE”
Durissima la posizione di Bonelli e Fratoianni (Avs): “Ancora una volta Israele
e Usa fanno carta straccia del diritto internazionale. Il bombardamento
dell’Iran è inaccettabile e senza giustificazioni”. Secondo i due leader,
l’escalation destabilizzerà ulteriormente la regione. Bonelli e Fratoianni
attaccano anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex presidente
americano Donald Trump, accusati di perseguire una “politica di dominio
militare”. Chiedono al governo italiano di “prendere le distanze da questa
ennesima violazione del diritto internazionale” e di attivarsi per il cessate il
fuoco, richiamando l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la
guerra”.
Anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, parla di “drammatica escalation” e di
azione “al di fuori del diritto internazionale e delle sedi multilaterali”, con
rischi imprevedibili anche per la fragile tregua a Gaza. Pur ribadendo una
“netta condanna del regime di Teheran” e la convinzione che l’Iran non possa
dotarsi dell’arma nucleare, Schlein insiste: “Il modo per impedirlo non sono le
azioni militari decise da soli ma riprendere la via negoziale, quella
diplomatica”. Al governo chiede di attivarsi “con urgenza” per la sicurezza dei
connazionali e per favorire una de-escalation.
“La via diplomatica è sempre la preferibile”, afferma il leader della Lega
Salvini, ricordando che il governo ha già fatto una call sull’emergenza.
Tuttavia, aggiunge che “se c’è da parte degli Stati Uniti la certezza che il
regime islamista iraniano si stia avvicinando alla bomba atomica… hanno ritenuto
di intervenire”. Anche per il leader della Lega la priorità resta la tutela dei
civili, “a partire dagli italiani che sono in Iran”. Salvini sottolinea inoltre
che, “a quanto mi risulta, siamo stati avvertiti ad attacco cominciato”.
L'articolo Attacco Usa-Israele all’Iran, Tajani: “Non sarà guerra lampo”.
Schlein, Bonelli e Fratoianni: “Trump fuori dal diritto internazionale” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Una campagna militare in Iran definita “massiccia”, con una durata prevista di
diverse settimane. Insomma, niente a che vedere con il raid che in Venezuela ha
portato all’arresto dell’ex presidente Maduro e della moglie. Il media Axios,
sempre ben informato sulle vicende del Medio Oriente, fornisce in anteprima una
proiezione sulle intenzioni dell’amministrazione Trump verso il regime degli
ayatollah.
“Il capo (Donald Trump) si sta stufando. Alcune persone intorno a lui lo mettono
in guardia dal dichiarare guerra all’Iran, ma credo che ci sia il 90% di
possibilità di assistere a un’azione concreta nelle prossime settimane”, ha
detto un funzionario ai giornalisti. Si torna così allo scenario che sembrava
inevitabile a gennaio, quando il presidente americano aveva assicurato ai
manifestanti che a migliaia riempivano le strade iraniane, che gli Usa erano al
loro fianco, e che sarebbero intervenuti se le autorità di Teheran avessero
aperto il fuoco sui civili.
Come è andata ormai è noto: si contano più di 7.000 morti in 50 giorni di
proteste, tra coloro che hanno gridato a gran voce contro l’ayatollah e i suoi
collaboratori. Ma qualcosa ha frenato la Casa Bianca, e così si è giunti ad uno
scenario su due piani: quello diplomatico, con i colloqui a Ginevra sul nucleare
iraniano tra la delegazione guidata dal ministro Araghchi e quella americana
formata da Jared Kushner – genero del presidente – e Steve Witkoff, e le
manifestazioni muscolari. Gli americani hanno dislocato nell’area portaerei e
jet da combattimento – Axios mette in evidenza che “solo nelle ultime 24 ore,
altri 50 aerei da combattimento (F-35, F-22 e F-16) si sono diretti nella
regione” – e gli sciiti hanno mandato i Pasdaran a fare esercitazioni nello
stretto di Hormuz.
Da un lato, entrambe le parti dicono che i colloqui “sono andati bene” anche se
il vicepresidente Vance a Fox News puntualizza: “Per altri aspetti è stato molto
chiaro che il presidente ha posto alcune linee rosse che gli iraniani non sono
ancora disposti a riconoscere e superare”. Gli Stati Uniti sono pronti ad
attaccare? Il senatore Lindsey Graham ha affermato che le manovre militari
potrebbero richiedere ancora settimane; per altre fonti, i tempi potrebbero
essere più brevi.
C’è poi da considerare il fattore Israele. Axios cita in maniera anonima due
funzionari dello Stato ebraico che confermano la prospettiva di una azione per
eliminare la minaccia iraniana costituita sia del programma nucleare che dalla
sua potenza missilistica, e giungere finalmente ad un cambio di governo a
Teheran. Appena un giorno fa Benny Gantz, leader del partito di centro Blu e
Bianco (ed ex capo dello Stato maggiore dal 2011 al 2015), parlando a
Gerusalemme alla Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni
ebraiche americane ha detto: “Nei prossimi giorni, o al massimo nelle prossime
settimane, il mondo dovrà essere unito per rovesciare il regime degli ayatollah
iraniani, altrimenti loro continueranno a uccidere gli altri e il loro stesso
popolo”
Il discorso di Gantz è importante perchè arriva da un avversario politico del
premier Netanyahu, dunque lontano dalla destra o estrema destra attualmente
dentro l’esecutivo. Eppure il fondatore di Blue e Bianco non ha dubbi:
“Ottant’anni fa, gli Stati Uniti liberarono l’Europa dal regime nazista. Oggi,
il presidente Trump ha l’opportunità di liberare il Medio Oriente dal terrore
del regime degli ayatollah e di essere ricordato per sempre per questo”.
Insomma, anche Israele si prepara ad uno scenario bellico. Cosa deciderà Trump
non è chiaro e il presidnete più di una volta ha spiazzato con le sue scelte
volubili: ma secondo Axios “non ci sono prove che una svolta diplomatica con
l’Iran sia all’orizzonte. Ma ci sono sempre più prove che una guerra sia
imminente”.
L'articolo “Trump si sta stufando, a breve campagna militare massiccia contro
l’Iran”: la rivelazione di Axios proviene da Il Fatto Quotidiano.
I colloqui tra Stati Uniti e Iran a Ginevra iniziano con minacce incrociate.
Golfo Persico e Stretto di Hormuz sono al centro delle tensioni, con la Guida
Suprema, Alì Khamenei, che ha lanciato un avvertimento a Washington: “Continuano
a dire che hanno inviato una portaerei verso l’Iran. Benissimo. Una portaerei è
certamente un mezzo pericoloso. Ma più pericolosa della portaerei è l’arma che
può farla affondare”, ha detto. Mentre il comandante delle forze navali delle
Guardie della rivoluzione islamica, Alireza Tangsiri, ha affermato che
l’intelligence dei pasdaran sorveglia 24 ore su 24 lo Stretto di Hormuz, dal
quale passano oltre 80 petroliere e navi cargo al giorno.
La situazione nello Stretto è particolarmente tesa. Da settimane gli Stati Uniti
hanno schierato la portaerei Lincoln e altri mezzi militari nelle acque del
Golfo, ma allo stesso tempo, lunedì, è iniziata l’esercitazione militare
‘Maritime Security Belt 2026‘ dei pasdaran. Operazione alla quale
parteciperanno, come confermato dal segretario del Consiglio di sicurezza della
Federazione Russa, Nikolai Patrushev, anche navi di Mosca e Pechino, già in
viaggio verso le acque sorvegliate dalla Repubblica Islamica. “Il presidente
degli Stati Uniti Donald Trump continua a ripetere che l’esercito del suo Paese
è il più forte al mondo, ma dovrebbe sapere che tale ‘esercito più forte al
mondo’ potrebbe subire un colpo tale da non potersi più muovere – ha concluso
Khamenei – Ha anche detto che gli Stati Uniti non sono stati in grado di
rovesciare la Repubblica Islamica da 47 anni. Questa è una buona confessione e
io gli dico che non sarà in grado di farlo nemmeno in futuro”. Sulla sponda
americana, anche il presidente Trump non lesina attacchi ai vertici di Teheran,
avvertendoli che “se non si farà l’accordo ci saranno conseguenze. Sarò
coinvolto in quei colloqui, indirettamente – ha detto ai giornalisti a bordo
dell’Air Force One – Vogliono raggiungere un accordo, non credo che vogliano le
conseguenze di un mancato accordo”.
Intanto, nella città svizzera sono iniziati i colloqui indiretti mediati
dall’Oman. A fare da tramite è il ministro degli Esteri di Musqat, Badr
al-Busaidi, che ha già incontrato il capo della diplomazia iraniana, Abbas
Araghchi, membro della delegazione iraniana insieme ai vice ministri degli
Esteri Majid Takht-Ravanchi, Kazem Gharibabadi e Hamid Ghanbari, oltre a
numerosi esperti in campo tecnico, economico e giuridico. Per gli Usa, invece,
sono presenti l’inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero del
presidente, Jared Kushner.
“La revoca completa delle sanzioni è parte integrante di qualsiasi processo
diplomatico e la presenza di esperti economici e tecnici nel ciclo di colloqui
ne è un segno”, hanno voluto precisare fonti iraniane all’agenzia Tasnim. Mentre
altre fonti hanno parlato ai microfoni di Mehr spiegando che i colloqui
riguarderanno soltanto il dossier nucleare e la rimozione delle sanzioni contro
Teheran, con l’Iran che ha ribadito la sua posizione riguardo al “mantenimento
dell’arricchimento dell’uranio”.
L'articolo I colloqui Iran-Usa iniziano tra le minacce. Alta tensione nello
Stretto di Hormuz, Khamenei: “Possiamo affondare la loro nave” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
All’estero si cerca la mediazione, ma in casa prevale la repressione. Sono
questi i due volti dell’Iran: a Ginevra, domani, la delegazione incontrerà gli
inviati americani per discutere il programma nucleare. Nel contempo a Teheran,
in seguito alle proteste contro il regime degli ayatollah, sono state condannate
a morte 14 persone che avevano preso parte ai cortei nei giorni scorsi.
Per mandare a morte i dissidenti, secondo le notizie fornite da Iran
International, è bastato un procedimento giudiziario sul web, convocato dal
giudice Abolghasem Salavati, capo della Sezione 15 della Corte rivoluzionaria
iraniana. Del resto, il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein
Mohseni-Ejei, ha invitato l’autorità giudiziaria ad agire “con la massima
risolutezza e senza alcuna clemenza e indulgenza nei processi e nella punizione
dei principali elementi delle rivolte e degli atti terroristici”.
Secondo i dati forniti da Human Rights Activist New Agency (Hrana), in 50 giorni
di proteste il numero delle vittime è salito a 7.015: di queste, 6.508 sono
state registrate come “manifestanti”; 226 di loro avevano meno di 18 anni. Tra
coloro che hanno perso la vita, anche 214 militari ed esponenti delle forze
dell’ordine; 25.845 i feriti tra i civili, gli arresti sono 53.552, inclusi 144
studenti.
Mentre il regime conferma la natura sanguinaria della cancellazione del
dissenso, a Ginevra domani, con la delegazione guidata dal ministro degli Esteri
Abbas Araghchi cercherà di evitare l’annunciato attacco americano da parte del
presidente Trump; il tycoon a capo della Casa Bianca in Svizzera ha inviato
Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, la stessa coppia a cui è assegnato il
dossier Ucraina. I negoziati tra Washington e Teheran saranno mediati dall’Oman.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei all’agenzia
Irna dice: “Negoziamo in condizioni di massimo sospetto e sfiducia. Abbiamo
esperienze passate e non possiamo dimenticarle neanche per un attimo”. Baqaei ha
ribadito la volontà di Teheran di chiudere i negoziati nel più breve tempo
possibile: “Per noi il tempo è importante. La nostra gente è sotto pressione a
causa delle sanzioni ingiuste e ragione e logica dicono dovremmo poter riuscire
al più presto ad arrivare alla revoca di queste sanzioni. Il problema che
abbiamo è nel cambiamento delle opinioni e nelle posizioni contraddittorie, non
solo da parte dei negoziatori, ma anche da parte di altri funzionari
statunitensi”. In ogni caso, la delegazione iraniana sostiene che l’approccio
americano si sia spostato nelle ultime ore su aspetti più “realistici”
Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, conferma la difficoltà
dell’incontro: “Abbiamo la speranza che si raggiunga un accordo, il presidente
sempre preferisce risultati pacifici e negoziati e ha dimostrato la sua
disponibilità a parlare e incontrare chiunque”. Non è chiaro se gli Stati Uniti
al tavolo del negoziato, oltre la questione del nucleare, porteranno anche il
programma missilistico iraniano, un aspetto che preoccupa forse più, in questa
fase storica, non solo gli Usa, ma anche Israele.
Come contorno del confronto a Ginevra c’è la fase muscolare: se Trump ha inviato
in Medio Oriente due portaerei, il regime sciita risponde con una esercitazione
denominata “Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz”, guidata dalle forze
navali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Insomma, a Ginevra
domani si discuterà, ma nel frattempo si preparano i cannoni.
L'articolo Iran, repressione e diplomazia: condannati a morte 14 manifestanti
anti-regime. A Ginevra i colloqui con gli Usa sul nucleare in un clima di
diffidenza proviene da Il Fatto Quotidiano.