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Il nucleare di Dimona: perché l’arsenale segreto di Israele spaventa l’Aiea più di quello iraniano
di Serena Poli Nell’esatto momento in cui un missile iraniano ha colpito a venticinque chilometri dal Negev Nuclear Research Center di Dimona, di colpo la realtà ha squarciato tutte le narrazioni occidentali, a partire dal grottesco doppio standard sui crimini di guerra. Oggi sentiamo Netanyahu blaterare di diritto internazionale e denunciare come crimini i contrattacchi iraniani, dopo aver raso al suolo ospedali, scuole, case e persino tendopoli a Gaza. Eppure, secondo lo stesso diritto internazionale, un Paese aggredito come l’Iran ha il pieno diritto di difendersi. Nel frattempo Israele sta esportando il “modello Gaza” anche in Libano: una distruzione sistematica di cui i vertici israeliani arrivano persino a vantarsi pubblicamente. Ma le narrazioni propagandistiche che stanno cadendo sono anche altre. La sera del 21 marzo, l’IAEA (International Atomic Energy Agency) esprime in un post sul social “X” preoccupazione per i missili nelle vicinanze di Dimona: è una confessione senza precedenti. Perché l’IAEA non ha mai emesso comunicati di allarme quando Israele colpiva i centri di ricerca iraniani? Ecco la prima confessione: perché sanno che lì non c’è l’atomica, sanno che il pericolo del nucleare iraniano è un’emergenza mediatica costruita a tavolino per giustificare la guerra. Al contrario, seconda confessione, tremano per Dimona perché sanno perfettamente cosa c’è sepolto lì sotto: una polveriera atomica non dichiarata. Il punto non è scoprire il ‘segreto di Pulcinella’ dell’arsenale israeliano, ma registrare il panico dell’IAEA per i missili iraniani. Il terrore di Rafael Grossi è dato dalla differenza tra il nucleare iraniano e quello di Dimona, che è la stessa che passa tra un sacco di polvere da sparo sparsa in un cortile e una granata con la spoletta già tolta. In Iran si arricchisce uranio, un processo lento e monitorato di cui non è mai stata provata una finalità militare attiva. A Dimona si produce plutonio: ne basta una sfera grande quanto un’arancia per cancellare una metropoli. Mentre si scatena una guerra col pretesto che l’Iran possa un giorno costruire l’atomica, Israele possiede la Bomba H, una tecnologia mille volte più devastante. Ecco perché l’IAEA non lancia allarmi per i siti iraniani ma per Dimona: sanno che colpire lì non significa danneggiare una fabbrica, ma innescare un’apocalisse. Nello scenario peggiore, un impatto diretto rischierebbe per onda d’urto di far esplodere l’intero arsenale di testate stoccate nel sito: una reazione a catena che libererebbe una nube letale su tutto il Medio Oriente, rendendo inabitabile l’intera regione per secoli. Il terrore per questo scenario è reso evidente dall’invito dell’IAEA ad “osservare la massima moderazione militare, in particolare nelle vicinanze degli impianti nucleari”. Ma esiste anche un aspetto connesso alla verità legale e alle conseguenze fatali per Israele se questa dovesse emergere. Il silenzio internazionale è infatti necessario per aggirare gli emendamenti Symington e Glenn, leggi americane nate negli anni 70 proprio per proibire aiuti economici e militari ai Paesi che sviluppano armi nucleari fuori dai trattati. Riconoscere ufficialmente l’esistenza dell’arsenale nucleare di Dimona costringerebbe gli Stati Uniti ad applicare le proprie leggi e tagliare quegli aiuti miliardari che tengono in piedi lo stato di Israele, in particolar modo il suo apparato di difesa interamente finanziato dai contribuenti americani. Qui il pensiero corre a JFK, l’ultimo presidente americano che pretese ispezioni vere e sistematiche su Dimona, scontrandosi con i sotterfugi di Ben Gurion. La ‘massima moderazione’ di Grossi non è solo un appello alla cautela, ma il timore che la realtà rompa il lessico dell’ambiguità che tiene tutto in piedi. Il nucleare iraniano è un problema creato a tavolino; quello israeliano è la reale emergenza, sia a livello di sicurezza dell’intera regione (e non solo), sia per l’enormità di un malaffare che si protrae, nel silenzio, da decenni. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Il nucleare di Dimona: perché l’arsenale segreto di Israele spaventa l’Aiea più di quello iraniano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive
Italia terra di basi, installazioni e servitù militari. La guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti di Donald Trump contro l’Iran ha fatto tornare di attualità il ruolo – marginale nella diplomazia, fondamentale nello scacchiere militare – che il nostro Paese riveste nel dispiegamento delle forze Nato in generale e di quelle americane più nello specifico. Al pari forse della sola Germania, infatti, l’Italia è stata – a partire dal secondo dopoguerra e per lungo tempo fino alla fine della guerra fredda – il luogo d’elezione per piazzare piste, fortini, munizioni e radar che guardavano a Est. Ma se la caduta del Muro di Berlino e l’evoluzione tecnologica hanno reso inutili se non inservibili (quando non proprio abbandonate) molte di queste strutture, il tessuto del Paese rimane costellato ancora oggi di strutture più o meno operative che potrebbero ritrovarsi coinvolte, anche solo per esigenze logistiche, di fronte a una ulteriore escalation del conflitto. LA DISTRIBUZIONE DELLE BASI Ricostruire la mappa della miriade di torri, uffici di comunicazione, basi, depositi e caserme sparse per il Paese non è semplice. Alle fonti ufficiali infatti, da sempre si accompagnano antologie di luoghi mai ufficialmente riconosciuti ma nemmeno mai smentiti, spesso identificati da siti di controinformazione e rilanciate dai media mainstream. Di ciascuno di questi siti – in assenza di definizioni ufficiali – è altrettanto arduo ricostruire l’effettivo utilizzo sotto l’ombrello Usa o Nato, spesso concorrenti o paralleli. Per questo le mappe che pubblichiamo si basano sull’unica ipotesi possibile: quella del confronto di fonti macro (fonti ufficiali, Ong, campagne internazionali) con la verifica, laddove possibile, su notizie della stampa locale. Quel che è certo oltre ogni ragionevole dubbio è che il principale “esportatore” di basi militari al mondo sono gli Stati Uniti. I responsabili della campagna World Beyond War ne hanno contate più di 870 a stelle e strisce su suolo straniero, i due terzi delle 1200 basi estere a livello globale. Altrettanto certo è che il conto di ciò che avviene nel mondo occidentale è ben più credibile di quanto ammesso o comunicato da potenze come Russia e Cina, il cui dispiegamento di forze, quando svelato, ha una funzione spesso di leva politica ancor prima che militare. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LA BOMBA La proliferazione militare del secondo dopo guerra ha portato con sé anche l’incremento di ordigni nucleari nelle mani delle due superpotenze e dei loro alleati. In questo caso l’Italia vanta un piccolo record, essendo l’unico Paese europeo con due depositi destinati agli ordigni atomici. Un terzo delle atomiche custodite in Europa si trova nel nord Italia, nelle due principali basi aeree di Aviano e Ghedi. Complessivamente, il numero delle testate nel mondo è superiore a 12mila, la gran parte delle quali in mano a Stati Uniti e Russia. Le sorti incerte dei trattati di non proliferazione (dopo il ritiro russo nel 2023) rendono questo numero ulteriormente difficile da stimare in futuro. L'articolo Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dal crollo dell’Urss alla crisi di Hormuz: decenni di tensioni Iran-Usa con profezie tragicamente smentite
Corsi e ricorsi della Storia. Come la geopolitica muta, a seconda del vento e degli interessi. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, più volte la Guida Suprema iraniana Khomeini denunciò il malvagio trattamento riservato alle popolazioni islamiche dell’Unione Sovietica e aveva sollecitato le folle a scendere in piazza gridando “Morte all’Urss!”. Nel 1989 sempre Khomeini profetizzava la prossima ineluttabile fine dell’utopia marxista, invitando ripetutamente Gorbaciov a convertirsi all’Islam. Khomeini scompare il 3 giugno del 1989, il Muro di Berlino crolla il 9 novembre dello stesso anno, l’Urss affonda tra il gennaio del 1990 e il 31 dicembre del 1991, insomma non sono più un incubo per Washington, anzi, alla Casa Bianca pensano ormai che è venuto il momento di fare la pace con Teheran. Gli analisti del Dipartimento di Stato e del Pentagono si mettono febbrilmente al lavoro, cercano un “ayatollah moderato”: che è poi quello che sta cercando Trump, per uscire dalla trappola di Hormuz, lo stretto dove transita il 20 per cento del grezzo prodotto nel mondo, e per arrivare ad una tregua così da poter fermare l’offensiva che il presidente Usa ha scatenato per consentire – è stata la sua promessa – agli iraniani di cambiare regime. Obiettivo fallito. La guerra contro l’Iran, infatti, è diventata una guerra per il petrolio. E non s’intravede in alcun modo lo spiraglio di una mutazione in senso moderato e democratico ai vertici della Repubblica islamica. Al contrario, è sempre più chiaro che il regime iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi, tantomeno di concedere potere a chi potrebbe flirtare con il nemico. Trentacinque anni fa gli americani si illusero di aver scovato un ayatollah pragmatico nella figura di Akbar Hashemi Rafsandjani: si presentava infatti come il partigiano della reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale, prima di passare il testimone al successore Mohammad Khatami, un ayatollah riformatore, ex ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico. Così, nell’estate del 1999 Clinton dichiara che “gli Stati Uniti non hanno intenzioni ostili contro la Repubblica islamica e che sperano di stabilire migliori relazioni tra i due Paesi”. Bisogna rammentare che alla fine del secolo scorso gli Usa sembravano diventati i padroni del mondo, con l’Urss in ginocchio, l’Est europeo che puntava ad Ovest, la Cina che non era ancora la potenza economica di oggi, e tutto pareva confortare l’approccio “pragmatico” (parola chiave) nei confronti dell’islam politico. Del resto, l’aveva confermato, in una intervista concessa al Nouvel Observateur (nel numero in edicola dal 15 al 21 gennaio 1998) lo stesso Zbigniew Brzezinski, l’artefice di questa strategia, dimostrando un cinismo molto imbarazzante. Gli domandano: non si pente d’aver favorito l’integralismo islamico, di aver dato armi e consigli a futuri terroristi? “Cos’è più importante, nella storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche estremista islamico o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?”. Il giornalista è perplesso. Replica: “Qualche testa calda? Ma lo diciamo e lo ripetiamo: il fondamentalismo islamico rappresenta oggi una minaccia globale”. Al che Brzezinski ribatte, sempre più convinto che la ragion di Stato (quella degli Usa) prevalga su qualsiasi altra cosa, anche a scapito di ogni ragionevole dubbio: “Sciocchezze. Si dice che l’Occidente dovrebbe avere una politica globale nei confronti dell’islamismo. E’ stupido: non esiste un islamismo globale. Guardiamo all’islam razionalmente e non demagogicamente o emotivamente”. Verrà smentito tragicamente l’11 settembre del 2001, dagli uomini di Al Qaeda e di Osama Bin Laden. Addestrati e pagati, a suo tempo, dalla Cia e dall’Isis, i servizi d’intelligence pachistani, “creature uscite dai laboratori del Pentagono” (Pierre e Christian Pahlavi, padre e figlio, quest’ultimo professore di strategia alla Scuola di stato maggiore delle forze canadesi basata a Toronto). Il fuoco islamico incendia il Medio Oriente e l’Asia Centrale, si espande in Europa, il braciere fondamentalista attizza pure l’Africa, benché circondati dalle forze statunitensi gli iraniani vogliono sbarazzarsi dei talebani afgani ed estendere la loro influenza in Iraq e nel Golfo, gli americani realizzano il… capolavoro di liquidare Saddam Hussein, il nemico giurato di Teheran e rimpiazzarlo con uno Stato in mano agli sciiti filo iraniani. E’ un periodo di confusi incontri informali tra americani ed iraniani, ma il nuovo processo di riavvicinamento deraglia perché il Mossad informa la Cia che col pretesto di un “dialogo fra civiltà”, il presidente Khatami aveva appena rilanciato un programma nucleare clandestino. Poi, arriva il turno dell’instabile successore Mahmud Ahmadinejad, di sollevare un vero e proprio putiferio, rilanciando la dottrina radicale di Khomeini, moltiplicando le provocazioni contro gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, soprattutto contro Israele. Ed è con George W. Bush che l’Iran viene inserito nell’infamante “Asse del Male”, al che gli iraniani rinverdiscono l’anatema khomeinico, gli Usa sono il “Grande Satana”. Ormai l’illusione di venire a patti con Teheran è solo un’utopia irrealizzabile, la diffidenza tra i due fronti è così profonda che nemmeno il conciliante Barack Obama, e la sua velleitaria intenzione di “tendere la mano”, riescono ad abbassare i toni. Nel 2016, la Guida Suprema della Rivoluzione islamica dichiara più volte che l’Iran non si piegherà più “ai diktat delle potenze imperialiste”. La retorica abbonda. E tuttavia – questo è un significativo indizio su quanto sta succedendo oggi – è con la prima presidenza Trump che i negoziatori iraniani pensano di poter concludere un accordo vantaggioso con il presidente-businessman. Ed è probabile che l’attuale guerra, nonostante le numerose spiegazioni sui motivi e gli obiettivi dell’attacco date da Trump (che non sa come ritrattare senza perdere la faccia soprattutto in patria), si risolva con una tregua che consentirà al regime degli ayatollah di sopravvivere, tradendo in questo modo le aspettative della popolazione e le promesse trumpiane, in cambio del ritorno alla (quasi) normalità dei passaggi marittimi nello stretto di Hormuz. Resta chiaro il fatto che i Paesi del Golfo saranno sempre sotto ricatto, di conseguenza lo sarà il mercato energetico asiatico ed australiano, il più colpito. Gli oleodotti, come sbocchi alternativi, sono bersagli impossibili da sorvegliare, in un Medio Oriente che è una polveriera senza speranze d’essere neutralizzata. E’ in questa ottica che i Paesi più dipendenti in materia di gas e petrolio stanno rivalutando l’opzione nucleare e le fonti alternative. Ma le lobbies petrolifere non ci staranno. Basta vedere come le loro “armi di distrazione di massa” hanno funzionato sabotando il progetto di elettrificazione del mercato automobilistico. Per i padroni energetici le guerre sono il trionfo dei profitti. Impongono la storia che vogliono raccontare. Sulla pelle (e i portafogli) dei popoli. L'articolo Dal crollo dell’Urss alla crisi di Hormuz: decenni di tensioni Iran-Usa con profezie tragicamente smentite proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il capo dell’Agenzia atomica: “Non ci sono prove di un programma iraniano per la costruzione di armi nucleari”
Non ci sono prove di un programma iraniano finalizzato alla costruzione di armi nucleari. A dichiararlo è Rafael Grossi, il direttore generale della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Il vertice dell’organizzazione autonoma delle Nazioni Unite smentisce così le affermazioni di Israele e Stati Uniti che hanno giustificato l’attacco a Teheran rispolverando il rischio atomico. Grossi ha spiegato a Nbc News che l’agenzia non ha identificato “elementi di un programma sistematico e strutturato per la produzione di armi nucleari” in Iran. Allo stesso tempo, però, ha confermato che Teheran ha arricchito l’uranio al 60% di purezza, un livello ben oltre il fabbisogno energetico civile. Un livello di arricchimento che “solo i Paesi dotati di armi nucleari hanno”, ha sottolineato. Nonostante questo comunque gli ispettori non hanno potuto concludere che l’Iran ha intenzione di costruire una bomba, ma ha affermato che l’accumulo di scorte solleva seri interrogativi. Questo arricchimento, ha aggiunto, era “la fonte delle nostre preoccupazioni” e non c’era “nessun obiettivo chiaro” per accumulare materiale a quel livello. “Le centrifughe giravano costantemente e producevano sempre più materiale”, ha detto, aggiungendo che teoricamente questo sarebbe stato “sufficiente per produrre più di 10 testate nucleari. Ma le hanno? No”, ha specificato. L'articolo Il capo dell’Agenzia atomica: “Non ci sono prove di un programma iraniano per la costruzione di armi nucleari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, colpito l’impianto nucleare di Natanz. L’Aiea: “Non possiamo escludere fuoriuscite di materiale radioattivo”
L’impianto nucleare iraniano di Natanz, tra i principali del paese, è stato colpito durante i raid di Stati Uniti e Israele. “Ieri hanno attaccato di nuovo gli impianti nucleari pacifici e protetti dell’Iran”, ha dichiarato l’ambasciatore di Teheran all’Aiea Reza Najafi ai giornalisti durante una riunione del consiglio dei governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, composto da 35 nazioni. Alla domanda di Reuters su quali impianti fossero stati colpiti, Najafi ha risposto: “Natanz”. “Per quanto riguarda lo stato degli impianti nucleari in Iran – aveva detto poco prima il direttore dell’agenzia per l’energia atomica Rafael Grossi -, finora non abbiamo alcuna indicazione che uno di essi, tra cui la centrale nucleare di Bushehr, il reattore di ricerca di Teheran o altri impianti del ciclo del combustibile nucleare, sia stato danneggiato o colpito”. “Finora, non è stato rilevato alcun innalzamento dei livelli di radiazione al di sopra dei normali livelli di fondo nei paesi confinanti con l’Iran”, ha aggiunto. “Vorrei ricordare ancora una volta le passate risoluzioni della Conferenza generale che affermano che gli attacchi armati contro gli impianti nucleari non dovrebbero mai aver luogo e potrebbero provocare rilasci radioattivi con gravi conseguenze all’interno e all’esterno dei confini dello Stato attaccato”. “L’Iran e molti altri paesi della regione che sono stati oggetto di attacchi militari dispongono di centrali nucleari e reattori nucleari di ricerca operativi, nonché di siti di stoccaggio di combustibile associati, il che aumenta la minaccia alla sicurezza nucleare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno quattro reattori nucleari operativi; la Giordania e la Siria hanno reattori nucleari di ricerca operativi. Anche Bahrein, Iraq, Kuwait, Oman, Qatar e Arabia Saudita sono stati attaccati. Tutti questi paesi utilizzano applicazioni nucleari di un tipo o dell’altro. Pertanto, esortiamo alla massima moderazione in tutte le operazioni militari”. “Vorrei sottolineare che la situazione odierna è molto preoccupante – conclude Grossi ribadendo il concetto -. Non possiamo escludere una possibile fuoriuscita di materiale radioattivo con gravi conseguenze, inclusa la necessità di evacuare aree estese quanto o più delle grandi città”. L'articolo Iran, colpito l’impianto nucleare di Natanz. L’Aiea: “Non possiamo escludere fuoriuscite di materiale radioattivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Attacco Usa-Israele all’Iran, Tajani: “Non sarà guerra lampo”. Schlein, Bonelli e Fratoianni: “Trump fuori dal diritto internazionale”
Le prime reazioni italiane all’attacco congiunto di Stati Uniti d’America e Israele contro Iran si muovono su un doppio binario: da un lato la preoccupazione del governo per la sicurezza dei connazionali e dei militari nell’area, con l’insistenza sulla necessità di evitare l’escalation; dall’altro le opposizioni che parlano apertamente di violazione del diritto internazionale e chiedono a Roma di prendere le distanze da Washington e Tel Aviv. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani sottolinea la gravità della situazione – “non sarà una guerra lampo” – e annuncia misure precauzionali, mentre le forze di opposizione — da Elly Schlein ad Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni — chiedono un’iniziativa diplomatica urgente e criticano l’azione militare. L’altro vicepremier Matteo Salvini richiama la preferenza per la via diplomatica ma osserva che, se Washington aveva “certezza” sull’avvicinamento di Teheran alla bomba atomica, “hanno ritenuto di intervenire”. TAJANI: “SITUAZIONE MOLTO PREOCCUPANTE, PRONTI ALL’EVACUAZIONE” “La situazione è molto preoccupante”, afferma Tajani a SkyTg24, spiegando che l’Italia ha già “ridotto al minimo la presenza diplomatica a Teheran” ed è “pronta all’evacuazione anche degli italiani che volessero farlo”. Il ministro riferisce che la Farnesina segue “minuto per minuto” l’evolversi degli eventi. Gli italiani non residenti hanno già lasciato il Paese nei giorni scorsi, mentre restano soprattutto cittadini con legami familiari in Iran. Una riunione d’emergenza servirà a valutare “eventuali provvedimenti da adottare per l’evacuazione dei nostri connazionali, se opportuna e se non è rischiosa”. Tajani rassicura: “Per il momento non ci sono problemi per i nostri connazionali”, e “durante gli attacchi non c’è stato alcun ferito italiano”. La priorità, ribadisce, è la loro sicurezza. Il presidente del Consiglio è “costantemente informata” e il governo lavora “sempre per la pace sperando che si concluda rapidamente questa guerra”, anche se — avverte — “la reazione iraniana sembra già pronta”. Sul piano politico-diplomatico, Tajani riconosce che “la partita è nelle mani di Iran, Israele e Stati Uniti” e che la trattativa era in corso tra americani e iraniani. L’obiettivo di Washington, sostiene, è “eliminare qualsiasi rischio nucleare per l’Occidente, innanzitutto per Israele”, anche alla luce del programma missilistico iraniano che, se rafforzato, “potrebbe arrivare a colpire anche l’Europa”. L’Italia, ribadisce, ha sempre sostenuto la linea negoziale: “Le soluzioni non sono mai quelle di risolvere con la guerra”. Roma resta in contatto con il direttore dell’Aiea Rafael Grossi e ha già adottato sanzioni contro Teheran, compreso l’inserimento dei pasdaran nelle liste delle organizzazioni terroristiche. “L’Iran non poteva avere l’arma atomica, su questo siamo stati molto chiari”, afferma, pur auspicando che si possa trovare “un accordo anche a guerra in corso”. Tajani non ritiene probabile un allargamento regionale del conflitto: non crede che Teheran abbia interesse o possibilità di “scatenare una guerra nell’area”, perché si troverebbe “isolata nel mondo più di quanto è”. Tuttavia, ammette che “non va escluso nulla” e che dai segnali provenienti da Israele ci si aspetta una reazione missilistica iraniana con possibili controreazioni. LE OPPOSIZIONI: “VIOLATO IL DIRITTO INTERNAZIONALE” Durissima la posizione di Bonelli e Fratoianni (Avs): “Ancora una volta Israele e Usa fanno carta straccia del diritto internazionale. Il bombardamento dell’Iran è inaccettabile e senza giustificazioni”. Secondo i due leader, l’escalation destabilizzerà ulteriormente la regione. Bonelli e Fratoianni attaccano anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex presidente americano Donald Trump, accusati di perseguire una “politica di dominio militare”. Chiedono al governo italiano di “prendere le distanze da questa ennesima violazione del diritto internazionale” e di attivarsi per il cessate il fuoco, richiamando l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra”. Anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, parla di “drammatica escalation” e di azione “al di fuori del diritto internazionale e delle sedi multilaterali”, con rischi imprevedibili anche per la fragile tregua a Gaza. Pur ribadendo una “netta condanna del regime di Teheran” e la convinzione che l’Iran non possa dotarsi dell’arma nucleare, Schlein insiste: “Il modo per impedirlo non sono le azioni militari decise da soli ma riprendere la via negoziale, quella diplomatica”. Al governo chiede di attivarsi “con urgenza” per la sicurezza dei connazionali e per favorire una de-escalation. “La via diplomatica è sempre la preferibile”, afferma il leader della Lega Salvini, ricordando che il governo ha già fatto una call sull’emergenza. Tuttavia, aggiunge che “se c’è da parte degli Stati Uniti la certezza che il regime islamista iraniano si stia avvicinando alla bomba atomica… hanno ritenuto di intervenire”. Anche per il leader della Lega la priorità resta la tutela dei civili, “a partire dagli italiani che sono in Iran”. Salvini sottolinea inoltre che, “a quanto mi risulta, siamo stati avvertiti ad attacco cominciato”. L'articolo Attacco Usa-Israele all’Iran, Tajani: “Non sarà guerra lampo”. Schlein, Bonelli e Fratoianni: “Trump fuori dal diritto internazionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Trump si sta stufando, a breve campagna militare massiccia contro l’Iran”: la rivelazione di Axios
Una campagna militare in Iran definita “massiccia”, con una durata prevista di diverse settimane. Insomma, niente a che vedere con il raid che in Venezuela ha portato all’arresto dell’ex presidente Maduro e della moglie. Il media Axios, sempre ben informato sulle vicende del Medio Oriente, fornisce in anteprima una proiezione sulle intenzioni dell’amministrazione Trump verso il regime degli ayatollah. “Il capo (Donald Trump) si sta stufando. Alcune persone intorno a lui lo mettono in guardia dal dichiarare guerra all’Iran, ma credo che ci sia il 90% di possibilità di assistere a un’azione concreta nelle prossime settimane”, ha detto un funzionario ai giornalisti. Si torna così allo scenario che sembrava inevitabile a gennaio, quando il presidente americano aveva assicurato ai manifestanti che a migliaia riempivano le strade iraniane, che gli Usa erano al loro fianco, e che sarebbero intervenuti se le autorità di Teheran avessero aperto il fuoco sui civili. Come è andata ormai è noto: si contano più di 7.000 morti in 50 giorni di proteste, tra coloro che hanno gridato a gran voce contro l’ayatollah e i suoi collaboratori. Ma qualcosa ha frenato la Casa Bianca, e così si è giunti ad uno scenario su due piani: quello diplomatico, con i colloqui a Ginevra sul nucleare iraniano tra la delegazione guidata dal ministro Araghchi e quella americana formata da Jared Kushner – genero del presidente – e Steve Witkoff, e le manifestazioni muscolari. Gli americani hanno dislocato nell’area portaerei e jet da combattimento – Axios mette in evidenza che “solo nelle ultime 24 ore, altri 50 aerei da combattimento (F-35, F-22 e F-16) si sono diretti nella regione” – e gli sciiti hanno mandato i Pasdaran a fare esercitazioni nello stretto di Hormuz. Da un lato, entrambe le parti dicono che i colloqui “sono andati bene” anche se il vicepresidente Vance a Fox News puntualizza: “Per altri aspetti è stato molto chiaro che il presidente ha posto alcune linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e superare”. Gli Stati Uniti sono pronti ad attaccare? Il senatore Lindsey Graham ha affermato che le manovre militari potrebbero richiedere ancora settimane; per altre fonti, i tempi potrebbero essere più brevi. C’è poi da considerare il fattore Israele. Axios cita in maniera anonima due funzionari dello Stato ebraico che confermano la prospettiva di una azione per eliminare la minaccia iraniana costituita sia del programma nucleare che dalla sua potenza missilistica, e giungere finalmente ad un cambio di governo a Teheran. Appena un giorno fa Benny Gantz, leader del partito di centro Blu e Bianco (ed ex capo dello Stato maggiore dal 2011 al 2015), parlando a Gerusalemme alla Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane ha detto: “Nei prossimi giorni, o al massimo nelle prossime settimane, il mondo dovrà essere unito per rovesciare il regime degli ayatollah iraniani, altrimenti loro continueranno a uccidere gli altri e il loro stesso popolo” Il discorso di Gantz è importante perchè arriva da un avversario politico del premier Netanyahu, dunque lontano dalla destra o estrema destra attualmente dentro l’esecutivo. Eppure il fondatore di Blue e Bianco non ha dubbi: “Ottant’anni fa, gli Stati Uniti liberarono l’Europa dal regime nazista. Oggi, il presidente Trump ha l’opportunità di liberare il Medio Oriente dal terrore del regime degli ayatollah e di essere ricordato per sempre per questo”. Insomma, anche Israele si prepara ad uno scenario bellico. Cosa deciderà Trump non è chiaro e il presidnete più di una volta ha spiazzato con le sue scelte volubili: ma secondo Axios “non ci sono prove che una svolta diplomatica con l’Iran sia all’orizzonte. Ma ci sono sempre più prove che una guerra sia imminente”. L'articolo “Trump si sta stufando, a breve campagna militare massiccia contro l’Iran”: la rivelazione di Axios proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I colloqui Iran-Usa iniziano tra le minacce. Alta tensione nello Stretto di Hormuz, Khamenei: “Possiamo affondare la loro nave”
I colloqui tra Stati Uniti e Iran a Ginevra iniziano con minacce incrociate. Golfo Persico e Stretto di Hormuz sono al centro delle tensioni, con la Guida Suprema, Alì Khamenei, che ha lanciato un avvertimento a Washington: “Continuano a dire che hanno inviato una portaerei verso l’Iran. Benissimo. Una portaerei è certamente un mezzo pericoloso. Ma più pericolosa della portaerei è l’arma che può farla affondare”, ha detto. Mentre il comandante delle forze navali delle Guardie della rivoluzione islamica, Alireza Tangsiri, ha affermato che l’intelligence dei pasdaran sorveglia 24 ore su 24 lo Stretto di Hormuz, dal quale passano oltre 80 petroliere e navi cargo al giorno. La situazione nello Stretto è particolarmente tesa. Da settimane gli Stati Uniti hanno schierato la portaerei Lincoln e altri mezzi militari nelle acque del Golfo, ma allo stesso tempo, lunedì, è iniziata l’esercitazione militare ‘Maritime Security Belt 2026‘ dei pasdaran. Operazione alla quale parteciperanno, come confermato dal segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Nikolai Patrushev, anche navi di Mosca e Pechino, già in viaggio verso le acque sorvegliate dalla Repubblica Islamica. “Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a ripetere che l’esercito del suo Paese è il più forte al mondo, ma dovrebbe sapere che tale ‘esercito più forte al mondo’ potrebbe subire un colpo tale da non potersi più muovere – ha concluso Khamenei – Ha anche detto che gli Stati Uniti non sono stati in grado di rovesciare la Repubblica Islamica da 47 anni. Questa è una buona confessione e io gli dico che non sarà in grado di farlo nemmeno in futuro”. Sulla sponda americana, anche il presidente Trump non lesina attacchi ai vertici di Teheran, avvertendoli che “se non si farà l’accordo ci saranno conseguenze. Sarò coinvolto in quei colloqui, indirettamente – ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One – Vogliono raggiungere un accordo, non credo che vogliano le conseguenze di un mancato accordo”. Intanto, nella città svizzera sono iniziati i colloqui indiretti mediati dall’Oman. A fare da tramite è il ministro degli Esteri di Musqat, Badr al-Busaidi, che ha già incontrato il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, membro della delegazione iraniana insieme ai vice ministri degli Esteri Majid Takht-Ravanchi, Kazem Gharibabadi e Hamid Ghanbari, oltre a numerosi esperti in campo tecnico, economico e giuridico. Per gli Usa, invece, sono presenti l’inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero del presidente, Jared Kushner. “La revoca completa delle sanzioni è parte integrante di qualsiasi processo diplomatico e la presenza di esperti economici e tecnici nel ciclo di colloqui ne è un segno”, hanno voluto precisare fonti iraniane all’agenzia Tasnim. Mentre altre fonti hanno parlato ai microfoni di Mehr spiegando che i colloqui riguarderanno soltanto il dossier nucleare e la rimozione delle sanzioni contro Teheran, con l’Iran che ha ribadito la sua posizione riguardo al “mantenimento dell’arricchimento dell’uranio”. L'articolo I colloqui Iran-Usa iniziano tra le minacce. Alta tensione nello Stretto di Hormuz, Khamenei: “Possiamo affondare la loro nave” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, repressione e diplomazia: condannati a morte 14 manifestanti anti-regime. A Ginevra i colloqui con gli Usa sul nucleare in un clima di diffidenza
All’estero si cerca la mediazione, ma in casa prevale la repressione. Sono questi i due volti dell’Iran: a Ginevra, domani, la delegazione incontrerà gli inviati americani per discutere il programma nucleare. Nel contempo a Teheran, in seguito alle proteste contro il regime degli ayatollah, sono state condannate a morte 14 persone che avevano preso parte ai cortei nei giorni scorsi. Per mandare a morte i dissidenti, secondo le notizie fornite da Iran International, è bastato un procedimento giudiziario sul web, convocato dal giudice Abolghasem Salavati, capo della Sezione 15 della Corte rivoluzionaria iraniana. Del resto, il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha invitato l’autorità giudiziaria ad agire “con la massima risolutezza e senza alcuna clemenza e indulgenza nei processi e nella punizione dei principali elementi delle rivolte e degli atti terroristici”. Secondo i dati forniti da Human Rights Activist New Agency (Hrana), in 50 giorni di proteste il numero delle vittime è salito a 7.015: di queste, 6.508 sono state registrate come “manifestanti”; 226 di loro avevano meno di 18 anni. Tra coloro che hanno perso la vita, anche 214 militari ed esponenti delle forze dell’ordine; 25.845 i feriti tra i civili, gli arresti sono 53.552, inclusi 144 studenti. Mentre il regime conferma la natura sanguinaria della cancellazione del dissenso, a Ginevra domani, con la delegazione guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi cercherà di evitare l’annunciato attacco americano da parte del presidente Trump; il tycoon a capo della Casa Bianca in Svizzera ha inviato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, la stessa coppia a cui è assegnato il dossier Ucraina. I negoziati tra Washington e Teheran saranno mediati dall’Oman. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei all’agenzia Irna dice: “Negoziamo in condizioni di massimo sospetto e sfiducia. Abbiamo esperienze passate e non possiamo dimenticarle neanche per un attimo”. Baqaei ha ribadito la volontà di Teheran di chiudere i negoziati nel più breve tempo possibile: “Per noi il tempo è importante. La nostra gente è sotto pressione a causa delle sanzioni ingiuste e ragione e logica dicono dovremmo poter riuscire al più presto ad arrivare alla revoca di queste sanzioni. Il problema che abbiamo è nel cambiamento delle opinioni e nelle posizioni contraddittorie, non solo da parte dei negoziatori, ma anche da parte di altri funzionari statunitensi”. In ogni caso, la delegazione iraniana sostiene che l’approccio americano si sia spostato nelle ultime ore su aspetti più “realistici” Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, conferma la difficoltà dell’incontro: “Abbiamo la speranza che si raggiunga un accordo, il presidente sempre preferisce risultati pacifici e negoziati e ha dimostrato la sua disponibilità a parlare e incontrare chiunque”. Non è chiaro se gli Stati Uniti al tavolo del negoziato, oltre la questione del nucleare, porteranno anche il programma missilistico iraniano, un aspetto che preoccupa forse più, in questa fase storica, non solo gli Usa, ma anche Israele. Come contorno del confronto a Ginevra c’è la fase muscolare: se Trump ha inviato in Medio Oriente due portaerei, il regime sciita risponde con una esercitazione denominata “Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz”, guidata dalle forze navali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Insomma, a Ginevra domani si discuterà, ma nel frattempo si preparano i cannoni. L'articolo Iran, repressione e diplomazia: condannati a morte 14 manifestanti anti-regime. A Ginevra i colloqui con gli Usa sul nucleare in un clima di diffidenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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