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Tribunale canadese chiede accesso ai dati in Europa della francese Ovh: i rischi per la sicurezza e la beffa per il cloud sovrano
Nel nome della sicurezza nazionale, un tribunale canadese ha chiesto l’accesso a dati conservati su server in Francia e Regno Unito, minando la “sovranità” sui dati europei. Il Gdpr (General data protection regulation) limita fortemente il trasferimento delle informazioni verso Paesi extra Ue. Il motivo della richiesta delle autorità dell’Ontario? La multinazionale Ovh cloud ha una filiale nel Paese della foglia d’acero, dunque secondo gli inquirenti la richiesta è legittima, anche se le informazioni sono conservate all’estero. Ma il criterio rischia di incrinare l’affidabilità del cloud europeo, minacciando l’ultimo baluardo sulla sicurezza delle informazioni nella “nuvola”: data center installati nei confini nazionali, amministrati da aziende autoctone. 100 ORGANIZZAZIONI EUROPEE INVOCANO IL CLOUD “SOVRANO” Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, con le tensioni crescenti Usa-Ue, in Europa molti esperti invocano a gran voce un cloud autoctono, “a prova” di ingerenze americane. A marzo 2025 quasi 100 organizzazioni (incluso il gigante della difesa Airbus) hanno sottoscritto l’appello per un fondo sovrano tecnologico in grado di sfuggire all’occhio dello “Zio Sam”. In virtù del Cloud act, le aziende americane sono obbligate a garantire l’accesso alle agenzie di sicurezza a stelle e strisce, purché fornite di un mandato giudiziario, anche se i server sono fuori dai confini. Problema: tra i clienti di Google, Amazon e Microsoft (dominatori del mercato Ue) ci sono governi, pubbliche amministrazioni, aziende strategiche. Anche per questo Ovh ha firmato l’appello sul “Cloud sovrano” europeo. Sul suo sito, l’azienda francese con sede a Roubaix si descrive come campione della “sovranità”, ovvero la “capacità di proteggere i dati da eventuali interferenze (soprattutto straniere)”. Il merito, secondo Ovh, è delle severe leggi del Vecchio Continente: “La conformità alla normativa europea, che limita le possibilità di trasferimento di dati personali al di fuori dell’Unione Europea, costituisce una garanzia di sovranità dei dati”. Una garanzia in bilico, dopo la richiesta della corte canadese. IL CASO: IL TRIBUNALE CANADESE CHIEDE ACCESSO AI DATI IN EUROPA Secondo il principio giuridico invocato dal tribunale, basta aprire una filiale all’estero per ricadere sotto la giurisdizione delle autorità locali, con tanti saluti alla riservatezza garantita dalle regole europee. Potenzialmente, una falla enorme: nel cloud si archiviano anche informazioni strategiche per la sicurezza di un Paese. Del resto è nel nome della sicurezza, che un giudice canadese ha reclamato informazioni al colosso tecnologico francese. Il caso è stato ricostruito dalla testata The Register. Nell’aprile 2024 la polizia canadese ha chiesto i dati degli abbonati e degli account collegati a quattro indirizzi IP sui server Ovh in Francia, Regno Unito e Australia. Il giudice ha sottolineato l’urgenza delle indagini per la sicurezza nazionale. Anche per questo, forse, ha rinunciato alla rogatoria internazionale, la via prevista dai trattati per la collaborazione giudiziaria tra Francia e Canada. “Per la rogatoria internazionale ci vogliono circa 6 mesi, il tempo sufficiente per far sparire le prove durante un’indagine per crimini digitali”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, docente di informatica all’Università di Bologna. Secondo lui, gli inquirenti cercano di affrettare i tempi mentre la rogatoria “è uno strumento del ‘900”. IL DILEMMA DI OVH: OLTRAGGIO ALLA CORTE IN CANADA, MULTA E RECLUSIONE IN FRANCIA Il risultato è il vicolo cieco della società: la legge francese punisce la condivisione di dati al di fuori dei trattati ufficiali, con la reclusione e multe da decine di migliaia di euro; d’altra parte, disobbedire all’ordine delle autorità canadesi comporterebbe l’accusa di oltraggio alla corte. Eppure, il 25 settembre il giudice Heather Perkins-McVey ha confermato l’ordine d’accesso, bocciando la richiesta di revoca del provvedimento depositata da Ovh. Il magistrato ha ribadito la priorità di garantire la sicurezza e fissato la scadenza per consegnare i dati al al 27 ottobre. La filiale canadese ha presentato ricorso con una domanda di judicial review (revisione giudiziaria), un istituto tipico dei paesi privi di Costituzioni scritte. Dall’esito del caso può dipendere il destino dell’industria del cloud in Europa. CLOUD AUTOCTONO E SOVRANO: FINE DI UN ILLUSIONE? Per Ovh, la sconfitta sarebbe è una beffa. Ad agosto un suo rappresentante legale aveva gioito per l’ammissione, da parte di Microsoft, di “non poter garantire” la sovranità dei dati. Il 18 giugno, durante un’audizione in Parlamento sulle dipendenze dell’industria digitale europea, Anton Carniaux (direttore degli affari pubblici e legali di Microsoft Francia) ha ammesso di non poter sottrarsi ai vincoli del cloud act. Alla domanda se fosse stato obbligato a trasmettere i dati, ecco la sua risposta: “Certamente, rispettando la procedura. Ma questo non ha avuto ripercussioni su nessuna azienda europea, né su nessun ente pubblico, da quando pubblichiamo questi rapporti sulla trasparenza”. Tanto è bastato per l’esultanza di Viegas Dos Reis, Chief Legal Officer di Ovh. con la testata The Register: “Non è una sorpresa, lo sapevamo già, finalmente hanno detto la verità!”. Ora a rallegrarsi potrebbero essere gli uomini di Redmond. Mentre l’Ue si interroga sulla sua sovranità tecnologica: “Il Gdpr vuole tutelare i dati degli europei ovunque siano, ma nessuna sa come imporre nostre regole agli altri Paesi”, ammette Colajanni. “L’Ue dice: ‘i principi e le regole devono governare la tecnologia’. In teoria sì, ma se le leggi non funzionano?”. L'articolo Tribunale canadese chiede accesso ai dati in Europa della francese Ovh: i rischi per la sicurezza e la beffa per il cloud sovrano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Reuters: “Trump valuta cambio di regime in Iran”. Teheran: “Risposta rapida e schiacciante a ogni attacco”
Il Cremlino mette in guardia Trump sulla soluzione militare per risolvere il dossier Iran e invita a proseguire con i negoziati diplomatici. Secondo Reuters, la Casa bianca non esclude il cambio di regime con il rovesciamento della guida suprema Ali Khamenei. Intanto l’Europa si prepara ad inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche. L’Obiettivo occidentale è aumentare la pressione sull’Iran per convincerlo a chiudere un accordo sull’energia nucleare. Ma la Russia prova a frenare il pressing e a scongiurare l’intervento armato degli Stati Uniti. Teheran reagisce con le minacciando “una risposta schiacciante” in caso di attacco degli Stati Uniti, anche grazie a mille nuovi droni. Citato dalla tv di Stato, il capo dell’Esercito iraniano, il generale Amir Hatami ha ribadito le priorità di Teheran: “rafforzare le proprie risorse strategiche in vista di una risposta rapida e schiacciante a qualsiasi invasione e attacco”. I mille velivoli senza pilota a disposizione delle forze armate, secondo Hatami sono la conseguenze delle “nuove minacce e degli insegnamenti tratti dalla guerra di 12 giorni”, contro Israele a giugno. TRUMP VALUTA IL CAMBIO DI REGIME, LA RUSSIA INVITA AI NEGOZIATI Il Cremlino esorta a trattatare ancora con Teheran. Il “potenziale” affinché i negoziati possano portare a risultati positivi è “lungi dall’essere esaurito”, ha dichiarato il portavoce di Putin Dmitry Peskov: “Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione”, ha concluso Peskov. Secondo l’agenzia di stampa Reuters Donald Trump sta valutando diverse opzioni contro l’Iran. Non sono esclusi attacchi mirati contro leader e forze di sicurezza, per incoraggiare i manifestanti a non abbandonare il dissenso. Stando ai funzionari Usa ascoltati dall’agenzia, il presidente Usa vorrebbe creare le condizioni per un “cambio di regime”, per via della repressione contro il movimento di protesta e l’uccisione di migliaia di persone. Per farlo, Trump stava valutando la possibilità di colpire comandanti e istituzioni ritenuti responsabili delle violenze, spronando i manifestanti ad invadere edifici governativi e di sicurezza. Una delle fonti statunitensi citate da Reuters ha affermato che le opzioni discusse dai collaboratori di Trump includevano anche un attacco molto più ampio con effetti duraturi, per colpire i missili balistici o i programmi di arricchimento nucleare. Ma Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva. AXIOS: DELEGATI DI ISRAELE E ARABIA SAUDITA A WASHINGTON. TEL AVIV CONDIVIDE DATI DI INTELLIGENCE, RIYAD FRENA L’INTERVENTO MILITARE Secondo Axios funzionari della difesa e dell’intelligence di Israele e dell’Arabia Saudita sono a Washington per il dossier iraniano, almeno da martedì. Il capo della Casa Bianca ha ordinato il rafforzamento della presenza militare Usa nel Golfo, ma non ha ancora preso una decisione finale. Se ieri ha minacciato un attacco “peggiore” di quello di giugno, i suoi consiglieri continuano a ipotizzare una soluzione diplomatica. Israele e Arabia Saudita, come pure gli altri Paesi della regione, sono protagonisti interessati e da giorni sono in allerta per possibili raid. Secondo la testata Usa, gli israeliani sono arrivati a Washington per condividere intelligence su possibili target all’interno dell’Iran. I sauditi, al contrario, sono preoccupati dal rischio di una guerra regionale e spingono per una soluzione diplomatica. Il sito americano ha rivelato che martedì e mercoledì il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Shlomi Binder, ha avuto colloqui con funzionari al Pentagono, alla Cia e alla Casa Bianca. Binder sarebbe a Washington per collaborare con l’Amministrazione Trump, condividendo dati intelligence sull’Iran richiesti dalla Casa Bianca. L’EUROPA VALUTA DI INSERIRE I PASDARAN NELLA LISTA DELLE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE: SANZIONI PER I COLPEVOLI DELLA REPRESSIONE IN IRAN Francia, Germania, Olanda, Italia e Spagna premono sull’inserimento dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione) nella lista europei dei gruppi terroristici. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri Kaja Kallas ha esortato a chiudere l’intesa contro la milizia iraniana già oggi. “Mi aspetto che saremo d’accordo sull’inserimento nella lista delle organizzazioni terroristiche”, ha dichiarato il capo della diplomazia del Vecchio Continente entrando alla riunione del Consiglio affari esteri a Bruxelles. La volontà dell’Ue è mettere i Pasdaran “sullo stesso piano di Al Qaeda, Hamas, Daesh”, ha chiarito Kallas, sottolineando il bilancio delle vittime dopo le proteste di piazza in Iran. “Stiamo anche mandando un messaggio chiaro, la repressione delle persone ha un prezzo”, ha avvisato l’esponente estone. Tuttavia “i canali diplomatici rimarranno comunque aperti anche dopo l’inserimento della Guardia rivoluzionaria nella lista”. Lo scopo infatti è anche premere per un’intesa sull’atomo: “Spero che si possa giungere a un accordo positivo” sul nucleare iraniano, “perché nessuno ha bisogno di un altro conflitto. Ma il regime deve sapere che non può tornare ad agire come in passato”, ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, all’arrivo alla riunione con gli omologhi europei. Sull’inserimento dei Pasdaran nella lista europea dei gruppi terroristici, “ho molta fiducia che troveremo un accordo oggi”, ha chiarito Wadephul. Sulla stessa linea è Parigi: “la repressione insostenibile che si è abbattuta sulla protesta pacifica del popolo iraniano non può restare senza risposta”, ha dichiarato il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot. Specificando la reazione: “Adotteremo oggi delle sanzioni Ue contro responsabili della repressione: procuratori, capi della Polizia, Pasdaran, più di venti individui ed entità che si vedranno congelare i beni e non potranno entrare nell’Ue”. Anche i Paesi bassi, la Spagna e l’Italia sono favorevoli al pugno duro contro i Pasdaran. “Oggi ci sarà eventualmente una decisione politica, poi la decisione concreta verrà nel giro di qualche settimana”, ha sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, lieto della “grande convergenza da parte di tutti i Paesi europei”. Sulla lista dei membri dei Pasdaran che verranno sanzionati, “mi pare che ci sia già un accordo politico”, ha aggiunto il forzista, e “credo che oggi sarà assolutamente approvata questa lista”. 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La diplomazia in chat e i rischi per la sicurezza: dal caso del Washington Group ai precedenti illustri
Le fondamenta di una nuova Europa, costruite in chat. Un raduno virtuale che, secondo quanto pubblicato da Politico, si chiama Washington Group. Al riparo dai diktat di Donald Trump, ricostruisce la testata, vi parteciperebbero il britannico Keir Starmer, il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il finlandese Alexander Stubb, Giorgia Meloni, Volodymyr Zelensky. Nei messaggi i leader del Vecchio Continente condividerebbero i giudizi sulla amministrazione Trump e idee per il futuro. A partire da da quella alleanza dei Volenterosi, finora solo embrione di una Nato europea. Il Washington Group è solo l’ultimo caso di diplomazia via chat: sempre più spesso le élite occidentali prediligono le app sullo smartphone alla mail istituzionale. La piattaforma della chat rivelata da Politico non è nota, ma Signal è ampiamente accreditata come la più sicura. Tra gli utenti istituzionali, per citarne alcuni: il governo americano e il dipartimento per la sicurezza nazionale, la Commissione europea, i ministri degli Esteri Ue riuniti nel gruppo amministrato dall’Alta rappresentante Kaja Kallas. Secondo addetti ai lavori e fonti qualificate, tutti i governi europei comunicano con Signal, inclusa l’Italia. Nota è la vicenda della chat al ministero della Giustizia, al cui interno la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi condivideva informazioni su Almasri, ritenute troppo riservate per approdare nelle mail ministeriali. Tuttavia Signal ha sede a Mountain View, California, Stati Uniti. Cosa accadrebbe se le autorità statunitensi chiedessero, nel nome della sicurezza nazionale, l’accesso alle chat in virtù del Cloud act? La legge impone alle organizzazioni americane di offrire l’accesso ai loro server, se le agenzie di sicurezza lo richiedono con un mandato in mano. I RISCHI PER LA SICUREZZA DELLE ALTE CARICHE POLITICHE Signal – al pari di molti servizi di messaggistica – sostiene di non possedere alcun dato in virtù della crittografia end to end: i contenuti restano sui dispositivi degli utenti, senza mai approdare sui server. Dunque le comunicazioni dei politici europei sarebbero al sicuro. Ma allora, perché la Francia ha realizzato una chat di Stato? E perché l’Italia si prepara a costruire la sua con la Zecca di Stato? Sui server restano i dati necessari per offrire il servizio: “Numero di telefono, data di creazione dell’account e dell’ultimo accesso al sistema”, dice a ilfattoquotidiano.it l’informatico forense Mattia Epifani. “Signal ha tecnicamente la possibilità di correlare l’account (e quindi il numero di telefono) con l’indirizzo IP rendendo quindi possibile una localizzazione“, commenta l’esperto. Del resto, “senza attivare l’opzione ‘Always Relay Calls’, l’indirizzo IP è visibile da parte di chi chiama, anche senza chiedere l’autorizzazione a Signal”, nota Epifani. Di sicuro, gli spostamenti delle alte cariche politiche possono essere un’informazione sensibile, per la sicurezza nazionale. Ma non è l’unica vulnerabilità, l’altra è nel dispositivo. Basta infettare lo smartphone con il giusto malware per avere accesso alle conversazioni in chat. Abbiamo chiesto al ministero degli Esteri l’accesso ai documenti sulle valutazioni del rischio per le chat gestite da società extraeuropee. Tajani sarebbe infatti incluso nel gruppo amministrato da Kaja Kallas con i ministri degli Esteri. Accesso negato e nessuna risposta nel merito: per la Farnesina i messaggi sono “corrispondenza privata”, mentre “i documenti e le linee guida” “non fanno specifico riferimento alla piattaforma Signal”. Inoltre, al dicastero “non risulta esistere l’elenco delle figure istituzionali che usano Signal”. Seguendo il ragionamento ne consegue che o il ministro è fuori dalla chat con i suoi pari europei, oppure vi partecipa senza controlli di sicurezza istituzionali. IN ITALIA NESSUN PROTOCOLLO UFFICIALE PER LE CHAT Le istituzioni italiane usano Signal senza protocollo: mancano regole d’uso, dunque ogni obbligo di archiviazione. E senza un registro è impossibile verificare il rispetto del primo imperativo della sicurezza nazionale: non condividere informazioni strategiche in chat. Soprattutto se i “messaggini” viaggiano su smartphone privati. In Italia “nessuna norma consente l’uso di Signal da parte dei funzionari pubblici, infatti sui telefoni di servizio non ci sono app di messaggistica e chi le installa rischia sanzioni”, dice a ilfattoquotidiano.it William Nonnis, analista per la digitalizzazione presso la presidenza del Consiglio dei ministri. “Eppure – conclude Nonnis – nella Pa quasi tutti usano Signal sul telefono privato”. In tal caso, il rischio per la sicurezza cresce perché lo strumento personale è molto più esposto rispetto a quello di servizio. COME FUNZIONA IN USA ED EUROPA Tra le due sponde dell’Atlantico c’è una differenza: negli Usa, quando politici e funzionari comunicano con Signal, i contenuti sono archiviati, anche per scoraggiare la divulgazioni di informazioni segrete. Lo ha dichiarato il portavoce del National Security Council Brian Hughes: Signal “è uno dei tanti metodi approvati per il materiale non classificato, con l’intesa che l’utente debba conservarne la documentazione”. In Europa invece si archivia poco o nulla, con la tendenza ad eliminare ogni traccia: la Commissione Ue caldeggia l’uso di Signal in modalità “autocancellazione” del messaggio, per motivi di sicurezza. Almeno il Vecchio Continente ha stabilito linee guida. IL CASO BARTOLOZZI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA In Italia invece nessuna regola e archiviazione. Dunque resta il mistero. Nel caso Bartolozzi-Almasri, ad esempio, quale smartphone ha usato la capo di Gabinetto del ministro Nordio? E che informazioni sono state condivise? Agli atti restano le parole, rivolte via mail ai colleghi del ministero degli Esteri: “Basta, basta, basta! Non comunicate più! Segnati su Signal. Non faccia altro e si fermi così”; “Meglio chat su Signal. Niente per mail o protocollo”. Ai suoi collaboratori, secondo Il Corriere, avrebbe confidato: “Questioni delicate che attengono alla sicurezza nazionale non potevano essere scambiate su una casella mail letta da mezzo ministero”. Di contro, informazioni sensibili potevano viaggiare su app non autorizzate basate all’estero?. In America, per un simile caso, il ministero della Giustizia potrebbe aprire un’inchiesta. Proprio come al Pentagono, dove nel dicembre scorso l’ispettore generale ha pubblicato un rapporto che accusava Pete Hegseth di aver infranto le regole sulle informazioni sensibili. La sua colpa? Aver discusso su Signal dell’attacco in Yemen. Prassi che è costata il posto all’ex consigliere alla sicurezza nazionale Mike Waltz. Certo, per errore era stato aggiunto il giornalista Geoffrey Goldberg al gruppo. Ma la sostanza non cambia: a differenza del Dipartimento della Difesa americano, nessuno in Italia può sapere un funzionario dello Stato abbia violato le regole. A maggior ragione per la presidente del Consiglio: secondo Politico è inclusa nella chat del Washington group. Ma se sul telefono di servizio non sono ammesse app di messaggistica, con quale smartphone chatta la premier? L'articolo La diplomazia in chat e i rischi per la sicurezza: dal caso del Washington Group ai precedenti illustri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Travaglio a La7: “Trump ci sta sbattendo in faccia quello che gli Usa fanno da 20 anni”. Frecciata a Macron
“È finita l’era euro-atlantica e gli interessi degli Stati Uniti, a prescindere da Trump, non solo divergono da quelli europei ma sono proprio ormai agli antipodi”. Sono le parole pronunciate dal direttore del Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, nel corso di Otto e mezzo, il programma condotto da Lilli Gruber su La7. La giornalista interviene in collegamento telefonico da Davos,dopo l’evacuazione dello studio allestito nel centro congressi a causa di un incendio scoppiato in uno chalet vicino. La domanda rivolta a Travaglio nasce dal durissimo discorso pronunciato poche ore prima da Donald Trump al World Economic Forum, nel quale il presidente americano ha attaccato frontalmente l’Europa, rilanciando il vecchio refrain sulla Nato, secondo cui gli Stati Uniti pagano “praticamente il 100%” mentre gli alleati sarebbero ingrati e poco affidabili. Non è mancata la provocazione storica trumpiana: “Senza di noi, ora parlereste tutti tedesco e forse un po’ di giapponese”. È alla luce di questo attacco che Gruber chiede al direttore del Fatto se l’Europa stia finalmente capendo che Trump non è “una grande opportunità” ma “una minaccia e un rischio”. Travaglio allarga subito il quadro, sostenendo che il problema va oltre la figura del presidente americano: “Francamente sono anni che mi domando che cosa doveva ancora accadere nei rapporti fra Stati Uniti e Unione Europea e Gran Bretagna, perché ci rendessimo conto che è finita l’era euro-atlantica. Ma di segnali ne abbiamo avuti da vent’anni a questa parte”. Travaglio spiega che Trump banalmente rende esplicito ciò che per decenni è stato nascosto: “Trump ci sta svegliando perché ce lo sta dicendo in faccia senza infingimenti, senza belletti, senza ipocrisie. Sta togliendo la maschera agli Stati Uniti e quindi ci dice: io mi prendo quello che mi serve, la Groenlandia mi serve. Prima i suoi predecessori ci avrebbero raccontato una storia sulla democrazia da esportare”. Un linguaggio brutale che costringe l’Europa a prendere atto di una realtà ignorata finché gli interessi coincidevano: “Finché convergevano con i nostri abbiamo finto di non vederli. Adesso che divergono, Trump con la sua volgarità, con la sua brutalità e il suo bullismo ce lo sta sbattendo in faccia”. Travaglio respinge anche l’idea che, finita la parabola trumpiana, si possa tornare alla normalità: “Io non credo che, quando sarà caduto Trump, si tornerà a quel prima, perché già quel prima non era il prima che ci raccontiamo noi”. E ricorda le pressioni americane precedenti: “Già ci avevano detto che dovevamo comprare il gas da loro pagandolo il quadruplo, che dovevamo acquistare le loro armi, che dovevamo smetterla di rifornirci di gas dalla Russia”. E menziona il conflitto in Ucraina, letta come snodo strategico: “La guerra è scoppiata perché l’Europa stava cominciando a impensierire gli americani dal punto di vista economico e commerciale, con l’unione fra il gas a basso prezzo della Russia e l’industria europea”. Un processo che, secondo Travaglio, Washington aveva già deciso di fermare. Quanto alla Nato, le lamentele di Trump sugli alleati vengono inserite in una continuità politica: “Già Obama ci aveva detto che eravamo dei portoghesi nella Nato perché non pagavamo abbastanza”. Per questo, conclude, “il ritorno a un’età dell’oro che già non c’era più da vent’anni non ci sarà”. Trump “ci sta svegliando”, ma la risposta europea non può essere solo muscolare o simbolica. Travaglio, a riguardo, cita sarcasticamente Macron: “La reazione non può essere mettersi gli occhiali da Top Gun, fingersi Tom Cruise e dirgliene quattro”. Quando Gruber lo interrompe chiedendo se si riferisca a Emmanuel Macron, Travaglio conferma e ribadisce: “La reazione a Trump non può essere a parole”. “Ma il presidente francese – replica la conduttrice – ha gli occhiali da sole perché un problema agli occhi e quindi deve proteggersi dalla luce”. “Sì, ma lui ci ha giocato su questa cosa”, chiosa Travaglio. L'articolo Travaglio a La7: “Trump ci sta sbattendo in faccia quello che gli Usa fanno da 20 anni”. Frecciata a Macron proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Arriva il “cloud europeo” di Amazon. “Ma le autorità Usa possono accedere a tutti i dati su quei server. La Ue è meno di una colonia”
Per emanciparsi dal giogo degli Stati Uniti e spegnere l’occhio del Grande fratello americano, l’Europa non ha trovato di meglio che affidarsi ad Amazon, il colosso a stelle e strisce. Un timbro sul suo status di “colonia” nel dominio tecnologico. Dal 15 gennaio la multinazionale di Jeff Bezos offre il suo servizio cloud “sovrano” europeo. “Un’infrastruttura separata fisicamente e logicamente da quella della casa madre americana, con tutti i componenti situati interamente all’interno dell’Ue”, scrive il colosso in una nota. Obiettivo, rassicurare chi teme le ingerenze dello “zio Sam”: grazie alla legge nota come Cloud act, le autorità Usa possono accedere ai dati sui server delle aziende americane, in tutto il mondo. Ma ora lo scontro tra Stati Uniti ed Europa non è più fantascienza, con la Groenlandia nel mirino di Donald Trump e le truppe francesi già sull’isola artica. E se gli Usa chiedessero ad Amazon informazioni strategiche archiviate sui server in Europa? “AWS rimane un’azienda statunitense soggetta in ultima analisi al Cloud Act, che consente di obbligare qualsiasi azienda statunitense a consegnare i dati da essa controllati con nient’altro che un mandato, indipendentemente dal fatto che i server si trovino a Francoforte, Parigi o sulla Luna”, ha dichiarato a ilfattoquotidiano.it Andy Yen, Ceo di Proton, l’azienda tecnologica svizzera con la missione della privacy fondata da scienziati del Cern nel 2014. Secondo Yen, “la realtà giuridica non scompare dietro una bandiera europea o una bella campagna di marketing”. E affidarsi ad Amazon è “probabilmente la prova definitiva che l’Europa è una colonia digitale statunitense”. Un ostacolo enorme sulla via della sovranità europea, mentre i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico appaiono in crisi. LA GROENLANDIA E LE TENSIONI USA-UE: MA I 27 DIPENDONO DA GOOGLE, AMAZON E MICROSOFT Tale è la diffidenza verso la Casa Bianca, che i parlamentari Ue hanno paura a viaggiare con i servigi delle agenzie americane, esprimendo il timore in una lettera alla presidente Metsola. Alcuni politici europei sono stati sanzionati dagli americani con il divieto d’ingresso nel Paese. Ad esempio il francese Thierry Breton, ex Commissario europeo per il Mercato interno. La sua colpa? Aver promosso leggi europee (come il Digital Services Act) che limitano la libertà dei colossi tecnologici americani. Eppure in Europa quasi tutte le pubbliche amministrazioni usano Amazon, Google e Microsoft, per inviare e ricevere mail, ma anche archiviare i dati sui server nella “nuvola” del cloud. Non solo Stati e governi, anche le aziende strategiche dipendono sovente dai servizi a stelle e strisce. In Italia ad esempio il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per la posta elettronica, secondo il rapporto pubblicato a luglio da Proton. Nella classifica degli Stati Ue più dipendenti dai servizi email d’Oltreoceano siamo a metà classifica, secondo il documento. La quota supera il 90% delle aziende in Islanda (97%), Norvegia (96%), Irlanda (93%), Finlandia (92%), Svezia (91%). Staziona sopra l’80 in Danimarca (89%), Regno Unito (88%), Malta (85%), Paesi Bassi (81%), Belgio (80%). In Spagna scende al 74%, in Francia al 66%, in Germania al 58. In Italia, per paradosso, la dipendenza cresce nei settori strategici: nel campo energetico quasi 9 aziende su 10 usano caselle di posta made in Usa; nei trasporti la soglia è al 76 per cento. Mentre in Europa il settore bancario è “uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi – scrive Proton – in Italia è uno dei settori più dipendenti (73%)”. Il motivo è semplice: non esiste una Big Tech europea, mentre le soluzioni locali spesso usano tecnologie americane e cinesi. Il risultato è un oceano di dati europei liberamente consultabile dai servizi segreti e dalle agenzie di sicurezza americane, grazie al Cloud Act. IL CLOUD ACT: DATI EUROPEI ACCESSIBILI AGLI USA La legge americana approvata nel marzo 2018, dal primo governo di Donald Trump, impone alle aziende statunitensi di rendere accessibili alle autorità Usa tutti i dati sui loro server, anche quelli fuori dai confini. Joe Biden si è ben guardato dall’abrogarla. Alcuni governi Ue proteggono i loro dati strategici, archiviati su server di aziende americane, con chiavi crittografiche e deroghe specifiche al Cloud act, faticosamente negoziate con Big tech e il governo americano. Ma ora cresce l’urgenza di tutelarsi dagli Usa mettendo al sicuro le informazioni. L’unica soluzione sarebbe nutrire l’industria domestica, in tempi lunghi e senza garanzie di successo, perché gli americani sfruttano un vantaggio unico: i soldi. Big Tech paga i migliori ingegneri del mondo con stipendi alla Cristiano Ronaldo: decine di milioni l’anno, come le star dello sport. Un gap incolmabile per le aziende e gli Stati europei. Ecco perché Amazon ha lanciato il cloud “sovrano” per l’Europa. Server e data center saranno costruiti e installati solo sul suolo europeo, gestiti da aziende del Vecchio continente, amministrate da manager residenti in Ue. Ma la casa madre è pur sempre Amazon, con sede a Seattle (Usa). Di sicuro la Germania sarà il primo Paese Ue a fruire del servizio “sovrano”. In fila ci sono già Belgio, Paesi Bassi e Portogallo. Secondo Karsten Wildberger, ministro tedesco per la Trasformazione Digitale, è il primo passo verso una “futura capacità digitale autodeterminata”. Oppure una prova di debolezza. “CINA E USA MOLTO AVANTI, UE TUTELI LA SOVRANITÀ SUI SUOI DATI” “La sovranità del dato è un baluardo europeo imprescindibile e non si può piegare al crescente bipolarismo tecnologico americano/cinese”, dice a ilfattoquotidiano.it Pierguido Iezzi, a capo della cybersecurity di Maticmind. Per l’esperto è apprezzabile la soluzione Amazon perché non c’è alternativa: “Pechino e Washington sono molto più avanti sul piano delle tecnologie hardware e software, in questo campo la dipendenza è strutturale”. Secondo Iezzi “l’unica sovranità possibile, nel Vecchio continente, è sul dato”. Ovvero: i server (il contenitore) sarà anche americano, ma le informazioni archiviate restano accessibili solo agli europei. E il Cloud act che consente l’accesso agli Usa? “I manager del cloud ‘sovrano’ sono europei, dunque se violano le regole del Vecchio continente ne risponderanno”. “SIAMO MENO DI UNA COLONIA, L’UE HA SBAGLIATO TUTTO SUL PROGETTO CLOUD GAIA X” Michele Colajanni, docente di Informatica all’università di Bologna, contempla il fallimento e la sudditanza tecnologica dell’Europa: “Una beffa che ci pone perfino al di sotto della condizione coloniale, è come se Amazon e gli Stati Uniti ci dissero: ‘Siccome non siete capaci, vi faccio vedere io come si fa il cloud’”. L’accademico cita con amarezza il fallimento di Gaia X, il progetto di una “nuvola dei dati” europea. Fu coinvolto all’inizio del progetto, negli anni 2010. In principio parteciparono 11 aziende francesi e 11 tedesche: “Non facile mettere d’accordo 22 imprese – rammenta Colajanni – poi gli altri Paesi Ue reclamarono la loro fetta e le aziende divennero 200. Allora ho capito che non c’era speranza e ho preferito defilarmi”. All’esperto è rimasto il cruccio, perché “l’Europa sa fare le cose, bastava osservare il successo del modello Airbus ed imitarlo: una sola azienda, partecipata dai governi, per fare concorrenza ai colossi globali”. Invece per il cloud si è scelta la via del consorzio tra le aziende. Il risultato, circa 10 anni dopo, è il fallimento conclamato di Gaia X. E ora per proteggere i dati europei dalle ingerenze americane, l’Europa chiede una mano ad un’azienda americana. L'articolo Arriva il “cloud europeo” di Amazon. “Ma le autorità Usa possono accedere a tutti i dati su quei server. La Ue è meno di una colonia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il retroscena di Politico: “Divorzio Ue-Usa, i Volenterosi al posto della Nato”. E la diplomazia si sposta sulle chat
L’Europa si prepara al divorzio dagli Stati Uniti di Donald Trump, mentre i leader del vecchio Continente disegnano il futuro comunicando in “gruppi intimi” via chat. Secondo la testata Politico, le mire espansionistiche sulla Groenlandia (nel nome della sicurezza a stelle e strisce) sono state la “goccia che fa fatto traboccare il vaso”. Il giornalista Tim Ross rivela le mosse dei leader del Vecchio Continente alla ricerca di una nuova “architettura di sicurezza europea”, senza l’ombrello della protezione americana. Stando alla testata, “non è difficile immaginare un futuro post-USA per gli alleati occidentali”. Il seme della nuova Europa già si scorgerebbe nella Coalizione dei volenterosi per sostenere l’Ucraina: potrebbe garantire sicurezza militare e deterrenza al posto della Nato a “trazione” americana. I leader europei discutono abitualmente con “messaggini” di testo via smartphone, tanto da creare una chat collettiva chiamata Washington Group, “dal nome del gruppo di leader europei che lo scorso agosto ha visitato la Casa Bianca con il presidente ucraino Zelensky”. Secondo Politico, “leader come il britannico Keir Starmer, il francese Emmanuel Macron e il tedesco Friedrich Merz, nonché la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il finlandese Alexander Stubb e l’italiana Meloni si scambiano regolarmente messaggi, spesso nella stessa chat di gruppo”. Il rischio, quando la diplomazia si sposta in chat, è azzerare la trasparenza, perché i “messaggini” mai sono archiviati e sovente si cancellano. Quasi mai viene rivelato il contenuto, a meno che il destinatario non sia Donald Trump. Del resto proprio oggi il presidente Usa ha pubblicato su Truth un messaggio inviatogli di Macron: “Non capisco quello che stai facendo sulla Groenlandia”. Commento dell’Eliseo: “Un messaggio privato”. IL CAMBIAMENTO “PERMANENTE” E LA COALIZIONE DEI VOLENTEROSI “Alti funzionari” Ue – citati da Politico – dipingono la rottura tra le due sponde dell’Atlantico come un dato di fatto: “L’America di Trump non è più un partner commerciale affidabile, e ancor meno un alleato affidabile in termini di sicurezza”. Non ci sarebbe neppure da sperare in un ritorno al passato, qualora Trump fosse archiviato dal voto degli americani: “C’è un cambiamento nella politica statunitense e per molti versi è permanente”, ha commentato alla testata l’alto papavero di un governo europeo. L’esito sarebbe “una radicale riorganizzazione dell’Occidente, che sconvolgerebbe l’equilibrio di potere globale. Le implicazioni spaziano dai danni economici transatlantici dovuti all’aumento delle tensioni commerciali, ai rischi per la sicurezza”. Non tutti i leader si arrendono al cambiamento e puntano “a salvare il salvabile, mentre la leader dell’estrema destra italiana, Giorgia Meloni, sta cercando di ricostruire le relazioni” con gli Usa. Il problema principale è la sicurezza militare, senza l’appoggio americano dunque della Nato. Per questo i leader guardano alla Coalizione dei volenterosi: “Se si considerasse la potenza militare dell’Ucraina, sommata a quella di Francia, Germania, Polonia e Regno Unito, tra gli altri, la potenziale potenza armata della coalizione dei volenterosi sarebbe enorme e includerebbe sia Stati nucleari che non nucleari”, annota Politico. La nuova alleanza “non escluderebbe la cooperazione con l’America, ma non la darebbe nemmeno per scontata”. Il piano per il riarmo europeo punta ad essere pronti entro il 2030. “La coalizione dei volenterosi è nata per l’Ucraina – ha dichiarato un alto diplomatico a Politico – Ma ha creato legami molto stretti tra alcune delle persone chiave nelle capitali. Hanno costruito fiducia e anche la capacità di lavorare insieme. Si conoscono per nome ed è facile contattarsi e inviare messaggi“. LA DIPLOMAZIA IN CHAT Politico svela come le chat siano diventate il luogo di confronto abituale per i politici europei: “I leader nell’ultimo anno hanno sviluppato una consolidata routine di scambio di messaggi ogni volta che Trump fa qualcosa di folle e potenzialmente dannoso”. A questo serve il Washington Group: “Quando le cose iniziano a muoversi rapidamente, è difficile coordinarsi, e questa chat è davvero efficace – ha rivelato a Politico una fonte anonima – Dice molto sulle relazioni personali e su quanto siano importanti”. In chat con il Washington Group ci sarebbe anche Zelensky. Ma non c’è solo il gruppo dei leader. Anche i “consiglieri per la sicurezza nazionale di 35 governi sono in contatto regolare, incontrandosi frequentemente online e di persona”. Con rischi per la trasparenza. Basta ricordare il caso dei vaccini in piena pandemia: il tema fu affrontato in piena pandemia via sms, da Ursula von der Leyen con il ceo di Pfizer Albert Bourla. La Commissione Ue ha rifiutato la richiesta d’accesso ai contenuti presentata dal New York Times. Ma la Corte di Giustizia europea ha bocciato il rifiuto di Bruxelles dando ragione alla testata della Grande Mela. Mentre il caso più recente è la chat Signal amministrata dall’Alta rappresentante Kaja Kallas cui partecipano i ministri degli Esteri dei 27: potenzialmente affronta i dossier più scottanti – Gaza, Ucraina, Groenlandia – ma i governi e il Seae (la struttura diplomatica della Commisisone Ue) negano l’accesso agli atti. L'articolo Il retroscena di Politico: “Divorzio Ue-Usa, i Volenterosi al posto della Nato”. E la diplomazia si sposta sulle chat proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mercato auto Europa, il 2025 chiude in crescita del 2,3%. Sugli scudi i marchi cinesi
Il mercato dell’auto europeo ha chiuso il 2025 in crescita. Dicembre ha fatto registrare un aumento delle immatricolazioni del 7,6%, confermando che, nonostante inflazione, costi energetici e incertezze geopolitiche, la domanda non si è affatto spenta. Anzi, l’ultimo mese dell’anno ha mostrato un settore in trasformazione, dove i protagonisti non sono più soltanto i grandi nomi storici continentali. A rubare la scena sono stati infatti i marchi cinesi, che a dicembre hanno messo a segno una crescita impressionante: +127% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, con quasi 110 mila auto vendute. In pratica, un’auto nuova su dieci immatricolate in Europa a dicembre arrivava dalla Cina. Su base annua, considerando Unione Europea, Regno Unito, Islanda, Norvegia e Svizzera, il mercato complessivo è cresciuto del 2,3%, ma i costruttori cinesi hanno viaggiato a tutt’altra velocità, raddoppiando i volumi e raggiungendo quota 811 mila unità. Il 2025 è stato il primo anno di applicazione di obiettivi sulle emissioni molto più severi. Le case automobilistiche hanno dovuto adattarsi in fretta, e la risposta del mercato è stata netta. Le auto elettriche hanno registrato un balzo del 52% nel solo mese di dicembre e del 30% sull’intero anno. Una crescita che racconta come l’elettrico stia diventando sempre meno una nicchia e sempre più un’opzione concreta. A sorpresa, però, anche le ibride plug-in hanno vissuto una sorta di seconda giovinezza. Date per tecnologia di passaggio, hanno chiuso il 2025 con un +34%, dimostrando che molti clienti vedono ancora in questa soluzione un buon compromesso tra autonomia elettrica e flessibilità. Più graduale, ma comunque positiva, la crescita delle ibride tradizionali, che rimangono le più richieste. Entrando nel dettaglio dei gruppi, i numeri dei marchi cinesi parlano chiaro. Leapmotor, controllata da Stellantis, è passata da poche centinaia di auto a oltre settemila immatricolazioni in un solo mese. Chery ha fatto un salto ancora più vistoso, mentre BYD ha triplicato i volumi, superando le 28 mila unità a dicembre. Anche SAIC, grazie soprattutto a MG, e Geely hanno continuato a crescere con ritmi sostenuti. Tra i costruttori europei, giapponesi e coreani, pochi sono riusciti a fare meglio del mercato. Volkswagen Group ha chiuso dicembre con un +9,9%, Ford con +8,5%, mentre Hyundai e Kia si sono fermate appena sotto la media. Più complicato il mese per altri grandi nomi: Tesla ha perso il 20% nonostante la Model Y sia stata l’auto più venduta in assoluto e il gruppo Tata, con Jaguar Land Rover, ha registrato un calo ancora più marcato. Sul fronte dei marchi, dicembre è stato particolarmente difficile per Porsche, Lexus, Land Rover e Tesla, tutti con flessioni superiori al 20%. Allo stesso tempo, nuovi brand o marchi in rilancio hanno iniziato a farsi notare, come Omoda, Jaecoo o Lynk & Co, segno che il mercato europeo è sempre più aperto a nomi fino a pochi anni fa quasi sconosciuti. Guardando all’intero 2025, Volkswagen resta saldamente al primo posto per volumi, seguita da Toyota, Skoda, BMW e Renault. Da segnalare le ottime performance di Cupra, Mini e Alfa Romeo, che hanno chiuso l’anno con crescite a doppia cifra. MG è diventato il marchio cinese più venduto, ormai stabilmente inserito nella parte centrale della classifica europea. L'articolo Mercato auto Europa, il 2025 chiude in crescita del 2,3%. Sugli scudi i marchi cinesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ai giovani iraniani e venezuelani dico: non fidatevi delle manifestazioni e dei governi occidentali
di Pietro Francesco Maria De Sarlo Lo dico con il cuore in mano ai giovani iraniani e venezuelani e, soprattutto, alle donne: non fidatevi delle manifestazioni e dei governi occidentali. Chiedetelo alle donne afgane, liberate e poi rigettate tra le braccia dei loro carnefici talebani. Non fidatevi specialmente se la vostra terra galleggia su un mare di petrolio. La vecchia e cara Europa negli ultimi 500 anni ha sterminato le popolazioni indigene di tre continenti: l’America del Nord, del Sud e l’Oceania. Se non bastavano fucili e cannoni lo facevano con la peste, il vaiolo e il colera. Poi hanno ridotto in schiavitù un intero continente: l’Africa. Lo hanno fatto nelle colonie o nelle stive delle navi negriere portando donne e uomini in catene nelle piantagioni del Nuovo mondo. Hanno poi colonizzato mezza Asia e ci hanno provato con l’altra mezza. Ovviamente lo hanno fatto per convertire gli indigeni alla vera Fede, e anche per portare loro la Civiltà. Di recente per esportare la democrazia. Mai per depredarli delle loro ricchezze naturali: petrolio, oro, diamanti e foreste. Nel mentre, sempre la vecchia e cara Europa ha trovato il modo di condurre al proprio interno guerre infinite per il predominio nel vecchio continente tra Francia, Spagna, Inghilterra e Germania. Sei continenti, sei devastazioni. Più o meno da 500 anni nessuno nel mondo ha avuto la pretesa di dire all’Europa e all’Occidente come vestire, come mangiare, in quale Dio credere. Noi però lo abbiamo fatto in Libia, in Iraq, in Etiopia, in Somalia, in Palestina, in Iran, in Venezuela, in Cile, in Kosovo, a Panama, in Argentina, Cuba, Algeria, in Libano, Vietnam, Grecia (anche se non con il fucile in mano), Corea. Sono solo le prime che mi vengono in mente. Mai con intenti sinceri. Diciamoci la verità, forse a pochi può sinceramente interessare la questione delle donne iraniane, o dei venezuelani, ma se l’Iran e il Medio Oriente sono una polveriera lo si deve al modo con cui Inghilterra e Usa hanno promosso e gestito l’avvicendamento del potere proprio in Iran, per come è nato lo stato di Israele e per come hanno piegato il Medio Oriente ai propri interessi. Insomma se non siamo ben visti fuori dai nostri confini qualche motivo ci sarà. E ora, grazie anche a Trump che ha squarciato il velo di ipocrisia con cui si sono condotte sinora le nostre ‘operazioni speciali’, le critiche diventano anche interne. Con lo stupore ebete del mainstream la propaganda non attecchisce più e l’anti occidentalismo cresce anche da noi. Frutto di un evidente doppiopesismo tra Gaza e l’Iran, tra l’invasione dell’Ucraina e l’arresto di Maduro, tra i 20 piani di sanzioni a Mosca e 0 a Tel Aviv. Proprio mentre si giustificava l’arresto di Maduro, Netanyahu svolazzava sul Colle silente. Qualcuno, anche nella pattuglia sempre meno numerosa degli atlantisti, inizia a riflettere sulla natura aggressiva della Nato e a capire perché forse, di fronte all’espansionismo dell’Alleanza atlantica seguita alla caduta del Muro, la Russia abbia avvertito come una minaccia esistenziale l’adesione dell’Ucraina, ultimo vero cuscinetto tra l’ex Urss e l’Occidente. Alle critiche, invece di dare risposta e operare un cambio di rotta, il democratico occidente ricorre, come un dittatorello qualunque, alle censure: Delrio propone una legge per impedire le critiche a Israele, Calenda e l’Europa lo Scudo Democratico. Ossia la mordacchia a chi dissente. Se questo doppiopesismo appare sempre più chiaro da noi in Occidente, figuriamoci tra i paesi islamici e nel resto del mondo. Un resto sempre più indipendente e forte economicamente e con la Cina sulla corsia di sorpasso rispetto agli Usa, a cui sono saltati i nervi. Così la vecchia e cara Europa sta iniziando a capire che deve dialogare anche con Putin e che appiattirsi sempre sugli Usa non ci conviene. In ogni caso sono grato alla sorte che mi ha fatto nascere in Occidente. Meglio nascere macellai che tacchino a Natale o agnello a Pasqua; e poi basta lavarsi bene le mani. L'articolo Ai giovani iraniani e venezuelani dico: non fidatevi delle manifestazioni e dei governi occidentali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Europa contro Grok di Elon Musk: “Pedopornografia non è libertà d’espressione”. Il Regno Unito apre un’indagine
Si allarga il fronte contro Grok, il sistema di intelligenza artificiale di Elon Musk integrato nel social X, accusato di facilitare la fabbricazione di deepfake e immagini a carattere sessuale. Non è l’unico sistema per generare pornografia o immagini di nudo online: la rete offre vaste possibilità. Ma ora nel mirino dei governi (non solo europei) c’è l’algoritmo di Elon Musk: il Regno unito ha aperto un’indagine formale con l’Autorità di regolamentazione dei media; Malesia e Indonesia hanno bloccato la piattaforma. “Se non agiranno, lo faremo noi”, sottolinea l’Ue, mentre nei giorni scorsi dal Garante Privacy italiano è partito un avvertimento “per rischio violazione dei diritti”. CNN: “6.700 IMMAGINI A CARATTERE SESSUALE”. INTERVENGONO GOVERNI UE, INDONESIA E MALESIA Grok è un modello di Intelligenza artificiale sviluppato da xAI e integrato in X, l’ex Twitter, che ha esordito a novembre 2023. Oltre a rispondere a domande e a fare ricerche è anche in grado di creare ed elaborare immagini su input di testo. Secondo la Cnn, solo tra il 5 e il 6 gennaio Grok è stato usato per generare almeno 6.700 immagini a carattere sessuale. L’organizzazione no-profit AI Forensics ha individuato circa 800 contenuti di questo tipo, descrivendo alcuni video come “professionali” e “fotorealistici”. Nelle ultime settimane si sono intensificate le azioni di diversi paesi. L’Autorità di regolamentazione dei media nel Regno Unito, Ofcom, ha avviato un’indagine per accertare se il social di Musk ha violato le norme contenute nell’Online Safety Act, la legge introdotta per contrastare la diffusione di contenuti dannosi sul web, in particolare a tutela dei minorenni. La procura di Parigi ha aperto un’indagine, in India il ministero dell’Informatica ha inviato una lettera a X accusandola di aver incentivato la diffusione di contenuti osceni. Indonesia e Malesia hanno bloccato la piattaforma. LA MOSSA DI MUSK: LE FINTE IMMAGINI DEI NUDI SOLO A PAGAMENTO “Tracciare un parallelo tra la libertà di espressione e lo strumento di intelligenza artificiale che genera materiale pedopornografico è una pericolosa assurdità”, ha detto il portavoce della Commissione Ue Thomas Regnier in merito alle dichiarazione di Musk secondo cui le critiche all’uso del suo chatbot sarebbero una scusa per censurarlo. E sui ‘nudifiers‘, i programmi basati sull’IA che permettono di spogliare digitalmente i soggetti delle foto, è intervenuto anche il Garante italiano della Privacy: ha adottato un provvedimento di avvertimento nei confronti di Grok e di altre app come Clothoff e ChatGpt, perchè “oltre a reato” possono costituire “gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone coinvolte”. Dopo le critiche crescenti, nei giorni scorsi X ha limitato ai soli utenti a pagamento la modifica delle immagini con Grok. Ma i 27 governi del Vecchio continente chiedono di più. La limitazione “non cambia la nostra posizione di fondo. Che si tratti di abbonamenti a pagamento o gratuiti, non vogliamo vedere immagini di questo tipo”, ha affermato l’Ue. Mentre secondo un portavoce del governo britannico la decisione “semplicemente trasforma in un servizio premium la possibilità di usare la funzionalità per creare immagini illegali, un insulto alle vittime di misoginia e violenza sessuale”. MUSK: “IN SETTIMANA PUBBLICHEREMO IL CODICE SORGENTE DELL’ALGORITMO DI X” Intanto, a circa un anno dalle richieste dell’Ue su come funziona il sistema di raccomandazione dei post su X, Elon Musk ha annunciato l’intenzione di voler rendere trasparente l’algoritmo alla base del social. “Entro sette giorni renderemo il nuovo algoritmo di X, incluso il codice che determina i post raccomandati per gli utenti, a pagamento e organici, open source, e lo aggiorneremo ogni 4 settimane per far capire cosa è cambiato”, ha scritto il magnate sulla sua piattaforma nel weekend. L’algoritmo di raccomandazione di X è stato oggetto di indagini da parte della Commissione Europea, che a gennaio del 2025 aveva intensificato i controlli a seguito di alcuni post di Musk a sostegno dei partiti antisistema, come Reform UK (il partito sovranista guidato da Nigel Farage nel Regno Unito) e Alternative für Deutschland (l’estrema destra tedesca che ammicca al neonazismo). La scorsa settimana, l’Ue ha ordinato a X di conservare “tutti i documenti e i dati interni” relativi al chatbot di intelligenza artificiale integrato Grok “fino alla fine del 2026”, secondo le parole del portavoce dell’esecutivo, Thomas Regnier. Nel 2023, Musk aveva fatto pubblicare il codice che ordina i post della sezione “per te” del menu “esplora” di X sul sito per sviluppatori GitHub, ma secondo le analisi degli esperti, come riporta il sito Engadget, alcune informazioni erano state omesse, rendendo difficile la comprensione del suo funzionamento. L'articolo L’Europa contro Grok di Elon Musk: “Pedopornografia non è libertà d’espressione”. Il Regno Unito apre un’indagine proviene da Il Fatto Quotidiano.
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