L’instabilità internazionale legata al conflitto in Iran ha innescato
un’impennata dei prezzi dei carburanti: un’analisi condotta da Facile.it, basata
sugli ultimi dati della Commissione Europea aggiornati al 9 marzo 2026 (e
confrontati con le rilevazioni del 23 febbraio), rivela che l’Italia, pur
soffrendo l’attuale congiuntura, ha registrato aumenti percentualmente inferiori
rispetto a molti Paesi dell’Eurozona. Nel Bel Paese, il rincaro della benzina si
è attestato al 5,5%, un valore che colloca la nostra nazione al dodicesimo posto
della classifica europea dei rincari percentuali. Mentre per il diesel
l’incremento è stato del 9,8%, posizionandoci al quattordicesimo posto.
Il quadro continentale appare più critico per la Germania, che guida la
classifica degli aumenti con un balzo del 13,8% per la benzina e un vertiginoso
24,8% per il gasolio. Seguono a ruota l’Austria, con rincari rispettivamente del
13,2% e del 22,8%, e la Finlandia, dove la benzina è salita del 12,5%. Anche la
Spagna e la Francia hanno mostrato segni di sofferenza maggiori rispetto
all’Italia: a Madrid la benzina è cresciuta dell’8,8% e il diesel del 15,6%,
mentre a Parigi gli incrementi sono stati del 7,8% per la prima e del 18,4% per
il secondo. La Grecia ha fatto segnare un +6,6% sulla verde e un consistente
+17,2% sul gasolio, superando i livelli italiani. L’Estonia è stata colpita da
un +21,4% per il diesel, mentre le zone più resilienti dell’area euro risultano
essere la Slovenia, con un contenuto +1,1% sulla benzina e uno 0,2% sul diesel,
la Slovacchia con +0,9% e +1,1%, e l’Irlanda, che chiude la fila con incrementi
minimi dello 0,5% e dello 0,6%.
Guardando ai valori assoluti registrati alla pompa nell’ultima rilevazione del 9
marzo, i Paesi Bassi detengono il primato del costo più elevato con 2,172 euro
al litro per la benzina e 2,255 euro al litro per il diesel. La Germania segue
con 2,075 euro per la verde e 2,163 euro per il gasolio, precedendo la Finlandia
che ha toccato 1,926 euro e 2,042 euro. Si noti, ovviamente, che lo scenario è
in continua evoluzione e che i dati successivi al 9 marzo indicano già valori
più elevati, riflettendo pienamente la volatilità del mercato energetico
globale.
Nello Stivale, in effetti, i dati aggiornati al 17 marzo 2026, mostrano un
ulteriore incremento dei prezzi rispetto ai giorni scorsi, con il gasolio che ha
ormai superato stabilmente la soglia dei 2 euro al litro in modalità
self-service. Secondo le ultime rilevazioni del Mimit (Ministero delle Imprese e
del Made in Italy), i prezzi medi nazionali alla pompa (Modalità Self-Service)
ammontano a 1,853 euro a litro per la benzina (1,941 al litro in autostrada) e
2,087 euro/litro per il diesel (che in autostrada arriva a 2,148 euro/litro).
Si conferma il trend che vede il gasolio sensibilmente più costoso della benzina
(una differenza di circa 23 centesimi al litro sul self stradale). Per chi
sceglie il servizio assistito, i prezzi sono naturalmente più alti: la media
nazionale della benzina sfiora i 1,97 euro a litro, mentre il diesel servito ha
raggiunto mediamente i 2,20 euro a litro. Attualmente le aree con i prezzi medi
più alti sono Bolzano e Palermo, mentre le medie più contenute si registrano
nelle province di Sondrio e Ancona. Sulla rete autostradale la situazione è
ancora più marcata, con il diesel che ha ormai raggiunto punte medie di 2,15
€/litro anche al “fai da te”.
L'articolo Carburanti in aumento, ma l’Italia tiene botta sui rincari rispetto
ad altri paesi europei proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Europa
Il Parlamento europeo ha dato il via libera al suo testo di raccomandazioni
contro la crisi abitativa in Europa. Il testo è stato approvato con 367 voti a
favore, 166 contrari e 84 astensioni. Le raccomandazioni puntano alla richiesta
di un piano europeo con il fine di aumentare l’offerta di case accessibili,
investire in ristrutturazioni ecosostenibili per favorire l’efficientamento
energetico e contrastare l’aumento dei prezzi, dovuto anche alla crescita del
fenomeno degli affitti brevi.
Gli eurodeputati chiedono che il futuro Piano europeo per gli alloggi
accessibili stanzi fondi specifici alle ristrutturazioni per permettere
l’efficientamento energetico degli edifici, così da combattere anche la povertà
energetica. Il testo sottolinea come le nuove abitazioni debbano avere standard
qualitativi su isolamento ed efficienza energetica. La crescita del fenomeno
degli affitti brevi è invece ancora da regolarizzare anche in visione di una
crescita dei prezzi incontrollata. Il Parlamento europeo chiede una normativa Ue
che riesca a trovare un equilibrio tra i vantaggi commerciali ed economici del
turismo e l’accessibilità degli alloggi. È necessario decidere degli obiettivi
comuni, ma lasciando agli Stati membri e alle autorità locali l’autonomia per
plasmare le nuove normative alla luce delle singole situazioni nazionali.
Il Parlamento europeo ha chiesto inoltre una quota adeguata del nuovo Piano da
riservare all’edilizia pubblica e sociale per aumentare l’offerta di case per
persone vulnerabili. Si aggiunge la necessità di introdurre pene più severe per
chi occupa abusivamente gli immobili e maggiori tutele per gli inquilini. Tra le
richieste, nel capitolo sugli investimenti, si segnala quella per cui si
richiedono incentivi fiscali per le famiglie a basso e medio reddito e la
riduzione degli ostacoli fiscali per l’acquisto della prima casa. Infine, nel
testo licenziato dall’Aula, gli eurodeputati chiedono il rafforzamento del
settore costruzioni e delle ristrutturazioni. Una strategia vincente, secondo il
Parlamento europeo, sarebbe investire nella produzione di materiali innovativi e
sostenibili, rafforzando il mercato unico delle materie prime e imponendo nei
progetti cofinanziati dall’Ue requisiti minimi di origine “Made in EU“.
L'articolo Ok del Parlamento europeo a raccomandazioni sulla crisi abitativa:
tra le misure anche una stretta sugli affitti brevi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il gruppo automobilistico cinese Geely continua a macinare numeri e apre il 2026
con vendite in aumento. A febbraio sono stati consegnati 206.160 veicoli,
segnando il secondo mese consecutivo di crescita rispetto allo stesso periodo
dell’anno scorso. Nei primi due mesi dell’anno le vendite complessive hanno
infatti raggiunto quota 476.327 unità, confermando il trend positivo del
costruttore.
Un trend trainato soprattutto dai veicoli elettrici e ibridi. A febbraio le
consegne hanno toccato 117.488 unità, con un incremento del 19% su base annua.
Nei primi due mesi del 2026 i modelli a batteria hanno raggiunto quota 241.740
unità vendute, in aumento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Il gruppo, che controlla diversi marchi tra cui Geely Auto, Lynk & Co e Zeekr,
continua intanto a rafforzare la propria presenza internazionale. Le
esportazioni di febbraio hanno raggiunto 60.879 veicoli, con una crescita del
138% su base annua. Di queste vendite, 40.852 unità riguardano modelli ibridi ed
EV, pari al 67% del totale esportato nel mese.
L’espansione riguarda sempre più da vicino anche l’Europa e il mercato italiano.
Tra i modelli destinati ad arrivare nel nostro Paese c’è la Geely EX2, che ha
già superato le 610.000 unità vendute a livello globale e sarà introdotta in
Italia nella seconda metà del 2026.
Nella gamma del gruppo si distinguono anche il suv elettrico EX5 (nella foto),
che ha superato quota 250.000 unità vendute nel mondo, e quello ibrido plug-in
Starray EM-i, che continua a registrare oltre 10.000 consegne mensili e ha già
oltrepassato le 180.000 unità dal debutto.
Parallelamente prende forma anche lo sbarco in Italia di Zeekr, il marchio
premium elettrico del gruppo Geely. Il brand ha annunciato l’ingresso nel
mercato italiano attraverso un accordo di distribuzione con Jameel Motors Italia
(che importa anche il marchio Geely nel nostro Paese), che svilupperà una rete
nazionale di vendita e assistenza dedicata. La gamma comprenderà diversi modelli
a zero emissioni, tra cui il suv compatto Zeekr X, la shooting brake 001 e i
nuovi 7X e 7GT, con ordini già aperti e prime consegne attese in primavera.
Nel frattempo Geely continua ad allargare la propria presenza globale con nuovi
lanci. La Starray EM-i è stata introdotta in Grecia, mentre in Uzbekistan sono
stati presentati contemporaneamente EX5, Starray EM-i e Monjaro, contribuendo
allo sviluppo della mobilità sostenibile e dell’industria automobilistica
locale.
Sul fronte dei servizi post-vendita, il gruppo ha inoltre realizzato un
magazzino centrale europeo di ricambi di quasi 1.000 metri quadrati, con una
disponibilità dei componenti superiore al 95% nei centri di assistenza. Nei
prossimi tre anni l’obiettivo è estendere la copertura della rete nelle
principali città, migliorando l’esperienza dei clienti lungo tutto il ciclo di
vita dell’auto.
Nel quarantesimo anniversario dalla fondazione, Geely conferma dunque una
strategia basata su elettrificazione, innovazione tecnologica e crescita
internazionale. Con l’Europa, e l’Italia, sempre più al centro dei piani di
espansione del gruppo.
L'articolo Geely cresce ancora e Zeekr sbarca in Italia. Il gruppo cinese
accelera in Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.
La parola d’ordine è allerta, durante la riunione del Consiglio Affari Interni a
Bruxelles del 5 marzo: al centro la guerra in Iran e i rischi per la sicurezza
in Europa e Medio Oriente. Oggi non si scorgono segnali di rischi di terrorismo,
nel Vecchio continente, ma la preoccupazione riguarda le “cellule dormienti
iraniane”, che ora potrebbero essere attivate. La Commissione ha dunque messo
sul tavolo la sua proposta – presentata la scorsa settimana – per la lotta al
terrorismo. Il rischio è anche legato all’aumento dei profughi in fuga da Iran e
Medio Oriente: l’esecutivo Ue punta ad accelerare sul nuovo sistema d’ingresso
elettronico alle frontiere. Ma al momento non si vede una crescita del flusso
migratorio.
L’allerta maggiore in Europa riguarda Cipro, l’isola dell’estremità orientale
del Mediterraneo, che detiene la presidenza di turno del Consiglio Ue. Dopo il
lancio di alcuni droni iraniani verso una base britannica di Akrotiri, l’allerta
è massima, tanto da indurre le autorità di Nicosia ad annullare tutti gli
incontri informali – almeno in presenza – per tutto il mese di marzo. Gli
alleati europei, invece, hanno attivato un vero e proprio scudo per l’isola che
non è parte della Nato, per la divisione territoriale con Cipro Nord filo turca
e il possibile veto di Ankara. A prendere l’iniziativa è stato il presidente
francese, Emmanuel Macron, che ha sentito la presidente del Consiglio, Giorgia
Meloni e il premier greco Kyriakos Mitsotakis per “coordinare lo spiegamento di
risorse militari a Cipro”. “In uno spirito di solidarietà europea”, i tre leader
“hanno concordato di coordinare l’impiego di risorse militari a Cipro e nel
Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione
nel Mar Rosso“. Anche il primo ministro del Regno Unito, Keir Starmer, ha
annunciato rinforzi (elicotteri e un cacciatorpediniere) per proteggere i cieli
dell’isola contro i droni iraniani. Cipro ospita le basi britanniche, che
saranno utilizzate dagli Stati Uniti “per condurre operazioni difensive”, ha
chiarito Downing street.
Il 3 marzo si sono riuniti anche i 27 ministri degli esteri in videoconferenza,
anche se la riunione è passata in sordina viste le divergenze sull’operazione
scatenata da Donald Trump. Da un lato c’è la Spagna con Pedro Sanchez, che ha
apertamente sfidato il presidente americano negandogli ogni collaborazione, e
che ha ricevuto la solidarietà di Macro e di Starmer. Dall’altro ci sono i
leader che, pur denunciando il mancato rispetto del diritto internazionale da
parte degli Usa, preferiscono non alzare i toni contro l’alleato transatlantico,
sperando che la crisi rientri in fretta. La sensazione è che certezze sul futuro
non ce ne siano.
I 27 si sono riuniti anche con i sei paesi del Consiglio di cooperazione del
Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Kuwait e Bahrein).
Dall’incontro si è levato un coro di condanna per gli attacchi di Teheran nella
regione, l’impegno per l’evacuazione dei cittadini europei e per mantenere
aperto il traffico dello Stretto di Hormuz e del mar Rosso. “L’Iran sta
esportando la guerra, cercando di estenderla al maggior numero di Paesi
possibile, per seminare il caos. Noi chiediamo stabilità”, afferma l’Alta
rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, che esorta: “Le guerre
finiscono davvero con la diplomazia, e deve esserci spazio per la diplomazia qui
per uscire davvero da questo ciclo di escalation”.
L'articolo Guerra in Iran, l’allarme terrorismo dell’Europa per le “cellule
dormienti di Teheran”. I timori su Cipro e i flussi migratori proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L’Europa e l’Italia si sono schierate al fianco di Donald Trump nella guerra
all’Iran. Certo le ragioni sono tante, diverse, ma è davvero una scelta libera e
sovrana? Nelle cancellerie del Vecchio continente, secondo un articolo del Wall
street journal di fine gennaio, serpeggia un timore: e se Google, Microsoft e
Amazon staccassero la spina della posta elettronica e dei data center? Lo
scenario da incubo, tecnicamente, si chiama “kill switch”. Giova ricordare come
i giganti tecnologici americani gestiscano i servizi digitali di governi e
pubbliche amministrazioni per archiviare dati, documenti, inviare mail.
IL PRECEDENTE DELLA CORTE PENALE
E’ già accaduto a maggio del 2025, quando Microsoft disattivò l’indirizzo email
del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan. Il motivo? Le
sanzioni imposte da Donald Trump con l’ordine esecutivo di febbraio, a causa del
mandato d’arresto contro Netanyahu per crimini di guerra. Secondo Associated
press, il procuratore Kahn ripiegò sui servizi mail di Proton, società svizzera,
per evitare il rischio dei colossi americani. Già ad aprile il presidente di
Redmond aveva rassicurato l’Europa in crisi di fiducia verso Trump. Premere off
sui servizi di big tech? “Estremamente improbabile”, aveva ammesso il presidente
di Microsoft Brad Smith – citato da Politico – malgrado sia “una reale
preoccupazione per le persone in tutta Europa”. Tanto da indurre la Commissione
von der Leyen verso “una nuova legislazione volta a promuovere la sovranità
tecnologica”, limitando la dipendenza da big tech, scrive il Wall street
journal.
BIG TECH LANCIA IL “CLOUD SOVRANO”, MA PER ALCUNI ESPERTI È SOLO MARKETING
Per non perdere clienti nel Vecchio Continente, dal 2025 Amazon, Google e
Microsoft hanno lanciato i loro servizi “sovrani”: la ricetta prevede server nei
confini nazionali, amministrati da aziende con sede in Europa e manager locali.
Lo scopo è rassicurare i governi dai pericoli di ingerenze Usa, ma secondo
alcuni esperti sarebbe puro marketing. Lo sostengono, ad esempio, Cristina
Caffarra e Andy Yen. La prima è la presidente di Eurostack, il movimento europeo
per promuovere l’industria tecnologica europea. Il secondo è il Ceo di Proton,
l’azienda svizzera fondata nel 2024 da scienziati del Cern. “L’unico modo per
ridurre davvero il rischio che qualcuno prema off è affidarsi ad aziende
europee”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, tra i massimi esperti
italiani di sicurezza informatica. Una missione difficilissima, secondo docente
dell’Università di Bologna, perché “il gap tecnologico e militare, tra le due
sponde dell’Atlantico, è così vasto che serviranno almeno 20 anni per colmarlo”.
LA STRATEGIA CLOUD ITALIA E I RISCHI DI “INTERRUZIONE DEL SERVIZIO”
E in Italia? La “Strategia cloud”, firmata nel 2021 da palazzo Chigi e
dall’Agenzia nazionale per la cybersecurity, cita espressamente i rischi di
affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue, dunque americane. Ad
esempio, “modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che
potrebbero determinare variazioni significative degli stessi (dall’aumento dei
costi di erogazione all’interruzione del servizio), in ragione di intenti
potenzialmente non controllabili dal Paese”. “Interruzione del servizio”: come
quella imposta da Microsoft ad Israele, dopo lo scandalo e le proteste per via
dell’uso militare del cloud nei bombardamenti a Gaza. Oppure lo stop ordinato da
Trump, nel 2019, per gli utenti Adobe in Venezuela. “Staccare la spina o
modificare le condizioni del servizio esporrebbe i colossi a cause legali –
avvisa Colajanni – ma il rischio c’è ed è noto”.
Per mettere al sicuro il governo e le pubblica amministrazione centrali, i dati
stanno migrando sui server del Polo strategico nazionale (Psn), la società
guidata da Tim, Leonardo, Cassa depositi e prestiti e Sogei. I data center sono
di proprietà pubblica, ma la gestione e la manutenzione sarebbe affidata ad
Amazon, Microsoft, Google e Oracle. Leggiamo sul sito del Psn: “Grazie a Polo
Strategico Nazionale, la Pubblica Amministrazione potrà accedere in piena
sicurezza, autonomia e sovranità ai servizi con Cloud Service (…) attualmente
realizzati in partnership con Oracle, Google, Microsoft Azure e Amazon Web
Service, in futuro potranno essere erogati anche con altri Cloud Service
Provider”. Non si escludono fornitori europei o italiani, un domani. Oggi
l’Europa e l’Italia si affidano a Big tech, con tutti i rischi del caso.
L'articolo L’Europa sta con Trump, ma teme che Big tech stacchi la spina dei
servizi digitali: il rischio blackout in Italia e Ue proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I costruttori cinesi accelerano in Europa e iniziano il 2026 con un balzo che
non passa inosservato. A gennaio le loro vendite complessive sono cresciute
dell’80% raggiungendo quota 70.465 unità, in controtendenza rispetto a un
mercato che ha registrato una flessione del 3,6% a 947.482 immatricolazioni,
come sottolinea la testata specializzata Autonews.com.
La quota dei marchi di Pechino si è così attestata al 7,4%, quasi il doppio
rispetto al 4% di gennaio 2025, anche se ancora distante dal picco record del
9,5% toccato a dicembre dello scorso anno. Numeri che confermano una presenza
sempre più strutturata e meno episodica nel panorama automobilistico europeo.
A guidare il gruppo resta MG, brand di proprietà di SAIC, che con 18.537
consegne mantiene la leadership tra i costruttori cinesi in Europa. Tuttavia, il
calo del 3,8% rispetto a un anno fa – pari a 732 vetture in meno – ha ridotto
sensibilmente il margine sui principali inseguitori. La flessione è legata
soprattutto al -20% della MG ZS, il SUV compatto best seller del marchio, sceso
a 7.550 unità. Le buone performance di HS e della piccola MG 3 non sono bastate
a compensare la contrazione.
Alle spalle di MG si è piazzata BYD, che ha chiuso gennaio con 17.630
immatricolazioni (+173%), mentre Chery è arrivata a 17.106 unità (+354%). Se
dodici mesi fa MG vantava oltre 12 mila auto di vantaggio su BYD e più di 15
mila su Chery, oggi appena 1.431 vetture separano il primo dal terzo posto.
Chery è il marchio che cresce più rapidamente. Il gruppo cinese presidia ora il
mercato europeo con quattro brand: Jaecoo (7.193 unità, +365%), Omoda (6.596,
+197%), il marchio Chery appena lanciato (3.284) e Jetour, specialista SUV
ancora in fase di avvio con 33 consegne.
BYD, dal canto suo, consolida l’espansione grazie soprattutto alla Seal U, SUV
medio che con 7.390 unità (+178%) è stata la plug-in hybrid più venduta in
Europa a gennaio e la seconda nel segmento alle spalle della Skoda Kodiaq. Bene
anche la Dolphin Surf, elettrica compatta lanciata la scorsa estate, che con
3.007 immatricolazioni si piazza terza tra le EV del segmento B, dietro Renault
R5 E-Tech e Citroën e-C3.
Più distaccati ma in crescita anche gli altri gruppi. Geely sale del 42% a 5.079
vetture, sostenuta dall’incremento di Lynk & Co e dall’introduzione del marchio
Geely. Exploit per Leapmotor, che grazie soprattutto alla citycar elettrica T03
moltiplica le vendite del 409% arrivando a 4.249 unità e conquistando la quinta
posizione tra i brand cinesi in Europa.
I costruttori cinesi non sono più comprimari, ma protagonisti di una
competizione sempre più serrata, capaci di crescere anche in uno scenario
negativo e di mettere pressione ai marchi tradizionali europei.
L'articolo Auto cinesi, balzo record in Europa. A gennaio immatricolazioni
cresciute dell’80% proviene da Il Fatto Quotidiano.
A partire da marzo, Alfa Romeo riaprirà in Europa gli ordini di Giulia e Stelvio
Quadrifoglio, confermandone la produzione fino al 2027. Un segnale netto per chi
chiedeva un vero top di gamma, capace di rappresentare il vertice tecnico e
prestazionale del marchio, senza compromessi.
Giulia e Stelvio, incluse le versioni più performanti, resteranno così al centro
dell’offerta del Biscione, in controtendenza rispetto a un mercato che spesso
sacrifica il piacere di guida sull’altare dell’omologazione. Qui si continua a
parlare di equilibrio, leggerezza, distribuzione dei pesi e materiali nobili,
con soluzioni tecniche pensate per fare la differenza tra le curve, non solo nei
listini.
Il Quadrifoglio, simbolo nato nel 1923 con la vittoria di Ugo Sivocci alla Targa
Florio, resta l’espressione più autentica della sportività Alfa Romeo. Non un
semplice badge, ma una dichiarazione d’intenti. A sottolinearlo, Santo Ficili,
CEO del marchio, che ha parlato di una promessa mantenuta verso i clienti più
attenti alle performance e alle emozioni “pure”, con il guidatore sempre al
centro del progetto.
Entrambe le vetture avranno come cuore pulsante il 2.9 V6 biturbo da 520 CV.
Giulia resterà fedele alla trazione posteriore, Stelvio dialogherà con la
trazione integrale Q4. Con il differenziale autobloccante meccanico capace di
lavorare sulla sostanza: motricità, stabilità e precisione di guida. Per Giulia
è stata studiata l’aerodinamica attiva con splitter anteriore in carbonio per
contribuire alla stabilità alle alte velocità, mentre lo scarico Akrapovič
restituirà un sound inconfondibile, parte integrante dell’esperienza di guida.
Carbonio, alluminio, sedili sportivi, cerchi specifici e una gamma cromatica dal
Rosso Etna al Verde Montreal completeranno un pacchetto coerente, proiettato in
avanti.
L'articolo Alfa Romeo Giulia e Stelvio Quadrifoglio, a volte ritornano. In
vendita in Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gennaio 2026 si è aperto con una frenata per il mercato dell’auto europeo: le
immatricolazioni sono diminuite del 3,6% rispetto allo stesso mese del 2025,
secondo i dati preliminari di Dataforce che coprono il 98% dei volumi tra Unione
Europea, Regno Unito ed EFTA. Un risultato che riflette un contesto sempre più
competitivo, dove la crescita non è uniforme e alcuni marchi riescono a correre
molto più di altri.
Nel complesso, però, l’elettrificazione continua ad avanzare. Le auto elettriche
a batteria (BEV) sono cresciute del 14% su base annua, mentre le ibride plug-in
hanno fatto ancora meglio con un +32%, arrivando a 98.042 unità vendute nel
mese, un livello ormai vicino a quello del diesel (105.949 unità), in calo del
18%. Anche le full hybrid hanno registrato un leggero aumento (+4,4%) e oggi
rappresentano circa il 34,5% del mercato europeo delle nuove immatricolazioni,
diventando una delle alimentazioni più scelte dagli automobilisti. Al contrario,
benzina (-12%) e diesel continuano a perdere terreno.
Nella classifica delle elettriche, Volkswagen mantiene la prima posizione con
17.230 immatricolazioni BEV a gennaio, nonostante un calo del 16% rispetto
all’anno precedente. La forza della gamma ID – dalla ID3 alla ID4 fino alla ID7
e alla ID Buzz – permette al marchio tedesco di presidiare più segmenti. Subito
dietro avanza Renault, che sale al secondo posto con 14.447 elettriche vendute
(+65%), trainata soprattutto dalla nuova Renault 5 E-Tech. Crescita ancora più
marcata per Skoda, che balza del 91% a 14.022 unità grazie al successo
dell’Elroq, diventato rapidamente il modello di punta del marchio nella mobilità
elettrica.
Il fenomeno più evidente di questo inizio anno è però l’avanzata dei costruttori
cinesi. BYD ha registrato un aumento complessivo del 173% a 17.630 unità, quasi
raddoppiando anche le vendite di elettriche pure (8.711 unità). Jaecoo è
cresciuta del 365% fino a 7.193 auto, mentre Omoda ha segnato un +197% a 6.596
unità. Ancora più incisivo l’exploit di Leapmotor, che con 4.249
immatricolazioni segna un +408% su base annua. Anche Geely si sta ritagliando
uno spazio sempre più visibile in Europa attraverso i suoi marchi, con una
presenza in costante crescita soprattutto nei segmenti elettrificati e suv.
Nonostante i dazi europei del 27% sui veicoli elettrici prodotti in Cina, questi
marchi stanno guadagnando terreno grazie a prezzi competitivi, dotazioni ricche
e un’offerta sempre più ampia. In parallelo, la domanda si concentra sempre di
più sui suv: quelli compatti restano il primo segmento con 197.867
immatricolazioni (+4,5%), mentre quelli medi e grandi sono quelli che crescono
di più (+23%, a 73.736 unità). Al contrario, le compatte tradizionali perdono il
22% e le piccole il 4,9%, confermando un cambiamento strutturale nelle
preferenze degli automobilisti europei.
L'articolo Mercato auto Europa, gennaio in calo del 3,6%. Bene le elettriche e i
marchi cinesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo l’accusa del governo di Israele a Bruxelles per presunte ingerenze negli
affari interni di Tel Aviv con soldi elargiti alle associazioni critiche con
l’esecutivo, è arrivata la risposta dell’Ue. “Accuse false e offensive, l’Europa
non ha mai lavorato né lavorerà per rovesciare un governo democraticamente
eletto, ci aspettiamo che questi commenti vengano ritirati immediatamente”, ha
dichiarato un portavoce della Commissione Ue. Aggiungendo: “Siamo orgogliosi del
nostro sostegno alle Ong che lavorano nella regione, per promuovere e sostenere
i nostri valori”.
Ieri il ministro della Giustizia israeliano Yariv Levin ha accusato l’Unione
europea di “operare per rovesciare dal potere il governo eletto”. Le accuse sono
contenute nella risposta di 15 pagine che ha consegnato il 18 novembre all’Alta
Corte di Giustizia, chiedendo di respingere la petizione dell’Istituto Zulat per
l’Uguaglianza e i Diritti Umani. Nella petizione, presentata a luglio,
l’Istituto chiedeva all’Alta Corte di ordinare a Levin di porre fine al
boicottaggio nei confronti del presidente della Corte Suprema stessa, Itzhak
Amit, che Levin non riconosce come presidente, o in alternativa di dismetterlo
dal suo incarico ministeriale. Nella risposta consegnata all’Alta Corte di
Giustizia, Levin riporta i finanziamenti di diversi Paesi europei all’Istituto
Zulat, pubblicati nel Registro delle Associazioni . Il ministro aggiunge che
“l’esistenza stessa della ricorrente è possibile solo perché finanziata da
potenze straniere estremamente ostili allo Stato di Israele”. Nel richiedere
alla Corte di respingere la petizione, Levin chiede inoltre di “addebitare alla
ricorrente – ovvero, di fatto, all’Unione europea – le spese processuali, per la
sua palese e illegale ingerenza negli affari politici interni fondamentali dello
Stato di Israele, attraverso un canale rappresentato dalla ricorrente”.
L'articolo Ministro israeliano: “Europa ostile, vuole rovesciare il governo
eletto”. Commissione Ue: “Falso, ritiri immediatamente” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Lo scontro tra Big Tech e l’Europa sale di colpi, mentre il mercato del Cloud
supererà i 20 miliardi con i colossi americani decisi a divorare la torta. Nel
Vecchio continente s’intravedono gli schieramenti in campo. Da una parte la
Francia, decisa a tagliare il cordone ombelicale con le tecnologie made in Usa.
Dall’altra la Germania, che sul servizio cloud si è legata alla statunitense
Amazon. Neppure l’Italia sembra aver fretta di sganciarsi da Big Tech. Alla
Conferenza di Monaco sulla sicurezza, il 14 febbraio, il ministro della Difesa
Guido Crosetto ha incontrato i dirigenti di Oracle, Amazon e Google, anche per
discutere di servizi cloud, nel settore Difesa e nella gestione dei dati.
“ABBANDONARE LA TECNOLOGIA USA POTREBBE ESSERE IMPOSSIBILE”. MA L’EUROPA CHIEDE
LA FINE DELLA DIPENDENZA
Due giorni prima, il 12 febbraio, al panel sulla cybersicurezza nella città
tedesca è risuonato l’appello di Paul Nakasone: “Separarsi dalla tecnologia
americana potrebbe essere politicamente allettante, ma strategicamente
impossibile”. Nakasone è approdato a giugno 2024 nel consiglio d’amministrazione
di OpenAi, la casa madre dell’intelligenza artificiale ChatGpt, dopo aveva
diretto l’Nsa (National security agency) e il Cyber command americano. Ora
collabora con aziende cyber statunitensi. Sul palco di Monaco, il suo appello
per Big Tech è stato raccolto da Dag Baehr (vicepresidente tedesco dei servizi
segreti per l’estero): “la maggior parte delle tecnologie del prossimo futuro,
persino quelle attuali, non sono di proprietà di agenzie governative, e con
questo fatto bisogna i conti”.
Il Parlamento europeo tuttavia punta a spezzare il filo con gli Stati Unito. Con
la risoluzione approvata il 22 gennaio scorso, Bruxelles chiede di “impedire la
dipendenza da attori stranieri”, chiedendo una “valutazione dei rischi per
monitorare e affrontarla lungo tutta la catena del valore digitale”. Del resto,
“la crescente concentrazione di potere nelle imprese extra-UE” è innegabile.
Tanto da suscitare “preoccupazione, per l’eccessiva dipendenza in settori
critici come le infrastrutture cloud”. La soluzione? “Rafforzare la politica
industriale europea”. In sostanza, l’Europa dovrebbe allevare una Big Tech
autoctona per cautelarsi da Donald Trump. Soprattutto per tutelare i servizi
cloud, ovvero i server dove si possono archiviare anche le informazioni
sensibili per la sicurezza nazionale. Il cloud act americano, infatti, consente
alla Casa Bianca di richiedere l’accesso ai dati delle aziende americane, anche
sui server costruiti all’estero. E dopo le minacce d’invasione della
Groenlandia, è sprofondata la fiducia tra le due sponde dell’atlantico.
L’ORO DEL CLOUD: NEL 2027 IL MERCATO UE SUPERA QUELLO USA, MA BIG TECH CONTROLLA
QUASI IL 90 PER CENTO
Ma il cloud “sovrano” europeo fa gola ad Amazon, Google e Microsoft. I tre
colossi dominano circa il 70 per cento del mercato europeo. Altri fornitori Usa,
come IBM e Oracle, controllano un’altra fetta. In totale le aziende americane
divorano tra “l’80 e il 90 percento” della torta. Così agli europei restano
letteralmente le briciole. “Persino il principale operatore dell’Ue, Sap,
detiene solo circa il 2% del mercato del cloud”, si legge in un rapporto del
parlamento Ue pubblicato a dicembre 2025, dal titolo “Dipendenze informatiche e
software europee”. Secondo il documento, “si tratta di una dipendenza altamente
strategica”. Eppure, nonostante la crescita del mercato, “la quota dei fornitori
europei è scesa al 13%”, mentre gli americani hanno tutta l’intenzione di
avanzare.
Secondo un rapporto Gartner pubblicato il 9 febbraio, il mercato europeo del
cloud sovrano è destinato a triplicare: dai 6,868 miliardi di dollari del 2025,
ai 23,118 del 2027. Il prossimo anno supererà il volume d’affari generato negli
Usa, stimato in 21,127 miliardi. Dunque Big Tech ha lanciato la sua offerta per
rassicurare i governi europei preooccupati dal possibile accesso ai dati da
parte del governo di Donald Trump. Solo la settimana scorsa, il New York Times
ha rivelato la richiesta del governo Usa recapitata a Meta e Google per ottenere
informazioni sui profili, anche anonimi, critici verso le operazioni dell’Ice a
Minneapolis. Alcune di queste richieste sarebbero state soddisfatte. Eppure, in
Europa prende piede l’idea di un cloud sovrano, sì, ma garantito dai colossi
americani.
CLOUD SOVRANO CON BIG TECH? L’AZIENDA FRANCESE: “COSÌ SI ACCETTA LA DIPENDENZA,
ALTRO CHE SOVRANITÀ”
L’ultimo servizio cloud, “sovrano”, è stato lanciato il 15 gennaio da Amazon web
services. In che modo potrebbe garantire la riservatezze degli europei, al
riparo dalle incursioni a stelle e strisce? Attraverso società con sede in Ue –
rassicura il colosso – amministrate da dirigenti con residenza nel Vecchio
continente, dunque vincolati alle leggi locali. Ci sarà una una casa madre e tre
filiali locali in Germania. L’anno scorso anche Google e Microsoft hanno
lanciato servizi cloud, etichettandoli come “sovrani”. Ma secondo il ceo di
Proton, Andy Yen, è marketing per mascherare la realtà giuridica: “AWS resta
soggetta al Cloud Act”.
Per dare impulso ad una big tech europea, 100 aziende del Vecchio continente
hanno già firmato un appello alla Commissione europea, a marzo scorso. Il monito
è giunto subito dopo la conferenza di Monaco dello scorso anno, quando il vice
presidente Usa J.D. Vance accusò l’Europa di censurare la libertà di parola e di
non controllare l’immigrazione, aprendo al partito di estrema destra tedesco
Alternative fur Deutschland. Un anno dopo, le preoccupazioni per le ingerenze
Usa sono cresciute. Ma proprio a Monaco è risuonato l’appello di Nakasone e
Baehr: non è detto che sia possibile abbandonare le tecnologie americane. Nella
lista delle 100 aziende favorevoli ad una big tech europea ci sono i giganti
francesi Airbus e Ovh. Quest’ultimo sfida i colossi Usa proprio sul cloud. La
multinazionale, contattata da ilfattoquotidiano.it, ha commentato: “Sostenere
che i governi debbano semplicemente ‘adattarsi’ alle tecnologie americane
significa di fatto accettare una dipendenza strategica. L’Europa è rimasta
dipendente troppo a lungo: per tutelare la propria capacità decisionale ha
bisogno di alternative credibili. La sovranità digitale nasce dalla possibilità
di scegliere davvero”.
LA DIVISIONE TRA FRANCIA E GERMANIA: L’ITALIA HA GIÀ SCELTO AMAZON PER IL CLOUD
La Germania tuttavia ha scelto il cloud sovrano di Amazon, mentre in fila ci
sono già Belgio, Paesi Bassi e Portogallo. La Francia invece vuole tagliare i
legami con Big Tech: “C’è un’urgenza di disintossicarsi dalla nostra dipendenza
da tecnologie extra Ue, soprattutto americane, per gli usi critici dello Stato”,
ha dichiarato il 6 febbraio David Amiel, ministro della Funzione Pubblica
francese al quotidiano Le Figaro, citando il dominio Usa nel mercato cloud. E
l’Italia? A Monaco Crosetto ha incontrato i rappresentanti di Amazon, Google e
Oracle. Ma sul cloud il governo Meloni ha già fatto la sua scelta di campo: a
gennaio 2025 è stato siglato l’ingresso di Amazon nel Polo Strategico Nazionale,
per i servizi destinati alla pubblica amministrazione. A Big Tech non dispiace
neppure aver messo in freezer il disegno di legge per il divieto di social ai
minori di 15 anni.
L'articolo Big Tech vuole il cloud “sovrano” europeo, ma l’Ue cerca autonomia da
Trump. “Abbandonare tecnologie Usa potrebbe essere impossibile” proviene da Il
Fatto Quotidiano.