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Iran, il Cremlino pronto a evacuare il proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr
La pistola è puntata contro l’Iran e potrebbe presto diventare fumante: il fattore Trump resta imprevedibile. L’escalation ha raggiunto livelli di massima gravità mentre Mosca tenta di impedire che si chiuda definitivamente l’ultima finestra negoziale. La macchina diplomatica del Cremlino è operativa per scongiurare una nuova esplosione nella polveriera mediorientale mentre portaerei e gruppi d’attacco statunitensi si avvicinano all’Iran, con l’obiettivo dichiarato di provocare la caduta del regime degli ayatollah. Putin ha fatto sapere di seguire con attenzione l’evolversi della situazione a Teheran – l’alleato con cui ha stretto l’ultimo trattato di partenariato strategico ventennale un anno fa, nel gennaio 2025 – riferendolo all’omologo emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan, con il quale intende discuterne durante colloqui. “Dobbiamo concentrarci principalmente sui meccanismi negoziali”. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato ieri che il potenziale per i colloqui tra Stati Uniti e Iran non si era ancora esaurito: poiché ogni intervento può creare “caos” in tutto il Medio Oriente, conseguenze catastrofiche “in termini di destabilizzazione del sistema di sicurezza in tutta la regione”, “Continuiamo a chiedere a tutte le parti di dar prova di moderazione e di rinunciare a qualsiasi uso della forza per risolvere i problemi”. Ma il Cremlino lavora su un doppio binario, preparandosi ad ogni evenienza. Alexei Likhachev, a capo del gigante nucleare statale russo, ha reso noto che la Russia è pronta a evacuare il proprio personale dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr se necessario: centinaia di cittadini russi lavorano nella struttura – l’unica centrale atomica operativa, costruita da Mosca, nel territorio degli ayatollah. “Ci auguriamo sinceramente che le parti in conflitto rispettino i loro impegni riguardo all’inviolabilità di questo territorio”. Likhachev già lo scorso giugno aveva riferito che un attacco statunitense al sito avrebbe innescato una catastrofe paragonabile a quella di Chernobyl del 1986 – un monito che tutti ricordano ora, dopo che Trump ha avvertito le autorità iraniane che, in assenza di colloqui e accordi, questo attacco sarà “molto peggiore” del precedente. “Stiamo tenendo il polso della situazione e, in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri e il ministero della Difesa, saremo pronti a mettere in atto misure di evacuazione se necessario” ha dichiarato Likhachev all’agenzia statale Tass. L'articolo Iran, il Cremlino pronto a evacuare il proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lavrov: “Rapporti con l’Italia al loro punto più basso. Leader Ue vogliono parlare con Mosca? Possono telefonare”
I rapporti tra Italia e Russia “sono al loro punto più basso”. Queste le parole usate dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov nella conferenza stampa annuale sulla politica estera di Mosca. “Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia e il fatto che siano al loro punto più basso, mantengo le mie parole”, ha detto in modo netto Lavrov. Citato da Ria Novosti, il ministro ha poi affermato che l’Italia “rifiuta” l’arte russa: “Il governo italiano, o i governi delle regioni in alcuni casi, annullano tournée concordate dei nostri cantanti lirici, come è successo di recente con la tournée di Ildar Abdrazakov”. Ma “ci sono stati diversi altri esempi prima di questo, in cui sono stati invitati artisti russi di fama mondiale, sono stati firmati accordi e poi queste tournée sono state annullate”, ha detto il ministro. Che si è speso in altri esempi specifici, come la Biennale di Venezia: “Abbiamo un padiglione lì che ci è proibito usare. E chi lo possiede lo affitta. Beh, come si collega questo al carattere italiano, alla visione italiana della vita? All’avversione italiana per la politicizzazione delle normali interazioni umane quotidiane?”. I LEADER UE La conferenza stampa è stata anche l’occasione per tornare sulle recenti dichiarazioni dei leader europei rispetto alla necessità di tornare a parlare con Mosca. “Suonano frivole – ha detto Lavrov – se vogliono davvero stabilire contatti con Mosca, devono semplicemente telefonare. Sapete – ha continuato – la gente mi chiede: ‘Beh, Macron ha detto questo, e Meloni ha detto questo, ma voi? Vedete, niente di tutto questo sembra molto serio'”. “I leader dei paesi europei – ha chiosato – hanno dichiarato per quattro anni che è semplicemente impossibile sedersi allo stesso tavolo con la Russia. Pertanto, consiglio a chi vuole parlare seriamente con noi di non dirlo ad alta voce e poi di non scrutare il pubblico con aria altezzosa”, ha aggiunto, “e se c’è un serio interesse, allora chiamate semplicemente, come fanno i diplomatici, senza accuse, senza dire ‘farò questa minaccia e parlero con Putin‘”. L’UCRAINA Secondo la visione del ministro degli Esteri russo, del resto, Mosca continua a cercare una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina, ed è sempre stata aperta a questo, ma l’Occidente ha fatto tutto il possibile per minare gli accordi di pace. Il 2025, ha detto, è stato “un anno impegnativo”: “Siamo impegnati, come ha ripetutamente sottolineato il presidente Vladimir Putin, a trovare una soluzione diplomatica alla crisi ucraina. Se guardiamo alla storia di questa crisi, a partire dal 2014 e soprattutto dal 2022, non è mancata la buona volontà da parte della Federazione Russa nel raggiungere accordi politici. Ma ogni volta i nostri vicini occidentali, e soprattutto europei, hanno fatto tutto il possibile per minare questi accordi”, ha sottolineato Lavrov. “Si stanno comportando esattamente allo stesso modo nei confronti delle iniziative promosse dall’amministrazione di Donald Trump, cercando in tutti i modi di convincere l’amministrazione americana a non negoziare con la Federazione Russa”, ha osservato. GLI USA E LA NATO Verso il presidente Usa non sono comunque mancate le critiche, quantomeno indirette, del capo della diplomazia di Mosca. Per Lavrov le relazioni internazionali sembrano improntate oggi alla “legge del più forte”. Mosca “difenderà i suoi interessi senza attentare ai diritti degli altri e senza lasciare che altri attentino ai suoi”. Dopo avere citato gli sviluppi in Venezuela, Iran e Groenlandia, Lavrov ha affermato che “bisogna trovare soluzioni che rispettino un equilibrio di interessi” su una base di “eguaglianza e reciproco rispetto”. Era difficile immaginare che le discussioni sulla Groenlandia avrebbero minato l’unità della Nato, ha aggiunto: “Si stanno creando crisi all’interno della stessa società occidentale. La Groenlandia ne è un chiaro esempio, sulla bocca di tutti, e attorno alla quale si stanno sviluppando discussioni che prima sarebbero state difficili da immaginare, tra cui la prospettiva di una continua esistenza della Nato come blocco politico-militare occidentale unificato”. Quanto a Mosca, “Non abbiamo nulla a che fare con i piani per l’annessione della Groenlandia. Non ho dubbi che Washington sia ben consapevole che né la Russia né la Repubblica Popolare Cinese hanno simili piani. Non è un nostro problema”. L'articolo Lavrov: “Rapporti con l’Italia al loro punto più basso. Leader Ue vogliono parlare con Mosca? Possono telefonare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Damasco, Caracas e forse Teheran: tutti gli amici di Putin sono finiti sotto attacco. Ma allo zar interessa solo Kiev
“La situazione sulla scena internazionale sta peggiorando sempre di più, non credo che nessuno possa contraddirlo, i conflitti di lunga data si stanno intensificando”. Ieri e oggi, dopo un lungo silenzio, per la prima volta nel 2026, Putin ha parlato di politica internazionale. È accaduto giovedì durante una riunione con gli ambasciatori nella Federazione. Ha asserito che nuovi, e gravi focolai stanno emergendo sulla scacchiera internazionale, ma non ha menzionato il nome dell’omologo statunitense quando ha dichiarato: “Sentiamo un monologo da parte di coloro che, per diritto di forza, ritengono lecito dettare la propria volontà, fare la predica agli altri e impartire ordini”. Due giorni prima il ministero degli Esteri russo Lavrov era stato molto più diretto: ha accusato Washington di portare disordine nel mondo con il raid in Venezuela e le minacce all’Iran, le operazioni Usa indicano che “la linea dei nostri colleghi americani sia rompere l’intero sistema che è stato creato per molti anni con la loro partecipazione”. Oggi, della crisi in Iran e del Medio Oriente che rischia di finire in fiamme in toto, il numero uno del Cremlino ha parlato con Bibi Netanyahu rendendo nota la posizione di Mosca: c’è per avviare un dialogo costruttivo, uno sforzo diplomatico, evitare l’escalation. E poi Putin ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian: “I dettagli saranno annunciati in seguito”, ha affermato il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov. “È stato un anno difficile per essere un alleato geopolitico del presidente russo Vladimir Putin”. È questo, in sostanza, il bilancio tracciato dagli analisti: Mosca sta riversando tutte le sue energie nella guerra in Ucraina, trascurando i suoi partner in Medio Oriente e America Latina. Damasco, Caracas e forse presto Teheran: tutti le capitali legate (commercialmente, politicamente, militarmente) alla Federazione sono finite sotto assedio o sotto attacco e se è vero che non c’è due senza tre, presto potrebbero scoprirlo al Cremlino. Nel dicembre 2024 l’ex presidente Bashar al Assad è fuggito dalla Siria per rifugiarsi in Russia; il tre gennaio scorso Nicolas Maduro è stato catturato dagli americani e trasferito in manette in un carcere a New York. Con le proteste in corso in Iran e Teheran sotto minaccia di intervento americano, l’ayatollah Khamenei potrebbe diventare il terzo degli amici russi costretto alla fuga dal Paese. Secondo il britannico Times, esiste già un piano di emergenza che verrà attivato se la situazione dovesse degenerare per far arrivare la Guida Suprema nella Federazione. I sodali geopolitici russi sono tutti caduti, uno dopo l’altro, per pressione o esercizio diretto della forza della Casa Bianca, con cui Mosca, tutto sommato, non sembra voler ancora incrociare la spada. Lo suggeriscono le condanne intermittenti, si evince dalle dichiarazioni a singhiozzi dei dicasteri di Mosca che chiosano contro quelli “che intendono usare disordini di origine esterna come pretesto per ripetere l’aggressione contro l’Iran nel giugno 2025”. Accade perché la priorità dei russi è e rimane solo una: Kiev. È per questo che, davanti all’ultima crisi – scrive Bloomberg – la Federazione difficilmente “si impegnerà a fondo per aiutare l’Iran”; allo stesso modo, la cattura di Maduro è stata sfortunata, “ma non una catastrofe”. Ma le conseguenze geopolitiche di questi eventi potrebbero riversarsi direttamente sul tavolo dei negoziati ucraini e a pagarle forse saranno proprio Europa e America: Mosca, privata dei suoi alleati, ancor meno di ieri sarà disposta a scendere a compromessi, ancor meno di ieri potrà permettersi una sconfitta sul campo di battaglia a cui sta sacrificando ogni risorsa. L'articolo Damasco, Caracas e forse Teheran: tutti gli amici di Putin sono finiti sotto attacco. Ma allo zar interessa solo Kiev proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Altro colpo Usa alla diplomazia: un ddl bipartisan per sanzionare chi intrattiene rapporti commerciali con Mosca
È la legge del pugile: chi non reagisce, subisce. Chi non risponde, incassa. E, al momento, Mosca sta incassando colpi sul ring della geopolitica mondiale: i pugni li sta dando tutti Trump. La timidezza con cui le autorità russe hanno reagito alla cattura del presidente Nicolas Maduro, alleato sudamericano del Cremlino, e al successivo sequestro della petroliera Marinera – ex Bella1, battente bandiera russa, assaltata dalle forze Usa mentre si dirigeva in un porto della Federazione – ha suscitato malumore tra i falchi russi – dal milblogger Aleksandr Kots fino al filosofo anti-occidentale Dugin. Cresce la richiesta di una riposta immediata e netta, che abbia il sapore di un’inequivocabile vendetta, ma probabilmente non arriverà: l’obiettivo dei russi sembra preservare l’avanzamento dei negoziati ucraini. Invece, Trump si prepara ad assestare un ulteriore colpo a Mosca: ha appena concesso di procedere al Congresso a un disegno di legge bipartisan sulle sanzioni contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Russia. Si vota la prossima settimana. Sta lavorando al Sanctioning Russia Act il senatore repubblicano Lindsey Graham; lo ha redatto insieme al democratico Richard Blumenthal. L’emendamento fornisce al presidente degli Stati Uniti l’autorità di imporre dazi fino al 500% sulle importazioni dai Paesi che intrattengono rapporti con il settore energetico russo. Nel mirino ci sono dunque tre giganti: Cina, India e Brasile. Graham ha ottenuto “greenlit”, luce verde a procedere, dopo un “very productive meeting” che ha tenuto mercoledì con il presidente: “Questo disegno di legge consentirà al presidente Trump di punire i Paesi che acquistano petrolio russo a basso costo, alimentando la macchina da guerra di Putin” ha dichiarato, dicendosi convinto che la legge concepita per fare pressione sulla squadra Putin favorirà Kiev al tavolo negoziale (“Arriverà al momento giusto, poiché l’Ucraina sta facendo concessioni per la pace”). Martedì scorso, durante un summit di partner dell’Ucraina, gli Usa per la prima volta hanno accordato sostegno alle proposte europee per garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina, inclusa la presenza di boots on the ground, truppe sul terreno di una forza multinazionale – proposta sempre ritenuta irricevibile dal Cremlino. Ad uno ad uno, adesso, Washington sta colpendo l’intera rete degli alleati russi, proprio mentre la squadra repubblicana sta per mettere le mani – via Big Oil statunitensi – sulle riserve petrolifere del Venezuela, che Trump ha dichiarato di voler controllare a tempo indeterminato. Finora, tuttavia, le misure restrittive statunitensi non hanno frenato i legami tra Pechino e Mosca, e Mosca e New Delhi: la Cina ha acquistato quasi la metà delle esportazioni di greggio russo a novembre, l’India il 38%; solo Brasilia ha ridotto le importazioni negli ultimi mesi. L'articolo Altro colpo Usa alla diplomazia: un ddl bipartisan per sanzionare chi intrattiene rapporti commerciali con Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ecco uno dei droni abbattuti durante l’attacco di Kiev su una residenza di Putin”: il video diffuso da Mosca
Il ministero degli Esteri russo sul proprio canale Telegram ha diffuso un video in cui si vedono i rottami di uno dei droni presumibilmente diretti la notte tra il 28 e il 29 dicembre alla residenza di Putin nella regione di Novgorod. Nel video un militare spiega che si tratta di un “drone ucraino ‘Chaklun-V’, abbattuto durante l’attacco terroristico da parte del regime di Kiev”. Il militare specifica che “portava 6 chili di esplosivo, con diverse componenti per arrecare danno”. Nelle immagini non ci sono indicazioni specifiche sul luogo o il giorno in cui sono state girate. Il governo ucraino ha smentito di aver diretto attacchi contro la residenza. L'articolo “Ecco uno dei droni abbattuti durante l’attacco di Kiev su una residenza di Putin”: il video diffuso da Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nuova esplosione a Mosca: bomba uccide due poliziotti. Kiev: “Avevano torturato prigionieri di guerra ucraini”. Il video
Nuova esplosione nella notte è a Mosca. L’ordigno ha ucciso due poliziotti mentre fermavano una persona sospetta nel sud della capitale russa e anche il sospettato è morto, come ha riferito l’ufficio stampa del Comitato Investigativo Russo. La detonazione è avvenuta intorno all’1.40 della notte del 24 dicembre in un’area della capitale a circa 300 metri dall’esplosione, di pochi giorni fa, di un ordigno posizionato sotto un’auto che ha ucciso il generale russo Fanil Sarvarov. Fonti dell’intelligence della difesa ucraina (Gur), citate da Rbc Ukraine, hanno dichiarato che i due agenti morti avevano partecipato alla guerra in Ucraina e, in particolare, avevano “torturato prigionieri di guerra ucraini”. L’attentato, secondo quanto reso noto da Kiev, sarebbe un residente di Mosca che avrebbe agito “in segno di protesta contro la politica aggressiva del Cremlino”. Non è ancora chiara la dinamica dell’esplosione. Secondo Mosca “i due agenti della polizia stradale hanno visto una persona sospetta vicino alla loro auto di pattuglia in via Yeletskaya. Quando si sono avvicinati per fermarlo, un esplosivo è detonato”. Secondo le prime informazioni, l’ordigno improvvisato era fissato sotto la macchina della polizia, sul lato passeggero, vicino al conducente. Differente la versione dell’intelligence ucraina: l’uomo dopo essersi avvicinato all’auto parcheggiata vicino alla stazione di polizia avrebbe “lanciato un pacco esplosivo nel finestrino dell’auto, provocando l’esplosione”. Intanto investigatori ed esperti forensi – riporta la Tass – stanno esaminando il luogo dell’incidente e accertando tutte le circostanze. Stanno anche interrogando testimoni oculari e analizzando i filmati. L'articolo Nuova esplosione a Mosca: bomba uccide due poliziotti. Kiev: “Avevano torturato prigionieri di guerra ucraini”. Il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cosa sappiamo sull’attentato a Sarvarov: il tritolo, il magnete sotto l’auto, i sospetti sui “servizi ucraini”: così è stato ucciso il generale russo
A 24 ore dall’attentato che ha ucciso a Mosca il generale Fanil Sarvarov, capo della Direzione per l’Addestramento operativo del ministero della Difesa russo, il quadro che emerge è ancora parziale. Chi era Fanil Sarvarov. Figura di primo piano nell’apparato militare russo, Sarvarov era nato l’11 marzo 1969 a Gremyachinsk, nella regione russa di Perm, e si era diplomato alla Scuola superiore di comando dei carri armati di Kazan nel 1990, all’Accademia militare delle forze corazzate nel 1999 e all’Accademia militare dello Stato maggiore nel 2008. Aveva partecipato “alle operazioni di combattimento nel conflitto osseto-inguscio e all’operazione antiterrorismo in Cecenia, e aveva svolto missioni in Siria”, riporta Ria Novosti, mentre nel 2016 era diventato capo della Direzione addestramento operativo dello Stato maggiore. Era stato insignito dell’Ordine del coraggio, dell’Ordine al merito militare, della Medaglia Suvorov e dell’Ordine al merito della patria. 300 grammi di tritolo. L’attentato è avvenuto attorno alle 6.50 del mattino del 22 dicembre mentre il generale stava uscendo alla guida della sua Kia Sorento di colore bianco da un parcheggio in via Yasenevaya, area residenziale della piccola media borghesia nel sud della capitale russa. La potenza esplosiva dell’ordigno artigianale utilizzato, hanno riferito due fonti delle forze dell’ordine hanno all’agenzia Rbk, era equivalente a circa 300 grammi di tritolo. La procura di Mosca, che ha assunto il controllo delle indagini, ha riferito che l’ordigno era stato collocato con un magnete al sottoscocca della Kia, vicino al sedile del conducente. L’agenzia Tass riferisce che l’esplosione è avvenuta quando il conducente ha azionato il freno. Secondo altre fonti l’ordigno sarebbe stato fatto detonare a distanza. La deflagrazione ha ferito gravemente Sarvarov alle gambe e al viso. L’uomo è stato trasportato d’urgenza in ospedale, dove è morto poco dopo. Mosca: “Pista ucraina”. Annunciando il decesso del generale, il Comitato investigativo russo ha suggerito la possibilità che l’attentato “sia stato orchestrato dai servizi segreti ucraini“. Il vice ministro degli Esteri, Sergej Ryabkov, ha osservato che la coincidenza temporale con gli sviluppi diplomatici in atto sul dossier Ucraina “suggerisce qualcosa“, lasciando intendere proprio un coinvolgimento ucraino e un tentativo di ostacolare i negoziati per una soluzione del conflitto. L'articolo Cosa sappiamo sull’attentato a Sarvarov: il tritolo, il magnete sotto l’auto, i sospetti sui “servizi ucraini”: così è stato ucciso il generale russo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Russia condanna l’ex campione mondiale di scacchi Kasparov a due mesi di reclusione
Lo scacchista Garry Kimovic Kasparov è stato condannato a due mesi di reclusione. La sentenza è stata emessa dal tribunale di Zamoskvoretsky di Mosca, che ha accusato il campione russo di apologia del terrorismo e ne ha ordinato l’arresto in contumacia, perché Kasparov è all’estero e non ha presenziato al processo. La richiesta di arresto è stata depositata il 22 dicembre al tribunale moscovita e la decisione entrerà in vigore il 26 dicembre. Nel 2022, il Ministero della giustizia russo l’aveva inserito nella lista degli “agenti stranieri”, accusandolo di aver ricevuto donazioni o fondi esteri per finanziare attività politiche. Kasparov è stato campione del mondo di scacchi dal 1985 al 2000, il più giovane a conquistare questo importante titolo. Dopo il ritiro è diventato un attivista politico e ha cominciato a manifestare il suo dissenso verso Vladimir Putin e la democratura russa. Nel 2013 Kasparov si è trasferito a New York in seguito a un arresto subìto l’anno prima: dopo una protesta davanti a un tribunale di Mosca, era stato detenuto e sottoposto a brutalità da parte degli agenti di polizia. Nel 2016, Kasparov ha co-fondato il Forum Russia libera insieme a Ivan Tjutrin, politico dell’opposizione russa, con l’obiettivo di formare un’alternativa intellettuale all’attuale regime politico. A fine novembre, lo scacchista ha tenuto un discorso all’Halifax security forum dove ha espresso la sua visione sulla guerra in Ucraina: in quell’occasione, Kasparov si augurava che l’Ucraina non stringesse un accordo di pace con la Russia, definendo la bozza statunitense come “un accordo immobiliare per arricchire la famiglia Trump e vendere l’Ucraina”. L'articolo La Russia condanna l’ex campione mondiale di scacchi Kasparov a due mesi di reclusione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Asset congelati, la Russia promette vendetta: “Abbiamo 300 miliardi di dollari di investimenti esteri, potremmo sequestrarli”
Ieri il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis in conferenza stampa ha detto che il regolamento sul rinnovo sine die delle sanzioni anti-russe, al vaglio del Consiglio Ue, “contribuirà alle discussioni sul prestito di riparazione” all’Ucraina: “Sta ponendo l’immobilizzazione dei beni russi su solide basi, evitandoci di dover fare affidamento su un regime di sanzioni che prevede il rinnovo dell’immobilizzazione ogni sei mesi”. Entro oggi probabilmente i governi potrebbero concordare per un’intesa per prolungare il congelamento degli asset della banca centrale russa in Ue “per tutto il tempo necessario”. Il vertice in cui si deciderà il destino degli asset russi congelati si terrà il prossimo 18 dicembre: il tempo scorre, servono 90 miliardi di euro per salvare il bilancio e la Difesa di Kiev e l’Unione non li ha. Per evitare un debito comune – che incontrerebbe di certo il veto magiaro –, punta a usare i fondi russi in Ue, che terrebbero a galla Kiev fino al 2027. La Commissione europea propone di far ricorso alla clausola di emergenza, ricorrendo all’articolo 122 – quello già usato per far fronte a crisi economiche, energetiche e pandemia Covid. Nella sua proposta, la Commissione sostiene che i danni provocati dal conflitto in Ucraina hanno causato un “grave impatto economico”, innescando “gravi interruzioni dell’approvvigionamento, maggiore incertezza, maggiori premi di rischio, minori investimenti e consumi”, dunque “è urgentemente necessario per limitare i danni all’economia dell’Unione”. Contrario al prelievo dei fondi russi rimane il Belgio – che, materialmente, detiene 185 miliardi dei 210 miliardi di euro russi nelle casse dell’Euroclear. Oltre a una richiesta di garanzie di ferro per condividere rischi di un’eventuale controversia che potrebbe avviare Mosca in tribunale, il premier Bart De Wever ha forti riserve anche sul ricorso all’articolo 122: “Sarebbe come irrompere in un’ambasciata, portar via tutti i mobili e venderli”, in fondo “si tratta di denaro proveniente da un Paese con cui non siamo in guerra”. De Wever ha reso noto che se le sue richieste non verranno accolte, sarà proprio il Belgio a ricorrere contro la decisione: “Se verrà presa una decisione che ritengo manifestamente in contrasto con la legalità, che non ha senso e che comporta rischi molto elevati per questo Paese, allora non si può escludere nulla”. La Russia promette intanto vendetta e ritorsioni contro quello che definisce “furto”: sebbene non disponga di beni sovrani paragonabili per volume e dimensioni a quelli russi in Ue, promette “una dura reazione”. La Federazione stima che ci siano 300 miliardi di dollari di asset esteri congelati nei cosiddetti conti “di tipo C” – azioni, obbligazioni societarie e sovrane russe di proprietà di investitori provenienti da Paesi che la Russia considera “ostili”. Sono stati creati nel marzo 2022 in risposta alle sanzioni occidentali, ma non si conosce la cifra complessiva di liquidità e proventi dei titoli. “La banca russa Sberbank ha stimato che il 25% dei suoi 787 miliardi di rubli (9,9 miliardi di dollari) di dividendi su azioni di proprietà di investitori stranieri per il 2024 sia stato versato su conti “di tipo C”, riporta Reuters. Però, qualora Mosca decidesse di sequestrarli, potrebbe innescare ulteriori confische ai danni di privati cittadini (anche estranei al conflitto) con conti in Ue. Non esiste una stima attendibile del valore complessivo dei beni detenuti dagli investitori europei in Russia. All’inizio del 2022 la Banca centrale valutava gli investimenti Ue in circa 364 miliardi di dollari, ma quella cifra fotografa la situazione di un mondo ormai scomparso: se non hanno abbandonato la Federazione nel 2022, molte aziende hanno visto i loro asset sequestrati e trasferiti a nuovi proprietari. L'articolo Asset congelati, la Russia promette vendetta: “Abbiamo 300 miliardi di dollari di investimenti esteri, potremmo sequestrarli” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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