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Pace in Ucraina, il parere delle spie: “Mosca finge di trattare per ottenere un allentamento delle sanzioni”
Alla pace in Ucraina non ci credono nemmeno le spie. Il terzo round di colloqui trilaterali mediati dagli Stati Uniti – con l’inviato speciale, Steve Witkoff, e il genero del presidente, Jared Kushner – si è appena concluso a Ginevra, Svizzera, e alla Casa Bianca sembrano continuare a credere che la guerra possa essere fermata con un accordo entro giugno (prima delle elezioni di midterm). Ma sono di segno diverso e apposto le valutazioni raccolte ieri da Reuters da cinque capi dei servizi di intelligence europei: “A condizione di anonimato, hanno affermato che la Russia non vuole porre fine alla guerra in tempi rapidi. Quattro di loro ritengono che Mosca sta usando i colloqui con gli Stati Uniti per chiedere l’allentamento delle sanzioni e accordi commerciali”. “La Russia non sta cercando un accordo di pace. Sta perseguendo i suoi obiettivi strategici e non sono cambiati”. È la convinzione radicata negli ambienti di sicurezza, secondo cui la Russia “non vuole né ha bisogno di una pace rapida” perché la sua economia “non è sull’orlo del collasso”. La Federazione viene descritta come “società resiliente”, in grado di sopportare l’impatto delle difficoltà e restrizioni sotto pressione finanziaria prolungata: anche se le sanzioni mordono – e in questo 2026 produrranno danni visibili – non si intravede, almeno per ora, all’orizzonte, un cambio di rotta immediato o risolutivo, un’inversione strategica. Anzi, secondo gli 007 l’avvio vero del negoziato avverrà solo una volta ceduto il Donbas. Perché i negoziati per la pace stanno proseguendo in realtà su un doppio binario: il primo è quello ucraino, formalmente orientato al cessate il fuoco, ma il secondo, parallelo e altrettanto strategico, riguarda gli accordi bilaterali tra Washington e Mosca – che chiede l’allentamento del regime sanzionatorio. (Secondo le valutazioni degli 007 di Zelensky i negoziatori statunitensi e russi stanno discutendo già di un giro d’affari del valore di 12mila miliardi di dollari, il cosiddetto “pacchetto Dmitriev”). Ai tavoli dei negoziati l’Unione europea sta provando a sedersi tra russi, ucraini e americani, ma finché non avrà una sedia, né formalmente né informalmente, il blocco – tra i principali finanziatori di Kiev – fa circolare solo documenti a cui affida la sua linea: in uno degli ultimi, distribuito agli Stati membri dall’Alta rappresentante Kaja Kallas, Bruxelles elenca con chiarezza le concessioni che ritiene Mosca debba necessariamente compiere, richieste di cui discuteranno i ministri degli Esteri il 23 febbraio prossimo – tra queste, c’è il “divieto della presenza e degli schieramenti militari russi in Bielorussia, Ucraina, Repubblica di Moldavia, Georgia e Armenia” e l’adesione dell’Ucraina all’Ue entro il 2027. È un testo in cui si ribadisce che non c’è pace duratura “senza l’Ue al tavolo dei negoziati” e che respinge sia l’ipotesi della smilitarizzazione di Kiev, sia il riconoscimento “de jure” dei territori ucraini ormai sotto controllo russo. L'articolo Pace in Ucraina, il parere delle spie: “Mosca finge di trattare per ottenere un allentamento delle sanzioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mosca arruola europei fragili per sabotaggi e violenze. Il Financial Times: “Rete di reclutatori legati alla Wagner”
Reclutare cittadini europei “economicamente vulnerabili” per compiere atti di violenza nei Paesi della Nato. Sarebbe questo, secondo il Financial Times, il nuovo compito affidato dal Cremlino a reclutatori e propagandisti legati in passato alla compagnia Wagner. Il quotidiano economico, citando funzionari dell’intelligence occidentale, riferisce che Mosca avrebbe scelto uomini già specializzati nel convincere giovani dell’entroterra russo a combattere in Ucraina, riorientandone l’attività verso il cuore dell’Europa. Lo status del gruppo resta incerto dopo la ribellione fallita del giugno 2023 contro i vertici dell’esercito russo e la successiva morte del fondatore Yevgeny Prigozhin. Elementi che avevano fatto parte di Wagner o della “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo, già impiegati per il reclutamento nelle regioni più povere della Russia, starebbero ora individuando migranti, disoccupati e persone appartenenti a fasce deboli delle società europee, disponibili ad azioni di sabotaggio, ricognizione, vandalismo e violenza in cambio di denaro. Secondo fonti dell’intelligence europea citate dal giornale, sarebbero già 145 gli incidenti riconducibili a una campagna ibrida russa contro l’Occidente. L’aumento del ricorso ad agenti “a perdere” sarebbe seguito all’espulsione da parte dei Paesi europei di centinaia di funzionari dell’intelligence russa operanti con copertura diplomatica. Fsb e Gru avrebbero così cambiato tattica. Nel 2023 il criminale di strada Dylan Earl sarebbe stato reclutato su canali Telegram di Wagner nel Regno Unito; in seguito sarebbero stati coinvolti altri quattro giovani per appiccare il fuoco a un deposito di Londra collegato a un’azienda ucraina. A Earl sarebbero state versate 9mila sterline. Lo scorso anno avrebbe inoltre pianificato di “radere al suolo” un ristorante appartenente all’imprenditore russo in esilio Evgheny Chichvarkin, critico del presidente russo. La notizia giunge alla vigilia di un nuovo round di colloqui trilaterali tra Mosca, Kiev e Stati Uniti in programma a Ginevra. Il Cremlino ha parlato di una gamma “ampia” di questioni sul tavolo, “compresa quella dei territori”, punto sul quale il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito di non voler cedere senza “garanzie di sicurezza”, sostenendo che “Putin non si ferma con baci e fiori”. A esacerbare ulteriormente le tensioni è il secondo anniversario della morte in carcere dell’oppositore russo Alexei Navalny. Quindici Paesi – Australia, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Svezia e Regno Unito – hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano che le autorità russe sono “le uniche responsabili” della sua morte. I firmatari richiamano una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui la Russia è responsabile del trattamento inumano e degradante riservato a Navalny durante la detenzione e della mancata risposta adeguata alle sue richieste. La vedova Yulia Navalnaya ha dichiarato: “Già sapevo che Putin aveva ucciso mio marito, ora abbiamo le prove”, commentando un’inchiesta condotta da Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Francia e Germania, secondo cui il dissidente sarebbe stato avvelenato con una tossina letale presente nelle rane freccia dell’Ecuador. Una ricostruzione respinta dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che ha definito le accuse “parziali e infondate”. L'articolo Mosca arruola europei fragili per sabotaggi e violenze. Il Financial Times: “Rete di reclutatori legati alla Wagner” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Arrestato il presunto attentatore del generale Vladimir Alekseyev. “Aveva due complici, una è fuggita in Ucraina”
Si chiama Lyubomir Korba, è cittadino russo ed è nato nel 1960: è lui il presunto attentatore dell’alto funzionario del ministero della Difesa russo, il generale Vladimir Alekseyev, in gravi condizioni dopo essere stato ferito con colpi di arma da fuoco dentro a un condominio di Mosca, il 6 febbraio. Si era dato alla fuga subito dopo l’attentato: è stato identificato e fermato a Dubai, quindi consegnato alle autorità russe ed estradato. Due i complici secondo l’Fsb: Vasin Viktor, arrestato a Mosca, e Serebritskaya Zinaida, fuggita in Ucraina. “Continua la caccia ai mandanti”, precisa il servizio russo. Chi è Vadim Alekseev – Nato nella regione ucraina di Vinnytsia, è il numero due del Gru, l’intelligence militare russa dal 2011 (il direttorato principale dello stato maggiore russo). Con questa carica, coordina da tempo le operazioni ibride e poi militari di Mosca contro l’Ucraina. Si dice che sia stato lui a ideare e poi a coordinare la milizia privata Wagner (del cuoco del Cremlino Evgheny Prigozhin, che ha commesso l’errore di considerarla sua), le cui prime operazioni erano state proprio nel Donbass nel 2014. I suoi uomini lo chiamano “Stepanich”. Alekseev si era diplomato alla Scuola di comando aereo di Ryazan. Fra le sue responsabilità attuali vi è quella di selezionare gli obiettivi dei raid aerei contro l’Ucraina, hanno scritto fonti ucraine poco dopo l’attentato in cui il generale è rimasto ferito da colpi d’arma da fuoco che lo hanno colpito alle spalle. Il suo diretto superiore, Igor Kostyukov, ha guidato la delegazione russa ai negoziati appena conclusi di Abu Dhabi che entrambe le parti, sia la Russia che l’Ucraina, hanno definito come costruttivi. Wagner commenta su Telegram che l’attentato va considerato proprio in questo quadro. Nel giugno del 2023, durante l’ammutinamento della Wagner, era stato Alekseev a condurre i negoziati con Prigozhin insieme al vice ministro della Difesa, Yunus-Bek Evkurov. Alekseev è inserito nell’elenco delle persone colpite da sanzioni negli Usa, dal 2016, come responsabile dei cyber attacchi con l’obiettivo di influenzare l’esito delle elezioni presidenziali. Dal 2019 è sanzionato anche dall’Unione europea in relazione con il caso Skripal in Gran Bretagna. L'articolo Arrestato il presunto attentatore del generale Vladimir Alekseyev. “Aveva due complici, una è fuggita in Ucraina” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Spari contro Vladimir Alekseyev, vice capo dell’intelligence militare russa: “Chi l’ha colpito è fuggito”
Gli ha sparato diversi colpi, poi è scappato. Vladimir Alekseyev, generale che ricopre un ruolo di alto livello nello Stato Maggiore russo e vice capo dell’intelligence militare, è stato ferito dentro a un condominio di Mosca, su viale Volokolamskoe, il giorno dopo la conclusione di due giorni di colloqui tra i negoziatori russi, ucraini e statunitensi ad Abu Dhabi. È stato trasportato d’urgenza in ospedale, ha dichiarato il Comitato investigativo russo, citato dall’agenzia Ria Novosti. Alekseyev è il primo vicecapo della Direzione centrale di Intelligence (Gru) dal 2011, dipartimento il cui vertice, l’ammiraglio Igor Kostjukov, è responsabile della delegazione russa ai negoziati trilaterali ad Abu Dhabi sull’Ucraina. Dal dicembre 2016, è sottoposto dagli Stati Uniti a sanzioni in relazione ai presunti attacchi informatici volti a influenzare le elezioni presidenziali statunitensi. Nel 2019, il vicecapo del Gru è stato sanzionato anche dall’Unione Europea, in relazione all’avvelenamento dell’ex spia russa Serghei Skripal e di sua figlia Julia a Salisbury, in Gran Bretagna. Nel giugno 2023, Alekseyev, insieme al viceministro della Difesa Yunus-Bek Yevkurov, si è occupato dei negoziati con il leader del gruppo mercenario Wagner, Yevgeny Prigozhin, durante l’ammutinamento e la ‘marcia su Mosca’. L'articolo Spari contro Vladimir Alekseyev, vice capo dell’intelligence militare russa: “Chi l’ha colpito è fuggito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, il Cremlino pronto a evacuare il proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr
La pistola è puntata contro l’Iran e potrebbe presto diventare fumante: il fattore Trump resta imprevedibile. L’escalation ha raggiunto livelli di massima gravità mentre Mosca tenta di impedire che si chiuda definitivamente l’ultima finestra negoziale. La macchina diplomatica del Cremlino è operativa per scongiurare una nuova esplosione nella polveriera mediorientale mentre portaerei e gruppi d’attacco statunitensi si avvicinano all’Iran, con l’obiettivo dichiarato di provocare la caduta del regime degli ayatollah. Putin ha fatto sapere di seguire con attenzione l’evolversi della situazione a Teheran – l’alleato con cui ha stretto l’ultimo trattato di partenariato strategico ventennale un anno fa, nel gennaio 2025 – riferendolo all’omologo emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan, con il quale intende discuterne durante colloqui. “Dobbiamo concentrarci principalmente sui meccanismi negoziali”. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato ieri che il potenziale per i colloqui tra Stati Uniti e Iran non si era ancora esaurito: poiché ogni intervento può creare “caos” in tutto il Medio Oriente, conseguenze catastrofiche “in termini di destabilizzazione del sistema di sicurezza in tutta la regione”, “Continuiamo a chiedere a tutte le parti di dar prova di moderazione e di rinunciare a qualsiasi uso della forza per risolvere i problemi”. Ma il Cremlino lavora su un doppio binario, preparandosi ad ogni evenienza. Alexei Likhachev, a capo del gigante nucleare statale russo, ha reso noto che la Russia è pronta a evacuare il proprio personale dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr se necessario: centinaia di cittadini russi lavorano nella struttura – l’unica centrale atomica operativa, costruita da Mosca, nel territorio degli ayatollah. “Ci auguriamo sinceramente che le parti in conflitto rispettino i loro impegni riguardo all’inviolabilità di questo territorio”. Likhachev già lo scorso giugno aveva riferito che un attacco statunitense al sito avrebbe innescato una catastrofe paragonabile a quella di Chernobyl del 1986 – un monito che tutti ricordano ora, dopo che Trump ha avvertito le autorità iraniane che, in assenza di colloqui e accordi, questo attacco sarà “molto peggiore” del precedente. “Stiamo tenendo il polso della situazione e, in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri e il ministero della Difesa, saremo pronti a mettere in atto misure di evacuazione se necessario” ha dichiarato Likhachev all’agenzia statale Tass. L'articolo Iran, il Cremlino pronto a evacuare il proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lavrov: “Rapporti con l’Italia al loro punto più basso. Leader Ue vogliono parlare con Mosca? Possono telefonare”
I rapporti tra Italia e Russia “sono al loro punto più basso”. Queste le parole usate dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov nella conferenza stampa annuale sulla politica estera di Mosca. “Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia e il fatto che siano al loro punto più basso, mantengo le mie parole”, ha detto in modo netto Lavrov. Citato da Ria Novosti, il ministro ha poi affermato che l’Italia “rifiuta” l’arte russa: “Il governo italiano, o i governi delle regioni in alcuni casi, annullano tournée concordate dei nostri cantanti lirici, come è successo di recente con la tournée di Ildar Abdrazakov”. Ma “ci sono stati diversi altri esempi prima di questo, in cui sono stati invitati artisti russi di fama mondiale, sono stati firmati accordi e poi queste tournée sono state annullate”, ha detto il ministro. Che si è speso in altri esempi specifici, come la Biennale di Venezia: “Abbiamo un padiglione lì che ci è proibito usare. E chi lo possiede lo affitta. Beh, come si collega questo al carattere italiano, alla visione italiana della vita? All’avversione italiana per la politicizzazione delle normali interazioni umane quotidiane?”. I LEADER UE La conferenza stampa è stata anche l’occasione per tornare sulle recenti dichiarazioni dei leader europei rispetto alla necessità di tornare a parlare con Mosca. “Suonano frivole – ha detto Lavrov – se vogliono davvero stabilire contatti con Mosca, devono semplicemente telefonare. Sapete – ha continuato – la gente mi chiede: ‘Beh, Macron ha detto questo, e Meloni ha detto questo, ma voi? Vedete, niente di tutto questo sembra molto serio'”. “I leader dei paesi europei – ha chiosato – hanno dichiarato per quattro anni che è semplicemente impossibile sedersi allo stesso tavolo con la Russia. Pertanto, consiglio a chi vuole parlare seriamente con noi di non dirlo ad alta voce e poi di non scrutare il pubblico con aria altezzosa”, ha aggiunto, “e se c’è un serio interesse, allora chiamate semplicemente, come fanno i diplomatici, senza accuse, senza dire ‘farò questa minaccia e parlero con Putin‘”. L’UCRAINA Secondo la visione del ministro degli Esteri russo, del resto, Mosca continua a cercare una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina, ed è sempre stata aperta a questo, ma l’Occidente ha fatto tutto il possibile per minare gli accordi di pace. Il 2025, ha detto, è stato “un anno impegnativo”: “Siamo impegnati, come ha ripetutamente sottolineato il presidente Vladimir Putin, a trovare una soluzione diplomatica alla crisi ucraina. Se guardiamo alla storia di questa crisi, a partire dal 2014 e soprattutto dal 2022, non è mancata la buona volontà da parte della Federazione Russa nel raggiungere accordi politici. Ma ogni volta i nostri vicini occidentali, e soprattutto europei, hanno fatto tutto il possibile per minare questi accordi”, ha sottolineato Lavrov. “Si stanno comportando esattamente allo stesso modo nei confronti delle iniziative promosse dall’amministrazione di Donald Trump, cercando in tutti i modi di convincere l’amministrazione americana a non negoziare con la Federazione Russa”, ha osservato. GLI USA E LA NATO Verso il presidente Usa non sono comunque mancate le critiche, quantomeno indirette, del capo della diplomazia di Mosca. Per Lavrov le relazioni internazionali sembrano improntate oggi alla “legge del più forte”. Mosca “difenderà i suoi interessi senza attentare ai diritti degli altri e senza lasciare che altri attentino ai suoi”. Dopo avere citato gli sviluppi in Venezuela, Iran e Groenlandia, Lavrov ha affermato che “bisogna trovare soluzioni che rispettino un equilibrio di interessi” su una base di “eguaglianza e reciproco rispetto”. Era difficile immaginare che le discussioni sulla Groenlandia avrebbero minato l’unità della Nato, ha aggiunto: “Si stanno creando crisi all’interno della stessa società occidentale. La Groenlandia ne è un chiaro esempio, sulla bocca di tutti, e attorno alla quale si stanno sviluppando discussioni che prima sarebbero state difficili da immaginare, tra cui la prospettiva di una continua esistenza della Nato come blocco politico-militare occidentale unificato”. Quanto a Mosca, “Non abbiamo nulla a che fare con i piani per l’annessione della Groenlandia. Non ho dubbi che Washington sia ben consapevole che né la Russia né la Repubblica Popolare Cinese hanno simili piani. Non è un nostro problema”. L'articolo Lavrov: “Rapporti con l’Italia al loro punto più basso. Leader Ue vogliono parlare con Mosca? Possono telefonare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Damasco, Caracas e forse Teheran: tutti gli amici di Putin sono finiti sotto attacco. Ma allo zar interessa solo Kiev
“La situazione sulla scena internazionale sta peggiorando sempre di più, non credo che nessuno possa contraddirlo, i conflitti di lunga data si stanno intensificando”. Ieri e oggi, dopo un lungo silenzio, per la prima volta nel 2026, Putin ha parlato di politica internazionale. È accaduto giovedì durante una riunione con gli ambasciatori nella Federazione. Ha asserito che nuovi, e gravi focolai stanno emergendo sulla scacchiera internazionale, ma non ha menzionato il nome dell’omologo statunitense quando ha dichiarato: “Sentiamo un monologo da parte di coloro che, per diritto di forza, ritengono lecito dettare la propria volontà, fare la predica agli altri e impartire ordini”. Due giorni prima il ministero degli Esteri russo Lavrov era stato molto più diretto: ha accusato Washington di portare disordine nel mondo con il raid in Venezuela e le minacce all’Iran, le operazioni Usa indicano che “la linea dei nostri colleghi americani sia rompere l’intero sistema che è stato creato per molti anni con la loro partecipazione”. Oggi, della crisi in Iran e del Medio Oriente che rischia di finire in fiamme in toto, il numero uno del Cremlino ha parlato con Bibi Netanyahu rendendo nota la posizione di Mosca: c’è per avviare un dialogo costruttivo, uno sforzo diplomatico, evitare l’escalation. E poi Putin ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian: “I dettagli saranno annunciati in seguito”, ha affermato il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov. “È stato un anno difficile per essere un alleato geopolitico del presidente russo Vladimir Putin”. È questo, in sostanza, il bilancio tracciato dagli analisti: Mosca sta riversando tutte le sue energie nella guerra in Ucraina, trascurando i suoi partner in Medio Oriente e America Latina. Damasco, Caracas e forse presto Teheran: tutti le capitali legate (commercialmente, politicamente, militarmente) alla Federazione sono finite sotto assedio o sotto attacco e se è vero che non c’è due senza tre, presto potrebbero scoprirlo al Cremlino. Nel dicembre 2024 l’ex presidente Bashar al Assad è fuggito dalla Siria per rifugiarsi in Russia; il tre gennaio scorso Nicolas Maduro è stato catturato dagli americani e trasferito in manette in un carcere a New York. Con le proteste in corso in Iran e Teheran sotto minaccia di intervento americano, l’ayatollah Khamenei potrebbe diventare il terzo degli amici russi costretto alla fuga dal Paese. Secondo il britannico Times, esiste già un piano di emergenza che verrà attivato se la situazione dovesse degenerare per far arrivare la Guida Suprema nella Federazione. I sodali geopolitici russi sono tutti caduti, uno dopo l’altro, per pressione o esercizio diretto della forza della Casa Bianca, con cui Mosca, tutto sommato, non sembra voler ancora incrociare la spada. Lo suggeriscono le condanne intermittenti, si evince dalle dichiarazioni a singhiozzi dei dicasteri di Mosca che chiosano contro quelli “che intendono usare disordini di origine esterna come pretesto per ripetere l’aggressione contro l’Iran nel giugno 2025”. Accade perché la priorità dei russi è e rimane solo una: Kiev. È per questo che, davanti all’ultima crisi – scrive Bloomberg – la Federazione difficilmente “si impegnerà a fondo per aiutare l’Iran”; allo stesso modo, la cattura di Maduro è stata sfortunata, “ma non una catastrofe”. Ma le conseguenze geopolitiche di questi eventi potrebbero riversarsi direttamente sul tavolo dei negoziati ucraini e a pagarle forse saranno proprio Europa e America: Mosca, privata dei suoi alleati, ancor meno di ieri sarà disposta a scendere a compromessi, ancor meno di ieri potrà permettersi una sconfitta sul campo di battaglia a cui sta sacrificando ogni risorsa. L'articolo Damasco, Caracas e forse Teheran: tutti gli amici di Putin sono finiti sotto attacco. Ma allo zar interessa solo Kiev proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Altro colpo Usa alla diplomazia: un ddl bipartisan per sanzionare chi intrattiene rapporti commerciali con Mosca
È la legge del pugile: chi non reagisce, subisce. Chi non risponde, incassa. E, al momento, Mosca sta incassando colpi sul ring della geopolitica mondiale: i pugni li sta dando tutti Trump. La timidezza con cui le autorità russe hanno reagito alla cattura del presidente Nicolas Maduro, alleato sudamericano del Cremlino, e al successivo sequestro della petroliera Marinera – ex Bella1, battente bandiera russa, assaltata dalle forze Usa mentre si dirigeva in un porto della Federazione – ha suscitato malumore tra i falchi russi – dal milblogger Aleksandr Kots fino al filosofo anti-occidentale Dugin. Cresce la richiesta di una riposta immediata e netta, che abbia il sapore di un’inequivocabile vendetta, ma probabilmente non arriverà: l’obiettivo dei russi sembra preservare l’avanzamento dei negoziati ucraini. Invece, Trump si prepara ad assestare un ulteriore colpo a Mosca: ha appena concesso di procedere al Congresso a un disegno di legge bipartisan sulle sanzioni contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con la Russia. Si vota la prossima settimana. Sta lavorando al Sanctioning Russia Act il senatore repubblicano Lindsey Graham; lo ha redatto insieme al democratico Richard Blumenthal. L’emendamento fornisce al presidente degli Stati Uniti l’autorità di imporre dazi fino al 500% sulle importazioni dai Paesi che intrattengono rapporti con il settore energetico russo. Nel mirino ci sono dunque tre giganti: Cina, India e Brasile. Graham ha ottenuto “greenlit”, luce verde a procedere, dopo un “very productive meeting” che ha tenuto mercoledì con il presidente: “Questo disegno di legge consentirà al presidente Trump di punire i Paesi che acquistano petrolio russo a basso costo, alimentando la macchina da guerra di Putin” ha dichiarato, dicendosi convinto che la legge concepita per fare pressione sulla squadra Putin favorirà Kiev al tavolo negoziale (“Arriverà al momento giusto, poiché l’Ucraina sta facendo concessioni per la pace”). Martedì scorso, durante un summit di partner dell’Ucraina, gli Usa per la prima volta hanno accordato sostegno alle proposte europee per garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina, inclusa la presenza di boots on the ground, truppe sul terreno di una forza multinazionale – proposta sempre ritenuta irricevibile dal Cremlino. Ad uno ad uno, adesso, Washington sta colpendo l’intera rete degli alleati russi, proprio mentre la squadra repubblicana sta per mettere le mani – via Big Oil statunitensi – sulle riserve petrolifere del Venezuela, che Trump ha dichiarato di voler controllare a tempo indeterminato. Finora, tuttavia, le misure restrittive statunitensi non hanno frenato i legami tra Pechino e Mosca, e Mosca e New Delhi: la Cina ha acquistato quasi la metà delle esportazioni di greggio russo a novembre, l’India il 38%; solo Brasilia ha ridotto le importazioni negli ultimi mesi. L'articolo Altro colpo Usa alla diplomazia: un ddl bipartisan per sanzionare chi intrattiene rapporti commerciali con Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ecco uno dei droni abbattuti durante l’attacco di Kiev su una residenza di Putin”: il video diffuso da Mosca
Il ministero degli Esteri russo sul proprio canale Telegram ha diffuso un video in cui si vedono i rottami di uno dei droni presumibilmente diretti la notte tra il 28 e il 29 dicembre alla residenza di Putin nella regione di Novgorod. Nel video un militare spiega che si tratta di un “drone ucraino ‘Chaklun-V’, abbattuto durante l’attacco terroristico da parte del regime di Kiev”. Il militare specifica che “portava 6 chili di esplosivo, con diverse componenti per arrecare danno”. Nelle immagini non ci sono indicazioni specifiche sul luogo o il giorno in cui sono state girate. Il governo ucraino ha smentito di aver diretto attacchi contro la residenza. L'articolo “Ecco uno dei droni abbattuti durante l’attacco di Kiev su una residenza di Putin”: il video diffuso da Mosca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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