“Uno strano incidente”, lo ha definito l’emittente radiotelevisiva pubblica
groenlandese Kalaallit Nunaata Radioa che ha dato la notizia. Si è verificato
venerdì, quando a uno sconosciuto è stato permesso di salire a bordo dell’aereo
della prima ministra danese Mette Frederiksen all’aeroporto di Nuuk, capoluogo
dell’isola artica, prima del suo rientro in Danimarca. L’uomo, che non aveva con
sé un documento d’identità, sarebbe riuscito passare i controlli di sicurezza e
sarebbe stato accompagnato all’aereo delle Forze Armate danesi dal personale
dell’aeroporto, dopo aver affermato di viaggiare su quel volo. Aveva con sé una
borsa e ha iniziato a frugare sui portabagagli. Solo allora è stato fatto
scendere dall’aereo e portato via dalla polizia. Frederiksen è poi partita per
Copenaghen su un altro aereo.
“KNR ha chiesto a cinque diverse autorità come l’uomo sia riuscito a superare i
controlli di sicurezza e come il personale dell’aeroporto sia riuscito a farlo
salire sull’aereo del Primo Ministro – riferisce sul proprio sito l’emittente,
citando tre fonti -. Gli aeroporti della Groenlandia hanno confermato
l’incidente, ma hanno rifiutato di commentarlo e lo hanno segnalato alla Polizia
della Groenlandia”. Quest’ultima, interpellata da KNR, si è detta “preoccupata
per l’incidente” ma “non può rilasciare ulteriori dichiarazioni”.
L'articolo Groenlandia, la tv pubblica: “Uno sconosciuto è salito sull’aereo
della premier danese Frederiksen a Nuuk” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Oltre un miliardo di dollari per blindare l’evento, droni a vigilare la presenza
o meno di “gente indesiderata“, simulazioni di scenari di guerra e tanti tifosi
che non otterranno il visto per seguire la propria nazionale. Mancano poco più
di quattro mesi ai Mondiali di calcio previsti tra Usa, Canada e Messico a
giugno 2026 e si parla più di questioni legate alla sicurezza e alla politica
internazionale che di calcio. La sempre più crescente tensione per la politica
estera del presidente Donald Trump, in particolare le sue mire sulla
Groenlandia, crea malcontenti anche in alcuni paesi europei, che minacciano il
boicottaggio. Anche se a oggi sembra una possibilità remota.
Senza dimenticare la questione Ice. Il Pentagono e la Fifa di Gianni Infantino,
amico di Trump, prevedono infatti di mettere sul piatto oltre un miliardo di
dollari per blindare l’evento con un piano di sicurezza che prevede la presenza
di droni e militari negli stadi. Le uccisioni e gli arresti di Minneapolis in
queste ultime settimane da parte dell’agenzia federale che dipende dal
Dipartimento di Sicurezza Interna – incaricata di far rispettare le leggi
sull’immigrazione – hanno creato preoccupazione in tantissime persone in tutto
il mondo, ora dubbiose di viaggiare in direzione Stati Uniti in estate. A questi
si aggiungono i tifosi di varie nazionali (Iran, Haiti ed Egitto su tutti) non
graditi negli Usa e che con molta probabilità non potranno seguire le proprie
squadre, proprio per via del giro di vite sulle regole legate all’immigrazione.
Intanto lunedì scorso la Uefa ha tenuto una riunione con diversi dirigenti delle
federazioni calcistiche. E i dazi del 10% imposti da Trump la scorsa settimana a
otto paesi europei per la Groenlandia sono stati probabilmente un argomento
chiave. Secondo Dw le otto nazioni che hanno partecipato alla riunione
interessate direttamente alla questione dazi sono Norvegia, Olanda, Germania,
Francia e Regno Unito (Inghilterra e Scozia) che si sono già qualificate per il
torneo, più Danimarca, Svezia e Irlanda del Nord che sono ai playoff.
TUTTO PARTE DA DANIMARCA E SVEZIA
Nelle ultime settimane si è acceso il dibattito in diversi paesi: boicottare o
meno i mondiali. A guidare la protesta è ovviamente la Danimarca, dopo le
continue rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia. Politica del tycoon che ha
fatto infuriare i danesi, tanto che un recente sondaggio realizzato dal portale
BT ha registrato come il 90% dei cittadii siano favorevoli a un eventuale
boicottaggio del Mondiale. Sondaggio finito anche nella vicina Svezia, dove da
qualche settimana una buona fetta di popolazione si astiene dal comprare
qualsiasi prodotto “Made in Usa” come risposta ai dazi e alla scarsa chiarezza
sulla posizione di Trump riguardo la guerra tra Russia e Ucraina. Anche se
Danimarca e Svezia – come l’Italia – dovranno ancora superare i playoff per
ottenere la qualificazione ai Mondiali 2026.
LA POSIZIONE DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI
Persino dall’Europa “vicina” all’Italia sono arrivati nei giorni scorsi segni di
disapprovazione contro i dazi e le pretese geopolitiche di Donald Trump. Francia
e Germania hanno anche ipotizzato il ritiro in segno di protesta, anche se
puntualmente dalle varie istituzioni sono arrivate smentite. Capitolo Germania:
sul tema è intervenuto Oke Göttlich, vicepresidente della Federcalcio tedesca
(Dfb), che in una lettera al quotidiano Hamburger Morgenpost aveva dichiarato:
“Mi chiedo quando sia il momento di pensarci concretamente. E per me quel
momento è decisamente arrivato“.
Göttlich ha paragonato la situazione attuale ai boicottaggi olimpici durante la
Guerra Fredda (“la potenziale minaccia è maggiore oggi rispetto ad allora”). Il
vicepresidente della Dfb, inoltre, è il presidente del St.Pauli, dove tutte le
azioni del club e anche lo stadio appartengono ai tifosi. Parole che hanno
aperto una polemica all’interno della Federcalcio tedesca, con il presidente
Bernd Neuendorf che ha poi smentito tutto.
Sul tema sono poi intervenuti anche il presidente della Lega calcio tedesca
(Dfl), Hans–Joachim Watzke, che ha definito la discussione “fuori luogo” in
questa fase. “Non credo che sia il momento di parlarne. Se un giorno lo sarà,
allora discuteremo, ma ora è del tutto prematuro”, ha detto al ricevimento di
Capodanno della Dfl a Francoforte. Watzke ha aggiunto di non aver percepito “un
vero dibattito” sul tema, parlando piuttosto di singole prese di posizione. Una
valutazione condivisa dall’amministratore delegato del Bayern Monaco,
Jan–Christian Dreesen, secondo cui si tratta di “voci isolate” e la linea della
Federcalcio tedesca (Dfb) è chiara. “Non abbiamo mai visto un Mondiale
boicottato”, ha sottolineato.
Nel Regno Unito, il deputato conservatore Simon Hoare ha dichiarato in un
discorso alla Camera dei Comuni che le nazionali inglese, scozzese e gallese
dovrebbero prendere in considerazione l’idea di boicottare il torneo per
“metterlo in imbarazzo”. Il deputato francese Eric Coquerel, del partito di
sinistra La France Insoumise, ha suggerito di spostare il torneo fuori dagli
Stati Uniti e di giocarlo solo in Canada e Messico.
Il fronte del boicottaggio inizia a prendere piede anche tra i tifosi tifosi. Un
sondaggio pubblicato all’inizio di questo mese dal quotidiano Bild ha rilevato
che il 47% di circa mille intervistati tedeschi ha dichiarato di sostenere il
boicottaggio se Trump decidesse di annettere la Groenlandia. La domanda è
rimbalzata anche in Olanda dove più di 150mila persone hanno firmato una
petizione che invita la nazionale olandese a restare a casa.
LA SITUAZIONE DI EGITTO, HAITI E IRAN
Diversa la situazione per alcuni paesi extraeuropei, tra cui Egitto, Haiti e
Iran. Partendo dal paradosso dei primi: nonostante Il Cairo sia appena entrato
nel Board of Peace – l’organismo d’élite voluto da Trump per la ricostruzione di
Gaza che costa ai membri un miliardo di dollari – i suoi cittadini rimangono
ancora “indesiderati” negli USA. Egitto alleato strategico a livello politico,
ma i suoi tifosi sono considerati un rischio migratorio. Un paradosso che sta
spingendo la federazione egiziana a minacciare un boicottaggio clamoroso per
dignità nazionale.
Differente la situazione per quanto riguarda Haiti e Iran. L’amministrazione
Trump ha confermato nei mesi scorsi che non concederà deroghe al divieto
d’ingresso per i tifosi di Haiti che vorranno seguire la nazionale ai Mondiali.
Il Paese caraibico, tornato a qualificarsi a cinquant’anni dall’ultima
partecipazione, rientra infatti nel travel ban firmato da Donald Trump a giugno,
che limita l’ingresso negli Stati Uniti alle persone provenienti da 19 nazioni.
Le nazioni in questione sono: Afghanistan, Myanmar, Ciad, Repubblica del Congo,
Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. A
questi si aggiungono restrizioni parziali per i viaggiatori provenienti da
Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela. Motivo per
cui l’Iran – già qualificato ai Mondiali – ha anche disertato le cerimonie
ufficiali per il trattamento riservato alla sua delegazione.
L'articolo Il Mondiale nell’America di Trump diventa un caso: tra Groenlandia e
ICE, nasce un fronte che minaccia il boicottaggio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L'articolo Groenlandia, Trump: “Accordo quadro su diritti minerari e scudo
spaziale”. Rutte: “Non discussa la sovranità danese”. Copenaghen: “Confini non
negoziabili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un mare di bandiere bianche e rosse: quelle della Danimarca e quella della
Groenlandia sventolare dai cittadini di Copenaghen dopo giorni di tensioni con
il territorio – preteso da Donald Trump – sospeso tra il diritto
all’autodeterminazione e gli equilibri della Nato. Migliaia di persone sono
scese in piazza a Copenaghen per protestare contro le reiterate ambizioni del
presidente Usa sull’isola artica, territorio autonomo sotto sovranità danese.
Nella piazza del municipio della capitale danese, sotto un cielo grigio e
nebbioso, i manifestanti hanno formato una distesa di rosso e bianco. Al grido
di “Kalaallit Nunaat!”, il nome della Groenlandia in lingua groenlandese, la
protesta ha assunto un forte valore simbolico, riaffermando l’identità e i
diritti del popolo inuit. Sui cartelli, slogan ironici e duri allo stesso tempo:
“Make America Go Away”, parodia del celebre “Make America Great Again”, e “Gli
Stati Uniti hanno già abbastanza ghiaccio”.
Le manifestazioni, promosse da organizzazioni groenlandesi, non si sono limitate
a Copenaghen: iniziative analoghe sono state annunciate anche ad Aarhus, Aalborg
e Odense, a testimonianza di un malessere diffuso. “È una questione di diritto
internazionale e di autodeterminazione del popolo groenlandese. Non possiamo
farci intimidire da uno Stato, nemmeno se è un alleato”, ha dichiarato Kirsten
Hjoernholm, 52 anni, dipendente dell’Ong Action Aid Danimarca, sintetizzando il
senso politico della mobilitazione.
Le proteste si inseriscono in un contesto internazionale sempre più delicato. La
Groenlandia, strategica per la sua posizione geografica e per le risorse
naturali, è diventata un nodo cruciale nello scacchiere artico, soprattutto alla
luce della guerra in Ucraina. Nei giorni scorsi il responsabile del Comando
Artico danese, il generale Søren Andersen, ha chiarito che le esercitazioni
militari previste nella regione non sono legate agli Stati Uniti, bensì alla
Russia e all’evoluzione del conflitto in Europa orientale. Secondo Andersen, una
volta terminata la guerra in Ucraina, Mosca potrebbe ridistribuire le proprie
risorse militari verso altri teatri, incluso l’Artico.
Il generale ha tuttavia precisato di non aver mai osservato, nei suoi due anni e
mezzo di incarico, la presenza di navi da combattimento russe o cinesi nella
regione. Allo stesso tempo ha ribadito che gli Stati Uniti, in quanto membri
della Nato, sono “naturalmente invitati” a partecipare alle attività nell’area,
confermando il delicato equilibrio tra cooperazione militare e sovranità
nazionale.
Tra rivendicazioni identitarie, timori strategici e pressioni delle grandi
potenze, la Groenlandia si trova così al centro di una partita che va ben oltre
i suoi confini. Le manifestazioni di questi giorni mostrano come, accanto alle
logiche geopolitiche, resti centrale la voce di una popolazione che rivendica il
diritto di decidere il proprio futuro senza interferenze esterne.
L'articolo “Gli Stati Uniti hanno già abbastanza ghiaccio”, migliaia di persone
in piazza a Copenaghen per la Groenlandia proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco Vietti*
“Ci serve”, dice Donald Trump della Groenlandia. E Macron, scandalizzato,
risponde: “Rifiutiamo il nuovo colonialismo e l’imperialismo americano”. Il che,
detto dal presidente della Francia, che non solo è stata una delle principali
protagoniste del colonialismo e imperialismo europeo per secoli, ma che tuttora
governa direttamente territori d’oltremare che vanno dalla Guadalupa alla
Martinica, dalla Nuova Caledonia alla Polinesia, per non parlare della dozzina
di stati africani di cui continua a influenzare l’economia e la politica tramite
la leva monetaria del Franco CFA… beh, fa francamente sorridere.
In ogni caso, la Francia non ha tardato a inviare a Nuuk 13 soldati francesi
che, unendosi ai 15 tedeschi, ai 3 svedesi, ai 2 finlandesi e a qualche altro
sparuto milite dei paesi Nato, si candidano a diventare l’avanguardia dei
volenterosi chiamati a trasformare i due milioni di chilometri quadri della
Groenlandia in un “porcospino d’acciaio” indigeribile per gli appetiti
trumpiani.
L’Europa si avvia così ancora una volta a riscoprire e a battezzare come sacri e
inviolabili territori di cui si era semplicemente dimenticata. O meglio, su cui
aveva coscientemente steso quel velo di pietoso oblio che cela alla vista e al
ricordo le nefandezze della sua storia coloniale, con cui evidentemente ancora
non riesce a fare i conti. Di fronte alla volontà di conquista statunitense, la
Groenlandia ci viene così oggi raccontata come se fosse da sempre e “per natura”
europea. La rimozione delle violenze e degli abusi del passato pare colpire in
particolare quei piccoli europei che si sono costruiti nel tempo la fama di
stati “buoni”, inoffensivi, progressisti e rispettosi dei diritti civili, come
il Belgio, i Paesi Bassi o la Danimarca.
Già, perché appunto ciò che rende oggi la Groenlandia un’inalienabile proprietà
europea è il suo statuto di Nazione Costitutiva del Regno di Danimarca. Poco
conta che Nuuk e Copenhagen distino 3.500 chilometri e che ci vogliano più di
cinque ore di volo per collegare le due capitali. O che la Groenlandia sia 50
volte più grande della Danimarca. Quella che fino alla metà del Novecento era
una colonia danese e che nell’Ottocento era stata una colonia norvegese,
continua a rimanere sotto la “protezione” danese, come ha ben mostrato la
premier Mette Frederiksen accorrendo a Nuuk.
Che cosa si omette nel raccontare la generosa premura danese ed europea nei
confronti della Groenlandia? Il fatto che fino a ieri, cioè finché Trump non ha
rivolto la sua attenzione all’Artico, i groenlandesi erano per gli europei un
minuscolo popolo dimenticato agli estremi confini del mondo. E che il
trattamento che oggi gli Usa vorrebbero riservar loro è proprio il medesimo che
la Danimarca ha efficacemente praticato per decenni.
Sì, perché la Groenlandia è in realtà Kalaallit Nunaat, la Terra dei Kalaallit,
una delle popolazioni Inuit discendenti dei Thule, i popoli originari delle zone
artiche dell’odierno Canada. Inuit che costituiscono ancora oggi circa il 90%
dei 56.000 abitanti dell’isola e che, nel corso dei decenni, come avvenuto in
tanti altri contesti coloniali, sono emigrati in buon numero verso la
“madrepatria” danese. Qui sono finiti vittime delle più classiche
discriminazioni e violenze razziste riservate ai popoli colonizzati, trattati
come cittadini di serie B, marginalizzati negli strati più poveri della
popolazione, soggiogati dall’alcolismo.
Per avere un’idea di quale fosse la posizione dei groenlandesi nella tollerante
società danese degli anni Novanta del XX secolo, basta leggere Il senso di
Smilla per la neve, il bel romanzo dello scrittore Peter Høeg, pubblicato nel
1992. Un thriller che ha avuto all’epoca molta fortuna anche in Italia, e che
ruota proprio attorno alle due principali forme di violenza attuate dal potere
danese in Groenlandia nel corso del Novecento: lo sfruttamento economico delle
risorse minerarie da un lato, e l’assimilazione culturale dall’altro.
Fuori dalla finzione del romanzo, e ben dentro invece alla storia giudiziaria,
vale la pena ricordare due casi emblematici. Il primo: all’inizio degli anni
Cinquanta, una ventina di bambini Inuit groenlandesi furono rapiti dalle
autorità danesi, strappati senza consenso alle loro famiglie e condotti in
Danimarca per essere rieducati in un “progetto sociale” denominato “Esperimento
dei piccoli danesi”, che mirava a renderli “cittadini migliori”: affidati a
famiglie danesi, fu vietato loro di parlare la lingua madre e di avere qualunque
contatto con le famiglie e la cultura d’origine.
Quando l’esperimento fallì e i giovani furono giudicati disadattati e
impossibili da integrare, furono rispediti indietro in un orfanotrofio di Nuuk,
dove molti patirono gravi forme di disagio psichico o morirono in giovane età.
Solo nel 2022, dopo aver rifiutato per anni di assumersi le sue responsabilità,
il governo danese ha presentato le sue scuse ufficiali ai sei “bambini
dell’esperimento” sopravvissuti.
Il secondo: tra gli anni Sessanta e Settanta il Regno di Danimarca, seguendo un
preciso protocollo governativo, mirò al contenimento della popolazione nativa
Inuit groenlandese impiantando illegalmente strumenti di contraccezione su circa
4,500 donne, incluse bambine dai 12 anni in su. Una pratica che ha avuto
conseguenze drammatiche, come emorragie interne, aborti spontanei, infezioni, e
che è stato possibile denunciare solo cinquant’anni più tardi, grazie al
coraggio di una settantina di vittime e della psicologa e attivista per i
diritti delle donne groenlandesi Naja Lyberth.
In conclusione: benissimo denunciare l’imperialismo di Trump. Ma che la sua
mostrificazione non sia una strategia per coltivare il nostro senso di
superiorità morale, continuando intanto a tenere ben chiusi negli armadi i
mostri e gli scheletri del colonialismo europeo.
*antropologo
L'articolo Groenlandia, ora l’Europa rivendica territori di cui si era
semplicemente dimenticata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Irene di Grecia e Danimarca, sorella della regina emerita Sofia di Spagna, era
malata da tempo ma la sua salute si era aggravata nelle ultime settimane tanto
che, la moglie di Juan Carlos aveva cancellato i suoi impegni per starle
accanto.
L’anziana principessa non si era mai sposata e aveva trascorso la sua vita prima
accanto alla madre, principessa Federica di Hannover e poi con la sorella Sofia
che, nel 1981, l’aveva invitata a trasferirsi nel palazzo della Zarzuela a
Madrid.
Secondo il tabloid spagnolo Hola, Irene da tempo soffriva di un deficit
cognitivo che l’aveva progressivamente debilitata portandola ad allontanarsi
dalla vita pubblica. La sua ultima uscita risale all’agosto dello scorso anno,
quando era apparsa già molto debole mentre si spostava in sedia a rotelle; anche
se questo non le aveva impedito di essere presente al matrimonio del nipote
Nikolaos.
Irene e Sofia condividevano il grande amore per la musica e per la filosofia e
le cronache raccontano di un legame fortissimo che le ha sempre tenute unite,
trasformando Irene in una seconda mamma per i rampolli della casa reale
spagnola. Felipe, oggi re e le Infante Elena e Cristina sono cresciuti forti
dell’affetto di una zia che non si era mai sposata, che aveva dedicato la sua
vita alla famiglia, al pianoforte e alle cause caritatevoli promosse dalla sua
associazione World in Harmony.
Londra l’ha celebrata come musicista, con il debutto sul palco del Royal
Festival Hall nel 1969 durante il quale si esibì sulla note di Bach. L’induismo
è stata la sua religione, accolta durante la permanenza in India dove si
trasferì con la madre quando la monarchia venne abolita e la Grecia tornò ad
essere una democrazia.
La famiglia reale era in esilio, quando l’11 maggio del 1942 Irene venne al
mondo in Sudafrica, a Città del Capo. I sovrani rientrarono in patria con i tre
figli, dei quali Irene era la più piccola, solo nel 1946 quando lei aveva ancora
4 anni. Fu esattamente un anno dopo che il principe Paolo divenne re di Grecia.
Il trono passò poi al figlio Costantino II che fu cacciato nel 1967 con un colpo
di stato e costretto all’esilio dal 1973, prima in Italia poi a Londra.
All’ultimo re fu concesso di fare ritorno in Grecia solo nel 2013. Costantino
II, fratello di Irene e Sofia, aveva un legame stretto con i Windsor britannici
in quanto primo cugino di Carlo III e padrino al battesimo di William. Ai suoi
funerali, avvenuti nel gennaio del 2023, la famiglia reale inglese partecipò in
forma ristretta, ma è stato un anno dopo che, tutti presenti, è stato ricordato
il cugino greco.
L’EVENTO CHE RIUNÌ TRE CASATE REALI
Tutti tranne William che cancellò all’ultimo minuto senza mai specificare le
ragioni di questa scelta. Quello era un periodo turbolento per i principi del
Galles, Kate era stata operata all’addome alla London Clinic e ancora nessuno
sapeva della diagnosi di cancro che le era stata consegnata in ospedale. E
mancava anche re Carlo III costretto a tirarsi indietro perchè in cura per il
tumore (già reso pubblico) ed invitato dai medici ad evitare luoghi affollati.
Quell’evento, però, fu l’occasione per riunire le casate reali greche, spagnole
ed inglesi che si diedero appuntamento per una messa commemorativa a Windsor per
restituire al mondo una foto di gruppo composta da antiche corone, ancora alla
ricerca di una ribalta.
Nella Cappella di St George cercavano di lavare i loro peccati l’ex principe
Andrea e l’ex re Juan Carlos, costretto all’abdicazione nel 2014 e da anni in
esilio lontano da Madrid. A sorreggere quest’ultimo, il sovrano Felipe, simbolo
delle nuove generazioni di teste coronate europee protagoniste di gossip e
generose dispensatrici di scandali. Felipe e la sua famiglia oggi hanno detto
addio alla zia “Pecu”, aggrappandosi all’immagine di una principessa ancora
rispettata e senza macchia.
> ⚫️????La Casa del Rey confirma oficialmente el fallecimiento de la Princesa
> Irene de Grecia,hermana de la Reina Doña Sofía a los 83 años.
>
> Ha fallecido esta mañana,en el Palacio de la Zarzuela.
>
> DEP ???? pic.twitter.com/WeG93jy7RU
>
> — REINA_LETIZIA2020 (@RLetizia2020) January 15, 2026
L'articolo È morta Irene di Grecia e Danimarca, principessa rispettata e senza
macchia: la storia della “zia” Pecu proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza
nazionale”. Così Donald Trump su Truth affermando che “la Nato diventa molto più
formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Usa. Qualunque cosa
al di sotto di questo è inaccettabile”. L’isola artica “è fondamentale per il
Golden Dome che stiamo costruendo. La Nato dovrebbe aprirci la strada per
ottenerla. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non
può accadere! Dal punto di vista militare, senza il vasto potere degli Stati
Uniti, la Nato non sarebbe una forza efficace o un deterrente, neanche
lontanamente!”. “Dal punto di vista militare – sostiene il presidente Usa –
senza il vasto potere degli Stati Uniti, che ho in gran parte costruito durante
il mio primo mandato e che ora sto portando a un livello nuovo e ancora più
alto, la Nato non sarebbe una forza efficace o un deterrente, neanche
lontanamente! Loro lo sanno, e lo so anch’io. La Nato diventa molto più
formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti”.
“La Groenlandia appartiene al suo popolo. Siamo in costante contatto con il
governo danese” sul dossier. “Come secondo punto, la Groenlandia è parte della
Nato, e noi sappiamo che la Nato integra i differenti interessi dei suoi
Alleati. Per me è importante che la Groenlandia sappia che noi rispettiamo la
volontà dei suoi abitanti”. A parlare è la presidente della Commissione Ue
Ursula von der Leyen rispondendo ad una domanda in conferenza stampa nel giorno
in cui il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance incontra a Washington il
ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la sua omologa groenlandese
Vivian Motzfeldt per discutere dell’isola artica, che è un territorio
semiautonomo della Danimarca, alleata degli Stati Uniti nella Nato. Dopo
l’incontro alla Casa Bianca, Løkke Rasmussen e Motzfeldt, insieme
all’ambasciatore danese negli Stati Uniti, incontreranno i senatori dell’Arctic
Caucus del Congresso americano. Il senatore Angus King, indipendente del Maine,
ospiterà l’incontro. Una delegazione bipartisan di deputati si recherà inoltre a
Copenaghen alla fine della settimana per incontrare funzionari danesi e
groenlandesi.
L’isola resta al centro delle tensioni geopolitiche internazionali e nelle mire
del presidente degli Stati Uniti, che vuole sottrarla all’influenza e allo
sfruttamento di Cina e Russia e l’amministrazione americana ne ha ipotizzato
l’acquisto. Nei giorni scorsi il governo britannico e alcuni Paesi dell’Ue, in
particolare Germania e Francia, hanno iniziato a confrontarsi sull’invio di
truppe europee per proteggere la Groenlandia proprio da Mosca e Pechino, nella
speranza di convincere Trump ad abbandonare le sue ambizioni. Intanto la
Danimarca ha annunciato di continuare “a rafforzare la sua presenza militare in
Groenlandia, ma – ha annunciato il ministro della Difesa Troels Lund Poulsen –
ci concentreremo anche maggiormente all’interno della Nato per effettuare più
esercitazioni e per una maggiore presenza della Nato nell’Artico”, ha
dichiarato. Solo ieri, alla vigilia del vertice, il premier groenlandese Nielsen
aveva ribadito: “La Groenlandia non sarà di proprietà degli Stati Uniti. La
Groenlandia non sarà governata dagli Stati Uniti. La Groenlandia non farà parte
degli Stati Uniti”.
Intanto, da Parigi, il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha annunciato che
il suo Paese intende aprire un consolato in Groenlandia il 6 febbraio, come
aveva già deciso Macron la scorsa estate. Nel frattempo, il ministro della
Difesa tedesco Boris Pistorius critica l’intenzione di annessione degli Stati
Uniti, definendoli una violazione dei principi fondamentali dell’ordine
internazionale. In un intervento pubblicato su Die Zeit, Pistorius afferma di
condividere l’analisi secondo cui la “posizione dominante della Russia”
nell’Artico e la “rapida crescita della marina cinese” rappresentano una
minaccia per la sicurezza del Nord Atlantico. “Tuttavia, una risposta
sostenibile da parte di Washington non può consistere nell’annessione della
Groenlandia, in grave violazione dei principi fondamentali della convivenza
internazionale”, scrive il ministro tedesco. Secondo Pistorius, gli Stati Uniti
dovrebbero piuttosto riconoscere che “la difesa congiunta nell’ambito delle
alleanze della sicurezza nell’Artico e nel Nord Atlantico è il modo migliore per
tutelare i legittimi interessi americani”. Il ministro sottolinea inoltre che
una potenza militare fortemente armata, dotata – dopo gli Stati Uniti – del più
grande arsenale nucleare al mondo, può essere contrastata solo con “chiarezza
strategica, forza unita e perseveranza”. Centrali, a suo avviso, sono l’unità e
la determinazione di quanti intendono resistere a questa sfida sul piano
internazionale. Si tratta, scrive Pistorius, di attori “pronti a smascherare in
modo duraturo l’agitazione anti-occidentale, a offrire alternative più
attrattive agli Stati indecisi in Africa e Medioriente e a opporsi agli
spostamenti violenti dei confini, se necessario anche con mezzi militari”.
Il costo di un eventuale acquisto – L’eventuale acquisto della Groenlandia da
parte degli Stati Uniti potrebbe costare fino a 700 miliardi di dollari. Lo
riferiscono alla Nbc News tre persone a conoscenza delle valutazioni elaborate
da studiosi ed ex funzionari americani. Un alto funzionario della Casa Bianca ha
confermato che il segretario di Stato Marco Rubio è stato incaricato di
elaborare nelle prossime settimane una proposta di acquisto, definita di “alta
priorità” per il presidente. Rubio e il vicepresidente Jd Vance incontreranno in
giornata i rappresentanti di Danimarca e Groenlandia per chiarire intenzioni e
progetti, dopo i contatti preliminari avuti con il Consiglio di Sicurezza
Nazionale.
L'articolo Trump: “Groenlandia sia nelle mani degli Usa, di meno è
inaccettabile”. Von der Leyen: “L’isola è del suo popolo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una conferenza stampa a Copenaghen per mettere in chiaro alcuni concetti. I
protagonisti sono il primo ministro danese Mette Frederiksen e il premier
groenlandese Jens-Frederik Nielsen. Il destinatario del messaggio è Donald
Trump, che continua a sostenere che la Groenlandia deve finire sotto il
controllo degli Stati Uniti. C’è “una cosa che tutti devono capire”, esordisce
Nielsen, prendendo qualche secondo di pausa. “La Groenlandia non sarà di
proprietà degli Stati Uniti. La Groenlandia non sarà governata dagli Stati
Uniti. La Groenlandia non farà parte degli Stati Uniti”. “Se dobbiamo scegliere
tra gli Stati Uniti e la Danimarca, scegliamo la Danimarca”. aggiunge Nielsen.
“Tutti in Danimarca comprendono appieno l’incertezza che si è creata in
Groenlandia”, afferma Frederiksen, un’incertezza “inaccettabile“. “Tutti i
nostri pensieri sono rivolti al popolo groenlandese. La Groenlandia non sarà mai
sola, indipendentemente dalla minaccia che potrebbe presentarsi”, prosegue la
premier. Sull’ex protettorato danese è in gioco qualcosa di “molto più grande“,
aggiunge Frederiksen, ovvero la democrazia.
Domani alla Casa Bianca è previsto un incontro a livello di ministri degli
Esteri al quale parteciperà Lars Løkke Rasmussen, capo della diplomazia di
Copenaghen. Il messaggio è lo stesso indipendentemente da chi partecipi, spiega
il capo del governo: “La Groenlandia non è in vendita e la Danimarca farà tutto
il possibile per garantire la sicurezza nell’Artico”.
L'articolo Groenlandia, Frederiksen e Nielsen: “L’isola non sarà di proprietà,
non sarà governata e non farà parte degli Usa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli Stati Uniti di Donald Trump la vogliono “comprare” e la Groenlandia diventa
il principale laboratorio di scontro tra potenze. Territorio autonomo della
Danimarca, a differenza di questa non fa parte dell’Ue. Il che rende i suoi 57
mila abitanti più esposti a pressioni esterne. Scongiurando l’uso della forza,
le ipotesi per Trump sono l’incremento della presenza miliare, prima via
d’uscita offerta da Copenaghen, o un accordo di libera associazione (COFA) che
però gli Usa preferiscono siglare con una Groenlandia indipendente, ottenendo
diritti militari esclusivi e finanziando in cambio l’economia locale. Una via
complicata quanto l’annessione territoriale o la trasformazione delle basi in
territori sovrani americani, ma chi può dirlo? Nella regione artica si
intrecciano gli interessi di Mosca, che possiede il 40% della costa artica e la
presenza militare più avanzata; di Pechino, che collabora coi russi per aprire
una “Via della Seta Polare” con investimenti infrastrutturali; di Washington,
che nella Groenlandia vede il bastione necessario per negare le presenze rivali
nel Nord del mondo. C’è infine, sia da parte di americana cha cinese,
l’interesse per un sottosuolo ricco di risorse, comprese le ormai note terre
rare, minerali complicati da estrarre e soprattuto da raffinare. Tanto che
quelle della Groenlandia farebbero molto più comodo a noi europei che agli
americani.
Tra il dire e il fare… – Nonostante il dibattito pubblico sia ossessionato dalle
terre rare, esiste una notevole distanza tra i possibili interessi e gli
strumenti per perseguirli, avverte Alberto Prina Cerai, Junior Research Fellow
presso l’Osservatorio di Geoeconomia dell’ISPI, la cui ricerca si concentra
proprio sui cosiddetti materiali critici. Con un potenziale stimato fino al 25%
dei depositi mondiali di terre rare non ancora scoperti, l’isola è seconda solo
alla Cina per ricchezza geologica. Presenti anche elementi fondamentali per la
produzione di microchip di fascia alta, motori per veicoli elettrici, turbine
eoliche. Anche ipotizzando il controllo statunitense del territorio, però, la
strada per scalfire un monopolio saldamente in mano a Pechino è impervia, lunga
e costosa. Perché alla fine, chiarisce il ricercatore dell’Istituto per gli
Studi di Politica Internazionale, è una questione di prezzo e il prezzo, per
ora, lo fanno i cinesi. I loro stessi investimenti in Groenlandia, anche
attraverso aziende minerarie straniere, servono a diversificare per mantenere la
leadership nella competizione internazionale.
I raffinati cinesi – Il problema non è la disponibilità di minerali nel suolo,
ma la capacità industriale di trasformarli. “Il vero collo di bottiglia è la
raffinazione“, spiega Prina Cerai, ricordando che la Cina controlla attualmente
oltre il 90% della capacità globale di separazione e raffinazione delle terre
rare. Al contrario, negli ultimi decenni Stati Uniti hanno dismesso molta
capacità di raffinazione e produzione pesante e la manifattura si è concentrata
su altri settori. Due terzi delle terre rare passano oggi dalla Cina: persino la
principale miniera americana a Mountain Pass, in California, è costretta a
spedire gran parte del materiale grezzo in Cina per la lavorazione intermedia.
Se domattina andassimo a estrarre minerali critici in Groenlandia, dovremmo poi
alzare la cornetta, chiamare i cinesi e dirgli di tenersi pronti per la
raffinazione. Senza un massiccio piano di ricostruzione delle raffinerie
domestiche, le miniere groenlandesi finirebbero paradossalmente per alimentare
proprio l’industria rivale. Per non parlare dell’investimento iniziale: “Il
gioco deve valere la candela”.
L’IA di Trump – “Mentre l’amministrazione Biden si era concentrata sulla
transizione verde, l’approccio di Trump punta tutto sulla leadership
nell’intelligenza artificiale, settore estremamente avido di minerali come rame
e alluminio”, ricorda l’esperto. Un’avidità che allo stato attuale rende la
filiera tecnologica ancora più dipendente dalla Cina, che vanta capacità anche
“nella costruzione di infrastrutture critiche, come le reti elettriche per i
data center, che gli Stati Uniti faticano a pareggiare”. Come non bastasse,
Pechino “ha già iniziato a usare le esportazioni di materiali come germanio e
gallio come armi geoeconomiche”. Gli Usa avrebbero certamente bisogno di
alternative rapide, ma lo sviluppo in Groenlandia richiede “capitale paziente e
tempi che oscillano tra i 10 e i 15 anni”, aggiunge Prina Cerai. Potrebbe essere
questa, dunque, la prima variabile che ha sempre reso tiepida la reazione Usa di
fronte agli inviti di Danimarca e Groenlandia, che è una terra “aperta agli
affari”, è stato ricordato agli americani, e pronta ad accogliere i loro
investimenti nel settore.
…c’è di mezzo il mare – Ad oggi l’economia groenlandese dipende per l’80%
dall’esportazione di pesce e crostacei, attività che mal si concilia con i
rischi ambientali. Da quelle parti prendono la cosa sul serio: nel progetto
minerario Kvanefjeld a sud dell’Isola, la presenza di uranio ha fatto scattare
la legge che ne vieta l’estrazione, approvata nel 2021 dal governo locale e
provocato un contenzioso miliardario. Non stupisce, come riferiscono funzionari
Usa al Financial Times, che l’indipendenza da Copenaghen sia considerata da
Washington il primo passo verso un accordo di libera associazione: alla Casa
Bianca servono mani libere per tagliare fuori i cinesi. E magari allentare i
vincoli ambientali. Tanto che un’Unione europea in grado di difendere i propri
interessi potrebbe essere “una valida alternativa anche sul fronte minerario”,
sostiene Prina Cerai. “I groenlandesi potrebbero preferire una partnership forte
del know-how dei paesi nordici come Norvegia, Svezia e Finlandia – gli obiettivi
Ue di diversificazione del Critical Raw Materials Act del 2024 fanno leva
proprio sulle loro competenze – e su standard di salvaguardia degli ecosistemi e
tutele socio-ambientali più stringenti rispetto all’approccio Usa potenzialmente
più sbrigativo”. Non solo: “Dal punto di vista del mercato, il fabbisogno
europeo è più allineato rispetto alle esigenze americane: l’Ue ha una politica
energetica che va verso le rinnovabili, l’industrializzazione verde, e molti
materiali custoditi nel sottosuolo groenlandese fanno molto più al caso nostro
che non agli impieghi statunitensi”. Basta trovare il coraggio per dirlo a
Trump.
L'articolo Groenlandia, il miraggio delle terre rare. L’esperto: “Agli Usa non
basta estrarre per battere la Cina: più utili alla Ue” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’idea di comprarsi la Groenlandia non esclude una vera e propria offerta
economica con i suoi abitanti, ai quali non è escluso che gli Stati Uniti possa
decidere di pagare una cospicua somma in denaro per convincerli ad abbandonare
la Danimarca. La discussione sulla possibilità di versare pagamenti forfettari
agli abitanti dell’isola è già avvenuta, stando a quanto hanno riferito quattro
diverse fonti a Reuters. Anche se l’importo e le modalità di pagamento non sono
ancora chiare, alcuni funzionari dell’amministrazione hanno valutato cifre che
vanno dai 10.000 ai 100.000 dollari a persona.
La “corte” dell’amministrazione Trump, tra l’altro, sta iniziando a creare crepe
tra i poco più di 60mila abitanti. Pele Broberg, leader del maggior partito
d’opposizione locale, citato dalla britannica Sky News Uk, ha aperto uno
spiraglio alle ambizioni del presidente statunitense sull’enorme isola artica
sostenendo che la Groenlandia dovrebbe avviare “colloqui bilaterali” con gli Usa
sul suo futuro, escludendo la Danimarca.
Broberg ha accusato il governo di Copenaghen di aver adottato una posizione
“ostile sia alla Groenlandia sia agli Stati Uniti con la sua mediazione”. E ha
polemizzato con la ministra degli Esteri di Nuuk, Vivian Motzfeldt, secondo cui
un negoziato a due sarebbe “illegale”, dati gli attuali legami istituzionali
dell’isola, ricchissima di risorse, col Regno danese. Broberg rappresenta la
voce più radicale sul fronte indipendentista e anti-danese, nel ricordo dei
soprusi del passato.
La Groenlandia ha lo status di territorio autonomo della corona danese e tutti i
partiti rappresentati nel suo Parlamento sono favorevoli a una secessione
formale da Copenaghen e al superamento delle ultime tracce di dominio coloniale
europeo. Ma hanno posizioni diverse su come acquisire l’indipendenza e sui
rapporti col gigante americano, che già dal 1951 ha una presenza militare
esclusiva sull’isola dei ghiacci e ne controlla la difesa.
L'articolo “Trump vuole pagare gli abitanti della Groenlandia”: gli Usa studiano
la mossa per convincerli a mollare la Danimarca proviene da Il Fatto Quotidiano.