“Noi che siamo padani, abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. La
base leghista torna a cantare uno dei suoi storici cori in occasione del
funerale di Umberto Bossi a Pontida. Fuori dal sagrato della Chiesa in tanti
rimpiangono “il Senatùr”. E lo ricordano con gli slogan della vecchia Lega Nord.
“Secessione”, “Roma Ladrona” scandiscono i militanti che sul sagrato della
chiesa fischiano l’attuale segretario Matteo Salvini etichettandolo come
“traditore”. Fischi misti ad applausi anche per la premier Meloni. All’uscita
del feretro, il coro degli Alpini intona il Va Pensiero prima che il corteo
funebre parta per il cimitero, circondato da due ali di fazzoletti verdi e
bandiere con il Sole delle Alpi, di fronte al pratone di Pontida.
L'articolo Funerali di Bossi, la base leghista si raduna a Pontida per omaggiare
“il Senatur”: “Noi padani veri, i traditori sono al ministero”. Il videoracconto
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Umberto Bossi
“Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore“. È questo il coro che hanno
scandito centinaia di militanti della Lega al termine del funerale di Umberto
Bossi a Pontida mentre il feretro era accompagnato fuori dalla chiesa dalla
famiglia e dalle più alte cariche dello Stato, tra cui la premier Giorgia
Meloni. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha detto al microfono,
“per cortesia” per placare i militanti e consentire al parroco di recitare
l’eterno riposo. Al termine della cerimonia anche cori “Padania libera “, sono
stati scanditi più volte.
L'articolo Funerali di Bossi, cori all’uscita del feretro: “Bruciamo il
tricolore”. Giorgetti costretto a intervenire: “Per cortesia…” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Votavo Lega quando lottava lui, ma con Salvini no”. La signora Gabriella vive a
Gemonio da sempre. Si commuove mentre ricorda “l’Umberto” quando faceva due
chiacchiere in piazza con lei. Oggi però in piazza non c’è nessuno. In pochi
passano davanti alla casa dove viveva il Senatur. Il ricordo è affidato ad
alcuni striscioni che sono appesi sulla cancellata: “Saremo per sempre i tuoi
giovani padani” e “Per sempre vota Bossi”. In mattinata, la famiglia Bossi ha
ricevuto la visita del ministro Giancarlo Giorgetti e dell’ex senatore leghista
Marco Reguzzoni che riporta ai cronisti il messaggio della famiglia:
“L’appuntamento è per Pontida domenica a mezzogiorno, gli amici sanno che quello
è il posto giusto”. Ma il ricordo viaggia anche sulle frequenze di quella che un
tempo era Radio Padania, oggi Radio Libertà. Nel filo diretto con i militanti,
si susseguono tanti ricordi del “Capo” non senza diverse critiche all’attuale
segretario, Matteo Salvini. “Vorrei che tornasse la Lega- dice un’ascoltatrice –
la Lega della gente mentre adesso noi della Lega della Padania siamo
abbandonati”. Le fa eco un altro ascoltatore che si chiede “Che cosa rimane del
suo messaggi oolitico oggi, niente, è stato tradito a partire dall’attuale
segretario”.
L'articolo Viaggio a Gemonio, il paese di Umberto Bossi. Il ricordo dei
militanti in radio: “Cosa rimane del suo messaggio politico? Niente, tradito da
Salvini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultimo saluto sarà a Pontida, a pochi passi dal pratone simbolo della Lega. I
funerali di Umberto Bossi, il fondatore del Carroccio morto a 84 anni
all’ospedale di Varese, si terranno domenica alle 14 all’abbazia di San Giacomo
Maggiore, praticamente confinante con lo spazio simbolo dei leghisti. La
decisione della famiglia è scaturita “volendo condividere l’ultimo passaggio con
il popolo della Padania e la grande famiglia della Lega”, hanno spiegato gli
stessi parenti chiedendo invece riservatezza in questi giorni.
Mentre a Gemonio, dove il Senatur si era ritirato negli ultimi anni, sfilano i
simpatizzanti della Lega ed è arrivato il ministro dell’Economia Giancarlo
Giorgetti. In tutte le aree simbolo del Carroccio nella Lombardia, non sono
mancati gli omaggi all’uomo che inventò l’idea della secessione. “Grazie Capo,
Padania libera”, hanno scritto i Giovani Padani su uno striscione lungo quasi 5
metri comparso sul cavalcavia di viale Europa a Varese, ben visibile a chi esce
dall’autostrada Milano-Varese dirigendosi verso il centro città.
Giovedì sera la storica sede varesina della Lega in piazza Podestà è stata
aperta in via straordinaria e dirigenti e militanti hanno esposto a loro volta
uno striscione: “Siamo tutti figli tuoi”. La Lega ha annullato tutti gli eventi
in programma, molti dei quali collegati alla chiusura della campagna
referendaria. E l’intero centrodestra ha annullato la maratona oratoria in
piazza San Carlo a Milano in programma venerdì sera.
L’eredità di Bossi sono “coraggio e libertà”, ha detto il segretario leghista
Matteo Salvini a Radio Libertà. “Coraggio, perché la Lega è quella delle scelte
coraggiose, ha affrontato processi e problemi” e libertà “perché per fortuna la
Lega non dipende da nessuno. Non ha potentati o lobby a cui rispondere. I nostri
azionisti sono gli elettori”.
Tra i tanti interventi per ricordarlo tra gli esponenti del centrodestra – da
Antonio Tajani a Gianfranco Fini – c’è quello del presidente della Camera,
Lorenzo Fontana, che lo ha definito una “persona comune” nonché “popolare e del
popolo”. Cosa rimane nella Lega di oggi della lezione di Bossi? “Se andiamo a
rivedere alcuni suoi comizi negli Anni novanta, alcuni” contenuti sono
“sorprendenti”, ha rimarcato ricordando gli allarmi per “un’Europa tecnocratica”
e del “problema della Cina”.
Fontana ha quindi ringraziato “tutte le comunità politiche che si sono strette
attorno alla Lega e alla famiglia di Bossi” ricordando, ad esempio, “le parole
taccanti di Bersani”. L’ex segretario del Partito Democratico, in un post su X,
ha infatti definito “l’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla
fine quello a cui ho voluto più bene”.
L'articolo I funerali di Bossi saranno a Pontida. La Lega annulla tutti gli
eventi di chiusura della campagna del referendum proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Pietro Francesco Maria de Sarlo
Parce sepulto, ma prima che, a reti unificate, parta il panegirico di Umberto
Bossi è bene che qualcuno tramandi la giusta memoria di quello che fu l’uomo
politico che dominò la scena per tutti gli anni ’90. Forse, come ha detto
Formigli a PiazzaPulita (19 marzo) era un antifascista. Forse qualcun altro,
come Aldo Cazzullo o Beppe Severgnini, lo ricorderà a capo di una Lega Nord
“popolare, radicata, di produttori, artigiani, piccoli imprenditori, di quelli
che mandano avanti il Paese”. Io ne ho memoria ben diversa.
Se devo pensare alle riforme proposte dalla Lega Nord di Bossi mi vengono in
mente la lira del Nord e quella del Sud, il mito della Padania, la secessione
dei padano-veneti. Ricordo poi la gestione di Milano del sindaco secessionista
Formentini e della ‘sciura’ Augusta, fatta su base strapaesana, il ‘tanko’,
trattore trasformato dai secessionisti veneti in carro armato con cui
assaltarono piazza San Marco a Venezia per fare la Repubblica Veneta, e le
bandiere italiane bruciate sulle strade. Ricordo la pretesa di sostituire la
‘centralista’ religione cattolica con quella celtico padana con tanto di rito
dell’ampolla contenente le acque del Dio Po e trasportata dal Moncenisio alla
laguna veneta, e quella di sostituire miss Italia con miss Padania.
Ma fossero solo queste idiozie il punto!
Nei raduni di Pontida e nei congressi federali si urlava ‘ammazza un terrone
risparmia un milione’, ‘Forza Etna’, ‘Roma ladrona’. Se penso alla eredità
leghista di quegli anni mi viene in mente la Banca Padana, subito fallita,
l’affare Tanzania o quello c.d. The Family, in cui l’allegra famiglia Bossi
confondeva, con il tesoriere Belsito, risorse pubbliche e private. Ricordo che
nel 2009 il ‘trota’, Renzo Bossi, assieme a Roberto Cota, quello delle mutande
verdi, e al padre condivideva su Facebook il manifesto con lo slogan “legittimo
torturare i clandestini”. E poi maître à penser come Borghezio e Calderoli e la
presidente della Camera Pivetti. È questo il centrismo riformista e
l’antifascismo di Bossi da cui lo Stato avanza ancora 49 milioni.
In quegli anni le putride flatulenze della lega bossiana nutrivano il Bel Paese
di umori antimeridionali, razzisti e xenofobi, testimoniate dalle trasmissioni
di Gad Lerner di quegli anni: Milano Italia e Profondo Nord. In qualche bar di
Milano c’era la mappa d’Italia divisa in due dal Canale d’Africa, dove i
coccodrilli mangiavano i terroni che tentavano di attraversarlo. Negli uffici
della Regione Lombardia di Formigoni dietro la scrivania di alcuni dirigenti
c’era la cartina solo dell’Italia del Nord.
A tutto ciò il mondo intellettuale della sinistra e no, non ha opposto alcuna
resistenza. Anzi. D’Alema con Bossi fece il patto delle sardine affermando che
la Lega Nord fosse una costola della sinistra (e però! Poi ci si lamenta se la
sinistra non prende voti e non è credibile). Inseguendo la Lega si sono persi 40
anni di visione sui reali problemi e sul futuro del Paese: 20 a discutere di
secessione e 20 di autonomia differenziata con dei razzisti xenofobi. Altro che
Lega vannacciana o le puerili stupidaggini di Salvini! Nel mentre il mondo
cambiava.
Da quell’humus culturale, nonostante la continua vulgata giornalistica, non è
uscito il buongoverno del Nord. Ne sanno qualcosa al MPS, dove hanno dovuto
ingoiare il boccone amaro di Antonveneta, e tutti gli italiani con la questione
delle Banche Venete. Poi la corruzione per il Mose e la storiaccia della
Pedemontana. Mi spiace, con tutto il rispetto che si deve ai morti, non
parteciperò al peana delle vedove inconsolabili. Umberto Bossi era un razzista
da vivo e lo è anche da morto.
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L'articolo Non parteciperò al peana per Umberto Bossi: ricordo cos’è stata la
sua Lega Nord proviene da Il Fatto Quotidiano.
Umberto Bossi è stato un magico arruffone, uno straordinario politico dal fiuto
finissimo e dai modi barbarici. Ha cambiato l’Italia, e creato nel vocabolario
comune la Padania, nel grande Nord, il suo mito. Non ha creato solo la Lega gli
è riuscito di dare dignità a un sentimento, all’idea che c’è un Paese dentro il
Paese. Bossi aveva 84 anni, era malato dal 2004 quando un coccolone lo colse sul
più bello di un duetto con Mino Reitano. Lui, cioè Reitano, cantava un motivetto
del momento: Italiaaa, Italiaaa, e Bossi il senatur lo rimbalzava con Padaniaaa,
Padaniaaaa. Da Gemonio, la sua casa che poi sarà anche il destino malefico per
via dei figli golosi dei piaceri della vita: in quelle mura giunsero e furono
assorbiti e distratti dal circo familiare molti danari del finanziamento
pubblico.
Alla Lega lui dette tutto se stesso e riuscì nell’impresa che nessuno aveva
previsto: sfondare la linea del Piave, bucare la Romagna, attraversare Firenze e
conquistare Roma.
Fu eletto per la prima volta al Senato nel 1987 e noi giornalisti imparammo a
conoscerlo e a citarlo come il Senatur.
Viveva maggiormente di notte, amava cantare (si dice che avesse partecipato al
festival di Castrocaro del 1961 col nome di Donato), amava la pizza e la
cedrata. Aveva un tale disordine intestinale che i suoi passi erano accompagnati
da ripetute eruzioni sonore. “Non si lava”, statuì Montanelli. Pietro Citati
disse che era il perfetto uomo da bar. Un po’ strambo, un po’ matto, ma
profetico.
Bossi legittimò il razzismo antimeridionale con uno storico manifesto: “Fora dai
ball“. Negli anni in cui concimava il sentimento identitario e curava
personalmente anche l’attacchinaggio, illustrò con una figura assolutamente
esemplificativa, la sua posizione politica. Il Nord era la mucca pregiata e il
Sud beveva alla mammella il suo latte. C’era l’avellinese Ciriaco De Mita a
Roma, il governo era detenuto dalla forza trainante della Dc campana. Il potere
era tutto meridionale quando Umberto Bossi, che davvero nessuno aveva visto
arrivare, mise le tende a Roma.
1992, la discesa dei barbari, dei primi parlamentari leghisti. Gente da bar,
come scriveva Citati, sprovveduta culturalmente ma terribilmente vicina alla
gente da cui aveva avuto il voto. Del resto l’Umberto era diplomato alla Scuola
Radio Elettra di Torino, diceva rodomontate ma aveva una capacità assoluta di
essere sempre al centro della scena, di rivendicare il ruolo del nord
mortificato da “Roma ladrona“.
Il federalismo non è stato un vocabolo dal sen fuggito ma la pietra miliare di
una politica, la traiettoria di uno schieramento che nei ceti produttivi, nelle
partite iva, nel mondo dei piccoli commercianti e artigiani raccoglieva consensi
e promesse. In pochi anni, meno di venti, la Lega ha dominato e governato le
regioni del Nord, motivato e allenato centinaia di amministratori, sviluppato
una narrazione fenomenale. Conta il nord, perché il Nord produce.
E il nord arriva al potere con Silvio Berlusconi col quale Umberto Bossi prima
fa l’affare della vita, si allea e così arriva al governo (ministro delle
Riforme) e poi lo fa fuori, provocando la crisi di governo e chiamandolo
Berluscaiser o anche Berluscaz.
Arriva il 2004 e il coccolone. Lui non ruggisce più, non è il leone di un tempo.
La Lega, la sua Lega, lo sopporta a stento fino a che nel 2012 si dichiara nella
sostanza il divorzio politico. Bossi verrà sempre candidato ed eletto ma senza
più nella sostanza diritto di parola. Con Silvio Berlusconi ritrova la pace,
insieme come vecchi amici. Ma il vento è cambiato e la politica non lo riconosce
più. La televisione non lo chiama più e lui nemmeno ha più dimestichezza con la
parola. L’ictus gli farà progressivamente perdere la capacità di illustrare con
compiutezza il proprio pensiero e lo lascia sillabare stancamente.
Passano gli anni, lui è sempre a Gemonio. Muore a Varese nell’ospedale che
ventidue anni prima era riuscito a salvarlo.
L'articolo Morto Umberto Bossi: il magico arruffone, il Senatur dal fiuto
finissimo e dai modi barbarici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bossi e Berlusconi, Silvio e Umberto, nemici, amici, alleati, rivali: tutto e il
contrario di tutto, in 30 anni che hanno cambiato per sempre (la mancanza di un
aggettivo è voluta) la storia della politica italiana. Scena da un matrimonio:
Tremonti mediava, Silvio per il Senatùr divenne “un fratello“. Fra i più
commossi nel Duomo di Milano per l’ultimo saluto a Silvio Berlusconi, c’era
Umberto Bossi. In quegli istanti al fondatore della Lega saranno passati nella
mente decine di immagini e ricordi di un rapporto in cui rivalità politica e
amicizia si sono intrecciati con alti e bassi: “attenti a Berluskaiser“, diceva
nel ’94 diffidente il Senatùr, prima di diventare ospite fisso delle cene al
lunedì ad Arcore, dove il Cavaliere voleva sempre “l’Umbertone“. E alla fine,
“per tanti anni” Berlusconi è stato per lui “come un fratello”.
In vista delle elezioni del 1994, Berlusconi manda una lettera a Bossi per
invitarlo a trovare “identità di vedute”. Arriverà l’accordo, “a cui siamo
costretti”, ammette il leghista, che mette sul piatto il federalismo e
l’antitrust e propone un “blind trust’’ per la gestione dei beni di proprietà
del magnate. Ma solo dopo un battibecco continuo fra il Cavaliere e il Senatùr:
è “rozzo”, va dicendo il primo; “lo sbraniamo vivo”, replica il secondo. La
strana coppia vince le elezioni, i due governano insieme ma il rapporto è ancora
difficile. Il premier fa finta di non sentire quando ai comizi l’alleato lo
chiama Berluscaz, Forzacoso, e così via, senza lesinare riferimenti a mafia e
fascismo. La riconciliazione arriva dopo la “notte di Arcore“, il 13 agosto, con
la famosa passeggiata nel parco di Villa San Martino e la stretta di mano
davanti ai giornalisti, dopo l’invito che inaugura una tradizione della politica
italiana, le cene del lunedì sera nella residenza del Cavaliere. Dura poco,
però, l’incantesimo. Alcuni commenti poco edificanti di Berlusconi vengono
carpiti da un giornalista, poi la Rai, la finanziaria, la nomina di Emma Bonino
come commissario europeo al posto del leghista Francesco Speroni: un climax che
in nove mesi porta Bossi alla mozione di sfiducia, sottoscritta con il Ppi. Una
liberazione, per il Senatùr, “è ora di brindare”. Più avanti avrebbe raccontato
di essersene pentito.
Al ribaltone seguono reciproche accuse di tradimento. “Berlusconi è uno che di
politica ‘el capiss ‘na gott’. È invece bravissimo a scegliere presentatrici
tv“. Quando nel 1998 un riavvicinamento è in vista, i due si dicono d’accordo su
una solo cosa: a non mangiare sardine insieme, cioè a non incontrarsi per
tentare quel contro-ribaltone contro l’Ulivo. Con gli anni entrambi capiscono di
non avere alternative. Giulio Tremonti fa da mediatore, a fine dicembre 1999 c’è
un faccia a faccia distensivo in una saletta dell’aeroporto di Linate.
“Berlusconi è migliorato”, dice Bossi nel gennaio del 2000. Un paio di mesi dopo
torna ad Arcore per rinnovare una tradizione interrotta ormai da sei anni. Fra
una cena e una colazione a villa San Martino prende forma la Casa delle libertà,
che vince le elezioni del 2001. Non mancano fibrillazioni, ma si riesce sempre a
trovare un compromesso. Una volta la pace va in scena a margine del funerale di
Ernani Confalonieri, padre di Fedele, nel cimitero di Comerio.
Nel 2004, mentre Bossi è ricoverato, Berlusconi si presenta a sorpresa
all’abbazia di Pontida, dove centinaia di leghisti al Vespro per gli ammalati
pregano per la salute del ‘capo’. I due saranno insieme all’opposizione e poi,
nel 2008, di nuovo al governo. Con i loro tradizionali screzi, ma sempre più
uniti. Uno desideroso sempre avere il coltello dalla parte del manico, l’altro
capace di farsi concavo e convesso. “Con Berlusconi si può trattare: poi se ti
da la parola, la mantiene“, si convincerà alla fine il leader leghista, cercando
di tramandare questa esperienza a Matteo Salvini. “Silvio era diverso da come
veniva descritto – il suo ultimo tributo prima del funerale al Duomo di Milano –
i suoi principi erano il bello, il buono e il giusto“.
L'articolo Berluskaiser e l’Umbertone: 30 anni di amicizia, rivalità, insulti e
alleanze tra Berlusconi e Bossi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sequenza di fotografie raccontare un’intera stagione della politica italiana
che oggi si chiude. È morto il 19 marzo 2026 Umberto Bossi, nato il 19 settembre
1941 a Cassano Magnago, in provincia di Varese, figura destinata a lasciare un
segno profondo nella storia della Seconda Repubblica.
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Nelle prime immagini c’è il Bossi degli inizi: giacca semplice, voce ruvida, il
volto di un politico che amava raccontarsi come un uomo venuto dal lavoro più
che dai palazzi. Poi arrivano le fotografie dei raduni di Pontida, delle
bandiere verdi, del simbolo del Carroccio con Alberto da Giussano: l’epoca in
cui il fondatore della Lega Nord trasformò un movimento autonomista in una forza
capace di cambiare il linguaggio della politica italiana. Soprattutto con la
parola secessione.
Seguono le immagini del potere: il ministro delle Riforme nel governo
Berlusconi, le campagne elettorali, il soprannome di “Senatùr” diventato ormai
identità politica. Ma nella serie fotografica c’è anche il tempo del declino: la
lunga riabilitazione dopo l’ictus del 2004, il volto segnato, gli ultimi anni
trascorsi più come simbolo che come leader.
L'articolo Un’intera stagione politica in una sequenza di foto: dalla secessione
al potere di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
I figli, croce e delizia che non sono eredi politici. I genitori, ispirazione e
complicità. Le donne, sempre al fianco. La famiglia, in senso lato: primo e
forse unico cerchio magico nella vita di Umberto Bossi, politico vero, uomo
complesso, sin dai primi anni di vita. Nella cascina di Cassano Magnago c’era la
“scarna ma giusta biblioteca di nonna Celesta”, e lì trovò un libricino di
Massimo D’Azeglio, Lega Lombarda – Romanzo storico del secolo XII. A tanti anni
di distanza, Umberto Bossi ci poteva vedere una premonizione, ma la sua
coscienza politica, raccontava il Senatùr, origina dall’ascolto del padre
Ambrogio. “Era un tessitore di Gallarate, mi diceva sempre: qui c’è un sacco di
gente, imprenditori, lavoratori, che non sono contenti, ma nessuno ha il
coraggio di dire come stanno davvero le cose. Allora, alla fine degli anni ’70,
quando mi sono trovato a fare politica, quelle cose le ho dette io“, spiegò in
un’intervista il fondatore della Lega Nord.
Ida Valentina Mauri, la mamma, era l’altra colonna di una famiglia che ha fatto
i conti con la povertà nella realtà agricola di Cassano Magnago, un “boom
vissuto al contrario”, ricordava spesso Bossi. Una donna minuta ma tutta d’un
pezzo, veniva descritta, sempre lontana dalla ribalta ma pronta, una decina di
anni fa, ad affrontare a muso duro una troupe televisiva che le aveva citofonato
nel mezzo della bufera giudiziaria sui conti del Carroccio, per difendere il
primogenito. Lei e Bossi si intendevano con uno sguardo. Sin da quando era un
ragazzino, “un ragazzo della via Gluck“, come si descriveva lui, “un piccolo
teppista” e “un po’ scapestrato”. Il primo di una serie di lavori umili è in
lavanderia (“Mettevo la candeggina nella lavatrice”), dopo la maturità
scientifica nel biennio di scuole serali (“Un tour de force alienante”), gli
studi all’università di Pavia, interrotti per motivi economici o per la
politica, a seconda delle ricostruzioni, prima di riuscire a diventare
ginecologo. Nella biografia sul sito del governo, nel 2004, è “specializzato in
elettronica applicata alla medicina“.
Torna al Policlinico di Pavia nel 2007, in occasione di una visita di Benedetto
XVI. Lo saluta emozionato e, lodando un suo intervento, dice: “Senza la famiglia
non resta più niente”. In quella di Bossi ci sono anche il fratello Franco, uno
dei pochi ammessi nella cerchia del leader malato per un periodo nel 2004, e la
sorella Angela, con cui litiga negli anni ’80: secondo una versione, il Bossi
scapestrato lasciava debiti a lei e al marito Pierangelo Brivio, e dopo la
rottura i due si candidarono contro di lui alle regionali in Lombardia. “Mia
sorella è la leader delle bistecche”, la liquidò invece il ‘capo’, spiegando di
aver reagito alle sue tendenze nepotiste: “Voleva che portassi avanti suo
marito”. Segnato politicamente dalla nonna, “una sindacalista di origine
socialista”, Bossi ricordava di essersi impegnato solo per alcuni mesi in
attività a sostegno del Cile di Allende, vendendo quadri per raccogliere fondi,
ma smentiva una militanza nel Pci. Eppure il magazine “Sette” trovò il suo nome
nei registi della sezione del partito di Verghera di Samarate.
Nel 1975, a quasi 35 anni, sposa Gigliola Guidali, commessa in un negozio di
Gallarate. Nasce Riccardo, condannato nel 2016 a un anno e 8 mesi, con la
condizionale, per appropriazione indebita per le presunte spese personali con i
fondi del Carroccio, e accusato più volte di acquisti senza pagare. Dopo la
separazione, il Senatùr fa coppia con Manuela Marrone, compagna politica della
prima ora, che metteva a disposizione il suo appartamento per le riunioni e
firmò l’atto fondativo della Lega Lombarda del 1984. Lui che da sempre attacca
“cardinaloni” e “vescovoni“, lei cattolica, di madre lombarda e padre siciliano,
impegnata per la scuola Bosina di Varese fondata nel 1998, e baby pensionata,
come sottolineare Gianfranco Fini negli scontri a distanza con Bossi. Marrone e
il Senatùr hanno tre figli, Renzo (1988), il ‘trota’, che diventa il più giovane
consigliere regionale mai eletto in Lombardia, e fa parlare di sé per i diversi
tentativi di diplomarsi; Roberto Libertà (1990), finito sui giornali per una
storia di ingiurie e lesioni a un militante di Rifondazione Comunista; e Eridano
Sirio (1995), il cui primo nome è di un personaggio mitologico che dorme in
fondo al Po. Le nozze arrivano dopo 12 anni. Nel 1994 al congresso della Lega,
fra memorabilia e merchandising c’è anche il filmino del matrimonio, celebrato
poche settimane prima dal sindaco di Milano Marco Formentini. Un giorno sua
moglie Augusta la invita alla Scala, ma Manuela Marrone declina: “Mi piacerebbe
tanto, ma non ho nessuno che mi tenga i bambini“. Bossi è contrario all’aiuto
domestico, “è sbagliatissimo il sistema della famiglia che si basa sulle colf. I
figli hanno le braccia e devono imparare a organizzarsi“.
L'articolo Parenti, figli, amori: il cerchio magico di Umberto Bossi proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Umberto Bossi. L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine
quello a cui ho voluto più bene”. Lo scrive sui social Pier Luigi Bersani,
allegando una foto con il fondatore della Lega, morto a 84 anni a Varese nella
sera del 19 marzo, in ospedale. La Lega ha già comunicato che Matteo Salvini ha
annullato tutti gli appuntamenti previsti domani e farà subito rientro a Milano:
“L’intera comunità della Lega è profondamente scossa e addolorata per la
scomparsa del fondatore Umberto Bossi e si stringe con affetto e commozione ai
suoi familiari. Tutti gli appuntamenti previsti per domani sono annullati”.
Ma sono tantissime le reazioni della politica alla morte del “Senatur“. “Umberto
Bossi, con la sua passione politica, ha segnato una fase importante della storia
italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo
centrodestra“, ha scritto la premier Giorgia Meloni. “In questo momento di
grande dolore, sono vicina alla famiglia e alla sua comunità politica”.
“Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e
fondatore della Lega. Grande amico di Silvio Berlusconi, politico di grande
intelligenza, è stato un protagonista di primo piano del cambiamento in Italia.
Alla sua famiglia un grande abbraccio ed una preghiera perché riposi in pace”,
scrive il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani.
“Perdo un amico“, ha dichiarato invece Ignazio La Russa, presidente del Senato.
“Con la scomparsa di Umberto Bossi perdo un amico, un pezzo della nostra storia
politica. Non molto tempo fa lo avevo sentito e gli avevo promesso che sarei
andato a trovarlo. Non ho fatto in tempo e per me è un cruccio. Non tocca a me
ricordare l’incidenza che Bossi, fondatore della Lega, ha determinato nella
politica italiana. Comunque lo si giudichi, è stato un gigante per la sua
capacità di interpretare l’umore del Nord e le scelte utili alla sua parte
politica”, ha dichiarato La Russa che ha poi concluso. “Ho assistito di persona
alle tante occasioni di intesa tra lui e Berlusconi che furono decisive, dal
2000 in poi, per convincerlo a fare della Lega un asse importante del
centrodestra. Alla sua famiglia e a tutta la Lega rivolgo le più sentite
condoglianze, mie personali e del Senato della Repubblica“.
Il ministro della difesa Guido Crosetto ha invece pubblicato un post social,
ricordando un aneddoto: “Ho avuto l’onore di conoscerlo, di lavorare con lui, di
scherzare con lui, di confrontarmi e discutere con lui. La prima volta fu quando
ero relatore alla legge di Bilancio e ci trovammo in un impasse perché il gruppo
della Lega aveva fatto muro contro il finanziamento del fondo per i lavoratori
socialmente utili di Palermo e Napoli e per un finanziamento per i dissalatori
in Sicilia. Tutto si bloccò e, alle due del mattino, entrò nella stanza dove ci
stavamo confrontando il capo supremo della Lega Nord. Lo vidi entrare e pensai:
ok è finita ora lui dirà che non si può far nulla ed i deputati di AN e di Forza
Italia del sud faranno saltare il banco”.
L’aneddoto di Crosetto prosegue. “Si zittirono tutti – prosegue Crosetto- ‘Rocky
(Marciano così gli piaceva chiamarmi) che succede?’. Gli spiegai che avevo
proposto un meccanismo virtuoso per cui avremmo finanziato gli LSU ma prevedendo
una riduzione obbligatoria negli anni fino ad arrivare a zero e che invece
l’investimento nei dissalatori era secondo una cosa intelligente in una zona con
poca acqua. Mi guardò, guardò i suoi e disse: ‘Perché mi avete disturbato (fu un
po’ più rude), se avete trovato una soluzione seria su Napoli e Palermo? L’unica
mia preoccupazione è che poi li tengano in funzione i dissalatori, una volta
fatti’. Ed uscì. Perché lui era così: di buonsenso, mai superficiale e molto
realista. Avrei moltissimi altri ricordi di lui prima e dopo che l’ictus lo
colpisse. L’ho sempre stimato e gli ho voluto bene. Addio Umberto“.
Messaggi di cordoglio che arrivano anche dalla sinistra italiana, a partire dal
presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte: “È indubitabile che Umberto
Bossi sia stato un protagonista della storia politica recente del nostro Paese.
Esprimo il mio cordoglio, anche a nome del Movimento 5 Stelle, ai suoi cari e
alla comunità politica della Lega, che perde il suo storico fondatore e una
personalità di assoluto riferimento”. Pensiero simile quello espresso da Angelo
Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa verde. “Esprimo cordoglio per la
scomparsa di Umberto BOSSI, figura che ha segnato la storia politica
dell’Italia. Pur nella distanza politica, ne riconosco il ruolo nella storia
istituzionale italiana e l’impegno profuso per il suo partito. Un pensiero alla
famiglia e ai suoi cari”.
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Bersani: “L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia” proviene da Il
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