L’ultimo saluto sarà a Pontida, a pochi passi dal pratone simbolo della Lega. I
funerali di Umberto Bossi, il fondatore del Carroccio morto a 84 anni
all’ospedale di Varese, si terranno domenica alle 14 all’abbazia di San Giacomo
Maggiore, praticamente confinante con lo spazio simbolo dei leghisti. La
decisione della famiglia è scaturita “volendo condividere l’ultimo passaggio con
il popolo della Padania e la grande famiglia della Lega”, hanno spiegato gli
stessi parenti chiedendo invece riservatezza in questi giorni.
Mentre a Gemonio, dove il Senatur si era ritirato negli ultimi anni, sfilano i
simpatizzanti della Lega ed è arrivato il ministro dell’Economia Giancarlo
Giorgetti. In tutte le aree simbolo del Carroccio nella Lombardia, non sono
mancati gli omaggi all’uomo che inventò l’idea della secessione. “Grazie Capo,
Padania libera”, hanno scritto i Giovani Padani su uno striscione lungo quasi 5
metri comparso sul cavalcavia di viale Europa a Varese, ben visibile a chi esce
dall’autostrada Milano-Varese dirigendosi verso il centro città.
Giovedì sera la storica sede varesina della Lega in piazza Podestà è stata
aperta in via straordinaria e dirigenti e militanti hanno esposto a loro volta
uno striscione: “Siamo tutti figli tuoi”. La Lega ha annullato tutti gli eventi
in programma, molti dei quali collegati alla chiusura della campagna
referendaria. E l’intero centrodestra ha annullato la maratona oratoria in
piazza San Carlo a Milano in programma venerdì sera.
L’eredità di Bossi sono “coraggio e libertà”, ha detto il segretario leghista
Matteo Salvini a Radio Libertà. “Coraggio, perché la Lega è quella delle scelte
coraggiose, ha affrontato processi e problemi” e libertà “perché per fortuna la
Lega non dipende da nessuno. Non ha potentati o lobby a cui rispondere. I nostri
azionisti sono gli elettori”.
Tra i tanti interventi per ricordarlo tra gli esponenti del centrodestra – da
Antonio Tajani a Gianfranco Fini – c’è quello del presidente della Camera,
Lorenzo Fontana, che lo ha definito una “persona comune” nonché “popolare e del
popolo”. Cosa rimane nella Lega di oggi della lezione di Bossi? “Se andiamo a
rivedere alcuni suoi comizi negli Anni novanta, alcuni” contenuti sono
“sorprendenti”, ha rimarcato ricordando gli allarmi per “un’Europa tecnocratica”
e del “problema della Cina”.
Fontana ha quindi ringraziato “tutte le comunità politiche che si sono strette
attorno alla Lega e alla famiglia di Bossi” ricordando, ad esempio, “le parole
taccanti di Bersani”. L’ex segretario del Partito Democratico, in un post su X,
ha infatti definito “l’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla
fine quello a cui ho voluto più bene”.
L'articolo I funerali di Bossi saranno a Pontida. La Lega annulla tutti gli
eventi di chiusura della campagna del referendum proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Lega
di Pietro Francesco Maria de Sarlo
Parce sepulto, ma prima che, a reti unificate, parta il panegirico di Umberto
Bossi è bene che qualcuno tramandi la giusta memoria di quello che fu l’uomo
politico che dominò la scena per tutti gli anni ’90. Forse, come ha detto
Formigli a PiazzaPulita (19 marzo) era un antifascista. Forse qualcun altro,
come Aldo Cazzullo o Beppe Severgnini, lo ricorderà a capo di una Lega Nord
“popolare, radicata, di produttori, artigiani, piccoli imprenditori, di quelli
che mandano avanti il Paese”. Io ne ho memoria ben diversa.
Se devo pensare alle riforme proposte dalla Lega Nord di Bossi mi vengono in
mente la lira del Nord e quella del Sud, il mito della Padania, la secessione
dei padano-veneti. Ricordo poi la gestione di Milano del sindaco secessionista
Formentini e della ‘sciura’ Augusta, fatta su base strapaesana, il ‘tanko’,
trattore trasformato dai secessionisti veneti in carro armato con cui
assaltarono piazza San Marco a Venezia per fare la Repubblica Veneta, e le
bandiere italiane bruciate sulle strade. Ricordo la pretesa di sostituire la
‘centralista’ religione cattolica con quella celtico padana con tanto di rito
dell’ampolla contenente le acque del Dio Po e trasportata dal Moncenisio alla
laguna veneta, e quella di sostituire miss Italia con miss Padania.
Ma fossero solo queste idiozie il punto!
Nei raduni di Pontida e nei congressi federali si urlava ‘ammazza un terrone
risparmia un milione’, ‘Forza Etna’, ‘Roma ladrona’. Se penso alla eredità
leghista di quegli anni mi viene in mente la Banca Padana, subito fallita,
l’affare Tanzania o quello c.d. The Family, in cui l’allegra famiglia Bossi
confondeva, con il tesoriere Belsito, risorse pubbliche e private. Ricordo che
nel 2009 il ‘trota’, Renzo Bossi, assieme a Roberto Cota, quello delle mutande
verdi, e al padre condivideva su Facebook il manifesto con lo slogan “legittimo
torturare i clandestini”. E poi maître à penser come Borghezio e Calderoli e la
presidente della Camera Pivetti. È questo il centrismo riformista e
l’antifascismo di Bossi da cui lo Stato avanza ancora 49 milioni.
In quegli anni le putride flatulenze della lega bossiana nutrivano il Bel Paese
di umori antimeridionali, razzisti e xenofobi, testimoniate dalle trasmissioni
di Gad Lerner di quegli anni: Milano Italia e Profondo Nord. In qualche bar di
Milano c’era la mappa d’Italia divisa in due dal Canale d’Africa, dove i
coccodrilli mangiavano i terroni che tentavano di attraversarlo. Negli uffici
della Regione Lombardia di Formigoni dietro la scrivania di alcuni dirigenti
c’era la cartina solo dell’Italia del Nord.
A tutto ciò il mondo intellettuale della sinistra e no, non ha opposto alcuna
resistenza. Anzi. D’Alema con Bossi fece il patto delle sardine affermando che
la Lega Nord fosse una costola della sinistra (e però! Poi ci si lamenta se la
sinistra non prende voti e non è credibile). Inseguendo la Lega si sono persi 40
anni di visione sui reali problemi e sul futuro del Paese: 20 a discutere di
secessione e 20 di autonomia differenziata con dei razzisti xenofobi. Altro che
Lega vannacciana o le puerili stupidaggini di Salvini! Nel mentre il mondo
cambiava.
Da quell’humus culturale, nonostante la continua vulgata giornalistica, non è
uscito il buongoverno del Nord. Ne sanno qualcosa al MPS, dove hanno dovuto
ingoiare il boccone amaro di Antonveneta, e tutti gli italiani con la questione
delle Banche Venete. Poi la corruzione per il Mose e la storiaccia della
Pedemontana. Mi spiace, con tutto il rispetto che si deve ai morti, non
parteciperò al peana delle vedove inconsolabili. Umberto Bossi era un razzista
da vivo e lo è anche da morto.
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L'articolo Non parteciperò al peana per Umberto Bossi: ricordo cos’è stata la
sua Lega Nord proviene da Il Fatto Quotidiano.
Umberto Bossi è stato un magico arruffone, uno straordinario politico dal fiuto
finissimo e dai modi barbarici. Ha cambiato l’Italia, e creato nel vocabolario
comune la Padania, nel grande Nord, il suo mito. Non ha creato solo la Lega gli
è riuscito di dare dignità a un sentimento, all’idea che c’è un Paese dentro il
Paese. Bossi aveva 84 anni, era malato dal 2004 quando un coccolone lo colse sul
più bello di un duetto con Mino Reitano. Lui, cioè Reitano, cantava un motivetto
del momento: Italiaaa, Italiaaa, e Bossi il senatur lo rimbalzava con Padaniaaa,
Padaniaaaa. Da Gemonio, la sua casa che poi sarà anche il destino malefico per
via dei figli golosi dei piaceri della vita: in quelle mura giunsero e furono
assorbiti e distratti dal circo familiare molti danari del finanziamento
pubblico.
Alla Lega lui dette tutto se stesso e riuscì nell’impresa che nessuno aveva
previsto: sfondare la linea del Piave, bucare la Romagna, attraversare Firenze e
conquistare Roma.
Fu eletto per la prima volta al Senato nel 1987 e noi giornalisti imparammo a
conoscerlo e a citarlo come il Senatur.
Viveva maggiormente di notte, amava cantare (si dice che avesse partecipato al
festival di Castrocaro del 1961 col nome di Donato), amava la pizza e la
cedrata. Aveva un tale disordine intestinale che i suoi passi erano accompagnati
da ripetute eruzioni sonore. “Non si lava”, statuì Montanelli. Pietro Citati
disse che era il perfetto uomo da bar. Un po’ strambo, un po’ matto, ma
profetico.
Bossi legittimò il razzismo antimeridionale con uno storico manifesto: “Fora dai
ball“. Negli anni in cui concimava il sentimento identitario e curava
personalmente anche l’attacchinaggio, illustrò con una figura assolutamente
esemplificativa, la sua posizione politica. Il Nord era la mucca pregiata e il
Sud beveva alla mammella il suo latte. C’era l’avellinese Ciriaco De Mita a
Roma, il governo era detenuto dalla forza trainante della Dc campana. Il potere
era tutto meridionale quando Umberto Bossi, che davvero nessuno aveva visto
arrivare, mise le tende a Roma.
1992, la discesa dei barbari, dei primi parlamentari leghisti. Gente da bar,
come scriveva Citati, sprovveduta culturalmente ma terribilmente vicina alla
gente da cui aveva avuto il voto. Del resto l’Umberto era diplomato alla Scuola
Radio Elettra di Torino, diceva rodomontate ma aveva una capacità assoluta di
essere sempre al centro della scena, di rivendicare il ruolo del nord
mortificato da “Roma ladrona“.
Il federalismo non è stato un vocabolo dal sen fuggito ma la pietra miliare di
una politica, la traiettoria di uno schieramento che nei ceti produttivi, nelle
partite iva, nel mondo dei piccoli commercianti e artigiani raccoglieva consensi
e promesse. In pochi anni, meno di venti, la Lega ha dominato e governato le
regioni del Nord, motivato e allenato centinaia di amministratori, sviluppato
una narrazione fenomenale. Conta il nord, perché il Nord produce.
E il nord arriva al potere con Silvio Berlusconi col quale Umberto Bossi prima
fa l’affare della vita, si allea e così arriva al governo (ministro delle
Riforme) e poi lo fa fuori, provocando la crisi di governo e chiamandolo
Berluscaiser o anche Berluscaz.
Arriva il 2004 e il coccolone. Lui non ruggisce più, non è il leone di un tempo.
La Lega, la sua Lega, lo sopporta a stento fino a che nel 2012 si dichiara nella
sostanza il divorzio politico. Bossi verrà sempre candidato ed eletto ma senza
più nella sostanza diritto di parola. Con Silvio Berlusconi ritrova la pace,
insieme come vecchi amici. Ma il vento è cambiato e la politica non lo riconosce
più. La televisione non lo chiama più e lui nemmeno ha più dimestichezza con la
parola. L’ictus gli farà progressivamente perdere la capacità di illustrare con
compiutezza il proprio pensiero e lo lascia sillabare stancamente.
Passano gli anni, lui è sempre a Gemonio. Muore a Varese nell’ospedale che
ventidue anni prima era riuscito a salvarlo.
L'articolo Morto Umberto Bossi: il magico arruffone, il Senatur dal fiuto
finissimo e dai modi barbarici proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto Umberto Bossi. Il fondatore della Lega aveva 84 anni ed è deceduto
all’ospedale di Circolo di Varese. È stato un politico, ministro, senatore,
deputato e europarlamentare della Repubblica, fondatore della Lega Nord, di cui
è stato segretario federale fino al 2012 e successivamente presidente a vita.
Bossi è stato anche ministro delle riforme per il federalismo. Per la prima
volta è stato eletto al Senato nel 1987 (X legislatura): da qui deriva il suo
soprannome “Il Senatùr” (lombardo per Senatore). Dal 1992 ha ricoperto per sette
volte la carica di deputato e un’altra volta quella di senatore, oltre a esser
stato per tre volte anche parlamentare europeo. È entrato nel governo per la
prima volta nel 2001, quando fu nominato ministro per le riforme istituzionali e
la devoluzione nel governo Berlusconi II.
Classe 1941, l’Alberto da Giussano dei giorni nostri per il ‘popolo padano’,
prima di incrociare la propria strada con la politica, il Senatur, che aveva
lasciato la scuola per aiutare la famiglia, trova un impiego all’Aci di Varese,
poi ottiene il diploma di perito elettronico alla scuola per corrispondenza
‘Radio Elettra’, lavora come operaio, perito tecnico e informatico.
Nel 1961 tenta la strada del successo musicale partecipando col nome d’arte di
Donato al Festival di Castrocaro, per poi incidere due ’45 giri’: ‘Ebbrò e
‘Sconfortò. La musica, però, non è nel suo destino. Il primo contatto con la
politica avviene sotto le rosse insegne di falce e martello, nel lontano 1975,
quando l’uomo che sarà il futuro leader leghista e ministro delle Riforme
partecipa un’iniziativa di solidarietà del Pci di Verghera, una frazione di
Samarate, in provincia di Varese; per una raccolta di fondi a sostegno dei
dissidenti del regime che Augusto Pinochet aveva instaurato in Cile. L’impatto
con le teorie autonomiste e federaliste avviene quattro anni dopo, quando Bossi
incontra all’Università di Pavia il leader dell’Union Valdotaine Bruno
Salvadori. Nel 1980 Bossi fonda un gruppo che chiama ‘Unione nord occidentale
lombarda per l’Autonomia’.
Nel 1982 Bossi fonda la Lega autonomista lombarda, di cui viene eletto
segretario nazionale, insieme a Roberto Maroni, con il quale percorrerà un
lunghissimo tratto di strada in un sodalizio che ancora regge (tra alti e bassi
e con qualche incrinatura negli ultimi tempi). Alle politiche del 1987 Bossi
viene eletto per la prima volta senatore. Nasce la ‘leggenda’ del Senatur e
comincia la guerra a ‘Roma ladrona’, uno dei tanti epiteti che Bossi e i suoi
riserveranno alla Capitale e al centralismo, odiato nemico da sconfiggere con
l’arma del federalismo. La figura di Bossi acquista sempre più spazio nelle
cronache politiche. Non solo per le idee che la Lega porta con sè nel confronto
politico, ma proprio per l’anomalia rispetto alla politica in doppiopetto, più
compassata, della prima Repubblica: il ‘condottiero padano’ è l’uomo politico
che indossa la canottiera d’estate (persino a Villa Certosa da Berlusconi) e non
si preoccupa di farsi fotografare abbigliato “come uno del popolo”.
E come uno del popolo preferisce piatti semplici: passa alla storia, una cena a
base di sardine con Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione per preparare il
‘piatto’ del ribaltone del ’94. Bossi è quello del “la Lega ce l’ha duro”,
sparato ad un comizio sul pratone di Pontida davanti alle camicie verdi padane
in estasi; è quello di “Roma ladrona”, del Tricolore “che ci si può pulire il
c…”; del Va pensiero verdiano al posto dell’inno di Mameli; delle pernacchie e
del dito medio mostrato con piglio agli avversari politici. Nel 1992, anno
terribilis per la politica della prima Repubblica, caduta sotto i colpi di
Tangentopoli, Bossi viene rieletto, questa volta alla Camera, con un cospicuo
bottino di preferenze, quasi 241mila.
Il 1993 è l’anno di Tangentopoli e del cappio fatto oscillare in aula alla
Camera dal leghista Luca Leoni Orsenigo contro i corrotti della politica, un
gesto ‘figlio’ del celodurismo di Bossi, anche se neppure il leader leghista
riuscirà a sottrarsi ad una sentenza di condanna per una tangente nell’inchiesta
Enimont. Il 1994 è l’anno dell’alleanza con Forza italia. Un’alleanza con cui il
centrodestra vince le elezioni, ma che dura poco perchè il ‘regalo di Natale’
del Senatur a Berlusconi, il 22 dicembre dello stesso anno, è un ribaltone che
manda a casa il neonato Polo delle Libertà.
Nel 1996 primi squilli di tromba per il progetto secessionista della Lega. E’
l’anno della prima cerimonia dell’ampolla, con l’acqua del ‘sacro fiume Po’ in
viaggio dalla sorgente alla foce, accompagnata dalle camicie verdi leghiste. Nel
2001 nasce la Casa delle Libertà, che vince le politiche. Bossi varca la soglia
di palazzo Chigi come ministro per le Riforme istituzionali e la devoluzione,
imprimendo slancio alle idee federaliste, bandiera del Carroccio. Nel 2004 il
leader leghista viene colpito da un ictus. La riabilitazione lo costringe ad una
lunga degenza. La malattia non gli impedisce però di candidarsi alle europee ed
essere eletto. Nel 2006 il Senatur rilancia l’idea secessionista, con la nascita
del ‘Parlamento del Nord’, antesignano dei ‘ministeri al Nord’voluti dal
Carroccio qualche mese fa. Il resto è storia più o meno recente, con un Bossi
sempre più ago della bilancia nei rapporti interni al centrodestra, mai
completamente a proprio agio con gli alleati dell’Udc e di Alleanza nazionale.
La nascita del Pdl, di cui l’Udc non farà parte e dal quale Fini uscirà dopo
molti attriti con il Cavaliere, aumenta il peso ‘contrattuale’ della Lega
all’interno della maggioranza. A fare e disfare equilibri politici tra il
Carroccio e gli alleati, manco a dirlo, è sempre e solo lui, il Senatur. Che
sceglie però la strada dell’opposizione quando a salire sui banchi del governo è
Mario Monti insieme alla sua squadra di tecnici.
L'articolo È morto Umberto Bossi: il fondatore della Lega aveva 84 anni proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Si scia senza sharia”. Dietro la scritta i mezzibusti delle tre esponenti della
Lega con casco e maschera, sullo sfondo il profilo delle montagne innevate.
Sopra la scritta sharia, un paio di sci incrociati a formare una X. La locandina
con cui le europarlamentari del Carroccio Silvia Sardone, Susanna Ceccardi e
Anna Maria Cisint hanno promosso la “fiaccolata contro l’Islam radicale”
sembrava ai più uno scherzo. E invece no. E invece sabato 21 febbraio decine di
persone sono scese dalla pista Valena, al Passo del Tonale, con le torce di
colore verde, bianco e rosso. Con loro c’erano la vicesegretaria del partito di
Matteo Salvini, Sardone, e l’ex candidata alla Regione Toscana, Ceccardi, che
dopo la discesa hanno tenuto una specie di conferenza.
“È stato un grande successo” ha scritto Sardone, ex Forza Italia, in questi
giorni sui giornali per aver cancellato il video in cui difendeva il poliziotto
Carmelo Cinturrino. “Insieme a Ceccardi, come gruppo Patrioti abbiamo voluto
accendere una luce contro l’oppressione della legge islamica – ha continuato –
Noi Patriote non smetteremo mai di lottare per i nostri diritti, per le nostre
conquiste civili e sociali, per le nostre tradizioni”. L’intento di giocare con
l’assonanza tra le parole sci e sharia è abbastanza evidente, così come è
evidente il fatto di aver voluto sfruttare l’attenzione delle persone rivolta al
mondo della neve, dal momento che quando si è svolta la fiaccolata le Olimpiadi
erano in corso. Olimpiadi che, almeno in teoria, per la loro natura, dovrebbero
unire persone, Stati, religioni e culture diverse.
In genere le fiaccolate celebrano le feste di Natale, oppure l’anno nuovo;
promuovono le località sciistiche a volte, addirittura, servono per raccogliere
fondi per fini sociali. Ma mai vengono fatte contro qualcuno. Nel caso
specifico, contro una religione. Per di più in montagna, simbolo di libertà e
vicinanza tra popoli.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Video Silvia Sardone/Facebook
L'articolo Fiaccolata sugli sci contro l’Islam e la sharia al Passo del Tonale,
l’ultima trovata della Lega: il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Altro che far west a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa“. È
il 21 luglio 2021 e queste sono le parole di Matteo Salvini in un video postato
sui social. Erano passate pochissime oredall’arresto dell’allora assessore
comunale alla Sicurezza della Lega Massimo Adriatici per avere sparato e ucciso
il 39enne marocchino Younes El Boussettaoui in piazza Meardi, nel comune del
Pavese. Il leader del carroccio senza giri di parole prende subito le difese
dell’esponente del suo partito. Pur invitando ad “aspettare le ricostruzione”,
Salvini sembra aver pochi dubbi sulla dinamica: “A fronte di un’aggressione,
come extrema ratio la difesa è sempre legittima. E se fosse vero che il
soggetto, che purtroppo è morte, fosse già noto alla polizia evidentemente non
si è trattato di un regolamento di conti. La difesa in questo caso è sempre
legittima” conclude attaccando chi “condanna una persona perbene che si è vista
aggredita e avrebbe solamente reagito”.
A quattro anni e mezzo di distanza, quelle parole del vicepremier leghista
cozzano con la sentenza di primo grado che ha condannato a 12 anni Massimo
Adriatici per omicidio volontario. Il processo davanti al giudice Luigi Riganti
si è svolto tra l’altro con rito abbreviato, quindi prevedendo una riduzione di
un terzo della pena. È lo stesso Matteo Salvini che pochi giorni fa parlava di
“inchiesta odiosa” contro il poliziotto Carmelo Cinturrino che ha sparato e
ucciso a Rogoredo il 28enne Abderrahim Mansouri. Anche in questo caso il leader
della Lega invocava la legittima difesa: “Sto con il poliziotto, senza se e
senza ma”, ha detto, definendo l’inchiesta “veramente ingenerosa, gratuita” come
se “quell’agente avesse sparato per uccidere”. Pochi giorni dopo scatta
l’arresto del poliziotto e la difesa (social) d’ufficio di Salvini viene
smontata pezzo per pezzo dall’indagine della procura. Nonostante questo Salvini
non arretra “Rifarei il post di solidarietà al poliziotto di Rogoredo”, ha
dichiarato dopo il fermo. Imparare dagli errori del passato sembra non essere
un’attitudine cara al vicepremier.
L'articolo Adriatici condannato per omicidio volontario, Salvini nel 2021
diceva: “Altro che far west, è legittima difesa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È stato condannato a 12 anni Massimo Adriatici, l’ex assessore leghista alla
Sicurezza di Voghera per l’omicidio volontario di Younes El Boussettaoui, il
39enne marocchino ucciso con un colpo di pistola in piazza Meardi, nella
cittadina pavese la sera del 20 luglio 2021. Il processo si è svolto con rito
abbreviato, quindi prevedendo una riduzione di un terzo della pena, davanti al
giudice Luigi Riganti
Quella sera d’estate di cinque anni fa dalla pistola di Adriatici – avvocato,
con un passato da poliziotto – partì il colpo che uccise il nordafricano. Lo
scorso 26 novembre, il pubblico ministero Fabio Napoleone, procuratore a Pavia,
aveva chiesto la condanna a 11 anni e 4 mesi mentre per i legali della difesa
l’ex assessore andava assolto per legittima difesa. La pena supera dunque la
richiesta dei magistrati inquirenti, che avevano invocato il minimo che in
abbreviato corrisponde a 14 anni (21 se fosse ordinario) dopo aver valutato la
concessione delle attenuanti che riducono ulteriormente la pena di un terzo.
Gli avvocati hanno sostenuto che al momento dello sparo l’imputato era in uno
stato di “incapacità naturale” in quanto, dopo aver ricevuto uno schiaffo
durante una colluttazione con El Boussettaoui, sarebbe caduto in un blackout,
non rendendosi conto di quanto stava succedendo. Circa un anno e mezzo fa, il 6
novembre 2024, la giudice Valentina Nevoso aveva chiesto con un’ordinanza alla
procura di Pavia di modificare il capo di imputazione che nel primo processo era
eccesso colposo di legittima difesa.
L'articolo Massimo Adriatci, ex assessore leghista a Voghera, condannato a 12
anni per l’omicidio di 39enne marocchino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Siamo pronti a rinunciare al pesto di cavallo di Parma, alla pastissada de caval
veronese, alle brasciole pugliesi o alla polpetta al sugo che si cucina in
Sicilia? C’è chi alzerà le spalle, perché la carne di cavallo non la consuma; e
invece chi si arrabbierà, perché abituato a mangiare puledri e stalloni. Sia
come sia, dopo anni di discussione in Parlamento sono arrivate tre proposte (Noi
Moderati, Avs e M5s) che puntano a vietare la macellazione e il consumo di carne
di cavallo, elevandolo ad “animale d’affezione”.
Che i provvedimenti avessero vita breve era già ampiamente pronosticabile, dal
momento che i partiti di maggioranza – salvo Michela Vittoria Brambilla, che del
centrodestra fa parte – non sono minimamente interessati alla questione (sotto
molteplici punti di vista). Ma da qualche giorno a questa parte c’è una novità:
le tre proposte di legge, accorpate in commissione Agricoltura, sono state
affidate a Francesco Bruzzone, leghista, cacciatore, primo firmatario della
riforma che nel 2024 avrebbe dovuto liberalizzare l’attività venatoria (il cui
iter venne bloccato, per ragioni elettorali, da Fratelli d’Italia). Bruzzone,
dunque, sarà il relatore del testo “Norme per la tutela degli equini e loro
riconoscimento come animali di affezione” e, naturalmente, ha già espresso la
propria disapprovazione.
Intervistato da Sammy Varin per Radio Libertà, Bruzzone ha detto che “qui si va
in una direzione animalista molto spinta, il cavallo verrebbe paragonato al
cane, e siccome non si può mangiare il cane, non si potrà mangiare nemmeno il
cavallo. Questo è il quadro. Ma io non potrò mai consentire le esasperazioni di
un animalismo sfrenato e irragionevole”. Poi l’analisi di Bruzzone: “Ogni
animale può essere di affezione. Posso avere il cavallo, il maialino, il
cagnolino. E siccome è mio, così lo tratto. Ma non posso estendere il principio
a tutti gli animali, perché ci sono gli animali da carne, da reddito, c’è la
fauna selvatica”. A cui segue il sillogismo aristotelico: “Ma perché questo
razzismo nei confronti degli altri animali? Il cavallo è animale d’affezione e
l’asino no? E la vacca, e il mulo? E la capra e la pecora?”. Ma Bruzzone va
oltre: “Dobbiamo garantire il benessere animale, è giusto. Ma senza andare verso
esasperazioni di questo tipo. Altrimenti non si possono più uccidere nemmeno le
zanzare d’estate, d’altronde sono esseri senzienti anche loro”.
Preoccupata la Lav: “Con la nomina di Bruzzone temiamo che l’iter parlamentare
possa essere affossato ancora prima della discussione” ha detto Nadia Zurlo,
responsabile area equidi. “Bruzzone, noto pasdaran dell’attività venatoria e
primo firmatario di atti per la ripresa delle uccisioni dei lupi – si è subito
affannato ad esprimere la sua contrarietà alla proposta”. Seppur dal punto di
vista opposto, è in parte critica anche la Lav: “La classificazione degli equini
come animali di affezione, pur utile a escluderne la destinazione alimentare,
non supera l’impostazione specista che attribuisce tutela differenziata agli
animali in base alla loro utilità o relazione con l’essere umano. La protezione
giuridica deve fondarsi sul valore intrinseco degli equidi come individui
senzienti, non sulla funzione che svolgono nella società”.
Il consumo di carne di cavallo in Italia si è ridotto notevolmente negli ultimi
anni: secondo l’Istat le macellazioni sono passate da oltre 70mila nel 2012 a
circa 22mila nel 2024. Ma il trend è in progressivo calo: nel 2025 sono stati
macellati 8mila cavalli provenienti dall’estero e poco più di 12mila da
allevamenti italiani. Solo il 17% dei consumatori di carne afferma di mangiare
cavallo almeno una volta al mese. Il 42% di chi non ne consuma spiega la propria
scelta con un sentimento di empatia nei confronti di questi animali e il 31% li
considera già “da compagnia”.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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L'articolo Vietare la macellazione dei cavalli? Il relatore (leghista) affossa
così la legge: “È razzista, e allora le zanzare?” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La sfida è aperta. I tre deputati che hanno seguito Roberto Vannacci nel suo
nuovo partito Futuro Nazionale provano a creare disagio all’interno dei partiti
di maggioranza sul tema dell’invio di armi a Kiev. Emanuele Pozzolo e i due ex
leghisti Rossano Sasso e Edoardo Ziello hanno infatti presentato un emendamento
soppressivo al decreto Ucraina che prevede lo stop totale dell’impegno da parte
del governo dell’autorizzazione all’invio di nuove forniture e equipaggiamenti
militari a favore delle autorità governative ucraine. “Vediamo quanti patrioti
nel centrodestra voteranno a favore degli Italiani e soprattutto quanti assenti
ci saranno tra le file della Lega che da mesi dice di non voler più inviare
aiuti a Zelensky ma poi, nei fatti, si smentisce clamorosamente e vota sempre a
favore”, fanno sapere in una nota i tre vannacciani. E così, proprio per vitare
problemi, il governo si blinda: secondo quanto si apprende, infatti, l’esecutivo
di Giorgia Meloni è pronto martedì a porre la questione di fiducia sul decreto,
prima dell’inizio delle votazioni.
Una mossa che spegnerebbe l’iniziativa dell’emendamento firmato dai tre uomini
del generale. Loro però non demordono: “È bastato presentare un emendamento per
mettere in difficoltà quanti, soprattutto nella Lega, la pensano come noi“,
dichiara Rossano Sasso: “Ora con la decisione di porre la fiducia sul dl,
l’emendamento decade ma abbiamo pronti – aggiunge – tre odg che vanno nella
stessa direzione e che si possono votare. Evidentemente – aggiunge – non solo
noi avevamo previsto tante assenze tra i banchi della Lega”. Per aggirare il
blocco del governo pertanto i i tre deputati hanno presentato un ordine del
giorno a testa, tutti sempre finalizzati a contrastare l’invio delle armi a
Kiev. “Noi riteniamo – dichiarano Pozzolo, Sasso e Ziello – che inviare
ulteriori armamenti a Zelensky non aiuti il processo di pace, e una pace
raggiunta oggi offrirebbe agli stessi ucraini condizioni migliori rispetto ad
una pace raggiunta domani. Aggiungiamo che inviare ulteriori miliardi di euro di
soldi degli italiani in mani che non sempre hanno brillato per onestà, vedasi i
recenti fatti di cronaca di corruzione di uomini vicinissimi a Zelensky, non
tutelano gli interessi degli Italiani. Preferiremmo – concludono – che quei
soldi venissero utilizzati per la sicurezza degli Italiani, per aumentare il
numero delle forze dell’ordine oggi purtroppo inadeguato dinanzi all’escalation
criminale che attanaglia le nostre città”.
Oltre a quello dei vannacciani, sono circa quindici gli emendamenti presentati
dai gruppi parlamentari al dl Ucraina. Da Alleanza Verdi–Sinistra al Movimento 5
stelle sono diversi gli emendamenti che puntano sempre alla soppressione
dell’intero articolo 1 del decreto Ucraina, ovvero la proroga dell’invio di
mezzi militari a Kiev. Anche questi salterebbero con la questione di fiducia.
“C’era da aspettarselo, la maggioranza non tiene le proprie contraddizioni
interne, anche questo è l’effetto Vannacci“, commenta la capogruppo di Avs alla
Camera, Luana Zanella. “Noi – spiega – abbiamo presentato emendamenti molto
chiari contro l’invio di armi e, in questo caso, contro la secretazione di ciò
che viene inviato e dei suoi costi: con la fiducia, governo e maggioranza
eviteranno il confronto di merito, ancora una volta”.
L'articolo Dl Ucraina, i vannacciani sfidano la Lega: “Vedremo in quanti sono
per lo stop all’invio di armi”. Il governo pronto a blindarsi con la fiducia
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo l’ex Fdi Emanuele Pozzolo, anche gli ormai ex leghisti Edoardo Ziello e
Rossano Sasso si uniscono al movimento Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. I
due, da sempre riconosciuti come i più vicini al generale, hanno spiegato in un
post le ragioni del divorzio, dopo aver comunicato alla presidenza della Camera
l’addio al gruppo del Carroccio e il passaggio al gruppo misto. “Ho deciso di
uscire dalla Lega per ragioni politiche, in dissenso con un gruppo che non sento
più mio e nel quale sento di non essere più utile – ha detto Sasso, aggiungendo
“Si preannuncia una svolta nella visione politica della Lega e io non la
condivido“.
Ancora più duro nei confronti del suo ormai ex partito è stato Edoardo Ziello.
Sulla scia dell’emendamento al decreto sugli aiuti Ucraina, proposto da Sasso e
Ziello, che chiede lo stop all’invio di armi a Kiev, ha detto: “Il capogruppo
della Lega, Molinari, ha dichiarato che il mio emendamento al dl Ucraina, volto
ad interrompere gli invii di forniture militari a favore dell’esercito di
Zelensky, non rappresenta in alcun modo la linea del partito – dice – Interpreto
la politica come azione e servizio da garantire in una cornice di coerenza e
verità. Binomio che non vedo più presente nella Lega Salvini Premier”.
Resta invece nella Lega Domenico Furgiuele, il cui nome era circolato nei giorni
scorsi sulla stampa nazionale e giudicato vicino alle posizioni di Sasso e
Ziello. Dura la nota, pubblicata a mezzo social, del parlamentare che ha
definito “illazioni giornalistiche” le voci che prevedevano una sua fuoriuscita
dal partito, che, specifica, “viene prima di tutto”.
L'articolo Sasso e Ziello lasciano la Lega per unirsi a Vannacci. Ziello:
“Azione e coerenza: un binomio che non vedo più nella Lega” proviene da Il Fatto
Quotidiano.