L’aviazione israeliana ha colpito e fatto esplodere il ponte di Al-Qasmiya sul
fiume Litani, nel Libano meridionale, poche ore dopo aver annunciato
l’intenzione di bombardare il valico. L’esercito ha dichiarato che avrebbe
colpito il ponte per impedire a Hezbollah di trasferire militanti e armi nel
Libano meridionale.
L'articolo Israele fa saltare in aria il ponte Qamiya sul fiume Litani nel
Libano meridionale: il video dell’esplosione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le persone sono scappate dalle loro case in pigiama, hanno dormito sul
pavimento per giorni. La situazione è molto grave“. Mayassa è un’operatrice di
Oxfam e in questo momento si trova nel rifugio di Magdousheh, nel sud del
Libano, che ospita 200 sfollati interni. Qui lavora con l’organizzazione per
rispondere ai bisogni di base delle famiglie rimaste senza casa per sfuggire ai
bombardamenti di Tel Aviv, ripresi il 2 marzo dopo l’attacco congiunto
Usa-Israele all’Iran. Raid a cui si è aggiunta l’invasione di terra, avviata da
Israele il 16 marzo. Finora sono state uccise oltre mille persone, tra le quali
più di cento con meno di 18 anni. Altre 2500 sono rimaste ferite. Gli attacchi
hanno colpito palazzi e appartamenti di aree residenziali densamente popolate.
Nessuna zona quindi è sicura. In questo contesto il numero di sfollati continua
ad aumentare: sono già oltre 1 milione, ossia il 19% della popolazione.
Alle famiglie del rifugio di Magdousheh, racconta l’operatrice in questa
testimonianza video, “Oxfam distribuisce kit per l’igiene mestruale, biancheria
da letto e bottiglie d’acqua”. Nel sud del governatorato del Monte Libano e
nella Bekaa, fa sapere l’organizzazione, sono oltre 10mila gli sfollati che
hanno ricevuto assistenza con acqua pulita, coperte e kit igienico sanitari. Di
giorno in giorno, gli ordini di sfollamento di Tel Aviv coprono aree sempre più
estese. Nelle ultime settimane, per citare un caso, tutti i residenti a sud del
fiume Zahrany sono stati avvertiti di evacuare, mentre in precedenza l’area
interessata era quella a sud del fiume Litani. Secondo Oxfam, sommando anche gli
ordini per i residenti dei sobborghi meridionali di Beirut e di diverse località
della regione della Bekaa, oltre un ottavo del Paese è sotto minaccia di
sfollamento.
“Il rischio – avverte Paolo Pezzati, portavoce per le emergenze umanitarie di
Oxfam Italia – è che le conseguenze umanitarie dell’escalation si estendano ben
oltre i confini libanesi, a causa dell’inerzia della comunità internazionale. I
primi a farne le spese saranno 60 milioni di persone che già oggi dipendono
dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Questa nuova escalation sta già mettendo
sotto pressione il sistema di risposta che potrebbe arenarsi, a causa
dell’aumento dei prezzi carburante, delle difficoltà di reperimento di beni e
degli innumerevoli impedimenti fisici e burocratici. Al più presto dovremmo
mettere in campo tutto quanto necessario per evitare un vero collasso sanitario
e socio-economico”.
LA CAMPAGNA – Da anni Oxfam lavora proprio per garantire acqua potabile alle
popolazioni che vivono gravi crisi umanitarie. Per questo in occasione della
Giornata Mondiale dell’acqua, che ricorre il 22 marzo, Fondazione Il Fatto
Quotidiano ha deciso di essere al fianco di Oxfam Italia lanciando la campagna
“Acqua che salva la vita”, che dal 18 al 26 marzo sosterrà la risposta
umanitaria portata avanti dall’organizzazione a Gaza, in Cisgiordania e in
Libano (DONA ORA). In queste tre aree Oxfam infatti lavora da anni e sta
intensificando i propri sforzi per garantire l’accesso all’acqua pulita e a
servizi igienici adeguati a migliaia di persone, che nelle ultime settimane
stanno vivendo l’impatto dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha
aggravato ulteriormente una crisi già profondissima.
L'articolo Oxfam: “In Libano oltre un milione di sfollati, le famiglie sono
scappate in pigiama. Nei rifugi portiamo acqua pulita e kit igienici” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Beirut diventerà come Gaza? Il ministro israeliano Smotrich va preso sul serio
quando lo dice. Stiamo alzando la soglia del tollerabile“. Così Francesca
Mannocchi ospite a La Confessione di Peter Gomez, in onda sabato 21 marzo alle
20.20 su Rai 3, sull’offensiva israeliana nel sud del Libano. “Pochi giorni fa,
in piena notte – ha raccontato la giornalista – una collega inglese mi ha
inviato l’immagine di un palazzo di venti piani in un quartiere residenziale a
ovest di Beirut che veniva giù – dico una frase e poi la correggo – senza che
fosse stato mandato da Israele un ordine di evacuazione”.
L’inviata, vincitrice del David di Donatello per Lirica Ucraina, ha poi
proseguito: “Fermiamoci un secondo, perché neanche se Israele avesse mandato un
ordine di evacuazione per i residenti, dando loro modo di scappare, questo
attacco sarebbe diventato un attacco meno indiscriminato. Senza accorgercene,
stiamo alzando la soglia di quello che riteniamo tollerabile e tutto questo si
appoggia, direbbe un cuoco, su un letto di impunità”, ha concluso Mannocchi, dal
29 marzo a teatro con lo spettacolo “Crescere, la guerra” insieme a Rodrigo
D’Erasmo.
L'articolo Mannocchi a La Confessione di Gomez (Rai3): “Beirut come Gaza?
L’offensiva israeliana in Libano va presa seriamente. Stiamo alzando la soglia
del tollerabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il corrispondente irlandese del canale Russia Today, Steve Sweeney, e il suo
operatore Ali Rida sono rimasti feriti da un attacco in Libano, avvenuto a pochi
metri di distanza dal luogo in cui stavano facendo un collegamento. Il
giornalista e il suo collega, come si vede dal filmato pubblicato sui social,
erano riconoscibili come cronisti e indossavano il giubbino blu con la scritta
Press. Secondo l’agenzia di stampa russa si è trattato di un attacco
dell’esercito israeliano
L'articolo Libano, feriti il giornalista di Russia Today e il suo cameraman
durante una diretta: “Attaccati dall’esercito israeliano” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un edificio di diversi piani colpito alla base da un missile israeliano che lo
fa implodere su se stesso. Il palazzo diventa fumo, nuvole di polvere. In pochi
secondi vengono polverizzati anni di sacrifici e di vita. Le immagini sono
quelle dell’attacco di Tel Aviv nel quartiere di Bashoura, nel centro di Beirut,
alle prime luci dell’alba. Il filmato, girato dal piano stradale a poche decine
di metri dallo stabile, è stato diffuso tra gli altri da Bilal Kaafarani,
professore di chimica dell’Università Americana di Beirut. È una delle persone
che in quel palazzo ci viveva, insieme alla sua famiglia. “Ho volutamente
evitato di pubblicare contenuti sui social media per un po’ di tempo – scrive -.
Utilizzo tutte le mie piattaforme social per promuovere l’istruzione e
realizzare i sogni dei giovani. Raramente pubblico qualcosa che riguardi la
famiglia o la politica. Stamattina, Israele ha demolito l’edificio in cui ho un
appartamento. Ci sono voluti 22 anni del mio lavoro e 20 anni del lavoro di mia
moglie per poterlo acquistare. Questa follia deve finire”. In un fermo immagine
dallo stesso video, il professore evidenzia sulla facciata del palazzo quello
che presumibilmente era il suo appartamento.
> I have been deliberately silent on social media for a while. I use all my
> social media platforms to promote education & make dreams come true for young
> minds. I rarely post anything about family or politics.
> This morning, Israel demolished the building I have an apartment in. It…
> pic.twitter.com/3BHgvFHbF6
>
> — Bilal R. Kaafarani (@BilalRKaafarani) March 18, 2026
“Sono un cittadino statunitense e un chirurgo che si è preso cura delle vittime
dell’attentato alla maratona di Boston del 2013 – scrive sui social Haytham
Kaafarani, professore di Chirurgia ad Harvard (non è chiaro se parente
dell’altro utente) -. Ho pagato per 7 anni un piccolo appartamento in centro a
Beirut affinché i miei 3 figli potessero trascorrervi le estati. Oggi, Israele
ha ridotto in macerie la casa dei miei sogni, con armi americane pagate con le
mie tasse”. Oltre a quello postato da Kaafarani, è possibile vedere su internet
diversi altri video che testimoniano l’attacco da differenti punti di vista.
“Siamo stati svegliati di soprassalto intorno alle 5 di questa mattina dal
rumore dell’esplosione – riferisce ad esempio un cronista della Bbc -. Non ci
troviamo nella cosiddetta roccaforte di Hezbollah nella parte meridionale di
Beirut, ma nel centro della città, circondato da negozi e hotel, a poca distanza
da dove alloggiamo. Un edificio è ora ridotto a un cumulo di macerie. Era stato
preso di mira diverse volte nei giorni scorsi, ma stamattina è stato
completamente demolito”.
L'articolo “Israele ha distrutto casa mia, con armi americane pagate con le mie
tasse”: gli abitanti di Beirut bombardati da Tel Aviv proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In Libano ci risiamo: Hezbollah lancia razzi contro il territorio israeliano e
l’esercito di Tel Aviv bombarda, uccide (oltre 700 civili al 14 marzo), invade,
terrorizza e obbliga, attraverso “ordini di evacuazione” vaghi, generici e
intempestivi, centinaia di migliaia di persone a lasciare le loro case. Tutto
già visto tra l’8 ottobre 2023 e il 27 novembre 2024, quando 13 mesi di attacchi
israeliani in Libano in risposta ai lanci di razzi di Hezbollah contro le aree
civili del nord di Israele causarono sul lato libanese migliaia di vittime
civili.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno più volte denunciato le conseguenze
di quegli attacchi israeliani (anche col fosforo bianco) contro villaggi e
terreni agricoli, giornalisti, personale delle Nazioni Unite, istituti di
microcredito, ambulanze, strutture sanitarie e loro professionisti e volontari
nonché le esplosioni simultanee di massa di dispositivi elettronici: veri e
propri crimini di guerra.
Il cessate il fuoco del 27 novembre 2024 prevedeva il ritiro di Israele dal sud
del Libano entro 60 giorni. Questa parte dell’accordo non è stata attuata: il 18
febbraio 2025 Israele ha annunciato che avrebbe mantenuto una presenza militare
e il controllo temporaneo in cinque “punti di osservazione strategici”. Nove
giorni dopo il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che le sue forze
sarebbero “rimaste a tempo indeterminato” in una zona cuscinetto lungo il
confine. Ad agosto, il primo ministro Netanyahu ha chiaramente detto che la
“riduzione graduale” della presenza israeliana era legata al disarmo di
Hezbollah.
Nel primo anno successivo al cessate il fuoco, Israele ha condotto attacchi in
Libano quasi quotidianamente uccidendo oltre 380 persone, almeno 237 delle quali
civili, e continuando a distruggere strutture civili lungo il confine. Intere
comunità rimangono sfollate e prive di mezzi di sostentamento. Ora se ne stanno
aggiungendo altre.
In tutto questo, cosa ha fatto il governo libanese a tutela del diritto delle
vittime e delle persone sopravvissute alla verità, alla giustizia e alla
riparazione? E cosa ha fatto per pretendere che Israele rispondesse dei suoi
crimini? Amnesty International, Human Rights Watch, Legal Agenda, Reporters sans
frontières e il Sindacato dei giornalisti libanesi lo hanno chiesto al ministro
della Giustizia Adel Nassar e al vice primo ministro Tarek Mitri, che è anche a
capo del Comitato nazionale per il diritto internazionale umanitario. La
risposta, le cinque organizzazioni, se la sono data da sole rispetto alle cose
non fatte sul piano interno e internazionale.
Il governo di Beirut non ha promosso indagini rapide, approfondite, indipendenti
e imparziali sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano. Al di là
della volontà o meno di farlo, c’è un “piccolo” problema: manca una legge
nazionale che consenta di perseguire quella tipologia di crimini. Il governo
avrebbe potuto subito accettare, ai sensi dell’articolo 12.3 dello Statuto di
Roma, la giurisdizione della Corte penale internazionale affinché avviasse
indagini su crimini di sua competenza commessi nel territorio libanese a partire
almeno dall’8 ottobre 2023.
Il governo avrebbe potuto registrare tutte le uccisioni, i ferimenti e gli altri
danni contro la popolazione civile e invitare il relatore speciale delle Nazioni
Unite sulla promozione della verità, della giustizia, della riparazione e della
garanzia di non ripetizione a visitare il Libano e a raccomandare le necessarie
misure da intraprendere a tutte le parti in conflitto.
Queste cose non sono state fatte ma, sottolineano le cinque organizzazioni per i
diritti umani, possono ancora e devono essere fatte. A maggior ragione dopo
quanto successo nelle ultime settimane. È tardi ma non è ancora troppo tardi.
Rischia però di esserlo, alimentando ancora di più la sfiducia della popolazione
libanese nei confronti delle proprie autorità (oltre che, naturalmente, di
Hezbollah).
L'articolo Libano, l’indifferenza del governo per le vittime degli attacchi
israeliani proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Colpire infrastrutture civili e attività mediche è contro il diritto
internazionale”. Così Emmanuel Massart, dottore di Medici Senza Frontiere di
stanza in Libano, intervistato dall’ANSA, ha parlato della difficile situazione
umanitaria in Libano, ormai martoriato dai bombardamenti. “Ci sono oltre 700mila
sfollati – ha spiegato Massart – Di cui solo 122mila nei rifugi di accoglienza”.
La maggior parte, racconta, vive in situazioni ancora più precarie, spesso in
strada o in macchina. Nei rifugi la situazione non è comunque migliore: “Manca
il cibo, mancano beni di prima necessità e per l’igiene personale. Due giorni fa
ho visitato un rifugio con 800 persone, c’erano 8 bagni, quindi un bagno ogni
100 persone”.
L'articolo Raid sul Libano, l’allarme di Medici Senza Frontiere: “Oltre 700mila
sfollati, nei rifugi un bagno ogni 100 persone” – Video proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“È frustrante sapere che ogni volta ricostruiamo la nostra vita e, poco dopo,
Israele ci attacca e la distrugge. Siamo esausti», racconta Maya Ayache,
volontaria per le famiglie sfollate di Beirut, in una videotestimonianza mandata
al Fattoquotidiano.it. Il Libano, martoriato dai bombardamenti da più di dieci
giorni, vede ormai oltre di 800mila sfollati, circa 1500 feriti e oltre 600
morti. “La maggior parte delle vittime sono civili”, spiega Majdi Majzoub,
rifugiato palestinese del campo profughi di Chatila, nella capitale libanese. La
vita quotidiana dei cittadini è stata stravolta, i negozi sono chiusi, il
meridione sfollato e “temiamo un’occupazione permanente, è difficile immaginare
un futuro ora”, continua Ayache.
Le colonne di fumo si alternano ai profili dei grattacieli di Beirut, dove torna
ad aleggiare il fantasma della guerra dopo meno di due anni dagli ultimi
bombardamenti di Tel Aviv. Le evacuazioni e gli attacchi israeliani sono diretti
principalmente contro il sud del paese e i quartieri meridionali di Beirut, noti
per ospitare Hezbollah anche se in quelle zone vivono
milioni di persone civili che con la resistenza armata o le milizie sciite non
hanno nulla a che fare.
Sembrano un ricordo lontano le strade illuminate a festa di Gemmayzeh, una delle
strade principali di Beirut, o i ristoranti di Hamra, il quartiere di sinistra
della capitale. Non suonano più le casse dei club, schierati sul lungomare nei
pressi del porto, ancora fermo dopo l’esplosione del 2020. “Non riceviamo aiuti
umanitari dal nostro governo, siamo noi, persone comuni, a prenderci la
responsabilità di aiutare le famiglie sfollate fornendo coperte, materassi, cibo
e qualsiasi cosa serva”, spiega la volontaria. In pochissimi giorni le comunità
si sono organizzate insieme alle ong locali e alle associazioni, come Nation
Station, mettendo su punti di distribuzione e primo soccorso. Nel frattempo gli
Stati Uniti hanno consumato una rottura con l’esercito libanese, reo di non aver
voluto prendere le armi in una guerra civile contro Hezbollah, mentre i
bombardamenti a tappeto di Israele continuano a colpire senza preavviso aree
residenziali e auto – anche nella capitale, fuori
dalle zone d’influenza del gruppo armato – il sud e l’est del paese.
“La mia vita è stravolta ma non è paragonabile a quello che stanno passando le
persone che hanno perso le loro case, o che non sanno se potranno mai tornare ai
loro villaggi, o che hanno visto bruciare i loro ulivi e i loro campi. Questa
carneficina deve finire”, conclude Ayache.
di Annaflavia Merluzzi e Paolo Martino
L'articolo “Ogni volta ricostruiamo e Israele distrugge, siamo esausti. Ora
temiamo occupazione permanente”: le voci delle famiglie di Beirut proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Paura, rabbia e desolazione tra le famiglie cristiane del sud del Libano,
cacciate via dalle bombe di Tel Aviv e abbandonate a se stesse. Il loro peccato:
restare nella propria terra, disobbedendo l'”avviso di evacuazione di Israele
(Stato terzo, senza giurisdizione su di loro). “Non importa se sei cristiano o
musulmano, ci ammazzano lo stesso”, è l’amara costatazione di un residente,
Raimond Baradai, che non vuole lasciare la propria casa. “Il 90% dei cristiani è
già andato via a causa delle guerre, che non sono iniziate con Hezbollah, ma nel
1948, cioè dalla nascita dello Stato Israele”, dice il 52enne.
Baradi conosceva anche il sacerdote maronita Pierre El-Raii, ucciso a Qlayaa,
durante un doppio raid israeliano, mentre soccorreva un parrocchiano. Anche lui,
parroco di San Giorgio, cappellano regionale della Caritas, era contrario ad
andarsene. “Noi non lasceremo mai il nostro villaggio”, ma “resteremo fino alla
morte”, diceva El-Raii. I suoi funerali si sono tenuti mercoledì, nella sua
Qlayaa, decimata dal dolore e dalle partenze. “Non vogliamo abbandonarlo. È il
nostro parroco”, riferiscono le famiglie presenti, che ricordano la sua
vicinanza a tutti. “In arabo El Raii significa ‘il pastore‘. Padre Pierre è
stato un vero pastore, che è rimasto accanto al suo popolo”, ha detto papa Leone
XIV durante l’Udienza generale, sottolineando la propria vicinanza a “tutto il
popolo libanese”.
Fonti locali riferiscono che dopo la sua uccisione “nessuno si sente più al
sicuro”, poiché le azioni di Tel Aviv sono “sempre più ostili” nei confronti
della minoranza cristiana, che nel Libano meridionale conta circa 9mila persone.
Per molti non è più praticabile la scelta di “rimanere” e “resistere”. Occorre
invece “prevenire tutto quello che può mettere in pericolo il villaggio”,
afferma a Fides Toni Elias, sacerdote di Rmeish.
A tale riguardo il villaggio di Alma al Chaab, interamente abitato da cristiani,
è stato evacuato sotto la scorta dei soldati dell’Unfil. Erano circa ottanta,
ora il villaggio è vuoto. “L’esodo rischia di riprodursi a catena”, spiega a
Ilfatto.it un’operatrice pastorale di Qlayaa, che ha chiesto l’anonimato: “In
molti pensano di andarsene e sembra sia questa la volontà delle autorità
israeliane: un Libano senza cristiani“. Secondo fonti governative di Beirut
l’offensiva israeliana ha provocato oltre 600mila sfollati e più di un migliaio
di vittime.
Dal ministro degli Esteri libanese, Youssef Raggi, è giunta anche una richiesta
di mediazione alla Santa Sede: “Per contribuire a preservare la presenza
cristiana in quei villaggi”. Raggi, che ha sostenuto un colloquio telefonico con
il segretario per i rapporti con gli Stati, Paul Richard Gallagher, ribadisce
che i cristiani in Libano non sono un target – e nulla c’entrano con Hezbollah –
in quanto “hanno sempre sostenuto lo Stato libanese” e “non sono mai venuti meno
a questo impegno”.
Già in passato il presidente del Libano, Joseph Aoun, alla presenza del
Pontefice, ha detto: “Se i cristiani in Libano dovessero scomparire, il delicato
equilibrio crollerebbe, insieme alla giustizia”. Equilibrio precario, in un
Paese multireligioso in cui i cristiani rappresentano circa il 37% della
popolazione (divisi tra cattolici maroniti, greci, greci ortodossi e altre
denominazioni) mentre i musulmani sono il 55,3% della popolazione (il 34% è
sciita e il 21,3% sunnita).
A sua volta monsignor Gallagher ha risposto che la Santa Sede “sta prendendo
tutti i contatti necessari per fermare l’escalation in Libano”, che insieme alla
Turchia è stata meta del primo viaggio apostolico di Leone XIV nel 2025. Non
risulta alcuna posizione ufficiale di Tel Aviv sull’accaduto: né per la morte di
El Raii, né per rassicurare i cristiani e gli abitanti della regione. Risuona
invece l’ordine di “partire” e lasciare tutto.
Neppure gli Stati Uniti si esprimono sulla sorte dei cristiani nella regione,
che più volte hanno detto di tutelare. C’è semmai una strana contraddizione là
dove, in ore di bombardamenti, morte ed evacuazione, il segretario della Guerra,
Pete Hegseth, cita le Scritture (Salmo 144), per ribadire che Dio è dalla sua
parte: “Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla
guerra e le mie dita alla battaglia”. Cortocircuito Maga, che contrappone
l’umanità a sé stessa, al limite della blasfemia.
L'articolo Libano, le famiglie cristiane cacciate dalle bombe israeliane: “Non
importa se siamo cattolici o musulmani, ci ammazzano lo stesso” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il basco marrone sulla testa, colore della terra promessa punteggiata dagli
olivi simbolo della Brigata. Per questa terra, fin dalla Guerra d’Indipendenza
israeliana, la Golani ha versato il proprio sangue. Oggi continua a difenderla
e, soprattutto, a conquistarla a scapito delle popolazioni arabe che la abitano.
L’ordine del suo trasferimento dal Comando Sud, dove ha partecipato
all’invasione della Striscia di Gaza, a quello Nord, nel contesto della nuova
operazione nel Libano meridionale, lascia pensare a un nuovo piano
d’occupazione. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: combattere e
sconfiggere le milizie di Hezbollah. Il progetto è quello di occupare sempre più
terreno per creare una fascia di sicurezza e portare avanti la volontà del
governo di Benjamin Netanyahu di realizzare il sogno di una Grande Israele.
Il marrone, si diceva, come il colore della terra alla quale il movimento
sionista, prima, e lo Stato d’Israele, poi, hanno dedicato oltre un secolo di
guerre e violenze: “Ogni angolo del Paese è bagnato dal sangue dei soldati della
Brigata Golani. Questa è la filosofia della brigata, essere ovunque ci sia
bisogno dei soldati Golani, per decidere la battaglia, per portare la vittoria,
per dare vita allo Stato di Israele”, disse nel 1989 Yitzhak Rabin, allora
ministro della Difesa, in un discorso in memoria dei soldati caduti. Parole,
oggi, ancora attuali. Allora il nemico erano le fazioni palestinesi che
sfidarono lo ‘Stato ebraico’ nella Prima Intifada, quelli a cui proprio il
futuro premier, generalmente ricordato come un esponente ‘moderato’ del
sionismo, ordinò di “spaccare le ossa“. Oggi il nemico sta oltre confine, in
quell’Asse della Resistenza fiaccato dall’assedio su Gaza, dagli attacchi
massicci contro il Partito di Dio libanese e dal rovesciamento del regime di
Bashar al-Assad in Siria. Un nemico più debole al quale le Forze di Difesa
Israeliane vogliono infliggere il colpo di grazia. Come nella Striscia, dove i
soldati di fanteria della Golani sono accusati di aver aperto il fuoco anche
contro dei mezzi di soccorso, uccidendo 15 paramedici palestinesi.
In questo contesto, lo spostamento a Nord preoccupa per una possibile nuova
occupazione del Sud del Libano. Basta guardare alla storia del gruppo per capire
che quando si muove la Golani l’obiettivo è quello di conquistare nuovi
territori. Fu così nel corso dell’operazione Vulcano del 1951 e nell’offensiva
su Rafah durante la Crisi di Suez, nel 1956. Oppure nell’assalto a Nablus, nella
Guerra dei sei giorni, o nella sanguinosa riconquista del monte Hermon, “gli
occhi della nazione”, per la quale la Brigata sacrificò molti dei suoi uomini
prima di issare la propria bandiera sulla cima.
Ma se c’è una guerra che più di altre ha esaltato le imprese della Golani, è
propria quella, in più stagioni, del Libano. Le prime incursioni della fanteria
risalgono agli Anni 70, ma con la Prima Guerra del Libano i soldati della
Brigata si distinsero nella conquista di avamposti e villaggi, fino a
partecipare all’assedio di Beirut. In Libano torneranno poi nel corso della
guerra del 2006, per poi diventare protagonisti nelle varie campagne di Gaza, da
Piombo Fuso a Margine di Protezione, fino all’ultima invasione del 2023.
Oggi, i soldati tornano sul fronte Nord, pronti a posare di nuovo gli scarponi
nelle terre del vicino. Perché, in fondo, di quella terra marrone come i loro
baschi rivendicano il possesso. A costo di ottenerlo col sangue e con le armi.
L'articolo Israele sposta la Brigata Golani da Gaza al Comando Nord: i ‘baschi
marroni’ pronti a entrare nel Sud del Libano proviene da Il Fatto Quotidiano.