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Il primo sondaggio su Futuro Nazionale: è oltre il 4%, Vannacci ruba più voti a FdI che alla Lega
Non sarà indolore per il centrodestra la scissione di Roberto Vannacci dalla Lega. La lista Futuro Nazionale del generale e ormai ex vicesegretario del Carroccio, stando a un sondaggio di YouTrend per Sky TG24, è destinata a dragare voti principalmente alla coalizione. E, sorpresa, ne toglierà più a Fratelli d’Italia che al partito guidato da Matteo Salvini pescando in seconda battuta anche da indecisi e astenuti. Risultato finale? La prima rilevazione realizzata per il canale all news colloca Futuro Nazionale al 4,2%, risultando poco al di sopra della soglia di sbarramento nazionale anche in caso di aumento dal 3% al 4%. IL SONDAGGIO SU FUTURO NAZIONALE: DOVE PRENDE I VOTI Stando alle intenzioni di voto, Vannacci eroderebbe consensi soprattutto a destra: Fratelli d’Italia perderebbe l’1,1% e la Lega lo 0,9%, mentre sarebbe contenuto l’impatto su Forza Italia (-0,2%). L’analisi dei flussi elettorali chiarisce la natura della nuova lista: poco meno della metà degli elettori della lista Vannacci proviene dall’area della destra parlamentare, ma una quota rilevante arriva da formazioni minori, dall’area sovranista extraparlamentare comprese Italia Sovrana e Popolare di Marco Rizzo e Alternativa Popolare di Stefano Bandecchi. Solo il 13,5% dei voti di Futuro Nazionale sarebbe invece frutto del ritorno alle urne di astenuti e indecisi. “Nel complesso, i dati suggeriscono – sostiene YouTrend – che in questa prima fase la lista di Vannacci potrebbe emergere più come fattore di redistribuzione interna all’area di destra e come canale di mobilitazione di elettori periferici o disallineati”. LA FIDUCIA IN VANNACCI AL 14% Per quanto riguarda la fiducia personale nell’europarlamentare, al momento si ferma al 14% tra chi lo conosce. Mentre ben il 53% non ripone fiducia nel nuovo leader di Futuro Nazionale. Il giudizio è ovviamente particolarmente polarizzato: “Giudizi relativamente più positivi tra gli elettori di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, e livelli di sfiducia quasi totali tra gli elettori di Pd e Alleanza Verdi-Sinistra”, sentenzia YouTrend. Una quota rilevante di elettori di centrodestra sospende invece il giudizio, rifugiandosi nel “non so”: una posizione che accomuna il 48% degli elettori leghisti prende questa posizione. L'articolo Il primo sondaggio su Futuro Nazionale: è oltre il 4%, Vannacci ruba più voti a FdI che alla Lega proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, il sondaggio: Sì al 53%, No al 47%. Ma per il 51% la riforma Nordio “non migliorerà la giustizia”
Il Sì in vantaggio di sei punti sul No, con un quarto dell’elettorato ancora indeciso su cosa votare o direttamente se recarsi o meno alle urne. Dopo il “pareggio tecnico” stimato da Ixé, un altro sondaggio dà la partita del referendum sulla riforma Nordio ancora molto aperta a cinquanta giorni dal voto del 22 e 23 marzo. Secondo una rilevazione dell’istituto Demopolis, condotta dal 28 al 30 gennaio su un campione di duemila intervistati, il 39% degli italiani è orientato a confermare la modifica costituzionale approvata dalle Camere, il 35% a bocciarla, mentre un 26% non ha ancora preso posizione e/o non sa se andrà a votare. Scorporando questa quota e considerando solo chi si è espresso, il Sì è stimato al 53%, il No al 47%. Un distacco molto inferiore alla media di quelli stimati dai sondaggi delle ultime settimane, che in alcuni casi superavano ampiamente i dieci punti. La tendenza all’aumento dei contrari, d’altra parte, emerge anche dalla media bisettimanale delle rilevazioni curata dall’istituto Bidimedia sondaggi: tra il 15 e il 19 gennaio il No ha recuperato 1,8 punti sul Sì, attestandosi al 43,7% contro il 56,3% (media tra il 50,1% di Ixé e il 62,8% stimato da Lab21 per Affaritaliani). La campagna referendaria, però, ha ancora margini enormi per orientare gli elettori: sondaggio Demopolis emerge che solo un terzo degli italiani (il 34%) afferma di conoscere i principali contenuti della riforma approvata dalle Camere, il 21% “solo genericamente”, mentre il 45% non li conosce affatto. Già adesso, però, la maggioranza degli intervistati è convinta che la riforma “non migliorerà il funzionamento complessivo del sistema giudiziario in Italia”: risponde così il 51%, contro un 35% secondo cui invece avrà un effetto positivo e un 14% che non si esprime in merito. Iscriviti a “Preferirei di No”, la newsletter settimanale gratuita del Fatto Quotidiano sui temi del referendum L'articolo Referendum, il sondaggio: Sì al 53%, No al 47%. Ma per il 51% la riforma Nordio “non migliorerà la giustizia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carlo Nordio
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Referendum Giustizia
Sondaggi, chi vincerebbe se ci fosse l’elezione diretta del capo del governo? Le sfide tra Meloni, Conte e Schlein
Il premierato è al momento parcheggiato in qualche garage del Parlamento. Ma se davvero un giorno il centrodestra portasse la riforma ad approvazione definitiva, con i consensi di oggi, Giuseppe Conte potrebbe dare del filo da torcere alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, molto di più di quanto potrebbe fare Elly Schlein. Secondo un sondaggio Emg in un eventuale duello testa a testa la premier e il leader del M5s sarebbero separati da circa 3 punti percentuali, che in rilevazioni di questo tipo sono quasi nulla. Meloni vincerebbe con distacco, invece, se la sua diretta rivale fosse la segretaria del Pd. Come ha spiegato lo stesso Fabrizio Masia si tratta di poco più di un “gioco” perché attualmente il sistema elettorale è del tutto diverso e in più si dovrebbe avere una sfida diretta tra due leader, circostanza che nell’attuale scenario politico non esiste. Però i dati confermano l’autorevolezza e la fiducia di cui Conte, nonostante le percentuali del M5s un po’ inchiodate intorno al 13 per cento, gode nell’opinione pubblica. ‹ › 1 / 4 SONDAGGI EMG ‹ › 2 / 4 SONDAGGI EMG ‹ › 3 / 4 SONDAGGI EMG ‹ › 4 / 4 SONDAGGI EMG Conte è in testa alla classifica di gradimento anche tra le varie figure che possono ambire a una leadership nel centrosinistra. Attenzione, però: il campione è complessivo, cioè ad esprimere una preferenza sono stati anche gli intervistati che rappresentano un sicuro elettorato di centrodestra. Ad ogni modo Conte è in vantaggio su Schlein e al terzo posto spunta la sindaca di Genova Silvia Salis. Pochi giorni fa un sondaggio condotto da YouTrend simile nella domanda ma ristretto agli elettori del cosiddetto campo largo aveva dato come risultato il primato – di poco – di Schlein davanti a Conte e Salis: tutti sarebbero racchiusi in soli 3 punti percentuali. Quanto agli schieramenti secondo Emg il centrodestra sarebbe in vantaggio di poco meno di 3 punti, quindi la sfida sarebbe tutta da giocare. L’affluenza, se si votasse oggi, sarebbe in calo rispetto alle ultime Politiche: l’istituto di Masia la stima intorno al 55 per cento. Tra i temi prioritari degli elettori, come accade spesso, primeggiano la sanità, il lavoro, le tasse e l’aumento dei salari. L'articolo Sondaggi, chi vincerebbe se ci fosse l’elezione diretta del capo del governo? Le sfide tra Meloni, Conte e Schlein proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giuseppe Conte
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Sondaggi Elettorali
Referendum, i sondaggi confermano: il vantaggio del Sì ridotto a circa sei punti. E gli indecisi sono ancora il 40%
Un altro sondaggio incoraggia il fronte dei contrari alla riforma Nordio. Una rilevazione di YouTrend per SkyTg24, pubblicata martedì 10 dicembre, conferma che in vista del referendum di primavera la distanza tra il Sì e il No si è ridotta a circa sei punti: attualmente il 53% di chi ha già deciso il proprio orientamento voterebbe per confermare la modifica costituzionale voluta dal ministro della Giustizia, il 47% per bocciarla. Il sondaggio non fornisce il dato degli indecisi, ma stima un’affluenza alle urne pari al 56% (i referendum costituzionali, ricordiamo, non prevedono il quorum del 50% +1). Il commento sottolinea che il vantaggio del Sì è in calo rispetto al 56% contro 44% stimato a inizio novembre, ma “i dati restano ancora molto fluidi“. Gli elettori di centrodestra sono compatti per il Sì, che registra il 96% delle intenzioni di voto, mentre nel centrosinistra la prevalenza del No è di 87% contro un 13% di Sì: particolarmente spaccato l’elettorato centrista, al 43% per il Sì e al 57% per il No, con un 41% ancora indeciso sull’andare a votare o meno. In Parlamento Azione di Carlo Calenda ha votato favorevolmente alla riforma, mentre Italia viva di Matteo Renzi si è schierata contro. Già a fine novembre un sondaggio di Ixé aveva restituito una forbice simile tra il Sì e il No, con i favorevoli alla riforma stimati al 53,2% e i contrari al 46,8% (con un 41% di indecisi). Martedì 9 dicembre sul tema è stata pubblicata un’altra rilevazione dell’istituto Emg, che dà il Sì al 47,3% e il No al 29, con un 23,7% di indecisi e l’affluenza stimata al 47%. Del 4 dicembre invece il sondaggio di Eumetra per Piazzapulita su La7, che stima il 27,4% di Sì, il 21,8% di No e il 10% di astenuti, col 40,2% degli elettori ancora indecisi. In ogni caso, la distanza si è ridotta rispetto alle rilevazioni pubblicate nei giorni precedenti da altri istituti: per Swg, ad esempio, i favorevoli alla riforma sono il 46%, i contrari il 28 e gli indecisi il 26, per Ipsos rispettivamente il 31, il 24 e il 45. L'articolo Referendum, i sondaggi confermano: il vantaggio del Sì ridotto a circa sei punti. E gli indecisi sono ancora il 40% proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carlo Nordio
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Sondaggi, sorprese dai dati YouTrend: il campo progressista sorpassa la destra. E Verdi-Sinistra supera (di poco) Fi
E’ presto, molto presto, per dire che qualcosa è cambiato: la strada verso le elezioni politiche è ancora molto lunga, il consenso personale per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è sempre alto e ha un effetto trainante per la coalizione. Eppure l’ultimo sondaggio di YouTrend per SkyTg24 lascia intravedere una situazione quasi inedita dal 2022, anno del trionfo elettorale del centrodestra: al momento, se ci limitiamo all’aritmetica, il “campo progressista” sarebbe in vantaggio sull’alleanza di governo, anche con un margine di sicurezza rispettabile (quasi il 4 per cento). La premessa che funziona da clausola imprescindibile è che una cosa è la somma delle percentuali dei diversi partiti e una cosa la corsa elettorale con le sue regole e i suoi meccanismi che non sempre rispecchiano le proporzioni. Ma è una tendenza che, per così dire, “parla” anche perché si incrocia con il gradimento per il governo Meloni che ha un progressivo degradamento. ‹ › 1 / 2 GIUDIZIO GOVERNO ‹ › 2 / 2 PARTITI Fratelli d’Italia resta saldamente il primo partito ma secondo YouTrend i punti di distacco rispetto al secondo, il Pd, si riducono a poco meno di 6, parecchi ma non incolmabili. Questo avvicinamento è il frutto dell’andamento dei due partiti nel corso dell’ultimo mese: quello della premier ha perso lo 0,7 per cento, quello guidato da Elly Schlein ne ha guadagnato uno intero. La terza forza è il M5s, sostanzialmente stabile. Perdono terreno gli inseguitori che fino a qui sono stati Lega e Forza Italia. Il Carroccio è ancora quarto, ma registra mezzo punto di flessione che lo fa atterrare sotto la soglia dell’8 per cento. La sorpresa è il sorpasso di Alleanza Verdi-Sinistra su Forza Italia: il margine è dello 0,1 (che in sondaggi come questi vale niente) ma il trend resta significativo se confermato nelle prossime rilevazioni. La sfida tra i piccoli è vinta da Azione, poco sotto al 4. Seguono poi +Europa (che per YouTrend punta addirittura al 3), Italia Viva (intorno al 2), Noi Moderati di Maurizio Lupi (che arranca come sempre dalle parti dell’1 per cento). La somma dei 4 partiti del centrodestra fa 44 per cento. Quella delle forze politiche che sembrano orientate a coalizzarsi nel centrosinistra sfiora il 48. Da questi calcoli è esclusa Azione per il motivo che il leader Carlo Calenda esclude qualsiasi alleanza. L'articolo Sondaggi, sorprese dai dati YouTrend: il campo progressista sorpassa la destra. E Verdi-Sinistra supera (di poco) Fi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Governo Meloni
Sondaggi
Sondaggi Elettorali
Gli italiani e il ritorno della leva: la giungla dei sondaggi e i titoli “furbi” che parlano di maggioranza a favore del servizio militare (a dispetto dei dati)
Un sondaggio, una tendenza che non emerge netta, un titolo che ne dà una lettura univoca, l’articolo che inizia dicendo l’esatto contrario. E’ quello realizzato da Izi Spa sul servizio militare presentato il 5 dicembre durante l’Aria che tira, su La7. Lo stesso giorno La Stampa lo riprende con un articolo sul proprio sito web su quale campeggia questo titolo: “Un italiano su due vuole la leva obbligatoria. E il 65% la chiede anche per le donne“. Tutto chiaro, sembrerebbe. Invece no, perché andando a guardare i dati le cose non stanno esattamente così. Secondo l’istituto che ha condotto la rilevazione gli italiani favorevoli sono il 47%, quindi meno di uno su due come riferisce il quotidiano torinese. Tanto che l’inizio dell’articolo racconta il contrario di quello che dice il titolo: “La maggioranza degli italiani resta contraria alla proposta di reintroduzione della leva militare obbligatoria”. Se poi si va a guardare un po’ più in profondità nei dati emerge un’altra contraddizione e si scopre che la realtà è molto più variegata perché, prosegue il pezzo, “il servizio di leva per un periodo di 12 mesi convince il 26,2% di coloro che sono a favore” (in realtà, a guardare il grafico, sarebbe il 26,2% del totale, ndr). Ma tant’è, il titolo comanda, è quello che colpisce la volatile attenzione che il lettore riesce a garantire a un articolo sul web, è ciò che resta impresso nella sua memoria e che sul medio-lungo periodo crea narrazioni capaci di plasmare il sentire dell’opinione pubblica. Ma qual è la composizione del campione di italiani che hanno risposto al sondaggio? Quanti sono? Che età hanno? Come è stata condotta la rilevazione? Non è dato sapere, perché La Stampa non pubblica la nota metodologica, obbligatoria per legge, che descrive i criteri usati per effettuarla. Inutile cercarla anche sul sito di Izi Spa. In soccorso del lettore curioso ma disorientato arriva Orizzontescuola.it, che riprende il sondaggio aggiungendo un particolare: “La rilevazione è stata condotta su un campione rappresentativo di 800 cittadini italiani“. E dà una lettura diametralmente opposta dei dati, titolando: “Il 53% degli italiani contrario alla reintroduzione della leva militare obbligatoria”. A dimostrazione della duttilità dello strumento, che per natura si presta a essere adattato e piegato a una molteplicità di narrazioni. Eppure conoscere la composizione del campione sarebbe importante per leggere in maniera corretta i risultati: con l’età media della popolazione che secondo l’Istat è di 46,8 anni sarebbe interessante capire chi ha risposto alle domande. Quanti anni hanno coloro che si sono detti favorevoli alla leva militare? Sono i 50-60-70enni di oggi che ricordano con tenerezza il periodo fatato della loro gioventù e che una caserma nei panni di commilitoni non la rivedranno mai mai? O sono i più giovani, che sarebbero direttamente interessati dalla riforma? Non è dato sapere. Lo stesso 5 dicembre anche il Sole24Ore ha pubblicato un articolo sul tema. Titolo: “Sondaggio: la maggioranza degli italiani è favorevole alla leva obbligatoria“. La rilevazione è sviluppata, riferisce il quotidiano milanese, “attraverso interviste telefoniche a mille persone, effettuate dal 3 al 6 novembre”. In questo caso, si penserà, le note metodologiche sono a malapena accennate ma almeno ci dicono di quante persone è composto il campione. Invece procedendo con la lettura la questione si fa più nebulosa: “Domanda – prosegue l’articolo -: (…) ‘Il servizio militare obbligatorio dava un senso civico e della nazione ai cittadini che oggi non c’è più’. Su cento risposte, in 28 hanno risposto “molto”; in 34 “abbastanza”. Non sono “per nulla” d’accordo in 19, mentre 14 sono “poco d’accordo”. Perché “cento risposte”? I sondaggiati non erano mille? Ci si intendeva probabilmente riferire ai valori percentuali, ma allora perché non utilizzare il simbolo “%” in modo da non generare dubbi nel lettore? La confusione aumenta con il passare delle righe: “Lei è d’accordo o non d’accordo per ripristinare una leva obbligatoria di tipo protezione civile, in Italia, con solo una piccola quota volontaria di giovani che fa il servizio armato?”, è la domanda. “Su cento risposte, si sono detti d’accordo in 59 (24 ‘molto’ e 35 ‘abbastanza’)”. Se ne evince che il servizio al quale i 59 italiani sarebbero favorevoli sarebbe di protezione civile, quando l’espressione “leva obbligatoria” nel titolo fa pensare a un servizio militare vero e proprio. L’autore del rilevamento è un non meglio precisato “istituto di ricerca Remtene” e i suoi risultati “sono stati pubblicati il 28 novembre, nel sito della Presidenza del Consiglio dedicato a questo tipo di indagini”. Qual è questo sito? Forse si tratta di sondaggipoliticoelettorali.it dove per legge devono obbligatoriamente essere resi disponibili tutte le rilevazioni che abbiano valenza politica ed elettorale? Il Sole non lo dice. Di certo si tratta di quella stessa Presidenza del Consiglio guidata da Giorgia Meloni al cui partito Fratelli d’Italia appartiene il ministro della Difesa Guido Crosetto che non più tardi del 27 novembre – il giorno prima della pubblicazione del sondaggio – ha annunciato un ddl che prevede un servizio di leva su base volontaria: “Il documento non parlerà soltanto di numero di militari ma proprio di organizzazione e di regole”, ha specificato il ministro. E la narrazione è servita. L'articolo Gli italiani e il ritorno della leva: la giungla dei sondaggi e i titoli “furbi” che parlano di maggioranza a favore del servizio militare (a dispetto dei dati) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sondaggi, cosa cambia dopo le Regionali? Perché la sfida tra destra e campo largo diventa sempre più aperta
Le elezioni regionali avranno forse pure trasmesso qualche scossa di insicurezza alla maggioranza e in particolare a Fratelli d’Italia tanto da farli correre a mettere mano alla legge elettorale “per avere governi stabili”, eterna giustificazione quando c’è da cambiare le regole del gioco. La situazione del consenso per i vari partiti, tuttavia, resta grossomodo invariata, almeno stando al sondaggio mensile che Ipsos pubblica sul Corriere della Sera. Ci sono però diversi spunti di riflessione. Fratelli d’Italia non si smuove dal 28 per cento, secondo i dati dell’istituto diretto da Nando Pagnoncelli. Da quelle parti sì che c’è stabilità: è lo stesso valore registrato a ottobre, ancora prima a luglio e – decimale più decimale meno – è la cifra che il partito della presidente del Consiglio ha ottenuto alle Europee di oltre un anno fa. Qui si può aprire una parentesi: se il partito regge il colpo dopo 3 anni di governo, maggiori oscillazioni ce l’ha il consenso personale della premier Giorgia Meloni. A novembre, secondo Ipsos, è aumentata la percentuale di voti negativi (dal 50 al 52 per cento in un mese) e diminuita la quota di quelli positivi (dal 40 al 37 per cento nello stesso periodo). L’indice di gradimento, per Ipsos, si attesta al 42 per cento contro il 43 di luglio e il 44 di ottobre. Tornando ai partiti continua la sua altalena il Pd, seconda forza nel panorama politico, con un incremento dello 0,7 per cento che lo porta al 21,6. Sembra distante il 24 per cento delle Europee, ma è una linea di ripresa rispetto a ottobre quando i dem erano scesi sotto il 21. C’entra forse il bagno elettorale del partito alle Regionali, campo da gioco in cui tradizionalmente si trova a suo agio. Questo dà una spinta anche al consenso personale di Elly Schlein: è l’unica ad avere una variazione significativa (+2 per cento, dal 23 al 25). Al terzo posto tra le forze politiche resta stabile il M5s (13,5), il quale non pare essere penalizzato dai risultati così così ottenuti alle Regionali, sia pure con l’elezione di un esponente di spicco come l’ex presidente della Camera Roberto Fico. L’unica vera novità in questo schema un po’ ingessato accade – secondo Ipsos – a destra: la Lega mette giù l’aumento più significativo dell’ultimo mese (+0,9) e sfiora il 9 per cento mettendo in atto un sorpasso nei confronti di Forza Italia che secondo tutti gli altri istituti di sondaggio sembrava salda come seconda forza della coalizione. Al contrario per Ipsos gli azzurri pagano una flessione dell’ultimo mese dello 0,4 e si attestano all’b, a tre decimali dai leghisti. Qui si può aprire la seconda parentesi, che riguarda il consenso dell’intero governo. Anche in questo caso il gradimento è in discesa per questo mese: al 40 per cento contro il 42 di ottobre. Diminuiscono di due punti percentuali i voti positivi, salgono di un punto quelli negativi. “Non si tratta di grandi cambiamenti – sottolinea Pagnoncelli nel testo che accompagna il sondaggio sul Corriere – tuttavia questi piccoli cali potrebbero essere messi in relazione da un lato alla polemica, già richiamata, con il Quirinale (anche se per interposta persona) e dall’altro anche alla manovra finanziaria che sembra sostanzialmente orientata alla tenuta dei conti, senza benefici particolari per nessuna componente sociale”. Infine l’unica altra lista che supererebbe una ragionevole soglia di sbarramento – con o senza nuova legge elettorale – è l’Alleanza Verdi-Sinistra che resta come l’altro mese un po’ sopra il 6 per cento (6,3). Quanto valgono gli altri mini-partiti i cui leader spesso riempiono i talk show e le pagine dei giornali? Poco. Azione si ferma al 3, tra l’altro con una flessione dello 0,3 nell’ultimo mese. Italia Viva è ancora più indietro, al 2,5 (-0,1), +Europa fa fatica a superare il 2 (è all’1,6, -0,2), Noi Moderati arranca sotto l’uno per cento. Dette tutte queste cose e con la consapevolezza che la somma di questi numeri non è il reale valore degli schieramenti resta significativo vedere che il centrodestra sarebbe in vantaggio sul campo progressista (senza Azione che non ne vuole fare parte) di un solo punto percentuale: 46,4 contro 45,4. Da qui si capiscono le fregole di Palazzo Chigi per arrivare a un nuovo sistema elettorale. Resta da capire se l’assottigliamento dell’area del non voto (che comprende sia gli astenuti convinti sia gli indecisi) sia un trend solido o volatile: quello che si vede è che è al terzo ribasso dalla scorsa estate, con una flessione dei non votanti dell’1 per cento in tre mesi. Forse l’accensione di una battaglia politica che sembrava un po’ sotto sonnifero – le partite regionali, il referendum che può assumere contorni più politici – ha risvegliato qualche istinto anche nel cittadino-elettore. L'articolo Sondaggi, cosa cambia dopo le Regionali? Perché la sfida tra destra e campo largo diventa sempre più aperta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, il No guadagna terreno: è a sei punti dal Sì (col 41% di indecisi). E un elettore su quattro non sa ancora del voto
Il Sì in vantaggio sul No di poco più di sei punti percentuali, con il 41% di indecisi e il 23% dell’elettorato che addirittura non sa ancora del referendum. Sono i risultati di un sondaggio sul voto sulla riforma costituzionale della giustizia, effettuato nell’ambito dell'”Osservatorio politico nazionale” realizzato ogni settimana dall’istituto Ixé. A quattro mesi circa dalla consultazione – che si dovrebbe tenere entro fine marzo – solo il 39% degli intervistati afferma di averne sentito parlare e di “sapere di cosa si tratta“. Un altro 37,2% dice di sapere del referendum ma di “non conoscere bene i contenuti“, mentre il 23% si dichiara totalmente all’oscuro. Tra chi è a conoscenza dell’appuntamento, solo il 56,6% sa che si tratta di un referendum confermativo, per cui non è previsto il quorum. Per quanto riguarda la partecipazione al voto, il 41,1% dichiara che si recherà quasi sicuramente alle urne (tra il 91 e il 100% di probabilità), mentre un altro 18% circa afferma che lo farà molto probabilmente (tra il 71 e il 90%). Gli indecisi sono al 41%, mentre tra chi sa già cosa votare il 46,8% si dichiara orientato per il No, il 53,2% per il Sì. La distanza, insomma, si riduce rispetto alle rilevazioni pubblicate nei giorni scorsi da altri istituti: per Swg, ad esempio, i favorevoli alla riforma sono il 46%, i contrari il 28 e gli indecisi il 26, per Ipsos rispettivamente il 31, il 24 e il 45. Ancora prima, un sondaggio di OnlyNumbers dava il No in svantaggio di dieci punti (38,9 contro 28,9%) contro il 17,2% di indecisi. L'articolo Referendum, il No guadagna terreno: è a sei punti dal Sì (col 41% di indecisi). E un elettore su quattro non sa ancora del voto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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