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Attacco informatico dei filo-russi all’Università La Sapienza. Il ricatto: “72 ore per pagare o addio ai dati”
La procura di Roma aprirà un fascicolo per accesso abusivo ai sistemi informatici dopo l’attacco informatico contro i sistemi e gli archivi digitali dell’università La Sapienza di Roma. Gli inquirenti attendono un’informativa degli investigatori, mentre la Polizia postale è a caccia di indizi per ricostruire il colpo. Intanto, il sito pubblico dell’università è inaccessibile e i sistemi informatici interni sono bloccati (per garantire l’integrità e la sicurezza dei dati) paralizzando il lavoro amministrativo. Fonti qualificate attribuiscono l’intrusione a gruppi filo russi, senza specificare il nome del collettivo di cyber criminali. L’Italia è stata già nel mirino di pirati informatici riuniti sotto la sigla NoName, come ritorsione per la posizione a sostegno dell’Ucraina. L’attacco (denunciato ieri) è andato in porto grazie ad un ransomware, un programma malevolo in grado di rendere inaccessibili i dati sui computer, oscurandoli con una chiave crittografica. Se il proprietario vuole riavere i dati, deve pagare un riscatto, generalmente in criptovalute. Un’estorsione in formato digitale: così funziona il ransomware. A quanto ammonta la richiesta di denaro inoltrata alla Sapienza non si sa. La buona notizia è che l’ateneo romano aveva dei backup, copie di dati del sistema scollegate da internet: quelle sono salve e consentono ai tecnici di “bonificare” i sistemi. Tecnicamente, per riavere i dati, l’università dovrebbe aprire un link inviato dai criminali: giungerebbero ad una pagina nel dark web con la richiesta del riscatto. Da quel momento, partirebbe il conto alla rovescia di 72 ore. Alla scadenza, senza il pagamento, i dati universitari criptati dai criminali andrebbero distrutti. Intanto, gli esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sono al lavoro con i tecnici dell’università per rimettere in funzione i servizi fuori uso e implementare nuove misure di sicurezza. Secondo Gianluca Galasso, capo del servizio operazioni e gestione delle crisi cyber, servono ancora “alcuni giorni di lavoro, poi riprenderanno regolarmente tutti i servizi universitari”. Già ieri, in via precauzionale, è stato disposto l’immediato blocco dei sistemi di rete per impedire che il virus rischiasse di infettare anche le aree sane. L’attività didattica nelle aule prosegue senza intoppi, ma i disagi ci sono: impossibile prenotare gli esami, scaricare i bollettini per il pagamento delle tasse o anche solo consultare il proprio libretto universitario e verbalizzare i voti. A pagarne il prezzo potrebbero essere gli studenti con scadenze o esami imminenti. L'articolo Attacco informatico dei filo-russi all’Università La Sapienza. Il ricatto: “72 ore per pagare o addio ai dati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché considero la lectio magistralis di Panetta (Bankitalia) all’Università di Messina un’occasione persa
La stampa ha dato un certo risalto alla lezione magistrale del governatore di Bankitalia, Fabio Panetta. Il tema svolto nel discorso inaugurale all’Università di Messina era molto impegnativo, anche se piuttosto tradizionale, Investire nel futuro: giovani, innovazione e capitale umano. Nel leggere le riflessioni del Governatore ho provato però un senso di delusione. In primo luogo, perché Panetta si è limitato a evidenziare problemi ben noti, senza alcuna nuova proposta. Inoltre, ha dato una lettura abbastanza tradizionale del tema che probabilmente andrebbe un po’ aggiornata. Nella prima sezione il Governatore ha messo in evidenza che il problema numero uno per l’Italia è la bassa produttività economica che ristagna, addirittura da un quarto di secolo. Di conseguenza, dal 2000 i salari in Italia sono rimasti fermi, mentre ad esempio in Germania sono cresciuti del 21%. Il Governatore non è passato poi ad esaminare, come auspicabile, le cause di questo palese declino economico, ma si è limitato a osservare che negli ultimi anni i salari sono stati tenuti a galla dalla politica fiscale, cioè dal debito pubblico e dalla politica. Un tempo i Governatori temevano il debito pubblico come la peste, ora invece si complimentano per i suoi effetti con un cambiamento netto di opinione, anche se, ovviamente, questi effetti non possono che essere effimeri. Se è vero che l’innovazione richiede un’ampia disponibilità di capitale umano, sia pratico che teorico, le riflessioni del Governatore non hanno offerto molti spunti nuovi di analisi, né dal lato dell’offerta e nemmeno dal lato della domanda. Dal lato dell’offerta, segnalare che lo Stato italiano spende poco per la ricerca è un fatto noto e arcinoto. La circostanza nuova è che oggi il baricentro della ricerca di punta si sta spostando dal pubblico al privato. L’innovazione nei campi nevralgici dell’economia, come quello medico o informatico, è finanziata da giganteschi quasi-monopoli privati. La privatizzazione delle spese per la ricerca e sviluppo è la nuova dimensione dell’innovazione. Una privatizzazione peraltro anomala, e potremmo parlare di una privatizzazione parassitaria perché golosa di risorse pubbliche. Le grandi aziende che innovano sono pesantemente sostenute dalla finanza pubblica, in primo luogo attraverso i sussidi e i crediti d’imposta che vengono generosamente concessi. Lo Stato poi rinuncia anche agli introiti fiscali, visto che le multinazionali dell’innovazione hanno sede nei paradisi fiscali, o godono di molte scappatoie. Ma su questo processo di privatizzazione dell’innovazione sostenuta con i soldi pubblici il governatore non ha speso una parola, come se fossimo ancora negli anni Sessanta del citato premio Nobel, l’economista Theodore Shultz. Da allora il mondo dell’innovazione che spinge la crescita economica è cambiato. Se oggi l’avventura spaziale è guidata, a spese nostre, da un miliardario e non dalla Nasa, una differenza, e non in positivo, ci deve pur essere. Guardando il lato della domanda, anche il Governatore non ha potuto fare a meno di notare che il rendimento della laurea è notevolmente diminuito nei decenni. Gli economisti chiamato il reddito aggiuntivo degli studi come il “premio” dell’istruzione. Questo premio si è ridotto nel tempo per tante ragioni, ma soprattutto perché è aumentato, in proporzione, il numero dei laureati. L’aumento dell’offerta ne ha inevitabilmente fatto scendere il valore. Oggi la laurea, in generale, è condizione necessaria, ma non sufficiente per raggiungere una buona posizione economica. Sulle statistiche dei laureati, poi, bisognerebbe trovare un accordo. I laureati in Italia sono in percentuale minore semplicemente perché altri Paesi, come ad esempio Francia e Spagna, hanno disegnato dei precorsi di formazione post-diploma biennali che statisticamente rientrano nell’educazione terziaria, e quindi di tipo universitario, ma lauree in senso tradizionale non sono. E’ quello che Valditara sta malamente copiando anche da noi con scarsissimo successo. Se poi, alla fine, alcuni laureati vanno all’estero, la risposta è già data dalla stagnazione dei salari e dovrebbe essere, però, anche un motivo d’orgoglio perché vuol dire che la formazione in Italia è di buon livello. Anche le brevi conclusioni finali sono da anni Sessanta, con l’invito agli Stati di spendere di più in istruzione, e agli individui di accumulare più capitale umano. Servirà questo vago richiamo a fare di più in questo campo per rilanciare la produttività italiana, trattenere i giovani laureati e avvicinarsi alla frontiera dell’innovazione? Dal responsabile della Banca d’Italia era lecito aspettarsi qualcosa di più incalzante. Senza nuove idee e proposte audaci è difficile uscire dal circolo vizioso di scarsa innovazione e conseguente modesta produttività nel quale siamo intrappolati da decenni. Probabilmente il Governatore ha perso un’occasione per strigliare una classe politica che considera, ancora nel 2026, la spesa per l’istruzione più un costo che un’essenziale risorsa produttiva. L'articolo Perché considero la lectio magistralis di Panetta (Bankitalia) all’Università di Messina un’occasione persa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Verona, l’Università interrompe la “dinastia Nocini”. Avviata la procedura per revocare l’incarico a Riccardo, figlio dell’ex rettore
Annullamento del concorso. L’Università di Verona ha avviato la procedura che toglierebbe la poltrona di professore di otorinolaringoiatria a Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore Pier Francesco, andato in pensione una manciata di giorni prima della nomina. Una vicenda nata da un’inchiesta del Fatto Quotidiano il 6 dicembre 2025. Tutto era cominciato quando il prorettore vicario dell’università aveva firmato il bando per il concorso relativo, appunto, alla cattedra di otorinolaringoiatria. Pier Francesco Nocini, il rettore per intenderci, era ancora in carica, perché in servizio fino al 30 settembre 2025. ll bando era uscito tre giorni dopo. Così, almeno formalmente, era stata rispettata la legge Gelmini che vieta la nomina di familiari a un rettore. Un concorso impossibile da perdere: Riccardo Nocini è l’unico candidato. Non solo: vanta un record mondiale di pubblicazioni. A 33 anni ne conta 242, di cui 24 con il padre (che in quarant’anni ne cofirma 312). Una carriera fulminante, quella di Nocini jr.: nel 2023, diventa dottore di ricerca (con uno “sconto” di un anno), poi professore a contratto, infine ordinario. La tesi di dottorato conta 32 pagine, inclusi bibliografia e ringraziamenti. Presa la laurea nel 2017, l’anno dopo partecipa al concorso nazionale per la specialità ma non passa, piazzandosi al 15.004° posto su 16.046 candidati. Ritenta il test nel 2018 e vola al 474° posto. Fino al concorso. Il Fatto aveva parlato con diversi membri della Commissione chiamata ad assegnare la cattedra: “Ci siamo trovati lì a cose fatte. Con quel curriculum ed essendo l’unico candidato non potevamo discutere”, racconta Anna Rita Fetoni dell’Università Cattolica di Roma, una dei tre membri. Ma non c’era soltanto il concorso. I rapporti tra Nocini figlio e i suoi collaboratori erano a dir poco tesi. Come testimoniavano i messaggini che i cronisti avevano potuto visionare: “Da domani con me in sala non darete più nemmeno i punti di cute”, scrive Riccardo Nocini. I messaggini sono stati acquisiti dalla Procura. Suo padre, si diceva, all’Università di Verona era una potenza. Le cronache raccontano che il 7 febbraio scorso il Magnifico Rettore Nocini inaugura il suo ultimo anno accademico. Accanto a lui personaggi come Leonardo Maria Del Vecchio, Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo. Il 25 settembre, quando ormai è a un passo dalla pensione, viene invece scoperta la targa di un nuovo edificio di 4 mila metri quadri: “Edificio Biologico 3 – Palanocini”, si legge. L’inchiesta aveva fatto scoppiare la bolla. Prima un’inchiesta della Procura (senza indagati finora) che, però, rischia di essere azzoppata dall’abolizione del reato di abuso di ufficio voluta dal ministro Carlo Nordio. Poi l’istruttoria interna dell’Università che alla fine ha portato all’avvio della procedura di annullamento del concorso. Le indagini dell’Ateneo avrebbero fatto emergere due elementi che potrebbero invalidare la nomina: la programmazione triennale del personale docente imponeva di riservare un posto a docenti esterni all’ateneo. Mentre il bando avrebbe aperto le porte a docenti non ordinari e senza vincoli di provenienza. C’è inoltre la questione sollevata dall’inchiesta giornalistica: durante l’iter di predisposizione del bando, Pier Francesco Nocini era ancora rettore dell’università che avrebbe nominato professore suo figlio. L'articolo Verona, l’Università interrompe la “dinastia Nocini”. Avviata la procedura per revocare l’incarico a Riccardo, figlio dell’ex rettore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mi sarei aspettato parole diverse dalla nuova rettrice di Torino su periferie e devianza
“Se mia figlia fosse fuori sede non la manderei a vivere lì in Barriera. Ho anche dissuaso amici dal farlo coi loro figli”, questo il debutto della neorettrice dell’Università di Torino – la prima donna a capo dell’Ateneo – il 5 dicembre scorso durante l’audizione dei consiglieri comunali della città. E’ stata stimolata dalle domande di alcuni consiglieri di centrodestra circa il rapporto fra il CUA (Collettivo universitario autonomo) – tra le sigle ritenute responsabili della violazione della sede de La Stampa – e i centri sociali cittadini, fra cui Askatasuna. Nel minestrone dell’ignoranza sono finiti tutti insieme: i gruppi d’opposizione con le loro frange meno controllabili, i fenomeni di devianza sociale che rendono insicure alcune zone della città più di altre, a partire dalla “Barriera” evocata dalla rettrice. Questioni ben distinte, collegate dall’oggettiva penuria di spazi di aggregazione, di svago e di cultura, così che ai maranza di periferia davvero non restano che i centri sociali e, dove possibile, gli oratori. La rettrice ci è proprio cascata: chiamata in causa sul rapporto fra università e città relativamente alle forme organizzative e all’azione politica degli studenti da un lato, alle politiche per la realizzazione di nuove residenze per i fuori-sede dall’altro, ha lo stesso sentito il bisogno di dare i voti. L’Università, invece di sentirsi chiamata a un’azione di ricerca sviluppo e e costruzione di opportunità, si è espressa come una madama della collina torinese. La costruzione della nuova Torino che in tanti vagheggiamo avrebbe bisogno di ben altro nerbo e di precise assunzioni di responsabilità da chi ha in mano le leve del potere e della spesa. Ma torniamo ai maranza, quelli delle periferie cittadine e quella dei politici suonatori di campanelli e dispiegatori di forza pubblica “a gratis” per mostrare l’arroganza del potere. Per tutti gli anni 80 e 90 – la Treccani ce lo ricorda – a Milano il maranza era quello/a che altrove veniva classificato come tamarro, zarro, zotico, coatto. Un gradasso dal vestire appariscente e dal linguaggio ostentatamente volgare, insomma uno a cui piace mettersi in mostra spesso prevaricando. Poi la parola è quasi sparita, forse perché il cafonal è diventato sistema, specie per gli adulti: leopardato, tatuato, sempre due tacche più su nel volume della voce, mimetismo fiscale, evasione come stile di vita e griffe anche sull’elastico delle mutande, vanagloria in quantità e come se oggi fosse già domani. Vestito alla moda perfino quando non potrebbe permetterselo per limiti fisici ed economici, il ricorso al falso di griffe e al ritocchino economico non importa con quali conseguenze. Quello. Per quanto riguarda i ragazzi/e, sono sparite le grosse radio (Marantz) sulla spalla del capo del branco. L’emarginazione delle periferie è continuata lungo strade diverse: scuola sempre più dequalificata, giardinetti come luogo di incontro, fine della spesa per l’educativa di strada e per tutte le altre iniziative di inclusione, calate in branco nel centro cittadino in occasione di eventi particolari o nei we a “Importunare passanti, turisti e coetanei. […] Un Maranza è riconoscibile grazie al proprio stile: tuta, acetata, maglie ufficiali delle squadre di calcio, giacca smanicata, cappellino o bandana. (G. Bonamoneta, Money.it). Se capita, organizzati in bande che a volte si confrontano anche dandosele di santa ragione, perfino quando si tratta di “bravi ragazzi” e non c’è spaccio: “Sarai un’esca per la stampa di destra” – rappa Tedua – un acuto osservatore del fenomeno dal di dentro. Grazie a TikTok il modello si è affermato nelle periferie affamate di speranza e lasciate a bocca asciutta dal prosperare delle diseguaglianze fattesi modello culturale condiviso da destra a sinistra, unica giustificazione alla continua contrazione della spesa sociale e della progettualità capace di produrre integrazione e sicurezza. Da sempre i “tagliati-fuori”, si sono dati forme di organizzazione e sistemi di valori tutti loro, derivati dal tifo calcistico o dalla passione politica, ora dall’avversione per i “regolari”. Sessant’anni fa ero in una banda che di sabato sera se le dava di santa ragione con quelli dei paesi vicini (alto Canavese) non so neanche più perché; ne prendevo e non riuscivo a darne, mi ricavai un ruolo di crocerossino medicando i più ardimentosi. Per dire che non c’è davvero nulla di nuovo, solo tanta ignoranza da parte di chi dovrebbe conoscere i fenomeni di cui si occupa e sui quali decide. Perché il maranza è funzionale a chi vuole che sia solo un problema di ordine pubblico, così come ai perdonisti che piangono e invocano comprensione ogni volta che succede qualcosa di brutto. I primi inaspriscono leggi già aspramente inutili, i secondi incentivano la deresponsabilizzazione in nome della “società colpevole”. Nessuno sembra porsi il problema di destinare e spendere soldi in progetti che aiutano a costruire coesione e sicurezza, dando un senso alle tante vite che cercano questo. Se le classi dirigenti non fossero composte da maranza, richiamerebbero i principi della responsabilità individuale (chi sbaglia paga) mentre si assumono da veri democratici la responsabilità politica di promuovere l’integrazione, la coesione sociale, la valorizzazione del dissenso. Francamente mi sarei aspettato che la neo-rettrice dicesse questo, magari spendendo una buona parola per gli studenti più impegnati in attività di accoglienza, assistenza e aiuto ai loro coetanei e nei quartieri dove si trovano a vivere per la parte più vivace della loro esistenza. Per fortuna una fiammella di speranza viene dalle famiglie di Vanchiglia: con durezza hanno interpellato il Prefetto stigmatizzando l’inutile occupazione militare del quartiere, scuole comprese. Un po’ d’aria fresca a Torino. L'articolo Mi sarei aspettato parole diverse dalla nuova rettrice di Torino su periferie e devianza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Medicina, il caso degli studenti assegnati alla sede albanese con retta da 9mila euro. Interviene anche Bernini: “Incompatibile”
Non solo le polemiche e il caos per la sperimentazione del semestre filtro nell’accesso a Medicina, per la ministra dell’Università Anna Maria Bernini si apre anche il caso dell’istituto privato Nostra Signora del Buon Consiglio a Tirana. Sono infatti 220 gli studenti entrati in graduatoria e assegnati alla sede albanese dell’università Tor Vergata di Roma e che quindi dovranno pagare una rata annuale di 9650 euro. Secondo l’ateneo, i costi erano specificati nel momento in cui gli studenti hanno scelto l’opzione, ma non per la ministra che ha scelto di convocare il rettore Nathan Levialdi Ghiron: “Un simile regime di contribuzione risulta incompatibile con una piena ed effettiva attuazione del diritto allo studio che deve essere garantito a tutte le studentesse e a tutti gli studenti”, ha dichiarato, “indipendentemente dalla sede di frequenza”. Bernini ha inoltre fatto sapere di aver espresso “la necessità di un’immediata revisione” della retta da pagare. Una richiesta economica “sproporzionata rispetto ai principi che devono guidare il sistema universitario pubblico”. IL CORSO UNIVERSITARIO A TIRANA Da quest’anno, tra i 17.278 posti messi a bando dall’università, ci sono anche i 220 disponibili a Tirana. Un fatto noto da agosto: la nuova quota era inserita nel decreto del ministero dell’Università e della Ricerca, che elencava tutti i posti disponibili. Gli studenti spostati a Tirana frequenteranno un corso di laurea detto Joint Degree, organizzato Tor Vergata con l’’università di Nostra Signora del Buon Consiglio. In questo modo sono stati resi disponibili i 220 posti aggiuntivi per gli studenti in Medicina e Chirurgia. Dopo la pubblicazione della graduatoria l’8 gennaio, tuttavia, è esplosa la protesta di chi si è aggiudicato un posto in Albania. Non tanto per la sede, già prevista, bensì per la retta da oltre 9 mila euro: una somma fuori dai parametri di un’università statale italiana. IL COMUNICATO DI TOR VERGATA: “PASSAGGI AMMINISTRATIVI SALTATI DAGLI STUDENTI” In un comunicato, l’ateneo romano sottolinea la possibilità di dividere il pagamento della tassa universitaria in tre rate e allude a possibili sviste da parte dei ragazzi: “Nella polemica di questi giorni sembrerebbe essere saltata da parte degli studenti la valutazione di questi passaggi amministrativi aggiuntivi legati alla sede di Tirana. È di questi giorni l’ulteriore passaggio concordato tra i due atenei della rateizzazione in tre trance della retta annuale”. Per Tor Vergata, sul sito “sono evidenziati (addirittura in rosso per la sede di Tirana) i passaggi amministrativi successivi all’iscrizione in aggiunta a quelli già previsti dal MUR, per i candidati cittadini dei Paesi dell’Unione Europea, che hanno indicato tra le sedi scelte il Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia in joint degree con l’Università di Roma Tor Vergata presso la sede di Tirana – Università Cattolica Nsbc. il Joint degree prevede misure di accesso (i 3 esami del semestre filtro per questo anno accademico) proprie dell’ateneo romano, ma con le ulteriori formalità da espletare e soprattutto la retta da 9650 euro da pagare”. L'articolo Medicina, il caso degli studenti assegnati alla sede albanese con retta da 9mila euro. Interviene anche Bernini: “Incompatibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici o solo un filtro diverso?
di Giuseppe Pignataro La graduatoria nazionale pubblicata l’8 gennaio, dopo il primo ‘semestre aperto’ per Medicina, è un test non solo per gli studenti: è un test per lo Stato. I numeri parlano senza retorica: 54.313 iscritti iniziali; 22.688 studenti risultati idonei; 17.278 posti disponibili. Tradotto: 5.410 idonei restano senza posto e 31.625 non risultano idonei. Chi pensava che il ‘numero chiuso’ fosse evaporato scopre che la programmazione non è un capriccio: è il nome burocratico di un vincolo materiale. In corsia non si entra in sovrannumero: servono reparti, tutor, tirocini e tempo di supervisione. L’idea del semestre aperto, sulla carta, aveva un’ambizione condivisibile: sostituire la lotteria di un test secco con un percorso di studio comune. Tre insegnamenti (Biologia, Chimica e propedeutica biochimica, Fisica), prove uniformi nazionali, due appelli. In teoria: meno ansia da quiz, più apprendimento. In pratica, l’esperimento ha mostrato fragilità strutturali che meritano un bilancio pubblico serio. Ma le istituzioni non si giudicano per le intenzioni: si giudicano per la qualità della loro ingegneria, per la coerenza delle regole e per l’equità delle condizioni iniziali. Qui le crepe sono almeno quattro. 1. La prima è didattica. Se l’esame è uguale per tutti, devono essere comparabili le condizioni di accesso alla didattica: aule, orari, docenza, esercitazioni. Invece il semestre ha vissuto di soluzioni emergenziali: in molte sedi modalità ibride, aule sature, streaming e turnazioni; altrove percorsi più ordinati. Quando la didattica è diseguale e la prova è uniforme, la diseguaglianza di contesto diventa diseguaglianza di esito. Non è un dettaglio: è giustizia procedurale. 2. La seconda è normativa: regole in movimento. A percorso avviato sono arrivati correttivi che hanno introdotto ‘sufficienze reintegrate’ e crediti da recuperare, e il punteggio finale considera solo i voti almeno 18, mentre gli insufficienti non contribuiscono. Si può difendere la scelta come tutela (nessuno viene ‘affondato’ da un singolo inciampo), ma comunica anche che la macchina non era stata stress-testata. Una selezione credibile non cambia metrica mentre gli atleti stanno correndo. 3. La terza è il tempo. Il semestre è un investimento ad alto rischio e, come ogni rischio, non pesa uguale su tutti. Non tutti possono permettersi mesi di studio intensivo senza un piano B; non tutti hanno spazi, dispositivi, serenità, supporto familiare. L’uguaglianza formale rischia di produrre disuguaglianza reale: chi ha meno risorse paga più caro lo stesso tentativo. 4. La quarta è il mercato che rinasce. Il filtro non elimina la domanda privata: la sposta. Non più solo ‘corsi per il test’, ma tutoraggi, recuperi, pacchetti di supporto per colmare i debiti. Se l’università pubblica non offre accompagnamento gratuito e robusto, il privato torna a essere scorciatoia per chi può pagare. Che fare allora? Prima scelta: chiamare le cose col loro nome. Il numero programmato va aggiornato e spiegato, non negato: potenziale formativo degli atenei e fabbisogni del Sistema Sanitario Nazionale devono guidare una programmazione pluriennale trasparente, altrimenti cambiamo solo il tipo di imbuto. E serve pubblicare dati completi (anonimi) su esiti, percorsi, recuperi e rinunce: senza evidenza, ogni riforma diventa tifoseria. Seconda scelta, più controversa ma coerente: tornare a una selezione ex ante in stile Tolc (migliorata) può costare meno, socialmente, del filtro ex post. Una prova ripetibile in più finestre, con banca dati pubblica, materiali gratuiti e tutoraggio pubblico riduce l’effetto ‘sei mesi persi’ e rende più chiaro il patto: entri se sei tra i migliori rispetto a posti realmente disponibili. Il primo semestre torna ad essere ciò che dovrebbe: università, non anticamera a rischio. In fondo, il punto non è ‘chi merita’, ma come lo Stato decide di distribuire una risorsa scarsa senza trasformare l’origine sociale in destino. Il merito, se non è accompagnato da condizioni, diventa una parola comoda. Per questo serve una valutazione indipendente dell’esperimento: non impressioni, ma evidenza. Infine, la domanda che resta: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? Se la risposta è ‘più medici’, la partita è nella capacità formativa lungo tutta la filiera (tirocini, specialistica, strutture). Una politica che seleziona senza investire promette ciò che non può mantenere. La selezione è un patto di fiducia: quando le regole appaiono improvvisate, la fiducia si rompe. E senza fiducia, la vocazione diventa cinismo. L'articolo Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Medicina, pubblicata la graduatoria: oltre 22mila idonei per 17mila posti
Sono 22.688 gli idonei a medicina e 17.278 i posti disponibili. Quindi, con la modifica introdotta dal ministero dell’università proprio per carenza di candidati che avevano superato tutte e tre le prove, ora non solo verranno coperti tutti i posti disponibili, ma ci sono anche più idonei dei posti a disposizione: circa 5mila dovranno adesso scegliere corsi affini. Agli ammessi a medicina vanno sommati i 1.535 per veterinaria e i 1.072 per odontoiatria. Sono quindi 25.387 gli studenti idonei all’iscrizione in graduatoria. Gli esami con voto superiore al 18 sono stati 19.089 per biologia, 21.763 per chimica, 10.011 per fisica. Al primo appello i promossi sono stati 16.401 a biologia, 12.713 a chimica, 5557 a fisica. Al secondo appello i promossi sono stati 4824 a biologia, 11.706 a chimica, 5.602 a fisica. Complessivamente hanno sostenuto le prove al primo appello 50.859 candidati, al secondo 45.789 studenti. Chi non ha raggiunto le tre sufficienze dovrà recuperare il debito formativo nell’ateneo che il 12 gennaio, giorno della pubblicazione della graduatoria nazionale, verrà assegnato. Sarà un decreto del ministero dell’Università e della Ricerca a definire tutti i dettagli. Coloro che non hanno conseguito crediti universitari durante il semestre potranno comunque iscriversi ad altri corsi – biotecnologie, scienze politiche, giurisprudenza e altro -, tramite finestre straordinarie, come previsto dalla legge che ha istituito il semestre aperto. MINISTRA BERNINI AI RETTORI: “50MILA NON PERDERANNO L’ANNO, UN TEMPO ESCLUSI 80MILA” In base ai dati emersi sul semestre aperto per l’accesso ai corsi di Medicina il nuovo modello sta consentendo l’immatricolazione in un corso di area medica o affine ad almeno 25mila studenti e offre ad altri 25mila la possibilità di orientarsi verso un percorso di studi alternativo, senza perdere l’anno accademico. È uno degli elementi illustrati dalla ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha avuto oggi un incontro con i rettori degli atenei italiani nella sede della Crui. Nel corso della riunione è stato inoltre richiamato il confronto con gli anni precedenti, quando l’accesso era regolato dal test d’ingresso e – a fronte di oltre 90mila domande e di circa 10mila posti disponibili – venivano di fatto esclusi ogni anno dall’ingresso a Medicina circa 80mila studenti. L'articolo Medicina, pubblicata la graduatoria: oltre 22mila idonei per 17mila posti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sugli esami del semestre filtro a Medicina dico: i docenti di fisica dovrebbero fare un po’ di autocritica
In una delle tante riforme del sistema universitario fu fatto valere un principio ancora in vigore. Prima di quella riforma la “mortalità studentesca” era molto alta. Molti abbandonavano gli studi universitari senza ottenere il titolo, figurando nelle statistiche dei “morti”. Quando ho seguito i corsi di scienze biologiche, nel triassico inferiore, in aula eravamo centinaia al primo anno, ma i numeri si dimezzavano ad ogni anno di corso. Molti abbandonavano, e molti non riuscivano a star dietro al ritmo e andavano fuori corso, mettendoci anche dieci anni per laurearsi. A un certo punto, il ministro/a dell’Università fece un ragionamento aziendalistico: se una fabbrica lavora 100 pezzi e ne produce 20… allora funziona male. Se 100 ne entrano, 100 ne devono uscire, e nel tempo richiesto. In effetti la scuola pre-universitaria funzionava proprio così, e ancora lo fa. Ai famosi “miei tempi” ancora si rimandava e si bocciava (io sono stato bocciato due volte, al liceo) ma oggi si tende a non farlo più: tutti completano gli studi nei tempi giusti. E così dovrebbe essere anche all’università, in teoria. Se uno studente ha una vocazione, di solito è così. A me, ad esempio, piacevano gli animali e il sistema scolastico non riuscì ad eradicare la biofilia che caratterizza i giovani umani in età pre-scolare. Iscritto a scienze biologiche, trovai finalmente soddisfazione. Con due scogli iniziali: matematica e fisica. Intendiamoci, sono utili anche per i biologi (me ne accorsi molto tempo dopo) ma venivano insegnate come si insegnerebbero ai matematici e ai fisici. Nessun collegamento con le realtà biologiche a cui si applicano, e totale astrattezza, con formulazioni verbali e equazionali molto astruse. Le dovevi imparare e ripetere a memoria. Pensate a E=mc². L’energia equivale alla massa moltiplicata per la velocità della luce elevata al quadrato. Se si chiede: come mai la velocità della luce? E perché al quadrato? Si impara e si ripete, con ammirazione per Einstein, ma sono pochi i non fisici in grado di spiegarne il significato. Conoscere questa equazione non mi ha aiutato nel mio percorso di formazione di biologo. Come non mi hanno aiutato le dimostrazioni di teoremi che ho dovuto memorizzare per accontentare i sadici che facevano gli esami agli aspiranti biologi. Passato dall’altra parte della barricata, durante i consigli della facoltà di scienze, mi divertivo a sfruculiare i fisici e i matematici, che si lamentavano dell’ignoranza dei biologi. Scusa, ma tu sai che strada fa l’acqua che bevi fino a diventare pipì? – una delle mie domande preferite. Per rispondere si devono collegare l’apparato digerente con il circolatorio e il respiratorio, passare al metabolismo cellulare, per poi andare all’apparato escretore. Nessuno dei colleghi sapeva rispondere. Vedi? Tu non sai come funziona il tuo corpo. Gli studenti che prendi in giro lo imparano, ne sanno più di te. Tu ti fai forte di quel che sai, e ignori di essere un ignorante in biologia. Porta rispetto!!! Gli aspiranti medici hanno interessi ancora più focalizzati dei futuri biologi. A loro interessa una sola specie (la nostra) e devono imparare tutto di lei, delle sue magagne e dei modi per curarle. I teoremi e le equazioni non rientrano nei loro interessi principali. Per eliminare l’assurdità dei test di ammissione a Medicina, si è pensato di cambiare e di far seguire una serie di corsi agli aspiranti medici, al termine dei quali le porte di Medicina si spalancano solo agli studenti che superano gli esami di quei corsi. E che materia era coperta in quei corsi? Ma è logico: la fisica. E, guarda caso, il novanta per cento è stato bocciato. Se si imposta un corso di fisica per universitari, e si hanno questi risultati, i motivi non sono tanti. O l’istruzione pre-universitaria in fisica è un fallimento quasi totale, o il corso non è stato calibrato per fornire competenze adeguate per superare il test ad un numero significativo di studenti che aspirano a diventare medici, non fisici. Quel dieci per cento che lo ha superato potrebbe aver copiato, oppure potrebbe avere una magnifica inclinazione per la fisica che, però, non è una garanzia di predisposizione per la medicina. La ministra Bernini ha delle responsabilità in tutto questo, e capisco il suo nervosismo di fronte a contestazioni del suo operato. Però anche i docenti di fisica dovrebbero fare un po’ di autocritica. Ce li vedo a commentare, sadicamente, le prove di quei ciucci che vorrebbero fare Medicina. Ciucci che si sono divertiti a tormentare con supercazzole incomprensibili, se non ai fisici come loro. Intendiamoci, non sono così scemo da ritenere che la fisica sia un insieme di supercazzole. Sto parlando solo del modo di insegnarla. Tornando alle mie riunioni di facoltà, ho spesso proposto di tenere un corso gratuito di biologia per matematici e fisici, visto che sono abilitati ad insegnarla alle medie e che i loro corsi di laurea non la prevedono come materia di insegnamento. E li sfidavo: scommettiamo che potrei farlo diventare lo scoglio insormontabile dei vostri corsi di laurea? Non hanno mai accettato la scommessa. Se ci fosse un esame per accedere a fisica e si chiedessero competenze in medicina, probabilmente non sarebbero molti a sapere cosa siano il philtrum, il trago, la glabella e la lunula, anche se li vedono ogni volta che si guardano allo specchio. Scommettiamo che il 90% degli aspiranti fisici sarebbe bocciato? Un suggerimento: dare molto rilievo, nei corsi di laurea di matematica e fisica, ai corsi di didattica della matematica e della fisica. I Settori Scientifico Disciplinari in queste materie, infatti, sono in via di estinzione e questo spiega, forse, i risultati dei test di medicina. 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Caro prof Crisanti, mi spiace che nessun collega ti abbia mai smentito sui concorsi pilotati: eccomi!
Caro Professor Crisanti, caro Collega, le percentuali che hai citato in Senato sono vere e preoccupanti, i problemi ci sono e ne ho anche denunciati in questo blog. Ma le generalizzazioni offensive no, non le accetto. Nessun collega ti ha mai smentito? Eccomi! Sono stato in decine di commissioni di concorso; sulla correttezza di tutti quei concorsi sono assolutamente sereno e in molte occasioni il vincitore fu una sorpresa. Perché non sempre? – dirai tu – e questo è un punto da esplorare. In Italia abbiamo ancora il meccanismo per cui, per bandire un posto, occorre avere a disposizione il budget necessario. Per esempio, se il dipartimento X vuole bandire un posto da ordinario, deve mettere sul banco un “punto budget”, corrispondente allo stipendio di un ordinario; in teoria quel punto l’avrà avuto per pensionamenti, decessi o per una delle magre distribuzioni ministeriali. Ma nella pratica forse il dipartimento X quel punto non ce l’ha: magari ha solo 0,3 punti. Allora si fa prestare 0,7 dal dipartimento Y, perché conta che il professore associato Caio, suo membro, sia sufficientemente maturo per vincere. Siccome un associato vale 0,7, se Caio vince allora il suo 0,7 va a integrare lo 0,3 già presente. Si restituisce il prestito di 0,7 al dipartimento Y e tutti sono felici. Potrei elencare esempi in cui Caio non ha vinto, causando un casino mondiale all’imprudente dipartimento X. Il più delle volte, però, Caio è effettivamente il più forte sul mercato (magari ha aspettato anni e partecipato a diversi altri concorsi) e questo comporta un fenomeno che giustamente denunci: la scarsa mobilità. Sono sempre stato d’accordo su chi ha vinto nei concorsi dove ero in commissione? Certo che no! Una volta ho anche fatto “relazione di minoranza”. Ma questo non vuol dire che ci fosse un illecito. Il giudizio di una commissione è influenzato dalla scuola di appartenenza: se la maggioranza dei commissari è – per esempio – di Geometria combinatoria, ecco che la produzione scientifica in Geometria combinatoria è valutata meglio di quella – per esempio – in Topologia generale. Sono molto più frequenti forzature come questa che non per motivi di nepotismo; semmai c’è un “nepotismo culturale”. Ma non c’è un modo di valutare oggettivamente la produzione scientifica? Ah, questo è il sogno dei burocrati, e allora in commissione si impiega un sacco di tempo a compilare fogli Excel di punteggi sulle varie voci e sui vari articoli scientifici. Ma il valore scientifico non è misurabile in modo preciso. Mi spiego: ci sono gli “indicatori bibliometrici” che vorrebbero fornire proprio questa valutazione. Non c’è dubbio – secondo me – che Caio, con 337 citazioni dei suoi articoli, sia superiore a Tizio che ne ha sei, ma non è pensabile che debba essere considerato superiore a Sempronio che ne ha 331. Ci sono discipline con grandi platee e altre più di nicchia, anche nello stesso raggruppamento concorsuale. Il guaio è che, per evitare un’ingiusta graduatoria fra Caio e Sempronio, si cancella anche quella fra Caio e Tizio. Mi dispiace, caro Crisanti, che tu non abbia avuto il piacere che ho avuto io, come presidente di commissione, di comunicare la vittoria a un giovane che assolutamente non se l’aspettava. Ah, per la cronaca: mi laureai a Modena e prima di venire a Bologna vinsi la cattedra a Napoli, su un posto che era stato “pensato” per un altro pur bravo collega; quest’ultimo, quando mi conobbe, mi disse: “Qui a Napoli forse non conosci nessuno. Vieni a cena a casa mia”. Figùrati come festeggiammo, anni dopo, quando andò in cattedra anche lui (e no, non ero in commissione). Perché non so a Medicina, ma a Matematica ci sono ancora dei Signori. L'articolo Caro prof Crisanti, mi spiace che nessun collega ti abbia mai smentito sui concorsi pilotati: eccomi! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Andrea Crisanti
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Università, la nuova rettrice di Torino sta con i precari: “Sostegno contro il problema enorme del precariato. Università pubblica aggredita dai privati che sfruttano il definanziamento”
“Non posso che ribadire il mio sostegno contro questo problema enorme del precariato”. A dirlo è la nuova rettrice dell’Università di Torino Cristina Prandi che nel giorno del suo primo Senato accademico ha incontrato l’assemblea precaria universitaria esprimendo il suo sostegno alla lotta dei precari pur specificando di portare avanti le istanze da dentro le istituzioni. “Per tutto quello che riesco e riusciamo a fare all’interno dell’autonomia della nostra università, noi lo facciamo – ha detto la rettrice – sulla una posizione politica rispetto al ministero, lo faccio da dentro le istituzioni”. Nel corso della seduta, il Senato accademico ha approvato un documento proposto dall’assemblea precaria per chiedere al Ministero più fondi per tutelare i precari che rischiano di essere espulsi dall’università. “Abbiamo una situazione dove le università private che ci stanno aggredendo – ha aggiunto la rettrice – anche sfruttando quella che è la debolezza di definanziamento”. L'articolo Università, la nuova rettrice di Torino sta con i precari: “Sostegno contro il problema enorme del precariato. Università pubblica aggredita dai privati che sfruttano il definanziamento” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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