“Giuro, non sapevo che era mia moglie“. Candidata – a suo dire – all’insaputa
del marito, presidente della commissione chiamata a valutarla. Il 23 settembre
2024, alle 11.18 del mattino, il presidente di una commissione dell’Università
della Calabria dichiara la propria incompatibilità: tra i candidati alla
selezione pubblica per due incarichi di tutor c’è la consorte. Pochi giorni
dopo, quella stessa procedura si conclude con l’assegnazione dell’incarico
proprio a lei. L’Autorità Nazionale Anticorruzione, esaminando gli atti, rileva
incongruenze e passaggi “poco verosimili” tali da far sorgere un “ragionevole
dubbio” sulla corretta esecuzione della selezione. Dubbio che forse toccherà
alla Procura accertare.
Al centro della vicenda c’è il dottor Diego D’Amico, funzionario dell’Ateneo,
nominato con Determina n. 318 del 18 settembre 2024 presidente della commissione
esaminatrice della selezione bandita con Determina n. 303 del 4 settembre 2024.
Tra i candidati figura un avvocato, sua moglie, poi risultata vincitrice.
Secondo quanto comunicato dal Responsabile anticorruzione dell’Ateneo all’Anac,
D’Amico avrebbe dichiarato l’incompatibilità alle 11.18 del giorno fissato per
la prova orale, chiedendo di essere sostituito dalla collega Anna Alberta
Aiello. Ma proprio l’analisi dei verbali trasmessi solleva i rilievi
dell’Autorità.
Il Verbale n. 1 del 23 settembre 2024 richiama una determina diversa da quella
oggetto della procedura: la n. 300 del 3 settembre 2024, relativa a 15
incarichi, e non la n. 303 per 2 incarichi. Un errore formale che apre
interrogativi sostanziali. Non solo. L’Anac evidenzia come appaia “inusuale” che
il presidente abbia preso visione dei candidati prima della riunione della
commissione e soltanto quel mattino abbia appreso della candidatura della
propria coniuge. C’è poi la questione dei tempi. Secondo il verbale, la
commissione si riunisce dalle 14.00 alle 14.30. In quei trenta minuti si
sarebbero svolte tutte le attività: insediamento, verbalizzazione
dell’incompatibilità del presidente, presa visione dei candidati, dichiarazioni
di assenza di conflitto da parte degli altri componenti e predisposizione di
venti quesiti per l’esame orale. Una scansione definita “poco verosimile”.
Ancora più opaca la sequenza del Verbale n. 2: alle 15.00 si apre la seduta;
alle 9.35 viene rilevata la presenza dei candidati; alle 9.50 inizia la prova
orale; alle 15.40 la seduta viene tolta. Orari che, messi in fila, non tornano.
Il caso assume una “criticità maggiore”, osserva l’Autorità, anche perché una
vicenda similare si sarebbe già verificata l’anno precedente nello stesso
ateneo. Il paradosso sta anche nel profilo del protagonista. D’Amico è dottore
di ricerca in Diritto amministrativo con una tesi su “Etica pubblica,
trasparenza amministrativa e prevenzione della corruzione“. È autore di
pubblicazioni sul tema, docente in master e corsi di formazione su
anticorruzione e contratti pubblici, e dal 1° marzo 2021 è Responsabile
dell’Area Affari Generali dell’Università della Calabria. Raggiunto
telefonicamente, si difende così: “Non appena ho preso visione dell’elenco dei
candidati e ho visto il nome di mia moglie, mi sono immediatamente astenuto. Mi
sono totalmente estraniato dalla procedura”. E ancora: “Avrei voluto picchiare
quelli dell’ufficio perché mi avevano messo in imbarazzo”. Minimizza anche il
peso economico della selezione: “Qui parliamo di contrattini di due lire“,
sostiene.
Richiama poi una pronuncia della Corte costituzionale – la cosiddetta “sentenza
Amato” – secondo cui il mero vincolo di coniugio, nel sistema universitario, non
determinerebbe automaticamente una causa di incompatibilità. “Paradossalmente
non è un’incompatibilità nel mondo universitario”, afferma. Resta però il nodo
evidenziato dall’Anac: non tanto l’esistenza del rapporto familiare in sé,
quanto la corretta gestione della situazione di possibile conflitto di
interessi. Per l’Anac, il punto non è solo la dichiarazione individuale, ma
l’efficacia complessiva delle misure di prevenzione e la corretta gestione
dell’intera procedura. Per questo l’Autorità ha rimesso all’Ateneo ogni
valutazione ed eventuale azione volta al superamento delle criticità, “ivi
inclusa la valutazione dell’annullamento in autotutela” della selezione. Ora la
decisione spetta all’Università della Calabria: prendere atto delle incongruenze
o intervenire sulla procedura che si è conclusa con l’assegnazione dell’incarico
alla moglie del presidente della commissione.
L'articolo “Non sapevo che mia moglie fosse candidata”. Lui si astiene ma
l’incarico va alla consorte. L’Anac accende il faro sull’Università della
Calabria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Università
di Giuseppe Pignataro *
Nel linguaggio pubblico ci sono parole che non funzionano come semplici
aggettivi: sono ‘contratti’ impliciti. ‘Professore’ è una di queste. Evoca
studio, selezione, responsabilità didattica e scientifica. Per questo, usarla in
modo approssimativo non è un peccato veniale: è un corto circuito semantico che
genera aspettative sbagliate e discussioni inutili.
Allora: Luigi Di Maio è professore? Dipende da che cosa intendiamo. Il 20
febbraio 2026 diversi media hanno riportato la sua nomina al King’s College
London come ‘professore onorario’. E la fonte più semplice, in questi casi, è
sempre quella ufficiale: nella pagina del King’s College London a lui dedicata
compare ‘Mr Luigi Di Maio’ e, come ruolo, ‘Honorary Professor’ nel Defence
Studies Department.
Qui nasce la confusione: in Italia ‘professore universitario’ rimanda (anche
giuridicamente) a un inquadramento, a procedure di reclutamento e a un rapporto
di lavoro con l’ateneo. Nel Regno Unito, invece, l’espressione ‘Honorary
Professor’ indica una nomina onoraria: un riconoscimento attribuito a persone
esterne che collaborano con l’università e contribuiscono alle sue attività (può
essere legato ad attività di insegnamento, ricerca, consulenza, iniziative
pubbliche), senza che ciò coincida con una ‘cattedra’ o con un posto accademico
strutturato, né con ciò che in Italia intendiamo quando diciamo ‘professore
universitario’ come status, reclutamento e carriera. In altre parole: chiamarlo
‘professore’ senza aggettivo è una traduzione incompleta; chiamarlo ‘professore
onorario’ è, semplicemente, corretto.
Lo chiariscono bene le policy universitarie britanniche. University College
London, ad esempio, definisce l’honorary appointment come un accordo volontario
per collaborare e contribuire ai programmi accademici, specificando che tali
incarichi non ricevono remunerazione. Anche King’s, in proprie procedure interne
(in ambito clinico), descrive le honorary appointments come incarichi non
retribuiti conferiti a chi contribuisce alle attività accademiche. E
l’Università di Edimburgo distingue in modo esplicito: l’’Honorary Professor’ è
un titolo di cortesia e non una established o personal chair (cioè non una
cattedra accademica in senso tecnico).
Che cosa significa, in pratica? Che chiamare qualcuno ‘professore’ senza
aggettivi, quando l’unica qualifica disponibile è ‘Honorary Professor’, è una
traduzione incompleta. Non è un dettaglio: l’aggettivo (onorario) è la parte
informativa del titolo. Toglierlo cambia la sostanza, come se ‘consulente’
diventasse ‘dirigente’ o ‘ospite’ diventasse ‘titolare’.
Perché allora l’equivoco si diffonde così facilmente? Perché viviamo nell’epoca
della scorciatoia: una parola breve al posto di una descrizione esatta. Ma il
linguaggio pubblico non è neutro. Attribuire un titolo è attribuire una forma di
autorità: è un ‘atto’ prima ancora che una frase. Se togliamo ‘onorario’,
cambiamo categoria. E cambiare categoria, in una società che già fatica a
distinguere competenze e reputazioni, non è un dettaglio.
C’è infine un tema di fiducia collettiva: i titoli sono moneta simbolica. Se
tutto diventa ‘professore’, allora niente lo è davvero. Si svaluta doppio: da un
lato il riconoscimento onorario (che ha senso proprio perché è diverso),
dall’altro la docenza ordinaria (che vive di regole, valutazioni, continuità).
La soluzione non è il dileggio, né la pedanteria: è una disciplina gentile. Dire
il nome intero delle cose. Dunque: Luigi Di Maio è Honorary Professor al King’s
College London, cioè professore onorario. La precisione non irrigidisce il
discorso: lo rende più libero, perché lo sottrae al rumore e lo riporta ai
fatti.
*Professore Associato di Politica Economica – Università di Bologna
L'articolo Allora, Luigi Di Maio è professore? Dipende da che cosa si intende
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Università di Verona ha annullato il bando di concorso e la nomina a
professore ordinario di Riccardo Nocini. La messa in ruolo prevista per il primo
marzo è stata bloccata dopo “lunghe e necessarie attività di verifica” avviate
dalla rettrice Chiara Leardini e formalizzate il 12 gennaio con l’apertura del
procedimento di annullamento d’ufficio. La decisione arriva al termine di una
vicenda esplosa pubblicamente il 6 dicembre, quando Il Fatto Quotidiano ha
raccontato il concorso vinto a 33 anni dal figlio dell’allora rettore Pier
Francesco Nocini: unico candidato, 242 pubblicazioni in sette anni, una carriera
fulminea e un bando uscito tre giorni dopo la fine del mandato del padre.
Da quell’articolo sono seguiti un fascicolo della Procura di Verona,
un’istruttoria interna dell’Ateneo, due esposti – tra cui uno all’Anac – e
un’interrogazione parlamentare. La nuova rettrice ha parlato di “profondo
imbarazzo”. Fino al gesto più simbolico: la rimozione della targa “PalaNocini”
dedicata all’ex rettore sull’Edificio Biologico 3. Ora l’Ateneo fa un passo
indietro. E nel comunicato ufficiale spiega perché.
Il nodo della procedura
Secondo l’Università, nel corso delle verifiche è emerso un “contrasto” tra la
programmazione approvata dal Senato accademico e dal Cda nel febbraio 2024 e la
procedura recepita nel bando deliberato dal Dipartimento Discom il 17 giugno
2025. Una modifica che avrebbe inciso sulla “platea dei profili ammissibili”,
consentendo la partecipazione del dottor Nocini, “poi risultato vincitore”, che
altrimenti sarebbe stata preclusa. Da qui la decisione di annullare tutto “a
tutela dell’interesse pubblico”. Ma per capire come si è arrivati fin qui
bisogna tornare indietro.
Il concorso con un solo partecipante
Il bando ex art. 18, comma 4-ter della legge Gelmini viene firmato dal
prorettore vicario mentre il padre è ancora rettore. Pier Francesco Nocini resta
in carica fino al 30 settembre 2025; tre giorni dopo esce il bando e l’unico
candidato è il figlio. Riccardo Nocini, nato nel 1992, si laurea nel 2017. Nel
2018 non supera il concorso nazionale per la specialità, piazzandosi 15.004° su
16.046 candidati; l’anno dopo risale al 474° posto . Nel 2023 diventa dottore di
ricerca, poi professore a contratto e infine ordinario. A 33 anni conta 242
pubblicazioni, 24 con il padre. La commissione? “Ci siamo trovati lì a cose
fatte. Con quel curriculum ed essendo l’unico candidato non potevamo discutere”,
racconta una dei tre membri.
Le tensioni interne e gli esposti
L’inchiesta giornalistica porta alla luce anche il clima nella Scuola di
Otorinolaringoiatria: messaggi inviati agli specializzandi – “Da domani con me
in sala non darete più nemmeno i punti di cute” – e testimonianze su una
gestione definita “da caserma” . Nell’anno in cui Nocini diventa strutturato,
tre specializzandi su undici abbandonano e uno chiede il trasferimento.
Parallelamente arrivano gli esposti, il fascicolo in Procura – senza ipotesi di
reato né indagati – e l’istruttoria interna.
Il passo finale
Il 10 gennaio viene rimossa la targa “PalaNocini”. Il 12 gennaio si apre
formalmente il procedimento di annullamento. Oggi l’Ateneo chiude il cerchio: il
bando è annullato, la nomina pure. La ricostruzione ufficiale parla di un
“contrasto” tecnico e di una modifica alla platea degli ammessi. La cronaca
degli ultimi due mesi racconta invece una sequenza precisa: un concorso con un
solo candidato, un’inchiesta giornalistica, esposti e fascicolo, la rimozione di
un nome simbolico, infine l’annullamento. E questa volta non è solo una
questione di targa.
L'articolo Verona, annullato il concorso del figlio del rettore: il caso esploso
col Fatto fa saltare la cattedra proviene da Il Fatto Quotidiano.
I lacrimogeni entrano prima nei viali, poi nei padiglioni. La polizia senegalese
irrompe nel campus dell’Università Cheikh Anta Diop di Dakar il 9 febbraio
scorso, con l’ordine ufficiale di “proteggere le infrastrutture”. Ma i video
girati con i telefoni dagli studenti — verificati da testate internazionali —
mostrano un’altra scena: agenti che entrano nel campus sociale, lacrimogeni
sparati vicino alle residenze, manganellate su ragazzi disarmati. In quelle ore,
tra il fumo acre e le urla, muore Abdoulaye Ba, 21 anni, iscritto al secondo
anno. L’autopsia recente parla di gravi e ripetute ferite alla testa.
Abdoulaye Ba non è morto per caso. È morto alla fine di settimane di proteste
per una ragione semplice e concreta: le borse di studio universitarie non
vengono pagate da quasi due anni. Per migliaia di studenti senegalesi, quella
borsa mensile di 40.000 franchi Cfa — circa 60 euro — non è un bonus o un aiuto
extra. È tutto. Affitto della stanza in dormitorio o fuori campus, pasti alla
mensa, trasporti, i libri e qualche birra, quando possibile. Se quella borsa
salta, o arriva con mesi di ritardo, non ci sono grandi alternative. E in
Senegal i ritardi nel pagamento accumulati arrivano fino a tredici mesi. In un
contesto di inflazione crescente, quei pochi soldi diventano una questione di
sopravvivenza materiale. Lo Stato dice ai giovani “studiate, sarete il futuro
del Paese”, ma poi li lascia senza mezzi per farlo.
Il collettivo degli studenti dell’università accusa apertamente la polizia:
“Hanno sparato contro di noi”, dicono, e denunciano Abdoulaye come “brutalmente
torturato a morte”. Il sindacato dei docenti universitari usa parole più
istituzionali ma ugualmente nette: l’uso della forza è stato “sproporzionato”.
Lo Stato senegalese risponde con la linea ufficiale della “protezione delle
infrastrutture”, ma quella morte ha incrinato qualcosa di profondo.
Come si è arrivati a questo punto? Il Senegal è considerato uno degli Stati più
maturi e democratici del continente africano. Gli scontri di febbraio non sono
un fulmine a ciel sereno: sono l’esplosione di una frattura che da anni si
allarga tra studenti e Stato, con le borse di studio al centro e la crisi
economica sullo sfondo.
Il nuovo presidente Bassirou Diomaye Faye, eletto nel 2024 a soli 44 anni, era
in carcere fino a pochi giorni prima delle elezioni. Ma le promesse e la buona
fede del “ragazzo presidente” si sono scontrate con una realtà più dura: un
debito pubblico più pesante del previsto, margini di bilancio strettissimi,
pressioni dei partner finanziari internazionali. Un audit sui conti pubblici ha
messo in luce quasi 7 miliardi di dollari non dichiarati, accumulati dai
precedenti governi di Macky Sall. Un buco nero nei bilanci che riduce
drasticamente lo spazio per la spesa sociale.
Risultato: meno risorse per stipendi pubblici, sovvenzioni, welfare
universitario. Tagli dove è “più facile” politicamente, anche se non
necessariamente più giusto. E così le borse di studio restano sospese.
Fondata nel 1957, l’Università Cheikh Anta Diop di Dakar è il principale ateneo
del Senegal, con oltre 90.000 iscritti, molti provenienti da tutta l’Africa
francofona. Per il momento, resta chiusa. Centinaia di studenti fuorisede hanno
dovuto sgomberare le stanze in poche ore, tornando alle loro famiglie o trovando
sistemazioni di fortuna a Dakar. Come se non bastasse, tutte le associazioni
studentesche sono state sospese “a titolo precauzionale”. Un passo ulteriore
verso l’incomprensione di quella Generazione Z che ha sempre rappresentato la
forza e la speranza del Senegal.
Il dramma di Abdoulaye Ba incrina lo stato di grazia del nuovo potere uscito
dalle urne del 2024. Un governo che si era presentato come “di rottura” si
ritrova a gestire l’università con gli stessi strumenti contestati all’era Macky
Sall. Tra i lacrimogeni e aule vuote la domanda che attraversa Dakar è brutale e
semplice: come può un potere nato dalle piazze arrivare a reprimere le stesse
piazze che lo hanno portato al governo?
L'articolo Proteste in università in Senegal, la polizia irrompe e uccide uno
studente: come si è arrivati a questo punto? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non ho consegnato il progetto perché stavo pattinando alle Olimpiadi. Può
sembrare una scusa inventata di sana pianta ma Madeline Schizas ha dalla sua
parte media e dati ufficiali per giustificarsi con il proprio docente. La
ragazzi ha 22 anni e, oltre a frequentare la McMaster University di Ontario, è
stata convocata come pattinatrice artistica nella nazionale canadese per i
Giochi invernali di Milano-Cortina.
Impegnata con i suoi compagni per conquistare il podio nella gara a squadre,
Schizas ha mandato una mail al suo professore di sociologia per avere una
proroga nella consegna di un compito. Dietro alla richiesta un malinteso: la
studentessa credeva che la scadenza fosse oggi, domenica, e non venerdì. Quando
se ne è resa conto ha dovuto chiedere più tempo. Ad ogni modo, la sua è una
giusta causa: rappresentare il Canada nei giochi olimpici sottrae tempo allo
studio.
La studentessa-atleta ha poi ribadito la sua presenza all’evento sportivo
postando sui social un articolo del Comitato olimpico in cui viene citata.
Assodato che non sarebbe riuscita a consegnare il compito in tempo, ha
partecipato al programma corto di pattinaggio singolo femminile e si è
classificata al sesto posto: un risultato determinante per la qualificazione
della sua delegazione alla finale della disciplina.
L'articolo “Non ho consegnato il compito perché sono alle Olimpiadi”: la mail di
Madeline Schizas, pattinatrice artistica della nazionale canadese proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Secondo l’OCSE, nel 2030 il 60 per cento dei laureati in materie STEM (scienza,
tecnologia, ingegneria, matematica) verrà da India e Cina. Che già oggi laureano
in queste materie rispettivamente 2,5 e 4 milioni di giovani all’anno. Gli Stati
Uniti non arrivano alla metà del risultato cinese, con una quota del 20% sul
totale delle lauree, mentre l’India è al 37% e la Cina supera il 40%. Tanto che
gli Usa sono il principale importatore di competenze STEM e nei laboratori delle
Big Tech americane capita sempre più spesso che si parli mandarino. E nel
vecchio continente come vanno le cose? Più di un azienda su due segnala enormi
difficoltà nel reperire profili con competenze adeguate, a dimostrazione che il
problema non è la mancanza di lavoro ma la carenza di capitale umano, con appena
un quarto degli studenti universitari europei che sceglie un percorso
tecnico-scientifico. E siccome la percentuale è ferma da oltre un decennio
nonostante l’accelerazione imposta dalle transizioni digitale ed energetica, i
rapporti più recenti parlano di “stagnazione”, con particolare preoccupazione
per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), che in Ue
attraggono solo un quinto degli studenti STEM.
Il 4 febbraio è iniziata in Italia la terza edizione della Settimana nazionale
delle discipline STEM, istituita nel 2023 per stimolare l’interesse verso queste
materie e tentare di aumentare la quota di iscritti ai corsi universitari
dedicati a questi ambiti. L’Education and Training Monitor 2025 per l’Italia, il
rapporto della Commissione europea che analizza lo stato dell’istruzione e della
formazione, spiega che “la percentuale di universitari iscritti alle discipline
STEM è stabile, attestandosi al 25% nel 2023 (25,4 % nel 2017), al di sotto
della media Ue del 26,9 % e dell’obiettivo dell’Ue per il 2030 del 32%”. E se in
generale le percentuali sono in linea con quelle europee, e altrettanto
“stagnanti” nell’ultimo decennio, le cose vanno peggio sul fronte ICT: “Con
l’8,8%, la percentuale di studenti STEM iscritti nel settore delle TIC è la più
bassa dell’Ue (media del 20,3 %)”. Nel complesso, si legge ancora nel report,
“la quota di laureati in discipline STEM per 1.000 abitanti di età compresa tra
i 20 e i 29 anni è di 18,5 su 1.000 rispetto alla media Ue di 23 su 1.000”. La
conferma la troviamo anche nei dati dell’Istat, che colloca l’Italia al 23esimo
posto Ue per competenze digitali dei cittadini, circa dieci punti sotto la media
comunitaria.
Secondo il report dell’Osservatorio STEM di Deloitte, le ragioni di questo
divario sono da ricercare in barriere culturali e percezioni radicate che
allontanano i giovani dalle materie scientifiche prima ancora che possano
sperimentarle. Oltre il 50% degli studenti dichiara che la famiglia è il fattore
decisivo nella scelta del percorso di studi, spesso veicolando pregiudizi che
dipingono le STEM come discipline troppo difficili o adatte solo a certe
inclinazioni naturali. Il divario di genere resta una delle criticità più gravi:
pur costituendo la maggioranza della popolazione universitaria, le donne
rappresentano appena il 32,2% degli iscritti STEM. In Italia, la loro presenza
nei corsi ICT scende addirittura al 15,7% (20,3 % nell’Ue). Tanto che ridurre il
divario di genere è rientrato tra gli obiettivi del PNRR, con 1,1 miliardi di
euro investiti per rendere le discipline STEM più accessibili, a partire dalla
scuola dove i competitor asiatici mettono in campo strategie strutturali. Un
anno fa la Cina ha avviato un programma per introdurre l’intelligenza
artificiale nell’intero percorso educativo, a partire dai materiali scolastici.
Fin dalla scuola primaria, con ore dedicate anche a robotica e programmazione,
mentre negli istituti di primo e secondo grado è previsto almeno un insegnante
con master in ambito STEM. Tutto questo in un sistema scolastico che già mostra
performance significativamente superiori nelle competenze matematiche e
scientifiche rispetto agli studenti degli altri paesi, italiani compresi, stando
alle principali indagini internazionali che valutano i sistemi educativi, come
PISA e TIMSS.
Riflessioni che diventano più impellenti nel confronto con i problemi
strutturali del nostro Paese, dal quadro demografico drammatico al fatto che
l’Italia è al penultimo posto nell’Unione per percentuale di laureati: nel 2024
circa il 31% delle persone tra i 25 e i 34 anni ha conseguito un titolo
universitario, contro una media europea che già l’anno precedente era del 43%.
C’è poi la continua fuga di laureati verso l’estero. Sono 97 mila i giovani
adulti altamente qualificati che hanno lasciato l’Italia tra il 2023 e 2024,
attratti da mercati del lavoro più dinamici e remunerativi. Con una popolazione
in età lavorativa destinata a contrarsi di 6 milioni di unità entro la metà del
secolo, l’incapacità di formare e trattenere competenze STEM rischia di
trasformarsi in una crisi irreversibile per la capacità di innovare del sistema
produttivo. Per dirla con i monitoraggi prodotti dalla Commissione europea, “la
capacità di un Paese di innovare, industrializzare nuove tecnologie e competere
sulle catene del valore dipende in modo diretto dalla disponibilità di
competenze scientifiche e tecnologiche”.
L'articolo Laureati in materie scientifiche? 6 su 10 da Cina e India. Media Ue
“stagnante”, ecco i dati dell’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
La procura di Roma aprirà un fascicolo per accesso abusivo ai sistemi
informatici dopo l’attacco informatico contro i sistemi e gli archivi digitali
dell’università La Sapienza di Roma. Gli inquirenti attendono un’informativa
degli investigatori, mentre la Polizia postale è a caccia di indizi per
ricostruire il colpo. Intanto, il sito pubblico dell’università è inaccessibile
e i sistemi informatici interni sono bloccati (per garantire l’integrità e la
sicurezza dei dati) paralizzando il lavoro amministrativo. Fonti qualificate
attribuiscono l’intrusione a gruppi filo russi, senza specificare il nome del
collettivo di cyber criminali. L’Italia è stata già nel mirino di pirati
informatici riuniti sotto la sigla NoName, come ritorsione per la posizione a
sostegno dell’Ucraina.
L’attacco (denunciato ieri) è andato in porto grazie ad un ransomware, un
programma malevolo in grado di rendere inaccessibili i dati sui computer,
oscurandoli con una chiave crittografica. Se il proprietario vuole riavere i
dati, deve pagare un riscatto, generalmente in criptovalute. Un’estorsione in
formato digitale: così funziona il ransomware. A quanto ammonta la richiesta di
denaro inoltrata alla Sapienza non si sa. La buona notizia è che l’ateneo romano
aveva dei backup, copie di dati del sistema scollegate da internet: quelle sono
salve e consentono ai tecnici di “bonificare” i sistemi. Tecnicamente, per
riavere i dati, l’università dovrebbe aprire un link inviato dai criminali:
giungerebbero ad una pagina nel dark web con la richiesta del riscatto. Da quel
momento, partirebbe il conto alla rovescia di 72 ore. Alla scadenza, senza il
pagamento, i dati universitari criptati dai criminali andrebbero distrutti.
Intanto, gli esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sono al lavoro
con i tecnici dell’università per rimettere in funzione i servizi fuori uso e
implementare nuove misure di sicurezza. Secondo Gianluca Galasso, capo del
servizio operazioni e gestione delle crisi cyber, servono ancora “alcuni giorni
di lavoro, poi riprenderanno regolarmente tutti i servizi universitari”. Già
ieri, in via precauzionale, è stato disposto l’immediato blocco dei sistemi di
rete per impedire che il virus rischiasse di infettare anche le aree sane.
L’attività didattica nelle aule prosegue senza intoppi, ma i disagi ci sono:
impossibile prenotare gli esami, scaricare i bollettini per il pagamento delle
tasse o anche solo consultare il proprio libretto universitario e verbalizzare i
voti. A pagarne il prezzo potrebbero essere gli studenti con scadenze o esami
imminenti.
L'articolo Attacco informatico dei filo-russi all’Università La Sapienza. Il
ricatto: “72 ore per pagare o addio ai dati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La stampa ha dato un certo risalto alla lezione magistrale del governatore di
Bankitalia, Fabio Panetta. Il tema svolto nel discorso inaugurale all’Università
di Messina era molto impegnativo, anche se piuttosto tradizionale, Investire nel
futuro: giovani, innovazione e capitale umano. Nel leggere le riflessioni del
Governatore ho provato però un senso di delusione.
In primo luogo, perché Panetta si è limitato a evidenziare problemi ben noti,
senza alcuna nuova proposta. Inoltre, ha dato una lettura abbastanza
tradizionale del tema che probabilmente andrebbe un po’ aggiornata.
Nella prima sezione il Governatore ha messo in evidenza che il problema numero
uno per l’Italia è la bassa produttività economica che ristagna, addirittura da
un quarto di secolo. Di conseguenza, dal 2000 i salari in Italia sono rimasti
fermi, mentre ad esempio in Germania sono cresciuti del 21%. Il Governatore non
è passato poi ad esaminare, come auspicabile, le cause di questo palese declino
economico, ma si è limitato a osservare che negli ultimi anni i salari sono
stati tenuti a galla dalla politica fiscale, cioè dal debito pubblico e dalla
politica.
Un tempo i Governatori temevano il debito pubblico come la peste, ora invece si
complimentano per i suoi effetti con un cambiamento netto di opinione, anche se,
ovviamente, questi effetti non possono che essere effimeri.
Se è vero che l’innovazione richiede un’ampia disponibilità di capitale umano,
sia pratico che teorico, le riflessioni del Governatore non hanno offerto molti
spunti nuovi di analisi, né dal lato dell’offerta e nemmeno dal lato della
domanda.
Dal lato dell’offerta, segnalare che lo Stato italiano spende poco per la
ricerca è un fatto noto e arcinoto. La circostanza nuova è che oggi il
baricentro della ricerca di punta si sta spostando dal pubblico al privato.
L’innovazione nei campi nevralgici dell’economia, come quello medico o
informatico, è finanziata da giganteschi quasi-monopoli privati.
La privatizzazione delle spese per la ricerca e sviluppo è la nuova dimensione
dell’innovazione. Una privatizzazione peraltro anomala, e potremmo parlare di
una privatizzazione parassitaria perché golosa di risorse pubbliche. Le grandi
aziende che innovano sono pesantemente sostenute dalla finanza pubblica, in
primo luogo attraverso i sussidi e i crediti d’imposta che vengono generosamente
concessi. Lo Stato poi rinuncia anche agli introiti fiscali, visto che le
multinazionali dell’innovazione hanno sede nei paradisi fiscali, o godono di
molte scappatoie.
Ma su questo processo di privatizzazione dell’innovazione sostenuta con i soldi
pubblici il governatore non ha speso una parola, come se fossimo ancora negli
anni Sessanta del citato premio Nobel, l’economista Theodore Shultz. Da allora
il mondo dell’innovazione che spinge la crescita economica è cambiato. Se oggi
l’avventura spaziale è guidata, a spese nostre, da un miliardario e non dalla
Nasa, una differenza, e non in positivo, ci deve pur essere.
Guardando il lato della domanda, anche il Governatore non ha potuto fare a meno
di notare che il rendimento della laurea è notevolmente diminuito nei decenni.
Gli economisti chiamato il reddito aggiuntivo degli studi come il “premio”
dell’istruzione. Questo premio si è ridotto nel tempo per tante ragioni, ma
soprattutto perché è aumentato, in proporzione, il numero dei laureati.
L’aumento dell’offerta ne ha inevitabilmente fatto scendere il valore.
Oggi la laurea, in generale, è condizione necessaria, ma non sufficiente per
raggiungere una buona posizione economica. Sulle statistiche dei laureati, poi,
bisognerebbe trovare un accordo. I laureati in Italia sono in percentuale minore
semplicemente perché altri Paesi, come ad esempio Francia e Spagna, hanno
disegnato dei precorsi di formazione post-diploma biennali che statisticamente
rientrano nell’educazione terziaria, e quindi di tipo universitario, ma lauree
in senso tradizionale non sono. E’ quello che Valditara sta malamente copiando
anche da noi con scarsissimo successo.
Se poi, alla fine, alcuni laureati vanno all’estero, la risposta è già data
dalla stagnazione dei salari e dovrebbe essere, però, anche un motivo d’orgoglio
perché vuol dire che la formazione in Italia è di buon livello.
Anche le brevi conclusioni finali sono da anni Sessanta, con l’invito agli Stati
di spendere di più in istruzione, e agli individui di accumulare più capitale
umano. Servirà questo vago richiamo a fare di più in questo campo per rilanciare
la produttività italiana, trattenere i giovani laureati e avvicinarsi alla
frontiera dell’innovazione?
Dal responsabile della Banca d’Italia era lecito aspettarsi qualcosa di più
incalzante. Senza nuove idee e proposte audaci è difficile uscire dal circolo
vizioso di scarsa innovazione e conseguente modesta produttività nel quale siamo
intrappolati da decenni. Probabilmente il Governatore ha perso un’occasione per
strigliare una classe politica che considera, ancora nel 2026, la spesa per
l’istruzione più un costo che un’essenziale risorsa produttiva.
L'articolo Perché considero la lectio magistralis di Panetta (Bankitalia)
all’Università di Messina un’occasione persa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Annullamento del concorso. L’Università di Verona ha avviato la procedura che
toglierebbe la poltrona di professore di otorinolaringoiatria a Riccardo Nocini,
figlio dell’ex rettore Pier Francesco, andato in pensione una manciata di giorni
prima della nomina. Una vicenda nata da un’inchiesta del Fatto Quotidiano il 6
dicembre 2025. Tutto era cominciato quando il prorettore vicario dell’università
aveva firmato il bando per il concorso relativo, appunto, alla cattedra di
otorinolaringoiatria. Pier Francesco Nocini, il rettore per intenderci, era
ancora in carica, perché in servizio fino al 30 settembre 2025. ll bando era
uscito tre giorni dopo. Così, almeno formalmente, era stata rispettata la legge
Gelmini che vieta la nomina di familiari a un rettore.
Un concorso impossibile da perdere: Riccardo Nocini è l’unico candidato. Non
solo: vanta un record mondiale di pubblicazioni. A 33 anni ne conta 242, di cui
24 con il padre (che in quarant’anni ne cofirma 312). Una carriera fulminante,
quella di Nocini jr.: nel 2023, diventa dottore di ricerca (con uno “sconto” di
un anno), poi professore a contratto, infine ordinario. La tesi di dottorato
conta 32 pagine, inclusi bibliografia e ringraziamenti. Presa la laurea nel
2017, l’anno dopo partecipa al concorso nazionale per la specialità ma non
passa, piazzandosi al 15.004° posto su 16.046 candidati. Ritenta il test nel
2018 e vola al 474° posto. Fino al concorso. Il Fatto aveva parlato con diversi
membri della Commissione chiamata ad assegnare la cattedra: “Ci siamo trovati lì
a cose fatte. Con quel curriculum ed essendo l’unico candidato non potevamo
discutere”, racconta Anna Rita Fetoni dell’Università Cattolica di Roma, una dei
tre membri.
Ma non c’era soltanto il concorso. I rapporti tra Nocini figlio e i suoi
collaboratori erano a dir poco tesi. Come testimoniavano i messaggini che i
cronisti avevano potuto visionare: “Da domani con me in sala non darete più
nemmeno i punti di cute”, scrive Riccardo Nocini. I messaggini sono stati
acquisiti dalla Procura. Suo padre, si diceva, all’Università di Verona era una
potenza. Le cronache raccontano che il 7 febbraio scorso il Magnifico Rettore
Nocini inaugura il suo ultimo anno accademico. Accanto a lui personaggi come
Leonardo Maria Del Vecchio, Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo. Il 25
settembre, quando ormai è a un passo dalla pensione, viene invece scoperta la
targa di un nuovo edificio di 4 mila metri quadri: “Edificio Biologico 3 –
Palanocini”, si legge.
L’inchiesta aveva fatto scoppiare la bolla. Prima un’inchiesta della Procura
(senza indagati finora) che, però, rischia di essere azzoppata dall’abolizione
del reato di abuso di ufficio voluta dal ministro Carlo Nordio. Poi
l’istruttoria interna dell’Università che alla fine ha portato all’avvio della
procedura di annullamento del concorso.
Le indagini dell’Ateneo avrebbero fatto emergere due elementi che potrebbero
invalidare la nomina: la programmazione triennale del personale docente imponeva
di riservare un posto a docenti esterni all’ateneo. Mentre il bando avrebbe
aperto le porte a docenti non ordinari e senza vincoli di provenienza. C’è
inoltre la questione sollevata dall’inchiesta giornalistica: durante l’iter di
predisposizione del bando, Pier Francesco Nocini era ancora rettore
dell’università che avrebbe nominato professore suo figlio.
L'articolo Verona, l’Università interrompe la “dinastia Nocini”. Avviata la
procedura per revocare l’incarico a Riccardo, figlio dell’ex rettore proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Se mia figlia fosse fuori sede non la manderei a vivere lì in Barriera. Ho
anche dissuaso amici dal farlo coi loro figli”, questo il debutto della
neorettrice dell’Università di Torino – la prima donna a capo dell’Ateneo – il 5
dicembre scorso durante l’audizione dei consiglieri comunali della città. E’
stata stimolata dalle domande di alcuni consiglieri di centrodestra circa il
rapporto fra il CUA (Collettivo universitario autonomo) – tra le sigle ritenute
responsabili della violazione della sede de La Stampa – e i centri sociali
cittadini, fra cui Askatasuna.
Nel minestrone dell’ignoranza sono finiti tutti insieme: i gruppi d’opposizione
con le loro frange meno controllabili, i fenomeni di devianza sociale che
rendono insicure alcune zone della città più di altre, a partire dalla
“Barriera” evocata dalla rettrice. Questioni ben distinte, collegate
dall’oggettiva penuria di spazi di aggregazione, di svago e di cultura, così che
ai maranza di periferia davvero non restano che i centri sociali e, dove
possibile, gli oratori.
La rettrice ci è proprio cascata: chiamata in causa sul rapporto fra università
e città relativamente alle forme organizzative e all’azione politica degli
studenti da un lato, alle politiche per la realizzazione di nuove residenze per
i fuori-sede dall’altro, ha lo stesso sentito il bisogno di dare i voti.
L’Università, invece di sentirsi chiamata a un’azione di ricerca sviluppo e e
costruzione di opportunità, si è espressa come una madama della collina
torinese. La costruzione della nuova Torino che in tanti vagheggiamo avrebbe
bisogno di ben altro nerbo e di precise assunzioni di responsabilità da chi ha
in mano le leve del potere e della spesa.
Ma torniamo ai maranza, quelli delle periferie cittadine e quella dei politici
suonatori di campanelli e dispiegatori di forza pubblica “a gratis” per mostrare
l’arroganza del potere.
Per tutti gli anni 80 e 90 – la Treccani ce lo ricorda – a Milano il maranza era
quello/a che altrove veniva classificato come tamarro, zarro, zotico, coatto. Un
gradasso dal vestire appariscente e dal linguaggio ostentatamente volgare,
insomma uno a cui piace mettersi in mostra spesso prevaricando. Poi la parola è
quasi sparita, forse perché il cafonal è diventato sistema, specie per gli
adulti: leopardato, tatuato, sempre due tacche più su nel volume della voce,
mimetismo fiscale, evasione come stile di vita e griffe anche sull’elastico
delle mutande, vanagloria in quantità e come se oggi fosse già domani. Vestito
alla moda perfino quando non potrebbe permetterselo per limiti fisici ed
economici, il ricorso al falso di griffe e al ritocchino economico non importa
con quali conseguenze. Quello.
Per quanto riguarda i ragazzi/e, sono sparite le grosse radio (Marantz) sulla
spalla del capo del branco. L’emarginazione delle periferie è continuata lungo
strade diverse: scuola sempre più dequalificata, giardinetti come luogo di
incontro, fine della spesa per l’educativa di strada e per tutte le altre
iniziative di inclusione, calate in branco nel centro cittadino in occasione di
eventi particolari o nei we a “Importunare passanti, turisti e coetanei. […] Un
Maranza è riconoscibile grazie al proprio stile: tuta, acetata, maglie ufficiali
delle squadre di calcio, giacca smanicata, cappellino o bandana. (G. Bonamoneta,
Money.it). Se capita, organizzati in bande che a volte si confrontano anche
dandosele di santa ragione, perfino quando si tratta di “bravi ragazzi” e non
c’è spaccio: “Sarai un’esca per la stampa di destra” – rappa Tedua – un acuto
osservatore del fenomeno dal di dentro.
Grazie a TikTok il modello si è affermato nelle periferie affamate di speranza e
lasciate a bocca asciutta dal prosperare delle diseguaglianze fattesi modello
culturale condiviso da destra a sinistra, unica giustificazione alla continua
contrazione della spesa sociale e della progettualità capace di produrre
integrazione e sicurezza. Da sempre i “tagliati-fuori”, si sono dati forme di
organizzazione e sistemi di valori tutti loro, derivati dal tifo calcistico o
dalla passione politica, ora dall’avversione per i “regolari”.
Sessant’anni fa ero in una banda che di sabato sera se le dava di santa ragione
con quelli dei paesi vicini (alto Canavese) non so neanche più perché; ne
prendevo e non riuscivo a darne, mi ricavai un ruolo di crocerossino medicando i
più ardimentosi. Per dire che non c’è davvero nulla di nuovo, solo tanta
ignoranza da parte di chi dovrebbe conoscere i fenomeni di cui si occupa e sui
quali decide.
Perché il maranza è funzionale a chi vuole che sia solo un problema di ordine
pubblico, così come ai perdonisti che piangono e invocano comprensione ogni
volta che succede qualcosa di brutto. I primi inaspriscono leggi già aspramente
inutili, i secondi incentivano la deresponsabilizzazione in nome della “società
colpevole”. Nessuno sembra porsi il problema di destinare e spendere soldi in
progetti che aiutano a costruire coesione e sicurezza, dando un senso alle tante
vite che cercano questo. Se le classi dirigenti non fossero composte da maranza,
richiamerebbero i principi della responsabilità individuale (chi sbaglia paga)
mentre si assumono da veri democratici la responsabilità politica di promuovere
l’integrazione, la coesione sociale, la valorizzazione del dissenso.
Francamente mi sarei aspettato che la neo-rettrice dicesse questo, magari
spendendo una buona parola per gli studenti più impegnati in attività di
accoglienza, assistenza e aiuto ai loro coetanei e nei quartieri dove si trovano
a vivere per la parte più vivace della loro esistenza. Per fortuna una fiammella
di speranza viene dalle famiglie di Vanchiglia: con durezza hanno interpellato
il Prefetto stigmatizzando l’inutile occupazione militare del quartiere, scuole
comprese. Un po’ d’aria fresca a Torino.
L'articolo Mi sarei aspettato parole diverse dalla nuova rettrice di Torino su
periferie e devianza proviene da Il Fatto Quotidiano.