La ripresa dei salari reali c’è, ma procede a rilento. E per l’Italia il
recupero del potere d’acquisto resta tra i più timidi dell’area Ocse. Per la
precisione siamo al penultimo posto. È quanto emerge dall’ultimo Wage Bulletin
dell’organizzazione parigina. Da un lato i salari tornano a crescere in termini
reali dopo lo choc inflattivo, dall’altro il terreno perso tra il 2021 e il 2023
è tutt’altro che recuperato. Nel complesso dei Paesi avanzati, la crescita dei
salari reali nel 2025 è rimasta positiva, ma si è nettamente indebolita rispetto
all’anno precedente: in media +1,8% nel terzo trimestre, circa la metà rispetto
al 2024. Un rallentamento diffuso, che riguarda tre quarti delle economie Ocse e
riflette sia il riaccendersi delle pressioni inflattive sia un progressivo
raffreddamento del mercato del lavoro.
Dentro questa dinamica generale, l’Italia si distingue in negativo. Anche qui i
salari reali sono tornati a crescere, ma il recupero resta parziale: il livello
medio è ancora inferiore di circa il 3% rispetto a quello registrato all’inizio
del 2021, prima dell’impennata dei prezzi. Il ritardo accumulato è tra i più
ampi dell’intera area Ocse: solo la Repubblica ceca presenta una perdita più
marcata rispetto al periodo pre-inflazione.
Il dato conferma una fragilità strutturale del sistema italiano, già evidente
prima della crisi energetica. La lunga stagione di bassa inflazione aveva
nascosto una dinamica salariale debole, legata a una crescita della produttività
modesta e a meccanismi di contrattazione che tendono ad adeguarsi con ritardo
agli choc. Quando l’inflazione è esplosa, tra il 2021 e il 2022, i salari non
sono riusciti a tenere il passo, causando una perdita significativa di potere
d’acquisto.
Il recupero del 2024 e 2025 arriva quando la dinamica dei prezzi si è già
attenuata. E risulta insufficiente a colmare il divario accumulato. In metà dei
Paesi Ocse i salari reali restano sotto i livelli pre-pandemia, ma il caso
italiano spicca per l’ampiezza del gap e per la lentezza della risalita.
Il quadro è reso più complesso da due fattori. Da un lato, il raffreddamento del
mercato del lavoro: la riduzione della “tensione” tra domanda e offerta di
lavoro tende a contenere la crescita delle retribuzioni. Dall’altro, il venir
meno della spinta iniziale legata al recupero post-inflazione, con i salari che
tornano a crescere a ritmi più simili a quelli pre-Covid.
Pesa anche il fatto che la maggioranza di destra che sostiene il governo Meloni
abbia bocciato il salario minimo legale. L’Ocse infatti sottolinea come i salari
più bassi abbiano mostrato una maggiore resilienza rispetto a quelli mediani
grazie agli aumenti dei minimi contrattuali e, nei Paesi che lo prevedono, del
minimo legale. Cosa che ha contribuito a una riduzione del rischio di povertà
tra i lavoratori a bassa retribuzione.
L'articolo L’Italia ancora penultima tra i Paesi Ocse per ripresa dei salari
reali dopo il crollo causato dall’inflazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Salari
di Gian Carlo Cocco*
La Direttiva UE 2023/970 prescrive l’equità e la trasparenza nella definizione
delle retribuzioni delle organizzazioni con il fine di contrastare il divario e
la discriminazione salariale. Entro giugno 2026, le aziende dovranno rendere
palesi le fasce salariali dei propri collaboratori consentendo agli stessi di
conoscere i criteri retributivi con i quali sono state definite. La normativa,
in sostanza, dovrebbe indurre un rinnovamento della politica e della gestione
del capitale umano in termini di condivisione e coinvolgimento. Questa normativa
trova la sua lontana origine da esigenze di equità e trasparenza.
Partiamo innanzitutto da alcuni chiarimenti terminologici. Due sono gli aspetti
chiave di questa normativa: l’equità (cioè il criterio che deve caratterizzare
la imparziale definizione dei livelli retributivi nei confronti delle persone
che fanno parte di un’organizzazione) e la trasparenza (cioè la chiara evidenza
dei dati retributivi e la conseguente visibilità degli stessi ad ogni componente
dell’organizzazione).
L’equità è un termine impiegato come sinonimo di giustizia, vale a dire di
uguaglianza di trattamento e di conseguente imparzialità nei confronti di tutti
coloro che fanno parte di un sistema organizzato (stato, impresa, ente di
qualsiasi natura). Il termine equo significa anche equilibrato, proporzionato e
alla base della ragionevolezza delle decisioni.
Il rapporto medio tra i livelli retributivi tra posizioni di vertice d’impresa e
dipendenti nel 1965 era 20:1, nel 2016 è passato a 271:1. Si può definire un
vero e proprio colpo di mano dei top manager nei confronti della massa dei
dipendenti. Dal 1986 al 2012 l’incremento retributivo medio delle posizioni di
vertice è stato + 876%. L’incremento retributivo medio dei dipendenti è stato
5%… Alla faccia dell’equità! Si potrebbe pensare che questa direttiva sia
comparsa fuori tempo massimo. Tra l’altro, va anche rilevato che molti livelli
retributivi, purtroppo, non hanno ancora superato lo sfruttamento di tipo
ottocentesco di intere classi di lavoratori.
La trasparenza è un termine che si riferisce ad azioni, comportamenti,
situazioni, rapporti che risultano evidenti e chiari nelle loro modalità e
finalità e si presentano privi di modalità e volontà di occultamento, segretezza
o travisamento. Si pensi quanto sia importante per l’economia la trasparenza dei
mercati che garantisce il cosiddetto “regime di libera concorrenza”. Presidiare
un contesto di trasparenza consente agli attori di operare in modo diretto e
semplificato. Dove vige un sistema di regole rispettate la trasparenza produce
l’equità e si diffonde un regime di fiducia. Ci si trova nelle condizioni di
dedicare le proprie energie al raggiungimento degli obiettivi previsti, senza
doversi preoccupare di “guardarsi le spalle”.
Le radici profonde dell’equità e della trasparenza
Equità e trasparenza non sono soltanto principi giuridici moderni, ma rispondono
a esigenze profonde della convivenza sociale. Le ricerche dell’antropologia
culturale mostrano che nelle comunità tradizionali di cacciatori-raccoglitori la
distribuzione delle risorse era spesso egualitaria e condivisa, perché la
sopravvivenza del gruppo dipendeva dalla cooperazione e da una distribuzione
equilibrata. L’equità diventa quindi un elemento fondamentale per la stabilità
delle comunità.
Questa tendenza non riguarda solo le società umane. Studi di etologia hanno
dimostrato che anche alcuni animali sociali mostrano sensibilità verso
l’ingiustizia. Esperimenti condotti su primati hanno evidenziato che bonobo e
scimpanzé reagiscono negativamente quando ricevono ricompense inferiori rispetto
a quelle dei compagni per lo stesso compito. Nel cosiddetto “gioco
dell’ultimatum”, ad esempio, preferiscono rinunciare alla ricompensa piuttosto
che accettare una distribuzione ritenuta iniqua. Analogamente, studi sui lupi
hanno dimostrato che questi animali possono manifestare frustrazione di fronte a
trattamenti ingiusti all’interno del branco.
Anche lo sviluppo infantile conferma l’esistenza di una predisposizione precoce
al senso di giustizia. Esperimenti condotti con bambini in età prescolare
mostrano che essi intervengono spontaneamente per ristabilire una situazione
equa quando assistono a un’ingiustizia. Altri studi hanno rilevato che persino i
neonati tendono a preferire comportamenti cooperativi rispetto a quelli ostili.
Ciò suggerisce che il senso di equità non sia solo un prodotto culturale, ma
abbia radici evolutive profonde.
Il contributo delle neuroscienze
A supporto di questa prospettiva intervengono anche le neuroscienze. Diversi
studi hanno individuato specifici circuiti cerebrali coinvolti nei giudizi
morali e nella percezione della giustizia. Secondo alcune ricerche, nel cervello
umano convivono due impulsi fondamentali: la cura di sé e la cura degli altri,
che rendono possibile la cooperazione sociale. Le tecniche di neuroimaging
mostrano inoltre che le persone reagiscono in modo simile quando sono poste
davanti a dilemmi etici o a situazioni di ingiustizia, indicando l’esistenza di
basi neurologiche condivise per i giudizi morali.
Queste ricerche hanno portato alcuni studiosi a parlare di “intelligenza etica”,
una capacità cognitiva che permette di distinguere ciò che è giusto da ciò che è
sbagliato e di regolare i comportamenti sociali. Tale funzione è collegata
soprattutto alla corteccia prefrontale, area del cervello responsabile del
controllo degli impulsi e della valutazione morale. Un caso famoso nella storia
della neurologia è quello di Phineas Gage, operaio americano dell’Ottocento che,
dopo una grave lesione al lobo frontale, sopravvisse ma subì profondi
cambiamenti di personalità e di comportamento etico. Questo episodio contribuì a
dimostrare il ruolo delle aree frontali nella regolazione morale.
Nonostante queste basi biologiche, l’equità non è automaticamente garantita
nelle società umane. Esistono infatti numerosi limiti psicologici e sociali che
possono indebolire l’intelligenza etica. Tra questi vi sono l’egoismo, la
ricerca illimitata del potere o della ricchezza, il conformismo e la cieca
obbedienza all’autorità. Celebre in questo senso è l’esperimento condotto nel
1961 da Stanley Milgram, che mostrò come molte persone siano disposte a
infliggere sofferenza ad altri se spinte da un’autorità percepita come
legittima.
Le neuroscienze interpretano questi fenomeni come “trappole mentali”, cioè
distorsioni cognitive che possono compromettere il funzionamento
dell’intelligenza etica. Un esempio è l’“effetto gregge”, studiato
dall’economista Daniel Kahneman, che porta gli individui a seguire il
comportamento della maggioranza anche quando ciò produce effetti negativi, come
nel caso delle bolle speculative.
Considerazioni conclusive
In questo quadro, la nuova direttiva europea può essere letta come uno strumento
istituzionale per rafforzare equità e fiducia nelle organizzazioni. Società e
imprese funzionano meglio quando esistono regole chiare e condivise: la
trasparenza riduce il sospetto, favorisce la cooperazione e permette alle
persone di concentrarsi sugli obiettivi comuni. La direttiva potrebbe quindi
rappresentare uno strumento importante per attivare cambiamento culturale nella
gestione del capitale umano, orientato alla partecipazione e alla condivisione
che trovano terreno fertile e conferme anche nelle scienze e discipline sopra
sommariamente richiamate.
Ma per non renderla – sul piano pratico – “l’ennesimo adempimento burocratico”
saranno necessari anche strumenti gestionali adeguati. Tra questi:
– sistemi di analisi e comparazione delle retribuzioni rispetto al mercato e
all’equità interna;
– definizione chiara delle posizioni lavorative e delle competenze richieste;
– sistemi di valutazione delle prestazioni che consentano una differenziazione
meritocratica delle retribuzioni;
– riconoscimento del contributo dei lavoratori della conoscenza (knowledge
workers) attraverso modelli come il pay for competence;
– evoluzione dei tradizionali sistemi di gestione delle risorse umane basati
sulle tre dimensioni posizione, prestazione e potenziale, integrandoli con
modelli più avanzati che colleghino il profilo organizzativo con quello
individuale.
In conclusione, la direttiva sulla trasparenza retributiva rappresenta
un’importante opportunità per rafforzare la coesione sociale e l’efficacia
organizzativa. L’esigenza di equità non è solo un principio giuridico moderno,
ma un tratto radicato nella storia evolutiva dell’uomo e nelle dinamiche
biologiche della cooperazione. Per questo motivo, politiche retributive più
trasparenti e giuste non solo riducono le discriminazioni, ma contribuiscono
anche a costruire organizzazioni più sane, motivate e produttive.
*Presidente della Time to Mind SA, azienda internazionale che gestisce la
piattaforma plurilingue www.timetomind.global che offre assessment online e
percorsi di sviluppo per valorizzare le soft skill strategiche
L'articolo Criteri salariali chiari e trasparenza tra lavoratori: cosa cambia
con la direttiva Ue anti-discriminazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva in consiglio dei ministri il decreto legislativo che recepisce la
direttiva europea 2023/970 sulla parità di retribuzione tra uomini e donne:
dovrebbe segnare un passo importante verso il rafforzamento della trasparenza
salariale e la riduzione del gender pay gap. La bozza, composta da 16 articoli,
è una cornice che andrà poi riempita, ma riguarda tutti i lavoratori e tutte le
categorie, compresi i rapporti a termine, il lavoro domestico, l’apprendistato,
i contratti in somministrazione e il lavoro intermittente. L’obiettivo è
garantire che due persone che fanno lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore
guadagnino la stessa cifra, indipendentemente dal genere, attraverso nuovi
obblighi e meccanismi di controllo. Ma le aziende con più di 250 dipendenti
avranno tempo fino al giugno 2027 prima di diffondere i primi dati sul divario
retributivo, cosa che da allora dovranno fare ogni anno. Per le imprese più
piccole, l’obbligo di comunicazione avrà invece cadenza triennale. Quelle sotto
i 100 dipendenti non avranno obblighi di comunicazione.
Ecco le principali novità previste. Innanzitutto le aziende saranno tenute a
fornire informazioni retributive già nella fase di selezione del personale. Gli
annunci di lavoro dovranno contenere dettagli chiari sul trattamento economico
offerto per la posizione e ai candidati non potranno essere richieste
informazioni riguardo ai salari percepiti nei lavori precedenti. Questo per
garantire che i datori di lavoro non possano discriminare in fase di assunzione
sulla base delle retribuzioni precedenti dei candidati.
I lavoratori avranno poi il diritto di conoscere le retribuzioni medie dei
colleghi che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, disaggregate
per genere. Qualora le informazioni ricevute siano ritenute imprecise o
incomplete, “i lavoratori hanno il diritto di richiedere, personalmente o
tramite i loro rappresentanti, ulteriori chiarimenti riguardo ai dati forniti.
La risposta deve essere motivata”. E se una differenza salariale non
giustificata tra uomini e donne supera il 5%, i datori di lavoro dovranno
intervenire per correggerla. In particolare, dovranno collaborare con i
rappresentanti dei lavoratori per adottare misure correttive che possano ridurre
o eliminare il divario. In Italia al momento le differenze sono particolarmente
evidenti in settori come quello finanziario (dove il gap arriva al 32%), ma
anche nel commercio (23,7%) e nella manifattura (20%).
Per la prima volta, il decreto stabilisce anche un set di indicatori per
monitorare non solo la parte fissa della retribuzione, ma anche quella
complementare (bonus, premi, ecc.). Questa distinzione è particolarmente
rilevante, visto che spesso il gender pay gap si manifesta proprio nelle
componenti variabili della retribuzione, che possono essere più difficili da
monitorare senza un sistema di indicatori chiaro.
Si prevede la creazione di un comitato di monitoraggio, che avrà il compito di
raccogliere e analizzare i dati sul divario retributivo di genere e promuovere
azioni correttive a livello nazionale. Si occuperà di pubblicare periodicamente
i dati, fornendo un quadro trasparente della situazione in Italia.
L’articolo 4 stabilisce che i contratti collettivi di lavoro devono assicurare
sistemi di determinazione delle retribuzioni “fondati su criteri oggettivi e
neutri rispetto al genere, idonei a garantire la parità di retribuzione per uno
stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”. E il successivo articolo 6
dispone che datori di lavoro “rendono facilmente accessibili ai lavoratori i
criteri utilizzati per determinare la retribuzione ed i livelli retributivi,
elaborati sulla base dell’articolo 4, nonché quelli stabiliti per la
progressione economica dei lavoratori”.
I rappresentanti dei datori di lavoro invitati al tavolo di confronto al
ministero per la presentazione dello schema di decreto temono contenziosi e
puntano a restringere l’applicazione del provvedimento.
L'articolo Arriva il decreto sulla parità salariale: i lavoratori potranno
conoscere gli stipendi medi dei colleghi divisi per genere proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In confronto a gennaio 2021, i salari reali degli italiani sono più bassi
dell’8,1%. Ecco l’ultimo aggiornamento dell’Istat, che fotografa la situazione
di dicembre 2025. Le retribuzioni stanno lentamente recuperando un po’ di potere
d’acquisto, ma è ancora notevole la distanza dal periodo precedente la fiammata
inflazionistica iniziata nel 2022. Anche se gli stipendi salgono in valore
assoluto, quindi, resta alta la perdita causata dal carovita che negli anni
scorsi ha viaggiato molto più velocemente. Da questo punto di vista, lo Stato è
tra i peggiori datori di lavoro possibili: i contratti collettivi della pubblica
amministrazione, infatti, sono tutti scaduti a fine 2024 e quelli relativi al
triennio 2022/24 sono stati rinnovati in ritardo nel corso del 2025. Nel settore
privato, invece, il 73,8% dei contratti risulta rinnovato, quindi ancora in
vigore.
Rispetto a settembre 2025, quando rispetto al 2021 eravamo sotto dell’8,8%, la
situazione è leggermente migliorata. I lavoratori con il contratto scaduto e in
attesa di rinnovo sono oggi 5,5 milioni, il 42,2% del totale, gruppo composto
per oltre metà da dipendenti pubblici (circa 3 milioni). Il tempo medio di
attesa del rinnovo è di 18,9 mesi. La crescita media delle retribuzioni nel 2025
è stata pari al 3,1%. Frutto di una crescita del 3,2% nel settore privato e del
2,7% nel pubblico. Ecco perché il recupero del potere d’acquisto è stato reso
possibile soprattutto grazie all’inflazione contenuta, che si è fermata
all’1,7%, e non a un particolare dinamismo dei rinnovi contrattuali.
Negli ultimi mesi del 2025, va ricordato, sono stati rinnovati i contratti dei
metalmeccanici e quello delle telecomunicazioni. In queste settimane, il governo
ha iniziato la trattativa per il rinnovo del contratto delle funzioni centrali,
cioè dei ministeri e delle agenzie, che fanno sempre da apripista. I contratti
nel triennio 2022/24, oltre a essere firmati in ritardo, hanno permesso aumenti
inferiori al 6% a fronte di un’inflazione superiore al 17%. Per quanto riguarda
invece il triennio 2025/27 gli aumenti si prospettano un po’ più generosi della
bassa inflazione prevista, ma comunque insufficienti a colmare la perdita subita
nel triennio precedente.
Quando parliamo di retribuzioni contrattuali stimate dall’Istat, ci riferiamo ai
salari lordi. Quindi quell’8,1% misura la distanza tra le retribuzioni lorde
previste dai contratti. In questi anni, gli interventi fiscali hanno reso meno
ampia la forbice sui salari netti. Per esempio, alcune settimane fa l’Inps ha
stimato questi effetti sulle buste paga nette: tra il 2019 e il 2024 – ha
scritto l’istituto di previdenza – la retribuzione del decimo percentile di
distribuzione del reddito, pari a 21.571 euro lordi, ha avuto una crescita del
7,1% come lordo, che corrisponde a una crescita del 14,5% sul netto. Resta
comunque sotto l’inflazione, ma un po’ meno distante.
In ogni caso, il dato sulla distanza tra le retribuzioni lorde prima e dopo
l’inflazione resta importante per misurare una serie di questioni. Innanzitutto,
mostra la capacità del sistema economico di rinnovare tempestivamente e a buone
condizioni i contratti collettivi, quindi tutelare il potere d’acquisto senza il
necessario intervento dello Stato. Questo è anche una misura della produttività
delle imprese, quindi di quanta capacità hanno di distribuire ricchezza ai loro
dipendenti. Ancora, dalle retribuzioni lorde dipendono anche le tutele di lungo
periodo dei lavoratori, come la pensione e il trattamento di fine rapporto.
Quindi è importante che crescano soprattutto le voci lorde della busta paga.
Oggi l’Inps ha diffuso anche i dati sulla cassa integrazione. A dicembre 2025 le
ore autorizzate sono diminuite del 13% rispetto a dicembre 2024. Considerando
l’ultimo trimestre dell’anno appena passato, le ore autorizzate sono state 130,7
milioni, in diminuzione del 10% rispetto agli ultimi tre mesi del 2024. Come al
solito, nei dettagli continua però a emergere la crisi dell’industria: la cassa
integrazione straordinaria – quella per crisi gravi – ha raggiunto 60,7 milioni
di ore autorizzate nel trimestre, in aumento rispetto alle 41,1 milioni di ore
dello stesso periodo del 2024. “A incidere sull’incremento tendenziale della Cig
straordinaria del quarto trimestre 2025, rispetto al quarto trimestre 2024, sono
state le note difficoltà del settore metalmeccanico e l’incremento di ore
autorizzate per solidarietà del settore delle telecomunicazioni, in particolare
nel mese di ottobre 2025”, spiega l’Inps.
L'articolo L’Istat dice che rispetto al 2021 i salari reali sono più bassi
dell’8%. E i contratti collettivi della PA sono tutti scaduti a fine 2024
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Andrea Garnero (fonte: lavoce.it)
Retribuzioni e crescita del paese
Il 2025 ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale
viene affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione
discontinua, il tema è emerso come problema strutturale, con implicazioni che
vanno ben oltre la dimensione redistributiva e investono direttamente la
competitività e il potenziale di crescita del paese. In questo contesto si
collocano anche i ripetuti interventi del Presidente della Repubblica, che nel
corso dell’anno ha richiamato più volte l’attenzione sulla dinamica delle
retribuzioni, dal Primo maggio fino ai più recenti incontri con le piccole
imprese.
Anche nelle zone che consideriamo più avanzate del paese, la dinamica salariale
è oggi al centro delle preoccupazioni. Perché – come sosteniamo nel libro
pubblicato a marzo con Roberto Mania – quella salariale è una questione
nazionale. Ed è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale,
ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Il peso dei ritardi dei rinnovi contrattuali
La questione salariale non è finita con il 2025, però. La figura 1 mostra come,
a fine anno, le retribuzioni contrattuali nel settore privato (escludendo la
pubblica amministrazione dove i ritardi nei rinnovi sono ormai strutturali),
fossero, in termini reali, ancora inferiori del 6,5 per cento rispetto a fine
2020, ben sotto altri paesi come Belgio e Olanda, ma non lontano dalla Germania,
che attraversa una fase economica particolarmente difficile. Un contributo
positivo nel 2026 arriverà dal rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena
firmato, che rappresenta un passo avanti significativo dopo un anno e mezzo di
stallo in un settore che, nonostante il ridimensionamento dell’industria,
continua a svolgere un ruolo di riferimento per l’intero sistema della
contrattazione collettiva. Tuttavia, il ritardo cumulato resterà rilevante e
richiederà anni per essere recuperato, ora che l’inflazione è tornata su livelli
ordinari, mentre la produttività continua a stagnare o, in alcuni comparti, a
diminuire.
I salari effettivi, cioè non quelli scritti nei contratti collettivi, ma quelli
percepiti dai lavoratori, mostrano una dinamica simile. Il divario da colmare
rispetto al 2021 è pari al 6,8 per cento, in riduzione rispetto al 7,5 per cento
di inizio anno, ma rimane tra i più elevati dell’area Ocse (figura 2). Secondo
le previsioni dell’Ocse, nei prossimi due anni le retribuzioni nominali per
dipendente in Italia dovrebbero crescere del 2,1 per cento nel 2026 e del 2 per
cento nel 2027. Si tratta di aumenti ben inferiori a quelli previsti nella
maggior parte degli altri paesi, ma che dovrebbero comunque tradursi in piccoli
guadagni reali, considerato che l’inflazione è attesa all’1,8 per cento sia nel
2026 sia nel 2027.
Infine, un ulteriore segnale di debolezza emerge dai salari offerti negli
annunci di lavoro pubblicati sulla piattaforma Indeed, un indicatore
anticipatore delle tendenze dei prossimi mesi. Dalla primavera del 2025, secondo
i dati del Indeed Wage Tracker (figura 3), la crescita annuale delle
retribuzioni proposte è fiacca: dall’1,5-2 per cento di inizio anno allo 0-0,6
per cento di fine anno, mentre negli altri paesi comparabili continua a
oscillare tra il 2 e il 5 per cento.
Il paradosso dei record dell’occupazione
Le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali. Il peso
elevato delle piccole imprese, la centralità di settori a basso valore aggiunto
come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni
industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, una fiscalità
fortemente sbilanciata sul lavoro, livelli di competenze ancora insufficienti –
sia dal lato dei lavoratori sia dei manager – e un passaggio scuola-lavoro
ampiamente migliorabile continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
A queste criticità si aggiunge un apparente paradosso. Come sottolineato anche
nel recente rapporto del comitato per la produttività, i record occupazionali
possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento
del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore
lavoro, relativamente più conveniente, rinviando investimenti in beni capitali e
digitalizzazione. Una scelta che rischia di tradursi in un’ulteriore stagnazione
della produttività, con effetti negativi sulla crescita e, inevitabilmente, sui
salari. Quello che nel breve periodo è il risultato meccanico di un’occupazione
che cresce a fronte di un Pil che stagna (figura 4), nel medio-lungo periodo si
trasforma in un fattore di impoverimento ulteriore del paese.
Intervenire sul salario lordo
Negli ultimi anni l’attenzione delle politiche pubbliche si è concentrata sul
salario netto, in particolare per le fasce di reddito più basse. Un obiettivo
legittimo, perseguito attraverso interventi su detrazioni, aliquote Irpef e
decontribuzione. Tuttavia, dopo una lunga sequenza di misure, lo spazio di
manovra su questo fronte appare sempre più limitato. La priorità deve ora
spostarsi sul salario lordo.
Per farlo, però, non basta una legge o un decreto. Occorre agire sulle
determinanti profonde: favorire la crescita dimensionale delle imprese,
rafforzare i servizi ad alto valore aggiunto, investire in competenze, sostenere
la contrattazione collettiva di qualità, eventualmente anche con strumenti
legali di supporto, vigilare sul rispetto delle regole e riorientare un sistema
di tassazione e trasferimenti che grava in modo eccessivo sul lavoro.
Uno strumento concreto di cui il governo dispone per il 2026 è la legge delega
in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva – che
ha assorbito il dibattito parlamentare sul salario minimo – e che, come
richiamato da Pietro Ichino su queste pagine il 30 settembre 2025, contiene
elementi potenzialmente utili per mettere ordine nel sistema. Sarà nel 2026 che
se ne valuterà l’effettiva declinazione e l’impatto.
L'articolo Perché è giunta l’ora di pensare seriamente ai salari proviene da Il
Fatto Quotidiano.
di Dante Nicola Faraoni
E’ stata varata una finanziaria che non risolve nessuno dei problemi che
affliggono la nostra economia. Una manovra che non interviene sulla drammatica
situazione in cui versa il nostro Paese: perdita di potere d’acquisto,
produzione in calo, inflazione in aumento da 4 anni (25%). La povertà cresce
anche tra una cerchia sempre più ampia di salariati. Su questo quadro va
puntualizzato che lo Stato ha la coperta corta e questo lo sanno bene sia il
ministro Giancarlo Giorgetti che la premier Giorgia Meloni. Devono fare i conti
con il debito pubblico e fare azioni scoperte non piace né ai mercati né alle
istituzioni internazionali.
Abbiamo già sentito la tiritera che la colpa non è loro ma dei governi
precedenti ma se la smettessero di elargire mancette al ceto medio, loro fonte
di voti, e di buttare miliardi al vento per sostenere la follia della guerra
sarebbe già un buon segno. Bisognerebbe inoltre ricordare al governo che se la
povertà continua a crescere significa che la classe media diminuisce e l’urna
elettorale si restringe.
Quello che invece il governo è incapace di vedere è il rapporto tra produttività
e salario reale, un elemento cruciale per comprendere le dinamiche economiche
attuali. Quando la produttività cresce più rapidamente dei salari reali, il
divario salariale aumenta, creando squilibri che possono portare a
disoccupazione e instabilità economica. E’ inutile produrre se non ci sono
consumatori in grado di acquistare. Se la produttività cresce di 10 anche i
salari devono crescere 10. Se la produttività di un’economia aumentasse del 10%
senza un corrispondente incremento dei salari, si creerebbe un divario tra
produzione e capacità di acquisto, questo è ciò che sistematicamente il mercato
si trova ad affrontare.
In un’economia bilanciata, l’aumento della produttività dovrebbe tradursi in un
incremento del benessere collettivo attraverso una distribuzione equa delle
risorse e del potere d’acquisto. Solo così puoi ridurre la povertà e aumentare
la classe media.
Il bilanciamento tra domanda e offerta è una legge che nessuna teoria attuale ha
ancora scritto ma che molte economie, soprattutto Ue, hanno applicato. Qual è la
maggior fonte di offerta? La produttività. Qual è la principale fonte di
domanda? I salari. La teoria economica PROUT definisce questo squilibrio Gap
Salariale. L’economia presente cerca di prevenire questo Gap con la produzione
all’estero e l’acquisto di beni e servizi a debito, due strategie che come
possiamo constatare hanno le gambe corte perché la povertà continua ad aumentare
portando con sé crisi e bolle finanziarie tipo quella dei mutui subprime (2008)
che ha causato la crisi partita dagli Stati Uniti con ripercussioni molto gravi
sull’intera economia globale.
Il governo deve capire che la creazione di posti di lavoro avviene per effetto
dell’azione combinata di industrie e di consumatori, se ci sono salari bassi e
povertà con quale potere d’acquisto la popolazione dovrebbe acquistare merci e
servizi? La forza del mercato non si basa sui consumi? Non vedere questo
significa esser ciechi.
Il governo potrebbe intervenire favorendo accordi tra le parti sociali. Un primo
passo, potrebbe essere la garanzia di un salario minimo legato alla crescita
della produttività, in modo che ogni incremento nella produzione si traduca
direttamente in un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Questo
approccio non solo ridurrebbe la povertà, ma stimolerebbe anche la crescita
economica, poiché i lavoratori con salari dignitosi possono contribuire
attivamente alla domanda di beni e servizi. Invece il governo fa la guerra ai
sindacati e a chi richiede garanzie di stabilità e prosperità per il futuro.
Il governo ha lasciato intendere che la prossima finanziaria sarà più corposa ma
in economia le menzogne contano zero: con quali soldi? Aumenterà le tasse?
Oppure creando ulteriore debito e buco di bilancio? Iniziate a risparmiare con
lo spumante, con questo governo il futuro è oscuro. Buon Anno!
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L'articolo La manovra non risolve il gap salariale e stringe il cappio attorno
alla classe media proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se cercavate un modo rapido per trasformare il carrello della spesa in una
roulette, eccolo: stipendi reali giù, credito al consumo di nuovo su. L’arte
italiana dell’arrangiarsi si aggiorna: non potendo far crescere i salari più
dell’inflazione, proviamo a far crescere… le rate. Geniale. Finché non arrivano
gli interessi a bussare alla porta con la delicatezza di un esattore medievale.
I numeri sono poco romantici. L’OCSE ha fotografato la nostra corsa sul tapis
roulant: avanziamo, ma il nastro scorre più veloce. Dopo il picco dei prezzi, in
tanti Paesi i salari reali hanno ricominciato a respirare, ma in Italia il
recupero è lento e la perdita cumulata dal 2021 resta pesante (riduzione del
7,5%). La stessa OCSE indica che gli aumenti nominali qui sono stati tra i più
mosci dell’area avanzata e solo di recente, con l’inflazione in raffreddamento,
promettono “modesti” recuperi: tradotto, non siamo tornati dove eravamo prima
della fiammata.
Nel frattempo, un’altra curva riprende quota: i prestiti. L’ABI segnala che gli
impieghi a famiglie sono tornati a crescere e che i tassi, pur scesi dai
massimi, restano tutt’altro che simbolici. Non sono regali, ma abbastanza per
convincere chi è in apnea di liquidità a prendere fiato con il tubo dell’aria
bancaria.
Ecco il paradosso: con salari che arrancano, la rata sembra la scorciatoia per
difendere il tenore di vita. Ma a livello macro è benzina sul fuoco del potere
d’acquisto che già brucia. Perché l’indebitamento familiare funziona come una
tassa differita: oggi compri, domani paghi più interessi. Se i redditi reali non
recuperano abbastanza, il servizio del debito diventa una morsa che stringe ogni
mese la spesa corrente. È l’anti-moltiplicatore: meno margine per consumi
futuri, meno risparmio, più vulnerabilità ai nuovi shock dei prezzi. E no, un
tasso “al tre e qualcosa” non è gratis.
Qualcuno dirà: “Ma i salari hanno ripreso un po’ di ossigeno nel 2024”. Giusto,
peccato che una parte del vantaggio si sia persa nella giungla di imposte e
contributi. Il risultato netto in busta non ha il passo del comunicato stampa, e
la sensazione nelle famiglie resta quella di rincorrere la fine del mese con la
lingua di fuori.
Il rischio, allora, è il classico italiano: privatizzare l’aggiustamento macro.
Le statistiche migliorano un pochino, il deficit si restringe, i tassi calano di
qualche decimale, e ci raccontiamo che è tutto a posto. In realtà, senza un
serio recupero dei salari reali—cioè più produttività, contratti che arrivano in
tempo e meno rendite a drenare valore—l’aumento del credito alle famiglie
diventa l’ombrello bucato: ti illude finché non piove davvero.
Cosa fare per non trasformare la rata in una trappola? Prima di firmare, fate in
casa uno “stress test” della rata aggiungendo almeno 1–1,5 punti al tasso
ipotizzato e verificate se il bilancio regge ancora. Sul credito al consumo
preferite durate brevi o rinegoziate se il TAEG è figlio dell’era dei tassi
alti, perché conta il costo totale, non la rata “comoda”. Costruite un
cuscinetto di liquidità equivalente ad almeno tre–sei mesi di spese vive prima
di moltiplicare le rate, è il vero anti-inflazione quando i salari non
recuperano.
La verità è semplice: il credito è uno strumento, non un sostituto del salario.
Se lo usiamo per tappare i buchi di redditi troppo leggeri, avremo case piene di
elettrodomestici a rate e frigoriferi sempre più vuoti. La scorciatoia
dell’indebitamento, con stipendi reali in ritardo, porta dritto a un potere
d’acquisto ancora più debole domani. E a banche più ricche.
L'articolo Più poveri, ma con la rata in tasca. Così il credito alle famiglie
rischia di finire l’opera iniziata dall’inflazione proviene da Il Fatto
Quotidiano.