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Perché è giunta l’ora di pensare seriamente ai salari
di Andrea Garnero (fonte: lavoce.it) Retribuzioni e crescita del paese Il 2025 ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale viene affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale, con implicazioni che vanno ben oltre la dimensione redistributiva e investono direttamente la competitività e il potenziale di crescita del paese. In questo contesto si collocano anche i ripetuti interventi del Presidente della Repubblica, che nel corso dell’anno ha richiamato più volte l’attenzione sulla dinamica delle retribuzioni, dal Primo maggio fino ai più recenti incontri con le piccole imprese. Anche nelle zone che consideriamo più avanzate del paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle preoccupazioni. Perché – come sosteniamo nel libro pubblicato a marzo con Roberto Mania – quella salariale è una questione nazionale. Ed è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico. Il peso dei ritardi dei rinnovi contrattuali La questione salariale non è finita con il 2025, però. La figura 1 mostra come, a fine anno, le retribuzioni contrattuali nel settore privato (escludendo la pubblica amministrazione dove i ritardi nei rinnovi sono ormai strutturali), fossero, in termini reali, ancora inferiori del 6,5 per cento rispetto a fine 2020, ben sotto altri paesi come Belgio e Olanda, ma non lontano dalla Germania, che attraversa una fase economica particolarmente difficile. Un contributo positivo nel 2026 arriverà dal rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena firmato, che rappresenta un passo avanti significativo dopo un anno e mezzo di stallo in un settore che, nonostante il ridimensionamento dell’industria, continua a svolgere un ruolo di riferimento per l’intero sistema della contrattazione collettiva. Tuttavia, il ritardo cumulato resterà rilevante e richiederà anni per essere recuperato, ora che l’inflazione è tornata su livelli ordinari, mentre la produttività continua a stagnare o, in alcuni comparti, a diminuire. I salari effettivi, cioè non quelli scritti nei contratti collettivi, ma quelli percepiti dai lavoratori, mostrano una dinamica simile. Il divario da colmare rispetto al 2021 è pari al 6,8 per cento, in riduzione rispetto al 7,5 per cento di inizio anno, ma rimane tra i più elevati dell’area Ocse (figura 2). Secondo le previsioni dell’Ocse, nei prossimi due anni le retribuzioni nominali per dipendente in Italia dovrebbero crescere del 2,1 per cento nel 2026 e del 2 per cento nel 2027. Si tratta di aumenti ben inferiori a quelli previsti nella maggior parte degli altri paesi, ma che dovrebbero comunque tradursi in piccoli guadagni reali, considerato che l’inflazione è attesa all’1,8 per cento sia nel 2026 sia nel 2027. Infine, un ulteriore segnale di debolezza emerge dai salari offerti negli annunci di lavoro pubblicati sulla piattaforma Indeed, un indicatore anticipatore delle tendenze dei prossimi mesi. Dalla primavera del 2025, secondo i dati del Indeed Wage Tracker (figura 3), la crescita annuale delle retribuzioni proposte è fiacca: dall’1,5-2 per cento di inizio anno allo 0-0,6 per cento di fine anno, mentre negli altri paesi comparabili continua a oscillare tra il 2 e il 5 per cento. Il paradosso dei record dell’occupazione Le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali. Il peso elevato delle piccole imprese, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, una fiscalità fortemente sbilanciata sul lavoro, livelli di competenze ancora insufficienti – sia dal lato dei lavoratori sia dei manager – e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni. A queste criticità si aggiunge un apparente paradosso. Come sottolineato anche nel recente rapporto del comitato per la produttività, i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro, relativamente più conveniente, rinviando investimenti in beni capitali e digitalizzazione. Una scelta che rischia di tradursi in un’ulteriore stagnazione della produttività, con effetti negativi sulla crescita e, inevitabilmente, sui salari. Quello che nel breve periodo è il risultato meccanico di un’occupazione che cresce a fronte di un Pil che stagna (figura 4), nel medio-lungo periodo si trasforma in un fattore di impoverimento ulteriore del paese. Intervenire sul salario lordo Negli ultimi anni l’attenzione delle politiche pubbliche si è concentrata sul salario netto, in particolare per le fasce di reddito più basse. Un obiettivo legittimo, perseguito attraverso interventi su detrazioni, aliquote Irpef e decontribuzione. Tuttavia, dopo una lunga sequenza di misure, lo spazio di manovra su questo fronte appare sempre più limitato. La priorità deve ora spostarsi sul salario lordo. Per farlo, però, non basta una legge o un decreto. Occorre agire sulle determinanti profonde: favorire la crescita dimensionale delle imprese, rafforzare i servizi ad alto valore aggiunto, investire in competenze, sostenere la contrattazione collettiva di qualità, eventualmente anche con strumenti legali di supporto, vigilare sul rispetto delle regole e riorientare un sistema di tassazione e trasferimenti che grava in modo eccessivo sul lavoro. Uno strumento concreto di cui il governo dispone per il 2026 è la legge delega in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva – che ha assorbito il dibattito parlamentare sul salario minimo – e che, come richiamato da Pietro Ichino su queste pagine il 30 settembre 2025, contiene elementi potenzialmente utili per mettere ordine nel sistema. Sarà nel 2026 che se ne valuterà l’effettiva declinazione e l’impatto. L'articolo Perché è giunta l’ora di pensare seriamente ai salari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’azienda di Rho lascia 42 lavoratori a casa. “Colpa dei dazi di Trump. Il rischio è che lo facciano anche altre imprese”
“Se passa il principio che Trump decide dall’altra parte del mondo e qui le aziende chiudono e se ne vanno, rischia di essere seguito a ruota da altre imprese”. Davanti ai cancelli della Freudenberg di Rho la rabbia è ancora tanta dopo la decisione dell’azienda (che produce filtri industriali) di chiudere lo stabilimento lasciando a casa 42 persone. Una scelta che secondo la ricostruzione dei sindacati sarebbe stata motivata proprio dai “dazi di Trump”. E così nelle assemblee di ieri e oggi, i lavoratori hanno optato per altre otto ore di sciopero previsto per il 15 dicembre per “contestare la decisione del gruppo di chiudere e delocalizzare la produzione negli Stati Uniti e in Slovacchia”. E proprio in quella giornata i lavoratori si recheranno in Germania, a Weinheim, per protestare davanti alla sede centrale del Gruppo Freudenberg e chiedere la disponibilità a un tavolo con un soggetto che sarebbe interessato al subentro. Intanto davanti ai cancelli dello stabilimento di Rho, oggi una delegazione del Movimento 5 Stelle guidata dalla deputata Chiara Appendino e dall’eurodeputato Gaetano Pedullà oltre ai consiglieri regionali di Pd e Avs ha incontrato i lavoratori criticando gli effetti della politica dei dazi di Trump: “Per il governo erano un’opportunità – attacca Appendino – ma sono un’opportunità i 42 licenziamenti?”. L'articolo L’azienda di Rho lascia 42 lavoratori a casa. “Colpa dei dazi di Trump. Il rischio è che lo facciano anche altre imprese” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Al Sud 100mila nuovi occupati under 35 grazie a Pnrr e bonus edilizi. Ma altri 175mila sono emigrati
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza e i bonus edilizi hanno contribuito in maniera decisiva a quello che può essere definito un boom di occupazione nel Mezzogiorno negli ultimi quattro anni. A beneficiarne sono stati anche i giovani, con 100mila nuovi occupati under 35 dalla ripresa post-Covid a oggi. Eppure, questo non ha arrestato l’aumento dell’emigrazione, soprattutto di giovani laureati. Così come, nell’ultimo anno, al Sud non si è fermata la crescita del lavoro povero, spinto soprattutto dalla concentrazione di posti di lavoro in settori a bassi salari come il turismo. Il quadro è tracciato nel consueto rapporto annuale della Svimez, associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Il rapporto è stato illustrato giovedì al Palazzo dei gruppi parlamentari dal direttore generale Luca Bianchi e racconta le solite contraddizioni dell’economia meridionale, portando anche un chiaro avvertimento: nel 2027, conclusi gli effetti del Pnrr, il Sud tornerà a crescere più lentamente rispetto al Centro-Nord, ponendo fine alla positiva anomalia di questi anni in cui è successo il contrario. La grande occasione del Piano di ripresa è quindi stata sfruttata solo in parte. A fronte di una crescita sostenuta, non sono stati risolti i problemi sociali più sensibili, anzi in alcuni casi si sono persino aggravati. La crescita di occupati nel Sud, tra il 2021 e il 2024, è stata dell’8%, contro il 5,4% nel resto d’Italia. Tuttavia, dalle Regioni meridionali, sono emigrati nel triennio ben 175.333 persone con età compresa tra i 25 e i 34 anni, in aumento rispetto alle 167.693 andate via nei tre anni precedenti. Il Sud continua a perdere laureati attraverso un meccanismo che favorisce il Nord: nel triennio, 23.446 persone con un titolo universitario sono emigrate dal Sud al Centro-Nord, che quindi ha più che compensato la perdita di 10.847 laureati emigrati all’estero. Secondo la Svimez, la perdita di queste competenze costa 7,9 miliardi di euro all’anno al Sud. Il boom di posti di lavoro al Sud nasconde quindi altri dettagli non positivi. Il primo è che il principale settore che ha spinto la crescita è il turismo, quindi un comparto a basso valore aggiunto e scarse retribuzioni, il quale concentra un terzo dell’incremento. Più incoraggiante l’aumento del 13,6% nei settori tecnologici (Ict) e l’8,8% nel pubblico impiego, circostanza quest’ultima resa possibile dal potenziamento dei servizi pubblici. Al Sud, sei su dieci dei nuovi occupati ha una laurea. Questi dati settoriali fanno pensare che molti di loro hanno trovato opportunità che non sempre valorizzano il titolo di studio conseguito. “Finché il principale canale di ingresso nel mercato del lavoro continuerà a essere offerto dai settori a più basso valore aggiunto – chiosa il sommario del rapporto – il Mezzogiorno non riuscirà a valorizzare pienamente il proprio capitale umano”. Ecco perché nell’ultimo anno si è verificato ancora una volta il paradosso solo apparente dell’aumento di occupazione accompagnato da una crescita del lavoro povero, passato dal 18,9% al 19,4%. La perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni ha colpito il Sud più del Centro-Nord: il calo nel Mezzogiorno è del 10,2% rispetto all’8,8% nazionale. La performance peggiore è dovuta soprattutto a due fattori: il primo sono le buste paga che crescono più lentamente, il secondo è l’inflazione che ha un impatto maggiore sui bassi redditi. Chi guadagna meno, infatti, destina una percentuale maggiore dei suoi redditi ai beni di prima necessità. Quando i prezzi di questi prodotti crescono, è quindi più colpito. La spinta delle costruzioni, tra bonus e Pnrr, ha avuto effetti maggiori al Sud. Ecco perché da anni il tasso di crescita meridionale è migliore rispetto a quello del resto del Paese. Svimez prevede che anche nel 2026 questa dinamica proseguirà, con Pil in salita dello 0,9% al Sud, grazie al consolidamento degli investimenti pubblici, e 0,6% al Centro-Nord. Già dal 2027, però, la stima dice che si invertiranno i valori in maniera perfettamente speculare. Nel biennio appena passato, il Pnrr ha contribuito con 1,1 punti alla crescita del Pil. Nel 2025-2026 raggiungerà 1,7 punti di contributo, quote sempre maggiori rispetto al Centro-Nord. Questo anche se l’esecuzione del Piano al Sud risulta un po’ più lenta, come testimonia il monitoraggio avviato da Svimez con l’associazione dei costruttori Ance. Il 16,2% dei progetti al Sud è in fase finale, quella del collaudo, mentre al Centro-Nord arriva al 25,1%. Un altro motivo per cui il Sud ha avuto buoni dati di occupazione è legato all’industria, che nel Mezzogiorno è meno esposta agli choc globali. Svimez avverte però che servono interventi per non invertire la rotta tracciata dal Pnrr. Ecco perché l’associazione suggerisce una serie di settori che potranno consolidare la crescita: il social housing, che permetterebbe anche di intervenire sul crescente problema dell’emergenza abitativa, il sostegno alle grandi imprese, il ruolo cruciale del Sud nella transizione energetica. L'articolo Al Sud 100mila nuovi occupati under 35 grazie a Pnrr e bonus edilizi. Ma altri 175mila sono emigrati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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