di Enza Plotino
Ha ragione Tomaso Montanari. Non siamo più nel tempo di una dialettica anche
contrapposta, in certi momenti più accesa, in altri più debole, all’interno di
un partito in cui tutte le posizioni hanno dignità di essere sostenute e difese.
Tutto è cambiato oggi. Contro questi attacchi allo Stato democratico, al
diritto, alla pacifica convivenza negli Stati e tra gli Stati, contro l’avanzata
di nuovi fascismi e di forze autoritarie e tecnocratiche è necessario fare
quadrato, resistere e riaffermare la centralità della democrazia e del diritto,
della giustizia e della libertà.
Bisogna decidere da che parte stare e il Pd non può permettersi di dividersi.
Non è più il tempo dei distinguo, delle sfumature, ma va fatta una scelta di
campo: o con lo Stato di diritto, democratico e libero o con un sistema in cui
vige la legge del più forte, un sistema repressivo e autoritario, un neofascismo
capeggiato da un pazzo criminale.
Un momento in cui lo spartiacque tra questi due aspetti contrapposti della
società attuale saranno squadernati apertamente sarà il referendum sulla
separazione delle carriere dei magistrati. Si sceglierà la strada verso cui
andare: smantellare lo Stato di diritto o ribadirne la sua importanza vitale per
l’Italia.
Il referendum rappresenta un bivio tra chi pensa che vada tutto bene e chi vuole
gridare il suo dissenso e la sua contrarietà ad un sistema basato sulla
propaganda, il profitto dei più ricchi e lo smantellamento dell’equilibrio tra i
poteri di uno Stato democratico. Quindi l’invito è a tutti quegli esponenti del
Pd che ritengono di volersi schierare dalla parte della destra meloniana per il
Sì. E’ una posizione che indebolisce il partito intero, tutto schierato contro
la destra e per il No al referendum.
Come si nota, non ne faccio un fatto di merito. Non entro proprio nel merito del
quesito referendario. Ne faccio una questione di emergenza democratica! Non
possiamo permettere a questo nostro Paese di arretrare sugli assi democratici e
costituzionali che lo hanno retto per 80 anni. E la destra di governo questi
assi democratici li vuole smantellare a favore di una democrazia illiberale,
securitaria e diseguale.
Quindi, quello che si chiede ai democratici del Sì è di soprassedere oppure di
uscire dal partito. Le frizioni sono molte e difficilmente sanabili. Il panorama
di gruppi politici che accoglierebbero le posizioni dei dissenzienti del Pd è
folto. Certo, tutti con numeri esigui e poltrone difficilmente conquistabili, ma
a volte fa bene un bagno di umiltà. Si diventa grandi!
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L'articolo Separazione delle carriere, il Pd deve fare quadrato: è una questione
di emergenza democratica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Democrazia
In procinto di doppiare il capo degli ottant’anni, se mi volgo all’indietro
scopro che tutti i capisaldi su cui si reggeva la visione del mondo in cui ero
cresciuto sono crollati; non per consunzione interna, bensì perché qualcuno li
ha minati e poi fatti esplodere.
Per decenni il principio democratico – non meno che nei due secoli precedenti –
appariva fuori discussione. Al massimo si fingeva di criticarlo buttandola sul
paradossale; ripetendo la battuta di Churchill: “La democrazia è la peggiore
forma di governo eccetto tutte le altre”. Un principio di fede che era blasfemia
discutere.
Eppure dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso il venerando
“governo del popolo, dal popolo e per il popolo” è stato gettato nel cestino
della spazzatura. Prima sul piano concettuale arruolando alla bisogna
intellettuali di spicco (Samuel Huntington, Michel Croizier e Joji Watanuki,
firmatari del testo commissionato dalla Commissione Trilateral “The Crisis of
Democracy”), poi su quello politico con l’avvento del due megafoni del
Turbo-Capitalismo di ritorno, Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ossia le
avanguardie del divorzio tra Giustizia e Libertà, Inclusione e Merito. Appunto,
Democrazia e Capitalismo.
Un tema ormai metabolizzato dal dibattito pubblico, che gli scienziati politici
di Palazzo danno per scontato; e – sovente – da accompagnare facendo le
spallucce.
A distanza di quindici anni Nadia Urbinati sarebbe ancora pronta a scommettere
che “le forme del dissenso morale sono la questione sulla quale si gioca la
tolleranza nelle democrazie moderne”, quando già allora era percepibile – per
chi non credeva di vivere nel migliore dei mondi possibili – che la democrazia
andava svuotandosi in post-democrazia, poi democratura, grazie agli armamentari
delle tecnologie comunicative alimentate dalle neuroscienze? La colonizzazione
del pensiero pensabile, di cui sono speculari agenti gli inquilini della Casa
Bianca e le anime morte che siedono nel consesso di Bruxelles.
Ma l’attuale scenario, dominato dall’energumeno ignorante Donald Trump e dalla
sua capacità di svillaneggiare tremebondi simil-leader europei, non nasce dal
narcisismo incendiario del rieletto presidente degli Stati Uniti. Né il
caposaldo democrazia crolla sotto i colpi dell’avidità accaparrativa, liberata
da regole e istituzioni di contenimento quali New Deal e Welfare State. Il vaso
che racchiudeva gli umori ferini e distruttivi dell’Occidente, che qualche
sventurata Pandora aveva dissigillato. In effetti il divorzio tra Democrazia e
Capitalismo è stato preceduto da un’altra rottura epocale: quella tra
Illuminismo e Occidente: l’opera di addomesticamento del potere e ingentilimento
dei costumi che ha trovato i propri momenti fondativi in due passaggi-chiave: il
principio che il potere va ispezionato di Montesquieu e l’esercizio critico
della ragione di Kant.
Ma se la riprova dell’accantonamento dell’assunto kantiano è l’uso smodato della
forza incontrollata e della post-verità esercitati quotidianamente da Donald
Trump (vedi l’esecuzione di una cittadina inerme da parte di una squadra della
morte a Minneapolis, con relativa immunità concessa al poliziotto killer), i
prossimi appuntamenti politici italioti sono la palese riprova di quanto “Lo
spirito delle Leggi” sia stato lesionato. In effetti Charles de Secondat barone
di Montesquieu appartiene alla generazione successiva a quella di Thomas Hobbes:
se il politologo inglese si poneva il problema di tenere a bada “homo homini
lupus”, la guerra civile permanente, con il Leviatano metafora del potere, il
costituzionalista francese affrontava la sfida di mettere sotto controllo pure
il Leviatano.
La soluzione del ripartire il potere in esecutivo, legislativo e giudiziario,
separati per un reciproco controllo e bilanciamento. Ed è proprio contro questo
venerando principio che da tempo si scatena la reazione, intenzionata a
riunificare il comando sotto l’esecutivo: mentre si è già ridotto il legislativo
all’”aula muta e sorda” di mussoliniana memoria, ecco il referendum sul disegno
del governo Meloni di separare le carriere dei giudici che porrebbe sotto
controllo dell’oligarchia politica la magistratura giudicante. L’ultimo
sbaraccamento di antemurali civili nella corsa a ritroso in atto da tempo.
Se prevarranno le manovre del batrace guardasigilli Nordio e le sguaiataggini
della premier. O gli istinti suicidi a sinistra, dove c’è perfino chi
attribuisce a Trump il compito di riportare la democrazia in Iran. Non
rendendosi conto che l’oggetto sono solo le due giugulari petrolifere (Caracas e
Teheran) che alimentano la Cina; da recidere come mossa vincente nella guerra
imperiale tra superpotenze.
L'articolo Come il mondo che conoscevamo sta cambiando male proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Svolte autoritarie dei governi, disuguaglianze sociali, trasformazione digitale.
Tutte questioni che sollevano una domanda: come adattare la democrazia alle
nuove emergenze e ai tempi che cambiano. Forum disuguaglianze e diversità e
Palazzo ducale hanno organizzato un evento a Genova per elaborare risposte e
offrire soluzioni a nodi cruciali per la nostra società. L’evento, intitolato
“Democrazia alla Prova“, si terrà a Palazzo Ducale dal 23 al 25 gennaio 2026.
Fabrizio Barca e Luca Borzani hanno curato tre giorni di dialoghi e interventi
con ospiti di spicco, tra cui Gaetano Azzariti, Vincent Bevins, Lucio
Caracciolo, Jayati Gosh, Evgeny Morozov, Serena Sorrentino, Susan Stokes, Nadia
Urbinati e Chiara Volpato.
Il punto di partenza sarà un documento di Barca e Borzani che ricorda tra
l’altro come il neoliberismo abbia eroso la capacità della democrazia di
conseguire i propri obiettivi e piegato la transizione digitale rendendola
strumento di concentrazione di ricchezza e potere. In questo quadro la
democrazia non è stata capace di rinnovarsi per far fronte alla crescente
complessità delle decisioni pubbliche e gli strumenti per il controllo e il
confronto pubblico sono stati indeboliti, favorendo la direzione autoritaria.
Molti movimenti e organizzazioni di cittadinanza attiva, con un significativo
ruolo delle nuove generazioni, si sono opposti al neoliberismo, ma non hanno
pesato a livello di sistema. Nel frattempo il neoliberismo, mentre perdeva
egemonia, ha accentuato il suo tratto illiberale. In assenza di alternative
democratiche, dentro al populismo si è spesso affermata la versione autoritaria.
La fase in atto in molta parte dell’Occidente e del mondo può essere
interpretata come una convergenza di neoliberismo e autoritarismo. La dinamica
autoritaria è cementata e incoraggiata da un’azione possente sul senso comune.
È a partire da queste affermazioni, e dallo scenario che delineano, che la
democrazia è sfidata a rinnovare i propri dispositivi, dimostrando di essere in
grado di governare la complessità nell’interesse di una maggiore giustizia
sociale e ambientale, di dare vita a processi di decisione e produzione dei beni
pubblici fondamentali che siano innervati da un confronto democratico di valori,
interessi e conoscenze..
Le prime due sessioni riguarderanno la stretta attualità, occupandosi di
“Democrazia, Stato, neoliberismo e autoritarismo: passato e presente” e
“Democrazia, Stato, neoliberismo, autoritarismo: futuro”. La terza sessione è
“Nuove generazioni e democrazia” e riguarda il rapporto delle persone più
giovani con la politica. Nella quarta sessione, “Stati Uniti, India e Cina”,
saranno presi in analisi tre casi studio per aprire delle riflessioni sui
sistemi politici e sulle forme di governo. Infine, la quinta e ultima sessione
sarà dedicata all’Italia, per interrogarsi sulla possibilità che nasca una
reazione politica radicale alla deriva autoritaria del nostro Paese – basti
pensare al discusso decreto sicurezza.
Durante l’evento ci saranno i commenti del sociologo politico Mattia Diletti e
del giornalista Franco Monaco. Tutti gli incontri sono a ingresso libero su
prenotazione online sul sito web del Palazzo ducale. Gli incontri si svolgeranno
tutti nella Sala del maggior consiglio. Il programma completo e tutte le
informazioni utili sono disponibili sul sito del Palazzo ducale.
L'articolo “Democrazia alla Prova”, al Palazzo Ducale di Genova tre giorni di
incontri per comprendere il futuro dei sistemi politici proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Alberto Minnella
Negli ultimi vent’anni, in Italia, è successo qualcosa che non ha fatto rumore,
ma che ha cambiato parecchio: ci siamo abituati. Ci siamo abituati a una
politica che parla più in televisione che in Parlamento, a un dibattito pubblico
sempre più ridotto a slogan, a una partecipazione civile che si accende a
fiammate e poi si spegne. Non c’è stato un punto di rottura, nessun evento
traumatico: solo un lento scivolare verso un’idea di cittadinanza più passiva,
più spettatrice che protagonista.
È per questo che la memoria del 17 novembre 1973 ad Atene può tornare utile. Non
perché ci siano analogie immediate — la Grecia di allora viveva sotto una
dittatura militare — ma perché quella rivolta mostra un meccanismo universale:
quando un gruppo, anche piccolo, riesce a riappropriarsi della parola pubblica,
l’intero sistema entra in discussione. Gli studenti del Politecnico non
pensavano di fare la rivoluzione; volevano semplicemente dire la loro, e farlo
davanti a tutti. È stata la reazione del potere a trasformare la protesta in un
evento storico.
Guardando all’Italia degli ultimi due decenni, colpisce invece quanto il
dissenso sia diventato, poco a poco, qualcosa da osservare con sospetto. Le
piazze sono state spesso raccontate come un fastidio, le mobilitazioni come un
eccesso, le richieste sociali come capriccio o minaccia. E così ci si è abituati
all’idea che un conflitto — normale in una democrazia — vada subito ricondotto
all’ordine, neutralizzato, svuotato della sua funzione politica. È un
cambiamento lento ma significativo: quando un Paese smette di ascoltare il
dissenso, smette di ascoltare se stesso.
La storia greca del ’73 ricorda invece che la vitalità democratica nasce proprio
da lì: dal fatto che qualcuno, in un momento qualsiasi, decide che è arrivato il
momento di dire “non va bene così”, e che la società, nel suo insieme, prenda
quella voce sul serio. È un insegnamento che vale anche per noi: non servono
eroismi, serve lucidità. E la lucidità, in politica, significa partecipare,
discutere, mantenere vivo uno spazio pubblico in cui non sia sempre lo stesso a
parlare più forte.
Se oggi “tiriamo fiori” su quella memoria, non è per nostalgia, ma per
ricordarci una cosa molto semplice: la democrazia non è fatta solo delle grandi
occasioni. È fatta dell’attenzione quotidiana, della capacità di non lasciar
scivolare tutto, della volontà di non rassegnarsi alla versione più comoda dei
fatti. Gli studenti del Politecnico non cambiarono la storia da soli, ma
mostrarono che una società può risvegliarsi anche da una piccola crepa. È una
lezione che, negli ultimi vent’anni italiani, sarebbe stato utile ricordare più
spesso.
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va coltivata ogni giorno proviene da Il Fatto Quotidiano.