Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco delle finanze al tempo di Tsipras e dello
scontro con la “troika”, è accusato di droga dalle autorità di Atene. Il motivo?
L’ammissione di aver consumato droghe durante la partecipazione ad un podcast,
anche per mettere in guardia i più giovani dalle nefaste conseguenze. Lo ha
spiegato Varoufakis stesso in lungo post sulla piattaforma X, pubblicato ieri
pomeriggio: “Vi do una notizia che sarebbe esilarante se non fosse stata così
spaventosa. Stamattina due poliziotti si sono presentati alla mia porta per
notificarmi una citazione in giudizio che mi ordinava di recarmi in questura per
essere interrogato dalla DEA greca, il nostro dipartimento antidroga. Non come
testimone, esperto o meno, ma come accusato. Accusato di cosa?”. Stupefacenti,
ammette l’ex ministro, raccontando nel dettaglio la genesi del caso: “Poco dopo
Capodanno, sono apparso in un podcast organizzato da giovani per rispondere alle
loro domande su tutto ciò che riguarda la Generazione Z oggi: i social media, il
senso della vita, le loro prospettive di lavoro, quello che io chiamo
tecnofeudalesimo, ecc. A un certo punto, mi hanno chiesto se avessi mai fatto
uso di droghe. Deciso a non fare come Bill Clinton (ricordate il ridicolo ‘Non
ho inalato’?), ho risposto di sì. Oltre all’erba, ho detto loro, avevo avuto
un’esperienza con l’ecstasy a Sydney 36 anni fa”. Secondo Vaoufakis il suo
racconto non era l’elogio degli stupefacenti, bensì un monito ad evitarli: “È
stato piacevole, ho ballato per 16 ore senza sforzo, ma poi, ho aggiunto, mi ha
causato un’emicrania per una settimana, e quindi non ho più fatto uso di droghe.
Questo è stato il mio punto di partenza per affermare che, per quanto piacevole
possa sembrare l’assunzione di droghe, c’è un prezzo da pagare. E che il prezzo
finale è la dipendenza, l’assuefazione – ‘la fine della libertà’, ho detto con
enfasi”.
Per quel discorso in un podcast, sarebbe arrivata l’incriminazione
dell’antidroga: “Sì, la polizia greca ha aperto un’indagine su di me con
l’accusa di… favoreggiamento della narco-mafia. (Fatemi un favore, gente: per
favore non ditelo a Trump, ok?)”.
Infine Varoufakis mette in guardia sui rischi per la libertà d’espressione in
Europa e in tutto l’Occidente: “Seriamente, ora, in un periodo di guerra,
genocidio, sfruttamento smisurato e così via, il mio piccolo problema con
l’insensata polizia greca non c’entra nulla. Ma è importante. Qui, in Europa,
molte persone vivono ancora nell’illusione di avere libertà, razionalità e
libertà. Non è così. Forze oscure sono all’opera, spingendoci in una versione
postmoderna del Medioevo. Quindi, attenzione, gente! Vogliono portarci via gli
ultimi resti di autonomia e libertà che ci sono rimasti. La resistenza è,
letteralmente, esistenza”.
L'articolo Yanis Varoufakis: “Incriminato in Grecia per favoreggiamento della
narco-mafia. In Europa la libertà è un’illusione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Nelle ore immediatamente successive al naufragio dell’Euroferry Olympia, con i
soccorritori che stavano ancora identificando i morti, secondo la Procura di
Roma c’era già chi pensava a depistare le indagini. Mentre a Corfù i magistrati
greci cominciavano a sentire come testimoni i membri dell’equipaggio, la
Grimaldi – compagnia italiana proprietaria della nave – aveva inviato un suo
legale sul posto, “l’avvocato Lauro di Napoli – scrivono gli inquirenti –
insieme a due dirigenti” della compagnia: “Anziché chiederci come stavamo, ci ha
raccomandato cosa dire alla capitaneria. Ci ha detto di non riferire
all’autorità greca che non funzionava l’allarme; di non riferire che non
funzionava il codice di accesso al garage; di non riferire che l’incendio era
partito dal garage 2 e che dovevamo dire che era partito dal numero 3. Credo che
queste indicazioni le desse per conto della Grimaldi”.
LE INDICAZIONI “MINACCIOSE”, SECONDO IL TESTIMONE
A raccontarlo ai pubblici ministeri italiani è un supertestimone. Si chiama
Gianni Nasole, ha 50 anni, è originario di Taranto, ed era imbarcato come
tubista. Le sue clamorose dichiarazioni – respinte dalla compagnia che si dice
certa che le persone coinvolte chiariranno perché si tratta di “comportamenti
incompatibili con la nostra cultura della legalità” – aprono uno squarcio
inedito sul naufragio, avvenuto la notte del 18 febbraio 2022, quando il
traghetto Igoumenitsa-Brindisi, che trasporta oltre 300 persone, prende fuoco
nelle acque greche: nel disastro muoiono almeno 11 persone. Nasole si presenta
agli investigatori solo un anno e mezzo dopo la strage, l’11 luglio del 2023,
dopo che in decine di interrogatori il comandante e i suoi uomini avevano
fornito versioni che, lette oggi, erano esattamente quelle richieste in quelle
prime ore dagli uomini inviati in Grecia dalla società armatrice: “Oltre
all’avvocato – ricorda il supertestimone – c’era il comandante, il primo
ufficiale e il nostromo, che concordavano con lui le cose da non riferire.
Voglio precisare che queste indicazioni ci venivano date in modo minaccioso,
sostanzialmente dicendoci che non ci avrebbe più fatto lavorare”.
IL SUPERTESTIMONE: “CI CHIESERO DI MENTIRE”
E in effetti è proprio ciò che alla fine accadrà: “Sono stato licenziato”. Un
fatto che Nasole ricollega all’essersi rifiutato di mentire: “Non ero più
gradito (…) perché queste persone volevano impormi quello che dovevo dire.
Addirittura sono stato minacciato di non lavorare più per Grimaldi”. Il
marittimo allunga ombre anche sulla traduzione delle testimonianze dall’italiano
al greco: “La Grimaldi ha indicato l’interprete ai greci, quindi non so cosa sia
stato tradotto (…) dopo ogni verbale l’interprete, una donna greca, riferiva al
comandante, all’avvocato e al nostromo quello che avevamo detto (…) qualche
collega ha sentito le telefonate tra interprete, avvocato e comandante”.
L’AVVOCATO PROSCIOLTO DALLE IPOTESI INIZIALI
Va precisato che l’avvocato Francesco Saverio Lauro è stato prosciolto. Nei suoi
confronti la Capitaneria di porto italiana aveva ipotizzato addirittura il reato
di estorsione, per aver tentato di barattare la consegna del Vdr (la scatola
nera) ai pm greci con il dissequestro della nave, con “l’aggravante per
occultare e ottenere l’impunità dei reati legati al disastro”. I magistrati
italiani tuttavia si sono convinti che il legale non abbia commesso alcun reato
e che le azioni compiute rientrassero nel suo ruolo di difensore. Tuttavia le
accuse di depistaggio sono rimaste a carico di otto membri dell’equipaggio.
LE 17 PERSONE CHE RISCHIANO IL PROCESSO
Come svelato da Ilfattoquotidiano.it negli scorsi mesi, i pm italiani hanno
chiesto il rinvio a giudizio per 17 persone, fra cui il comandante della nave
Vincenzo Meglio, accusate a vario titolo di omicidio colposo e disastro. Un alto
dirigente e un consulente della Grimaldi sono indagati per corruzione
internazionale, perché – secondo la tesi dell’accusa – hanno provato a
corrompere le autorità greche con biglietti di manifestazioni sportive. E tra
gli indagati c’è anche l’ad della compagnia Grimaldi Euromed Spa, Diego Pacella,
perché avrebbe tentato di cambiare bandiera alla nave, per poi farla smaltire in
Turchia, aggirando le norme europee. Ma perché poi sarebbe stato così importante
cambiare versione, e, in particolare, spostare l’inizio dell’incendio dal garage
2 al 3?
LA MENZOGNA SULL’INCENDIO: “DISEGNO CRIMINALE”
La chiave di tutto, secondo gli inquirenti, è che la situazione al garage 2 era
totalmente fuori controllo e in violazione di ogni norma di sicurezza: le porte
basculanti, che avrebbero dovuto essere chiuse proprio in caso di incendi, erano
state lasciate aperte; decine di camion erano stipati oltre la capienza di
sicurezza; agli autisti era stato consentito di bivaccare sui loro mezzi, contro
ogni norma; sui tir erano presenti carichi pericolosi; in quello spazio erano
ospitati anche clandestini. “Tale atteggiamento – scrivono gli inquirenti – è
compatibile con il raffinato e spregiudicato disegno criminale, in base al
quale, l’idea di convincere inquirenti e opinione pubblica che l’incendio fosse
scoppiato al garage 3, avrebbe potuto giustificare la mancata attivazione
dell’impianto antincendio a CO2 (poiché asservito allo spegnimento di eventuali
incendi nel solo del garage 2) (….) proprio tale dolosa omissione del comandante
(che in realtà deve correlarsi alla consapevolezza della presenza di autisti
all’interno dei camion e anche della possibile presenza di clandestini),
supportato dalla Dpa della compagnia, ha determinato non solo la perdita della
nave e del suo carico, ma anche la morte di 11 passeggeri (proprio 11 autisti
che erano rimasti a dormire nei loro mezzi all’interno dei garage, con il
benestare dell’equipaggio)”.
L’ALLARME NON AZIONATO: “MORIVANO TUTTI LO STESSO”
La consapevolezza della presenza di molte persone in un luogo della nave dove
non dovevano stare, è insomma secondo i magistrati la ragione che ha impedito al
comandante Meglio di azionare gli allarmi antincendio ad anidride carbonica,
perché altrimenti avrebbe ucciso sul colpo chiunque si fosse trovato lì: “Per
radio sentivo il nostromo e il primo ufficiale che dicevano che non si poteva
sparare la Co2 – ricorda ancora Nasole – perché c’erano persone al garage 2”.
Una circostanza che emerge anche dalle intercettazioni: “Vedi che secondo me, se
il comandante sparava il Co2 subito al ponte 2, perché il fuoco non era al 3, ma
al 2 al cento per cento…”, dice il nostromo Bartolomeo Renda, uno degli
indagati. “Non morivano i camionisti?”, gli risponde un collega. “Eh, morivano…
Perché non sono morti ugualmente? (…) Se hai sti mezzi, perchè li hai? Quando li
spari, quando non c’è più nulla da fare? (…) Io intanto sparavo il Co2, poi si
vedeva…”.
“PIÙ GENTE CARICAVANO E PIÙ SI GUADAGNAVA”
All’origine della strage ci sarebbe – secondo Nasole – la ricerca del profitto
da parte della compagnia: “Se fossero state rispettate le norme questa tragedia
si sarebbe potuta evitare (…) La notte dell’incidente c’erano troppi mezzi (…)
avevo difficoltà a passare (…) Le porte di accesso al bar venivano lasciate
aperte in modo che i camionisti che mangiavano, bevevano e festeggiavano giù
come se fossero al mare e così potevano salire a comprare l’alcool e altro al
bar e poi riscendere giù dove avevano i tavolini (…) Per far entrare più mezzi
usavano l’ingombro, cioè lo spazio necessario a chiedere le basculanti, utili in
caso di incendi. Devono restare sempre chiuse, ma erano aperte. Ciò accadeva
perché più carico veniva ammesso e più si guadagnava”.
LE PRESSIONI SULL’EQUIPAGGIO: “IO NON DICO IL FALSO”
Nelle intercettazioni affiorano più di una volta le pressioni che l’equipaggio
avrebbe subito dai superiori: “Nostromo, se noi altri quando andiamo a Roma ci
raccontiamo…possiamo fare anche falsa testimonianza (…)”, dice in una telefonata
uno dei marittimi. “Io non ne faccio falsa testimonianza!”, risponde Bartolomeo
Renda, fra gli indagati. “A me quello che dice lui… A me se mi domandano dove
era il fuoco, per me era sempre al ponte 2, non mi interessa quello che dice
lui…”. E, riferendosi alla compagnia: “Noi abbiamo bisogno e siamo dalla parte
della lama del coltello… e loro hanno il manico”. Ancora Renda: “Dovevamo dire:
‘Compà, per me la nave se la possono prendere i greci, io devo andare a casa.
Ammazzati tu e tutta la società’. Purtroppo siamo noi altri gli stupidi, che
acconsentiamo sempre, gli scimuniti”. In una diversa conversazione, un altro
degli indagati, Ilario Cuomo, ipotizza che la compagnia voglia proporre a una
degli indagati, il terzo ufficiale Martina Pietronudo, di “assumersi la
responsabilità di quanto accaduto” in “cambio di un lavoro in ufficio” e di una
“somma di denaro”: “Ho capito – obietta nella conversazione una collega – ma se
ti accolli un fatto del genere, poi il cazzo è mio, legalmente”.
“COMANDÀ, LA POLPETTA È STATA POCA”
Un altro indagato, racconta a un amico di aver nascosto elementi agli
investigatori: “Non potevo tutto come era andata certamente, sennò qui succedeva
un macello esagerato”. Ed ecco un’ulteriore conversazione tra altri due
marittimi, successiva agli interrogatori: “Come siete combinati voi con i
clandestini?”, chiede il primo. “Nel senso, siete coperti, boh?”. “Hanno
ipotizzato che c’erano i clandestini, ma loro non lo sanno”. Mano a mano che
l’inchiesta compie passi avanti, l’impressione è che tra i marittimi serpeggi il
malcontento: “Mi ha chiamato pure Meglio – dice in una telefonata il primo
ufficiale Gaetano Giorgianni, uno degli indagati – Io gli ho detto, sto fatto di
Roma (la testimonianza in Procura) non ci devo andare, perché la polpetta è
stata poca”. Un riferimento che, per chi indaga, si riferisce a un “cattivo
trattamento subito dalla compagnia”.
Nelle intercettazioni emergono anche quelli che per la Procura di Roma sarebbero
dei tentativi di alcuni esponenti della Grimaldi di influenzare le indagini
greche, in particolare per sbloccare il dissequestro della nave: “Ho chiesto a
Lauro di andare lui stesso in Grecia per fare un po’ di pressione”, dice uno dei
più alti dirigenti della società, Antonio Campagnuolo. Campagnuolo è il Dpa
della Grimaldi, quello che un tempo sarebbe stato definito comandante di
armamento. Nei suoi confronti la Capitaneria di porto italiana riserva parole
durissime: “Lo spessore criminale è elevatissimo (…) Altamente pericoloso,
predilige (pressoché esclusivamente) gli aspetti commerciali ed economici, anche
quando tali aspetti richiedono di agire in totale spregio alla legge e in
particolare alla sicurezza della navigazione e dei lavoratori e alla
salvaguardia della vita umana in mare in generale”.
IPOTESI CORRUZIONE: “GLI FACCIAMO AVERE I BIGLIETTI…”
A Campagnuolo viene contestata l’ipotesi di corruzione internazionale: “Siamo a
cumpagniell – dice una telefonata con l’avvocato Lauro in cui, secondo gli
inquirenti, si riferisce a un membro dell’autorità greca – Perché parlandoci più
volte, abbiamo parlato più volte della pallacanestro… Io vengo a vedere la
partita là, tu vieni a vedere la partita qua… sai quei tentativi…”. Un
riferimento che sembra ritornare in un altro dialogo, intercettato il 29 maggio
del 2022, stavolta fra Campagnuolo e un consulente della Grimaldi, Enrico
Mattarelli: “Ti volevo chiedere una roba… Io oggi ho parlato con il mega capo
generale del dipartimento ambientale greco, il quale si è complimentato. È
intervenuto Muzuris, che stava con lui. Io gli ho chiesto un appuntamento
riservato (…) Abbiamo fatto sta chiacchierata, hanno detto complimenti, avete
gestito le cose egregiamente (…) qui chi ci sta rallentando un po’ è il public
prosecutor (…) Cioè questi hai capito, ci siamo messi a parlare, ci andiamo a
vedere la partita, cioè è un personaggio! Ho visto che il Muzuris ha speso tante
parole e questo super mega ammiraglio gli ha lasciato molto il campo libero (…)
è proprio un mio coetaneo questo capitano Muzuris”. “Tu sai che io con Muzuris
ho un ottimo rapporto?” risponde Mattarelli. “Senza fare cose… siccome si è
creato un rapporto positivo, sai ho anche degli amici che hanno la stessa cosa…
magari gli faccio avere dei biglietti per la partita…”. Mattarelli: “Tu dici di
andare là o farli venire qua?”. Campagnuolo: “Questo lo decidiamo con calma, poi
diamo un ordine a Lauro (…) Perché altrimenti non arriviamo da nessuna parte
Enrico”. Sono queste conversazioni ad aver spinto la Procura di Roma a
contestare a Campagnuolo e a Mattarelli l’accusa di corruzione internazionale.
GRIMALDI: “CONDOTTE INCOMPATIBILI CON NOI, CHIARIRANNO”
Una contestazione che i legali respingono in modo fermo, insieme alle molte
altre ipotizzate, fra cui il depistaggio. E che metteranno in discussione nel
corso dell’udienza preliminare, che comincerà a febbraio. Tutte le accuse sono
respinte anche dalla compagnia che, riguardo alle ipotesi di depistaggio e
tentata corruzione contestate dalla procura, “confida che i soggetti coinvolti
chiariranno la loro posizione trattandosi di condotte incompatibili con la
cultura della legalità promossa” da Grimaldi. Relativamente all’incidente, per
quanto riguarda i procedimenti penali in Italia e Grecia, Grimaldi “ribadisce
piena fiducia nell’operato” dei magistrati, “certa di aver sempre adottato i più
alti standard di sicurezza su tutte le navi della propria flotta” definendosi
“leader nella sicurezza della navigazione” sulla base dei dati dell’Agenzia
europea per la sicurezza marittima. La compagnia ha anche voluto “ancora una
volta esprimere il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria
vicinanza a tutti i passeggeri coinvolti”.
L'articolo “Ci chiesero di mentire, i tir a bordo erano troppi”: il racconto
dell’ex dipendente di Grimaldi sul naufragio dell’Olympia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Irene di Grecia e Danimarca, sorella della regina emerita Sofia di Spagna, era
malata da tempo ma la sua salute si era aggravata nelle ultime settimane tanto
che, la moglie di Juan Carlos aveva cancellato i suoi impegni per starle
accanto.
L’anziana principessa non si era mai sposata e aveva trascorso la sua vita prima
accanto alla madre, principessa Federica di Hannover e poi con la sorella Sofia
che, nel 1981, l’aveva invitata a trasferirsi nel palazzo della Zarzuela a
Madrid.
Secondo il tabloid spagnolo Hola, Irene da tempo soffriva di un deficit
cognitivo che l’aveva progressivamente debilitata portandola ad allontanarsi
dalla vita pubblica. La sua ultima uscita risale all’agosto dello scorso anno,
quando era apparsa già molto debole mentre si spostava in sedia a rotelle; anche
se questo non le aveva impedito di essere presente al matrimonio del nipote
Nikolaos.
Irene e Sofia condividevano il grande amore per la musica e per la filosofia e
le cronache raccontano di un legame fortissimo che le ha sempre tenute unite,
trasformando Irene in una seconda mamma per i rampolli della casa reale
spagnola. Felipe, oggi re e le Infante Elena e Cristina sono cresciuti forti
dell’affetto di una zia che non si era mai sposata, che aveva dedicato la sua
vita alla famiglia, al pianoforte e alle cause caritatevoli promosse dalla sua
associazione World in Harmony.
Londra l’ha celebrata come musicista, con il debutto sul palco del Royal
Festival Hall nel 1969 durante il quale si esibì sulla note di Bach. L’induismo
è stata la sua religione, accolta durante la permanenza in India dove si
trasferì con la madre quando la monarchia venne abolita e la Grecia tornò ad
essere una democrazia.
La famiglia reale era in esilio, quando l’11 maggio del 1942 Irene venne al
mondo in Sudafrica, a Città del Capo. I sovrani rientrarono in patria con i tre
figli, dei quali Irene era la più piccola, solo nel 1946 quando lei aveva ancora
4 anni. Fu esattamente un anno dopo che il principe Paolo divenne re di Grecia.
Il trono passò poi al figlio Costantino II che fu cacciato nel 1967 con un colpo
di stato e costretto all’esilio dal 1973, prima in Italia poi a Londra.
All’ultimo re fu concesso di fare ritorno in Grecia solo nel 2013. Costantino
II, fratello di Irene e Sofia, aveva un legame stretto con i Windsor britannici
in quanto primo cugino di Carlo III e padrino al battesimo di William. Ai suoi
funerali, avvenuti nel gennaio del 2023, la famiglia reale inglese partecipò in
forma ristretta, ma è stato un anno dopo che, tutti presenti, è stato ricordato
il cugino greco.
L’EVENTO CHE RIUNÌ TRE CASATE REALI
Tutti tranne William che cancellò all’ultimo minuto senza mai specificare le
ragioni di questa scelta. Quello era un periodo turbolento per i principi del
Galles, Kate era stata operata all’addome alla London Clinic e ancora nessuno
sapeva della diagnosi di cancro che le era stata consegnata in ospedale. E
mancava anche re Carlo III costretto a tirarsi indietro perchè in cura per il
tumore (già reso pubblico) ed invitato dai medici ad evitare luoghi affollati.
Quell’evento, però, fu l’occasione per riunire le casate reali greche, spagnole
ed inglesi che si diedero appuntamento per una messa commemorativa a Windsor per
restituire al mondo una foto di gruppo composta da antiche corone, ancora alla
ricerca di una ribalta.
Nella Cappella di St George cercavano di lavare i loro peccati l’ex principe
Andrea e l’ex re Juan Carlos, costretto all’abdicazione nel 2014 e da anni in
esilio lontano da Madrid. A sorreggere quest’ultimo, il sovrano Felipe, simbolo
delle nuove generazioni di teste coronate europee protagoniste di gossip e
generose dispensatrici di scandali. Felipe e la sua famiglia oggi hanno detto
addio alla zia “Pecu”, aggrappandosi all’immagine di una principessa ancora
rispettata e senza macchia.
> ⚫️????La Casa del Rey confirma oficialmente el fallecimiento de la Princesa
> Irene de Grecia,hermana de la Reina Doña Sofía a los 83 años.
>
> Ha fallecido esta mañana,en el Palacio de la Zarzuela.
>
> DEP ???? pic.twitter.com/WeG93jy7RU
>
> — REINA_LETIZIA2020 (@RLetizia2020) January 15, 2026
L'articolo È morta Irene di Grecia e Danimarca, principessa rispettata e senza
macchia: la storia della “zia” Pecu proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si autodefiniscono “squadra contro il sistema”. Le loro tre principali rivali –
Olympiacos, Panathīnaïkos e AEK Atene – giocano a 500 chilometri di distanza. E
il loro legame con (il) Napoli è ben riconoscibile nei numeri e nello stile.
All’estremo nord della Grecia, al confine con la Macedonia, la città di
Salonicco è meta turistica e attrazione sportiva. Merito del Panthessalonikeios
Athlītikos Omilos Kōnstantinoupolitōn, società polisportiva meglio conosciuta
come PAOK. La squadra di calcio, tra le più antiche del territorio ellenico, è
tra le favorite per la vittoria finale del campionato e gioca in Europa League.
E da qualche mese è il nucleo dell’enclave calcistica italiana più importante
del paese.
UN PO’ DI STORIA
Fondata nell’aprile del 1926 dai fuggitivi di Istanbul durante la guerra
Greco–turca, i colori sociali sono scelti per simboleggiare la tristezza dei
conflitti (il nero) e la speranza di una rinascita (il bianco). Attualmente al
52esimo posto nel ranking UEFA, il proprietario russo Ivan Savvidis – con la CEO
Maria Goncharova – ha inaugurato un’era che dalle parti di Salonicco non si era
mai vista. Dal 2012, infatti, il PAOK ha vinto tanti titoli quanti ne aveva
alzati negli 87 anni precedenti. Famosa in tutta Europa per il calore dei tifosi
e per la suggestiva storia dello stadio Toumba (dal greco tymvos, ovvero tomba),
il PAOK è tornato a competere (e a vincere) con le potenze del campionato greco.
L’ENCLAVE ITALIANA
La Grecia è diventata per un calciatore – o dirigente – italiano è una nuova
opportunità per rimettersi in gioco. È tappa fondamentale di una carriera che ha
ancora tanto da offrire. Lo sanno bene il difensore Alessandro Vogliacco e il
centrocampista Alessandro Bianco: gli ex Genoa e Monza, dopo l’esperienza in
Serie A, hanno deciso di mettersi alla prova in un contesto diverso, ma
stimolante. Se si parla di impulso, non si può non citare il responsabile
scouting Matteo Serra. Ex Juventus dal cuore sardo, la sua è stata una scelta
professionale che gli permette di guardare oltre e di vivere la vita da
dirigente sotto un’altra prospettiva. Al fianco di un italiano “adottato”
(perché ha vissuto molti anni nel nostro paese) come Razvan Lucescu – figlio del
più noto Mircea – c’è il vice allenatore Gianpaolo Castorina, ex Entella.
NAPOLI E MARADONA
C’è poi un filo rosso che collega Salonicco a Napoli. Club e città, infatti,
hanno somiglianze con la squadra azzurra: per l’anno di fondazione (1926), il
numero di campionati vinti (4) e per una spiccata multiculturalità. Il loro
ideale “gemellaggio” nasce più precisamente nella stagione 1988/1989. In Coppa
Uefa il PAOK ospita il Napoli di Maradona per il primo turno della competizione:
un evento storico e unico nel suo genere che lega ancora oggi le due tifoserie.
El Diez segna su calcio di rigore e in città i tifosi gli rendono omaggio
qualche anno più tardi dedicandogli un murales all’esterno di una scuola. Quel
quartiere, oggi, è luogo di pellegrinaggio e un momento per ricordare la sua
presenza a Salonicco negli anni d’oro della sua carriera. Parte della curva,
inoltre, come a Napoli, si identifica con il #31, simbolo di appartenenza e
memoria. Ben riconoscibile tra i graffiti sui muri esterni del Toumba.
Oltre al calcio c’è anche un aspetto culturale che le accomuna: la passione
della gente e il flusso caotico del centro città. E non è solo apparenza, perché
sono gli stessi cittadini a sentirsi “napoletani”. E anche gli italiani che sono
arrivati da qualche mese pensano lo stesso: “Sembra di camminare tra le vie
napoletane”. Per chi tifano gli abitanti di Salonicco in Italia? La risposta è
ovvia.
Salonicco non è la classica città europea globalizzata e ricostruita con lo
stampino. Il centro abitato offre ricchi siti archeologici e resti di una storia
millenaria. Fortemente legati alle loro origini macedoni (per questioni storiche
e geografiche), il senso di appartenenza influenza una comunità intera e una
società di calcio solida nelle idee e nella filosofia. Città portuale sul Mar
Egeo con influenze romano-bizantine, a Salonicco c’è uno dei club più identitari
dell’intera Grecia. Che però ha anche un po’ di Italia.
L'articolo Un’enclave italiana nel calcio greco: alla scoperta del PAOK, la
squadra di Salonicco che vuole battere Atene proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel cimitero di di Agios Nikolaos, in Grecia, un uomo ha salvato un cane dalla
morte certa. Come riporta La Repubblica, l’animale è stato messo di proposito
all’interno di un sepolcro aperto, dal quale il cagnolino non sarebbe potuto
uscire. A causa delle pareti lisce di cemento e della profondità della tomba,
Argo, questo il nome, non avrebbe potuto risalire in superficie. La notizia è
arrivata presto a Stelios Kyriakou, noto nella zona per l’impegno costante a
favore degli animali. L’uomo ha lasciato il lavoro a Nafplio ed è corso
tempestivamente dal cane. Stelios si è calato nella tomba e ha recuperato il
cagnolino spaventato.
L’uomo si è poi sfogato sui social: “Avete capito bene: sto uscendo da una tomba
con un cane in braccio. Ho vissuto anche questo. Non so chi sia più pericoloso,
chi ha buttato il cane lì dentro – perché da solo non poteva entrarci – o tutti
quelli che “gestiscono” i randagi. Vergogna” ha dichiarato il signor Kyriakou.
Come riportato dai media locali, Argo sta bene. La paura è passata, il cane è
stato sottoposto ad alcuni controlli ed è in perfetta salute.
L'articolo “Sto uscendo da una tomba con un cane in braccio, vergogna”: la
storia di Argo, gettato a morire in un loculo vuoto del cimitero e salvo per
miracolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
La crisi geopolitica innescata dalla guerra, arrivata quasi al quarto anno,
della Russia contro l’Ucraina ha scatenato una corsa europea al riarmo che sta
compromettendo le relazioni anche tra membri della Nato, seppur da sempre in
rapporti difficili. È il caso della Grecia e Turchia. Funzionari turchi hanno
dichiarato che, pur essendo fermamente impegnata a trasformare il Mar Egeo in
una zona di pace e stabilità, la Turchia neutralizzerà risolutamente qualsiasi
minaccia, in risposta ai recenti commenti del ministro della Difesa greco, Nikos
Dendias, sui piani di Atene di schierare missili sulle isole dell’Egeo. “Tutti
gli sviluppi nella nostre regioni, comprese le attività militari della vicina
Grecia, vengono monitorati con attenzione. Come sottolineiamo costantemente, la
nostra priorità principale è la pace e la stabilità della nostra regione,
incluso il Mar Egeo. Ci assumiamo le nostre responsabilità di conseguenza e ci
aspettiamo dalla Grecia che persegua lo stesso approccio costruttivo”, hanno
dichiarato ai giornalisti fonti del ministero della Difesa turco il 4 dicembre.
Le osservazioni del ministero hanno fatto seguito alla dichiarazione di Dendias
su una nuova dottrina di difesa greca che include l’armamento delle isole
dell’Egeo con missili a guida di precisione, forniti principalmente da Israele.
La nuova dottrina greca viene considerata ostile dalla Turchia, che sta
rafforzando le proprie capacità difensive e di deterrenza in una regione densa
di conflitti armati. Il Mar Nero su cui si affacciano la Turchia, l’Ucraina e la
Russia, dopo l’annessione unilaterale della Crimea, è oggi uno dei luoghi dove
già si scontrano gli interessi non solo di questi paesi.
Le fonti hanno descritto le dichiarazioni come esagerate, irrealistiche e
fantasiose, senza altro scopo se non quello di danneggiare il clima positivo
basato su un accordo tra i leader dei due Paesi, il presidente Recep Tayyip
Erdogan e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. “Le Forze Armate turche
non rappresentano una minaccia per nessuno. Hanno, tuttavia, la forza e la
determinazione per eliminare qualsiasi minaccia che possa essere diretta contro
il nostro paese. Tutti i tentativi di prendere di mira la Turchia sono falliti
in passato e sono destinati a fallire in futuro”, hanno aggiunto le stesse
fonti.
Dendias, noto per le sue dichiarazioni incalzanti sulla Turchia fin dai tempi in
cui era ministro degli Esteri, in un discorso a margine di una conferenza
intitolata “Grecia in una prospettiva globale”, ha sostenuto che la Turchia
rappresenta la più grande minaccia per la Grecia e che sono necessarie misure
militari concrete per contrastarla. Ha affermato che, nell’ambito di una nuova
dottrina, la Grecia continuerà i suoi ambiziosi sforzi in materia di armamenti e
schiererà missili in molte isole greche, a costo di violare il diritto
internazionale. “L’Egeo non sarà protetto solo dalla Marina, bensì,
principalmente, da sistemi missilistici mobili dispiegati su centinaia, se non
migliaia, di isole. Sigilleremo il Mar Egeo dalla terraferma. Questo libererà
anche le operazioni navali dalla limitazione a questo stretto braccio di mare”,
ha affermato.
Erdogan e Mitsotakis nel 2023 avevano firmato la cosiddetta Dichiarazione di
Atene incentrata sulla volontà di mantenere buoni rapporti tra Turchia e Grecia
ed evitare passi che creerebbero nuove tensioni nell’Egeo e nel Mediterraneo.
Nel frattempo, la Turchia ha convocato alti diplomatici ucraini e russi presso
il ministero degli Esteri dopo i recenti attacchi alle petroliere che navigavano
nel Mar Nero. Anche se gli attacchi sono avvenuti in acque internazionali, sulla
base della Convenzione di Montreux del 1936, la Turchia ha piena sovranità e
responsabilità sugli Stretti (Bosforo e Dardanelli), potendo controllare il
passaggio delle navi da guerra in tempo di guerra, pur garantendo la libera
circolazione delle navi civili e mercantili in tempo di pace, rendendola un
attore chiave nella geopolitica regionale.
Secondo le informazioni ottenute dall’agenzia Anadolu, funzionari turchi hanno
espresso all’ambasciatore ucraino Nariman Celal e all’incaricato d’affari russo
Aleksei Ivanov la preoccupazione di Ankara. Il portavoce del ministero degli
Esteri turco, Öncu Keçeli, ha dichiarato in un post su X che gli attacchi alle
navi Kairos e Virat sono avvenuti all’interno della zona economica esclusiva
della Turchia e hanno rappresentato gravi rischi per la navigazione, la vita, la
proprietà e la sicurezza ambientale nella regione. “Ankara sta conducendo
colloqui con le parti interessate per impedire l’estensione della guerra contro
l’Ucraina attraverso il Mar Nero e per proteggere gli interessi economici della
Turchia”, ha aggiunto Keçeli.
Allo stesso tempo, la Turchia sta portando avanti le proprie attività
nell’ambito del Black Sea Mine Countermeasures Task Group (MCM Black Sea), una
missione co-fondata con Romania e Bulgaria.
L'articolo Mar Egeo, sale la tensione tra Grecia e Turchia. Il ministro degli
Esteri di Ankara: “Neutralizzeremo qualsiasi minaccia” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La nostra ultima puntata di Coffee Tech del 29 novembre su La7 ha esplorato il
cambiamento nella nostra visione del futuro, passata da un ottimismo tecnologico
lineare (futuro ‘jetpack’) a una prospettiva più complessa e cinica (futuro
‘cyberpunk’). Questo fenomeno di ridefinizione collettiva del domani trova un
potente parallelo storico nella relazione tra Roma e la Grecia, descritta nella
mostra appena inaugurata ai Musei Capitolini La Grecia a Roma.
I Romani, pur vincitori militari, subirono una conquista culturale totale che ne
riscrisse l’orizzonte di aspirazioni. Prima dell’incontro con la Grecia, il
futuro di Roma era plasmato da valori pratici, marziali e agricoli. L’arte era
funzionale. L’incontro con la civiltà greca rappresentò uno “shock del futuro”:
i bottini di guerra non erano solo oggetti, ma i frammenti di un modello
alternativo di società, che privilegiava la bellezza ideale, la filosofia e la
perfezione formale. Questo “futuro” si rivelò più seducente del loro.
Come oggi adottiamo il linguaggio digitale globale, i Romani assimilarono il
lessico culturale greco, dalla lingua all’estetica. Questo non fu un processo
passivo. Le botteghe greche che producevano opere “in stile” per i romani sono
l’equivalente antico della nostra rielaborazione creativa di tecnologie globali,
un tentativo di trovare una voce originale all’interno di un paradigma
dominante.
La traiettoria romana mostra un’evoluzione esemplare: si passò dalla predazione
(il saccheggio dei generali e di Nerone) alla commissione (Adriano che pagava
artisti greci viventi). Questo segna il passaggio cruciale da consumatori
passivi a co-creatori attivi di un futuro condiviso, una lezione di maturità
culturale che è più che mai attuale per noi nell’era tecnologica.
Infine, l’episodio della statua di Lisippo, raffigurante l’atleta che si deterge
il sudore, restituita da Tiberio dopo le proteste popolari, dimostra che questa
nuova visione del futuro, basata sulla bellezza come bene comune, era diventata
un bisogno della collettività, non un lusso per élite. Anche oggi, la spinta per
un futuro tech più etico e sostenibile nasce similmente dal basso. Anche noi
oggi, infatti, viviamo un’epoca in cui una potente visione del futuro (quella
tecnologica) cerca di conquistare le nostre anime. La lezione di Roma è che la
sfida non è respingere questo incontro, ma gestirlo con la stessa intelligenza
finale, cioè assimilare, rielaborare e, come Adriano, imparare a diventare
architetti consapevoli, e non semplici spettatori, del domani.
In quest’ottica, la frase “I Romani conquistarono la Grecia, ma furono i Greci a
conquistare l’anima di Roma” assume tutto un altro significato.
L'articolo La Grecia a Roma: ai Musei Capitolini una mostra più che mai attuale
nell’era tecnologica proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’imponente sciame di terremoti che ha scosso le isole greche di Santorini e
Amorgos nel 2025 non è stato causato da una faglia in scivolamento, ma da un
inatteso flusso di magma che agisce come un cuore sotterraneo, battendo con
cicli di espansione e contrazione. A scoprirlo è stato uno studio internazionale
– frutto della collaborazione tra l’ALomax Scientific (Francia), l’Università
Aristotele di Salonicco (Grecia) e l’University College London (Regno Unito) –
che offre uno sguardo inedito e dettagliato sulle dinamiche del magma a grandi
profondità. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Science.
Tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo, i ricercatori hanno analizzato oltre
25.000 terremoti che si sono verificati tra Santorini e le isole di Amorgos.
Centinaia di questi erano abbastanza forti con magnitudo superiore a 4,5. Lo
sciame sismico ha provocato lo stato di emergenza locale, la chiusura delle
scuole e l’allarme tra residenti e turisti di Santorini. Per decenni, l’origine
dell’agitazione sismica in aree vulcaniche attive come Santorini è stata oggetto
di dibattito, spesso attribuita a movimenti lungo le faglie o a intrusioni
magmatiche.
Nel nuovo studio il team di ricerca ha superato i limiti della sorveglianza
tradizionale applicando avanzati metodi di machine learning per individuare e
localizzare con precisione circa 25.000 terremoti registrati durante la crisi.
Questi tremori, normalmente visti solo come sintomi, sono stati trasformati in
veri e propri “sensori virtuali”. Sfruttando una nuova tecnica di imaging 3D
chiamata CoulSeS, i ricercatori hanno mappato come i cambiamenti di stress nel
sottosuolo abbiano innescato l’attività sismica, tracciando il percorso
migratorio dei sismi stessi. Il risultato è l’immagine chiara di un dicco, cioè
un intrusione di magma, in propagazione che non avanza in modo lineare, ma con
un meccanismo dinamico e sorprendente: il “flusso a pompa”.
Mentre il magma spingeva in avanti la sua sacca sotterranea, ha dovuto superare
ripetutamente delle “barriere di stress” nella crosta terrestre. Dopo ogni
rottura, il flusso si arrestava, per poi subire cicli dinamici di contrazione ed
espansione, un comportamento che ricorda i battiti di un cuore geologico.
“Abbiamo utilizzato un nuovo metodo per determinare la causa di uno sciame di
terremoti, trattando ciascuno dei 25.000 terremoti localizzati con precisione
come ‘misuratori di stress virtuali’, ovvero indizi su come lo stress stava
cambiando nel sottosuolo”, spiega Stephen Hicks, del Dipartimento di Scienze
della Terra dell’UCL. “Questo ci ha fornito un quadro robusto e ad alta
risoluzione di ciò che stava accadendo, consentendoci di escludere lo
slittamento della faglia come causa principale dei terremoti. La nostra tecnica
– continua – potrebbe essere applicata ai futuri sciami sismici quasi in tempo
reale e potrebbe consentirci di prevedere meglio la probabilità di eruzioni
vulcaniche o terremoti più forti”.
Le evidenze dello studio suggeriscono che il magma che ha causato i terremoti di
Santorini non si stava avvicinando alla superficie. “Se applicassimo la nostra
tecnica a sciami di terremoti simili in futuro, potremmo individuare con
precisione dove il magma potrebbe fuoriuscire e potenzialmente in che quantità”,
spiega Hicks. “Il nostro approccio utilizza solo dati provenienti dai sismometri
che registrano le vibrazioni del terreno, ed è quindi particolarmente utile per
gli eventi sottomarini in cui le immagini satellitari o il GPS terrestre,
utilizzati per individuare i cambiamenti nella posizione del terreno, potrebbero
non essere disponibili”, conclude.
Valentina Arcovio
Lo studio
L'articolo Santorini trema per il “cuore di magma”: lo sciame sismico rivela
cosa ha provocato i terremoti del 2025 proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Alberto Minnella
Negli ultimi vent’anni, in Italia, è successo qualcosa che non ha fatto rumore,
ma che ha cambiato parecchio: ci siamo abituati. Ci siamo abituati a una
politica che parla più in televisione che in Parlamento, a un dibattito pubblico
sempre più ridotto a slogan, a una partecipazione civile che si accende a
fiammate e poi si spegne. Non c’è stato un punto di rottura, nessun evento
traumatico: solo un lento scivolare verso un’idea di cittadinanza più passiva,
più spettatrice che protagonista.
È per questo che la memoria del 17 novembre 1973 ad Atene può tornare utile. Non
perché ci siano analogie immediate — la Grecia di allora viveva sotto una
dittatura militare — ma perché quella rivolta mostra un meccanismo universale:
quando un gruppo, anche piccolo, riesce a riappropriarsi della parola pubblica,
l’intero sistema entra in discussione. Gli studenti del Politecnico non
pensavano di fare la rivoluzione; volevano semplicemente dire la loro, e farlo
davanti a tutti. È stata la reazione del potere a trasformare la protesta in un
evento storico.
Guardando all’Italia degli ultimi due decenni, colpisce invece quanto il
dissenso sia diventato, poco a poco, qualcosa da osservare con sospetto. Le
piazze sono state spesso raccontate come un fastidio, le mobilitazioni come un
eccesso, le richieste sociali come capriccio o minaccia. E così ci si è abituati
all’idea che un conflitto — normale in una democrazia — vada subito ricondotto
all’ordine, neutralizzato, svuotato della sua funzione politica. È un
cambiamento lento ma significativo: quando un Paese smette di ascoltare il
dissenso, smette di ascoltare se stesso.
La storia greca del ’73 ricorda invece che la vitalità democratica nasce proprio
da lì: dal fatto che qualcuno, in un momento qualsiasi, decide che è arrivato il
momento di dire “non va bene così”, e che la società, nel suo insieme, prenda
quella voce sul serio. È un insegnamento che vale anche per noi: non servono
eroismi, serve lucidità. E la lucidità, in politica, significa partecipare,
discutere, mantenere vivo uno spazio pubblico in cui non sia sempre lo stesso a
parlare più forte.
Se oggi “tiriamo fiori” su quella memoria, non è per nostalgia, ma per
ricordarci una cosa molto semplice: la democrazia non è fatta solo delle grandi
occasioni. È fatta dell’attenzione quotidiana, della capacità di non lasciar
scivolare tutto, della volontà di non rassegnarsi alla versione più comoda dei
fatti. Gli studenti del Politecnico non cambiarono la storia da soli, ma
mostrarono che una società può risvegliarsi anche da una piccola crepa. È una
lezione che, negli ultimi vent’anni italiani, sarebbe stato utile ricordare più
spesso.
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L'articolo La rivolta di Atene del 17 novembre 1973 ci ricorda che la democrazia
va coltivata ogni giorno proviene da Il Fatto Quotidiano.