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Trump fa e i suoi lacchè reagiscono compiacenti: così torna l’oscurantismo in Occidente
C’è poco da stupirsi se Giorgia Meloni, nella sua più recente presa di posizione ufficiale quale nostra presidente del consiglio in carica, si augurava di poter candidare Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, quando si tratta della stessa persona che all’inizio della carriera ministeriale certificava in Parlamento con il proprio voto che la marocchina Ruby Rubacuori era senza alcun dubbio la nipote del premier egiziano Mubarak. Dunque, sempre di spudorata acquiescenza si tratta (che la narrazione corrente accredita come abilità manovriera e forza comunicativa), di un personaggio politico che persegue la sua scalata blandendo il potente di turno e accondiscendendo ai suoi grotteschi capricci. Indubbiamente risibile, nella misura in cui è rivelatrice di un abito morale inadeguato per guidare un Paese che si presume civile. Specie nelle traversie da affrontare in questi tempi. Minacce in non trascurabile misura prodotte dalla transizione sistemica ad opera di un ciclopico distruttore a piede libero, quale il destinatario delle servili ruffianate di Meloni. Ma c’è qualcuno che si stupisce se l’attuale presidente degli Stati Uniti, dopo aver tentato il colpo di Stato alla fine del suo primo mandato, autorizza i suoi squadroni della morte, reclutati tra gli assalitori di Capitol Hill e altre nefandezze, di abbattere pacifici cittadini come prede venatorie di una feroce caccia all’uomo. Come le due vittime dell’Ice a Minneapolis, Renée Good e Alex Jeffrey Pretti; quale avvertimento a quanti ritengono diritto democratico dissentire dal potere. Un nemico che minaccia gli equilibri vigenti da eliminare. E se la violenza cieca si scatena contro gli stessi compatrioti, perché stupirsi se il furore devastatore si rivolge contro l’intero orbe terracqueo, a partire proprio dai tradizionali alleati? Di certo la tempesta che si è abbattuta sul mondo diventa inarrestabile perché quelle che il premier canadese Mark Carney chiama “le potenze di mezzo” – in particolare i leader europei e il club di Bruxelles di cui frequentano i salotti – hanno solamente saputo abbassare il capo nella speranza di sopravvivere al passaggio dell’uragano. Sorde all’invito del collega – giunto dai Grandi Laghi del Nord America al Forum di Davos 2026 – di “agire insieme perché il mondo assuma una piegatura diversa, verso il progresso e la giustizia”. Ma per fare questa radicale inversione di marcia occorre capire di cosa si alimenta la furia trumpiana, diventata virale nell’acquiescenza di chi poteva/doveva contrastarla: la convinzione egemonica che la società mondiale – e l’Occidente in particolare – si divide drasticamente tra chi ha e chi non ha. E chi ha deve sentirsi consapevole della propria superiorità intellettuale e morale, che lo autorizza a qualunque pretesa; anche la più abietta. In particolare combattere con la forza e il terrore chi osa contrastare questo presunto stato di fatto. Per diritto divino o per l’ordine naturale delle cose. Un pensiero che riemerge in tutta la sua virulenza da secoli di tentato addomesticamento, da parte di una didattica umanitaria e cosmopolitica che si presentava illuminata dalla luce della benevolenza e della solidarietà. Nei secoli in cui la stanchezza e l’orrore di massacri e stermini hanno dato credito al pensiero della luce. Con il prevalere della lezione di Erasmo da Rotterdam su quella di Machiavelli. Infine – nel Novecento – la catastrofica guerra civile dell’intero Occidente, che ha sancito il collasso dell’Europa come centro del sistema-mondo, ha dato vita a istituzioni internazionali che si ritenevano capaci di intercettare la luce. Ma dall’ultimo quarto del secolo scorso l’oscurantismo è tornato ad avanzare con gli stivali delle sette leghe. Inesorabilmente. Un’ideologia di stampo anglosassone nata (secondo Michel Foucault) dalla sublimazione in lotta di classe della guerra di razze dopo la conquista normanna dell’Inghilterra (Hastings 1066) e l’asservimento dei sassoni, proseguita nella dottrina di stampo calvinista e puritano del successo come segno della grazia divina; fino all’avanzata a ovest dei colonizzatori “di un continente assegnato dalla provvidenza”, spinta dall’eccezionalismo messianico americano. Quel concentrato di aggressività e prevaricazione che riemerge come credenza salvifica dell’impero morente. Mentre il nostro presente si sta trasformando in una sorta di tragedia shakespeariana del re pazzo circondato da cortigiani ossequienti. E non sai quale di questi personaggi sia il più indegno: magari i cardinali di curia alla Paolo Mieli, che invitano a sopire e troncare i distinguo; a non esagerare con le critiche. I veri giullari dei nostri giorni. L'articolo Trump fa e i suoi lacchè reagiscono compiacenti: così torna l’oscurantismo in Occidente proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Botta e risposta su La7. Mieli spinge sul riarmo, Landini si oppone: “Vediamo prima come l’Ucraina spende i fondi inviati”
Botta e risposta a In onda (La7) tra il segretario dela Cgil Maurizio Landini e il giornalista Paolo Mieli sullo sciopero generale del 12 dicembre contro la Legge di Bilancio 2026 del governo Meloni, ritenuta “ingiusta, sbagliata e insufficiente” perché non affronta le emergenze sociali e lavorative del paese. Durante la trasmissione, Landini spiega le ragioni della contestazione: il mancato aumento dei salari e delle pensioni, l’innalzamento dell’età pensionabile, la precarietà nel lavoro, i tagli a sanità pubblica, istruzione e welfare, la mancanza di giustizia fiscale e il focus su misure che premiano i redditi alti (come rilevato da Istat, Banca d’Italia e Ufficio parlamentare di bilancio). E aggiunge: “Questi non fanno altro che condoni fiscali, ora in manovra hanno infilato il quindicesimo condono. Ormai raccontano balle. Non avevano un promesso che se vincevano le elezioni loro avrebbero cancellato la Fornero? Bene, hanno aumentato l’età pensionabile, non hanno fatto la pensione di garanzia per i giovani, addirittura hanno tolto “Opzione donna” e quelle forme di flessibilità che possono aiutare coloro che fanno i lavori più gravosi. Questi stanno facendo cassa, come sempre sui lavoratori dipendenti e sui pensionati“. Il sindacalista poi sottolinea: “Di fatto, l’unico investimento pubblico che viene previsto nei prossimi tre anni è quello nelle armi. Se tu prendi la legge di bilancio di quest’anno, alla voce ‘investimenti pubblici’ c’è zero. E infatti l’Ilva sta per chiudere perché non vogliono intervenire. Cè una crisi industriale nel nostro paese che sta andando avanti da 31 mesi. Capite perché siamo arrivati alla proclamazione dello sciopero? Il governo Meloni vuole che non si scioperi? Noi l’abbiamo proclamato un mese e mezzo prima, quindi c’è il tempo per aprire una trattativa e per cambiare queste cose”. Mieli obietta: “Non gettiamo lì le armi in questo modo demagogico. Si tratta di partecipare a un progetto europeo di riarmo anche in funzione di una guerra che è ancora in atto. Allora io faccio una domanda a Landini: alla precedente manifestazione giustamente faceste sventolare bandiere palestinesi. Se non ci sarà una pace, farete sventolare le bandiere dell’Ucraina? Anche lì muoiono delle persone sotto le case, donne, bambini, da doppio del tempo”. Immediata la risposta di Landini: “Noi siamo scesi in piazza perché vengano fermate tutte le guerre“. “Quindi farete sventolare bandiere ucraine?”, incalza Mieli. “Ma certo – risponde il segretario della Cgil – Il 25 ottobre, quando abbiamo riempito piazza San Giovanni a Roma, ha parlato il segretario del sindacato mondiale. E la posizione del sindacato mondiale, non della Cgil, è quella di bloccare il processo di di riarmo che si è avviato nel mondo, perché siamo di fronte a un aumento delle spese per armi in tutto il mondo che non ha precedenti”. “L’Ucraina è il punto, segretario”, ribatte Mieli. “Sì – risponde Landini, che cita lo scandalo corruzione a Kiev – sull’Ucraina vediamo anche come vengono spesi i soldi che vengono dati“. L'articolo Botta e risposta su La7. Mieli spinge sul riarmo, Landini si oppone: “Vediamo prima come l’Ucraina spende i fondi inviati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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