“Ha portato avanti un proposito criminoso per lungo tempo”, costruendo “un
meccanismo che le consentisse il trasferimento di ingenti somme di denaro” e
tentando poi “di giustificare l’ingiustificabile”. Con queste parole la IV
sezione penale della Corte d’Appello di Milano descrive la condotta di Irene
Pivetti nelle motivazioni della sentenza che ha confermato la condanna a quattro
anni per evasione fiscale e autoriciclaggio.
Il verdetto, pronunciato il 10 dicembre scorso, riguarda il processo nato
dall’inchiesta del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di
Finanza e coordinata dal pm Giovanni Tarzia. Al centro dell’indagine una serie
di operazioni commerciali del 2016 per circa 10 milioni di euro, legate in
particolare alla compravendita di tre Ferrari Granturismo che, secondo l’accusa
accolta dai giudici, sarebbero state utilizzate per riciclare proventi derivanti
da illeciti fiscali.
Nelle 46 pagine di motivazioni i giudici Fagnoni, Centonze e Marchiondelli
parlano di “estrema gravità dei fatti” e sottolineano come l’ex presidente della
Camera abbia agito con “elevata intensità del dolo”, adottando “comportamenti
capziosi” per precostituirsi “postume giustificazioni”. Un atteggiamento che,
secondo la Corte, si sarebbe protratto anche durante il processo, con il
tentativo di trovare “escamotage per depotenziare i propri illeciti”.
La Corte ha inoltre confermato le altre due condanne pronunciate in primo grado:
due anni di reclusione, con pena sospesa e non menzione, per il pilota di rally
ed ex campione di Granturismo Leonardo “Leò” Isolani e per la moglie Manuela
Mascoli. Confermata anche la confisca di quasi 3,5 milioni di euro, somme già
congelate durante le indagini. Per i giudici, l’incensuratezza di Pivetti è
stata già “benevolmente valutata” con la concessione delle attenuanti generiche
in primo grado e non può giustificare una ulteriore riduzione della pena. Pur
riconoscendo che l’ex politica “non si è sottratta al contraddittorio”, la Corte
evidenzia la “mancanza di alcun senso di resipiscenza”, con il tentativo di
attribuire “se non l’esclusiva, la principale responsabilità dei terzi nei
fatti”.
La sentenza ricostruisce anche i flussi finanziari dell’operazione, individuando
trasferimenti di denaro per oltre 7,5 milioni di euro, seguiti dagli
investigatori con rogatorie internazionali in dieci Paesi, dalla Spagna alla
Polonia fino a Malta e Macao. Secondo la Corte, il gruppo Only Italia costituiva
“un mero schermo giuridico” e le attività erano in realtà riconducibili
direttamente a Pivetti. Nell’impianto accusatorio accolto dai giudici, Only
Italia avrebbe svolto un ruolo di intermediazione in alcune operazioni
commerciali del Team Racing di Isolani, che aveva un debito fiscale di circa 5
milioni di euro e avrebbe cercato di sottrarre alcuni beni al fisco, tra cui le
tre Ferrari Granturismo. Le vetture sarebbero state oggetto di una finta
compravendita al gruppo cinese Daohe per essere invece trasferite in Spagna.
L’unico bene realmente ceduto ai cinesi, secondo quanto ricostruito nelle
motivazioni, sarebbe stato il logo della Scuderia Isolani abbinato al marchio
Ferrari. Per la Procura, Pivetti avrebbe acquistato quel marchio per 1,2 milioni
di euro rivendendolo poi alla società cinese per 10 milioni. Dopo la sentenza,
l’ex presidente della Camera ha ribadito la propria estraneità ai fatti. “La
verità è che io sono innocente”, ha dichiarato, annunciando con il suo difensore
Filippo Cocco il ricorso in Cassazione.
L'articolo Irene Pivetti e la motivazione della condanna, i giudici: “Proposito
criminoso di lunga durata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Riciclaggio
Le accuse di “riciclaggio”, “frode” o “appropriazione indebita” degli aiuti
destinati alla Flotilla o alla popolazione di Gaza, riferite dai media tunisini
e confermate dai legali, si fatica a prenderle sul serio. Ma non c’è niente da
ridere: dopo le botte e l’annullamento degli eventi programmati dalla Flotilla,
cinque attivisti tunisini sono in carcere da venerdì 6 marzo e ci resteranno per
almeno cinque giorni. Tra loro c’è Wael Naouar, molto noto fin dai tempi
dell’opposizione alla dittatura di Ben Ali e oggi punto di riferimento della
Global Sumud, che ha largo seguito in Tunisia. Un sesto attivista, secondo fonti
locali, è ricercato. Le accuse peraltro somigliano molto a quelle rivolte ad
avvocati e operatori umanitari che sostengono i migranti.
L’indagine delle autorità tunisine ne coinvolge anche altri, vedremo come si
svilupperà, ma si è già capito che in questa primavera di guerra la Flotilla,
pronta a ripartire ad aprile via mare e anche con una carovana via terra, non
avrà vita facile nel Paese. Del resto in Tunisia non era stato facilissimo
nemmeno l’anno scorso, proprio lì era arrivato il primo attacco con i droni
sulle barche in procinto di ripartire verso Gaza. Il presidente Kaïs Saïed avava
fatto un po’ di equilibrismo, lasciando campo libero alla Flotilla senza
agevolarla, ma ora il quadro sembra essere radicalmente cambiato: se negli
ultimi anni Tunisi si era avvicinata a Teheran, nei giorni scorsi Saïed ha
condannato gli attacchi iraniani sui Paesi del Golfo in risposta ai
bombardamenti israelo-statunitensi.
Così è finita molto male la visita in Tunisia di quasi tutti i membri dello
Steering Committee della Global Sumud. C’erano anche il brasiliano Thiago Avila
e gli italiani Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella, Greta Thunberg e
rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand Madleens. Mercoledì 4
marzo agli attivisti giunti da tutto il mondo e ai loro compagni tunisini le
forze dell’ordine hanno impedito con la forza, a suon di manganellate, di
raggiungere il porto di Sidi Bou Said: su Instagram ci sono le immagini. Il
giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto l’annullamento di
un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della società civile e
giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi.
A Sidi Bou Said gli attivisti volevano incontrare i lavoratori e i sindacati del
porto, per ringraziarli del sostegno ricevuto lo scorso settembre alla partenza
delle barche dirette verso Gaza. “La manifestazione era stata programmata in
anticipo e aveva ricevuto le richieste autorizzazioni delle autorità tunisine –
si legge in una nota della Global Sumud Flotilla – Tuttavia, poco prima che
cominciasse, i permessi erano stati ritirati improvvisamente senza spiegazioni”.
Loro ci hanno provato lo stesso e ci sono stati diversi feriti e contusi, alcuni
medicati in ospedale. Almeno una donna ha riportato una frattura a un dito della
mano. Anche giovedì l’annullamento è arrivato all’improvviso. Venerdì c’è stata
una manifestazione di protesta contro gli arresti.
Proprio davanti a Sidi Bou Said, nello specchio di mare che si vede anche dal
palazzo presidenziale di Saïed a Cartagine, tra il 10 e l’11 settembre scorso
due misteriosi droni lanciarono bombe incendiarie sulla Family e la Alma, le due
piccole navi che erano le ammiraglie della Flotilla partita il 31 agosto da
Barcellona e destinata a rincongiungersi a Porto Palo in Sicilia con le
imbarcazioni preparate in Italia. Le autorità tunisine inizialmente negarono, la
Guardia nazionale parlò di un mozzicone di sigaretta mentre tutti vedevano nei
video una palla di fuoco che cadeva sulla barca. Al secondo episodio furono
avviate indagini che non hanno portato lontano su quella evidente violazione
delle acque territoriali di un Paese sovrano.
Gli attivisti stranieri hanno lasciato la Tunisia, Avila ha diffuso un messaggio
in cui dice: “Non ci fermeranno”. Ma l’aria resta molto pesante. Wael Nouar è
stato uno dei leader degli studenti tunisini ai tempi della dittatura, è da
tempo impegnato nella solidarietà con i palestinesi su cui finora il regime di
Saïed non aveva usato il pugno diroed è già finito nei mesi scorsi nella
campagna sulla “flotilla di Hamas” per gli incontri avuti con esponenti degli
Hezbollah libanesi o dei Fratelli musulmani. Che sono perfino ovvi, non hanno
molto a che vedere con i finanziamenti alla Flotilla, ma naturalmente non
piacciono agli amici di Netanyahu e di Bin Salman. Sono in carcere anche la
moglie di Nouar, Jawaher Channa, e gli attivisti Nabil Chanoufi, Sana Msahli e
Mohammed Amin Belnour.
“Per questo genere di accuse ci sono cinque giorni di garde à vue (fermo, ndr),
rinnovabili per altri cinque, poi gli accusati devono essere portati davanti a
un giudice istruttore. Le ipotesi sono riciclaggio di denaro, frode, sviamento
di fondi. Ma nel fascicolo, per il momento, a quanto ne sappiamo non c’è
niente”, spiega l’avvocato Sami Benghazi, uno dei legali che assistono i cinque,
rinchiusi nel centro di detenzione di Bouchoucha alle porte di Tunisi.
La Global Sumud Flotilla 2026 punta su una maggiore partecipazione dal Sud del
mondo. Nei piani la Tunisia aveva una certa importanza, come e più dell’anno
scorso. E non è difficile immaginare che anche in altri Paesi possano aprirsi
indagini sui finanziamenti: la raccolta dei fondi per la prossima missione è in
corso, la Flotilla ritiene di avere tutte le carte in regola, ma basta poco per
rallentare e complicare le cose. Senza contare che il Mediterraneo non è più
quello di sei mesi fa: ci sono più portaerei che navi commerciali.
L'articolo Flotilla nel mirino in Tunisia, botte al porto e poi le accuse di
“frode”: 5 in carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il valore degli oggetti presenti nei mezzi sequestrati ammonta a 40 milioni di
dollari Usa, 35 milioni di euro e 9 kg di oro”. E’ stata Oschadbank a chiarire
cosa trasportavano i due mezzi blindati diretti verso l’Ucraina fermati dalle
autorità ungheresi. Il sequestro segna un nuovo step nell’escalation di tensione
in corso da mesi tra il governo di Viktor Orban e quello di Volodymyr Zelensky
su diverse tematiche tra cui la riparazione dell’oleodotto Druzhba. Ma accende
anche un faro sull’enorme quantità di valuta straniera che entra ogni anno nel
territorio di Kiev.
Il convoglio stava effettuando un trasferimento di valuta dalla Raiffeisen Bank
International in Austria alla Oschadbank, in Ucraina. Secondo quest’ultima – una
delle più grandi istituzioni finanziarie del paese, interamente di proprietà
dello Stato – “il carico è stato registrato in conformità con le norme
internazionali sul trasporto e le attuali procedure doganali europee”. Ma
Budapest indaga per riciclaggio di denaro. Solo quest’anno, secondo
l’Amministrazione Nazionale delle Imposte e delle Dogane ungherese, oltre 900
milioni di dollari USA, 420 milioni di euro e 146 chilogrammi di lingotti d’oro
sono transitati per il territorio magiaro dirette in Ucraina.
Il trasporto di decine di milioni in contanti è una prassi consolidata nel
sistema bancario. Nel caso di Oschadbank, può avvenire per tre motivi. Dopo
l’invasione russa molti ucraini preferiscono usare il cash, alcune
infrastrutture finanziarie sono state danneggiate e in varie regioni l’economia
resta molto basata sul contante. La prassi, poi, può servire a riequilibrare le
scorte di valuta, sostituire le banconote usurate e rifornire le filiali aree
del territorio che presentino un’elevata richiesta di “carta”. La terza ragione
è la gestione della liquidità internazionale: le banche possono spostare moneta
forte come dollari o euro tra caveau per esigenze operative o di sicurezza.
Ma la vicenda ha attirato l’attenzione anche per un altro aspetto. Nelle normali
operazioni tra banche europee si usa prevalentemente l’euro. Trasportare grandi
quantità di dollari e lingotti d’oro è molto più raro: i dollari sono gestiti di
solito in maniera informatica, senza muovere banconote, e l’oro viene custodito
in caveau specializzati o circuiti controllati. Nel caso dell’Ucraina, la
presenza di dollari ed euro può essere spiegata dalla necessità di riserve di
valore in un contesto di instabilità economica e guerra. Ma è ovvio che quando
queste due forme di valore si spostano insieme in grandi quantità, destano
l’attenzione delle autorità.
Oschadbank è uno degli 8 istituti autorizzati dalla Banca Nazionale Ucraina a
importare denaro contante dall’estero insieme a Sense Bank, Privatbank,
Raiffeisen Bank, FUIB, Pivdennyi, Kredobank e RVS Bank. Lo ha reso noto la
stessa Banca centrale a novembre, quando venne alla luce l’inchiesta “Midas” su
un presunto giro di tangenti per 100 milioni di dollari e l’Ufficio nazionale
anti-corruzione (Nabu) pubblicò le fotografie dei pacchi di dollari che venivano
sequestrati all’organizzazione che farebbe capo a Timur Mindich, ex socio del
presidente Zelensky ai tempi della tv. In una delle prime immagini diffuse, i
pacchi di banconote per un totale di 4 milioni di dollari presentavano
l’etichettatura standard utilizzato dalla Federal Reserve, la banca centrale
degli Stati Uniti.
Da allora Nabu e Sapo, la Procura specializzata anticorruzione, hanno effettuato
diversi altri sequestri di dollari nell’ambito dell’indagine che ha scosso il
governo di Kiev. Il biglietto verde viene utilizzato per le tangenti di alto
livello – l’ex vice primo ministro Oleksiy Chernyshov è accusato di aver
ricevuto 1,2 milioni di dollari in contanti e in un’altra indagine l’ex premier
Yulia Tymoshenko, indagata per corruzione, è stata fotografata con diverse
mazzette di dollari sulla scrivania- , ma anche per “oliare” anche ai rami più
bassi delle gerarchie amministrative.
Il campionario è pressoché sterminato. Il 23 febbraio, ad esempio, un dipendente
di un dipartimento interregionale dei Servizi di sicurezza (l’intelligence
interna) è stato trovato in possesso di 68 mila dollari in contanti, ricompensa
per aver falsificato documenti utili a due persone per evitare il servizio
militare. Il 22 gennaio presso negli uffici della dogana di Lutsk, nella regione
nord-occidentale della Volinia, sono state rinvenute e sequestrate banconote per
oltre 850 mila dollari. Il 19 dicembre nella stessa città Nabu e Sapo avevano
documentato il pagamento di 15mila dollari cash su una tangente da 30mila per
cambiare la destinazione d’uso di un terreno da agricolo a edificabile.
L'articolo Ucraina, i fiumi di contanti che arrivano nel paese: “Da inizio anno
1,3 miliardi e 146 kg d’oro solo attraverso l’Ungheria” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Anticrimine federale tedesco ha effettuato un blitz nella sede centrale della
Deutsche Bank a Francoforte sul Meno e in una filiale di Berlino. Le indagini
degli agenti della Bka, coordinate dalla procura di Francoforte, riguardano
“responsabili e dipendenti, per ora ignoti, dell’istituto” sospettati di aver
intrattenuto rapporti commerciali con aziende straniere che sarebbero state
“utilizzate per effettuare riciclaggio di denaro”.
FARO SULLE AZIENDE LEGATE AD ABRAMOVICH
Secondo le informazioni dello Spiegel, che ha rivelato le perquisizioni
effettuate da una trentina di agenti in borghese della Bka, si tratterebbe di
aziende legate all’oligarca Roman Abramovich. L’uomo d’affari russo, ex
proprietario del Chelsea, è nella lista dei sanzionati dall’Unione Europea dalla
primavera del 2022 a causa dei suoi stretti legami con il presidente russo
Vladimir Putin. Gli avvocati di Abramovich, interpellati dal quotidiano tedesco,
si sono rifiutati di rilasciare dichiarazioni.
“DEUTSCHE BANK NON HA SEGNALATO ATTIVITÀ SOSPETTE”
La Deutsche Bank ha invece confermato, su richiesta, che i suoi uffici sono
stati toccati da “un’indagine della Procura di Francoforte” e che la banca sta
“collaborando pienamente con le autorità”, ma che per il momento non saranno
forniti ulteriori dettagli. Secondo le informazioni fornite da Süddeutsche
Zeitung, la banca non avrebbe presentato tempestivamente una o più segnalazioni
di attività sospette riguardanti le società di Abramovich.
IL TITOLO DELLA BANCA SCIVOLA IN BORSA
Il governo tedesco non ha voluto commentare, sottolineando però l’impegno
dell’esecutivo nella lotta contro i reati fiscali e finanziari. “Abbiamo già
avviato diverse misure in questa legislatura, ed è abbastanza chiaro che non si
tratta di reati di poco conto – ha detto un portavoce del ministero delle
Finanze – Siamo fermamente concentrato su questo aspetto come priorità e
continueremo a intervenire”. Giovedì mattina la Deutsche Bank – il cui titolo è
subito scivolato del 3% in Borsa – presenterà i dati di bilancio relativi al
quarto trimestre e all’intero anno 2025.
L'articolo “Sospetti di riciclaggio da parte di aziende legate ad Abramovich”:
blitz nella sede di Deutsche Bank proviene da Il Fatto Quotidiano.
In attesa di essere nuovamente interrogati dalla procura vallese, sui coniugi
Jacques e Jessica Moretti – titolari del Constellation di Crans-Montana, il
bar-discoteca teatro della strage di Capodanno – “indagano” i giornalisti.
Cronisti francesi, svizzeri e italiani stanno, tessera dopo tessera,
ricostruendo il mosaico di che restituisce una storia personale e
imprenditoriale segnata da ombre, precedenti giudiziari e interrogativi ancora
aperti. Al centro dell’inchiesta ci sono Jacques e Jessica Moretti, i coniugi
corsi proprietari del locale, oggi indagati dalla procura cantonale per incendio
colposo, lesioni personali e omicidio colposo plurimo. Il Corriere della Sera
riporta l’amicizia di Jacques con Jean-Pierre Valentini, “uomo d’affari
attualmente sotto processo a Marsiglia per riciclaggio e associazione per
delinquere”
Per Jacques Moretti, quello con la Svizzera non era il primo guaio. Nel 2008 era
stato condannato a dodici mesi di carcere per sfruttamento della prostituzione,
in relazione a un centro massaggi sulle rive dell’Arve, a Ginevra. Il processo
si era svolto in Francia, ad Annecy, ma riguardava fatti commessi in territorio
elvetico. L’indagine era partita da una segnalazione alla polizia su giovani
donne reclutate in Francia. Moretti aveva sempre respinto le accuse, sostenendo
di aver gestito il locale solo per pochi mesi e che le lavoratrici non fossero
costrette. Grazie alla condizionale, la pena era stata sospesa.
Archiviata quella vicenda, Moretti ha ricostruito la propria immagine puntando
su locali di successo e su un’idea di intrattenimento audace e provocatoria. Nel
2015, insieme alla moglie Jessica, prende in gestione il Constellation, che
diventa rapidamente uno dei luoghi più frequentati di Crans-Montana: serate in
maschera, eventi ispirati a atmosfere sensuali, simboli esclusivi come il “Bar
Clandestin” nel seminterrato, con luci blu e giochi d’acqua. Nel 2022 la coppia
acquisisce anche l’immobile, per oltre 1,5 milioni di franchi svizzeri come
ricostruito dai cronisti svizzeri di insideparadeplatz.ch.
Negli anni successivi l’ascesa economica dei Moretti appare rapida e continua,
per molti versi sorprendente. Nel 2020 aprono il locale “Senso”, nel 2023 il
ristorante Le Vieux Chalet a Lens. Parallelamente crescono gli investimenti
immobiliari, come documentato dall’inchiesta della testata svizzera
insideparadeplatz.ch: abitazioni, terreni edificabili, nuove acquisizioni fino
al 2024. Jessica investe anche in Costa Azzurra, tra Cannes e la zona di Monaco,
nel settore della gestione immobiliare di pregio.
Una crescita che oggi solleva interrogativi, soprattutto alla luce di legami e
coincidenze che riemergono dal passato. In Corsica, dove Jacques è nato e dove
aveva aperto il suo primo bar a Bonifacio, il suo nome viene accostato a quello
di Jean-Pierre Valentini, uomo d’affari attualmente sotto processo a Marsiglia
per riciclaggio e associazione per delinquere, in un’indagine che coinvolgerebbe
ambienti della criminalità organizzata corsa. Nessuna accusa diretta, ma un
contesto che alimenta interrogativi. Prima del devastante rogo del bar –
trasformato in una discoteca senza permessi stando ai primi accertamenti – i
Moretti apparivano ben integrati nella comunità locale, promotori di iniziative
culturali e sociali, come premi per studenti meritevoli e progetti artistici
legati alla musica corsa.
Venerdì i due proprietari del Constellation saranno nuovamente ascoltati dagli
investigatori svizzeri: secondo l’emittente BfmTv, l’interrogatorio riguarderà
la loro situazione personale, alla presenza anche degli avvocati delle vittime.
La difesa delle famiglie spera che l’audizione possa portare a misure cautelari.
Nelle stesse ore verrà ascoltata anche una cameriera sopravvissuta all’incendio.
L'articolo Crans Montana – Jacques Moretti e la presunta amicizia con
l’imprenditore corso “sotto processo per riciclaggio e associazione per
delinquere” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un articolato sistema di fatture false per operazioni inesistenti, destinato a
generare una montagna di denaro da riciclare all’interno del Casinò di
Saint-Vincent. È l’ipotesi di lavoro della Guardia di Finanza di Aosta impegnata
nell’indagine coordinata dalla Procura. L’operazione, che coinvolge 33 indagati
a vario titolo, ha portato a sequestri per circa 5 milioni di euro e a
perquisizioni in undici regioni italiane, dal Piemonte alla Sicilia. Il
meccanismo illecito, definito dagli inquirenti “complesso e strutturato”,
ruotava attorno a tre società piemontesi attive nel commercio di materiale
ferroso: Rigenera Italia srl, Italfibre srl e Metalfer srl. Secondo gli
accertamenti, solo tra il 2023 e il 2024 sarebbero state emesse fatture false
per oltre 3 milioni di euro, consentendo indebite detrazioni IVA e generando
liquidità “nera” da far rientrare nei circuiti ufficiali.
Una volta incassati gli importi delle fatture fasulle, secondo l’ipotesi
dell’accusa, il denaro veniva trasferito sui conti personali di Massimo Martini,
49 anni, di Alba, che aveva il compito di recarsi al Casinò di Saint-Vincent per
riciclarlo. Qui entravano in gioco i due funzionari infedeli della casa da
gioco: Cristiano Sblendorio, direttore dell’ufficio marketing, e Augusto
Chasseur Vaser, direttore dell’ufficio cambi e fidi. I due avrebbero più volte
convertito in fiches grandi quantità di contante, violando le norme
antiriciclaggio e accettando, come contropartita, buste di denaro. Attraverso la
simulazione di vincite al gioco, il Casinò bonificava poi gli importi a Martini,
attribuendo al denaro una falsa origine lecita, che rientrava successivamente
nelle società tramite nuove fatturazioni.
Gli inquirenti contestano inoltre a Sblendorio una serie di condotte
ulteriormente gravi: avrebbe garantito a Martini benefit da cliente “Vip 5”,
consentendogli di pernottare gratuitamente al Grand Hotel Billia e di accedere
liberamente ai tavoli da gioco, facilitando così la monetizzazione delle fiches.
In un’altra occasione, avrebbe tentato – senza successo – di convincere
l’amministratore delegato del Casinò a non vietare l’accesso a Martini,
arrivando persino a minacciare le dimissioni. L’indagine, coordinata dal
procuratore capo Luca Ceccanti e dal pm Francesco Pizzato, ha messo in luce
anche un secondo filone: un gruppo di imprenditori che utilizzava il medesimo
sistema per abbattere ricavi, eludere imposte e ottenere denaro contante, sempre
appoggiandosi agli stessi due funzionari infedeli del Casinò.
Tra gli indagati figurano, come riporta La Stampa, inoltre nomi rilevanti, come
l’ex presidente del Genoa Calcio Aldo Spinelli e alcuni rappresentanti legali
delle società coinvolte, tra cui Mariano Rossi (Rigenera Italia), Eligio Boscaro
(Italfibre) e Riccardo Castagna (Metalfer). Oltre 150 finanzieri sono impegnati
in perquisizioni e sequestri di denaro contante, conti correnti, disponibilità
finanziarie e immobili in tutta Italia. Le accuse, a vario titolo, includono
associazione per delinquere, dichiarazione fraudolenta, riciclaggio, emissione e
utilizzo di fatture false, ricettazione e corruzione di incaricato di pubblico
servizio. L’inchiesta, spiegano fonti investigative, ha permesso di ricostruire
una vera e propria “lavatrice finanziaria” in cui il Casinò di Saint-Vincent,
tramite i suoi funzionari, diventava il punto di passaggio decisivo per ripulire
ingenti somme di denaro di origine illecita. Le indagini proseguono per definire
la posizione dei singoli indagati e quantificare con precisione il danno
erariale.
L'articolo Fatture false per riciclare soldi al casinò di Saint-Vincent, 5
milioni sequestrati e 33 indagati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da quando Donald Trump ha varato le norme sulle criptovalute che hanno reso i
token digitali mainstream negli Usa, utilizzando le cripto per fare affari
personali e di famiglia che hanno aumentato il patrimonio del suo clan per 4
miliardi di dollari, denaro sporco per ben 28 miliardi di dollari è stato
“lavato” attraverso le criptovalute. Lo documenta l’inchiesta pubblicata dal
Consorzio internazionale di giornalismo investigativo ICIJ (lo stesso dei
Panama, Paradise e Malta Papers), insieme al New York Times e da altre 36
organizzazioni giornalistiche in tutto il mondo.
Trump ha promesso di rendere gli Usa la “capitale mondiale delle criptovalute“:
“La guerra dell’amministrazione Biden contro le criptovalute è finita”, ha
dichiarato Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca. Un’inversione di 180
gradi rispetto ai controlli dell’era Biden. Dopo aver costretto alle dimissioni
molti regolatori che intralciavano i suoi piani, tra conflitti di interesse
personali e dell’amministrazione (la Cantor Fitzgerald, azienda del suo
segretario al Commercio Howard Lutnik, è la banca depositaria di Tether, la
principale stablecoin mondiale), la finanza Usa ha adottato i criptoasset come
nuova forma di speculazione per tutti.
C’è però un costo nascosto. Secondo una inchiesta di ICIJ e New York Times,
“almeno 28 miliardi di dollari legati ad attività illecite sono confluiti negli
exchange di criptovalute negli ultimi due anni. Il denaro proveniva da hacker,
ladri ed estorsori. È stato ricondotto a criminali informatici in Corea del Nord
e a truffatori i cui schemi si estendevano dal Minnesota al Myanmar. L’analisi
ha mostrato che questi gruppi hanno trasferito più volte denaro sui più grandi
exchange del mondo, i mercati online dove gli utenti possono convertire dollari
statunitensi o euro in bitcoin, ether e altre monete digitali”.
Al centro dell’inchiesta ci sono alcuni exchange come Binance, la maggior
piattaforma mondiale di scambio di criptovalute, che a maggio ha stretto un
accordo commerciale da 2 miliardi di dollari con la società di criptovalute di
Trump, ma anche almeno “altri otto importanti exchange, tra cui OKX, una
piattaforma globale con una presenza crescente negli Stati Uniti”. “Le forze
dell’ordine non riescono a gestire l’enorme quantità di attività illecite nel
settore”, ha affermato Julia Hardy, co-fondatrice di zeroShadow, una società di
indagini sulle criptovalute. “Non può andare avanti così”.
Per garantire l’accuratezza dei risultati dell’indagine, l’ICIJ si è affidata a
più di due dozzine di analisti blockchain, tra cui esperti del settore e
accademici, nonché ad alcune società di analisi della blockchain. ICIJ ha poi
sviluppato metodi proprietari per analizzare le transazioni effettuate con
Tether, la principale stablecoin mondiale (una stablecoin è una criptovaluta il
cui valore è ancorato 1 a 1 a un altro asset, come il dollaro) gestita dagli
italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino.
Mentre Binance era sotto la supervisione di osservatori nominati dal tribunale,
almeno 408 milioni di dollari in valuta digitale sono confluiti sui conti
dell’exchange da Huione Group, una società finanziaria con sede in Cambogia
usata dalle bande criminali cinesi per riciclare i proventi del traffico di
esseri umani e di operazioni fraudolente su scala industriale. Binance non è
stata la sola. A febbraio OKX, un altro dei più grandi exchange di criptovalute
al mondo, si è dichiarato colpevole negli Stati Uniti di aver gestito un sistema
di trasferimento di denaro illegale e ha accettato di ingaggiare un consulente
per la conformità incaricato dal tribunale. Nonostante questa svista, i conti
dei clienti di OKX hanno continuato a ricevere centinaia di milioni di dollari
da Huione, inclusi oltre 161 milioni di dollari dopo che a maggio il
Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha etichettato Huione come “principale
fonte di riciclaggio di denaro”. ICIJ ha esaminato decine di migliaia di
transazioni per centinaia di milioni di dollari che Huione ha inviato agli
indirizzi di deposito dei clienti su Binance e OKX. L’analisi di ICIJ ha
rilevato che, in un anno, Huione ha trasferito in media 1 milione di dollari in
tether al giorno sui conti dei clienti su Binance. Anche dopo che il gruppo è
stato etichettato come riciclatore il ritmo è continuato senza sosta.
Huione offre immobili sparsi nel Sud-est asiatico ai suoi clienti, gruppi
criminali organizzati cinesi, per allestire call center nei quali centinaia di
lavoratori – molti dei quali vittime della tratta di esseri umani – sono schiavi
di una catena delle truffe: cercare e contattano le vittime su Facebook e altre
piattaforme di social media, fingono interessi amorosi o consigli finanziari,
poi indirizzano le vittime verso siti mascherati da piattaforme di criptovalute.
Una volta che le vittime pagano, i siti mostrano quello che sembra un saldo in
aumento. In realtà, i ladri stanno già riciclando i fondi delle vittime, spesso
proprio sugli exchange cripto. Ma il gruppo criminale non è il solo: l’inchiesta
documenta decine di casi simili.
Il tutto avviene nonostante i principali exchange si siano impegnati a reprimere
i criminali che usano le cripto per spostare fondi. Nel 2023 Binance si è
dichiarato colpevole negli Usa per violazioni delle norme in materia di
riciclaggio e ha accettato di pagare una multa di 4,3 miliardi di dollari al
governo di Washington dopo aver elaborato transazioni per gruppi terroristici
come Hamas e Al Qaeda, criminali e pedofili. Il suo fondatore e amministratore
delegato, Changpeng “CZ” Zhao, si era dichiarato colpevole ma a ottobre Trump lo
ha graziato e la Casa Bianca lo ha dipinto come vittima di una caccia alle
streghe politica. Così, tra conflitti di interesse e manipolazioni politiche, il
riciclaggio continua.
L'articolo Cripto-lavanderia: dopo le norme varate da Trump riciclati 28
miliardi di dollari legati a attività illecite proviene da Il Fatto Quotidiano.