“Tre settimane di Catge: 19 milioni di dollari di capitalizzazione, oltre un
milione di volume nelle ultime 24 ore, 9 mila detentori, più di 20 mila
supporter… e dicevano che non sarebbe durato 48 ore. Don’t stop believin”.
Questo il tweet con cui il 2 giugno 2021 Francesco Facchinetti, popolare dj e
showman figlio di Roby, tastierista e voce dei Pooh, “pompava” la nuova
criptovaluta “Catge”, una memecoin che aveva come immagine quella di un gatto
(cat) e scimmiottava la memecoin Doge lanciata da Elon Musk. Già a inizio 2022
però il token era crollato e con esso i milioni versati da migliaia di italiani.
A distanza di quasi cinque anni, per quella vicenda ora il pm Andrea Gobbis
della procura di Milano ha disposto la citazione diretta a giudizio per truffa
aggravata di Stefano Longoni, manager 43enne nato a Carate Brianza e residente a
Dubai. All’udienza predibattimentale del 24 febbraio è stata ammessa la
costituzione di parte civile di un agente dello spettacolo quarantenne che ha
denunciato Longoni, accusandolo di averlo convinto ad acquistare e detenere
Catge procurandogli un danno di circa 180mila euro. I difensori di Longoni non
hanno optato per riti alternativi: dunque, il processo proseguirà il 17 marzo
per le richieste di prova e l’apertura del dibattimento. Longoni ha una
rilevante peculiarità: è cugino di Francesco Facchinetti.
Facchinetti aveva recitato con convinzione il ruolo di “ambasciatore” del meme
token, con molti post sui social network, immagini e video diffusi per esaltare
le magnifiche sorti e progressive della criptovaluta simboleggiata da un gatto.
L’attività svolta da Facchinetti, in gergo cripto, si chiama shilling: lo
“shiller” è un personaggio di solito pubblico, sportivo, showman o
dell’economia, che genera un interesse artificiale su un certo token perché
viene pagato o per pura convinzione errata. Nei primi mesi del 2022 però, come
raccontato dal Fatto, pure Facchinetti pareva aver “perso la fede”: aveva
cancellato dal suo profilo Twitter i “cinguettii” su Catge ed evitava di
rispondere allo tsunami di attacchi che arrivano da centinaia di risparmiatori
inferociti. Catge era sì durato più di 48 ore, ma solo per invogliare un numero
crescente di sprovveduti sottoscrittori a entrare nella trappola: la
criptovaluta alla fine era crollata. Il team degli (pseudo anonimi) realizzatori
di Catge si era dileguato e con loro erano spariti i soldi razzolati da migliaia
di sottoscrittori, per la maggior parte italiani.
Secondo la denuncia presentata contro Longoni dall’agente dello spettacolo, il
manager avrebbe avuto il ruolo di “promuovere una cripto valuta denominata Catge
di cui egli era uno degli ideatori, inducendo in errore circa la genuinità della
trattativa”. In questo modo Longoni “si procurava un ingiusto profitto con pari
danno per la persona offesa consistito nell’impedirgli di monetizzare il
pacchetto di moneta virtuale che aveva ricevuto quale compenso per tale
collaborazione e che iniziava a svalutarsi progressivamente, procurandogli un
danno di circa 180 mila euro”. Ipotesi prive di fondamento, secondo l’avvocato
Matteo Sergio Calori che insieme al collega Marco Brenna difende Longoni:
secondo Calori, Longoni non avrebbe avuto alcun ruolo decisorio nella struttura
e nelle vicende della memecoin Catge, non avrebbe coinvolto chi lo ha denunciato
e dunque non gli avrebbe procurato alcun danno, perché non avrebbe utilizzato
“artifizi o raggiri”. Ma soprattutto, dice l’avvocato Calori, Longoni spiegherà
in aula le sue ragioni e farà i nomi e cognomi dei veri ideatori di Catge.
Con un palmo di naso sono rimasti però i migliaia di giovani, entusiasti (e
sprovveduti) fan della cripto. Una community che si era formata in Rete ed era
stata sostenuta sui social network, ma anche da numerosi siti, per “credere”
nella possibilità di fare soldi in fretta. I tecnici le chiamano memecoin,
monete virtuali ispirate ai meme del web, emesse con progetti di valore
intrinseco nullo, su piani di sviluppo nebulosi e quasi mai realizzabili, che
non hanno una propria blockchain. Sull’onda del cane Doge di Musk, nella
primavera del 2021 fu così lanciato il fantomatico “progetto” della memecoin
Catge. Il token fu realizzato a bassissimo costo sulla blockchain Bnb. Il
programma della criptovaluta era inconsistente, gli obiettivi di finanza
decentralizzata (DeFi) ambigui, la tempistica lasca, mancavano i nomi della
società promotrice, di eventuali partner finanziari e del team di sviluppo.
Tutti segnali di allarme che molti non colsero, per ingordigia o inesperienza.
Dopo il lancio a metà maggio 2021, Catge decollò per capitalizzazione e
transazioni, poi via via si spense sino al crollo dell’80% nei primi giorni del
2022. Gli scambi, che il 6 giugno 2021 avevano sfiorato i 6 milioni di dollari,
a inizio 2022 si erano di fatto azzerati, così come il valore della cripto.
Intanto gli anonimi promotori di Catge avevano cancellato il profilo Twitter
della memecoin e svuotato le chat di Telegram sulle quali avevano manovrato una
community di ventimila fan. Nel mondo delle criptovalute questo genere di truffa
è chiamata rugpull: gli sviluppatori mollano il progetto di colpo e scappano con
i fondi dei sottoscrittori, dopo aver venduto più token possibile in breve
tempo.
Alle migliaia di vittime di Catge non era rimasto sinora che sfogarsi sui social
network. Ora però Longoni dovrà chiarire ai magistrati la sua posizione, oltre a
svelare chi si cela dietro lo pseudonimo di “Anna Jane”, che sui social si
presentava come la fondatrice di Catge.
Ma non sarà il solo a parlare in aula nel processo per truffa aggravata: il pm
Gobbis ha già citato come testimone d’accusa proprio Francesco Facchinetti, che
dovrà riferire sulla sua testimonianza rilasciata alla polizia postale di Como
il 3 maggio 2024. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel 2024 da Facchinetti
alla Polizia Postale, “la persona fisica che ha inventato Catge era indiana o
pakistana. Anna era… il cofondatore di Catge, l’ho scoperto successivamente, lo
pseudonimo di tale Ares, un ragazzo italiano che credo abiti negli Usa. L’ho
conosciuto nel 2021 ma non lo vedo da allora, me l’ha presentato mio cugino
Stefano. Pubblicamente non mi sono mai esposto nel consigliare l’acquisto di una
criptovaluta, non essendo io un consulente finanziario. A differenza di altri
personaggi dello spettacolo, pagati per pubblicizzare token, nft o cripto, io
non ho mai ricevuto alcun compenso né da mio cugino né da altri per il progetto
Catge. Non ho mai posseduto token Catge. Ho solamente connesso delle persone,
del tutto gratuitamente. Credo che Catge abbia perso tutto il suo valore per due
motivi: primo, il 99% di questa tipologia di token dal 2020 al 2021 è totalmente
morto per il crollo del mercato; secondo, un grosso investitore di Catge ha
speculato prima pompandola e poi facendola crollare”, aveva spiegato
Facchinetti.
Il tipo di frode agli investitori indicata da Facchinetti collima con la truffa
chiamata pump and dump, “pompa e scarica”, che consiste nel vendere una
criptovaluta autoprodotta abbassandone poi il prezzo, specialità di molti
truffatori olandesi. Anche il server che ospita il sito di Catge è, curiosa
coincidenza, situato nella città olandese di Rotterdam. Facchinetti si dichiara
dunque estraneo. Ma non è la prima volta che il dj rimane coinvolto in vicende
poco edificanti: molti ricordano il suo precedente con Stonex One, il
“telefonino italiano” lanciato dal dj tra il 2014 e il 2015 con 150mila
pre-ordini. Peccato che, dopo poche settimane di produzione e 7mila cellulari
realizzati, la società costruttrice andò in crac, lasciando i clienti con un
device senza futuro. Anche in quel caso, Facchinetti si chiamò fuori spiegando
di non avere avuto alcun beneficio dalla vicenda.
L'articolo Truffa del memecoin Catge: a processo il cugino del promoter
Francesco Facchinetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Criptovalute
C’era una volta, appena quattro mesi fa – un’eternità nel calendario dei pesci
con l’anello al naso – il mitico Bitcoin a quota 126 mila dollari, che avrebbe
dovuto salire a 250.000 o anche 400 mila, stanti le dritte dei soliti analisti a
credibilità zero. I “cripto-fenomeni” e i vati del Vangelo secondo l’Algoritmo
ci spiegavano, con l’aria di chi la sa lunghissima, che eravamo finalmente
davanti all’Oro Digitale, la moneta del popolo che avrebbe mandato in pensione
banche, Stati e burocrati. Oggi, mentre il suddetto Oro è ruzzolato a 68mila con
la grazia di un sacco di patate lanciato dal quinto piano (nel mio ultimo post
sul tema qui sul Fatto quotava 90.000 e ho preso 250 insulti dai lettori),
quegli stessi geni ci dicono che è solo “volatilità”, una specie di salutare
rinfrescata alle ascelle del mercato. Contenti loro, e soprattutto contenti i
ritardatari dell’ultima ora che sono entrati in ottobre e oggi si ritrovano con
un rinfrescante -50% sul groppone. Dimezzati: poveretti, come soffrono. Se
succede una cosa del genere in finanza, uno si ritira.
La novità degli ultimi tempi, ci informano, sono gli ETF. Per i non addetti ai
lavori, è il modo in cui la finanza speculativa ha impacchettato il rischio
(Bitcoin compreso) per venderlo nei canali ufficiali dei grandi marchi di Wall
Street. Ci dicevano: “È più facile, compri in banca!”. E infatti è facilissimo,
il tappeto rosso steso all’ingresso si è trasformato in una botola oleata
all’uscita. Appena tira aria di tempesta, i capitali “coraggiosi” scappano più
veloci di uno sprinter quando sente lo sparo, comprimendo i tempi del disastro.
Poi ci sono le “leggi ferree”, come l’infallibile ciclo quadriennale
dell’halving: una sorta di orologeria liturgica dove il codice dimezza i nuovi
Bitcoin ogni 210.000 blocchi, più o meno ogni quattro anni, per decreto divino.
Secondo i sacerdoti della blockchain, questa scarsità programmata dovrebbe
garantire il paradiso in terra. Peccato che, tra un halving e l’altro, la
roulette russa continui a girare, il software carica il tamburo e il proiettile
lo incassa puntualmente lo speculatore della domenica.
Il tutto mentre la Federal Reserve, stanca di giocare al piccolo chimico con la
liquidità, l’uomo di Mar-a-Lago molto impegnato con le crypto di famiglia l’ha
affidata a Kevin Warsh. E il mercato non l’ha presa bene. Perché è un po’ come
mettere un lupo (a dieta) a guardia di uno stazzo di pecore abruzzesi. Altro che
bene rifugio. Quando scoppia la guerra, la gente compra l’oro vero, quello che
se ti cade sul piede fa male. Il Bitcoin che doveva essere “poco correlato” ad
altri asset, invece finisce spesso per muoversi in sintonia con i titoli growth,
che è il nome elegante che la finanza dà alle scommesse sul futuro che non hanno
più benzina nel motore (e anche i produttori di software ansimano).
Persino i banksters più seri, un tempo li definivamo “too big to fail”, che pure
di razzie e speculazioni e spesso aria fritta se ne intendono, iniziano a
perdere la pazienza. Il più intelligente del club, Jamie Dimon, n.1 del colosso
JPMorgan Chase, pur aprendo ai clienti l’accesso a Bitcoin, spesso via ETF e
strumenti collegati, ha usato una delle sue metafore ad uso e consumo delle
masse: “Comprare Bitcoin è come fumare, ognuno è libero di farlo, ma io ne sto
alla larga”. Chissà che non mettano l’etichetta per i futuri acquirenti:
“Attenzione, nuoce gravemente alla salute (finanziaria). E uccide”.
Restano i famosi 21 milioni di pezzi, una cifra che i devoti citano come un
versetto biblico ma che, a voler fare i pignoli, nel White Paper originale di
Satoshi non compare nemmeno (Satoshi lo scrive altrove): è stata scolpita
direttamente nel codice sorgente, come un comandamento digitale irrevocabile
quanto arbitrario. Un’offerta limitata, dicono. Peccato che a essere limitata
sia soprattutto la capacità di intendere e di volere di chi s’illude che un
algoritmo crittografico su registro distribuito, totalmente privo di flussi di
cassa, possa miracolosamente trasformarsi nel nuovo ordine monetario mondiale.
Il Bitcoin resta quello che è sempre stato, una splendida versione peer-to-peer
del gioco delle tre carte. O una Catena di Sant’Antonio. Oppure, peggio, il più
vasto “schema Ponzi” di tutti i tempi.
Per chi ci ha messo soldi all’inizio, ed è ancora in guadagno, la regola è
quella di sempre: ridimensionare la posizione, mettere limiti alle perdite, take
the loss, e soprattutto, procurarsi un buon Maalox. Il resto, per quanto
suggestivo, è noiosa litania da speculatori frustrati ben mascherati da
libertari. Anzi, è fumo. Grazie per gli insulti.
L'articolo Bitcoin dimezzato: per i cripto-fenomeni un rinfrescante -50% sul
groppone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Errore epocale nel mondo dei bitcoin. Un dipendente della piattaforma sudcoreana
Bithumb ha accreditato agli utenti quaranta miliardi di dollari invece che i 425
dollari che era previsto venissero distribuiti nell’ambito di una promozione.
Come è potuto succedere? Invece del montepremi effettivo, pari a 620mila won
sudcoreani, sono stati elargiti a pioggia a 695 utenti 620.000 bitcoin, per un
valore appunto di oltre 40 miliardi di dollari. In pratica, racconta il Wall
street journal, chi avrebbe dovuto ricevere 2.000 won – sufficienti per pagare
un caffè – ha incassato, almeno momentaneamente, più di 120 milioni di dollari
in bitcoin.
Il tutto con la conseguente corsa alle vendite o alla riscossione che ha
provocato un crollo del mercato del 17%, prima che Bithumb interrompesse le
transazioni dopo circa 30 minuti. Le perdite sono state pari a circa 685.000
dollari. La società ha quindi chiesto ai destinatari di restituire
volontariamente i soldi e oltre il 99% è tornato in cassa. La debacle ha fatto
precipitare Bithumb, nome affidabile in uno dei mercati al dettaglio di
criptovalute più attivi al mondo, in una crisi autoinflitta.
Le autorità di regolamentazione finanziaria della Corea del Sud hanno avviato
un’indagine formale che potrebbe portare a sanzioni per la piattaforma, che nel
frattempo si è detta pronta a collaborare e ha istituito un monitoraggio 24 ore
su 24 per prevenire incidenti simili. Secondo la legge locale, gli exchange di
criptovalute non possono consentire operazioni che superino l’effettiva
disponibilità di monete detenute nel loro caveau digitale. Ma questo non sembra
essere il caso della recente attività di Bithumb, che rappresenta un
“catastrofico fallimento dei controlli interni”, ha affermato Lee Jung-soo,
consulente del governo sudcoreano in materia di politica sugli asset digitali.
L'articolo Errore della piattaforma cripto Bithumb: accredita ai clienti 40
miliardi di dollari non dovuti proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Consob ha inflitto una sanzione amministrativa pecuniaria da 200 mila euro a
Fabrizio Corona per violazione della normativa europea sulle cripto-attività. Il
provvedimento, deliberato con atto numero 23815 e firmato dal presidente Paolo
Savona, riguarda l’“offerta al pubblico di cripto-attività, diverse dai token
collegati ad attività o dai token di moneta elettronica, denominati ‘memecoin
$CORONA’”. Oltre alla sanzione economica, l’Autorità amministrativa indipendente
che vigila sui mercati finanziari italiani ha ingiunto a Corona di “astenersi
dal ripetere la violazione”. Il pagamento della multa dovrà avvenire entro
trenta giorni dalla notifica del provvedimento.
LE CONTESTAZIONI DELLA CONSOB
Secondo quanto riportato nel testo della delibera, l’offerta dei memecoin
$CORONA è avvenuta in violazione del regolamento europeo MiCAR (Markets in
Crypto-Assets Regulation). In particolare, la Consob evidenzia che l’iniziativa
non è stata promossa da una persona giuridica, come richiesto dalla normativa
applicabile, ma direttamente da una persona fisica. L’Autorità sottolinea
inoltre che l’offerta “non è stata accompagnata dalla redazione di un White
Paper” e non è stata oggetto di notifica alla Consob, passaggi ritenuti
essenziali per consentire agli investitori una valutazione consapevole e
informata dell’operazione.
Dagli accertamenti emerge che l’offerta al pubblico italiano dei memecoin
$CORONA, qualificabili come cripto-attività diverse dai token collegati ad
attività o dai token di moneta elettronica, è stata realizzata attraverso più
canali. In particolare, la promozione sarebbe avvenuta tramite il canale
Telegram “Fabrizio Corona – Adrenalina Pura Official Community”, dedicato ai
memecoin, e attraverso il sito internet www.getcoronamemes.com, nell’ambito di
un’iniziativa denominata “Adrenalina Pura”. I token risultavano inoltre
scambiabili sulla piattaforma Raydium. Secondo la Consob, l’uso combinato di un
sito dedicato e dei social media – in particolare Instagram e Telegram – ha
consentito di raggiungere “con immediatezza quantomeno l’ampia platea di
soggetti ad essi iscritti”, ovvero i follower di Corona.
Nel valutare la sanzione, la Consob definisce “elevata” la gravità dei fatti
contestati. L’Autorità evidenzia che Corona avrebbe svolto un’offerta al
pubblico italiano dei risparmiatori e dei potenziali investitori “in completa
violazione della disciplina applicabile”, ignorando anche un richiamo di
attenzione che gli era stato tempestivamente rivolto. La violazione, secondo gli
atti, si sarebbe protratta per almeno nove giorni, nel periodo compreso tra il
24 febbraio 2025, data dei primi accertamenti online, e il 4 marzo 2025. La
Consob precisa inoltre che la condotta è “ascrivibile a titolo di dolo”.
Un ulteriore elemento considerato dall’Autorità riguarda l’atteggiamento tenuto
da Corona nel corso del procedimento. Nella delibera si legge che non ha assunto
“un atteggiamento collaborativo”, rimanendo inerte sia dopo la ricezione del
richiamo di attenzione sia durante l’istruttoria, senza esercitare alcuna
attività difensiva. Dalla documentazione in atti, infine, non risultano misure
adottate successivamente alla violazione per evitare il ripetersi di
comportamenti analoghi in futuro. Un aspetto che ha contribuito alla
determinazione dell’importo della sanzione e all’ingiunzione di cessazione della
condotta contestata.
L'articolo Multa da 200 mila euro a Fabrizio Corona per la sua criptovaluta
“$CORONA”: “Ha violato il regolamento europeo e non ha un atteggiamento
collaborativo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un
gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il
dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire
all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In
Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La
sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per
vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa
token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas
sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del
leader, tollera i chavisti ancora al potere.
In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un
patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha
copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle
sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato
l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le
società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India,
Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi
cambiarlo in yuan, rupie, dirham.
Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo
Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e
padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo
per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle
criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino,
CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca
centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.
Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni
nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve
“garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e
dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative
delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether
collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le
sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.
Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio
nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno
a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa
sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del
narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma
cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il
flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il
suo stesso portafoglio.
E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia
correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia
militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre
più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in
formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e
geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv.
Il capitalismo dell’ipocrisia.
L'articolo Tether, la cripto-arma segreta di Putin e Venezuela per aggirare le
sanzioni Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca gli Usa hanno drasticamente
ridotto la pressione sul fronte dell’antiriciclaggio, del contrasto al
finanziamento del terrorismo e della violazione di sanzioni. Il Financial Times
ricostruisce che nel 2025 le multe si sono fermate a meno di 1,7 miliardi di
dollari, in calo del 61% rispetto ai 4,3 miliardi dell’anno precedente.
Il crollo, spiega il quotidiano finanziario, riflette una scelta politica: fin
dall’insediamento il tycoon ha chiesto alle autorità di vigilanza finanziaria un
approccio più “business-friendly“, spingendo verso l’archiviazione o il
rallentamento di numerosi procedimenti, inclusi quelli sul settore delle
criptovalute. Da gennaio l’autorità di vigilanza sui mercati (Sec) ha archiviato
numerose indagini su piattaforme crypto, molte delle quali avevano sostenuto
finanziariamente l’insediamento presidenziale. Paul Atkins, nominato da Trump
alla guida della Commissione, aveva del resto esplicitamente promesso maggiore
tolleranza e avvisi preventivi alle imprese prima di avviare azioni formali.
Il passo indietro non riguarda solo l’antiriciclaggio in senso stretto. Con un
ordine esecutivo di febbraio 2025, la Casa Bianca ha poi messo in pausa
l’applicazione del Foreign Corrupt Practices Act, la legge anticorruzione
internazionale che dal 1977 era il pilastro dell’azione statunitense contro le
tangenti a funzionari stranieri e aveva fatto degli Stati Uniti il punto di
riferimento mondiale nella lotta alla corruzione transnazionale, ispirando le
convenzioni Ocse e Onu e aprendo la strada a un enforcement coordinato anche in
Europa.
Il risultato è un palese arretramento di Washington come garante dell’integrità
del sistema finanziario globale. Mentre in Europa, Canada, Regno Unito, Svizzera
ed Emirati Arabi Uniti le sanzioni per reati finanziari sono aumentate, nota il
Ft sulla base di dati della società di software per la compliance finanziaria
Fenergo, il calo registrato negli Usa ha trascinato verso il basso il dato
complessivo mondiale: nel 2025 le multe globali sono diminuite del 19%,
scendendo a 3,7 miliardi di dollari.
Vero è, ricorda il quotidiano, che il dato Usa del 2024 è stato gonfiato da un
singolo caso, la maxi sanzione da 3 miliardi di dollari contro la banca canadese
TD Bank. Mentre nel 2025 la multa più elevata è stata quella da 511 milioni di
dollari pagata dalla banca svizzera Credit Suisse per aver aiutato clienti
americani a nascondere miliardi di dollari alle autorità fiscali. E che spesso
le multe arrivano diversi anni dopo l’apertura delle indagini iniziali, per cui
le cifre del 2025 potrebbero riflettere un trend iniziato prima del secondo
mandato di Trump. In ogni caso Daniel Stipano, ex alto funzionario dell’Office
of the Comptroller of the Currency, dice al Ft di vedere dietro la riduzione
“ragioni politiche”.
E Rory Doyle, responsabile della divisione reati finanziari di Fenergo, dopo
aver ipotizzato che anche lo shutdown di 43 giorni e i tagli ai dipendenti degli
enti di controllo possano aver avuto un peso, aggiunge che di sicuro il ritorno
di Trump alla Casa Bianca ha segnato una battuta d’arresto nelle misure di
contrasto nei confronti società di asset digitali. Il fatto che le criptovalute
siano la principale fonte di arricchimento del tycoon non è certo un dettaglio.
Trump
Quanto al contrasto alla corruzione internazionale, basti dire che il Foreign
Corrupt Practices Act dalla sua entrata in vigore ha portato il Dipartimento di
Giustizia a istruire quasi 500 casi e la Sec altri 276 accertando tangenti che
avrebbero propiziato affari per miliardi di dollari, mentre nel 2025 non
risultano nuovi casi aperti. E quelli già in corso sono stati sottoposti a una
revisione che rischia di svuotarli di contenuto.
Il messaggio è che pagamenti opachi e pratiche corruttive tornano a essere
giudicate un costo accettabile del fare affari all’estero, se allineate agli
interessi strategici statunitensi.
L'articolo Antiriciclaggio, con Trump l’America frena: multe giù del 60% e stop
ai provvedimenti contro le società cripto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mondo della finanza è in continuo fermento e alcuni osservatori sono molto
preoccupati per una prossima, e forse imminente, grave crisi finanziaria. Il
mare della finanza è sempre increspato, ma a volte si verificano dei disastrosi
tsunami, come è accaduto nel 1929 e nel 2008. Queste due crisi nere della
finanza hanno avuto due caratteristiche in comune. La prima è che sono state
generate dall’innovazione finanziaria, la scoperta delle azioni negli anni Venti
e l’emergere della finanza derivata a cavallo della fine del Novecento. Inoltre,
hanno avuto come epicentro gli Usa.
È la presenza attuale di questi due elementi a destare preoccupazione. La
prossima crisi arriverà, probabilmente, ancora dall’innovazione finanziaria,
stavolta dall’ecosistema in rapida evoluzione delle criptovalute. La moneta
digitale poi ha trovato un volano insperato nell’Amministrazione Trump che già a
luglio ha approvato il Genius Act (Guiding and Establishing National Innovation
for Us Stablecoins Act) che sta per aprire il vaso di Pandora delle nuove valute
digitali.
Il pericolo maggiore non viene, come molti potrebbero pensare, dalle
criptovalute oramai quasi tradizionali come il Bitcoin, ma da un altro tipo di
criptovaluta dal nome molto rassicurante, la stablecoin. Il nome ha un certo che
di tranquillizzante, ma gli effetti della sua adozione di massa potrebbero
essere disastrosi. Oggi la fetta di finanza occupata dalle stablecoin è di circa
300 miliardi, ma spinti dalla politica potrebbero arrivare a 3.000 miliardi
secondo la Banca centrale americana.
A differenza delle altre criptovalute, la stablecoin non dovrebbe avere nessuna
valenza speculativa, orientata cioè alla differenza di prezzo. Il nome deriva
dal fatto che questo tipo di criptovaluta è rapportato 1 a 1 con la moneta
legale. Ad esempio, per compare 1.000 unità di stablecoin devo versare 1.000
dollari. Quindi la moneta digitale rimane saldamente ancorata a quella legale. È
una sorta di moneta naturale da adoperare in questo mondo della finanza.
Quale il vantaggio per noi comuni mortali nell’acquistare questa valuta
digitale? Intanto quello di poter comprare beni e servizi nel mondo delle
criptovalute con una moneta sicura che non dovrebbe variare di prezzo. In
secondo luogo, è garantito l’anonimato e quindi nessuno può conoscere la reale
situazione finanziaria del possessore. Da ultimo, le transazioni in stablecoin
non richiedono commissioni, o sono modestissime, perché viene saltato l’anello
bancario o similare. Le transazioni finanziarie diventano rapide, comode, sicure
ed economiche anche più della moneta legale.
Quali i vantaggi per le imprese private che emetteranno stablecoin? Infatti la
vera novità del Genius Act è che la moneta da bene pubblico, un bene prodotto e
controllato dallo Sato, diventa un bene privato che anche le singole imprese,
con determinati requisiti patrimoniali, possono produrre. Il vantaggio
principale, oltre le commissioni, per le imprese è che le somme stanziate nei
nuovi conti dai risparmiatori per comprare stablecoin dovranno essere
obbligatoriamente usate per acquistare obbligazioni sicure, come i titoli di
Stato americani. Il rendimento di questi asset non verrà girato ai
risparmiatori, come di consueto, ma andrà nelle casse della società emittente.
Si verrà a creare quindi un sistema di pagamenti paralleli dove potremo pagare
con differenti monete digitali. Un po’ come accadeva con i mini assegni in
Italia nei lontani anni Ottanta, quando le banche furono autorizzate a stampare
banconote per sopperire alla carenza di moneta metallica.
Avremo la stablecoin di Amazon o di qualche altra grande impresa? Questo è quasi
sicuro. Avendo investito in obbligazioni istituzionali, l’azienda che produce le
stablecoin dovrebbe essere abbastanza solida. E se fallisse? Qui cominciano i
veri guai perché i depositi delle stablecoin non sono equiparati ai comuni
depositi bancari, e quindi non sono assicurati. Se la società fallisce anche i
risparmiatori perderanno tutti i soldi, come accadeva negli Usa prima della
legge bancaria del 1933. La corsa agli sportelli fu una delle prime cause dei
moltissimi fallimenti bancari che hanno aggravato la crisi del 1929. E questo
potrebbe benissimo ripetersi, anzi si è già verificato recentemente nel 2023 con
il caso della Silicon Valley Bank, fallita e salvata con soldi pubblici.
Il Genius Act traghetta l’economia verso il futuro o verso il passato? Ora si
torna all’antico, come con i dazi peraltro. Passare dalla moneta pubblica a
quella privata è l’ultimo azzardo del capitalismo finanziario e tecnologico che
ama creare le crisi, con una differenza. Le crisi del ’29 e del 2008 sono state
create dal mercato e poi risolte dalla politica. Stavolta il problema è creato
dalla politica con la sua estrema fiducia, non certo disinteressata, nei
guadagni creati dall’innovazione finanziaria. Non è un caso che molti studiosi
vedano profilarsi nuvoloni all’orizzonte dal momento che la politica ha perso la
bussola dell’interesse generale.
L'articolo Stablecoin, perché la nuova criptovaluta rischia di creare effetti
disastrosi (nonostante il nome) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Torturano e fanno a pezzi una coppia per estorcergli l’accesso alle loro
criptovalute. I terribili dettagli sulla morte dei coniugi Roman e Anna Novak
sono stati rivelati dal DailyMail. Come affermano gli investigatori russi che
indagano sul caso della coppia scomparsa il 2 ottobre scorso nella zona
turistica di Hatta, non lontano da Dubai. I Novak sono stati rapiti, ammazzati e
fatti dopo essere stati attirati in una trappola da alcuni tizi che si son
spacciati per investitori. Il segnale dei cellulari della coppia è stato
registrato per l’ultima volta vicino alla località montuosa di Hajar, al confine
con l’Oman. È lì che la polizia rinvenuto i loro resti. Secondo i media russi i
due sarebbero stati torturati l’uno davanti all’altro mentre i rapitori
cercavano di carpire codici per accedere ai loro portafogli di criptovalute.
Portafogli che poi gli inquirenti hanno ritrovato vuoti.
Come riporta Fanpage, Roman Novak, che nel 2020 era stato condannato a 6 anni di
carcere in Russia per truffa, si era trasferito negli Emirati Arabi Uniti dopo
aver ottenuto la libertà vigilata”. È ì che ha lanciato sul mercato la Fintopio,
una app di criptovalute che in poco tempo ha raccolto oltre 300 milioni di
sterline (vere). Novak però è stato accusato di aver truffato i suoi
finanziatori.
“Dalle indagini è emerso che gli assassini avevano dei complici che hanno
partecipato all’organizzazione del rapimento. Hanno affittato auto e locali dove
le due vittime sono state trattenute con la forza. Dopo l’omicidio, gli autori
si sono sbarazzati dei coltelli e degli effetti personali delle vittime”, hanno
spiegato le autorità russe. In Russia, peraltro, sono stati poi arrestati tre
cittadini sempre russi legati all’omicidio dei Novak: un ex agente di polizia e
due ex combattenti rientrati dopo aver prestato servizio nel conflitto in
Ucraina.
L'articolo “Li hanno attirati in una trappola fingendosi degli investitori in
criptovalute, quindi li hanno rapiti, torturati e fatti a pezzi. Volevano
estorcergli i codici di accesso al loro tesoro”: il caso dei coniugi Roman e
Anna Novak proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo i crolli della settimana scorsa sui timori di una bolla dell’intelligenza
artificiale, le criptovalute sono in calo anche lunedì mentre si attendono le
prossime mosse della Fed sul taglio dei tassi di interesse. Il Bitcoin scende
dell’1,2% a 86.885 dollari, dai 109mila di fine ottobre, avviandosi verso la
peggior performance mensile dal 2022. Gli analisti ritengono che la criptovaluta
sarà scambiata in un “intervallo compreso tra 80mila e 90mila dollari per tutta
la settimana mentre si cerca di capire cosa farà la Fed sul taglio dei tassi”.
Se a dicembre la banca centrale Usa ridurrà i tassi, il settore potrebbe
riprendere fiato.
Andamento negativo anche per Dogecoin (-0,5%) e Cardano (-0,7%). Sale Binance
(+0,7%).
L'articolo Criptovalute ancora in calo: il Bitcoin si avvia verso la peggior
performance mensile dal 2022 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Altro che rivoluzione libertaria. A parte una sparuta minoranza di integralisti
contrari alle monete statali, il mercato delle criptovalute è un casinò per
speculatori accaniti che giocano col cerino accanto alla tanica. E oggi la
benzina prende fuoco. Bitcoin scivola sotto i 90.000 dollari dal massimo di
126.000 di ottobre: quasi -30% in poche settimane, un trilione secco bruciato
dalla capitalizzazione totale di 3.200 miliardi. Lo scenario per il crash c’è
tutto. La “spia rossa” di Wall Street lampeggia, anche i verdurai ora sanno
delle sopravvalutazioni delle big tech per l’overdose di soldi sull’IA, la Fed
cincischia con i tassi, e gli analisti tecnici sussurrano l’ovvio: potrebbe
sparire un altro trilione. Ma tranquilli: è la “volatilità”.
Tecnicamente si chiama mercato orso, cioè ribassista. Dal 6–7 ottobre la
capitalizzazione delle cripto ha perso oltre il 24–25%. Bitcoin è sceso a 89.500
dollari, invariato sull’anno (traduzione: dodici mesi di montagne russe per
tornare al punto di partenza). Quando gli indici vanno giù, i primi a saltare
sono i castelli di carte messi su da masse di speculatori, cioè la leva (soldi a
buffo, no?), posizioni a margine aperte con denaro preso in prestito che, al
primo scossone, vengono chiuse d’ufficio dagli algoritmi del trading da
millesimi di secondo. È l’effetto domino. Un “margin call” tira l’altro, i
prezzi scendono, altre posizioni saltano, e via a valanga. Solo i pochissimi con
la testa, e le finanze, come il tipo di Big Short, prosperano. Gli altri si
dannano, e gli sta bene.
Le shitcoin – uno dei termini migliori della finanza attuale: quelle monetine
senza fondamentali né utilità, gonfiate da stupidi meme come le coin di Trump e
Melania, e ritirate a lacrime – hanno perso circa il 40% in una settimana (dati
Birdeye). Siamo tornati ai minimi dell’inizio pandemia. Il copione è noto, si
lancia una monetina virtuale di merda, il personaggio famoso come il presidente
degli Stati Uniti guadagna miliardi in pochi giorni perché stupidi fan comprano
e comprano, qualche “influencer” col dito leggero pure acquista, e poi, al
cambiare del vento, si trovano davanti una porta troppo stretta, quando tutti
insieme corrono verso l’uscita. Intanto le banche fanno il loro mestiere,
comprano a sconto da chi vende in panico e rivendono quando il popolo degli
speculatori fessi tornerà a cantare felice, per qualche nuovo meme.
Il paradosso politico-economico merita nota. L’intero settore delle criptovalute
aveva brindato alle promesse di Donald Trump: trasformare gli Stati Uniti nella
“superpotenza del bitcoin” e piazzare alla SEC un presidente amico delle cripto,
infatti la Casa Bianca ha licenziato il precedente austero guardiano del
mercato. Mossa necessaria per proteggere gli investimenti di famiglia, oltre ai
memecoin le società che investono in criptovalute del genero Jared Kushner. Poi,
il 10 ottobre, con la minaccia di dazi “massicci” contro la Cina, The Donald si
è dato la zappa sui piedi e ha scoperchiato il vaso. Venti miliardi di posizioni
a leva liquidate in poche ore, vendite massicce, record storico negativo sulle
piattaforme cripto. Quisquilie, rispetto alle cifre che girano sul Forex, il
mercato vero delle valute, ma per i fan di Bitcoin un bagno di sangue. Il “free
market” delle coin appeso all’umore e all’erracità dello Studio Ovale.
Decentralizzato e su stablecoin, certo. Finché n. 47 non twitta qualcosa.
Ma ogni crisi esige il suo slogan: “buy the dip”. Chi lo urla di solito ha già
comprato prima, o vende a voi mentre lo urla. Gli altri? Rimangono con il mitico
cerino in mano o con il sacchetto della… speranza. Il bello delle rivoluzioni
finanziarie, si sa, è che finiscono sempre uguali, pochi furbi escono ricchi dal
retro, molti restano sotto i riflettori a rimpiangere come avrebbero potuto
diventare Musk. E a dare la colpa alla sfortuna, alla Fed, alla Cina, a Putin.
E’ il mercato, bellezza, costruito per speculare, non per emancipare né
ridistribuire la ricchezza.
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gli sta bene proviene da Il Fatto Quotidiano.