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La nuova legge elettorale ribalta gli esiti del Rosatellum: il premio avvantaggia (oggi) la destra. La simulazione YouTrend
Dal 46% di preferenze al 57% dei seggi. Ecco l’effetto che la nuova legge elettorale, proposta dalle forze di maggioranza, potrebbe avere sulla composizione del nuovo Parlamento. Ad avvantaggiarsi, con le attuali stime dei partiti, sarebbe proprio la destra che otterrebbe un distacco tale da poter governare senza particolari problemi. A differenza dell’attuale sistema elettorale: con il Rosatellum, infatti, ci sarebbe un sostanziale pareggio tra le due coalizioni e nessuna maggioranza assoluta alla Camera e al Senato con il campo progressista unito che sarebbe leggermente avanti a Montecitorio. È il quadro che viene fuori dalla simulazione di YouTrend per SkyTg24. Non solo, pertanto, l’assenza delle preferenze (nonostante anni di promesse da parte di Meloni) e l’eliminazione dei collegi uninominali disegnano un Parlamento totalmente composto da “nominati“, ma il proporzionale con un premio di maggioranza alto (70 seggi alla Camera e 35 al Senato) rischia di provocare rilevanti distorsioni della rappresentatività nel nome della “governabilità”. E ad avvantaggiarsi, almeno nel quadro attuale, sarebbe l’attuale maggioranza che sostiene Giorgia Meloni. La simulazione di YouTrend parte dalla Supermedia bisettimanale dei sondaggi che vede il centrodestra – senza Futuro nazionale di Vannacci – al 46,1% mentre il campo progressista (senza Azione) al 44,4%. Con il nuovo sistema il centrodestra otterrebbe circa 228 dei 400 seggi alla Camera e 113 su 200 al Senato, circa il 57% del totale. Per ottenere il premio di maggioranza basta infatti superare il 40% dei voti nazionali e risultare la coalizione più votata, anche se di pochissimi punti percentuali. Il campo progressista con il 44% dei voti si fermerebbe, invece, a 147 seggi alla Camera e a 76 al Senato, circa il 36% del totale. Un quadro totalmente diverso da quello simulato con l’attuale legge elettorale. I collegi uninominali – cioè quelli dove le liste o le coalizioni presentano un unico candidato, risultando eletto chi ottiene più voti – sono quelli che nel 2022 (quando le forze del centrosinistra correvano da sole) hanno materialmente permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in Parlamento. Il campo largo unito al voto oggi però stravolgerebbe il quadro. Con le attuali percentuali dei sondaggi, alla Camera il centrodestra otterrebbe 186 seggi su 400, contro i 192 del centrosinistra. La destra sarebbe, invece, in vantaggio di un seggio al Senato (96 a 95). Ma nei due rami del Parlamento nessuna coalizione potrebbe contare sulla maggioranza assoluta. Mentre da Fratelli d’Italia respingono la definizione di “colpo di mano” aprendo adesso a “un confronto” con le forze di opposizione, sulla proposta di legge esperti e costituzionalisti sollevano possibili criticità. A partire dall’assenza delle preferenze. “Il limite appare l’assenza di ogni tipo di indicazione da parte dell’elettore: senza collegi uninominali e senza preferenze non ha voce in capitolo. In questo modo il rischio è tornare ad un Parlamento di nominati”, osserva il fondatore di YouTrend, Lorenzo Pregliasco. L’altro nodo messo sotto i riflettori dai tecnici è poi quello del premio di maggioranza che, di fatto, può arrivare fino a oltre il 15% e portare una maggioranza a ottenere fino a un massimo del 60% degli eletti in Parlamento. In base alle sentenze della Consulta, secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti il 55% è, però, un paletto “che non può essere sforato“. E “la Corte – osserva – è in grado, per fortuna, di decidere in tempi brevi prima del voto. Quindi chi prova a sforare il tetto del 55% rischia una bocciatura rapida oltre che quasi certa”. L'articolo La nuova legge elettorale ribalta gli esiti del Rosatellum: il premio avvantaggia (oggi) la destra. La simulazione YouTrend proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Governo Meloni
Elezioni Politiche
Legge Elettorale
Colpo di mano notturno, la destra trova l’accordo sulla legge elettorale: proporzionale con premio e ballottaggio. E c’è chi evoca già il ritorno del Porcellum
L’accordo è arrivato in piena notte. Chiusi all’interno della sede di Fratelli d’Italia, in via della Scrofa, gli esponenti della maggioranza hanno raggiunto l’intesa sulla nuova leggere elettorale. Il blitz è servito: i partiti che sostengono il governo di Giorgia Meloni sono pronti a ufficializzare le nuove modalità di voto per le prossime Politiche. Proporzionale con premio di maggioranza, eliminati i collegi uninominali e soglia di sbarramento al 3%, sono le principali novità. Due i punti in sospeso che saranno decisi direttamente dai leader: si tratta delle preferenze e del numero dei collegi. Tutto questo mentre dalle opposizioni si solleva un coro di critiche: “Ecco le priorità della destra, non le emergenze economiche e sociali del Paese”. Da destra qualcuno l’ha già ribattezzata “Stabilicum“, mentre dalle opposizioni c’è chi parla di “nuovo Porcellum“. SPARISCONO GLI UNINOMINALI Secondo quanto trapela, vengono eliminati i collegi uninominali, prevedendo quindi il mantenimento dei soli collegi plurinominali proporzionali. I collegi uninominali – cioè quelli dove le liste o le coalizioni presentano un unico candidato, risultando eletto quello che ottiene più voti – sono quelli che nel 2022 hanno permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in Parlamento. In quell’occasione, infatti, il centrosinistra si presentava diviso e questo ha premiato l’unità del centrodestra che, ad esempio, ha eletto 121 deputati sui 147 degli uninominali. Un contesto che però cambierebbe molto con il campo progressista unito. Per questo – attaccano dalle opposizioni – la modifica della legge elettorale è diventata una priorità della destra. IL PREMIO DI MAGGIORANZA E IL BALLOTTAGGIO C’è poi il tema del premio di maggioranza. La coalizione che supererà, anche di poco, il 40% delle preferenze otterrà un premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che verrà assegnato tramite listini bloccati che saranno circoscrizionali alla Camera e regionali al Senato. La scheda elettorale non sarebbe dunque molto differente da quella del Rosatellum: in quest’ultimo caso compare il nome del candidato nel collegio uninominale e sotto i listini dei partiti che lo sostengono, con la nuova legge vi sarebbero i nomi dei candidati dei listini circoscrizionali al posto del nome del candidato dell’uninominale. Del Rosatellum verrebbero mantenute le pluricandidature e l’alternanza uomo/donna sia nelle liste proporzionali che nei listini circoscrizionali, e l’obbligo di candidare almeno il 40% di uno dei due sessi. La soglia di sbarramento è stabilita al 3%. Nel testo, rendono noto fonti del centrodestra, ci sarebbe anche l’ipotesi di fare ricorso al ballottaggio ma solo in un caso definito “residuale”: cioè qualora la prima e la seconda coalizione dovessero ottenere tra il 35% e il 40% dei voti. Pieno accordo sull’inserimento dell’obbligo di indicare nel programma di coalizione (e non sulla scheda) il nome del candidato premier, da proporre al presidente della Repubblica in caso di vittoria. I PUNTI IN SOSPESO: DECIDERANNO I LEADER Mancano ancora le ultime limature tecniche. In particolare, sull’introduzione delle preferenze, sponsorizzata da Fratelli d’Italia, resterebbero scettici gli alleati, Forza Italia, Lega e Noi moderati. Da chiarire anche il numero dei collegi: rispetto agli attuali 49 alla Camera e 26 al Senato, la Lega ha chiesto di aumentarne il numero, questo anche per consentire un maggior numero di candidati e per avere listini bloccati più corti, visto che le preferenze verrebbero meno. Fdi avrebbe proposto come soluzione tecnica la possibilità di aumentarli altrimenti rimarrebbe l’ossatura del Rosatellum. Spetterà adesso a Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi sciogliere questi dubbi in un vertice che dovrebbe essere convocato a breve e che sarà decisivo per l’ok definitivo alla riforma del sistema di voto. Il testo, si apprende, potrebbe essere depositato in Parlamento già all’inizio della prossima settimana. LE CRITICHE DELLE OPPOSIZIONI “Il governo trova l’intesa per la riforma elettorale e per la riforma della giustizia per salvare i politici dalle inchieste ma nulla per quanto riguarda 60mila rider sfruttati sotto la soglia della povertà, nulla per tutti i nostri giovani sottopagati, dice no al salario minimo”, attacca il leader del M5s Giuseppe Conte. Il Pd interviene con i capigruppo di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione in Europa, Nicola Zingaretti. “La loro priorità oggi, la loro unica preoccupazione, è solo quella di garantire se stessi, cambiando la legge elettorale in modo irricevibile“, incalzano. Per Angelo Bonelli lo sprint della maggioranza sulla legge elettorale si lega alle difficoltà sul referendum. “È il segnale chiaro della difficoltà della maggioranza in questa fase, che a tre settimane circa dal voto referendaria presenta la legge elettorale. Qual era il problema? Avevano paura che di fronte a una sconfitta non riuscissero a trovare un’intesa? Un segnale di una grande debolezza e di profonda preoccupazione” per l’esito del referendum, sottolinea l’esponente di Avs. “Il sistema politico italiano cade di nuovo in questa maledizione antidemocratica dettata dal vizio dei principali partiti di volersi cucire addosso la legge elettorale come fosse un vestito su misura”, incalza il segretario di +Europa, Riccardo Magi: “Con un premio di maggioranza che non esiste in nessun sistema elettorale delle democrazie avanzate, che in realtà è un premio di minoranza perché trasforma una minoranza nel Paese in una solida maggioranza di seggi in Parlamento. Altro che Stabilicum, era e resta un Meloncellum, cioè un Porcellum targato Meloni”, aggiunge Magi. L'articolo Colpo di mano notturno, la destra trova l’accordo sulla legge elettorale: proporzionale con premio e ballottaggio. E c’è chi evoca già il ritorno del Porcellum proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Governo Meloni
Elezioni Politiche
Legge Elettorale
A chi potrà rivolgersi il campo largo? Molti lo voteranno turandosi (ancora) il naso
di Francesco Canosa A quasi un mese dalla fine della tornata elettorale delle regionali, conclusa in perfetta parità, sembra essersi fatta strada la consapevolezza che la partita delle Politiche, qualora dovesse davvero concretizzarsi un accordo fra le forze del centrosinistra – Calenda più, Calenda meno – possa essere davvero aperta. Se da un lato la Presidente del Consiglio celebra, all’ombra di Castel Sant’Angelo, la sua leadership e il vantaggio sui suoi alleati, sull’altro fronte abbondano le voci sui leader e su un eventuale federatore. Una volta che verrà trovato – ammesso che verrà trovato – un federatore, bisognerà riflettere su chi possa votarlo e a chi potrà rivolgersi il campo largo. Qualcuno lo voterà perché prima era comunista. Qualcuno perché il governo Meloni, soprattutto sui suoi cavalli di battaglia, come immigrazione e sicurezza, sembra aver fallito. Qualcuno perché vorrebbe che il ministro dei Trasporti si occupasse di trasporti e non di qualsiasi cosa accada nel Paese, tranne che dei trasporti. Qualcuno perché guadagna poco e vuole il salario minimo. Qualcun altro lo farà nonostante, quando era al governo il centrosinistra, il salario minimo non fosse ancora di moda. Qualcuno lo farà perché la sfacciataggine dei vari Santanchè, Crosetto e compagnia, nel guidare i propri ministeri nonostante gli evidenti conflitti d’interesse, è imbarazzante. Qualcuno lo farà nonostante, nei partiti del campo largo, la presenza di altrettanti affaristi e arrivisti non rassicuri granché. Qualcuno perché il cinema lo esige, la musica lo esige, i social lo esigono. Qualcuno perché l’estetica del maschio performativo lo esige, mentre quella del maschio alpha si accontenta di molto meno: un braccio destro alzato e via. Qualcuno lo farà perché ricorda bene Meloni che prometteva di tagliare le accise e Salvini che voleva cancellare la Fornero. Qualcuno perché la classe dirigente di Fratelli d’Italia è realmente composta da parvenu inadatti, mentre guarda Pierferdinando Casini e impara come si sta al mondo. Qualcuno perché Meloni appare completamente appiattita sulle posizioni antieuropee – e quindi anti-italiane – di Trump. Qualcun altro, invece, voterà il campo largo nonostante Letta, Gentiloni e Conte, a Washington, non ricordassero esattamente Fidel Castro. Qualcuno lo voterà per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione. Qualcuno perché ritiene che il mondo debba essere un posto migliore per tutti e non solo per se stesso. Qualcuno perché ritiene che il governo italiano abbia fatto davvero poco di fronte allo sterminio palestinese. Qualcun altro perché, se avessero mandato Renzi con Tony Blair a Gaza, sarebbe tornato con la pace in tasca. Peccato che nelle sue tasche sembrino esserci soprattutto soldi, sia arabi che israeliani. Qualcuno perché non ne può più del familismo e del personalismo di governo: del Partito di Giorgia, della sorella di Giorgia, del cognato di Giorgia. Qualcun altro lo voterà nonostante Vincenzo De Luca abbia imposto suo figlio a capo della segreteria campana del Pd. Qualcuno perché guarda La7. Qualcuno perché, fortunatamente, non guarda Bruno Vespa. Qualcuno lo voterà nonostante non capisca molto bene cosa dica Schlein, ma fino a prova contraria lei le primarie del Pd le ha vinte e merita di stare lì, a differenza dei vari nomi (Salis, Manfredi, ecc.) che la minoranza riformista fa circolare dall’alto della propria minoranza. Qualcuno lo voterà perché Pierluigi Bersani è una brava persona. Qualcun altro perché, tutto sommato, anche Tajani sembra esserlo. Tuttavia, in una visione indubbiamente infantile e manichea del bene e del male, resta difficile spiegarsi come una brava persona possa essere stata per trent’anni il maggiordomo politico di un uomo che aveva la mafia in casa. Anzi, nella stalla. Altri, infine, per l’ennesima volta – ma sempre meno – lo faranno in maniera disillusa e disinteressata, turandosi il naso. E lo faranno perché, banalmente, non c’è niente di meglio. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo A chi potrà rivolgersi il campo largo? Molti lo voteranno turandosi (ancora) il naso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Elezioni Politiche
Via gli uninominali. Proporzionale con premio di maggioranza: qual è la legge elettorale che vuole la destra e perché
“Non ci sono dogmi ma crediamo che serva una nuova legge elettorale per assicurare stabilità”. Mentre lo spoglio delle Regionali era ancora in corso, il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, apre ufficialmente il nuovo scenario politico. La riforma elettorale è il nuovo obiettivo dei partiti di maggioranza. Il 2 a 1 venuto fuori dal voto – con la vittoria di Roberto Fico del M5s in Campania, del dem Antonio Decaro in Puglia e del leghista Alberto Stefani in Veneto – spinge la destra ad accelerare per avere una nuova legge elettorale per le Politiche. Da quanto trapela dalle dichiarazioni dei vari esponenti della maggioranza, l’accordo di massima c’è ed è su un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Obiettivo principale eliminare i collegi uninominali, gli stessi che hanno permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in Parlamento. PERCHÉ LA NECESSITÀ DI UNA RIFORMA ELETTORALE? Ma cosa è cambiato? E perché adesso la destra parla di cambiare la legge elettorale? Per Elly Schlein “hanno capito che con questa legge elettorale, avendo noi riunito faticosamente questa coalizione progressista, vinceremmo le prossime elezioni politiche”. “Hanno paura di perdere le elezioni”, le fa eco Angelo Bonelli di Alleanza Verdi-Sinistra. Rispetto alle Politiche del 2022, infatti, il centrosinistra si è presentato unito nelle competizioni elettorali regionali. Un aspetto che, con l’attuale legge, conta molto. Il Rosatellum, infatti, prevede l’assegnazione di 3/8 dei seggi (147 alla Camera e 74 al Senato) con metodo maggioritario, in collegi uninominali. L’assegnazione dei restanti 5/8 dei seggi (245 seggi alla Camera e 122 seggi al Senato) avviene con metodo proporzionale, in collegi plurinominali, tra le liste e le coalizioni di liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. In pratica per il Senato vengono eletti nei collegi uninominali 74 senatori su 196. Mentre alla Camera i collegi uninominali sono invece 147 su 392 seggi. Il restante 2 per cento di seggi (8 deputati e 4 senatori) viene riservato al voto degli italiani residenti all’estero. COM’ERA ANDATA NEL 2022 Alle Politiche del settembre del 2022 l’intero centrodestra si presentava al voto unito. Il campo progressista era invece spaccato: c’era il Pd in coalizione con Avs e +Europa, il Movimento 5 stelle in solitaria, così come Azione e Italia via. Sommando i risultati, i partiti del centrosinistra hanno ottenuto più voti del centrodestra: così, nell’assegnazione dei seggi nella quota proporzionale alla Camera sono scattati 114 seggi al centrodestra mentre 128 ai partiti di opposizione. La vera maggioranza che ha portato Giorgia Meloni al governo è stata ottenuta nei collegi uninominali. Qui infatti ogni coalizione o lista (nel caso di corsa solitaria) presenta un unico candidato per collegio e viene eletto quello che ottiene più voti. Con la destra unita e il centrosinistra diviso in tre il risultato è stato evidente: 121 deputati sui 147 dei collegi uninominali sono andati al centrodestra mentre solo 22 ai partiti progressisti (12 alla coalizione Pd, Avs, +Europa e 10 al M5s). Discorso simile per il Senato (56 contro 10). E SE SI VOTASSE CON IL CAMPO PROGRESSISTA UNITO? L’Istituto Cattaneo ha provato ad elaborare una stima di ciò che potrebbe accadere alle elezioni politiche nazionali se il sistema elettorale rimanesse l’attuale legge elettorale e le performance del centrodestra e centrosinistra fossero simili a quelle registrate nel ciclo delle elezioni regionali svolte dal 2022 ad oggi. Con un centrosinistra unito e non più diviso come nel 2022, il conto dei seggi sarebbe molto diverso: “Se si considerano le intenzioni di voto attualmente stimate dai sondaggi, è assai plausibile che, in una competizione nazionale in cui il centrosinistra si presenti unito, centrosinistra e centrodestra otterrebbero percentuali di voti e un numero di seggi di entità quasi equivalente nella quota proporzionale”, sottolinea l’Istituto. Secondo i dati elaborati (tenendo in considerazione i voti ricevuti dai candidati a presidente di regione nelle tornate elettorali che si sono svolte dal 2023) l’Italia potrebbe presentarsi “di nuovo divisa in due, o meglio in 5: con il Nord e il Centro al centrodestra; la Zona rossa e le grandi regioni del Sud al centrosinistra; con Sicilia, Calabria e Sardegna come ‘campo di battaglia’“. E l’istituto ipotizza un potenziale “pareggio“. In pratica Meloni rischierebbe di non vincere, con i collegi uninominali che sarebbero contendibili a differenza del 2022. L’IDEA DELLA DESTRA: PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA “Con questa legge il rischio che nessuno abbia la maggioranza alle prossime elezioni esiste eccome: loro ne sarebbero felici, perché sarebbero prontissimi a fare un governo con tutti dentro, noi no. Noi vogliamo che chiunque vinca possa governare per 5 anni“, dice Donzelli. Ma quel è il sistema elettorale di riferimento? In questo contesto una legge sul modello Regionali “mi sembra decisamente la migliore”, spiega il meloniano. “Il premio di maggioranza è sicuramente una delle ipotesi allo studio. C’erano già leggi di questo tipo nel passato e sono state in parte superate dalla Corte Costituzionale non per il premio di maggioranza…”, aggiunge il presidente dei senatori di Fdi, Lucio Malan, che fa riferimento all’ultima legge proporzionale per le Politiche, il Porcellum, firmata dal leghista Roberto Calderoli con Silvio Berlusconi al governo, nel 2005. IL TATARELLUM È un altro esponente del partito di Meloni a citare un sistema elettorale attualmente utilizzato: “Il Tatarellum, il sistema elettorale regionale, simile a quello dei comuni, cioè un proporzionale con premio di maggioranza, resta la soluzione che più si avvicina a quell’equilibrio”, sottolinea il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Alberto Balboni. Negli scorsi mesi, da relatore in commissione del ddl sul premierato, Balboni era entrato di più nel merito, ipotizzando una soglia minima del 40%-42% dei voti per far scattare un premio di maggioranza che avrebbe potuto portare la coalizione vincente a ottenere circa il 55% dei seggi in Parlamento. La legge elettorale del 1995 che prende il nome dal promotore Giuseppe Tatarella, allora deputato di Alleanza Nazionale e già ministro, è quella che regola i sistemi elettorali regionali e fu ideata per imprimere una modifica in senso maggioritario e presidenziale al sistema di governo regionale in Italia (dove il presidente è eletto direttamente dai cittadini). Se questa è l’idea di Fdi per le Politiche, andranno poi studiati tanti altri aspetti, come il numero e l’estensione dei vari collegi elettorali. Elementi tecnici ma che sono anche molto rilevanti. IL PREMIERATO E LE PAROLE DI MATTARELLA Fdi pertanto è al lavoro per una nuova riforma elettorale parallelamente al premierato. Sul tema, la stessa Giorgia Meloni, a inizio ottobre ai microfoni di Porta a Porta, aveva fatto sapere di pensare soprattutto a una legge “che vada bene anche per il premierato e quindi con l’indicazione del premier sulla scheda. Il premierato va avanti – diceva allora – per questo non vale la pena fare una legge elettorale e poi farne un’altra dopo il referendum sul premierato”. C’è però un altro punto. A poche ore dallo scontro tra il Colle e Palazzo Chigi (dopo la polemica sul consigliere del Capo dello Stato), la Stampa riportava una dichiarazione di pochi giorni prima del presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’assemblea nazionale dell’Anci a Bologna. “Non possiamo accontentarci di una democrazia a bassa intensità e questa carenza non potrebbe in alcun modo essere colmata da meccanismi tecnici, che potrebbero, in qualche caso, aggravarla: la rappresentatività è un’altra cosa”, una considerazione parlando di astensionismo, “notata dalla dirigenza del partito di Meloni” e che viene letta quasi come un avvertimento. Intanto, però, la corsa alla riforma elettorale è ufficialmente iniziata e l’obiettivo sarebbe quello di portarla a casa entro il 2026. L'articolo Via gli uninominali. Proporzionale con premio di maggioranza: qual è la legge elettorale che vuole la destra e perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fratelli d'Italia
Elezioni Politiche
Legge Elettorale
Indagato il deputato De Palma (FI): “Scrutinio truccato alle Politiche. A lui i voti di Fdi, così fu eletto al posto di un collega di partito”
Non si trattò di un errore nel conteggio dei voti, poi corretto, a portare l’esponente Vito De Palma in Parlamento al posto del collega di partito Marcello Lanotte. Ma una vera e propria “alternazione del voto popolare”. Perché i componenti di un seggio di Taranto scambiarono di proposito i voti assegnati a Fratelli d’Italia con quelli di Forza Italia e così, il seggio che doveva essere assegnato ai berlusconiani nel collegio di Foggia/Bat, scattò a Taranto/Altamura. Risultato: Lanotte fuori dalla Camera, De Palma eletto a Montecitorio e Massimiliano Di Cuia, anche lui berlusconiano, ripescato in Consiglio regionale per coprire lo scranno lasciato libero da De Palma con la sua elezione. C’è una guerra intestina dentro Forza Italia, giocata grazie al supporto dei componenti di un collegio di Taranto e a discapito anche di Fratelli d’Italia, dietro l’elezione dell’onorevole De Palma, ex sindaco di Ginosa ed ex consigliere regionale, alla Camera: una sorta di scippo, sostiene la procura di Taranto nell’avviso di conclusione indagini notificato a 7 persone, tra cui De Palma e Di Cuia. Con loro risultano coinvolti anche i quattro componenti del seggio 54 di Taranto – presidente, segretaria e due scrutatrici – e un rappresentante di lista, come anticipato da Nuovo Quotidiano di Puglia e Gazzetta del Mezzogiorno. A vario titolo, il pubblico ministero Mariano Buccoliero contesta i reati di falso ideologico, alterazione del voto, induzione in errore di pubblici ufficiali e violazioni della normativa elettorale. I quattro membri del seggio 54 avrebbero concorso a modificare l’esito dello scrutinio alla Camera, omettendo il controllo voto per voto e attribuendo a Forza Italia preferenze che sarebbero state espresse per Fratelli d’Italia. Con i dati falsi avrebbero compilato verbali e tabelle inserendo la cifra 52 accanto alla lista FdI, così da far apparire ribaltato il risultato reale: quel numero di preferenze era infatti per Forza Italia, che formalmente ricevette invece i 213 voti espressi a favore di FdI. Un “dato completamente falso”, si legge nell’avviso di conclusione delle indagini firmato dal pubblico ministero. Una vicenda tutta interna al centrodestra, insomma, ma cruciale per il futuro dei due politici di Forza Italia indagati. Ad avviso della procura di Taranto, Di Cuia e De Palma avrebbero infatti utilizzato quei risultati, pur conoscendone la presunta falsità, per chiedere la rettifica all’Ufficio centrale circoscrizionale di Bari, inducendo l’autorità a certificare come veri i dati alterati. In un primo momento, infatti, la ripartizione dei seggi aveva portato all’elezione di Lanotte, anche lui forzista che era candidato nel collegio plurinominale di Foggia/Bat. Ma fu proprio quella modifica decisa “a tavolino” che, secondo i magistrati, fece invece scattare il seggio alla Camera per Forza Italia nel collegio Taranto/Altamura, dove era candidato De Palma a danno del collega di partito, ora presidente del Consiglio comunale di Barletta. In questo modo, sostiene la procura, De Palma veniva in promosso in Parlamento e “lasciava il posto di consigliere regionale proprio allo stesso Dicuia (primo dei non eletti)”. In concreto, De Palma – scrive il Buccoliero – “diffidava l’Ufficio centrale circoscrizionale” di Bari a “rettificare il precedente giudizio di attribuzione di voti” del 26 settembre e, “inducendolo in errore”, ad “attestare falsamente nel successivo provvedimento” del 5 ottobre di tre anni fa che i voti per Forza Italia erano 213, facendo “illecitamente scattare in suo favore l’attribuzione del seggio”. Sia De Palma che Di Cuia, ora ricandidato alle Regionali in Puglia del 22 e 23 novembre, hanno respinto le accuse. “Nessun atto ricevuto, totale estraneità ai fatti. Ribadisco che sono stato io a presentare un esposto affinché fossero acquisiti gli atti della sezione che mi venivano negati”, ha sostenuto De Palma. Mentre Di Cuia afferma: “Intendo precisare che nella sezione oggetto di indagine non sono mai stato presente. Ed ancora, la notifica dell’avviso di conclusioni delle indagini preliminari proprio alla vigilia delle elezioni regionali appare piuttosto singolare”. Lanotte – ascoltato nelle scorse settimane dalla Digos di Taranto – era risultato subito eletto, ma nel giro di qualche giorno sulla base del ricorso – figlio di quei numeri ritenuti falsi dalla procura – a volare a Roma fu De Palma. Lanotte aveva anche presentato un ricorso alla Giunta per le elezioni. Ora a far luce arriva l’inchiesta della procura di Taranto, che Lanotte commenta con amarezza sui suoi social parlando di “soprusi e ingiustizie” e di una “ferita che pensavo quasi rimarginata” e che invece l’indagine riapre. L'articolo Indagato il deputato De Palma (FI): “Scrutinio truccato alle Politiche. A lui i voti di Fdi, così fu eletto al posto di un collega di partito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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