di Roberto Celante
Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, la maggioranza ha trovato un accordo
interno, circa i contenuti di un ddl che mira a modificare la legge elettorale.
Prima di valutarne gli aspetti, converrà confrontare le caratteristiche dei due
principali sistemi elettorali.
Nel sistema maggioritario, prevedendo collegi uninominali, in cui si candida un
solo esponente di ogni partito, vince il candidato più votato e vengono
cestinati i voti per gli altri candidati, penalizzando fortemente la
rappresentanza. Questo sistema, secondo i propri estimatori, favorirebbe la
governabilità. La tesi è censurabile, sia perché in democrazia la governabilità
non può essere un vantaggio da preferire alla rappresentanza, sia perché non è
scontato che il partito che elegge più candidati ottenga automaticamente una
maggioranza schiacciante dei seggi disponibili.
Il sistema proporzionale, prevedendo seggi plurinominali da assegnare ai partiti
con i candidati più votati, è viceversa il sistema più rappresentativo, ma, nel
caso si registrasse uno scarto minimo tra i due partiti, o le due coalizioni,
principali, la neonata legislatura sarebbe caratterizzata da una forte
instabilità, con il rischio dell’arruolamento determinante, a sostegno della
maggioranza, degli eletti dei piccolissimi partiti, che tradirebbero i propri
elettori (ancorché, secondo l’art. 67 Cost., i parlamentari rappresentino
l’intera Nazione e non siano legati da alcun vincolo di mandato con gli
elettori). Il secondo difetto del sistema proporzionale (che peraltro
concorrerebbe ad aggravare il primo) è da individuarsi nell’eccessiva
frammentazione politica che esso favorisce.
Tra le criticità dei due sistemi elettorali, il sistema proporzionale si fa
comunque preferire, perché in democrazia il pluralismo è un valore
irrinunciabile; i difetti di questo sistema elettorale andrebbero tuttavia
mitigati con degli opportuni correttivi. L’eccessiva frammentazione potrebbe
essere evitata da una soglia di sbarramento del 5%, come nel sistema tedesco.
Nel caso nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei seggi, la governabilità
potrebbe essere favorita da un premio di maggioranza, che attribuisca il 53% dei
seggi al partito, o alla coalizione, che vinca al secondo turno: in questo modo,
anche gli elettori dei partiti minori sarebbero coinvolti nella scelta del male
minore, sempre nell’ottica di favorire la rappresentatività.
Inoltre, un premio di maggioranza limitato sarebbe funzionale a
responsabilizzare i parlamentari, tanto di maggioranza, quanto di opposizione,
per ovvi opposti motivi: il fenomeno dell’assenteismo, in tal modo, dovrebbe
tendere a scomparire.
L’ultimo correttivo, teso a mitigare il rischio del “mercato delle vacche”,
sarebbe la reintroduzione della possibilità per l’elettore di scegliere il
candidato, attraverso il voto di preferenza: il parlamentare che “cambiasse
casacca” rischierebbe molto a ripresentarsi nuovamente al successivo
appuntamento elettorale, perché verosimilmente non verrebbe votato neanche dal
proprio nuovo partito, i cui elettori gli preferirebbero candidati di maggiore
“anzianità” di militanza nel partito e quindi di più elevata affidabilità.
Relativamente alla proposta di modifica della legge elettorale da parte della
maggioranza, a mio avviso gli aspetti più critici sono: una soglia di
sbarramento troppo bassa (3%), un premio di maggioranza eccessivamente elevato
(60% dei seggi a chi raggiunga almeno il 40% dei voti) e infine, ma non ultimo,
la conferma delle liste bloccate, ed è quest’ultimo il più grave, perché mina
l’indipendenza dei parlamentari, rispetto alle direttive delle segreterie dei
partiti.
Quindi, ogni proposta di legge elettorale che non prevede il ritorno alle
preferenze è una proposta sbagliata, perché il Parlamento, da attuale luogo di
nominati dai partiti, deve tornare ad essere un luogo di eletti. Altrimenti,
continuerà ad essere una sorta di “ufficio ratifiche”, con il governo reale
titolare anche del potere legislativo.
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L'articolo Ogni proposta di legge elettorale che non preveda il ritorno alle
preferenze è una proposta sbagliata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Legge Elettorale
Prima il partito dà l’ok a un testo che conferma il voto con listini bloccati,
poi – travolto dalle polemiche – prova a mettere una pezza. Fratelli d’Italia
annuncia che presenterà un emendamento in Parlamento per introdurre le
preferenze nella nuova legge elettorale. Ad anticiparlo è il responsabile
organizzazione del partito, Giovanni Donzelli. Il partito di Giorgia Meloni,
pertanto, prima trova l’accordo notturno con gli alleati Lega, Forza Italia e
Noi Moderati, poi sembra ripensarci.
Dopo il deposito del testo della riforma al Senato, in tanti hanno rispolverato
dieci anni di dichiarazioni di Meloni: “Non siamo disponibili alla
riproposizione delle liste bloccate”, ribadiva a ogni occasione la premier.
Adesso gli esponenti del suo partito tengono a puntualizzare di essere ancora
“favorevoli alle preferenze”, sottolinea Donzelli: “Abbiamo detto che siamo
pronti a miglioramenti” e per questo “presenteremo l’emendamento e affronteremo
il dibattito in Parlamento con serenità e rispetto delle opinioni di tutti“.
Ma perché, allora, il testo depositato in Parlamento non prevede già le
preferenze? Innanzitutto per la ferma contrarietà dei due principali alleati:
leghisti e azzurri su questo punto hanno messo in guardia il partito di Meloni.
C’è chi, però, fa pure presente che anche in Fdi in tanti gradiscono le liste
bloccate, per evitare il rischio di perdere il posto. Adesso però sarà il
Parlamento a decidere se votare o meno l’emendamento dei meloniani. Non è
escluso, comunque, che questa mossa possa essere più che altro strategica:
svincolarsi dalle accuse di avere tradito le promesse e confidare nella
contrarietà alle preferenze di gran parte dei deputati e senatori. Anche tra i
partiti di opposizione, infatti, non mancano i sostenitori dei listini bloccati.
Un tempo, per Meloni, l’introduzione delle preferenze era “l’unica condizione”
per “poter trattare di qualunque riforma elettorale” (lo diceva il 16 gennaio
del 2014 rivolgendosi a Matteo Renzi). Oggi la prospettiva è al contrario: il
testo della riforma c’è, fondamentale è avere un sistema proporzionale con
premio di maggioranza, eliminando i collegi uninominali. Le preferenze? Si vedrà
in Parlamento, sempre nel “rispetto delle opinioni di tutti” anche di chi vuole
senatori e deputati “nominati”.
L'articolo Legge elettorale, Fdi annuncia un emendamento per le preferenze:
perché potrebbe essere solo una mossa tattica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giorgia Meloni “è stata accusata di aver tentato di truccare le prossime
elezioni italiane dopo che la coalizione di governo ha approvato una controversa
riforma elettorale“. Inizia così l’articolo del Telegraph che parla dell’accordo
raggiunto dal centrodestra sulla nuova legge elettorale. Il blitz notturno della
maggioranza che punta a un nuovo sistema proporzionale con un corposo premio di
maggioranza finisce così anche sulle pagine del noto quotidiano del Regno Unito.
Il Telegraph riporta anche le critiche dei partiti di opposizione che
definiscono “autoritaria” questo testo, deciso a porte chiuse e senza confronto
con le altre forze politiche. La testata britannica ricorda anche che la legge
elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”. Il
riferimento è alla riforma costituzionale della Giustizia firmata dal ministro
Carlo Nordio. Il referendum del 22 e 23 marzo viene così definito dal Telegraph
come “una prova fondamentale per Meloni prima delle elezioni politiche del
prossimo anno”. “Una sconfitta – si legge – potrebbe intaccare la sua aura di
fiducia e invincibilità, sebbene abbia insistito sul fatto che non si
dimetterà“.
L'articolo “Meloni accusata di truccare le prossime elezioni”: il blitz della
destra sulla legge elettorale finisce sul Telegraph proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dal 46% di preferenze al 57% dei seggi. Ecco l’effetto che la nuova legge
elettorale, proposta dalle forze di maggioranza, potrebbe avere sulla
composizione del nuovo Parlamento. Ad avvantaggiarsi, con le attuali stime dei
partiti, sarebbe proprio la destra che otterrebbe un distacco tale da poter
governare senza particolari problemi. A differenza dell’attuale sistema
elettorale: con il Rosatellum, infatti, ci sarebbe un sostanziale pareggio tra
le due coalizioni e nessuna maggioranza assoluta alla Camera e al Senato con il
campo progressista unito che sarebbe leggermente avanti a Montecitorio. È il
quadro che viene fuori dalla simulazione di YouTrend per SkyTg24. Non solo,
pertanto, l’assenza delle preferenze (nonostante anni di promesse da parte di
Meloni) e l’eliminazione dei collegi uninominali disegnano un Parlamento
totalmente composto da “nominati“, ma il proporzionale con un premio di
maggioranza alto (70 seggi alla Camera e 35 al Senato) rischia di provocare
rilevanti distorsioni della rappresentatività nel nome della “governabilità”. E
ad avvantaggiarsi, almeno nel quadro attuale, sarebbe l’attuale maggioranza che
sostiene Giorgia Meloni.
La simulazione di YouTrend parte dalla Supermedia bisettimanale dei sondaggi che
vede il centrodestra – senza Futuro nazionale di Vannacci – al 46,1% mentre il
campo progressista (senza Azione) al 44,4%. Con il nuovo sistema il centrodestra
otterrebbe circa 228 dei 400 seggi alla Camera e 113 su 200 al Senato, circa il
57% del totale. Per ottenere il premio di maggioranza basta infatti superare il
40% dei voti nazionali e risultare la coalizione più votata, anche se di
pochissimi punti percentuali. Il campo progressista con il 44% dei voti si
fermerebbe, invece, a 147 seggi alla Camera e a 76 al Senato, circa il 36% del
totale.
Un quadro totalmente diverso da quello simulato con l’attuale legge elettorale.
I collegi uninominali – cioè quelli dove le liste o le coalizioni presentano un
unico candidato, risultando eletto chi ottiene più voti – sono quelli che nel
2022 (quando le forze del centrosinistra correvano da sole) hanno materialmente
permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in Parlamento. Il
campo largo unito al voto oggi però stravolgerebbe il quadro. Con le attuali
percentuali dei sondaggi, alla Camera il centrodestra otterrebbe 186 seggi su
400, contro i 192 del centrosinistra. La destra sarebbe, invece, in vantaggio di
un seggio al Senato (96 a 95). Ma nei due rami del Parlamento nessuna coalizione
potrebbe contare sulla maggioranza assoluta.
Mentre da Fratelli d’Italia respingono la definizione di “colpo di mano” aprendo
adesso a “un confronto” con le forze di opposizione, sulla proposta di legge
esperti e costituzionalisti sollevano possibili criticità. A partire
dall’assenza delle preferenze. “Il limite appare l’assenza di ogni tipo di
indicazione da parte dell’elettore: senza collegi uninominali e senza preferenze
non ha voce in capitolo. In questo modo il rischio è tornare ad un Parlamento di
nominati”, osserva il fondatore di YouTrend, Lorenzo Pregliasco. L’altro nodo
messo sotto i riflettori dai tecnici è poi quello del premio di maggioranza che,
di fatto, può arrivare fino a oltre il 15% e portare una maggioranza a ottenere
fino a un massimo del 60% degli eletti in Parlamento. In base alle sentenze
della Consulta, secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti il 55% è, però, un
paletto “che non può essere sforato“. E “la Corte – osserva – è in grado, per
fortuna, di decidere in tempi brevi prima del voto. Quindi chi prova a sforare
il tetto del 55% rischia una bocciatura rapida oltre che quasi certa”.
L'articolo La nuova legge elettorale ribalta gli esiti del Rosatellum: il premio
avvantaggia (oggi) la destra. La simulazione YouTrend proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’accordo è arrivato in piena notte. Chiusi all’interno della sede di Fratelli
d’Italia, in via della Scrofa, gli esponenti della maggioranza hanno raggiunto
l’intesa sulla nuova leggere elettorale. Il blitz è servito: i partiti che
sostengono il governo di Giorgia Meloni sono pronti a ufficializzare le nuove
modalità di voto per le prossime Politiche. Proporzionale con premio di
maggioranza, eliminati i collegi uninominali e soglia di sbarramento al 3%, sono
le principali novità. Due i punti in sospeso che saranno decisi direttamente dai
leader: si tratta delle preferenze e del numero dei collegi. Tutto questo mentre
dalle opposizioni si solleva un coro di critiche: “Ecco le priorità della
destra, non le emergenze economiche e sociali del Paese”. Da destra qualcuno
l’ha già ribattezzata “Stabilicum“, mentre dalle opposizioni c’è chi parla di
“nuovo Porcellum“.
SPARISCONO GLI UNINOMINALI
Secondo quanto trapela, vengono eliminati i collegi uninominali, prevedendo
quindi il mantenimento dei soli collegi plurinominali proporzionali. I collegi
uninominali – cioè quelli dove le liste o le coalizioni presentano un unico
candidato, risultando eletto quello che ottiene più voti – sono quelli che nel
2022 hanno permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in
Parlamento. In quell’occasione, infatti, il centrosinistra si presentava diviso
e questo ha premiato l’unità del centrodestra che, ad esempio, ha eletto 121
deputati sui 147 degli uninominali. Un contesto che però cambierebbe molto con
il campo progressista unito. Per questo – attaccano dalle opposizioni – la
modifica della legge elettorale è diventata una priorità della destra.
IL PREMIO DI MAGGIORANZA E IL BALLOTTAGGIO
C’è poi il tema del premio di maggioranza. La coalizione che supererà, anche di
poco, il 40% delle preferenze otterrà un premio fisso di 70 seggi alla Camera e
35 al Senato, che verrà assegnato tramite listini bloccati che saranno
circoscrizionali alla Camera e regionali al Senato. La scheda elettorale non
sarebbe dunque molto differente da quella del Rosatellum: in quest’ultimo caso
compare il nome del candidato nel collegio uninominale e sotto i listini dei
partiti che lo sostengono, con la nuova legge vi sarebbero i nomi dei candidati
dei listini circoscrizionali al posto del nome del candidato dell’uninominale.
Del Rosatellum verrebbero mantenute le pluricandidature e l’alternanza
uomo/donna sia nelle liste proporzionali che nei listini circoscrizionali, e
l’obbligo di candidare almeno il 40% di uno dei due sessi. La soglia di
sbarramento è stabilita al 3%. Nel testo, rendono noto fonti del centrodestra,
ci sarebbe anche l’ipotesi di fare ricorso al ballottaggio ma solo in un caso
definito “residuale”: cioè qualora la prima e la seconda coalizione dovessero
ottenere tra il 35% e il 40% dei voti. Pieno accordo sull’inserimento
dell’obbligo di indicare nel programma di coalizione (e non sulla scheda) il
nome del candidato premier, da proporre al presidente della Repubblica in caso
di vittoria.
I PUNTI IN SOSPESO: DECIDERANNO I LEADER
Mancano ancora le ultime limature tecniche. In particolare, sull’introduzione
delle preferenze, sponsorizzata da Fratelli d’Italia, resterebbero scettici gli
alleati, Forza Italia, Lega e Noi moderati. Da chiarire anche il numero dei
collegi: rispetto agli attuali 49 alla Camera e 26 al Senato, la Lega ha chiesto
di aumentarne il numero, questo anche per consentire un maggior numero di
candidati e per avere listini bloccati più corti, visto che le preferenze
verrebbero meno. Fdi avrebbe proposto come soluzione tecnica la possibilità di
aumentarli altrimenti rimarrebbe l’ossatura del Rosatellum. Spetterà adesso a
Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi sciogliere questi
dubbi in un vertice che dovrebbe essere convocato a breve e che sarà decisivo
per l’ok definitivo alla riforma del sistema di voto. Il testo, si apprende,
potrebbe essere depositato in Parlamento già all’inizio della prossima
settimana.
LE CRITICHE DELLE OPPOSIZIONI
“Il governo trova l’intesa per la riforma elettorale e per la riforma della
giustizia per salvare i politici dalle inchieste ma nulla per quanto riguarda
60mila rider sfruttati sotto la soglia della povertà, nulla per tutti i nostri
giovani sottopagati, dice no al salario minimo”, attacca il leader del M5s
Giuseppe Conte. Il Pd interviene con i capigruppo di Camera e Senato, Chiara
Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione in Europa, Nicola Zingaretti. “La
loro priorità oggi, la loro unica preoccupazione, è solo quella di garantire se
stessi, cambiando la legge elettorale in modo irricevibile“, incalzano. Per
Angelo Bonelli lo sprint della maggioranza sulla legge elettorale si lega alle
difficoltà sul referendum. “È il segnale chiaro della difficoltà della
maggioranza in questa fase, che a tre settimane circa dal voto referendaria
presenta la legge elettorale. Qual era il problema? Avevano paura che di fronte
a una sconfitta non riuscissero a trovare un’intesa? Un segnale di una grande
debolezza e di profonda preoccupazione” per l’esito del referendum, sottolinea
l’esponente di Avs. “Il sistema politico italiano cade di nuovo in questa
maledizione antidemocratica dettata dal vizio dei principali partiti di volersi
cucire addosso la legge elettorale come fosse un vestito su misura”, incalza il
segretario di +Europa, Riccardo Magi: “Con un premio di maggioranza che non
esiste in nessun sistema elettorale delle democrazie avanzate, che in realtà è
un premio di minoranza perché trasforma una minoranza nel Paese in una solida
maggioranza di seggi in Parlamento. Altro che Stabilicum, era e resta un
Meloncellum, cioè un Porcellum targato Meloni”, aggiunge Magi.
L'articolo Colpo di mano notturno, la destra trova l’accordo sulla legge
elettorale: proporzionale con premio e ballottaggio. E c’è chi evoca già il
ritorno del Porcellum proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno studio riservato sulla legge elettorale che “sponsorizza” un modello
proporzionale con premio di maggioranza, in quanto meno rischioso per la
stabilità del futuro governo. A realizzarlo sono stati gli uffici parlamentari
dei partiti di centrodestra, in vista della riforma del sistema di voto
annunciata dalla maggioranza nelle ultime settimane, dopo le Regionali vinte dal
centrosinistra in Puglia e in Campania. Il report, i cui contenuti sono stati
pubblicati da Repubblica e Corriere della sera, si intitola “Analisi legge
elettorale 2027” ed elabora tre simulazioni con modelli differenti: quello che
“garantisce più stabilità”, si legge, è l’ultimo, un proporzionale con premio di
maggioranza del 55% dei seggi a chi supera il 40% dei voti, con soglia di
sbarramento fissata al 3%.
La legge elettorale attuale, infatti, preoccupa il centrodestra in vista delle
prossime Politiche: se l’opposizione corresse unita, potrebbe aggiudicarsi una
buona parte dei collegi uninominali (che assegnano circa un terzo dei seggi
totali) persi nel 2022 presentandosi divisa in tre (Pd e Alleanza Verdi e
Sinistra, Movimento 5 Stelle, “Terzo polo” Azione-Iv). Proprio gli uninominali
erano stati decisivi nel garantire la super-maggioranza in Parlamento alla
coalizione di Giorgia Meloni, mentre nel proporzionale l’opposizione aveva
ottenuto più seggi. Ora il quadro è molto cambiato: secondo una simulazione
dell’Istituto Cattaneo basata sui risultati delle Regionali, il centrosinistra
conquisterebbe 55 uninominali contro gli 89 del centrodestra, mentre cinque anni
fa era finito con un impietoso 23 a 121. “È evidente che si corrono grandi
rischi”, nota il dossier commissionato dalla maggioranza.
L'articolo Legge elettorale, il report riservato della destra: “Serve
proporzionale con premio. Col sistema attuale rischi per la stabilità” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Se la destra ha vinto le Regionali, come dicono loro, perché mai la presidente
Meloni vuole cambiare subito la legge elettorale? In realtà hanno capito – più
di alcuni esponenti del centro sinistra – che il “campo largo” può essere
competitivo: nel Veneto, devono ringraziare Zaia che ha letteralmente regalato
la vittoria ad una destra che in affanno persino a Venezia, dove si voterà per
il nuovo sindaco.
Di fronte alle difficoltà, la corte italiana di Trump tenta di imitare il capo e
di cambiare legge elettorale e collegi prima del voto. Il loro cammino seguirà
una mappa precisa: referendum contro la giustizia, in caso di vittoria legge
elettorale e assalto finale alla Costituzione antifascista. Nel mirino ci sarà
sempre il presidente Mattarella con l’intenzione di sbarrare la strada a
qualsiasi intervento istituzionale.
Il supremo arbitro va minacciato e azzoppato, ovviamente in senso figurato.
Questo ci deve indurre a fermare l’assalto alla prima occasione utile.
Le elezioni hanno lanciato un primo segnale. Ora bisognerà prepararsi, da
subito, al referendum. Se quei 13 milioni che hanno già votato il quesito
sull’articolo 18 dovessero decidere di tornare alle urne, tutto potrebbe
accadere, anche una possibile vittoria. I sondaggi più seri, non quelli a
tariffa, danno in vantaggio, sia pure lievemente, il No. Bisogna rafforzare
questo dato e sapere che, se dovessero rimediare un’altra sconfitta, sarebbe la
fine della controriforma della giustizia, dell’assalto alla Costituzione, delle
leggi bavaglio, dell’autonomia differenziata, delle minacce contro il presidente
Mattarella.
Noi di Articolo 21 saremo in tutti i comitati referendari, sempre e comunque
dalla parte della Costituzione antifascista.
L'articolo A che serve cambiare ora la legge elettorale? Meloni e i suoi
all’assalto di Costituzione e Mattarella proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non ci sono dogmi ma crediamo che serva una nuova legge elettorale per
assicurare stabilità”. Mentre lo spoglio delle Regionali era ancora in corso, il
responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, apre
ufficialmente il nuovo scenario politico. La riforma elettorale è il nuovo
obiettivo dei partiti di maggioranza. Il 2 a 1 venuto fuori dal voto – con la
vittoria di Roberto Fico del M5s in Campania, del dem Antonio Decaro in Puglia e
del leghista Alberto Stefani in Veneto – spinge la destra ad accelerare per
avere una nuova legge elettorale per le Politiche. Da quanto trapela dalle
dichiarazioni dei vari esponenti della maggioranza, l’accordo di massima c’è ed
è su un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Obiettivo principale
eliminare i collegi uninominali, gli stessi che hanno permesso al governo Meloni
di avere l’attuale maggioranza in Parlamento.
PERCHÉ LA NECESSITÀ DI UNA RIFORMA ELETTORALE?
Ma cosa è cambiato? E perché adesso la destra parla di cambiare la legge
elettorale? Per Elly Schlein “hanno capito che con questa legge elettorale,
avendo noi riunito faticosamente questa coalizione progressista, vinceremmo le
prossime elezioni politiche”. “Hanno paura di perdere le elezioni”, le fa eco
Angelo Bonelli di Alleanza Verdi-Sinistra. Rispetto alle Politiche del 2022,
infatti, il centrosinistra si è presentato unito nelle competizioni elettorali
regionali. Un aspetto che, con l’attuale legge, conta molto. Il Rosatellum,
infatti, prevede l’assegnazione di 3/8 dei seggi (147 alla Camera e 74 al
Senato) con metodo maggioritario, in collegi uninominali. L’assegnazione dei
restanti 5/8 dei seggi (245 seggi alla Camera e 122 seggi al Senato) avviene con
metodo proporzionale, in collegi plurinominali, tra le liste e le coalizioni di
liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. In pratica per il Senato
vengono eletti nei collegi uninominali 74 senatori su 196. Mentre alla Camera i
collegi uninominali sono invece 147 su 392 seggi. Il restante 2 per cento di
seggi (8 deputati e 4 senatori) viene riservato al voto degli italiani residenti
all’estero.
COM’ERA ANDATA NEL 2022
Alle Politiche del settembre del 2022 l’intero centrodestra si presentava al
voto unito. Il campo progressista era invece spaccato: c’era il Pd in coalizione
con Avs e +Europa, il Movimento 5 stelle in solitaria, così come Azione e Italia
via. Sommando i risultati, i partiti del centrosinistra hanno ottenuto più voti
del centrodestra: così, nell’assegnazione dei seggi nella quota proporzionale
alla Camera sono scattati 114 seggi al centrodestra mentre 128 ai partiti di
opposizione. La vera maggioranza che ha portato Giorgia Meloni al governo è
stata ottenuta nei collegi uninominali. Qui infatti ogni coalizione o lista (nel
caso di corsa solitaria) presenta un unico candidato per collegio e viene eletto
quello che ottiene più voti. Con la destra unita e il centrosinistra diviso in
tre il risultato è stato evidente: 121 deputati sui 147 dei collegi uninominali
sono andati al centrodestra mentre solo 22 ai partiti progressisti (12 alla
coalizione Pd, Avs, +Europa e 10 al M5s). Discorso simile per il Senato (56
contro 10).
E SE SI VOTASSE CON IL CAMPO PROGRESSISTA UNITO?
L’Istituto Cattaneo ha provato ad elaborare una stima di ciò che potrebbe
accadere alle elezioni politiche nazionali se il sistema elettorale rimanesse
l’attuale legge elettorale e le performance del centrodestra e centrosinistra
fossero simili a quelle registrate nel ciclo delle elezioni regionali svolte dal
2022 ad oggi. Con un centrosinistra unito e non più diviso come nel 2022, il
conto dei seggi sarebbe molto diverso: “Se si considerano le intenzioni di voto
attualmente stimate dai sondaggi, è assai plausibile che, in una competizione
nazionale in cui il centrosinistra si presenti unito, centrosinistra e
centrodestra otterrebbero percentuali di voti e un numero di seggi di entità
quasi equivalente nella quota proporzionale”, sottolinea l’Istituto. Secondo i
dati elaborati (tenendo in considerazione i voti ricevuti dai candidati a
presidente di regione nelle tornate elettorali che si sono svolte dal 2023)
l’Italia potrebbe presentarsi “di nuovo divisa in due, o meglio in 5: con il
Nord e il Centro al centrodestra; la Zona rossa e le grandi regioni del Sud al
centrosinistra; con Sicilia, Calabria e Sardegna come ‘campo di battaglia’“. E
l’istituto ipotizza un potenziale “pareggio“. In pratica Meloni rischierebbe di
non vincere, con i collegi uninominali che sarebbero contendibili a differenza
del 2022.
L’IDEA DELLA DESTRA: PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA
“Con questa legge il rischio che nessuno abbia la maggioranza alle prossime
elezioni esiste eccome: loro ne sarebbero felici, perché sarebbero prontissimi a
fare un governo con tutti dentro, noi no. Noi vogliamo che chiunque vinca possa
governare per 5 anni“, dice Donzelli. Ma quel è il sistema elettorale di
riferimento? In questo contesto una legge sul modello Regionali “mi sembra
decisamente la migliore”, spiega il meloniano. “Il premio di maggioranza è
sicuramente una delle ipotesi allo studio. C’erano già leggi di questo tipo nel
passato e sono state in parte superate dalla Corte Costituzionale non per il
premio di maggioranza…”, aggiunge il presidente dei senatori di Fdi, Lucio
Malan, che fa riferimento all’ultima legge proporzionale per le Politiche, il
Porcellum, firmata dal leghista Roberto Calderoli con Silvio Berlusconi al
governo, nel 2005.
IL TATARELLUM
È un altro esponente del partito di Meloni a citare un sistema elettorale
attualmente utilizzato: “Il Tatarellum, il sistema elettorale regionale, simile
a quello dei comuni, cioè un proporzionale con premio di maggioranza, resta la
soluzione che più si avvicina a quell’equilibrio”, sottolinea il presidente
della Commissione Affari costituzionali del Senato, Alberto Balboni. Negli
scorsi mesi, da relatore in commissione del ddl sul premierato, Balboni era
entrato di più nel merito, ipotizzando una soglia minima del 40%-42% dei voti
per far scattare un premio di maggioranza che avrebbe potuto portare la
coalizione vincente a ottenere circa il 55% dei seggi in Parlamento. La legge
elettorale del 1995 che prende il nome dal promotore Giuseppe Tatarella, allora
deputato di Alleanza Nazionale e già ministro, è quella che regola i sistemi
elettorali regionali e fu ideata per imprimere una modifica in senso
maggioritario e presidenziale al sistema di governo regionale in Italia (dove il
presidente è eletto direttamente dai cittadini). Se questa è l’idea di Fdi per
le Politiche, andranno poi studiati tanti altri aspetti, come il numero e
l’estensione dei vari collegi elettorali. Elementi tecnici ma che sono anche
molto rilevanti.
IL PREMIERATO E LE PAROLE DI MATTARELLA
Fdi pertanto è al lavoro per una nuova riforma elettorale parallelamente al
premierato. Sul tema, la stessa Giorgia Meloni, a inizio ottobre ai microfoni di
Porta a Porta, aveva fatto sapere di pensare soprattutto a una legge “che vada
bene anche per il premierato e quindi con l’indicazione del premier sulla
scheda. Il premierato va avanti – diceva allora – per questo non vale la pena
fare una legge elettorale e poi farne un’altra dopo il referendum sul
premierato”. C’è però un altro punto. A poche ore dallo scontro tra il Colle e
Palazzo Chigi (dopo la polemica sul consigliere del Capo dello Stato), la Stampa
riportava una dichiarazione di pochi giorni prima del presidente della
Repubblica Sergio Mattarella all’assemblea nazionale dell’Anci a Bologna. “Non
possiamo accontentarci di una democrazia a bassa intensità e questa carenza non
potrebbe in alcun modo essere colmata da meccanismi tecnici, che potrebbero, in
qualche caso, aggravarla: la rappresentatività è un’altra cosa”, una
considerazione parlando di astensionismo, “notata dalla dirigenza del partito di
Meloni” e che viene letta quasi come un avvertimento. Intanto, però, la corsa
alla riforma elettorale è ufficialmente iniziata e l’obiettivo sarebbe quello di
portarla a casa entro il 2026.
L'articolo Via gli uninominali. Proporzionale con premio di maggioranza: qual è
la legge elettorale che vuole la destra e perché proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il primo commento ufficiale, ieri, dopo i risultati delle elezioni regionali di
Campania, Puglia e Veneto, da parte di Fratelli d’Italia è stato del
responsabile organizzazione del partito guidato dal Presidente del consiglio
Giorgia Meloni. Ed è parsa a molti sorprendente. Giovanni Donzelli ha sostenuto
che “va fatta una riflessione sulla legge elettorale”, perché, “con il ‘Campo
Largo’ unito, a differenza delle elezioni politiche 2022, se si dovesse votare
oggi non ci sarebbe la stessa stabilità politica né in caso di vittoria del
centrodestra né in caso di vittoria del centrosinistra”. Stabilità che “serve
alla nazione”, ha spiegato Donzelli. “Lo vediamo con lo spread basso e con il
giudizio sull’Italia delle agenzie di reating”.
Le opposizioni rispediscono al mittente la proposta. Matteo Renzi dubita delle
reali motivazioni di Fdi e del centrodestra. “Giorgia devi cambiare la Legge di
bilancio non la Legge elettorale. Devi parlare di sicurezza, tasse e di stipendi
non di collegi”. Per il leader di Italia Viva “è evidente che se il
centrosinistra sta insieme Meloni perde – perché, con le opposizioni unite in
coalizione – nei collegi, in due terzi del Paese, il centrodestra non tocca
palla e non vede un collegio. Ora dicono cambiamo la legge elettorale”. E
conclude: “Donzelli ricorda quel bambino quando in piazza perdeva la partita e
diceva il pallone è mio e me lo porto via”.
Dello stesso tenore la risposta che giunge dal Nazareno. La segretaria del Pd
Elly Schlein sottolinea: “Non lo dico io, ma oggi ho letto su qualche giornale
che con questa legge elettorale il 90% dei collegi del Sud andrebbero alla
coalizione progressista”. Dunque, “il loro ragionamento parte dalla paura di
perdere, perché hanno capito che noi, dopo aver faticosamente riunito questa
coalizione, vinceremmo le prossime elezioni politiche e questa non mi sembra la
miglior premessa per fare un cambio di regole”. Chi, e non da oggi, vorrebbe una
modifica in senso proporzionale della legge elettorale è il Movimento 5 Stelle.
Ma il capogruppo alla Camera Francesco Silvestri mette subito in chiaro: “La
nostra proposta è diversa da quella della destra” e comunque, sottolinea
Silvestri, “finché vincevano loro e noi andavamo disuniti alle elezioni, le
legge elettorale andava bene, oggi vogliono cambiare la legge elettorale perché
sanno che non vinceranno”. Per i 5 Stelle la priorità è la Legge di bilancio.
“Adesso si discute di salari, di imprese e famiglie” perché aprire ora un
dibattito sulla riforma elettorale è “un’arma di distrazione di massa per non
parlare del fatto che l’Europa ci dice che uno o due anni saremo il fanalino di
coda, nonostante siamo il Paese che ha preso più soldi del Pnrr”.
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Pd, 5 Stelle e Renzi respingono al mittente l’idea di Fdi proviene da Il Fatto
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