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Ogni proposta di legge elettorale che non preveda il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata
di Roberto Celante Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, la maggioranza ha trovato un accordo interno, circa i contenuti di un ddl che mira a modificare la legge elettorale. Prima di valutarne gli aspetti, converrà confrontare le caratteristiche dei due principali sistemi elettorali. Nel sistema maggioritario, prevedendo collegi uninominali, in cui si candida un solo esponente di ogni partito, vince il candidato più votato e vengono cestinati i voti per gli altri candidati, penalizzando fortemente la rappresentanza. Questo sistema, secondo i propri estimatori, favorirebbe la governabilità. La tesi è censurabile, sia perché in democrazia la governabilità non può essere un vantaggio da preferire alla rappresentanza, sia perché non è scontato che il partito che elegge più candidati ottenga automaticamente una maggioranza schiacciante dei seggi disponibili. Il sistema proporzionale, prevedendo seggi plurinominali da assegnare ai partiti con i candidati più votati, è viceversa il sistema più rappresentativo, ma, nel caso si registrasse uno scarto minimo tra i due partiti, o le due coalizioni, principali, la neonata legislatura sarebbe caratterizzata da una forte instabilità, con il rischio dell’arruolamento determinante, a sostegno della maggioranza, degli eletti dei piccolissimi partiti, che tradirebbero i propri elettori (ancorché, secondo l’art. 67 Cost., i parlamentari rappresentino l’intera Nazione e non siano legati da alcun vincolo di mandato con gli elettori). Il secondo difetto del sistema proporzionale (che peraltro concorrerebbe ad aggravare il primo) è da individuarsi nell’eccessiva frammentazione politica che esso favorisce. Tra le criticità dei due sistemi elettorali, il sistema proporzionale si fa comunque preferire, perché in democrazia il pluralismo è un valore irrinunciabile; i difetti di questo sistema elettorale andrebbero tuttavia mitigati con degli opportuni correttivi. L’eccessiva frammentazione potrebbe essere evitata da una soglia di sbarramento del 5%, come nel sistema tedesco. Nel caso nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei seggi, la governabilità potrebbe essere favorita da un premio di maggioranza, che attribuisca il 53% dei seggi al partito, o alla coalizione, che vinca al secondo turno: in questo modo, anche gli elettori dei partiti minori sarebbero coinvolti nella scelta del male minore, sempre nell’ottica di favorire la rappresentatività. Inoltre, un premio di maggioranza limitato sarebbe funzionale a responsabilizzare i parlamentari, tanto di maggioranza, quanto di opposizione, per ovvi opposti motivi: il fenomeno dell’assenteismo, in tal modo, dovrebbe tendere a scomparire. L’ultimo correttivo, teso a mitigare il rischio del “mercato delle vacche”, sarebbe la reintroduzione della possibilità per l’elettore di scegliere il candidato, attraverso il voto di preferenza: il parlamentare che “cambiasse casacca” rischierebbe molto a ripresentarsi nuovamente al successivo appuntamento elettorale, perché verosimilmente non verrebbe votato neanche dal proprio nuovo partito, i cui elettori gli preferirebbero candidati di maggiore “anzianità” di militanza nel partito e quindi di più elevata affidabilità. Relativamente alla proposta di modifica della legge elettorale da parte della maggioranza, a mio avviso gli aspetti più critici sono: una soglia di sbarramento troppo bassa (3%), un premio di maggioranza eccessivamente elevato (60% dei seggi a chi raggiunga almeno il 40% dei voti) e infine, ma non ultimo, la conferma delle liste bloccate, ed è quest’ultimo il più grave, perché mina l’indipendenza dei parlamentari, rispetto alle direttive delle segreterie dei partiti. Quindi, ogni proposta di legge elettorale che non prevede il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata, perché il Parlamento, da attuale luogo di nominati dai partiti, deve tornare ad essere un luogo di eletti. Altrimenti, continuerà ad essere una sorta di “ufficio ratifiche”, con il governo reale titolare anche del potere legislativo. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Ogni proposta di legge elettorale che non preveda il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Governo Meloni
Legge Elettorale
Legge elettorale, Fdi annuncia un emendamento per le preferenze: perché potrebbe essere solo una mossa tattica
Prima il partito dà l’ok a un testo che conferma il voto con listini bloccati, poi – travolto dalle polemiche – prova a mettere una pezza. Fratelli d’Italia annuncia che presenterà un emendamento in Parlamento per introdurre le preferenze nella nuova legge elettorale. Ad anticiparlo è il responsabile organizzazione del partito, Giovanni Donzelli. Il partito di Giorgia Meloni, pertanto, prima trova l’accordo notturno con gli alleati Lega, Forza Italia e Noi Moderati, poi sembra ripensarci. Dopo il deposito del testo della riforma al Senato, in tanti hanno rispolverato dieci anni di dichiarazioni di Meloni: “Non siamo disponibili alla riproposizione delle liste bloccate”, ribadiva a ogni occasione la premier. Adesso gli esponenti del suo partito tengono a puntualizzare di essere ancora “favorevoli alle preferenze”, sottolinea Donzelli: “Abbiamo detto che siamo pronti a miglioramenti” e per questo “presenteremo l’emendamento e affronteremo il dibattito in Parlamento con serenità e rispetto delle opinioni di tutti“. Ma perché, allora, il testo depositato in Parlamento non prevede già le preferenze? Innanzitutto per la ferma contrarietà dei due principali alleati: leghisti e azzurri su questo punto hanno messo in guardia il partito di Meloni. C’è chi, però, fa pure presente che anche in Fdi in tanti gradiscono le liste bloccate, per evitare il rischio di perdere il posto. Adesso però sarà il Parlamento a decidere se votare o meno l’emendamento dei meloniani. Non è escluso, comunque, che questa mossa possa essere più che altro strategica: svincolarsi dalle accuse di avere tradito le promesse e confidare nella contrarietà alle preferenze di gran parte dei deputati e senatori. Anche tra i partiti di opposizione, infatti, non mancano i sostenitori dei listini bloccati. Un tempo, per Meloni, l’introduzione delle preferenze era “l’unica condizione” per “poter trattare di qualunque riforma elettorale” (lo diceva il 16 gennaio del 2014 rivolgendosi a Matteo Renzi). Oggi la prospettiva è al contrario: il testo della riforma c’è, fondamentale è avere un sistema proporzionale con premio di maggioranza, eliminando i collegi uninominali. Le preferenze? Si vedrà in Parlamento, sempre nel “rispetto delle opinioni di tutti” anche di chi vuole senatori e deputati “nominati”. L'articolo Legge elettorale, Fdi annuncia un emendamento per le preferenze: perché potrebbe essere solo una mossa tattica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giorgia Meloni
Fratelli d'Italia
Legge Elettorale
Liste Bloccate
“Meloni accusata di truccare le prossime elezioni”: il blitz della destra sulla legge elettorale finisce sul Telegraph
Giorgia Meloni “è stata accusata di aver tentato di truccare le prossime elezioni italiane dopo che la coalizione di governo ha approvato una controversa riforma elettorale“. Inizia così l’articolo del Telegraph che parla dell’accordo raggiunto dal centrodestra sulla nuova legge elettorale. Il blitz notturno della maggioranza che punta a un nuovo sistema proporzionale con un corposo premio di maggioranza finisce così anche sulle pagine del noto quotidiano del Regno Unito. Il Telegraph riporta anche le critiche dei partiti di opposizione che definiscono “autoritaria” questo testo, deciso a porte chiuse e senza confronto con le altre forze politiche. La testata britannica ricorda anche che la legge elettorale “non è l’unica riforma controversa promossa da Meloni”. Il riferimento è alla riforma costituzionale della Giustizia firmata dal ministro Carlo Nordio. Il referendum del 22 e 23 marzo viene così definito dal Telegraph come “una prova fondamentale per Meloni prima delle elezioni politiche del prossimo anno”. “Una sconfitta – si legge – potrebbe intaccare la sua aura di fiducia e invincibilità, sebbene abbia insistito sul fatto che non si dimetterà“. L'articolo “Meloni accusata di truccare le prossime elezioni”: il blitz della destra sulla legge elettorale finisce sul Telegraph proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giorgia Meloni
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The Telegraph
La nuova legge elettorale ribalta gli esiti del Rosatellum: il premio avvantaggia (oggi) la destra. La simulazione YouTrend
Dal 46% di preferenze al 57% dei seggi. Ecco l’effetto che la nuova legge elettorale, proposta dalle forze di maggioranza, potrebbe avere sulla composizione del nuovo Parlamento. Ad avvantaggiarsi, con le attuali stime dei partiti, sarebbe proprio la destra che otterrebbe un distacco tale da poter governare senza particolari problemi. A differenza dell’attuale sistema elettorale: con il Rosatellum, infatti, ci sarebbe un sostanziale pareggio tra le due coalizioni e nessuna maggioranza assoluta alla Camera e al Senato con il campo progressista unito che sarebbe leggermente avanti a Montecitorio. È il quadro che viene fuori dalla simulazione di YouTrend per SkyTg24. Non solo, pertanto, l’assenza delle preferenze (nonostante anni di promesse da parte di Meloni) e l’eliminazione dei collegi uninominali disegnano un Parlamento totalmente composto da “nominati“, ma il proporzionale con un premio di maggioranza alto (70 seggi alla Camera e 35 al Senato) rischia di provocare rilevanti distorsioni della rappresentatività nel nome della “governabilità”. E ad avvantaggiarsi, almeno nel quadro attuale, sarebbe l’attuale maggioranza che sostiene Giorgia Meloni. La simulazione di YouTrend parte dalla Supermedia bisettimanale dei sondaggi che vede il centrodestra – senza Futuro nazionale di Vannacci – al 46,1% mentre il campo progressista (senza Azione) al 44,4%. Con il nuovo sistema il centrodestra otterrebbe circa 228 dei 400 seggi alla Camera e 113 su 200 al Senato, circa il 57% del totale. Per ottenere il premio di maggioranza basta infatti superare il 40% dei voti nazionali e risultare la coalizione più votata, anche se di pochissimi punti percentuali. Il campo progressista con il 44% dei voti si fermerebbe, invece, a 147 seggi alla Camera e a 76 al Senato, circa il 36% del totale. Un quadro totalmente diverso da quello simulato con l’attuale legge elettorale. I collegi uninominali – cioè quelli dove le liste o le coalizioni presentano un unico candidato, risultando eletto chi ottiene più voti – sono quelli che nel 2022 (quando le forze del centrosinistra correvano da sole) hanno materialmente permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in Parlamento. Il campo largo unito al voto oggi però stravolgerebbe il quadro. Con le attuali percentuali dei sondaggi, alla Camera il centrodestra otterrebbe 186 seggi su 400, contro i 192 del centrosinistra. La destra sarebbe, invece, in vantaggio di un seggio al Senato (96 a 95). Ma nei due rami del Parlamento nessuna coalizione potrebbe contare sulla maggioranza assoluta. Mentre da Fratelli d’Italia respingono la definizione di “colpo di mano” aprendo adesso a “un confronto” con le forze di opposizione, sulla proposta di legge esperti e costituzionalisti sollevano possibili criticità. A partire dall’assenza delle preferenze. “Il limite appare l’assenza di ogni tipo di indicazione da parte dell’elettore: senza collegi uninominali e senza preferenze non ha voce in capitolo. In questo modo il rischio è tornare ad un Parlamento di nominati”, osserva il fondatore di YouTrend, Lorenzo Pregliasco. L’altro nodo messo sotto i riflettori dai tecnici è poi quello del premio di maggioranza che, di fatto, può arrivare fino a oltre il 15% e portare una maggioranza a ottenere fino a un massimo del 60% degli eletti in Parlamento. In base alle sentenze della Consulta, secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti il 55% è, però, un paletto “che non può essere sforato“. E “la Corte – osserva – è in grado, per fortuna, di decidere in tempi brevi prima del voto. Quindi chi prova a sforare il tetto del 55% rischia una bocciatura rapida oltre che quasi certa”. L'articolo La nuova legge elettorale ribalta gli esiti del Rosatellum: il premio avvantaggia (oggi) la destra. La simulazione YouTrend proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Legge Elettorale
Colpo di mano notturno, la destra trova l’accordo sulla legge elettorale: proporzionale con premio e ballottaggio. E c’è chi evoca già il ritorno del Porcellum
L’accordo è arrivato in piena notte. Chiusi all’interno della sede di Fratelli d’Italia, in via della Scrofa, gli esponenti della maggioranza hanno raggiunto l’intesa sulla nuova leggere elettorale. Il blitz è servito: i partiti che sostengono il governo di Giorgia Meloni sono pronti a ufficializzare le nuove modalità di voto per le prossime Politiche. Proporzionale con premio di maggioranza, eliminati i collegi uninominali e soglia di sbarramento al 3%, sono le principali novità. Due i punti in sospeso che saranno decisi direttamente dai leader: si tratta delle preferenze e del numero dei collegi. Tutto questo mentre dalle opposizioni si solleva un coro di critiche: “Ecco le priorità della destra, non le emergenze economiche e sociali del Paese”. Da destra qualcuno l’ha già ribattezzata “Stabilicum“, mentre dalle opposizioni c’è chi parla di “nuovo Porcellum“. SPARISCONO GLI UNINOMINALI Secondo quanto trapela, vengono eliminati i collegi uninominali, prevedendo quindi il mantenimento dei soli collegi plurinominali proporzionali. I collegi uninominali – cioè quelli dove le liste o le coalizioni presentano un unico candidato, risultando eletto quello che ottiene più voti – sono quelli che nel 2022 hanno permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in Parlamento. In quell’occasione, infatti, il centrosinistra si presentava diviso e questo ha premiato l’unità del centrodestra che, ad esempio, ha eletto 121 deputati sui 147 degli uninominali. Un contesto che però cambierebbe molto con il campo progressista unito. Per questo – attaccano dalle opposizioni – la modifica della legge elettorale è diventata una priorità della destra. IL PREMIO DI MAGGIORANZA E IL BALLOTTAGGIO C’è poi il tema del premio di maggioranza. La coalizione che supererà, anche di poco, il 40% delle preferenze otterrà un premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che verrà assegnato tramite listini bloccati che saranno circoscrizionali alla Camera e regionali al Senato. La scheda elettorale non sarebbe dunque molto differente da quella del Rosatellum: in quest’ultimo caso compare il nome del candidato nel collegio uninominale e sotto i listini dei partiti che lo sostengono, con la nuova legge vi sarebbero i nomi dei candidati dei listini circoscrizionali al posto del nome del candidato dell’uninominale. Del Rosatellum verrebbero mantenute le pluricandidature e l’alternanza uomo/donna sia nelle liste proporzionali che nei listini circoscrizionali, e l’obbligo di candidare almeno il 40% di uno dei due sessi. La soglia di sbarramento è stabilita al 3%. Nel testo, rendono noto fonti del centrodestra, ci sarebbe anche l’ipotesi di fare ricorso al ballottaggio ma solo in un caso definito “residuale”: cioè qualora la prima e la seconda coalizione dovessero ottenere tra il 35% e il 40% dei voti. Pieno accordo sull’inserimento dell’obbligo di indicare nel programma di coalizione (e non sulla scheda) il nome del candidato premier, da proporre al presidente della Repubblica in caso di vittoria. I PUNTI IN SOSPESO: DECIDERANNO I LEADER Mancano ancora le ultime limature tecniche. In particolare, sull’introduzione delle preferenze, sponsorizzata da Fratelli d’Italia, resterebbero scettici gli alleati, Forza Italia, Lega e Noi moderati. Da chiarire anche il numero dei collegi: rispetto agli attuali 49 alla Camera e 26 al Senato, la Lega ha chiesto di aumentarne il numero, questo anche per consentire un maggior numero di candidati e per avere listini bloccati più corti, visto che le preferenze verrebbero meno. Fdi avrebbe proposto come soluzione tecnica la possibilità di aumentarli altrimenti rimarrebbe l’ossatura del Rosatellum. Spetterà adesso a Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi sciogliere questi dubbi in un vertice che dovrebbe essere convocato a breve e che sarà decisivo per l’ok definitivo alla riforma del sistema di voto. Il testo, si apprende, potrebbe essere depositato in Parlamento già all’inizio della prossima settimana. LE CRITICHE DELLE OPPOSIZIONI “Il governo trova l’intesa per la riforma elettorale e per la riforma della giustizia per salvare i politici dalle inchieste ma nulla per quanto riguarda 60mila rider sfruttati sotto la soglia della povertà, nulla per tutti i nostri giovani sottopagati, dice no al salario minimo”, attacca il leader del M5s Giuseppe Conte. Il Pd interviene con i capigruppo di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione in Europa, Nicola Zingaretti. “La loro priorità oggi, la loro unica preoccupazione, è solo quella di garantire se stessi, cambiando la legge elettorale in modo irricevibile“, incalzano. Per Angelo Bonelli lo sprint della maggioranza sulla legge elettorale si lega alle difficoltà sul referendum. “È il segnale chiaro della difficoltà della maggioranza in questa fase, che a tre settimane circa dal voto referendaria presenta la legge elettorale. Qual era il problema? Avevano paura che di fronte a una sconfitta non riuscissero a trovare un’intesa? Un segnale di una grande debolezza e di profonda preoccupazione” per l’esito del referendum, sottolinea l’esponente di Avs. “Il sistema politico italiano cade di nuovo in questa maledizione antidemocratica dettata dal vizio dei principali partiti di volersi cucire addosso la legge elettorale come fosse un vestito su misura”, incalza il segretario di +Europa, Riccardo Magi: “Con un premio di maggioranza che non esiste in nessun sistema elettorale delle democrazie avanzate, che in realtà è un premio di minoranza perché trasforma una minoranza nel Paese in una solida maggioranza di seggi in Parlamento. Altro che Stabilicum, era e resta un Meloncellum, cioè un Porcellum targato Meloni”, aggiunge Magi. L'articolo Colpo di mano notturno, la destra trova l’accordo sulla legge elettorale: proporzionale con premio e ballottaggio. E c’è chi evoca già il ritorno del Porcellum proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Legge elettorale, il report riservato della destra: “Serve proporzionale con premio. Col sistema attuale rischi per la stabilità”
Uno studio riservato sulla legge elettorale che “sponsorizza” un modello proporzionale con premio di maggioranza, in quanto meno rischioso per la stabilità del futuro governo. A realizzarlo sono stati gli uffici parlamentari dei partiti di centrodestra, in vista della riforma del sistema di voto annunciata dalla maggioranza nelle ultime settimane, dopo le Regionali vinte dal centrosinistra in Puglia e in Campania. Il report, i cui contenuti sono stati pubblicati da Repubblica e Corriere della sera, si intitola “Analisi legge elettorale 2027” ed elabora tre simulazioni con modelli differenti: quello che “garantisce più stabilità”, si legge, è l’ultimo, un proporzionale con premio di maggioranza del 55% dei seggi a chi supera il 40% dei voti, con soglia di sbarramento fissata al 3%. La legge elettorale attuale, infatti, preoccupa il centrodestra in vista delle prossime Politiche: se l’opposizione corresse unita, potrebbe aggiudicarsi una buona parte dei collegi uninominali (che assegnano circa un terzo dei seggi totali) persi nel 2022 presentandosi divisa in tre (Pd e Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle, “Terzo polo” Azione-Iv). Proprio gli uninominali erano stati decisivi nel garantire la super-maggioranza in Parlamento alla coalizione di Giorgia Meloni, mentre nel proporzionale l’opposizione aveva ottenuto più seggi. Ora il quadro è molto cambiato: secondo una simulazione dell’Istituto Cattaneo basata sui risultati delle Regionali, il centrosinistra conquisterebbe 55 uninominali contro gli 89 del centrodestra, mentre cinque anni fa era finito con un impietoso 23 a 121. “È evidente che si corrono grandi rischi”, nota il dossier commissionato dalla maggioranza. L'articolo Legge elettorale, il report riservato della destra: “Serve proporzionale con premio. Col sistema attuale rischi per la stabilità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A che serve cambiare ora la legge elettorale? Meloni e i suoi all’assalto di Costituzione e Mattarella
Se la destra ha vinto le Regionali, come dicono loro, perché mai la presidente Meloni vuole cambiare subito la legge elettorale? In realtà hanno capito – più di alcuni esponenti del centro sinistra – che il “campo largo” può essere competitivo: nel Veneto, devono ringraziare Zaia che ha letteralmente regalato la vittoria ad una destra che in affanno persino a Venezia, dove si voterà per il nuovo sindaco. Di fronte alle difficoltà, la corte italiana di Trump tenta di imitare il capo e di cambiare legge elettorale e collegi prima del voto. Il loro cammino seguirà una mappa precisa: referendum contro la giustizia, in caso di vittoria legge elettorale e assalto finale alla Costituzione antifascista. Nel mirino ci sarà sempre il presidente Mattarella con l’intenzione di sbarrare la strada a qualsiasi intervento istituzionale. Il supremo arbitro va minacciato e azzoppato, ovviamente in senso figurato. Questo ci deve indurre a fermare l’assalto alla prima occasione utile. Le elezioni hanno lanciato un primo segnale. Ora bisognerà prepararsi, da subito, al referendum. Se quei 13 milioni che hanno già votato il quesito sull’articolo 18 dovessero decidere di tornare alle urne, tutto potrebbe accadere, anche una possibile vittoria. I sondaggi più seri, non quelli a tariffa, danno in vantaggio, sia pure lievemente, il No. Bisogna rafforzare questo dato e sapere che, se dovessero rimediare un’altra sconfitta, sarebbe la fine della controriforma della giustizia, dell’assalto alla Costituzione, delle leggi bavaglio, dell’autonomia differenziata, delle minacce contro il presidente Mattarella. Noi di Articolo 21 saremo in tutti i comitati referendari, sempre e comunque dalla parte della Costituzione antifascista. L'articolo A che serve cambiare ora la legge elettorale? Meloni e i suoi all’assalto di Costituzione e Mattarella proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Via gli uninominali. Proporzionale con premio di maggioranza: qual è la legge elettorale che vuole la destra e perché
“Non ci sono dogmi ma crediamo che serva una nuova legge elettorale per assicurare stabilità”. Mentre lo spoglio delle Regionali era ancora in corso, il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, apre ufficialmente il nuovo scenario politico. La riforma elettorale è il nuovo obiettivo dei partiti di maggioranza. Il 2 a 1 venuto fuori dal voto – con la vittoria di Roberto Fico del M5s in Campania, del dem Antonio Decaro in Puglia e del leghista Alberto Stefani in Veneto – spinge la destra ad accelerare per avere una nuova legge elettorale per le Politiche. Da quanto trapela dalle dichiarazioni dei vari esponenti della maggioranza, l’accordo di massima c’è ed è su un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Obiettivo principale eliminare i collegi uninominali, gli stessi che hanno permesso al governo Meloni di avere l’attuale maggioranza in Parlamento. PERCHÉ LA NECESSITÀ DI UNA RIFORMA ELETTORALE? Ma cosa è cambiato? E perché adesso la destra parla di cambiare la legge elettorale? Per Elly Schlein “hanno capito che con questa legge elettorale, avendo noi riunito faticosamente questa coalizione progressista, vinceremmo le prossime elezioni politiche”. “Hanno paura di perdere le elezioni”, le fa eco Angelo Bonelli di Alleanza Verdi-Sinistra. Rispetto alle Politiche del 2022, infatti, il centrosinistra si è presentato unito nelle competizioni elettorali regionali. Un aspetto che, con l’attuale legge, conta molto. Il Rosatellum, infatti, prevede l’assegnazione di 3/8 dei seggi (147 alla Camera e 74 al Senato) con metodo maggioritario, in collegi uninominali. L’assegnazione dei restanti 5/8 dei seggi (245 seggi alla Camera e 122 seggi al Senato) avviene con metodo proporzionale, in collegi plurinominali, tra le liste e le coalizioni di liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. In pratica per il Senato vengono eletti nei collegi uninominali 74 senatori su 196. Mentre alla Camera i collegi uninominali sono invece 147 su 392 seggi. Il restante 2 per cento di seggi (8 deputati e 4 senatori) viene riservato al voto degli italiani residenti all’estero. COM’ERA ANDATA NEL 2022 Alle Politiche del settembre del 2022 l’intero centrodestra si presentava al voto unito. Il campo progressista era invece spaccato: c’era il Pd in coalizione con Avs e +Europa, il Movimento 5 stelle in solitaria, così come Azione e Italia via. Sommando i risultati, i partiti del centrosinistra hanno ottenuto più voti del centrodestra: così, nell’assegnazione dei seggi nella quota proporzionale alla Camera sono scattati 114 seggi al centrodestra mentre 128 ai partiti di opposizione. La vera maggioranza che ha portato Giorgia Meloni al governo è stata ottenuta nei collegi uninominali. Qui infatti ogni coalizione o lista (nel caso di corsa solitaria) presenta un unico candidato per collegio e viene eletto quello che ottiene più voti. Con la destra unita e il centrosinistra diviso in tre il risultato è stato evidente: 121 deputati sui 147 dei collegi uninominali sono andati al centrodestra mentre solo 22 ai partiti progressisti (12 alla coalizione Pd, Avs, +Europa e 10 al M5s). Discorso simile per il Senato (56 contro 10). E SE SI VOTASSE CON IL CAMPO PROGRESSISTA UNITO? L’Istituto Cattaneo ha provato ad elaborare una stima di ciò che potrebbe accadere alle elezioni politiche nazionali se il sistema elettorale rimanesse l’attuale legge elettorale e le performance del centrodestra e centrosinistra fossero simili a quelle registrate nel ciclo delle elezioni regionali svolte dal 2022 ad oggi. Con un centrosinistra unito e non più diviso come nel 2022, il conto dei seggi sarebbe molto diverso: “Se si considerano le intenzioni di voto attualmente stimate dai sondaggi, è assai plausibile che, in una competizione nazionale in cui il centrosinistra si presenti unito, centrosinistra e centrodestra otterrebbero percentuali di voti e un numero di seggi di entità quasi equivalente nella quota proporzionale”, sottolinea l’Istituto. Secondo i dati elaborati (tenendo in considerazione i voti ricevuti dai candidati a presidente di regione nelle tornate elettorali che si sono svolte dal 2023) l’Italia potrebbe presentarsi “di nuovo divisa in due, o meglio in 5: con il Nord e il Centro al centrodestra; la Zona rossa e le grandi regioni del Sud al centrosinistra; con Sicilia, Calabria e Sardegna come ‘campo di battaglia’“. E l’istituto ipotizza un potenziale “pareggio“. In pratica Meloni rischierebbe di non vincere, con i collegi uninominali che sarebbero contendibili a differenza del 2022. L’IDEA DELLA DESTRA: PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA “Con questa legge il rischio che nessuno abbia la maggioranza alle prossime elezioni esiste eccome: loro ne sarebbero felici, perché sarebbero prontissimi a fare un governo con tutti dentro, noi no. Noi vogliamo che chiunque vinca possa governare per 5 anni“, dice Donzelli. Ma quel è il sistema elettorale di riferimento? In questo contesto una legge sul modello Regionali “mi sembra decisamente la migliore”, spiega il meloniano. “Il premio di maggioranza è sicuramente una delle ipotesi allo studio. C’erano già leggi di questo tipo nel passato e sono state in parte superate dalla Corte Costituzionale non per il premio di maggioranza…”, aggiunge il presidente dei senatori di Fdi, Lucio Malan, che fa riferimento all’ultima legge proporzionale per le Politiche, il Porcellum, firmata dal leghista Roberto Calderoli con Silvio Berlusconi al governo, nel 2005. IL TATARELLUM È un altro esponente del partito di Meloni a citare un sistema elettorale attualmente utilizzato: “Il Tatarellum, il sistema elettorale regionale, simile a quello dei comuni, cioè un proporzionale con premio di maggioranza, resta la soluzione che più si avvicina a quell’equilibrio”, sottolinea il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Alberto Balboni. Negli scorsi mesi, da relatore in commissione del ddl sul premierato, Balboni era entrato di più nel merito, ipotizzando una soglia minima del 40%-42% dei voti per far scattare un premio di maggioranza che avrebbe potuto portare la coalizione vincente a ottenere circa il 55% dei seggi in Parlamento. La legge elettorale del 1995 che prende il nome dal promotore Giuseppe Tatarella, allora deputato di Alleanza Nazionale e già ministro, è quella che regola i sistemi elettorali regionali e fu ideata per imprimere una modifica in senso maggioritario e presidenziale al sistema di governo regionale in Italia (dove il presidente è eletto direttamente dai cittadini). Se questa è l’idea di Fdi per le Politiche, andranno poi studiati tanti altri aspetti, come il numero e l’estensione dei vari collegi elettorali. Elementi tecnici ma che sono anche molto rilevanti. IL PREMIERATO E LE PAROLE DI MATTARELLA Fdi pertanto è al lavoro per una nuova riforma elettorale parallelamente al premierato. Sul tema, la stessa Giorgia Meloni, a inizio ottobre ai microfoni di Porta a Porta, aveva fatto sapere di pensare soprattutto a una legge “che vada bene anche per il premierato e quindi con l’indicazione del premier sulla scheda. Il premierato va avanti – diceva allora – per questo non vale la pena fare una legge elettorale e poi farne un’altra dopo il referendum sul premierato”. C’è però un altro punto. A poche ore dallo scontro tra il Colle e Palazzo Chigi (dopo la polemica sul consigliere del Capo dello Stato), la Stampa riportava una dichiarazione di pochi giorni prima del presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’assemblea nazionale dell’Anci a Bologna. “Non possiamo accontentarci di una democrazia a bassa intensità e questa carenza non potrebbe in alcun modo essere colmata da meccanismi tecnici, che potrebbero, in qualche caso, aggravarla: la rappresentatività è un’altra cosa”, una considerazione parlando di astensionismo, “notata dalla dirigenza del partito di Meloni” e che viene letta quasi come un avvertimento. Intanto, però, la corsa alla riforma elettorale è ufficialmente iniziata e l’obiettivo sarebbe quello di portarla a casa entro il 2026. L'articolo Via gli uninominali. Proporzionale con premio di maggioranza: qual è la legge elettorale che vuole la destra e perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Legge Elettorale
“Meloni vuole modificare la legge elettorale perché sa di perdere”: Pd, 5 Stelle e Renzi respingono al mittente l’idea di Fdi
Il primo commento ufficiale, ieri, dopo i risultati delle elezioni regionali di Campania, Puglia e Veneto, da parte di Fratelli d’Italia è stato del responsabile organizzazione del partito guidato dal Presidente del consiglio Giorgia Meloni. Ed è parsa a molti sorprendente. Giovanni Donzelli ha sostenuto che “va fatta una riflessione sulla legge elettorale”, perché, “con il ‘Campo Largo’ unito, a differenza delle elezioni politiche 2022, se si dovesse votare oggi non ci sarebbe la stessa stabilità politica né in caso di vittoria del centrodestra né in caso di vittoria del centrosinistra”. Stabilità che “serve alla nazione”, ha spiegato Donzelli. “Lo vediamo con lo spread basso e con il giudizio sull’Italia delle agenzie di reating”. Le opposizioni rispediscono al mittente la proposta. Matteo Renzi dubita delle reali motivazioni di Fdi e del centrodestra. “Giorgia devi cambiare la Legge di bilancio non la Legge elettorale. Devi parlare di sicurezza, tasse e di stipendi non di collegi”. Per il leader di Italia Viva “è evidente che se il centrosinistra sta insieme Meloni perde – perché, con le opposizioni unite in coalizione – nei collegi, in due terzi del Paese, il centrodestra non tocca palla e non vede un collegio. Ora dicono cambiamo la legge elettorale”. E conclude: “Donzelli ricorda quel bambino quando in piazza perdeva la partita e diceva il pallone è mio e me lo porto via”. Dello stesso tenore la risposta che giunge dal Nazareno. La segretaria del Pd Elly Schlein sottolinea: “Non lo dico io, ma oggi ho letto su qualche giornale che con questa legge elettorale il 90% dei collegi del Sud andrebbero alla coalizione progressista”. Dunque, “il loro ragionamento parte dalla paura di perdere, perché hanno capito che noi, dopo aver faticosamente riunito questa coalizione, vinceremmo le prossime elezioni politiche e questa non mi sembra la miglior premessa per fare un cambio di regole”. Chi, e non da oggi, vorrebbe una modifica in senso proporzionale della legge elettorale è il Movimento 5 Stelle. Ma il capogruppo alla Camera Francesco Silvestri mette subito in chiaro: “La nostra proposta è diversa da quella della destra” e comunque, sottolinea Silvestri, “finché vincevano loro e noi andavamo disuniti alle elezioni, le legge elettorale andava bene, oggi vogliono cambiare la legge elettorale perché sanno che non vinceranno”. Per i 5 Stelle la priorità è la Legge di bilancio. “Adesso si discute di salari, di imprese e famiglie” perché aprire ora un dibattito sulla riforma elettorale è “un’arma di distrazione di massa per non parlare del fatto che l’Europa ci dice che uno o due anni saremo il fanalino di coda, nonostante siamo il Paese che ha preso più soldi del Pnrr”. L'articolo “Meloni vuole modificare la legge elettorale perché sa di perdere”: Pd, 5 Stelle e Renzi respingono al mittente l’idea di Fdi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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