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Dodici giorni di sciopero alla Vestas di Taranto: operai sul tetto contro i trasferimenti coatti
Dodici giorni di sciopero per dire no a una procedura di trasferimento coatto. Trentadue persone da spostare fino a 200 chilometri da casa per risparmiare il 15% di costi logistici hanno innescato una lotta operaia a Taranto, una delle città che di lavoro ha più bisogno e dove il governo da anni promette di incentivare la diversificazione degli insediamenti industriali per compensare la crisi dell’ex Ilva. Nella sede pugliese della Vestas Italia non si lavora dal 14 gennaio, una settimana dopo la comunicazione inviata dalla multinazionale danese dell’eolico alle organizzazioni sindacali per comunicare che 32 dipendenti – 16 del magazzino e altrettanti addetti alla riparazione delle pale – dovranno trasferirsi a San Nicola di Melfi e Pisticci se vorranno mantenere il loro posto di lavoro. Una spia di allarme secondo Fiom e Uilm, che temono si tratti di una procedura apripista per ulteriori e più corposi spostamenti dalla sede di Taranto, dove operano 120 impiegati e altre decine di operai del service e delle manutenzioni degli impianti on-shore. “Esiste un precedente – ricorda Davide Sperti, segretario generale della Uilm Taranto – Nel 2013 Vestas Nacelles, che contava 127 dipendenti, venne delocalizzata in Spagna di punto in bianco”. Oltretutto, fa notare il sindacalista, la decisione arriva in un buon momento economico-finanziario: “Durante l’unico incontro avuto finora con l’azienda, abbiamo chiesto di congelare la procedura per trovare insieme soluzioni alternative – spiega Sperti – A Vestas continuiamo a ribadire che appena pochi mesi fa si è arrivati alla sigla di un contratto integrativo aziendale in virtù di ottimi risultati, ci chiediamo quindi perché dovrebbe costringere 32 persone a trasferirsi per risparmiare il 15% di costi logistici”. Sul piatto, l’unica apertura arrivata finora, è stata la possibilità di concedere un’indennità per chi accetterà il trasferimento che dovrebbe scattare dal 1° marzo secondo le tempistiche comunicate da Vestas. L’alternativa? Rinunciare al posto di lavoro. Insomma, secondo i dipendenti che lunedì mattina sono saliti sul tetto dell’impianto, si tratta di licenziamenti mascherati. Un primo tentativo di ricomporre la situazione e sbrogliare la vertenza è in programma mercoledì mattina con un tavolo in Regione Puglia. “I lavoratori – attacca Sperti – non sono pacchi postali. I trasferimenti coatti e le modalità con le quali sono stati comunicati sono irrispettosi”. L'articolo Dodici giorni di sciopero alla Vestas di Taranto: operai sul tetto contro i trasferimenti coatti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lavoro
Taranto
“Il cane-eroe Bruno non fu avvelenato”: l’istruttore indagato per simulazione di reato
Per la sua morte era arrivato il cordoglio e la richiesta di giustizia anche da Ignazio La Russa e da Giorgia Meloni. Ma l’uccisione con un wurstel imbottito di chiodi del cane-eroe Bruno, bloodhound molecolare famoso per aver ritrovato 9 persone scomparse, sarebbe stata solo simulata. L’animale sarebbe morto per altri motivi, diversi da quelli di cui aveva parlato il suo istruttore Arcangelo Caressa. Che ora, come anticipato da La gazzetta del Mezzogiorno e dal Nuovo Quotidiano di Puglia, è indagato dalla procura di Taranto che ha aperto un’inchiesta affidata al pubblico ministero Raffaele Casto. L’accusa è di simulazione di reato e all’uomo sono stati sequestrati cellulare, computer e documenti. La sua abitazione, giovedì mattina, è stata perquisita dai carabinieri di Taranto e dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economica-finanziaria, insieme ai militari della Forestale. Insieme alla casa dell’uomo, è finito sotto osservazione il centro addestramento di Talsano – nel Tarantino – dove il cane fu ritrovato morto il 4 luglio dello scorso anno. L’indagine ribalta completamente quando detto dall’addestratore nel post sui social, arrivato fino alle più alte cariche dello Stato. Già nelle ore successive alla pubblicazione, La Gazzetta del Mezzogiorno raccontò l’emergere di dubbi sulla vicenda ed oggi, a confermarlo, ci sono sia gli esiti dell’autopsia disposta dalla pm Vittoria Petronella – che procedeva all’epoca – sia le testimonianze raccolte. Dalla relazione del veterinario e professore universitario Orlando Paciello, che aveva esaminato il cadavere di Bruno, emerge che “lo stomaco e l’intestino del cane erano in tutto vuoti: quel cane non aveva mangiato alcunché da non meno di venti ore ma è possibile che non mangiasse anche da trentasei”, riporta La Gazzetta del Mezzogiorno. I testimoni confermano che l’ultima volte che le sue ciotole erano state riempite era stata il 2 luglio, elemento determinante a provocare un possibile colpo di calore viste le temperature dell’estate pugliese. Paciello scrive che “la morte del cane Bruno non è avvenuta a seguito dell’ingestione di alcunché di dannoso per la sua salute”. E la conferma arriva dal primo testimone: nessuna polpetta vista. L’uomo ha raccontato che chiese spiegazioni a Caressa, che gli rispose di averle trovate per terra vicino la testa del cadavere. Negli atti è anche confermata dalla procura l’irregolarità del seppellimento del cane, avvenuto in fretta e senza aver contattato nessuno. Né l’Asl, né le forze dell’ordine. Per il pm sembrano esserci pochi dubbi: “Attività di inquinamento probatorio”. Il pm Casto scrive che “è ragionevolmente certo che Caressa Arcangelo abbia simulato che la morte di quel cane sia derivata da uccisione per mezzo di bocconcini farciti con chiodi”. L'articolo “Il cane-eroe Bruno non fu avvelenato”: l’istruttore indagato per simulazione di reato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Taranto
Ilva, De Palma (Fiom): “Situazione drammatica negli appalti. Operai senza tredicesima e rischio licenziamenti”
“Abbiamo i lavoratori degli appalti in una situazione drammatica, con il rischio concreto di licenziamenti, e persone che non hanno ancora ricevuto nemmeno la tredicesima”. Parte da qui l’intervento del segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma, oggi a Taranto per incontrare i delegati sindacali all’interno dello stabilimento ex Ilva. La visita si inserisce nel percorso di confronto avviato dalla Fiom nei siti del gruppo, in una fase definita “particolarmente delicata per il futuro industriale e occupazionale”. Durante l’incontro De Palma ha raccolto segnalazioni e valutazioni dai delegati, denunciando uno scollamento tra la realtà vissuta dai lavoratori e le rassicurazioni istituzionali. “C’è chi al governo dice che va tutto benissimo – afferma – ma noi continuiamo a pensare che non sia così”. Al centro delle richieste del sindacato la necessità di una scelta politica chiara. “L’unica soluzione è che la presidente del Consiglio si assuma la responsabilità di convocare il tavolo a Palazzo Chigi”, sostiene De Palma, indicando come strada “la creazione di una società partecipata pubblica che realizzi il piano di decarbonizzazione”. Un piano che, ricorda, “è stato condiviso con il governo e con i commissari” e che “prevede otto anni di transizione con Dri e forni elettrici a Taranto e Genova”. Critiche anche sulla gestione produttiva: “È incredibile che l’unica certezza oggi sia la cassa integrazione – aggiunge – nonostante la produzione di acciaio sia sostanzialmente la stessa dell’anno scorso, ma con più persone fuori”. Una situazione che, conclude, “colpisce soprattutto le manutenzioni”. Da qui l’appello finale: “Serve un’azienda pubblica e un piano industriale che garantisca tutte le occupate e tutti gli occupati. Su questa strada vogliamo riaprire il confronto con il governo”. “Sappiamo che il percorso di decarbonizzazione avrà impatti sull’occupazione, ma le persone non possono essere lasciate nella precarietà”, ha aggiunto e per questo “pensiamo che vada varato uno strumento straordinario, una Cassa per la transizione, in cui i lavoratori non vengano messi in cassa integrazione ma facciano vera formazione”, ha affermato, indicando la necessità di “ricollocazioni anche in nuove aziende che possono sorgere nell’area e utilizzare l’acciaio prodotto a Taranto”. L'articolo Ilva, De Palma (Fiom): “Situazione drammatica negli appalti. Operai senza tredicesima e rischio licenziamenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lavoro
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Taranto
Fiom
Ci risiamo: i Giochi del Mediterraneo sono di nuovo a rischio. Quella tra Roma e Atene è ormai una telenovela stucchevole
I Giochi del Mediterraneo sono “a serio rischio”. A dirlo è sempre il Comitato internazionale (CIGM) con sede ad Atene, che in una relazione interna stronca un’altra volta, e su tutti i fronti, l’organizzazione italiana: che si tratti di un attacco fondato o pretestuoso – legato a interessi privati e magari all’obiettivo di ottenere una guida più gradita del Comitato, con un ulteriore commissariamento – a otto mesi dalla cerimonia inaugurale è un allarme che non può essere sottovalutato. Siamo di fronte all’ennesimo capitolo di questa telenovela, ormai anche un po’ stucchevole, che riguarda alcuni servizi fondamentali allo svolgimento delle gare, come timing, produzione televisiva, antidoping, che il Comitato internazionale pretende svolto da sue aziende di fiducia, mentre quello locale non ritiene di poter assegnare senza gara, violando le normative nazionali, considerando anche l’entità degli importi in ballo (oltre 10 milioni di euro). Un bisticcio raccontato a più riprese sul Fatto, e che sembrava risolto a novembre: si era deciso di versare l’importo ad Atene, e poi ci avrebbero pensato loro a siglare i contratti. Una partita di giro che pareva aver messo tutti d’accordo. Ad una condizione, però: la riscrittura della convenzione e il pagamento al CIGM doveva passare comunque da un parere di congruità sulla cifra, o qualcosa del genere: una sorta di bollinatura ad ulteriore rassicurazione per il presidente Ferrarese e gli altri membri del Comitato, che non è una Fondazione come ad esempio Milano-Cortina (dove gli organizzatori sono “scudati” dal diritto privato), ed è pure sottoposto al controllo concomitante della Corte dei Conti. Questo parere dovrebbe rilasciarlo la società governativa Sport e Salute (che però non è nemmeno un ente certificatore, infatti meglio parlare di analisi), ma non è ancora arrivato perché per farlo la partecipata ha bisogno di dati e documenti che ad oggi non ha. Quindi la situazione non solo non si è sbloccata, ma è precipitata nuovamente. Anche così si spiega la pesantissima relazione che i dirigenti del CIGM hanno portato all’ultima assemblea del CIGM a Portimao, in Portogallo. In questo documento ufficiale, che Il Fatto ha visionato, i tecnici del CIGM sparano a zero sull’organizzazione italiana. Viene ovviamente ribadita la questione dei servizi, con un caso nel caso relativo alla produzione tv: valutata in origine 3 milioni di euro, ora costerebbe il doppio, circa 6 milioni; e bisogna trovare anche un produttore locale, visto che la Rai si è detta disponibile a coprire solo cerimonie e gare di atletica. L’opzione di una gara europea, scartata da Atene, probabilmente consentirebbe un risparmio. Ma le contestazioni sono su tutta la linea: gli impianti, che devono essere pronti per maggio 2026, su cui Atene ritiene di non avere aggiornamenti. Il personale, insufficiente, con buchi in posti chiave (direttore dei servizi medici, capo sicurezza, capo comunicazione), e troppo lontano dal cuore delle operazioni (molti funzionari del Comitato non vivono a Taranto). Il famoso villaggio, che dovrebbe essere ospitato su navi che però ancora non sono garantite. Il piano dei trasporti, la piattaforma per il reclutamento dei volontari, praticamente tutto – secondo il CIGM – è in ritardo. “Senza queste azioni, lo svolgimento dei Giochi del Mediterraneo 2026 è a serio rischio”. Dal Comitato italiano, invece, filtra ormai solo rammarico per una conflittualità permanente, che danneggia solo l’evento. A sentire gli organizzatori di Taranto, ci sarebbero ancora tempi e condizioni per condurre in porto la manifestazione. Gli impianti non era previsto che fossero pronti oggi, da cronoprogramma lo saranno fra qualche mese e sarebbe già un grande risultato, considerando il ritardo accumulato dal precedente Comitato; del resto, a Milano-Cortina ancora non hanno inaugurato l’Arena SantaGiulia per l’hockey, e i Giochi sono fra 8 settimane, non 8 mesi. Le navi per ospitare gli atleti ci saranno (sono in corso le trattative private, dopo che la gara è andata deserta), e così anche volontari, personale, antidoping. La scommessa è che i Giochi si faranno. Il problema è che il Comitato internazionale sembra non essere più disposto a dare credito. E ormai ci sarebbe anche una scadenza: il 15 marzo 2026. È la data di chiusura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina. Perché durante i Giochi, con i riflettori di tutto il mondo puntati sull’Italia, sarebbe un’onta troppo grande cancellare un altro evento al Paese ospitante. Anche per una questione di diplomazia sportiva, si aspetterà la chiusura. Poi, se la situazione non sarà risolta, ad Atene potrebbero pensare davvero di staccare la spina. X: @lVendemiale L'articolo Ci risiamo: i Giochi del Mediterraneo sono di nuovo a rischio. Quella tra Roma e Atene è ormai una telenovela stucchevole proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva, tensione al corteo di Genova: la polizia spara lacrimogeni sugli operai
Cinquemila operai in marcia chiedendo di tutelare il lavoro. Una prefettura blindata, isolata, protetta con venti blindati e con le grate per impedire ai lavoratori di avvicinarsi al Palazzo del Governo, dopo giorni di sciopero e proteste per lo stallo nella vertenza Ilva. E alla fine, la tensione. Iniziata con un simbolico lancio di uova e fumogeni dei metalmeccanici di Genova e seguita dalla risposta della polizia che ha sparato lacrimogeni verso i manifestanti, alcuni anche ad altezza d’uomo. Mentre a Taranto gli operai dell’acciaieria hanno terminato lo sciopero ad oltranza che andava avanti da 48 ore con blocchi stradali su due statali, il capoluogo ligure non molla di un centimetro. Lo sciopero di oggi, al quale hanno aderito tutti i metalmeccanici in solidarietà con gli operai di Ilva, era stato giudicato a rischio. La tensione è palpabile da giorni, perché i sindacati chiedono a Giorgia Meloni di prendere tra le mani il dossier legato al rischio di chiusura del siderurgico dopo il “piano corto” presentato dal ministro delle Imprese Adolfo Urso. Ma la presidente del Consiglio tace e la situazione è in stallo. Un silenzio al quale gli operai hanno risposto compatti. I 5.000 in marcia sono partiti da Cornigliano, presente anche il segretario generale della Fiom Michele De Palma e la sindaca Silvia Salis, e si sono diretti verso il centro. Arrivati davanti alla Prefettura è partito il lancio di uova e di qualche fumogeno. Al quale la polizia ha risposto con i lacrimogeni. Non si sono registrati contatti, anche perché erano state predisposte le grate dai reparti mobili. Simbolicamente, dopo il lancio dei lacrimogeni, gli operai hanno fatto avanzare i mezzi da lavoro che hanno sfilato in corteo e ne hanno agganciato uno alle barriere in metallo, sradicandola. Ma pur avendo un varco per superare lo sbarramento non hanno comunque proceduto oltre. Anzi, hanno deciso di cambiare obiettivo, dirigendosi verso la stazione di Brignole con l’obiettivo di occupare i binari dopo aver sollecitato la sindaca Salis, intervenuta per provare a calmare le acque, a sospendere il Consiglio comunale fino a quando non arriveranno risposte da Roma. L'articolo Ilva, tensione al corteo di Genova: la polizia spara lacrimogeni sugli operai proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Studente fuorisede di 25 anni trovato morto in casa a Roma: indagini su telefono e cause del decesso
Lorenzo De Tommaso, 25 anni, originario di Pulsano in provincia di Taranto, studiava Matematica e Fisica alla Sapienza. Da tempo viveva fuori sede, in una stanza in affitto in un appartamento di via Vigevano, nella zona di piazzale delle Provincie a Roma. Il giovane – come riporta il Corriere della Sera – è stato trovato senza vita il 27 novembre scorso dalla sua coinquilina, un’altra studentessa, che ha forzato la porta della stanza dopo essersi accorta che Lorenzo non rispondeva. La ragazza ha raccontato alla polizia di essere andata in bagno prima di lui e, tornata nella sua camera, di aver notato che il coinquilino non era più uscito. Preoccupata, ha bussato e poi forzato la porta: De Tommaso era steso sul pavimento privo di sensi. Il personale medico intervenuto dopo la chiamata al 112 ha constatato il decesso. INDAGINI IN CORSO Sul corpo non sono stati riscontrati segni evidenti di violenza. Gli investigatori del commissariato Porta Pia attendono i risultati degli esami tossicologici per stabilire se la morte possa essere legata all’assunzione di farmaci o altre sostanze. Un elemento su cui gli inquirenti stanno concentrando l’attenzione riguarda il telefono dello studente, inizialmente non trovato durante il sopralluogo in appartamento e consegnato solo il giorno successivo da un amico, che non avrebbe avuto accesso diretto alla casa. La polizia sta valutando se sul dispositivo possa esserci stato materiale cancellato prima della consegna. IL LUTTO A Pulsano, la comunità locale si è stretta intorno alla famiglia: numerosi messaggi di cordoglio sono stati pubblicati sui social, tra cui quello della sezione Dem del paese. I colleghi dello studente hanno ricordato Lorenzo come un ragazzo attento e sensibile: “La perdita di un fratello, così giovane, lascia un vuoto profondo e ingiusto. A Lorenzo l’augurio di essere presto luce abbagliante e faro guida per noi”. L'articolo Studente fuorisede di 25 anni trovato morto in casa a Roma: indagini su telefono e cause del decesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roma
Cronaca Nera
Taranto
Bambino di 4 anni cade dal primo piano a Taranto: ricoverato in condizioni stabili. Era da solo in casa
È vivo il bambino di 4 anni caduto dal primo piano di una palazzina a Taranto. L’accaduto ieri, poco dopo le 18, in un edificio sito tra Via Pupino e Via Mazzini. Il bimbo non sarebbe in pericolo di vita. Dalle prime ricostruzioni sembra che i genitori del ragazzino, una coppia nigeriana da anni in Italia, non fossero presenti in casa al momento dell’incidente. Non è ancora chiaro come o perchè il bambino sia precipitato, ma si pensa possa essersi sporto eccessivamente sulla ringhiera. Sul posto è arrivato il 118 che, dopo le prime manovre di soccorso, ha portato velocemente il bimbo all’ospedale Santissima Annunziata. Qui è stato sottoposto a una Tac total body che ha escluso lesioni. Il bambino rimane ricoverato tutt’ora in pediatria, in condizioni stabili e costantemente monitorato, e presenta solo lievi ecchimosi. Sul posto anche i carabinieri e la polizia scientifica per chiarire la dinamica dell’incidente. L'articolo Bambino di 4 anni cade dal primo piano a Taranto: ricoverato in condizioni stabili. Era da solo in casa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Taranto
Incidente
Sono nato a Taranto, a 15 anni ho perso due compagni per tumore: così si cresce nella città dell’ex Ilva
di Massimiliano Di Fede Sono nato a Taranto e la storia di quella fabbrica è indissolubilmente legata alla mia famiglia. Mio padre fu assunto nel 1971, quando il complesso siderurgico si chiamava ancora Italsider ed era a partecipazione statale. All’epoca, quel lavoro rappresentava un futuro, una promessa di benessere per un’intera generazione. Mio padre maturò una consapevolezza dolorosa sulla pericolosità della fabbrica che, pur dando lavoro, avvelenava l’aria della città. Questa realizzazione lo spinse a prendere una decisione radicale per proteggerci: ci portò a vivere a circa 50 chilometri di distanza, a Manduria, dove potevamo aspirare a un ambiente più sano. Ricordo con dolore i primi anni 80, quando ero studente delle scuole superiori: nella mia stessa classe, si ammalarono e morirono di una forma tumorale ossea due miei compagni appena quindicenni. Erano residenti nel famigerato quartiere Tamburi, proprio a ridosso degli impianti, dove purtroppo le morti e i malati si contano ancora oggi in quasi la totalità delle famiglie. Questa tragedia, che ha colpito ragazzi giovanissimi, è la dimostrazione più lampante di come la salute sia stata sempre subordinata alla produzione. Il complesso, oggi noto come Ex-Ilva e attualmente sotto il controllo di Acciaierie d’Italia, una joint venture tra Arcelor Mittal e lo Stato italiano, è l’epicentro di una crisi ambientale, sanitaria, economica e occupazionale. La fabbrica, dopo essere stata a lungo statale, venne privatizzata e ceduta al Gruppo Riva che, negli anni, ha gestito l’impianto anteponendo il profitto alla salute e all’ambiente. La magistratura tarantina ha accertato un disastro ambientale e sanitario, portando al sequestro degli impianti “area a caldo” da parte della Procura. Di fronte al rischio di blocco della produzione, lo Stato italiano è intervenuto con una lunga serie di “Decreti Salva-Ilva” a partire dal 2012. Questi provvedimenti, spesso in contrasto con le decisioni della magistratura, sono stati volti a garantire la continuità produttiva in attesa del risanamento ambientale, limitando di fatto l’efficacia delle norme a tutela della salute. Nel 2017, la fabbrica in amministrazione straordinaria fu ceduta ad Arcelor Mittal. L’allora ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, aveva promosso questa operazione, introducendo contestualmente il controverso “scudo penale”. Questa norma esentava gli acquirenti da responsabilità penali per reati ambientali e sanitari, purché eseguissero il Piano Ambientale. La rimozione di questa garanzia da parte del Governo Conte I (M5S-Lega) nel 2019 fu un fattore chiave che portò Arcelor Mittal ad annunciare la volontà di recedere dal contratto. Il Movimento 5 Stelle aveva duramente criticato lo scudo penale, ritenendolo una licenza a inquinare. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), in diverse sentenze, ha condannato lo Stato italiano per non aver adottato le misure necessarie per proteggere la vita privata e il diritto alla salute dei cittadini di Taranto, sottoposti a rischi ambientali inaccettabili. La CEDU ha riconosciuto la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione, obbligando l’Italia a intervenire. Oggi, l’impianto opera tra stop produttivi e incertezze finanziarie. Gli operai sono in uno stato di perenne agitazione: protestano per la mancanza di sicurezza sul lavoro, per il ricorso massiccio alla cassa integrazione e per il ritardo del piano di risanamento. Le loro proteste evidenziano un dilemma doloroso: la paura di ammalarsi è pari a quella di perdere il lavoro. L’immagine più forte di questa lotta è impressa sui muri di Taranto: il volto di Giorgio Di Ponzio, il ragazzo morto a soli 15 anni per un sarcoma, è stato dipinto dall’artista Jorit in un murale. Quell’opera, con la sua drammatica intensità, non è solo un monumento alla memoria delle vittime, ma un invito a non arrendersi. La scritta che accompagna l’immagine recita: “Basta ricatti. Vogliamo salute e lavoro. La nostra vita vale più dei vostri profitti”. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. 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Ex Ilva: la protesta dei lavoratori si allarga da Genova a Taranto, blocchi stradali e presidi a oltranza
Dopo le assemblee di questa mattina è partita l’occupazione dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto da parte di lavoratori diretti e dell’appalto e sindacati, con presidi a oltranza e blocchi stradali. La protesta partita ieri da Genova, con gli stabilimenti di Cornigliano e di Novi Ligure, si estende ora anche alla città pugliese. Al grido “vergogna, vergogna” gli operai mettono nel mirino governo e commissari, chiedendo la revoca del piano presentato nei giorni scorsi e garanzie certe su decarbonizzazione, futuro produttivo e occupazionale, oltre alla riconvocazione immediata del tavolo a Palazzo Chigi. La mobilitazione di Taranto è accompagnata da uno sciopero di 24 ore, proclamato a partire dalle 9 di stamattina da Fim, Fiom, Uilm e USB, ma le sigle non escludono che la protesta possa proseguire oltre la singola giornata, vista la tensione crescente nello stabilimento. La statale Appia è stata bloccata all’altezza del siderurgico, con disagi alla circolazione e lunghe code in entrambi i sensi di marcia. Il presidio rimane attivo mentre i lavoratori annunciano ulteriori iniziative se non arriveranno segnali dal governo. Nel frattempo proseguono i presidi e l’occupazione dello stabilimento dell’ex Ilva di Genova Cornigliano. I lavoratori hanno passato la notte in strada, all’esterno dello stabilimento, in alcune tende allestite già da mercoledì sera. Il presidio potrebbe durare fino a domenica. Intanto oggi dovrebbe tenersi un primo incontro istituzionale in prefettura. Anche a Novi Ligure sono state proclamate altre 24 ore di sciopero, con picchetti a oltranza aspettando novità sull’incontro con il prefetto. Alle ore 8 circa, sulla A10 Genova-Savona tra Genova Prà e l’allacciamento A10/A7 verso Genova, Autostrade registrava 8 km di coda a causa della manifestazione dei lavoratori dell’ex Ilva. Per lo stesso motivo, code si sono formate in uscita alla stazione di Genova Aeroporto per chi proviene da Savona. In A7 code in uscita a Genova Sampierdarena e 4 km di coda nel tratto compreso tra l’allacciamento A7/A12 e Genova Sampierdarena in direzione Genova. Inoltre, si sono formati 2 km di coda in A12 Genova-Sestri Levante nel tratto compreso tra Genova est e l’allacciamento A12/A7 in direzione Genova. “I lavoratori – è stato spiegato nel corso dell’assemblera di oggi a Cornigliano – hanno apprezzato l’interessamento e la presenza nella giornata di ieri della sindaca di Genova Silvia Salis e del governatore Marco Bucci“. “Adesso però – ha detto Armando Palombo, coordinatore Rsu Fiom Cgil – attendiamo la convocazione del Governo e chiediamo una data certa in cui si discuta del ‘caso Genovà”. “Oggi la lotta prosegue: a difesa della nostra fabbrica e di milleduecento famiglie e per il futuro industriale di questa città”, si legge nel comunicato diffuso dai sindacati dell’ex Ilva di Genova al secondo giorno di presidio a Cornigliano contro la chiusura dello stabilimento. L'articolo Ex Ilva: la protesta dei lavoratori si allarga da Genova a Taranto, blocchi stradali e presidi a oltranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva, il governo conferma: 6mila in cassa integrazione. E Urso rispolvera il quarto operatore interessato
La conferma di tre offerte, una delle quali “coperta” e ancora senza un nome. Poi addirittura un quarto player che chiede informazioni e “l’interesse di operatori nazionali” che rispunta. Eppure, nessun passo indietro sulla necessità di ricorrere a nuove, massicce, dosi di cassa integrazione. Necessaria, sostiene l’azienda, per fermate degli impianti motivate da manutenzioni e sicurezza. Niente di strutturale, insistono governo e Acciaierie d’Italia, ma solo la necessità di lasciare a casa altre 1.550 persone per la fermata di tre cockerie e, quindi, delle lavorazioni a freddo sia a Taranto che negli impianti del nord. Il “piano” del governo per l’ex Ilva è confermato nella sua drammaticità. Da gennaio si arriverà a 6mila persone in cassa integrazione. L’unica novità? Potranno accedere alla formazione, 60 giorni per “nuove competenze”. Un pannicello caldo che non sposta di un millimetro le preoccupazioni dei sindacati, infuriati dopo la presentazione della strategia voluta da Acciaierie d’Italia, gestore dello stabilimento e in amministrazione straordinaria, e l’esecutivo, in primis il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Dalla Fiom alla Uilm, passando per Fim e Usb la richiesta è unanime: ritirare quanto presentato, ideare un vero piano industriale e prevedere un intervento pubblico, almeno di garanzia. Mentre la procura di Taranto scopre le carte sul mancato dissequestro dell’Afo1, interessato da un incendio a maggio che sarebbe stato causato dal mancato funzionamento di un impianto di sicurezza, continua l’agonia dell’ex Ilva, alle prese con una gara di vendita ferma al palo e una produzione ridotta al lumicino, mentre le finanze dell’azienda sono in profondo rosso. Il governo aveva riconvocato i sindacati dopo la rottura del tavolo registrata la scorsa settimana, ma non c’è alcuna reale novità. Urso ha spiegato che sono in corso le trattative con chi ha manifestato interesse all’acquisizione: i fondi Bedrock, prossimo incontro giovedì, Falcks e due gruppi – entrambi extra Ue – con i quali si è in una primissima fase di negoziazione. Tantissimo fumo, zero di concreto. Così il ministro lascia ancora le porte aperte anche al fantomatico “interesse italiano”, che finora tuttavia non ha mai proposto una vera e propria offerta industriale. Urso ha inoltre spiegato che nel bando di gara sono stati inseriti “elementi vincolanti” su una decarbonizzazione accelerata e la nave rigassificatrice come fattore abilitante. È notte fonda. L'articolo Ilva, il governo conferma: 6mila in cassa integrazione. E Urso rispolvera il quarto operatore interessato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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