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La guerra in Iran rischia di far saltare i Giochi del Mediterraneo a Taranto: il problema sono le navi per gli atleti
La voce si rincorre da qualche giorno: davvero i Giochi del Mediterraneo rischiano nuovamente di saltare, o quantomeno essere rinviati? Stavolta però non c’entrerebbero i veti politici, ritardi, scontri istituzionali che a vario titolo hanno contrassegnato l’organizzazione e che ormai sembrano finalmente superati: adesso a mettere ancora in discussione la rassegna che dovrebbe svolgersi il prossimo agosto a Taranto è la guerra in Iran. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che ha esternato la sua preoccupazione nel corso dell’ultima giunta, sollevando ufficialmente la questione. Il Quotidiano di Puglia ha raccontato come negli scorsi giorni anche la Corte dei Conti, che effettua il controllo concomitante sull’evento (a garanzia degli stessi organizzatori, visto che il Comitato è un ente pubblico e ci sono corpose sovvenzioni statali), ha chiesto “se, alla luce degli ultimi accadimenti, sono state effettuate attente valutazioni in ordine ai profili di sicurezza” e “più in generale in merito ai possibili effetti sullo svolgimento dei Giochi”. Una lettera piuttosto irrituale (i giudici contabili di solito si occupano più di appalti che di scenari geopolitici), che però fa capire quanto la questione sia fondata. La guerra in Iran è scoppiata in piena tregua olimpica, durante le Paralimpiadi di Milano-Cortina, senza avere praticamente alcuna ripercussione sull’evento (a parte il forfait dell’unico rappresentante iraniano). Per i Giochi del Mediterraneo, però, è diverso. Ci sono due fattori da tenere in considerazione. Il primo è che alla rassegna partecipano diversi Paesi geograficamente vicini all’area del conflitto, come Siria, Turchia, Cipro e soprattutto Libano, la cui presenza potrebbe essere tutt’altro che scontata. Ma il vero problema sono le navi. Come noto (è stato uno degli aspetti più delicati dell’organizzazione), le delegazioni saranno ospitate non nel classico villaggio ma su due grandi imbarcazioni da crociera attraccate nel porto di Taranto, che però è anche un luogo sensibile dal punto di vista militare: la concentrazione di un numero così alto di persone (quasi 5mila tra atleti, tecnici e dirigenti) potrebbe rappresentare un target pericoloso, oltre che rendere di fatto indisponibile per diverse settimane una delle principali basi navali del Paese, cosa che non è concepibile in periodo di guerra. Insomma, il tema esiste e se il conflitto in Medioriente dovesse protrarsi a lungo potrebbe rappresentare un serio problema per i Giochi del Mediterraneo. A giocare a sfavore ci sono anche le tempistiche: la cerimonia inaugurale è in calendario venerdì 21 agosto, fra cinque mesi, per allora c’è la ragionevole speranza che la guerra sia finita. Gli organizzatori, però, si muovono su un orizzonte più ridotto: una rassegna così grande non si può certo rinviare all’ultimo momento, eventualmente la macchina va fermata molto prima, altrimenti si rischia di bruciare milioni di euro. Una decisione definitiva andrà presa non oltre aprile, quando la situazione potrebbe essere ancora in divenire. L’ultima parola spetterà al governo, che in accordo col Comitato internazionale (CIGM) dovrà valutare le condizioni e confermare, spostare al 2027 o addirittura cancellare (scenario questo più remoto) la manifestazione. Certo, sarebbe un’autentica beffa a questo punto, dopo tutti i problemi che ci sono stati e che sono stati faticosamente superati. Qualcuno, in realtà, suggerisce che un rinvio non sarebbe nemmeno del tutto sgradito, perché concederebbe più margine per sistemare i dettagli. Ma questo forse può valere per la città di Taranto, meno per il Comitato organizzatore che si troverebbe a sostenere ulteriori spese e ha fatto i salti mortali per arrivare a questo punto. Il contratto sui famosi servizi tecnologici (su cui si è rischiato davvero l’annullamento) è stato firmato, i lavori principali sugli impianti procedono e saranno conclusi in tempo utile, anche le navi sono state trovate (la prima, l’altra è in arrivo). Per i Giochi del Mediterraneo a Taranto sembra davvero quasi tutto pronto. Ma adesso non dipende più solo da noi. X: @lVendemiale L'articolo La guerra in Iran rischia di far saltare i Giochi del Mediterraneo a Taranto: il problema sono le navi per gli atleti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva: zero risposte dal governo, avanti con Flacks ma crescono i dubbi. I sindacati: “Ottimismo sfrenato dei commissari”
Un tavolo senza reali novità sulla cessione, l’ennesimo, mentre il potenziale acquirente smentisce sé stesso e le dichiarazioni di un ministro. L’Ilva sta diventando una farsa, ma la situazione è seria perché in ballo ci sono oltre 10mila posti di lavoro e l’indipendenza dalle importazioni delle filiere dell’industria che campano di acciaio. L’incontro tra i ministeri competenti e i sindacati metalmeccanici si è chiuso con un sostanziale “ci aggiorniamo”. I commissari di Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, e i rappresentanti dei lavoratori si vedranno il 13 marzo a Taranto per parlare di sicurezza insieme agli ispettori dell’Inail, dopo due incidenti mortali in meno di due mesi, mentre il governo riconvocherà le parti entro la fine del mese. Nel mezzo, in teoria, dovrebbe avvicinarsi il closing con Michael Flacks, il finanziere inglese che sta negoziando in esclusiva con il governo. Prima nota: ora è chiaro a tutti che l’esecutivo è ancora a caccia di garanzie riguardanti la solidità finanziaria e la capacità di gestire un’acciaieria, settore sconosciuto al suo family office, tanto da aver richiesto esplicitamente un partner industriale. Secondo punto: la trattativa, a differenza di quanto lasciato intendere dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, non ha subito alcun rallentamento dopo la sentenza del tribunale di Milano che ha imposto lo spegnimento degli impianti il 24 agosto se non verranno puntualizzate le tempistiche di alcuni interventi dell’Aia. Flacks ha detto in giornata: “Pur rappresentando un’evoluzione imprevista, la decisione non è considerata dal Gruppo un ostacolo al processo in corso, che viene attentamente valutato per adeguare il piano industriale di conseguenza”. Insomma, nessuna richiesta di scudo penale né volontà di rallentare il closing. Un’opzione che – paradossalmente – era stata adombrata dallo stesso Flacks e anche Urso. Restano, invece, chiare e plastiche le ombre sulla capacità di Flacks di gestire e rilanciare lo stabilimento. Il segretario generale della Uilm Rocco Palombella è tornato a chiedere l’intervento diretto dello Stato, come anche l’Usb. “L’unica soluzione possibile è la gestione pubblica degli impianti per arrivare alla decarbonizzare, garantendo la continuità produttiva e la sicurezza. La soluzione non è il fondo”, ha ribadito Michele De Palma, leader della Fiom. Di “testardaggine del governo” parla Ferdinando Uliano della Fim-Cisl: “Abbiamo ribadito che devono iniziare a pensare a un piano B, un piano B dove il governo è la parte trainante dell’assetto proprietario, poi aggregando gli industriali del paese”. E ha poi accusato i commissari di coltivare “un ottimismo, secondo noi, sfrenato” riguardo le capacità del finanziere. L’acciaieria – che ha chiuso il 2025 producendo appena 2 milioni di tonnellate – va avanti a stento, i commissari hanno ribadito che è necessario procedere alla vendita per garantirsi il prestito ponte, autorizzato dall’Unione Europea solo perché finalizzato alla cessione. La triade nominata da Urso ha ribadito che dal loro insediamento è stato speso quasi 1 miliardo di euro per le manutenzioni, ma evidentemente non è bastato. Due operai sono morti in situazioni quasi analoghe tra fine gennaio e gli scorsi giorni: griglie “marce” che hanno ceduto al loro passaggio. E i sindacati territoriali sono tornati a tuonare due giorni fa in una lettera resa nota nelle scorse ore denunciando “grave criticità in materia di sicurezza nel reparto Tfc dell’area ghisa”, già segnalate ai capireparto. “Tuttavia, ad oggi, non risulta effettuata neppure la pulizia delle aree interessate, utile almeno a consentire un controllo visivo adeguato dello stato delle strutture”, denunciano chiedendo “un intervento immediato per la verifica tecnica” di tutte le strutture indicate e per la loro messa in sicurezza. All’interno delle aree segnalate, chiedono inoltre i sindacati, va vietato il transito del personale “fino a quando non sarà accertata con certezza l’assenza di pericoli”. L'articolo Ilva: zero risposte dal governo, avanti con Flacks ma crescono i dubbi. I sindacati: “Ottimismo sfrenato dei commissari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ex Ilva, 10 indagati per la morte dell’operaio di 36 anni precipitato nello stabilimento di Taranto
Sono dieci le persone indagate per la morte di Loris Costantino, il 36enne operaio della ditta d’appalto Gea Power, precipitato lunedì mattina da oltre dieci metri mentre puliva un nastro trasportatore nella linea E dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto. L’operaio è morto dopo avere calpestato una griglia letteralmente marcia e il piano di calpestio, vetusto, ha ceduto (qui i dettagli). Gli avvisi di garanzia sono stati firmati dal pm Marco Colascilla Narducci, che coordina le indagini dello Spesal e dei carabinieri del Nil per chiarire dinamica e responsabilità dell’incidente. Tra gli indagati per omicidio colposo figurano sei dirigenti e responsabili di Acciaierie d’Italia, tra cui il direttore generale Maurizio Saitta, il direttore dello stabilimento Benedetto Valli, il capo area agglomerato Giovanni Cellamare, il capo reparto Salvatore Sperto e i tecnici Cosimo Pace e Fabio Franciosa. Per la ditta di pulizie Gea Power sono indagati Gabriele Dell’Anna, Fabio Pagliari, Gino Pierri ed Enrico Pozzessere. Saitta e Valli risultavano già indagati – insieme ad altre 15 persone – per omicidio colposo in concorso per il decesso di un altro operario: Claudio Salamida, operaio di 46 anni originario di Alberobello e residente a Putignano, morto il 12 gennaio scorso dopo essere precipitato durante un controllo delle valvole. Il pm ha disposto che l’autopsia sarà eseguita dal medico legale Davide Ferorelli il prossimo 6 marzo, giorno in cui sarà conferito l’incarico. L’esame si svolgerà nell’obitorio dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto, dove la salma è custodita, considerato necessario per la partecipazione agli accertamenti irripetibili e per fare piena luce sulle cause della tragedia. Le indagini, coordinate tra Procura, Spesal e carabinieri del Nil, mirano a ricostruire con precisione le responsabilità, verificando eventuali violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro e della vigilanza sugli impianti. L'articolo Ex Ilva, 10 indagati per la morte dell’operaio di 36 anni precipitato nello stabilimento di Taranto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva: ecco la grata “marcia” dalla quale è precipitato l’operaio, morto per la caduta
Loris Costantino è precipitato e ha perso la vita dopo aver fatto “un passo nel vuoto”. Ha calpestato una griglia letteralmente marcia, coperta dagli avanzi delle polveri nel reparto Agglomerato dell’ex Ilva di Taranto, e il piano di calpestio, vetusto, ha ceduto inghiottendo la sua vita, terminata dieci metri più in basso per le ferite riportate. C’è una foto, pubblicata da Veraleaks di Luciano Manna, che da anni si batte denunciando l’inquinamento e la scarsa sicurezza dentro l’acciaieria, a dimostrare in quali condizioni vengo mandati a lavorare gli operai in un impianto che in questo momento è nelle mani dello Stato. Costantino, operatore di una ditta esterna, è morto in circostanze simili a quelle nelle quali, a gennaio, ha perso la vita Claudio Salamida, 46enne impiegato da oltre 20 anni nello stabilimento, che è deceduto causa del cedimento di un grigliato sotto ai suoi piedi, in Acciaieria 2. Lunedì mattina è successo di nuovo. La procura di Taranto, quaranta giorni fa, aveva sequestrato solo la zona dell’incidente e lo stesso è stato fatto dopo il decesso di Costantino. Mentre il governo tenta di cedere il siderurgico, la situazione degli impianti sembra peggiorare ulteriormente rasentando un rischio intrinseco di sicurezza a causa della loro età. Nel reparto Agglomerato, spiega Manna ricordando di aver già denunciato anni fa in procura la situazione in quella zona del siderurgico, “si cuoce l’omogeneizzato che poi viene introdotto nell’altoforno e il materiale finissimo perso su questi nastri e rulli viene, nel vero senso della parola, spalato e recuperato dagli operai delle ditte dell’indotto con pale, scopettoni e carriole per essere reintrodotto nel circolo produttivo, specie il materiale finissimo che ha una pezzatura non adatta all’altoforno”. Il 4 marzo Manna tornerà in procura per depositare una nuova denuncia, relativa all’incidente mortale, e agli eventi emissivi di febbraio causati dagli altoforni 2 e 4. L'articolo Ilva: ecco la grata “marcia” dalla quale è precipitato l’operaio, morto per la caduta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ex Ilva, la Spoon River dei “morti di lavoro”: dal 2003 25 vittime in incidenti nello stabilimento di Taranto
Due vittime in un mese e mezzo all’ex Ilva di Taranto con una dinamica che, in attesa dei riscontri delle autorità, appare con evidenti elementi comuni. Ieri Loris Costantino, 36 anni, operaio della ditta di pulizie Gea Power, è precipitato nel vuoto mentre effettuava operazioni di pulizia di un nastro trasportatore nell’area agglomerato, dove si preparano i materiali per la carica dell’altoforno, “a causa del cedimento di un grigliato”. Lo scorso 12 gennaio a perdere la vita a causa del cedimento di un grigliato sotto ai suoi piedi, in Acciaieria 2, è stato Claudio Salamida, 46enne impiegato da oltre 20 anni nello stabilimento. Due tragedie che, unite a quelle avvenute dal 2003, portano negli ultimi 23 anni a un totale di 24 morti dovuti a incidenti sul lavoro all’ex Ilva di Taranto. “Questa tragedia rappresenta lo stato di degrado dello stabilimento. Sono mesi che chiediamo un confronto per la salute la sicurezza, gli investimenti, la messa in sicurezza degli impianti”, denuncia il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, mentre è in corso lo sciopero di 24 ore (su tre turni) indetto dai sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb dopo aver sottolineato di aver “denunciato più volte la condizione di pericolosità degli impianti e dei luoghi di lavoro in seguito alle mancate manutenzioni”. Le morti sul lavoro nel siderurgico tarantino sono state per le cause più disparate: molti operai sono deceduti in seguito a cadute da ponteggi di impianti, ad esplosioni di macchinari o al crollo di gru o perché colpiti, nel corso delle fasi delle varie lavorazioni. Il 12 giugno 2003, sotto la gestione Riva, due giovani operai dell’Ilva, Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre (24 e 27 anni), morirono a causa del crollo di una gru nell’area Parchi Minerari. Il commissario Giancarlo Quaranta Quaranta, all’epoca responsabile, è stato condannato in via definitiva insieme ad altri quattro imputati. Il 10 aprile 2004 a perdere la vita dopo sette giorni di agonia per un incidente avvenuto nel reparto Tubificio 1 è stato Saverio Paracolli, di 45 anni: rimase incastrato fra un tubo e un macchinario. Silvio Murri aveva 38 anni quando il 21 maggio 2004 morì, dopo 9 giorni di agonia, per il crollo di un ponteggio. La famiglia seppe trasformare quel sacrificio in un grande ed estremo gesto di solidarietà: donò gli organi e salvò cinque vite. L’incidente che è costato la vita il 9 settembre 2005 a Gianluigi Di Leo, un operaio di 25 anni, è avvenuto nel deposito Bramme 1 dello stabilimento siderurgico Ilva dove è stato colpito da una trave che non gli ha lasciato scampo. L’operaio, dipendente dell’Ilva, fu schiacciato e ucciso da una trave in seguito allo scontro fra due carri-ponte. Nello stesso mese, il 27, a perdere la vita è stato l’operaio di 47 anni, Giovanni Satta, dipendente di una ditta appaltatrice: è morto durante i lavori di demolizione del reparto agglomerato 1. Il 25 settembre 2006 Luciano Di Natale, 55 anni, titolare di una ditta appaltatrice è morto schiacciato dopo essere rimasto impigliato in un nastro trasportatore. Il 2 giugno 2007 il giovanissimo Andrea D’Alessano, operaio di 19 anni della ditta di appalto Modomec, nei pressi dell’altoforno 4, in attesa di prendere l’ascensore, è stato colpito alla testa da un pesante martello caduto dall’alto. Dopo una settimana di ricovero, in cui è sempre rimasto in coma, l’operaio è morto. Aveva 26 anni anni, Domenico Occhinegro, l’operaio morto il 31 luglio 2007, nell’ennesimo infortunio mortale all’Ilva di Taranto. Dell’azienda Domenico era dipendente da tre anni. È rimasto schiacciato tra due tubi, poco prima di finire il suo turno di lavoro. Il 22 aprile 2008 a perdere la vota all’interno dello stabilimento Ilva di Taranto è stato Gjoni Arjan, operaio di 47 anni, di origini albanesi, che lavorava per l’impresa d’appalto Pedretti. È precipitato da una passerella alta oltre 15 metri mentre si occupava dell’assemblaggio di strutture metalliche. Il primo luglio 2008 è toccato ad Antonio Alagni, 45 anni, originario di Casoria, rimasto schiacciato da un pesante blocco metallico nell’acciaieria 1. Alagni fu colpito alla testa da un gancio che si sganciò dopo la recisione delle funi che lo legavano a una gru da 15 tonnellate di proprietà della stessa impresa. L’operaio era impegnato con un collega nella movimentazione di due grosse lastre d’acciaio, imbragate sul macchinario. L’11 dicembre 2008 Zygmunt Paurovvicz, dipendente di una ditta specializzata in montaggi è morto in un infortunio avvenuto nel reparto altoforno 4, dove l’operaio stava smontando alcune parti. L’impianto era fermo dal mese di luglio per lavori di rifacimento, quando è stato colpito dal braccio di una gru ed precipitato da un’altezza di 14 metri. Passano 4 anni in cui gli incidenti (che pur si sono succeduti all’Ilva) provocano feriti ma nessun morto, fino al 30 ottobre 2012 quando Claudio Marsella, 29 anni, resta schiacciato da un locomotore durante le operazioni di aggancio della motrice ai vagoni. Il 28 novembre del 2012 ha perso la vita Francesco Zaccaria. La gru sulla quale operava fu sdradicata da un tornado che colpì l’area della fabbrica ma anche il vicino comune di Statte. La gru finì in parte in mare e il corpo senza vita dell’operaio fu recuperato qualche giorno dopo dai sommozzatori. Incidente che è poi finito all’interno del processo “Ambiente Svenduto”. Il 28 febbraio 2013 è morto Ciro Moccia, aveva 43 anni. È precipitando al suolo da una pensilina a dieci metri d’altezza, mentre un altro lavoratore, Antonio Liddi, rimase gravemente ferito. Angelo Iodice, 54enne operaio dell’azienda “Global Service”, è morto il 4 settembre 2014 mentre impegnato in alcune attività di manutenzione nell’area dell’Acciaieria 1, dove nei giorni precedenti si era verificato uno sversamento di ghisa: fu travolto sui binari da un mezzo meccanico guidato da un altro operaio. È morto dopo quattro giorni di agonia Alessandro Morricella, 35enne operaio dell’Ilva d Taranto, che il 12 giugno del 2015 è stato investito da un getto di ghisa incandescente mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2 dello stabilimento siderurgico. Il 17 novembre 2015 un altro operaio, Cosimo Martucci, dipendente dell’impresa appaltatrice Pitrelli ha perso la vita mentre effettuava delle lavorazioni nell’area Agglomerato. Giacomo Campo, operaio 25enne di un’azienda dell’indotto Ilva, è stato stritolato in un nastro trasportatore dell’altoforno 4 il 17 settembre 2016. Il 17 maggio 2018 a perdere la vita è stato il 28enne Angelo Fuggiano. Dipendente di una ditta appaltatrice è stato colpito alla schiena da un cavo di acciaio durante alcune operazioni nell’area portuale. È il 10 luglio 2019 quando Cosimo Massaro, 40 anni, precipita in mare per il crollo della gru su cui stava lavorando nell’area portuale, travolto da una tromba d’aria periodo nel quale l’azienda era già passata ad ArcelorMittal. Il 26 febbraio 2021 Francesco Tomai ha timbrato l’ingresso col badge alle 6.30 ed è entrato nello spogliatoio per cambiarsi e prendere servizio nel reparto Trh-Afo (Trattamento acqua altoforni). Ma dopo circa 15 minuti, mentre tre colleghi lo attendevano fuori per andare assieme sugli impianti, il 38enne è stato colto da malore ed è morto. L'articolo Ex Ilva, la Spoon River dei “morti di lavoro”: dal 2003 25 vittime in incidenti nello stabilimento di Taranto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giochi del Mediterraneo, Taranto vede finalmente il traguardo: c’è la firma del nuovo contratto, resta il nodo delle navi
Taranto si avvicina finalmente ai Giochi del Mediterraneo. Dovrebbe essere scontato, considerando che l’evento è stato assegnato alla Puglia nel lontano 2019 e ormai mancherebbero pochi mesi all’inaugurazione. Ma dopo tutti i ritardi e tensioni che ci sono state, soltanto adesso l’evento sembra vicino al traguardo, con la firma del nuovo contratto tra Comitato italiano e internazionale. È stata un’autentica telenovela quella col Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo (CIGM). Oggetto del contendere, come raccontato a più riprese dal Fatto, i servizi necessari allo svolgimento delle gare: timing e scoring (i cronometri che segnano tempo e punteggio), cybersicurezza, antidoping, broadcasting. Per tutte queste attività, il Comitato internazionale ha dei fornitori ufficiali, che spesso sono anche suoi sponsor, di cui caldeggia vivamente (per usare un eufemismo) l’impiego. L’Italia invece aveva posto un problema formale, ovvero l’impossibilità di assegnare importi così rilevanti (parliamo di oltre 10 milioni di euro) senza gara. Di qui è nato un conflitto che è sfociato in pesanti corrispondenze, riunioni d’urgenze, trattative ad oltranza, tanto da mettere seriamente a rischio lo stesso svolgimento dell’evento, più di tutti i ritardi sui cantieri accumulati dagli enti locali prima dell’arrivo del commissario Ferrarese e i pasticci vari combinati dall’Italia. A novembre l’intervento diretto del governo e del ministro Abodi sembrava aver trovato una soluzione: il Comitato locale avrebbe pagato di più quello internazionale, e poi ci avrebbe pensato Atene ai contratti. Una partita di giro, il classico escamotage all’italiana per accontentare tutti. Tranne le casse dello Stato, visto che con delle gare pubbliche sicuramente si sarebbe risparmiato qualcosa, ma tant’è. Anche così però la situazione non si era sbloccata del tutto: la firma tardava ad arrivare perché mancava una bollinatura ad ulteriore rassicurazione per il presidente Ferrarese e gli altri membri del Comitato, che non è una Fondazione come ad esempio Milano–Cortina (dove gli organizzatori sono “scudati” dal diritto privato), ed è pure sottoposto al controllo concomitante della Corte dei Conti. Adesso finalmente ci siamo. Previo una specie di parere di congruità fornito dalla società pubblica Sport e Salute, nell’ultima riunione il Comitato organizzatore ha deliberato all’unanimità l’addendum al contratto che regola i rapporti con il Comitato internazionale, che detiene la titolarità della manifestazione. L’ammontare complessivo passa da 2 a oltre 13 milioni, con una maggiorazione esattamente di 11,4 milioni di euro: dentro questa cifra, ci sono tutti i servizi contesi, non solo quelli tecnologici, ma anche la produzione televisiva e l’antidoping. Così Atene potrà rivolgersi ai fornitori che preferisce, senza alcuna responsabilità per gli amministratori italiani. Salvo ulteriori sorprese, a questo punto manca un ultimo tassello, anche se non è proprio di poco conto: le famose navi che dovranno ospitare gli atleti. La prima gara come noto è andata deserta: piuttosto che ricorrere alla trattativa privata, alla fine il Comitato ha deciso di procedere con un nuovo bando lampo, che sarà più conveniente per le aziende, nel tentativo di invogliarle a partecipare. Alla fine l’importo potrebbe sfiorare i 30 milioni di euro: tanti, per un alloggio temporaneo che non lascerà alcuna eredità, ma neanche troppi se si considera che a Cortina per le casette prefabbricate smontabili ne sono stati spesi quasi 40 per 1.400 persone, qui gli atleti saranno 4.500 (e d’altra parte costruire un villaggio vero sarebbe stata una follia a Taranto). Se la nuova gara andrà in porto, a quel punto davvero la Puglia potrà ospitare i Giochi del Mediterraneo. X: @lVendemiale L'articolo Giochi del Mediterraneo, Taranto vede finalmente il traguardo: c’è la firma del nuovo contratto, resta il nodo delle navi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Processo Ambiente svenduto bis, 21 a processo: c’è anche Nichi Vendola. Il gup dispone sequestro preventivo per 675mila euro
Il processo Ambiente svenduto riparte da Potenza. Il giudice per l’udienza preliminare Francesco Valente ha disposto il rinvio a giudizio di 21 imputati — 18 persone fisiche e tre società — nell’inchiesta sul ipotizzato disastro ambientale prodotto dall’ex Ilva di Taranto tra il 1995 e il 2012, durante la gestione della famiglia Riva. La prima udienza è stata fissata per il prossimo 21 aprile. Il gup ha accolto integralmente le richieste avanzate dal procuratore facente funzioni di Potenza, Maurizio Cardea, e dal sostituto Vincenzo Montemurro. Tra gli imputati figurano Nicola e Fabio Riva, ex proprietari del siderurgico, numerosi dirigenti e consulenti dell’epoca, oltre all’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, chiamato a rispondere dell’accusa di concussione per presunte pressioni esercitate sui vertici di Arpa Puglia in relazione alle attività di controllo dello stabilimento, accuse da lui sempre respinte. Il processo bis è stato trasferito da Taranto a Potenza per competenza territoriale, dopo che nel settembre 2024 la Corte d’assise d’appello di Taranto, sezione distaccata di Lecce, ha annullato la sentenza di primo grado emessa il 31 maggio 2021. In quella occasione erano state inflitte 26 condanne, ma la decisione è stata cancellata per un vizio procedurale: tra le numerose parti civili figuravano anche due giudici onorari come scritto dal FattoQuotidiano subito dopo la lettura del verdetto. Un anno fa causa prescrizione azzerò il “livello politico”. La lunghezza del processo, il successivo annullamento e il conseguente spostamento a Potenza ha definitivamente dimezzato il procedimento. La procura lucana – un annoi fa – ha infatti chiesto e ottenuto l’archiviazione per prescrizione della metà degli imputati, che scendono da 47 a 23. Per questi ultimi, i pubblici ministeri hanno chiesto il rinvio a giudizio. Di questi 21 andranno a processo, mentre per due è stato disposto il non luogo a procedere per morte del reo. Restano invariate le contestazioni, la più grave delle quali è l’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari e all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Alcuni capi area e capi reparto devono inoltre rispondere di cooperazione in omicidio colposo in relazione agli incidenti sul lavoro costati la vita agli operai Claudio Marsella e Francesco Zaccaria. Tra i rinviati a giudizio anche l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, l’avvocato Francesco Perli, alcuni fiduciari della proprietà e un ex consulente della Procura, accusato di aver redatto una perizia compiacente in cambio di denaro. È stato invece prosciolto Bruno Ferrante, chiamato alla guida dell’azienda nell’estate del 2012, quando la crisi giudiziaria era già esplosa. Nel procedimento sono coinvolte anche Ilva Spa, Riva Forni Elettrici e la holding del gruppo, chiamate a rispondere per la responsabilità amministrativa degli enti. Il gup ha inoltre disposto un sequestro conservativo di beni per 675 mila euro, da eseguire sul conto corrente intestato a Nicola Riva, ritenuto necessario a tutela di eventuali risarcimenti futuri in favore delle parti civili. L'articolo Processo Ambiente svenduto bis, 21 a processo: c’è anche Nichi Vendola. Il gup dispone sequestro preventivo per 675mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dodici giorni di sciopero alla Vestas di Taranto: operai sul tetto contro i trasferimenti coatti
Dodici giorni di sciopero per dire no a una procedura di trasferimento coatto. Trentadue persone da spostare fino a 200 chilometri da casa per risparmiare il 15% di costi logistici hanno innescato una lotta operaia a Taranto, una delle città che di lavoro ha più bisogno e dove il governo da anni promette di incentivare la diversificazione degli insediamenti industriali per compensare la crisi dell’ex Ilva. Nella sede pugliese della Vestas Italia non si lavora dal 14 gennaio, una settimana dopo la comunicazione inviata dalla multinazionale danese dell’eolico alle organizzazioni sindacali per comunicare che 32 dipendenti – 16 del magazzino e altrettanti addetti alla riparazione delle pale – dovranno trasferirsi a San Nicola di Melfi e Pisticci se vorranno mantenere il loro posto di lavoro. Una spia di allarme secondo Fiom e Uilm, che temono si tratti di una procedura apripista per ulteriori e più corposi spostamenti dalla sede di Taranto, dove operano 120 impiegati e altre decine di operai del service e delle manutenzioni degli impianti on-shore. “Esiste un precedente – ricorda Davide Sperti, segretario generale della Uilm Taranto – Nel 2013 Vestas Nacelles, che contava 127 dipendenti, venne delocalizzata in Spagna di punto in bianco”. Oltretutto, fa notare il sindacalista, la decisione arriva in un buon momento economico-finanziario: “Durante l’unico incontro avuto finora con l’azienda, abbiamo chiesto di congelare la procedura per trovare insieme soluzioni alternative – spiega Sperti – A Vestas continuiamo a ribadire che appena pochi mesi fa si è arrivati alla sigla di un contratto integrativo aziendale in virtù di ottimi risultati, ci chiediamo quindi perché dovrebbe costringere 32 persone a trasferirsi per risparmiare il 15% di costi logistici”. Sul piatto, l’unica apertura arrivata finora, è stata la possibilità di concedere un’indennità per chi accetterà il trasferimento che dovrebbe scattare dal 1° marzo secondo le tempistiche comunicate da Vestas. L’alternativa? Rinunciare al posto di lavoro. Insomma, secondo i dipendenti che lunedì mattina sono saliti sul tetto dell’impianto, si tratta di licenziamenti mascherati. Un primo tentativo di ricomporre la situazione e sbrogliare la vertenza è in programma mercoledì mattina con un tavolo in Regione Puglia. “I lavoratori – attacca Sperti – non sono pacchi postali. I trasferimenti coatti e le modalità con le quali sono stati comunicati sono irrispettosi”. L'articolo Dodici giorni di sciopero alla Vestas di Taranto: operai sul tetto contro i trasferimenti coatti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Taranto
“Il cane-eroe Bruno non fu avvelenato”: l’istruttore indagato per simulazione di reato
Per la sua morte era arrivato il cordoglio e la richiesta di giustizia anche da Ignazio La Russa e da Giorgia Meloni. Ma l’uccisione con un wurstel imbottito di chiodi del cane-eroe Bruno, bloodhound molecolare famoso per aver ritrovato 9 persone scomparse, sarebbe stata solo simulata. L’animale sarebbe morto per altri motivi, diversi da quelli di cui aveva parlato il suo istruttore Arcangelo Caressa. Che ora, come anticipato da La gazzetta del Mezzogiorno e dal Nuovo Quotidiano di Puglia, è indagato dalla procura di Taranto che ha aperto un’inchiesta affidata al pubblico ministero Raffaele Casto. L’accusa è di simulazione di reato e all’uomo sono stati sequestrati cellulare, computer e documenti. La sua abitazione, giovedì mattina, è stata perquisita dai carabinieri di Taranto e dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economica-finanziaria, insieme ai militari della Forestale. Insieme alla casa dell’uomo, è finito sotto osservazione il centro addestramento di Talsano – nel Tarantino – dove il cane fu ritrovato morto il 4 luglio dello scorso anno. L’indagine ribalta completamente quando detto dall’addestratore nel post sui social, arrivato fino alle più alte cariche dello Stato. Già nelle ore successive alla pubblicazione, La Gazzetta del Mezzogiorno raccontò l’emergere di dubbi sulla vicenda ed oggi, a confermarlo, ci sono sia gli esiti dell’autopsia disposta dalla pm Vittoria Petronella – che procedeva all’epoca – sia le testimonianze raccolte. Dalla relazione del veterinario e professore universitario Orlando Paciello, che aveva esaminato il cadavere di Bruno, emerge che “lo stomaco e l’intestino del cane erano in tutto vuoti: quel cane non aveva mangiato alcunché da non meno di venti ore ma è possibile che non mangiasse anche da trentasei”, riporta La Gazzetta del Mezzogiorno. I testimoni confermano che l’ultima volte che le sue ciotole erano state riempite era stata il 2 luglio, elemento determinante a provocare un possibile colpo di calore viste le temperature dell’estate pugliese. Paciello scrive che “la morte del cane Bruno non è avvenuta a seguito dell’ingestione di alcunché di dannoso per la sua salute”. E la conferma arriva dal primo testimone: nessuna polpetta vista. L’uomo ha raccontato che chiese spiegazioni a Caressa, che gli rispose di averle trovate per terra vicino la testa del cadavere. Negli atti è anche confermata dalla procura l’irregolarità del seppellimento del cane, avvenuto in fretta e senza aver contattato nessuno. Né l’Asl, né le forze dell’ordine. Per il pm sembrano esserci pochi dubbi: “Attività di inquinamento probatorio”. Il pm Casto scrive che “è ragionevolmente certo che Caressa Arcangelo abbia simulato che la morte di quel cane sia derivata da uccisione per mezzo di bocconcini farciti con chiodi”. L'articolo “Il cane-eroe Bruno non fu avvelenato”: l’istruttore indagato per simulazione di reato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Taranto
Ilva, De Palma (Fiom): “Situazione drammatica negli appalti. Operai senza tredicesima e rischio licenziamenti”
“Abbiamo i lavoratori degli appalti in una situazione drammatica, con il rischio concreto di licenziamenti, e persone che non hanno ancora ricevuto nemmeno la tredicesima”. Parte da qui l’intervento del segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma, oggi a Taranto per incontrare i delegati sindacali all’interno dello stabilimento ex Ilva. La visita si inserisce nel percorso di confronto avviato dalla Fiom nei siti del gruppo, in una fase definita “particolarmente delicata per il futuro industriale e occupazionale”. Durante l’incontro De Palma ha raccolto segnalazioni e valutazioni dai delegati, denunciando uno scollamento tra la realtà vissuta dai lavoratori e le rassicurazioni istituzionali. “C’è chi al governo dice che va tutto benissimo – afferma – ma noi continuiamo a pensare che non sia così”. Al centro delle richieste del sindacato la necessità di una scelta politica chiara. “L’unica soluzione è che la presidente del Consiglio si assuma la responsabilità di convocare il tavolo a Palazzo Chigi”, sostiene De Palma, indicando come strada “la creazione di una società partecipata pubblica che realizzi il piano di decarbonizzazione”. Un piano che, ricorda, “è stato condiviso con il governo e con i commissari” e che “prevede otto anni di transizione con Dri e forni elettrici a Taranto e Genova”. Critiche anche sulla gestione produttiva: “È incredibile che l’unica certezza oggi sia la cassa integrazione – aggiunge – nonostante la produzione di acciaio sia sostanzialmente la stessa dell’anno scorso, ma con più persone fuori”. Una situazione che, conclude, “colpisce soprattutto le manutenzioni”. Da qui l’appello finale: “Serve un’azienda pubblica e un piano industriale che garantisca tutte le occupate e tutti gli occupati. Su questa strada vogliamo riaprire il confronto con il governo”. “Sappiamo che il percorso di decarbonizzazione avrà impatti sull’occupazione, ma le persone non possono essere lasciate nella precarietà”, ha aggiunto e per questo “pensiamo che vada varato uno strumento straordinario, una Cassa per la transizione, in cui i lavoratori non vengano messi in cassa integrazione ma facciano vera formazione”, ha affermato, indicando la necessità di “ricollocazioni anche in nuove aziende che possono sorgere nell’area e utilizzare l’acciaio prodotto a Taranto”. L'articolo Ilva, De Palma (Fiom): “Situazione drammatica negli appalti. Operai senza tredicesima e rischio licenziamenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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