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Gaza, l’infermiere di Emergency Sartori: “Esplosioni ed evacuazioni, qui il conflitto non è mai finito”
Mentre Trump e il genero Kushner disegnano la mappa di una nuova Gaza futuristica con grattacieli e residenze per ricchi, nella Striscia la popolazione palestinese vive in tende senza nemmeno l’acqua potabile, al freddo e in mezzo a montagne di rifiuti. Una situazione catastrofica a più di tre mesi dal cessate il fuoco. “Qui a Gaza il conflitto si è ridotto ma non è finito” raccontare Riccardo Sartori, infermiere di Emergency in questo momento impegnato a Deir al-Balah. “Ci sono esplosioni quotidiane, e ordini di evacuazioni come quello al villaggio di Bani Suheila, a est di Khan Younis, arrivato due giorni fa, che aggravano la situazione sanitaria”. In un altro contributo video Alessandro Migliorati, capo progetto di Emergency a Gaza, spiega cosa comporta per le persone l’istituzione della linea gialla, il confine entro cui si è ritirato l’esercito israeliano. Oggi Tel Aviv occupa il oltre la metà del territorio della Striscia, continua ad ampliare la sua zona di controllo a ovest e uccide chi si avvicina a questa invisibile linea di demarcazione. “Per la popolazione palestinese e per tutti noi significa instabilità. Rappresenta una minaccia. Chiunque si avvicini o la oltrepassi, anche senza rendersene conto, viene spesso colpito” spiega Migliorati. Inoltre, “viene spesso spostata e la comunicazione di questi spostamenti non è tempestiva. Per questo bisogna sempre cercare alternative per spostarsi” L'articolo Gaza, l’infermiere di Emergency Sartori: “Esplosioni ed evacuazioni, qui il conflitto non è mai finito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il progetto Handmade per sostenere Emergency: coperte, borse, sciarpe fatti con materiali di riuso e a prezzi accessibili
Coperte patchwork dai mille colori, maglioncini per neonati bianchi, rosa o rossi con piccole coccinelle come bottoni, sciarpe e guanti, presine sgargianti, contenitori, fiori, borse e tantissimi altri oggetti: tutto fatto a mano, tutto fatto di lana o altri materiali, a prezzi piccoli e con una etichetta bianca e rossa che recita: “Questo prodotto è realizzato dai volontari del gruppo Handmade per sostenere Emergency”. Sistemati in un’area dei negozi Emergency sparsi per l’Italia, attirano l’attenzione per la loro bellezza, creatività, vitalità. A raccontarci questo progetto – che vede coinvolte 53 volontarie solo a Roma, 300 in tutta Italia – è Anna Maria Carboni, 82 anni di attivismo, due figli e un nipote, che dopo una lunghissima carriera lavorativa come terapista della riabilitazione – anche in contesti non facili, come i malati terminali di Aids sempre a Roma – incontra per caso un’amica, Paola Ledda (scomparsa nel 2023, ndr). Ex docente universitaria, anche lei, come Anna Maria, è arrivata a Roma da Cagliari ed è già volontaria di Emergency. “Proprio Paola, nel 2008”, spiega Anna Maria, “ha inventato all’interno di Emergency questo progetto, che consiste nel recuperare materiali di riuso e riciclo per creare, tutto fatto a mano, oggetti unici e originali, e contribuire ad una cultura di pace, solidarietà e tutela dell’ambiente”. Il gruppo inizia a Roma con tre persone, Paola, Anna Maria e un’amica. “Poi il progetto si è allargato anche a Brescia, Firenze e altre sedi. Oggi i punti in Italia sono 18. Ci distribuiamo il materiale tra i vari punti”. Come funziona praticamente questa piccola “macchina da guerra”? Le aziende, i negozi regalano i tessuti. Ogni volontaria lavora in casa, poi porta gli oggetti nel negozio di riferimento. Comincia poi la preparazione dei prodotti, che vanno inventariati e a cui va attaccata un’etichetta. Bisogna infine decidere il prezzo, scritto a matita dietro l’etichetta. ”Ci teniamo a mettere prezzi bassi”, precisa Anna Maria, “perché vogliamo che tutti possano entrare in negozio e comprare qualcosa per Emergency: tutto i soldi spesi da chi compra vanno alla ong”. Far parte del progetto come volontari e volontarie è facile, si fanno due colloqui in cui si compila una scheda con le proprie abilità. “Tuttavia la cosa bella”, racconta la volontaria, “è che sono arrivate molte persone che dicevano di non saper far nulla, ma poi alla fine hanno saputo creare comunque oggetti meravigliosi”. Il progetto, come sempre, produce anche socialità. E infatti, ad esempio, tutte le volontarie romane si incontrano circa quattro-cinque volte l’anno, “anche per festeggiare i risultati”. Questo progetto”, conclude Anna Maria, “non solo è bello, ma è anche divertente e ci arricchisce. I risultati sono ottimi e in crescita, le persone vedono in ciò che produciamo un doppio valore: quello di chi ha fatto a mano coperte e maglioni e quello dei progetti di Emergency a cui il ricavato arriva. È davvero, come si dice oggi, un ‘win to win’, in cui tutti vincono. Anche chi riceve in regalo o compra per sé oggetti colorati e allegri, che rendono più belle le persone e le case e al tempo stesso anche il mondo in cui viviamo”. L'articolo Il progetto Handmade per sostenere Emergency: coperte, borse, sciarpe fatti con materiali di riuso e a prezzi accessibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Natale dei medici di Emergency a Gaza: “Qui non ci sono più ospedali. E ci mancano i farmaci più banali, antibiotici, garze”
Non solo la malnutrizione, le malattie da acqua e cibo contaminati, e le ferite di guerra lasciate in eredità da due anni di bombardamenti israeliani. Nella clinica di Emergency di Al Qarara ora si curano anche le infezioni respiratorie dovute alla vita in tenda e al fumo del fuoco usato per scaldarsi. È la nuova, drammatica, quotidianità della popolazione della Striscia di Gaza, che a più di due mesi di cessate il fuoco sta affrontando l’inverno in campi sovraffollati, con rifugi di fortuna che cadono a pezzi, che affondano nel fango quando piove e vengono spazzati via quando c’è vento forte. Condizioni di vita al limite che ci restituiscono un’emergenza senza fine. “Durante il primo cessate del fuoco – racconta la coordinatrice medica di Emergency, Marta Bergamaschi in un contributo video inviato al Fattoquotidiano.it – la popolazione di Gaza aveva lasciato quest’area centrale per ritornare nelle loro zone di origine. Questa volta, forse perché non si fidano abbastanza, non è successo e questa zona è quindi molto sovrappopolata”. Bergamaschi parla dalla clinica che l’ong ha aperto ad Al Qarara, nel governatorato di Khan Younis, dove lo staff cerca ogni giorno, anche in questi di festa, di rispondere al bisogni della popolazione. Esigenze che, nonostante l’attenzione globale su Gaza sia calata, restano enormi. Qui medici e infermieri si occupano di primo soccorso, assistenza di base, attività ambulatoriali e trasferimenti in altre strutture a 10mila persone. Un lavoro essenziale se si pensa che nella Striscia non esiste più un ospedale pienamente operativo. “Praticamente tutte le strutture che si occupavano di medicina di base non esistono più. E solo 18 ospedali su 36 risultano parzialmente funzionanti”. “La situazione sanitaria rimane estremamente emergenziale, le nostre attività sono molto limitate” spiega ancora Bergamaschi, mentre in sottofondo si sente il ronzio costante di un drone israeliano. Nonostante gli accordi per la tregua, i medicinali sono ancora pochi, non bastano. “Abbiamo difficoltà quotidiane nel recuperare farmaci banali come antibiotici, anti ipertensivi o anti diabetici. Fatichiamo anche ad avere qualsiasi tipo di materiale medicale, dalle garze agli strumenti elettronici”. Da settimane le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie internazionali accusano Israele di non consentire l’ingresso nell’enclave di aiuti e attrezzature di emergenza sufficienti. Oltre ai medicinali, nei campi mancano coperte, vestiti invernali e soprattutto centinaia di migliaia di nuove tende per affrontare questi mesi. Quelle esistenti sono logore e consumate, si squarciano con il peso dell’acqua piovana, si inzuppano, non sono in grado di offrire un riparo adeguato dal vento e dalle temperature che crollano durante la notte: almeno due bambini nelle ultime settimane sono morti di ipotermia. Senza considerare che alcune famiglie non hanno nemmeno le tende e si rifugiano nei palazzi ridotti a ruderi dalle bombe con il rischio che gli crollino addosso. “Più della metà della popolazione della Striscia, un milione e 300mila persone, non ha un riparo sicuro per l’inverno. Vive in tende o in strutture fatte di legno e qualche telo di plastica. E il brutto tempo mette a dura prova le condizioni già critiche. Nei giorni scorsi anche i nostri colleghi ci hanno scritto messaggi durante la notte, avvisandoci che non sarebbero venuti al lavoro perché la loro tenda era piena d’acqua e da riparare”. Rispetto a tre mesi fa è aumentato l’ingresso di cibo, ma i prezzi, racconta Bergamaschi, rimangono ancora molto alti e inaccessibili per molte famiglie. Le restrizioni di Tel Aviv sugli aiuti riduce anche la disponibilità di articoli per l’igiene e per la cura personale, con gravi conseguenze sulle ragazze e sulle donne. Un pacco di assorbenti può costare anche 6 dollari al mercato nero. Una cifra proibitiva per molte persone che sopravvivono con poche cose. “La necessità principale della popolazione di Gaza. in questo momento è l’apertura dei corridoi. Corridoi in ingresso che consentano un maggiore ingresso di cibo, di medicinali e materiali medicali ed edile per ricostruire ciò che resta delle case. Ma bisogna anche aprire i corridoi in uscita, perché ci sono circa 18mila persone gravemente ferite o ammalate che aspettano di essere evacuate”. A questo link i progetti di Emergency in Italia e nel mondo L'articolo Il Natale dei medici di Emergency a Gaza: “Qui non ci sono più ospedali. E ci mancano i farmaci più banali, antibiotici, garze” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il piccolo borgo Castel di Lucio “spegne” le luminarie di Natale e destina 4mila euro a Gaza
“Il Natale è per tutti un periodo di gioia, famiglia e speranza. Per questo Castel di Lucio ha scelto di accendere una luce a Gaza”. Così ha esordito l’amministrazione comunale di un piccolo borgo sui Nebrodi, annunciando il gesto di solidarietà a dispetto della rinuncia natalizia. Un piccolo paese in provincia di Messina rinuncia alle luminarie di Natale per aiutare il popolo di Gaza. E continuano: “Lì dove il fumo delle bombe e il sangue oscurano il presente e il futuro di un intero popolo. L’augurio è che chi oggi vive nel disagio possa scorgere una grande stella luminosa, capace di restituire dignità, protezione e speranza”. Dal piccolo borgo di appena 1.200 abitanti, abbarbicato sui Nebrodi, non hanno dubbi: la scelta è stata approvata all’unanimità. La giunta comunale – quattro assessori più il sindaco – e tutto il consiglio – sei consiglieri più il presidente – hanno approvato una variazione di bilancio che destina 4mila euro per la martoriata città in Palestina. In questa cifra era compresa la spesa per le luminarie di Natale alle quali hanno deciso di rinunciare: “Per quest’anno ne faremo a meno – spiega l’assessore ai Beni culturali, Giuseppe Piscitello – ma abbiamo mantenuto un’installazione a forma d’albero e una grotta per celebrare almeno un po’ il Natale”. I soldi sono stati destinati ad Emergency “che opera a livello internazionale fornendo cure medicochirurgiche gratuite alle vittime di guerra, delle mine antiuomo e della povertà, un contributo economico con destinazione vincolata al sostegno delle attività umanitarie in corso nella Striscia di Gaza. Per noi – si legge in un post sull’account Facebook – non è stato un grande sacrificio rinunciare a qualche iniziativa culturale, a qualche luce o a un ricco albero di Natale… perché la nostra piccola rinuncia ha un grande valore simbolico e concreto” Una scelta unanime, quella di giunta e consiglio, che lascia spente le vie del centro storico, lì dove regna il caciocavallo come prodotto tipico, a cui viene dedicata anche una sagra ad agosto, ma dove esiste anche una specialità natalizia: un biscotto ripieno di noci chiamato cassata me, che nulla ha a che vedere con la cassata tradizionale. “Il nostro è un paese sempre pronto alla solidarietà. Non è la prima volta che manifestiamo a favore di Gaza: lo scorso agosto abbiamo occupato l’aula consiliare in segno di solidarietà con i palestinesi”, spiega ancora l’assessore. Ma non si tratta di un gesto politico: “La politica non c’entra, qui esistono solo liste civiche e senso di compassione umana” sottolinea Piscitello. I soldi, ha poi fatto sapere Emergency, saranno destinati a due cliniche dove si assistono principalmente bambini. L'articolo Il piccolo borgo Castel di Lucio “spegne” le luminarie di Natale e destina 4mila euro a Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Emergency
“Aiuti umanitari? Dopo la tregua la situazione è persino peggiorata”: la denuncia di Giorgio Monti (Emergency) dalla Striscia di Gaza
A Khan Younis, dove Emergency gestisce uno dei pochi presidi sanitari ancora operativi, la tregua entrata in vigore a metà ottobre non cambia in nulla la realtà di una popolazione intrappolata tra macerie, fame e bombardamenti israeliani sporadici in un territorio ridotto allo stremo. Giorgio Monti, coordinatore medico dell’organizzazione, descrive una quotidianità segnata dal maltempo e da una pace apparente che non argina la sofferenza dei gazawi. “Ieri è stata una giornata decisamente drammatica che purtroppo mi ha fatto tornare alla mente quanto è successo l’anno scorso”, racconta. “Sono qui da oltre un anno, le piogge in quest’area sono torrenziali. Immaginate piogge torrenziali in un’area dove le tende sono costruite con teli di plastica e pali di legno. Il vento è sempre molto forte, quindi vengono divelte le tende, arrivano ruscelli improvvisati che ci bagnano tutti, che spostano le tende, le danneggiano. Le persone non sanno come asciugarsi, sono davvero momenti difficili per loro”. L’inverno intanto travolge una Striscia già devastata da due anni di guerra: le piogge torrenziali di novembre allagano Gaza con livelli d’acqua fino a 50 centimetri, trasformando i campi profughi in distese di fango. Oltre 2 milioni di sfollati vivono in tende fragili, più di 22mila delle quali risultano danneggiate o spazzate via. Fognature al collasso e allagamenti moltiplicano il rischio di epidemie e costringono un ospedale da campo a sospendere le attività. Secondo l’Unrwa, 13mila famiglie restano esposte al gelo in ripari inadeguati. “Gaza sta annegando in sangue e acqua piovana”, avverte un rapporto citato da Haaretz. Nel frattempo, l’ingresso degli aiuti procede a singhiozzo: nonostante il cessate il fuoco prevedesse almeno 600 camion al giorno, materiali impermeabili e forniture invernali continuano a non arrivare. Israele nega responsabilità e parla di inefficienze delle agenzie umanitarie, ma Onu e varie Ong denunciano l’assedio israeliano come causa diretta delle carenze. È un quadro che Monti conferma senza esitazioni. “Sul fronte degli aiuti umanitari, la situazione è peggiorata, è quasi paradossale – spiega – Alcuni camion commerciali riescono a entrare, quindi al mercato qualche prodotto in più si trova, pur a prezzi inarrivabili per i gazawi, mentre gli aiuti umanitari sono bloccati”. A mancare sono soprattutto i rifornimenti medici: “Noi non abbiamo rifornimento di farmaci, non abbiamo rifornimento di consumo. Sappiamo dal report dell’Onu che soltanto l’1% del materiale medico entra con gli aiuti umanitari. Entrano un po’ di coperte, entrano alcune tende ma molto molto poche rispetto ai bisogni che sono drammatici. Un milione e mezzo di persone non riesce a proteggersi dal vento. Paradossalmente, con la tregua, la situazione è anche peggiorata”. La tregua appare fragile anche sul piano militare. “È tutto molto confuso – osserva Monti – Sicuramente la tregua è entrata in vigore e la quantità dei cannoneggiamenti e dei bombardamenti è molto ridotta, ma tre giorni fa un missile è caduto a 200 metri dalla nostra casa. Gli attacchi si ripetono. La stessa sicurezza nostra è sempre sotto stretto controllo”. La sera precedente, racconta, l’arrivo di un nuovo collaboratore li ha costretti a seguire per ore le comunicazioni delle squadre di sicurezza: “C’erano dei blocchi lungo la strada, delle persone armate che fermavano le macchine. La sicurezza è un po’ meglio in termini di quantità di bombe, ma sempre molto complicata in termini di sicurezza personale; non esiste, come diciamo sempre, un posto sicuro a Gaza”. L'articolo “Aiuti umanitari? Dopo la tregua la situazione è persino peggiorata”: la denuncia di Giorgio Monti (Emergency) dalla Striscia di Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, le piogge fanno crollare la copertura della clinica di Emergency: “Le tende nuove sono ferme ai valichi”
Nella Striscia di Gaza le forti piogge dei giorni scorsi si sono abbattute anche sulla clinica di Emergency, che da agosto 2024 porta assistenza gratuita alla popolazione palestinese allo stremo. Nella giornata di martedì 25 novembre, la zona di Khan Younis, nel sud, è stata flagellata da una vera e propria bufera d’acqua. Le immagini inviata dall’organizzazione mostrano il crollo della copertura dell’area di attesa per le vaccinazioni. “Le tende – fa sapere l’ong – sono ormai sommerse dal fango, in pieno inverno. Gli aiuti necessari per riparare e rinforzarle si trovano fermi ai valichi, a pochi chilometri di distanza, ma non vengono fatti entrare. La popolazione cerca di sopravvivere, ogni giorno, sotto le bombe che ancora cadono, nella fame, nel fango, al freddo, nella totale assenza di servizi e beni essenziali” L'articolo Gaza, le piogge fanno crollare la copertura della clinica di Emergency: “Le tende nuove sono ferme ai valichi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Luisa e le “Guide per Gaza”: quando il lavoro turistico diventa solidale e aiuta Emergency
Ha conseguito l’abilitazione come guida turistica nel 2010, prima ancora di laurearsi con una tesi proprio sulla Palestina nel 700, “una tesi per rompere quel canone classico secondo cui gli israeliani avrebbero trasformato una Palestina disastrata in un giardino”. Luisa Delle Fratte – un figlio di 13, due cani e due gatti adottati “con una staffetta dalla Sicilia e dalla Calabria” – oggi ha due lavori, uno dei quali è, appunto, quello di aiutare turisti italiani e stranieri e gruppi religiosi a scoprire Roma. Come tutte le guide, ha mille episodi comici da raccontare, “come quella turista che mi chiede perché non gli facevo vedere il David di Michelangelo, che sta a tre ore di macchina, o un altro che credeva che Gesù avesse posato sempre per Michelangelo”. In queste settimane, insieme ad altre colleghe romane, si è unita al movimento delle “guide per Gaza”, in associazione con Emergency, iniziativa che finora ha coinvolto, e coinvolgerà, guide turistiche di Firenze, Napoli, Perugia, Viterbo, Assisi (dove è nata un anno fa). Come funziona? Il meccanismo è semplice. Si stabiliscono alcune date – la prossima a Roma, ad esempio, sarà il 23 novembre, sia per adulti che per famiglie con una caccia al tesoro a San Sebastiano – per visitare alcuni siti (fino ad ora, le guide romane hanno proposto Ostia Antica, i Fori, la centrale di Montemartini). Le guide non prendono nulla, regalano il loro tempo e il loro impegno, le persone fanno una offerta libera che va ad Emergency per due cliniche nella Striscia di Gaza da loro gestite. Luisa, però, non regala solo visite guidate, ma si occupa – insieme ad altre colleghe – anche di curare il blog, fare le locandine, organizzare le prenotazioni. “Ognuna e ognuno fa quel che può. Alcune guide ad esempio hanno deciso di dare parte dei loro proventi per Gaza. Abbiamo anche autoprodotto delle magliette il cui ricavato delle sottoscrizioni libere va sempre in beneficenza”. L’idea è quella di continuare a utilizzare questa formula anche in futuro, magari estendendola ad altre cause, “come ad esempio il Sudan”, spiega Luisa. Ma questa iniziativa non aiuta solo i gazawi, ma anche i residenti romani a basso reddito, che possono usufruire di tour che costano magari cinquanta euro con una piccola donazione. “È il sociale nel sociale”, commenta la guida romana sorridendo. “La nostra idea è che la cultura cura, quindi offrire dei prezzi popolari aiuta le persone in tempi di tagli a tutto. E infatti ci piacerebbe poi regalare anche dei tour abbinati alle domeniche gratuite, in modo da poter usufruire di tutta l’esperienza con poco”. Va menzionata anche un’altra azione “buona” in questa iniziativa, ovvero quella delle compagnie che forniscono le radio per la visita, le danno a un prezzo popolare che girano sempre ad Emergency, “insomma ognuno ci mette un pezzo”, continua Luisa. Che racconta come suo figlio si sia appassionato e la segua sia nelle manifestazioni che nei tour, “ha addirittura fatto il cartello umano alla visita alla centrale di Montemartini, accogliendo le persone. Mia madre, invece, pensionata con l’hobby del cucito e lavoro a maglia, ha fatto tanti cocomeri, simbolo della bandiera palestinese, all’uncinetto, che abbiamo infilato nelle nostre asticelle. E poi c’è il mio compagno, che oltre a seguirmi nella varia iniziative dà anche una mano a smistare le prenotazioni”. Insomma, un lavoro, collettivo di gruppo, buono ma che regala anche la bellezza delle nostre città. Per informazioni: https://www.facebook.com/guidesforgaza e https://www.instagram.com/guidesforgaza/, con tutte le locandine, gli appuntamenti e i contatti. L'articolo Luisa e le “Guide per Gaza”: quando il lavoro turistico diventa solidale e aiuta Emergency proviene da Il Fatto Quotidiano.
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