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Tempesta di sabbia avvolge la Striscia di Gaza, Emergency: “Ennesimo colpo a una popolazione già stremata” – Video
Una intensa tempesta di sabbia ha investito la Striscia di Gaza, avvolgendo completamente il territorio in una densa nube di polvere color argilla. Le immagini mostrano un paesaggio quasi monocromatico: cielo, edifici e strade appaiono immersi in una luce arancione, mentre il vento solleva grandi quantità di sabbia. Il fenomeno ha ridotto la visibilità in diverse zone inasprendo le condizioni già drammatiche in cui vivono gli sfollati negli accampamenti della zona. A lanciare l’allarme sono stati anche gli operatori di Emergency: “Erano anni che una tempesta così forte non si abbatteva sul Paese – raccontano – Anche la nostra clinica di assistenza primaria è stata colpita, con una parte del tendone della sala d’attesa divelto e sabbia che è entrata all’interno della struttura”. Questo, specificano, “è l’ennesimo colpo a una popolazione già stremata, costretta a vivere in tende costruite con mezzi di fortuna, con estrema difficoltà nell’accesso ai servizi igienici e senza poter accedere ai beni di prima necessità”. L'articolo Tempesta di sabbia avvolge la Striscia di Gaza, Emergency: “Ennesimo colpo a una popolazione già stremata” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, il valico di Rafah resta chiuso. Emergency: “Prezzi del cibo già triplicati, ospedali a rischio blackout”
Dal giorno dell’attacco congiunto Usa-Israele all’Iran, con il lancio di missili in risposta, i valichi di frontiera sono tutti chiusi. Compreso quello di Rafah, al confine tra Egitto e Striscia di Gaza. Questo fa precipitare la situazione già estremamente precaria della popolazione palestinese, la cui sopravvivenza dipende in larga parte dagli aiuti esterni, e ferma le evacuazioni sanitarie. “Dalla chiusura dei valichi c’è stata una corsa della popolazione a comprare i generi alimentari presenti sul mercato, perché non c’è cognizione di quanto possa durare questa chiusura e di quando Israele concederà nuovamente il passaggio delle merci” racconta Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Gaza, da Deir al-Balah. “Questo ha comportato un aumento esponenziale dei prezzi dei generi alimentari sul mercato: un chilogrammo di pomodori, ad esempio, la settimana scorsa costava 5 shekel. Oggi costa tre volte tanto, 15 shekel. Lunedì il ministro della Sanità di Gaza ha annunciato che le riserve di diesel per far funzionare i generatori degli ospedali hanno autonomia di tre giorni. Quindi, se nulla entra anche l’elettricità non sarà più disponibile per far funzionare gli ospedali. Inoltre, la rotazione del personale internazionale è bloccata”. La popolazione “rimane in balia degli avvenimenti e di quello che succede e della possibile o meno apertura. C’è una gran paura, c’è ancora il ricordo del dei mesi passati di carestia. Le conseguenze della malnutrizione ancora continuano, il 4,4% della popolazione ancora presenta segni di malnutrizione grave o severa”, conclude Sartori. L’ong resta operativa con la sua clinica di assistenza primaria nella località di al-Qarara, nel governatorato di Khan Younis. Qui offre primo soccorso, assistenza medico-chirurgica di base per adulti e bambini, attività ambulatoriali di salute riproduttiva e follow up infermieristico post-operatorio, stabilizzazione di emergenze medico-chirurgiche e trasferimento presso strutture ospedaliere. Prosegue inoltre il suo lavoro per offrire assistenza sanitaria di base alla popolazione nella clinica di medicina di base allestita dall’associazione locale CFTA (Culture & Free Thought Association) ad al-Mawasi. Visita quotidianamente in media 300 pazienti in ciascuna delle sue due strutture. Tutti i progetti di Emergency in Italia e nel mondo L'articolo Gaza, il valico di Rafah resta chiuso. Emergency: “Prezzi del cibo già triplicati, ospedali a rischio blackout” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Guerra Afghanistan-Pakistan, Emergency: “Svegliati di notte dalle bombe. La popolazione teme un ritorno al passato”
Sono dieci, nel momento in cui si scrive, i feriti che Emergency ha già soccorso. Ma dopo la nuova escalation militare tra Afghanistan e Pakistan, con raid di Islamabad su diverse aree del Paese confinante, compresa la capitale Kabul, la situazione non può che essere considerata “in divenire“. Lo spiega a Ilfattoquotidiano.it Alessandro Migliorati, responsabile logistica della ong italiana storicamente presente nel Paese centroasiatico, che racconta come per le strade della capitale sia tornata immediatamente la preoccupazione di una nuova guerra, dopo cinque anni di scontri molto ridotti con la conquista del potere da parte dei Taliban. Qual è in questo momento la situazione a Kabul e nelle aree dove siete presenti? Quanti interventi avete già compiuto? Emergency ha una presenza abbastanza capillare sul territorio afghano, abbiamo già soccorso dieci persone da stamattina. Quattro vengono direttamente dalla capitale, più precisamente dall’area orientale di Pul-e-Charkhi, mentre altri sei sono stati trattati dal nostro punto di primo soccorso a Gardez, nella provincia di Paktia, vicino al confine col Pakistan. Si tratta di numeri che potrebbero presto aumentare, data la situazione in divenire, non è ancora chiaro a che livello sia questa escalation. Avete avuto modo di raccogliere le impressioni della popolazione, almeno a Kabul? Qual è il clima in città? C’è molta preoccupazione per le possibili conseguenze nel quotidiano di una città, un Paese, che ne ha già passate tante. Si sentono già esternazioni di timore di un ritorno al passato anche tra colleghi. Siamo stati svegliati alle 3 di notte dalle bombe pakistane alle quali sono seguiti i colpi della contraerei afghana, costringendoci a chiuderci nei compound. Ci raccontano di scontri molto più intensi nelle zone di confine, dove abbiamo diverse cliniche, ed è lì che si concentrerà il nostro lavoro. Per quanto riguarda la popolazione, il timore maggiore è quello di perdere di nuovo una parvenza di normalità recuperata solo dall’agosto del 2021. Il Paese affronta una crisi tremenda, ma ci sono persone che dopo 40 anni di guerra hanno riavuto la possibilità di spostarsi senza il timore di essere ammazzate. E il pensiero di doversi di nuovo chiudere all’interno dei confini di una città o di un villaggio preoccupa. Una nuova guerra spingerebbe questo Paese, queste persone, in un burrone. Avete avuto modo di parlare con le autorità locali? Avete già ricevuto delle direttive? No, non abbiamo ancora parlato con loro perché non siamo usciti dal compound e non siamo stati contattati. Ma alcuni colleghi ci hanno parlato di preoccupazione diffusa. Anche per strada, dove si vedono capannelli di persone che parlano di ciò che è successo e, soprattutto, di ciò che potrebbe succedere. Diciamo che in città c’è preoccupazione diffusa. X: @GianniRosini L'articolo Guerra Afghanistan-Pakistan, Emergency: “Svegliati di notte dalle bombe. La popolazione teme un ritorno al passato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Federico Canavesi e i volontari del camion sanitario di Emergency a Milano: “Curiamo molti pazienti cronici”
Oleggio è un paese del Piemonte di 13.000 abitanti situato alle soglie della Lombardia. Da qui, un pomeriggio (qualche volta due) alla settimana, da sette anni, il dottor Federico Canavesi, 63 anni, si mette in macchina e va a Milano. Destinazione? Il Politruck sanitario di Emergency, una sorta di camion attrezzato per le cure primarie che fa parte del “Programma Italia” della Ong. Cure primarie che sono la sua specializzazione, visto che Federico è un medico di medicina generale nel suo paese, una sentinella tra il paziente, il territorio e le strutture specialistiche a cui indirizzare i pazienti. Federico è passato attraverso il Covid – “Nella sfortuna noi siamo stati fortunati, la nostra Asl è stata la prima che ha realizzato le unità di assistenza territoriale per il Covid, quindi avevamo un grande supporto nel gestire a domicilio i pazienti” –, ma al suo lavoro come medico “di base” ha sempre aggiunto esperienze come volontario. Ad esempio, in Albania, dove ogni anno va insieme a un gruppo di dentisti, una pediatra, un cardiologo e dei fisioterapisti a visitare zone rurali per offrire cure gratuite per chi ne ha bisogno. Oggi il progetto a cui si dedica è quello di Emergency. “Non sono un chirurgo di guerra, ma in questo momento in cui la tutela dei diritti e la solidarietà sembrano scemare ho pensato che su questo fronte potevo essere assai utile”. Il progetto offre infatti assistenza sanitaria alle persone che non hanno accesso al Sistema sanitario nazionale in maniera strutturale. Migranti senza permesso o irregolari, persone che non sono a conoscenza del diritto di avere le cure. Sono uomini ma anche donne, “ad esempio molte donne che vengono dal Sud America a fare le badanti, poi magari il loro permesso di soggiorno scade e restano in un limbo”. Federico racconta: “Ci spostiamo con il nostro autobus nelle zone di Milano con maggiore bisogno, la stazione centrale, la zona di San Siro e altre parti della realtà milanese. I pazienti accedono alla nostra struttura mobile per esigenze sanitarie ma anche amministrative, come ottenere il codice STP (Straniero Temporaneamente Presente) che consente l’accesso agli esami e alle cure”. Che tipo di pazienti transitano qui? “Inizialmente mi aspettavo soprattutto persone senza dimora che dormivano all’aperto o magari qualcuno infortunato, in verità la stragrande maggioranza delle utenze è costituita, una cosa che mi ha stupito, da pazienti cronici. Persone che soffrono di diabete, hanno una cardiopatia, una broncopneumopatia cronica ostruttiva, ma anche, addirittura, malattie neoplastiche. Cerchiamo di trovare il modo, secondo le normative vigenti, perché la loro necessità di cura sia rispettata, compilando le impegnative, richiedendo gli accertamenti necessari alla gestione della loro situazione, fornendo alcuni farmaci a disposizione (possiamo prescrivere esami ma non prescrivere ricette). Un po’ le stesse cose che faccio con i miei pazienti, solo che queste persone sono in condizione di fragilità maggiore perché la loro situazione abitativa, logistica e sociale è ancora più pericolosa, quindi rischiano di avere complicanze maggiori”. Si tratta, ripete Federico, soprattutto di persone che non hanno il permesso di soggiorno, persone che senza l’aiuto di Emergency finirebbero al Pronto soccorso “ma solo nel momento in cui si verifica l’emergenza e qualcosa si rompe. Noi cerchiamo di fare in qualche modo prevenzione e in questo senso facciamo risparmiare il Sistema sanitario nazionale, riducendo gli accessi in pronto soccorso, appunto”. Nell’autobus ci sono anche infermieri che lavorano sul fronte dell’educazione alimentare, all’igiene all’attività fisica. Ci sono a disposizioni anche vari depliant in diverse lingue, con informazioni e numeri utili e soprattutto, fondamentali, ci sono mediatori culturali che accompagnano traducono e supportano in ogni relazione con il sistema sanitario. “Senza di loro non potremmo far niente”, precisa Federico. Il fatto di essere una presenza costante sul territorio e stabile consente anche alle persone di fare gli esami necessari e di riportarli agli stessi medici. A volte i medici di Emergency riescono anche a regolarizzare la posizione delle persone che a quel punto vengono messe in contatto con un medico di famiglia. Mentre si cura, ovviamente, si ascoltano anche molte storie. “Sono storie che a volte ci commuovono, a volte ci fanno rabbia, ogni persona si porta dietro un viaggio dalle parti più lontane del mondo. C’è chi ha cercato di curarsi il diabete con le erbe che gli erano state consigliate prima della partenza, c’è la persona uscita dal carcere che non sa più dove andare, c’è la ragazza che arriva da una delle tante rotte migratorie e ci chiede consulenza su come gestire problemi di salute ginecologica”. Una persona che le è rimasta particolarmente impressa? “Forse”, conclude Federico, “un signore che veniva dall’Egitto, probabilmente perseguitato politico, era passato per i centri di permanenza temporanea in Libia e gli avevano danneggiato malamente una spalla, forse a bastonate o con il calcio di un fucile. Era disperato perché facendo il falegname non poteva lavorare e non riusciva a lavorare per mandare i soldi ai figli in Egitto. Ma ci sono anche momenti leggeri, in cui si sorride: ricordo ad esempio un ragazzo che aveva fatto la rotta balcanica – venendo dall’Afghanistan – e aveva i piedi tutti blu ed era disperato pensando di avere una malattia. Invece i piedi erano blu semplicemente perché indossava da due mesi le stesse scarpe da ginnastica di quel colore”. L'articolo Federico Canavesi e i volontari del camion sanitario di Emergency a Milano: “Curiamo molti pazienti cronici” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, l’infermiere di Emergency Sartori: “Esplosioni ed evacuazioni, qui il conflitto non è mai finito”
Mentre Trump e il genero Kushner disegnano la mappa di una nuova Gaza futuristica con grattacieli e residenze per ricchi, nella Striscia la popolazione palestinese vive in tende senza nemmeno l’acqua potabile, al freddo e in mezzo a montagne di rifiuti. Una situazione catastrofica a più di tre mesi dal cessate il fuoco. “Qui a Gaza il conflitto si è ridotto ma non è finito” raccontare Riccardo Sartori, infermiere di Emergency in questo momento impegnato a Deir al-Balah. “Ci sono esplosioni quotidiane, e ordini di evacuazioni come quello al villaggio di Bani Suheila, a est di Khan Younis, arrivato due giorni fa, che aggravano la situazione sanitaria”. In un altro contributo video Alessandro Migliorati, capo progetto di Emergency a Gaza, spiega cosa comporta per le persone l’istituzione della linea gialla, il confine entro cui si è ritirato l’esercito israeliano. Oggi Tel Aviv occupa il oltre la metà del territorio della Striscia, continua ad ampliare la sua zona di controllo a ovest e uccide chi si avvicina a questa invisibile linea di demarcazione. “Per la popolazione palestinese e per tutti noi significa instabilità. Rappresenta una minaccia. Chiunque si avvicini o la oltrepassi, anche senza rendersene conto, viene spesso colpito” spiega Migliorati. Inoltre, “viene spesso spostata e la comunicazione di questi spostamenti non è tempestiva. Per questo bisogna sempre cercare alternative per spostarsi” L'articolo Gaza, l’infermiere di Emergency Sartori: “Esplosioni ed evacuazioni, qui il conflitto non è mai finito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il progetto Handmade per sostenere Emergency: coperte, borse, sciarpe fatti con materiali di riuso e a prezzi accessibili
Coperte patchwork dai mille colori, maglioncini per neonati bianchi, rosa o rossi con piccole coccinelle come bottoni, sciarpe e guanti, presine sgargianti, contenitori, fiori, borse e tantissimi altri oggetti: tutto fatto a mano, tutto fatto di lana o altri materiali, a prezzi piccoli e con una etichetta bianca e rossa che recita: “Questo prodotto è realizzato dai volontari del gruppo Handmade per sostenere Emergency”. Sistemati in un’area dei negozi Emergency sparsi per l’Italia, attirano l’attenzione per la loro bellezza, creatività, vitalità. A raccontarci questo progetto – che vede coinvolte 53 volontarie solo a Roma, 300 in tutta Italia – è Anna Maria Carboni, 82 anni di attivismo, due figli e un nipote, che dopo una lunghissima carriera lavorativa come terapista della riabilitazione – anche in contesti non facili, come i malati terminali di Aids sempre a Roma – incontra per caso un’amica, Paola Ledda (scomparsa nel 2023, ndr). Ex docente universitaria, anche lei, come Anna Maria, è arrivata a Roma da Cagliari ed è già volontaria di Emergency. “Proprio Paola, nel 2008”, spiega Anna Maria, “ha inventato all’interno di Emergency questo progetto, che consiste nel recuperare materiali di riuso e riciclo per creare, tutto fatto a mano, oggetti unici e originali, e contribuire ad una cultura di pace, solidarietà e tutela dell’ambiente”. Il gruppo inizia a Roma con tre persone, Paola, Anna Maria e un’amica. “Poi il progetto si è allargato anche a Brescia, Firenze e altre sedi. Oggi i punti in Italia sono 18. Ci distribuiamo il materiale tra i vari punti”. Come funziona praticamente questa piccola “macchina da guerra”? Le aziende, i negozi regalano i tessuti. Ogni volontaria lavora in casa, poi porta gli oggetti nel negozio di riferimento. Comincia poi la preparazione dei prodotti, che vanno inventariati e a cui va attaccata un’etichetta. Bisogna infine decidere il prezzo, scritto a matita dietro l’etichetta. ”Ci teniamo a mettere prezzi bassi”, precisa Anna Maria, “perché vogliamo che tutti possano entrare in negozio e comprare qualcosa per Emergency: tutto i soldi spesi da chi compra vanno alla ong”. Far parte del progetto come volontari e volontarie è facile, si fanno due colloqui in cui si compila una scheda con le proprie abilità. “Tuttavia la cosa bella”, racconta la volontaria, “è che sono arrivate molte persone che dicevano di non saper far nulla, ma poi alla fine hanno saputo creare comunque oggetti meravigliosi”. Il progetto, come sempre, produce anche socialità. E infatti, ad esempio, tutte le volontarie romane si incontrano circa quattro-cinque volte l’anno, “anche per festeggiare i risultati”. Questo progetto”, conclude Anna Maria, “non solo è bello, ma è anche divertente e ci arricchisce. I risultati sono ottimi e in crescita, le persone vedono in ciò che produciamo un doppio valore: quello di chi ha fatto a mano coperte e maglioni e quello dei progetti di Emergency a cui il ricavato arriva. È davvero, come si dice oggi, un ‘win to win’, in cui tutti vincono. Anche chi riceve in regalo o compra per sé oggetti colorati e allegri, che rendono più belle le persone e le case e al tempo stesso anche il mondo in cui viviamo”. L'articolo Il progetto Handmade per sostenere Emergency: coperte, borse, sciarpe fatti con materiali di riuso e a prezzi accessibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Natale dei medici di Emergency a Gaza: “Qui non ci sono più ospedali. E ci mancano i farmaci più banali, antibiotici, garze”
Non solo la malnutrizione, le malattie da acqua e cibo contaminati, e le ferite di guerra lasciate in eredità da due anni di bombardamenti israeliani. Nella clinica di Emergency di Al Qarara ora si curano anche le infezioni respiratorie dovute alla vita in tenda e al fumo del fuoco usato per scaldarsi. È la nuova, drammatica, quotidianità della popolazione della Striscia di Gaza, che a più di due mesi di cessate il fuoco sta affrontando l’inverno in campi sovraffollati, con rifugi di fortuna che cadono a pezzi, che affondano nel fango quando piove e vengono spazzati via quando c’è vento forte. Condizioni di vita al limite che ci restituiscono un’emergenza senza fine. “Durante il primo cessate del fuoco – racconta la coordinatrice medica di Emergency, Marta Bergamaschi in un contributo video inviato al Fattoquotidiano.it – la popolazione di Gaza aveva lasciato quest’area centrale per ritornare nelle loro zone di origine. Questa volta, forse perché non si fidano abbastanza, non è successo e questa zona è quindi molto sovrappopolata”. Bergamaschi parla dalla clinica che l’ong ha aperto ad Al Qarara, nel governatorato di Khan Younis, dove lo staff cerca ogni giorno, anche in questi di festa, di rispondere al bisogni della popolazione. Esigenze che, nonostante l’attenzione globale su Gaza sia calata, restano enormi. Qui medici e infermieri si occupano di primo soccorso, assistenza di base, attività ambulatoriali e trasferimenti in altre strutture a 10mila persone. Un lavoro essenziale se si pensa che nella Striscia non esiste più un ospedale pienamente operativo. “Praticamente tutte le strutture che si occupavano di medicina di base non esistono più. E solo 18 ospedali su 36 risultano parzialmente funzionanti”. “La situazione sanitaria rimane estremamente emergenziale, le nostre attività sono molto limitate” spiega ancora Bergamaschi, mentre in sottofondo si sente il ronzio costante di un drone israeliano. Nonostante gli accordi per la tregua, i medicinali sono ancora pochi, non bastano. “Abbiamo difficoltà quotidiane nel recuperare farmaci banali come antibiotici, anti ipertensivi o anti diabetici. Fatichiamo anche ad avere qualsiasi tipo di materiale medicale, dalle garze agli strumenti elettronici”. Da settimane le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie internazionali accusano Israele di non consentire l’ingresso nell’enclave di aiuti e attrezzature di emergenza sufficienti. Oltre ai medicinali, nei campi mancano coperte, vestiti invernali e soprattutto centinaia di migliaia di nuove tende per affrontare questi mesi. Quelle esistenti sono logore e consumate, si squarciano con il peso dell’acqua piovana, si inzuppano, non sono in grado di offrire un riparo adeguato dal vento e dalle temperature che crollano durante la notte: almeno due bambini nelle ultime settimane sono morti di ipotermia. Senza considerare che alcune famiglie non hanno nemmeno le tende e si rifugiano nei palazzi ridotti a ruderi dalle bombe con il rischio che gli crollino addosso. “Più della metà della popolazione della Striscia, un milione e 300mila persone, non ha un riparo sicuro per l’inverno. Vive in tende o in strutture fatte di legno e qualche telo di plastica. E il brutto tempo mette a dura prova le condizioni già critiche. Nei giorni scorsi anche i nostri colleghi ci hanno scritto messaggi durante la notte, avvisandoci che non sarebbero venuti al lavoro perché la loro tenda era piena d’acqua e da riparare”. Rispetto a tre mesi fa è aumentato l’ingresso di cibo, ma i prezzi, racconta Bergamaschi, rimangono ancora molto alti e inaccessibili per molte famiglie. Le restrizioni di Tel Aviv sugli aiuti riduce anche la disponibilità di articoli per l’igiene e per la cura personale, con gravi conseguenze sulle ragazze e sulle donne. Un pacco di assorbenti può costare anche 6 dollari al mercato nero. Una cifra proibitiva per molte persone che sopravvivono con poche cose. “La necessità principale della popolazione di Gaza. in questo momento è l’apertura dei corridoi. Corridoi in ingresso che consentano un maggiore ingresso di cibo, di medicinali e materiali medicali ed edile per ricostruire ciò che resta delle case. Ma bisogna anche aprire i corridoi in uscita, perché ci sono circa 18mila persone gravemente ferite o ammalate che aspettano di essere evacuate”. A questo link i progetti di Emergency in Italia e nel mondo L'articolo Il Natale dei medici di Emergency a Gaza: “Qui non ci sono più ospedali. E ci mancano i farmaci più banali, antibiotici, garze” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il piccolo borgo Castel di Lucio “spegne” le luminarie di Natale e destina 4mila euro a Gaza
“Il Natale è per tutti un periodo di gioia, famiglia e speranza. Per questo Castel di Lucio ha scelto di accendere una luce a Gaza”. Così ha esordito l’amministrazione comunale di un piccolo borgo sui Nebrodi, annunciando il gesto di solidarietà a dispetto della rinuncia natalizia. Un piccolo paese in provincia di Messina rinuncia alle luminarie di Natale per aiutare il popolo di Gaza. E continuano: “Lì dove il fumo delle bombe e il sangue oscurano il presente e il futuro di un intero popolo. L’augurio è che chi oggi vive nel disagio possa scorgere una grande stella luminosa, capace di restituire dignità, protezione e speranza”. Dal piccolo borgo di appena 1.200 abitanti, abbarbicato sui Nebrodi, non hanno dubbi: la scelta è stata approvata all’unanimità. La giunta comunale – quattro assessori più il sindaco – e tutto il consiglio – sei consiglieri più il presidente – hanno approvato una variazione di bilancio che destina 4mila euro per la martoriata città in Palestina. In questa cifra era compresa la spesa per le luminarie di Natale alle quali hanno deciso di rinunciare: “Per quest’anno ne faremo a meno – spiega l’assessore ai Beni culturali, Giuseppe Piscitello – ma abbiamo mantenuto un’installazione a forma d’albero e una grotta per celebrare almeno un po’ il Natale”. I soldi sono stati destinati ad Emergency “che opera a livello internazionale fornendo cure medicochirurgiche gratuite alle vittime di guerra, delle mine antiuomo e della povertà, un contributo economico con destinazione vincolata al sostegno delle attività umanitarie in corso nella Striscia di Gaza. Per noi – si legge in un post sull’account Facebook – non è stato un grande sacrificio rinunciare a qualche iniziativa culturale, a qualche luce o a un ricco albero di Natale… perché la nostra piccola rinuncia ha un grande valore simbolico e concreto” Una scelta unanime, quella di giunta e consiglio, che lascia spente le vie del centro storico, lì dove regna il caciocavallo come prodotto tipico, a cui viene dedicata anche una sagra ad agosto, ma dove esiste anche una specialità natalizia: un biscotto ripieno di noci chiamato cassata me, che nulla ha a che vedere con la cassata tradizionale. “Il nostro è un paese sempre pronto alla solidarietà. Non è la prima volta che manifestiamo a favore di Gaza: lo scorso agosto abbiamo occupato l’aula consiliare in segno di solidarietà con i palestinesi”, spiega ancora l’assessore. Ma non si tratta di un gesto politico: “La politica non c’entra, qui esistono solo liste civiche e senso di compassione umana” sottolinea Piscitello. I soldi, ha poi fatto sapere Emergency, saranno destinati a due cliniche dove si assistono principalmente bambini. L'articolo Il piccolo borgo Castel di Lucio “spegne” le luminarie di Natale e destina 4mila euro a Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Aiuti umanitari? Dopo la tregua la situazione è persino peggiorata”: la denuncia di Giorgio Monti (Emergency) dalla Striscia di Gaza
A Khan Younis, dove Emergency gestisce uno dei pochi presidi sanitari ancora operativi, la tregua entrata in vigore a metà ottobre non cambia in nulla la realtà di una popolazione intrappolata tra macerie, fame e bombardamenti israeliani sporadici in un territorio ridotto allo stremo. Giorgio Monti, coordinatore medico dell’organizzazione, descrive una quotidianità segnata dal maltempo e da una pace apparente che non argina la sofferenza dei gazawi. “Ieri è stata una giornata decisamente drammatica che purtroppo mi ha fatto tornare alla mente quanto è successo l’anno scorso”, racconta. “Sono qui da oltre un anno, le piogge in quest’area sono torrenziali. Immaginate piogge torrenziali in un’area dove le tende sono costruite con teli di plastica e pali di legno. Il vento è sempre molto forte, quindi vengono divelte le tende, arrivano ruscelli improvvisati che ci bagnano tutti, che spostano le tende, le danneggiano. Le persone non sanno come asciugarsi, sono davvero momenti difficili per loro”. L’inverno intanto travolge una Striscia già devastata da due anni di guerra: le piogge torrenziali di novembre allagano Gaza con livelli d’acqua fino a 50 centimetri, trasformando i campi profughi in distese di fango. Oltre 2 milioni di sfollati vivono in tende fragili, più di 22mila delle quali risultano danneggiate o spazzate via. Fognature al collasso e allagamenti moltiplicano il rischio di epidemie e costringono un ospedale da campo a sospendere le attività. Secondo l’Unrwa, 13mila famiglie restano esposte al gelo in ripari inadeguati. “Gaza sta annegando in sangue e acqua piovana”, avverte un rapporto citato da Haaretz. Nel frattempo, l’ingresso degli aiuti procede a singhiozzo: nonostante il cessate il fuoco prevedesse almeno 600 camion al giorno, materiali impermeabili e forniture invernali continuano a non arrivare. Israele nega responsabilità e parla di inefficienze delle agenzie umanitarie, ma Onu e varie Ong denunciano l’assedio israeliano come causa diretta delle carenze. È un quadro che Monti conferma senza esitazioni. “Sul fronte degli aiuti umanitari, la situazione è peggiorata, è quasi paradossale – spiega – Alcuni camion commerciali riescono a entrare, quindi al mercato qualche prodotto in più si trova, pur a prezzi inarrivabili per i gazawi, mentre gli aiuti umanitari sono bloccati”. A mancare sono soprattutto i rifornimenti medici: “Noi non abbiamo rifornimento di farmaci, non abbiamo rifornimento di consumo. Sappiamo dal report dell’Onu che soltanto l’1% del materiale medico entra con gli aiuti umanitari. Entrano un po’ di coperte, entrano alcune tende ma molto molto poche rispetto ai bisogni che sono drammatici. Un milione e mezzo di persone non riesce a proteggersi dal vento. Paradossalmente, con la tregua, la situazione è anche peggiorata”. La tregua appare fragile anche sul piano militare. “È tutto molto confuso – osserva Monti – Sicuramente la tregua è entrata in vigore e la quantità dei cannoneggiamenti e dei bombardamenti è molto ridotta, ma tre giorni fa un missile è caduto a 200 metri dalla nostra casa. Gli attacchi si ripetono. La stessa sicurezza nostra è sempre sotto stretto controllo”. La sera precedente, racconta, l’arrivo di un nuovo collaboratore li ha costretti a seguire per ore le comunicazioni delle squadre di sicurezza: “C’erano dei blocchi lungo la strada, delle persone armate che fermavano le macchine. La sicurezza è un po’ meglio in termini di quantità di bombe, ma sempre molto complicata in termini di sicurezza personale; non esiste, come diciamo sempre, un posto sicuro a Gaza”. L'articolo “Aiuti umanitari? Dopo la tregua la situazione è persino peggiorata”: la denuncia di Giorgio Monti (Emergency) dalla Striscia di Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, le piogge fanno crollare la copertura della clinica di Emergency: “Le tende nuove sono ferme ai valichi”
Nella Striscia di Gaza le forti piogge dei giorni scorsi si sono abbattute anche sulla clinica di Emergency, che da agosto 2024 porta assistenza gratuita alla popolazione palestinese allo stremo. Nella giornata di martedì 25 novembre, la zona di Khan Younis, nel sud, è stata flagellata da una vera e propria bufera d’acqua. Le immagini inviata dall’organizzazione mostrano il crollo della copertura dell’area di attesa per le vaccinazioni. “Le tende – fa sapere l’ong – sono ormai sommerse dal fango, in pieno inverno. Gli aiuti necessari per riparare e rinforzarle si trovano fermi ai valichi, a pochi chilometri di distanza, ma non vengono fatti entrare. La popolazione cerca di sopravvivere, ogni giorno, sotto le bombe che ancora cadono, nella fame, nel fango, al freddo, nella totale assenza di servizi e beni essenziali” L'articolo Gaza, le piogge fanno crollare la copertura della clinica di Emergency: “Le tende nuove sono ferme ai valichi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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