Francesca ha 24 anni, lavora con i bambini in vista di iniziare un percorso di
studi in Scienze della Formazione. Elvira, invece, di anni ne ha 29, è
originaria di Caserta, è avvocata e lavora presso il Consiglio Superiore della
magistratura. Percorsi diversi, ma accomunati da due realtà: anzitutto, la
provenienza da una famiglia scout (“Mia madre ha fatto l’ultima route scout –
campeggio in cammino, ndr – con me nella pancia all’ottavo mese e papà che la
seguiva in macchina”, racconta Elvira). E, soprattutto, l’essere oggi due “cape”
scout. Per i lupetti e le lupette del gruppo Roma 85, infatti, Francesca Mellina
ed Elvira Pozzuoli si chiamano solo ed esclusivamente Akela e Bagheera, due
figure centrali nel racconto del Libro della Giungla di Rudyard Kipling, sfondo
narrativo e di valore dei lupetti e delle lupette Agesci.
“MA IN QUESTA PARROCCHIA CI SONO GLI SCOUT?”
L’incontro tra Francesca e Elvira è stato casuale. “Ero andata via da Caserta,
anzi precisamente Santa Maria Capua Vetere per venire a Roma”, racconta Elvira,
“poco dopo aver preso la mia partenza scout, che consiste sostanzialmente nel
fare una scelta di fede, politica – non partitica, ma di attenzione ai valori
sociali e all’aiuto del prossimo – e di servizio, nel mio caso i minori
disagiati. Ma un giorno, entrando nella chiesa sotto casa a Roma, ho scoperto
che c’era un gruppo scout. Sorpresa, mi sono subito informata ed eccomi qui,
nonostante nella mia vita il tempo libero fosse già pochissimo”.
Essere volontari scout, infatti, significa impegnare moltissime ore alla
settimana. “Ci sono gli incontri per preparare le riunioni dei lupetti, le
riunioni di staff, poi quelle di comunità capi, poi di zona, infine tutta una
serie di eventi legati allo scoutismo”, racconta Francesca. “E la nostra
presenza per i ragazzi è fondamentale, siamo i loro punti di riferimento, dunque
facciamo del nostro meglio per esserci sempre, infatti anche se siamo sei capi
raramente ci assentiamo. E se accade lo viviamo semplicemente con la
consapevolezza di non essere vulnerabili. È bellissimo lavorare con persone che
hanno il tuo stesso grado di passione, ma sono fallibili come te”.
FATICA. MA CON TANTA RESTITUZIONE
Lo sforzo, insomma, è molto, e ci sono serate in cui, preparando le cose per la
riunione o la caccia del giorno dopo, si avverte un senso di fatica
schiacciante. “Ma poi il giorno dopo accade sempre che ci sia una restituzione
di affetto e di gioia, perché magari capiamo che quel lupetto aveva proprio
bisogno che noi ci fossimo e che dicessimo quelle parole specifiche per lui”,
dicono insieme.
Di esperienze intense, durante gli anni di scoutismo soprattutto come cape, ce
ne sono state. “Ricordo l’ultima route che ho fatto con il noviziato”, racconta
Elvira. “Era un periodo difficile per me, non avevo passato un concorso
importante, stavo molto male. C’era uno dei nostri ragazzi che soffriva di
disturbi alimentari, tema a me particolarmente caro, e allora, insieme all’altro
capo, abbiamo organizzato una route totalmente improvvisata per lui, non di
strada ma di servizio, incentrata sul tema del contrasto alla camorra e sulle
terre confiscate. Sono tornata con una carica incredibile. In quel momento loro
sono stati la mia salvezza”. “Ammetto: mi hanno fatto più piangere i lupetti e
le lupette in vita mia di qualunque altra cosa”, confessa a sua volta Francesca.
“Ma se parliamo di esperienze forti sicuramente mi piace citare la route in
Sicilia, dove abbiamo passato una settimana con bambini provenienti da un campo
profughi nel Sahara (Sahrawi di Tindouf), conoscendo la loro storia e la loro
cultura. Ci hanno regalato i loro giocattoli, è stato commovente e poi durissimo
tornare nella nostre confortevoli case. Per questo, quest’anno, stiamo facendo
fare ai lupetti e alle lupette una sorta di ‘memory’ per famiglie in fuga in
Italia dalla guerra a Gaza. In pratica, ad ogni immagine sulla singola tessera
associamo una parola e quando sarà finito glielo daremo: rispecchia il nostro
principio dell’imparare giocando. Lo stiamo costruendo lentamente per dare ai
nostri bambini la possibilità di sentire le emozioni che provano facendolo. Non
sono pochi anche i bambini italiani oggi, in un mondo che va sempre più di
fretta, che hanno difficoltà ad esprimere le emozioni”.
ESSERE SCOUT IN UN MONDO SEGNATO DAL CONSUMISMO
Ma come si vive oggi lo scoutismo, in una società che, a differenza di quella
all’epoca del fondatore Baden-Powell, è segnata dalla distruttività di un
capitalismo che tutto consuma, a partire dai valori morali? Sono cambiati,
anche, i bambini? “Ciò che noto”, spiega Elvira, “è che le famiglie sono meno
presenti come co-educatori, perché lavorano e hanno meno tempo. A maggior
ragione lo scoutismo resta un’ancora di salvezza, per bambini – che spesso, tra
l’altro, sono figli unici – e che ormai vengono a contatto con i peggiori orrori
del mondo tramite uno smartphone. Qui trovano forse uno dei pochi ambienti
rimasti dove possono essere bambini, giocare, sporcarsi, sbagliare, senza che
nessuno li giudichi, in un contesto di libertà e amore al tempo stesso che forse
la scuola non sa garantire”. “Siamo un movimento giovanile da sempre schierato
per la pace e la libertà e su valori come l’antifascismo, quindi da sempre siamo
controcorrente”, aggiunge Francesca, “e questo clima è rimasto. Qui non si fa
intrattenimento, come ai campi estivi di sport o vela, scoutismo è soprattutto
educazione. E poi c’è un ultimo aspetto”, conclude, “l’autonomia: ci sono
lupetti e lupette che non sanno allacciarsi le scarpe, che sono dipendenti sotto
tanti aspetti. Noi siamo sempre pronti a dar loro una mano ma la cosa importate
è imparare a farlo, diventare indipendenti. E la distanza dai genitori aiuta
tantissimo”. Un distacco difficile, ai tempi dei genitori ‘elicottero’. Ma che
questi ragazzi, che hanno scelto di dedicare parte della loro vita a ragazzini
in crescita in un mondo stravolto, sanno fare con gentilezza e sempre col
sorriso. Informando, rassicurando i genitori, sempre però consapevoli del loro
ruolo: non ‘animatori’, ma educatori.
L'articolo Francesca, Elvira e gli scout al tempo degli smartphone: “Non
‘animatori’, ma educatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Accoglie con un sorriso i genitori che arrivano trafelati e preoccupati in
compagnia di un bambino che piange, è malato, ha un’urgenza. Con la massima
calma e tranquillità, unita a un’innata gentilezza e un rassicurante cartellino
verde, Daniele D’Ambrosio indirizza chi arriva al Pronto Soccorso dell’Ospedale
pediatrico Bambin Gesù di Roma nel posto giusto: al triage, alla sala di attesa,
negli ambulatori.
Daniele è un volontario, ma un volontario un po’ speciale: perché non solo ha
alle spalle una lunga carriera come ingegnere e come imprenditore di Digital
marketing, ma anche un presente ricco di ruoli e attività: insegna
all’Università LUISS di Roma, è membro da oltre vent’anni dell’associazione
Rotary Club Roma Leonardo da Vinci della quale è anche stato presidente per un
periodo – il progetto dei volontari in ospedale nasce dal Rotary stesso – è un
appassionato sciatore e velista e membro del Consiglio Direttivo e Tesoriere
dell’Associazione Coro Lost on Friday ODV.
Come è arrivato a scegliere di passare alcune ore a settimana dentro un pronto
soccorso pediatrico? “Quando sono andato in pensione, dopo una vita piena di
impegni lavorativi e familiari”, racconta, “ho sentito che era il momento del
cosiddetto ‘give back’. Ovvero di restituire alla società parte della fortuna
ricevuta. Parlo anche bene le lingue e ho pensato che questa competenza potesse
essere utile in un contesto simile, perché al Pronto Soccorso arrivano anche
tanti stranieri”. Quello che fa Daniele può sembrare un’attività semplice,
invece non lo è. Infatti, tra l’altro, ha richiesto molta formazione. “Tutte le
attività di volontariato dell’ospedale sono verificate da una Commissione
Internazionale che controlla la qualità delle attività ospedaliere. D’altronde i
volontari qui sono centinaia e c’è un ufficio apposito che li coordina: da chi
fa clown terapia, a chi va con la macchina a prendere il latte materno dalle
madri che ne hanno in abbondanza per portarlo qui, a chi fa vaccinazioni nei
campi rom. C’è un percorso formativo non banale: ho dovuto studiare e sostenere
due esami, seguire tre corsi e fare quaranta ore di tirocinio. È necessario
essere formati, qui arrivano persone di tutte le etnie e culture, non sempre
tutti si fanno aiutare, devi conoscere bene l’ospedale perché spesso capita di
accompagnare alcune persone in visita, bisogna conoscere anche tutte le norme di
sicurezza”.
Daniele viene qui tutti i martedì pomeriggio, alternandosi durante gli altri
giorni con gli altri volontari, per coprire tutti gli orari. Ma è un’attività
semplice, oppure ci sono aspetti critici? “I genitori arrivano ovviamente spesso
preoccupati”, risponde, “ma a volte anche arrabbiati: magari sono stati mandati
via da un altro ospedale, hanno attraversato la città o vengono da fuori Roma, a
volte sono stressati di essere fuori dal loro ambito usuale e possono reagire
male, alzare la voce, protestare per i tempi troppo lunghi, quindi sono
attraversati da sentimenti difficili. Noi dobbiamo aiutarli in questo momento
difficile, con un sorriso, con la presenza fisica, accompagnandoli,
informandoli, ma anche provando a spegnere l’agitazione o la rabbia. Insomma,
c’è una parte operativa e una psicologica. Purtroppo in alcuni giorni le attese
sono lunghe, specie per chi ha bisogno di interventi ortopedici che richiedono
tempo. Cerco di adoperarmi anche su questo fronte, se ho informazioni sui tempi
per ridurre l’ansia dei genitori”.
Oltre a questo, Daniele spesso diventa un interfaccia tra i bisogni dei genitori
e gli infermieri: “Magari c’è una mamma che ha bisogno di un pannolino, una a
cui occorre riscaldare il latte: allora vado dalle infermiere, dico il nome e la
necessità, poi glielo porto”. Passare quel pomeriggio tra genitori in ansia,
infermieri e piccoli pazienti per Daniele è fonte di gratificazione: “Non è
retorico: quando esco non so mai se ho più dato o ricevuto. La riconoscenza dei
genitori mi dà molto di più di quanto può togliermi l’impegno. Cito un ricordo:
una mamma chiaramente straniera e con il velo musulmano e che parlava pochissimo
l’italiano, aveva una bimba che stava male, alla fine, ha risolto tutto, stava
andando via ma prima è venuta da me, mi ha salutato e voleva offrirmi un caffè.
Sembra una piccola cosa invece per me è stato tantissimo”.
Sempre con il Rotary Club Roma Leonardo da Vinci, Daniele è impegnato in altri
progetti di volontariato: tra questi, con la Fondazione Longevitas e con il
garante per i diritti degli anziani di Roma Capitale, porta avanti un progetto,
da lui creato e di cui è responsabile, di contrasto all’ageismo. “Andiamo nei
centri anziani a spiegare alle persone come utilizzare bene lo smartphone, come
si manda una mail, come si usa lo Spid, come riconoscere le truffe digitali, ma
anche come fare una videochiamata o una ricerca su Google: per le persone uscite
da tanto dal mondo del lavoro questo significa un aiuto, anche per uscire dalla
solitudine”. Un’attività di volontariato, insomma, non esclude l’altra. “’Là
fuori’ c’è davvero tanto da fare”, conclude Daniele.
L'articolo Daniele D’Ambrosio e i volontari dell’ospedale Bambino Gesù di Roma:
“Assistiamo i genitori per restituire loro il sorriso” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Galeotto, per così dire, è stato il Covid. Quando è scoppiato, infatti, la
Fondazione Magis ha subito rafforzato il suo impegno in Ciad, terzultimo Paese
al mondo rispetto all’indice di sviluppo umano. Sia perché in Ciad c’è Le Bon
Samaritain, complesso universitario ospedaliero gestito dai gesuiti. E sia
perché le previsioni dell’Oms erano catastrofiche sia per quel Paese che per
l’Africa in generale. Così a settembre 2020 sono arrivata in Ciad e abbiamo
iniziato con l’installazione di un laboratorio di biologia molecolare e ora sono
qui da più di cinque anni”. Sabrina Atturo, cooperante internazionale, lavora da
oltre quindici anni per la Fondazione Magis che, oltre a progetti sanitari, come
quello in Ciad, gestisce progetti agricoli e formativi.
Nel laboratorio di biologia molecolare, realizzato grazie al finanziamento da
parte dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e al
co-finanziamento dei donatori privati, la Fondazione ha organizzato i primi test
Covid e ha realizzato uno studio di sieroprevalenza nazionale, unico in Ciad,
che ha dimostrato come il virus sia circolato molto ma i cittadini ciadiani
fossero più resistenti, “Questo ha evitato la catastrofe: le ragioni non sono
chiarissime, gli studi continuano”, spiega la cooperante.
Il progetto Covid ha permesso alla Fondazione di conoscere meglio le condizioni
sanitarie. “È un paese fragile dal punto di vista sanitario, con una presenza
medica ben sotto alla media dell’Oms. Uno dei nostri compiti è stato fin da
subito quello di rafforzare la formazione professionale del personale sanitario
degli ospedali e centri di salute. Centri di primo livello dove la popolazione
può accedere subito se presenta sintomi come febbre, dissenteria, o altro. Ma in
questi centri”, continua Sabrina Atturo, “abbiamo realizzato anche campagne di
sensibilizzazione e prevenzione, come screening per il diabete, l’Hiv, l’epatite
B per le donne incinte e, nei villaggi, la campagna contro la malnutrizione
infantile”.
Un altro obiettivo della Fondazione è stato quello di rafforzare gli ospedali,
in particolare quelli della capitale Le Bon Samaritain e Notre Dame des Apotres,
e quello di Goundi. “Negli ospedali”, continua, “abbiamo acquistato
apparecchiature nuove e anche aperto la prima unità di lotta contro i cancri
ginecologici in Ciad: abbiamo iniziato a fare screening alle donne sia per il
cancro al seno che per quello al collo dell’utero, oltre che, come dicevo, una
grande campagna per la prevenzione dell’epatite B, che qui ha una prevalenza
molto più alta dell’Hiv (4% quest’ultimo, 10% la prima) e meno aiuti
internazionali. In particolare, abbiamo bloccato la trasmissione verticale
dell’epatite B da mamma a bambino per 500 nuovi nati”.
Rispetto alle carenze nutrizionali, la Fondazione Magis si è mobilitata per fare
sensibilizzazione. Così, con equipe di infermieri formati e nutrizionisti, sono
andati nei villaggi, soprattutto per aiutare le donne a riconoscere i segni
della malnutrizione infantile e capire quando andare subito in ospedale. Ma,
anche, per scoraggiare pratiche senza alcune valore scientifico. “Un esempio?
Quella di fare intagli sul ventre di bambini che piangono per il mal di pancia e
mettere erbe all’interno di questi intagli, ottenendo purtroppo solo un
peggioramento del bambino”, spiega Sabrina Atturo. “Spesso qui si pensa ancora
che le malattie siano un destino, un volere divino, una punizione per essersi
comportati male”.
In Ciad, i fondi per la salute dipendono molto dall’aiuto esterno. Il taglio dei
fondi statunitensi ha avuto un impatto forte, la guerra nel vicino Sudan ha
fatto arrivare moltissimi rifugiati, su cui sono stati dirottati fondi, anche
per evitare collassi sanitari nei centri profughi. In tutto ciò, oltre al
contesto politico instabile e molta corruzione, si inserisce anche la questione
del cambiamento climatico, che aggrava la malnutrizione. “Ci sono periodi sempre
più lunghi di siccità, le stagioni delle piogge si sono accorciate e sono più
irregolari con temporali violenti e brevi che creano enormi disagi, mentre
l’acqua si disperde. Tutto questo ha ripercussioni sulla produzione agricola”,
spiega la cooperante.
Una realtà non facile dunque, anche per sanitari, cooperanti, volontari. Come si
affronta, anche a livello emotivo? “Vivere in comunità internazionale aiuta, ci
sentiamo una famiglia, ci supportiamo vicendevolmente”, racconta. “D’altronde
abbiamo scelto di dedicare la nostra vita a loro, è il senso della nostra
missione. Inoltre, vedere, ad esempio, che un bimbo malnutrito e in fin di vita
viene ospedalizzato, ben alimentato e riprende a sorridere, vedere la mamma
contenta di riportarlo in salute nel villaggio dà sempre una profonda gioia. Il
sogno sarebbe salvare il mondo intero ma anche sapere che un bambino è stato
strappato a un destino nefasto scaccia la sensazione di impotenza. È questo ci
fa andare avanti ogni giorno”.
L'articolo La Fondazione Magis e i bambini del Ciad, la cooperante Sabrina
Atturo: “Salvarne anche solo uno scaccia il senso di impotenza” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Coperte patchwork dai mille colori, maglioncini per neonati bianchi, rosa o
rossi con piccole coccinelle come bottoni, sciarpe e guanti, presine sgargianti,
contenitori, fiori, borse e tantissimi altri oggetti: tutto fatto a mano, tutto
fatto di lana o altri materiali, a prezzi piccoli e con una etichetta bianca e
rossa che recita: “Questo prodotto è realizzato dai volontari del gruppo
Handmade per sostenere Emergency”. Sistemati in un’area dei negozi Emergency
sparsi per l’Italia, attirano l’attenzione per la loro bellezza, creatività,
vitalità.
A raccontarci questo progetto – che vede coinvolte 53 volontarie solo a Roma,
300 in tutta Italia – è Anna Maria Carboni, 82 anni di attivismo, due figli e un
nipote, che dopo una lunghissima carriera lavorativa come terapista della
riabilitazione – anche in contesti non facili, come i malati terminali di Aids
sempre a Roma – incontra per caso un’amica, Paola Ledda (scomparsa nel 2023,
ndr). Ex docente universitaria, anche lei, come Anna Maria, è arrivata a Roma da
Cagliari ed è già volontaria di Emergency. “Proprio Paola, nel 2008”, spiega
Anna Maria, “ha inventato all’interno di Emergency questo progetto, che consiste
nel recuperare materiali di riuso e riciclo per creare, tutto fatto a mano,
oggetti unici e originali, e contribuire ad una cultura di pace, solidarietà e
tutela dell’ambiente”. Il gruppo inizia a Roma con tre persone, Paola, Anna
Maria e un’amica. “Poi il progetto si è allargato anche a Brescia, Firenze e
altre sedi. Oggi i punti in Italia sono 18. Ci distribuiamo il materiale tra i
vari punti”.
Come funziona praticamente questa piccola “macchina da guerra”? Le aziende, i
negozi regalano i tessuti. Ogni volontaria lavora in casa, poi porta gli oggetti
nel negozio di riferimento. Comincia poi la preparazione dei prodotti, che vanno
inventariati e a cui va attaccata un’etichetta. Bisogna infine decidere il
prezzo, scritto a matita dietro l’etichetta. ”Ci teniamo a mettere prezzi
bassi”, precisa Anna Maria, “perché vogliamo che tutti possano entrare in
negozio e comprare qualcosa per Emergency: tutto i soldi spesi da chi compra
vanno alla ong”.
Far parte del progetto come volontari e volontarie è facile, si fanno due
colloqui in cui si compila una scheda con le proprie abilità. “Tuttavia la cosa
bella”, racconta la volontaria, “è che sono arrivate molte persone che dicevano
di non saper far nulla, ma poi alla fine hanno saputo creare comunque oggetti
meravigliosi”.
Il progetto, come sempre, produce anche socialità. E infatti, ad esempio, tutte
le volontarie romane si incontrano circa quattro-cinque volte l’anno, “anche per
festeggiare i risultati”. Questo progetto”, conclude Anna Maria, “non solo è
bello, ma è anche divertente e ci arricchisce. I risultati sono ottimi e in
crescita, le persone vedono in ciò che produciamo un doppio valore: quello di
chi ha fatto a mano coperte e maglioni e quello dei progetti di Emergency a cui
il ricavato arriva. È davvero, come si dice oggi, un ‘win to win’, in cui tutti
vincono. Anche chi riceve in regalo o compra per sé oggetti colorati e allegri,
che rendono più belle le persone e le case e al tempo stesso anche il mondo in
cui viviamo”.
L'articolo Il progetto Handmade per sostenere Emergency: coperte, borse, sciarpe
fatti con materiali di riuso e a prezzi accessibili proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“L’autismo è una condizione cronica e in questo senso non può essere curato,
perché non si tratta di qualcosa che a un certo punto scompare, è proprio un
modo di funzionare differente. Ma i servizi del territorio sono scarsi e
discontinui. La nostra associazione è nata dal confronto tra famiglie di ragazzi
di età diverse e funzionamenti diversi che, incontrandosi nelle stanze di attesa
delle terapie si sono confrontate, conosciute, e hanno deciso che era necessario
mettere in rete contatti, conoscenze ed esperienze. Marina Bacci è co-fondatrice
e vicepresidente di T.a.r.t.a Blu, associazione nata nel 2019 dall’idea di
alcune famiglie della Valdera e dell’Alta Val di Cecina di sviluppare un
progetto territoriale nuovo per chi soffre di autismo e per coloro che assistono
bambini e ragazzi (il presidente è Walter Pantani). Suo figlio Filippo è un
ragazzo di 14 anni con autismo ad alto funzionamento e Marina se ne prende cura
– insieme al padre ed fratellino Duccio, 12 anni – mentre, tra l’altro, lavora
come customer service di un’azienda di arredamento nella zona Valdera.
Oggi l’associazione è diventata un punto di riferimento per i genitori,
soprattutto quelli che arrivano con una nuova diagnosi. “La cosa bella e
importante”, spiega Marina, “è che siamo sparsi tra la Valdera e l’Alta Val di
Cecina, non ben servita dai servizi sociali, dunque abbiamo un raggio molto
ampio. Abbiamo un appartamento in affitto in cui facciamo alcuni progetti e
attività, poi altre cose vengono fatte direttamente sul territorio, proprio per
venire incontro ai ragazzi”. I progetti sono tanti e vari. Uno dei principali,
ad esempio, si incentra sulla socializzazione: i ragazzi si muovono liberamente
in piccoli gruppetti, vanno per i negozi ad acquistare i regali per qualcuno,
visitano le mostre, accompagnati da psicologi/educatori. Per i più piccoli c’è
invece la psicomotricità e l’avvicinamento al mondo delle sport, “sempre
focalizzandoci sull’autonomia”. C’è anche la legoterapia, che coinvolge i
bambini delle elementari più ad alto funzionamento. I ragazzi invece sopra i
vent’anni vanno a cena fuori, oppure al bowling o al karaoke, uscendo la sera,
sempre accompagnati da operatori e psicologi. “Ne abbiamo circa 15, di
psicologi: sono tanti perché i ragazzi coinvolti nei progetti sono circa cento e
comunque abbiamo un operatore ogni due ragazzi, puntiamo sulla qualità”, precisa
la mamma di Filippo.
Ma come si finanzia T.a.r.t.a Blu? “Principalmente partecipando a bandi pubblici
o privati. Uno dei nostri grandi sostenitori è la Chiesa Valdese, che ci ha
finanziato progetti importanti, ma ovviamente siamo aperti a tutte le
donazioni”, racconta Marina. Un altro ruolo importante dell’associazione è la
formazione agli insegnanti, specie a quelli di sostegno, sul territorio. “La
diagnosi precoce, infatti, è molto importante e avviene anche e soprattutto
attraverso il riconoscimento delle maestre d’asilo, che possono capire e
interpretare se un bambino ha un problema. Per questo abbiamo anche messo a
disposizione un pediatra, attraverso uno sportello diagnostico di ascolto
diffuso attraverso il passaparola e i nostri social”. Le difficoltà però, non si
fermano alla diagnosi. “Quando si passa alla terapia i problemi semmai
aumentano, perché non ci sono supporti da parte dei servizi sociali, mancano i
neuropsichiatri, i logopedisti, i tempi di attesa sono lunghi. Quindi le terapie
si spostano sul privato e i costi diventano importanti. Inoltre, a volte i
genitori non sanno esattamente che terapie intraprendere e per questo la
funzione dell’associazione è anche quella di avere dei professionisti che
facciano da guida per abbreviare i tempi e portare i bambini nei posti giusti al
momento giusto. A volte inoltre interveniamo con i nostri legali se le leggi non
vengono rispettate, ad esempio se le scuole ignorano la diagnosi”.
Non basta, perché a T.a.r.t.a Blu si fa anche parent training per i genitori,
con sedute psicoterapeutiche di gruppo guidate da psicologi o psichiatri una o
due volte al mese, dove ci si confronta sulle problematiche comuni e dove chi ha
già affrontato un problema aiuta l’altro. “Si creano anche dinamiche tra
genitori importanti e belle”, conclude Marina. “Addirittura è capitato che
alcuni genitori abbiano assunto nelle proprie aziende figli di altri genitori.
Nascono insomma delle sinergie importanti e anche questo è lo scopo della nostra
associazione: non restare soli”.
L'articolo Cooperare per affrontare insieme l’autismo: l’esperienza
dell’associazione Tarta Blu contro le carenze dello Stato proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non c’è un’unica missione di Babbo Natale che viaggia sulla slitta trainata da
renne volanti. Ad esempio, a Milano c’è un gruppo di amici che, per supportare
la raccolta di regali per il pranzo della Comunità di Sant’Egidio, ha girato sui
roller per le strade della città e ha consegnato decine di pacchetti. Si
chiamano Milano che Pattina e ogni settimana si trovano per passare qualche ora
a pattinare tutti insieme: un modo per fare sport uniti da una passione comune.
Ma non solo. “In occasione del Natale”, raccontano gli organizzatori Simona
Marfè (segretaria di redazione de ilfattoquotidiano.it) e Francesco Ponzini,
“abbiamo sempre trasformato una giornata di divertimento in un’occasione per
diffondere pace e solidarietà, cercando ogni anno di aderire a iniziative
benefiche”. L’obiettivo, continua Marfè, è quello di lanciare un messaggio
positivo: “Fare del bene può essere divertente oltre che semplice. A volte basta
stimolare le persone che, prese dalla fretta nel periodo delle feste, non
pensano a chi ha più bisogno. Molti credono che per aiutare servano azioni
enormi: a volte, anche un piccolo gesto può fare la differenza”.
Quest’anno, il gruppo ha deciso di supportare la Comunità di Sant’Egidio: hanno
lanciato un appello per raccogliere doni da consegnare agli amici che
parteciperanno al pranzo di Natale e condividere una giornata di festa con una
famiglia allargata. E così, sabato 20 dicembre, un gruppo di elfi, renne e Babbi
Natale si è trovato vicino a piazza Gae Aulenti e ha pattinato fino alla sede
dell’associazione in via Olivetani per consegnare una slitta piena di doni. Lì
hanno trovato altri volontari che, tra sorrisi e occhi stupiti, li hanno accolti
con due vassoi di fette di panettone. “Siamo certi che il piccolo gesto di
Milano che Pattina regalerà almeno un sorriso: insieme è più facile, insieme è
più bello”, concludono Marfè e Ponzini.
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L'articolo Un gruppo di Babbi Natale sui roller ha consegnato una slitta piena
di regali alla Comunità di Sant’Egidio di Milano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A chiacchiere siamo tutti dei fenomeni, ma quando si tratta di mettere mano al
portafoglio, molti di noi lo sono un po’ meno. Ebbene, l’occasione, per me, di
dare un aiuto concreto (e sicuro, a persone che conosco personalmente) è nato
dall’incontro con un medico chirurgo specializzato in Oculistica che vive a
Mondovì (è originario di Genova), e che da trent’anni viaggia in Madagascar a
operare gratuitamente persone con gravi problemi alla vista. Si chiama Carlo
Passeggi, con la moglie Speranza ha messo in piedi un ambulatorio ad
Ambatondrazaka e fa parte di un’associazione a dir poco benemerita, quella dei
Medici Volontari Italiani (MVI).
L’ultima missione, nel mese di ottobre 2025, si è conclusa con risultati davvero
soddisfacenti: ben 548 visite e 146 interventi, nonostante fosse cominciata con
molte preoccupazioni, stante che come molti avranno letto nell’isola ci sono
state serie turbolenze politiche, anche un colpo di Stato. Oltre a Carlo e
Speranza ed agli amici-colleghi “storici” Alessandra Faraoni e Beppe Gaiba, li
hanno aiutati Francesco Miglio, giovane oculista di Brescia che, specializzatosi
il 5 novembre, il 9 è partito per raggiungerli ad Ambatondrazaka. Ottimo
acquisto, dicono, preparato ed entusiasta.
Anche questa volta era con loro Suor Nadia, laureata in Medicina ed iscritta al
primo anno della scuola di specializzazione in oculistica presso l’Università di
Antananarivo. Svolge il ruolo di strumentista, e sotto la guida di Beppe e Carlo
ha persino iniziato ad operare, dimostrando competenza, passione ed un’ottima
predisposizione all’attività chirurgica.
In Madagascar a novembre iniziano le piogge, che quest’anno sono state molto
abbondanti per la felicità dei contadini (Ambatondrazaka è circondata da
risaie). Hanno però allagato la farmacia del dispensario – unica costruzione non
sopraelevata rispetto al piano del cortile – per cui sarà necessario, sia per
questioni igieniche sia per evitare che l’inconveniente si ripeta durante la
stagione delle piogge, demolirla e ricostruirla più in alto.
Il secondo problema si è verificato durante un temporale, quando un fulmine ha
danneggiato irrimediabilmente l’inverter dell’impianto fotovoltaico. L’hanno
dovuto sostituire. Oltre a ciò, il tetto della chiesetta nel campo penale dove
lavorano e vivono con le loro famiglie una ventina di detenuti – in regime di
semilibertà per buona condotta – e dove ogni domenica Suor Adeline si reca a
portar riso e verdure, dovrà essere rifatto.
Per questo Carlo e Speranza Passeggi lanciano un appello alle persone di buona
volontà (visto lo spirito natalizio) che vogliono contribuire alle ingenti spese
con il 5×1000 o che vogliono collaborare con loro: ecco Iban
IT90N0845046480000000131171 e codice fiscale: 97232580155.
Io lo farò, ho visto con i miei occhi (che santa Lucia e i bravi oculisti me li
conservino) quanto Carlo Passeggi si commuoveva ripensando a quella terra e a
quella gente. E poi fare del bene aiuta a vivere: magari per consolarsi almeno
un poco dei frequenti latrocini nel sistema sanitario italiano, fa bene pensare
che esistono anche specialisti in grado di prestare la loro opera specialistica
volontaria in un Paese molto povero.
Chi lo desidera può trovare ulteriori informazioni sulla loro attività sul sito
dei MVI, Medici Volontari Italiani (Progetto Madagascar). Con i loro e miei più
sentiti auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti.
L'articolo Conosco il lavoro di Medici Volontari italiani e li sosterrò: fare
del bene aiuta a vivere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un’iniziativa rivolta a chi vive un momento di difficoltà, organizzata da “una
famiglia larga che prova a costruire dei legami di contrasto alla solitudine” in
un giorno di festa. Anche quest’anno, la Comunità di Sant’Egidio organizza il
pranzo di Natale. Nell’edizione scorsa, c’è stata la partecipazione di quasi
250mila persone in 71 Paesi, e quest’anno ne sono attese circa 80mila in Italia.
La prima volta fu nel 1982, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma:
da allora la tavola si è allargata e ha aggiunto sempre più posti, arrivando
anche nelle carceri. Si tratta quindi di un evento diffuso, affiancato da una
campagna di donazioni attiva dal primo al 27 dicembre.
Spesso, quando si parla di povertà, si tende a pensarla come una condizione
statica, ma è sbagliato: è un processo. Il coordinatore del servizio rom della
Comunità di Sant’Egidio di Milano, Stefano Pasta, racconta: “Le storie di
solitudine e di povertà sono molto diverse tra di loro. Forse il tratto che
accomuna povertà diverse è trovarsi isolati a un certo punto della vita.
Parliamo di famiglie, bambini, persone anziane e sole”. Un cambio di prospettiva
che aiuta a decostruire la narrazione sulle persone al margine, che spesso
vengono deumanizzate: “I poveri non sono una categoria, ma persone con cui si
può vivere una familiarità anche nel giorno di Natale”.
Temi come la povertà e la marginalità sociale non trovano grande spazio
nell’agenda politica, nonostante siano di triste attualità visto che in Italia
il 10% dei residenti è in povertà assoluta secondo gli ultimi dati Istat.
Stefano Pasta racconta che i processi di impoverimento hanno diverse cause, tra
cui l’aumento del costo della vita, l’emergenza abitativa e le cure mediche. Non
a caso, la Comunità di Sant’Egidio ha anche lanciato un appello per mettere in
luce le dinamiche di esclusione sociale in grandi città come Roma e Milano.
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In situazioni simili, ricorrenze come il giorno di Natale hanno un significato
diverso, un peso diverso: “Le giornate di festa rischiano di essere le più
tristi a causa dei ricordi oppure del peso sociale, magari perché il Natale è
uguale a tutti gli altri giorni”. Ecco quindi lo scopo dell’iniziativa: “Il
pranzo di Natale è il pranzo di famiglia più importante dell’anno, e noi
decidiamo di passarlo con la famiglia di Sant’Egidio. Non è un unicum, è dentro
una storia di amicizia e familiarità che dura tutto l’anno”. Dei veri e propri
“legami” per contrastare la solitudine, come li chiama Pasta. I pranzi saranno
undici e vedranno la presenza di circa duemila persone, tra cui: le famiglie di
scuola della pace, persone senza fissa dimora, persone anziane dalle rsa e dagli
istituti, persone profughe, persone della comunità rom e persone iscritte alla
scuole di lingua e cultura italiana.
La Comunità di Sant’Egidio invita le persone a supportare l’iniziativa con il
gesto del dono, ma a una condizione: “Chiediamo di regalare una cosa nuova,
qualcosa che restituisca dignità alla persona: proprio come in famiglia”. Dopo
la raccolta, infatti, i regali verranno abbinati e distribuiti alle persone in
base ai loro bisogni.
Questo l’elenco degli oggetti che si possono donare: giochi per bambine e
bambini di tutte le età (preferibilmente non in scatola), gift card per
adolescenti, articoli sportivi come palloni da calcio o da pallavolo, indumenti
e accessori femminili e maschili, biancheria e casalinghi, plaid per le persone
anziane. Chi volesse partecipare a Milano, può consegnare i pacchi sabato 20
dicembre in via Olivetani 3, dalle 10 alle 18. Per ulteriori informazioni
sull’iniziativa basta visitare consultare questo link.
L'articolo La Comunità di Sant’Egidio raccoglie doni per il pranzo di Natale:
“Ci troveremo tutti insieme a tavola contro la solitudine” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Quando si parla di aiuti per l’Africa, l’immaginazione corre subito ad alimenti,
acqua potabile e vaccini. Eppure, esiste un altro problema, meno noto
all’opinione pubblica ma altrettanto urgente: quello delle ustioni, che
colpiscono soprattutto donne e bambini. Accadono spesso nella vita quotidiana,
perché si cucina in baracche o abitazioni di fortuna, con grandi pentole sul
fuoco e bambini che giocano intorno. Non sempre, però, le strutture sanitarie
locali sono in grado di curare queste ferite, né di prevenire gli esiti più
gravi.
Per rispondere a questo bisogno, a Torino nel 2012 è nata una onlus dal nome
evocativo: Cute Project, presieduta dal dottor Daniele Bollero, dirigente medico
presso il Centro Traumatologico Ortopedico di Torino, nella divisione di
Chirurgia Plastica e Ricostruttiva – Grandi Ustionati. “Da lui è partita l’idea
di creare una realtà specifica che portasse soprattutto formazione in chirurgia
plastica ricostruttiva in alcuni Paesi in via di sviluppo”, spiega la dottoressa
Eva Mesturino, medico di medicina generale, in servizio anche presso l’ospedale
Molinette di Torino e membro del direttivo della onlus insieme a Bollero, Sajda
Bencivelli e Luca Arró.
Nel corso degli anni, Cute Project ha realizzato numerose missioni,
concentrandosi soprattutto in Uganda e Benin, ma anche in Congo. Qui i medici
dell’associazione, affiancati da infermieri, volontari, esperti di logistica e
di comunicazione, hanno avviato un percorso di formazione continua del personale
sanitario locale, anno dopo anno. Dopo il brusco stop imposto dalla pandemia,
l’attività è ripresa sia in Uganda sia in Benin, in particolare presso
l’ospedale Saint Padre Pio di N’Dali, nel nord del Paese.
L’impegno di Cute Project non si limita però all’Africa. “Il lavoro di
sensibilizzazione sulle ustioni lo portiamo avanti anche nelle scuole piemontesi
– racconta Eva Mesturino – con laboratori di prevenzione rivolti a bambini dai 4
ai 7 anni, coordinati da Paola Curto, responsabile del progetto”. L’obiettivo è
semplice ma ambizioso: trasformare i più piccoli in “sentinelle” attente a ciò
che accade intorno a loro.
In Italia, l’associazione collabora inoltre con il SERMIG – Arsenale della Pace
di Torino, dove ha attivato un ambulatorio di chirurgia plastica pro bono,
possibile grazie al lavoro volontario di infermieri e chirurghi plastici.
L’ambulatorio si chiama significativamente “La plastica è per tutti” e accoglie
persone che non hanno mezzi economici o che sono escluse dal Servizio Sanitario
Nazionale.
Ma come si struttura, concretamente, una missione in Africa? “Organizziamo e
spediamo tutto il materiale necessario per allestire le sale chirurgiche
all’interno delle strutture ospedaliere locali – spiega Mesturino -. La
formazione si articola in una parte teorica, con lezioni frontali in inglese in
Uganda e in francese in Benin, e in una parte pratica, fondamentale. Medici e
infermieri locali lavorano con noi in sala operatoria, assistono agli interventi
e ci affiancano poi nei reparti, dove condividiamo le indicazioni per le terapie
farmacologiche, dagli antibiotici agli antidolorifici”.
Le cause delle ustioni sono molteplici: acqua bollente che si rovescia addosso,
incidenti stradali – “Qui le strade sono spesso sconnesse e si viaggia in moto
in tre o quattro persone -, ma anche episodi estremi, come le aggressioni con
l’acido. “Spesso dietro c’è una relazione affettiva – racconta Mesturino – e
capita che le donne aggredite abbiano in braccio i bambini, che restano
ustionati a loro volta. È un disastro: oltre alla distruzione estetica del
volto, ci sono conseguenze funzionali gravissime, che rendono difficile
mangiare, bere, muovere il collo o le braccia. E in alcune realtà rurali avere
un volto segnato significa essere emarginati”.
Dal punto di vista emotivo, affrontare queste situazioni non è semplice nemmeno
per i sanitari. Eppure si va avanti, spiegano, per il desiderio di cambiare
concretamente la vita delle persone e, soprattutto, per permettere ai medici
locali di acquisire competenze utili a lungo termine. “Una mano ustionata e mai
medicata può restare chiusa per sempre – osserva Mesturino -. Un piede ustionato
in un bambino può impedirgli di camminare correttamente per tutta la vita. Un
braccio può rimanere attaccato al torace perché i tessuti si retraggono e si
incollano. Spesso ci troviamo davanti a situazioni non trattate da anni”.
Accanto alla cura, resta centrale il tema della prevenzione. Per questo Cute
Project porta anche in Africa i laboratori educativi già sperimentati in Italia,
con l’aiuto di una mascotte a forma di elefantino africano che insegna ai
bambini come evitare le ustioni. Il progetto si chiama Cuty Firephant.
Cute Project vive grazie alle donazioni private e al 5 per mille. Non mancano le
iniziative di raccolta fondi, come la serata del 18 dicembre alla Cooking
Factory di Torino, durante la quale si cucinerà la pizza e si racconterà
l’ultima missione in Benin. Tutte le attività dell’associazione sono documentate
sul sito e sui canali social, Instagram e Facebook.
L’anno prossimo speriamo di tornare in Africa a ottobre, abbiamo già pazienti
prenotati – conclude Eva Mesturino -. Ogni volta il tempo sembra troppo poco e
dobbiamo selezionare chi operare. Ma anche una presenza breve, per queste
persone, è una sferzata positiva e concreta, nell’attesa di potersi rivedere”.
Perché curare una ustione non significa solo salvare la pelle, ma restituire
movimento, dignità e futuro a una vita che rischiava di fermarsi troppo presto
L'articolo Africa, non solo alimenti e vaccini: la onlus Cute Project cura le
ustioni e insegna come prevenirle proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ha raccontato la sua storia e il suo percorso migratorio insieme ad Alessandro
Baldini, nel libro Dalla terra del dio serpente al C.A.R.A Milano. Kalid Abaker
è arrivato in Italia dal Sudan nel 2017 e oggi vive a Vigevano con la moglie e
una figlia di quattro anni. Laureato in statistica, ha 37 anni, lavora e studia
Data Science all’Università Bicocca di Milano.
Dal Sudan, dove era impiegato con l’Unicef, è dovuto fuggire per motivi
politici, perché perseguitato dal regime. Il primo viaggio, nel 2013, è finito
in un carcere libico, da dove è fuggito, dopo quattro mesi, per tornare di nuovo
nel suo Paese. Dopo aver lavorato lì due anni ha provato di nuovo, sempre
passando per la Libia e poi con un barcone fino in Italia.
Oggi, oltre a lavorare e studiare, Kalid Abaker è direttore per l’Italia di
Support Survivors of African War, un’evoluzione del progetto “Support survivors
of Sudan War”, dedita al supporto dei sopravvissuti delle guerre africane, con
il progetto Sudan come obiettivo primario e punto di partenza.
Il progetto è concreto e mira a supportare sul territorio africano e in
particolare sudanese rifugiati, donne e bambini. “Mettersi in contatto con le
persone in Sudan è difficile”, spiega Kalid Abaker, “ma noi dobbiamo fisicamente
sostenere le persone sfollate dalle loro case. E lo facciamo, ad esempio,
mandando un container di aiuti umanitari, che includono materiali scolastici,
beni e medicine. Su questo fronte ci hanno aiutato alcune associazioni, come
Mediterranea e il Banco farmaceutico di Milano. Vogliamo raggiungere le persone
che vivono nei campi, che sono fuggite per andare nei campi rifugiati di
Abougoudam e Adaré nella città di Abashè, dove ci sono più di quattro milioni di
persone. Non solo. Stiamo realizzando un ulteriore progetto più grande, basato
sempre sullo studio della situazione di coloro vivono nei campi profughi e che
partirà a gennaio, sempre un aiuto direttamente sul posto. Grazie a Mediterranea
e Rescue Team”.
L’associazione assorbe tante energie: Kalid Abaker lavora fino alle sedici, poi
dopo quell’orario si dedica a tutti gli aspetti organizzativi. “Siamo un
centinaio di volontari”, spiega, “la maggior parte sudanesi, ma ci sono anche
italiani. Inoltre, sono anche segretario del Coordinamento italiano delle
Diaspore per la Cooperazione Internazionale (CIDCI) creato due anni fa. Noi come
associazione abbiamo aderito al Coordinamento in Lombardia”.
Occuparsi di guerra in Sudan non è facile. L’attenzione pubblica, infatti, è
soprattutto focalizzata su Gaza. “Sì, è così e infatti questo tema lo abbiamo
sempre portato avanti. Abbiamo sofferto moltissimo per la guerra del Sudan,
anche perché non ne parla nessuno. Per questo quando abbiamo iniziato abbiamo
subito pensato di fare una cosa di advocacy, parlando di ‘guerra silenziosa’.
Sono andato in giro per l’Italia a fare conferenze e incontri, ma anche in
Francia e in Germania. Il problema è che si tratta di una guerra civile, non è
una guerra di aggressione, non c’è un attacco da un’altra nazione, non è come
l’Ucraina o la Striscia di Gaza, ma c’è lo stesso dolore, anche se la soluzione
dovrebbe essere interna. Noi non chiediamo di intervenire, ma di non ignorare la
sofferenza che è uguale anche se la guerra è civile. Piano piano per fortuna
siamo riusciti a dare questa visione alla maggior parte degli italiani, si sa
cosa sta accadendo, grazie anche alle associazioni che ci hanno aiutato”.
L’idea di Kalid Abaker e di “Support Survivors of African War” è quella di far
diventare il loro progetto un progetto pilota, “che possa poi aiutare Paesi
africani con caratteristiche simili al Sudan in cui ci siano profughi: Egitto,
Etiopia, e anche per il Congo stiamo cercando di capire come trattare, anche lì
dobbiamo cercare di provare qualche strategia per aiutare i congolesi. Quello
che vogliamo è avere una visione, questa è la cosa più importante, anche per
coinvolgere le persone della diaspora nell’associazione, perché non dimentichino
il loro Paesi di origine. Il Sudan non si conosce, Gaza sì, anche perché la
situazione di conflitto c’è da tanti anni. Noi”, conclude Kalid Abaker,
“cerchiamo di lavorare su questo doppio fronte. Aiuto materiale, concreto. E
advocacy, perché tutti possano conoscere la situazione nel mio, nostro Paese”.
L'articolo Kalid Abaker e la guerra silenziosa in Sudan: “Con Support Survivors
of African War portiamo aiuti dove i riflettori sono spenti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.