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Giornate Fai di Primavera, i volontari Luisa e Diego: “Le meraviglie italiane alla portata di tutti”. Visitabili 780 luoghi
In comune, oltre alla giovanissima età, hanno un entusiasmo contagioso e la voglia di raccontare luoghi architettonici, d’arte e natura di immensa bellezza e di farlo, però, con innovazione e creatività. Ad esempio immaginando, come fa Diego Bonacina, 28 anni di Bergamo, modi inusuali per attrarre i più giovani a visitarli. O invece, come fa Luisa Lombardo, 31 anni, di Palermo, rendendo questi luoghi accessibili a tutti, dai bambini agli ipovedenti, con percorsi inclusivi creati con fatica e dedizione. Luisa, ingegnera, e Diego, responsabile della contabilità di un’azienda, sono entrambi volontari del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS, che proprio il prossimo sabato 21 e domenica 22 marzo organizza le note “Giornate FAI di Primavera”, con visite a contributo libero in 780 luoghi in tutta Italia. La prima, Luisa, è delegata regionale e responsabile comunicazione social del FAI Sicilia, il secondo, Diego, è capogruppo del Gruppo Giovani (insieme ad Arianna Pessina) ed ex delegato social del FAI Bergamo. “Ho iniziato otto anni fa, dopo la tesi, sono entrata subito nel Gruppo FAI Giovani di Palermo”, racconta Luisa. “Ho concluso un dottorato in architettura, e mi ha sempre affascinato l’idea di rendere fruibili luoghi solitamente inaccessibili. Ogni apertura richiede molto lavoro, ci sono accordi e procedure amministrative con vari enti. Quest’anno abbiamo riaperto il sito di Porta Nuova, a Palermo, un bene del Comando Militare Esercito ‘Sicilia’ che già aveva riscosso grandissimo successo in passato”. La nuova apertura proposta il 21 e 22 marzo, però, sarà speciale. Perché Luisa, insieme a sua sorella Francesca, designer, hanno studiato per rendere il luogo accessibile davvero a tutti. Disegnando un percorso dedicato a chi ha scarsa mobilità, che include un video racconto di 30 minuti con sottotitoli che simula il percorso di visita con immagini effettuate dal drone; un percorso tattile per gli ipovedenti. E per i bambini, che non possono salire in terrazza un cartone animato con protagonista Aquilotto, il simbolo di Palermo ma anche un ‘volontario FAI’ che racconta la storia, appunto, di Porta Nuova. “È un progetto pilota, il primo in Italia”, continua Luisa, “avevamo timore di non riuscire a trasformare le loro esigenze in opportunità invece il risultato è stato una completa fruizione del bene. Speriamo possa essere un esempio anche per altri luoghi”. La prima esperienza con il FAI, invece, Diego l’ha avuta alle superiori, quando un suo docente lo spinse a collaborare con la delegazione del FAI, nel ruolo di “Apprendista Cicerone”. Una piacevole scoperta, tanto che, dopo il Covid, Diego è entrato a pieno regime nel Gruppo FAI Giovani di Bergamo, che riunisce i volontari under 35, divenendone referente a inizio 2023 e contribuendo a organizzare eventi che possono ogni volta accogliere un pubblico che va dalle 30 alle 600 persone. “In questi anni abbiamo sempre cercato di trovare iniziative per avvicinare i giovani alla Fondazione, idee e proposte che facessero sentire il FAI come un qualcosa a cui poter partecipare divertendosi: iniziative ludiche, cacce al tesoro, addirittura ‘delitto in villa’ con vestiti d’epoca con tanto di indagini ‘alla Cluedo’, visite con degustazione etc”. L’obiettivo è sempre lo stesso: far conoscere il bello intorno a noi, spesso sconosciuto. “Abbiamo fatto un evento nell’oratorio di Telgate, in provincia di Bergamo, unendo il divertimento dei giochi in scatola con visite a questa villa del ‘700, ora appunto oratorio parrocchiale, dove è sopravvissuto allo scorrere del tempo uno scalone monumentale completamente affrescato e recentemente restaurato, facendo scoprire a quelli che erano venuti che anche in un luogo che nessuno si aspettava c’era della meraviglia da scoprire e una storia che meritava di essere raccontata e ascoltata. È stato un successo!”. I numeri delle Giornate FAI di Primavera sono numeri che impressionano: dalla prima edizione del 1993 al 2025 ci sono stati 13.465.000 visitatori, oltre 17.040 luoghi aperti in 7.606 città, oltre 175.000 volontari e 391.560 Apprendisti Ciceroni (giovani studenti della scuola secondaria formati dai loro docenti per raccontare le bellezze che li circondano) coinvolti. In questa edizione del 2026, invece, i luoghi visitabili sono 780, in 400 città, con 7.500 volontari e 17.000 Apprendisti Ciceroni. Tra le aperture ci sono palazzi, ville, borghi, castelli, case private, teatri, passeggiate, campanili e torri, ma anche mulini, cimiteri monumentali, centrali e numerose aree verdi. “Le Giornate FAI di Primavera, così come quelle d’Autunno”, concludono i due volontari, “sono una preziosa occasione per conoscere e apprezzare le meraviglie del nostro Paese, ma anche un’importante iniziativa di sensibilizzazione e raccolta fondi della Fondazione, a sostegno della sua missione di utilità pubblica di cura e tutela del patrimonio culturale, nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione e secondo il principio della sussidiarietà (art.118)”. Ciò che viene raccolto dalle iscrizioni e dalle donazioni permette al FAI di portare avanti gli interventi di restauro e i progetti di valorizzazione, alcuni dei quali molto onerosi, sui 75 Beni che cura, gestisce e conserva, di cui 60 regolarmente aperti al pubblico affinché tutti i cittadini possano goderne, per sempre”. L'articolo Giornate Fai di Primavera, i volontari Luisa e Diego: “Le meraviglie italiane alla portata di tutti”. Visitabili 780 luoghi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bimbo soffocato all’Ikea, la missione della mamma: “Insegniamo il primo soccorso anche ai bambini. Nessuno deve morire come mio figlio”
“Perché abbiamo fondato l’associazione Amici di Francesco? Volevamo che ciò che ha colpito nostro figlio non accadesse a nessun bambino e a nessun’altra famiglia. E la cosa più bella in questi anni è stata essere contattata da persone che avevano poi messo in pratica in situazioni di emergenza quanto avevano appreso attraverso i nostri corsi”. Alessia Vitti è mamma di Francesco Maria Parroni. Era il 13 marzo 2014. Francesco, tre anni, mangia un hot dog al ristorante del negozio Ikea Porta di Roma, cibo che gli ostruisce le vie respiratorie. Sarà dichiarato morto il 17 marzo. Durante il lutto, impossibile da elaborare, in quello stesso anno la mamma Alessia Vitti, insieme con il marito Lorenzo, fondano l’associazione senza scopo di lucro, con una missione precisa: portare la propria testimonianza e diffondere la cultura della prevenzione in ambito pediatrico, formare quante più persone alla disostruzione delle vie aeree nel lattante, nel bambino e nell’adulto e anche fornire consigli per evitare il soffocamento, insieme a cenni di primo soccorso – relativi in particolare ai casi di annegamento, morte in culla etc – insieme alle fondamentali manovre di rianimazione cardio-polmonare (BLS). “Tutto è partito da Francesco e insieme dalla mia carenza di formazione che mi ha reso impossibile aiutarlo quando lui ha avuto bisogno di aiuto”, spiega la cofondatrice, che ha deciso con il marito di donare gli organi di suo figlio. “Ritenevamo fondamentale diffondere ai genitori il messaggio su quanto fosse importante essere formati. Per noi era troppo tardi, ma per tanti altri no”. In questi oltre dieci anni, l’associazione ha fatto tantissimo, “nei limiti di tempo e di risorse per noi possibili”, precisa Alessia, che dopo Francesco, perso quando aveva già quarant’anni, ha avuto altri due figli, Margherita e Federico, che oggi hanno 11 e 9 anni. I primi mesi e anni dopo l’accaduto, racconta, è stato un po’ più facile per l’associazione operare, “ancora era forte l’eco mediatica di quanto accaduto, le persone erano molto interessate”. Con il passare del tempo le difficoltà sono aumentate, poi durante il Covid sono costretti a fermarsi. Ma Alessia e i suoi familiari e amici non mollano. Vanno a fare formazione nelle strutture private, gli asili, i centri anziani (anche gli anziani sono spesso colpiti dal soffocamento), nelle sale parrocchiali. “Continuiamo a formare le persone quando e dove possiamo, ancora c’è tanto da fare, anche se oggi la manovra è molto più conosciuta: ma ogni tanto bisognerebbe anche ‘rispolverarla’”, continua Alessia, che ci tiene a spiegare di non essere lei la protagonista di tutto questo, ma di sentirsi, fin dall’inizio, uno strumento della volontà di suo figlio, ora – è una mamma credente – in cielo. Da poco, inoltre, è andato in porto un progetto a cui l’associazione, da sempre convinta che la prevenzione si deve fare soprattutto nelle scuole, teneva moltissimo. L’idea nacque qualche anno fa. “Ricordo un incontro con il sindaco Ignazio Marino, con cui parlai dell’importanza del lavoro nelle scuole, oltre che della necessità di presidi medici nei centri commerciali”. Ma non si tratta, al momento, del Comune di Roma, ma di quello dove vive la famiglia di Alessia e Lorenzo, Fonte Nuova, in provincia di Roma. Il progetto, che è stato scritto con la consigliera comunale Laura Suffer, si chiama ‘So-Soccorrerti”, ed è portato avanti dall’associazione Amici di Francesco, insieme alla Tiziano Formazione, in collaborazione con Alessia Balzi e la delegata alla prevenzione del comune di Fonte Nuova Francesca Manenti. “L’intento e la speranza è che il progetto si estenda a macchia d’olio, anche in Comuni più grandi”. L’obiettivo è tanto semplice quanto cruciale: formare tutte le scuole del Comune a partire dalla quinta elementare, insegnando loro primo soccorso, disostruzione e manovre di rianimazione. “In questo periodo stiamo formando le classi quinti e le terze medie. Sono convinta”, conclude Alessia, “che il primo soccorso e la prevenzione debbano diventare materia scolastica di educazione civica – quindi strutturale e per tutti gli studenti – come accade in molti paesi. D’altronde, quale insegnamento più prezioso che salvare vite?”. L'articolo Bimbo soffocato all’Ikea, la missione della mamma: “Insegniamo il primo soccorso anche ai bambini. Nessuno deve morire come mio figlio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Pizi e il Bosco delle api a Cremona: “Un ambiente protetto per gli insetti, ma anche per gli studenti sospesi”
Non volantini per strada, non azioni contro i grandi inquinatori. Per Matteo Pizzi, giovane educatore professionale residente a Cremona, l’attivismo ha preso il volto di un bosco da curare ogni giorno perché le api possano trovarvi ristoro. “Sono affiliato a Greenpeace Italia dal 2019, abbiamo fondato un gruppo locale perché a Cremona non c’era”, spiega. “Dopo la pandemia, purtroppo, abbiamo perso alcune persone per causa lavorative o familiari, così abbiamo deciso di dedicarci al Bosco delle Api, insieme alla cooperativa sociale per cui lavoro e che offre servizi per la disabilità. Matteo e il suo gruppo ottengono un terreno in comodato d’uso dal Comune e cominciano a lavorarci, con l’aiuto di un tecnico agronomo. “L’idea è stata quella di ricreare in una dimensione più piccola, circa mezzo ettaro, un bosco con tutti i suoi sottolivelli favorendo quelle essenze utili agli insetti impollinatori come le api”, racconta l’educatore. “Oltre alle siepi, ci sono anche due macro-zone, un frutteto dove ci sono alberi di ciliegia, mela, melograni, e una zona più boschiva con piante ad alto fusto. Poi ci sono delle radure, con arbusti, piante aromatiche, insomma è una sorta di bosco-giardino”. Il Bosco delle Api è spazio di salvaguardia della biodiversità anche per altri insetti. Ma è anche un luogo didattico, con attività delle scuole, e soprattutto uno spazio per i cittadini, dove poter svagarsi e divertirsi. Il 17 maggio il gruppo organizza un evento pubblico, e il bosco viene “allestito” per l’occasione. Non solo: “Quest’anno, attraverso il bando ministeriale, abbiamo ottenuto la possibilità di accogliere gli studenti sospesi a scuola, così invece che stare a casa vengono a fare attività educative di recupero: insomma, abbiamo ottenuto il riconoscimento di questo luogo come luogo educativo”. Il lavoro è maggiore di quanto non appaia”. Il bosco è molto impegnativo a livello di tempo, le piante hanno bisogno di cura, in inverno c’è il riposo vegetativo, ma si progetta l’anno successivo; in primavera c’è la stagione del risveglio e bisognerà tagliare frequentemente le piante, sostituire quelle che non hanno passato bene l’inverno”, spiega Matteo. Per fortuna, il bosco è adiacente alla cooperativa dove lavora, “così faccio sempre un giro per vedere le piante come stanno, d’altronde è un posto piacevole da frequentare, ricco anche di insetti. Presto metteremo anche delle panchine, perché questo luogo è anche uno luogo sociale e di aggregazione”. Come si finanzia il bosco? Attraverso donazioni, sia in piante che in denaro, dando un contributo ad Greenpeace, perché il progetto fa parte della campagna “Salviamo le api” . Oppure facendo una donazione alla cooperativa, magari per finanziare direttamente un attrezzo o un albero da piantare. Matteo si dice soddisfatto. “Non facciamo più azioni in piazza, lavorando è complicato, ma volevo comunque fare qualcosa, in questa Pianura Padana inquinata, dare il mio contributo per salvare la natura. E sono contento di farlo con Greenpeace, che porta avanti i valori in cui credo: ovvero sia la salvaguardia del Paese che i diritti umani. Due aspetti sempre profondamente legati tra loro”. L'articolo Matteo Pizi e il Bosco delle api a Cremona: “Un ambiente protetto per gli insetti, ma anche per gli studenti sospesi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prima buoni poi bravi: le Fonderie Ozanam di Torino e la cucina che rende indipendenti ragazzi in difficoltà
Unisci il sociale alla cucina e avrai un risultato incredibile: la cooperativa sociale Meeting Service Catering – Le Fonderie Ozanam, a Torino, che da quasi quarant’anni forma e inserisce nel mondo del lavoro ragazzi in situazioni difficili o con disabilità, attraverso corsi di pasticceria, pizzeria, cucina, sala bar e conserve. “L’idea è nata da alcuni professori torinesi di scuola media”, spiega il presidente Loris Passarella, 56 anni, “che vedendo i ragazzi provenienti da quartieri periferici o famiglie difficili lasciare la scuola ancora piccoli hanno inventato dei laboratori di ristorazione. Io, che provengo dall’alberghiero e sono poi divenuto sia un cuoco che un educatore professionista, mi sono unito al progetto poco dopo l’avvio, dopo aver svolto il servizio civile in una comunità per tossicodipendenti. Lì ho deciso che non avrei voluto fare solo il cuoco”. QUALITÀ PRIMA DI TUTTO Erano gli anni ’80 e nascevano così i laboratori pre-professionali, che preparavano adulti consapevoli prima che professionisti, e insieme prendeva forma una visione: non separare la missione sociale da una qualità elevata. “La gente non doveva scegliere i nostri servizi di catering prima, e i ristoranti poi, per sentirsi buona, ma perché con noi si mangiava bene e solo dopo perché si faceva anche qualcosa di utile”, continua Passarella. Col tempo si crea un metodo didattico, e una struttura propria. “Sì, abbiamo il nostro ristorante Le Fonderie Ozanam, abbiamo riaperto qualche anno fa anche il Caffé del Borgo Medievale per il Comune di Torino (ora è chiuso per lavori), e gestiamo con successo il bistrot Qui da Noi dove lavorano molti giovani con disabilità, e intanto continuiamo a fare corsi di formazione e altri progetti di integrazione sociale e di tutela dell’ambiente”, continua Loris. “Ora lavoriamo soprattutto con ragazzi disabili, specie a livello cognitivo, o minori stranieri non accompagnati, segnalati magari dai servizi sociali o dalle ASL o dall’Ufficio Minori Stranieri della Città di Torino, e che hanno bisogno di rendersi autonomi rapidamente, e più in generale con tutte le persone fragili, come madri sole o ex detenuti”. LE CONSERVE, PROGETTO ALLA PORTATA DI TUTTI I corsi presso Le Fonderie sono finanziati da bandi, fondazioni private, mentre il resto dell’attività si autosostiene con il ristorante e anche i servizi di catering esterni: matrimoni, feste, convegni, ritrovi aziendali, ma pure grandi eventi. “Abbiamo un nuovo progetto nato in pandemia, quello della produzione di vasetti di confetture e conserve con la frutta e la verdura dell’invenduto dei mercati, consegnataci da chi fa opera di contrasto allo spreco alimentare, e che vendiamo direttamente nel nostro punto vendita. Vorremmo far crescere questa attività, anche perché è accessibile a tutti i ragazzi, anche chi ha disabilità più marcate”. Un lavoro con una tripla valenza: ambientale, formativa, commerciale. La percentuale di inserimento nel mondo del lavoro è alta: “Insieme a impresa Con i Bambini e a Slow Food Internazionale, e ora con Fondazione San Zeno, negli ultimi anni ci siamo concentrati sui minori stranieri non accompagnati: ne abbiamo accolti e formati oltre 50, e il 70% di questi sta ora lavorando”. Alcuni addirittura hanno già intrapreso percorsi imprenditoriali, altri vengono inseriti internamente allo staff delle Fonderie. Tra questi ultimi, moltissimi anni fa, è entrato come giovanissimo beneficiario un ragazzo che, dopo un lungo percorso di crescita, è diventato ormai da tempo il vicepresidente della cooperativa. CUCINA, LUOGO DI STORIE Mentre si preparano i piatti, si raccontano storie. “La cucina è un vero strumento di condivisione, infatti spesso chiediamo loro di preparare dei piatti del loro Paese, diventando loro insegnanti e noi discenti”, continua Loris. I progetti sono tanti e la voglia di fare anche: “Abbiamo anche un orto sul tetto delle Fonderie, che ci rifornisce a centimetri zero, abbiamo le api e facciamo il miele, ma non tutto è facile, ovviamente. Il lockdown per noi è stato terribile e ancora oggi se ne sentono le conseguenze, avendo cercato di proteggere su tutto i posti di lavoro delle persone fragili che sono con noi, accumulando molti debiti. Proprio per questo motivo ci emozioniamo tantissimo quando qualcuno sceglie di elargire una donazione o dedicarci il 5 per mille per sostenere i nostri progetti sociali”. Servirebbe poi, una sensibilità maggiore da parte delle istituzioni: “Noi come altre associazioni che lavorano in questo campo, con un impatto sociale fortissimo, avremmo forse diritto a bandi ad hoc, o ad alcuni sgravi, invece siamo considerati alla stregua di ristoranti profit qualunque”, spiega sempre il presidente delle Fonderie. Come spesso accade, però, la fatica e l’impegno sono molte volte ripagati. “Una delle cose che mi commuove ancora è quando andiamo a mangiare nei locali e incontriamo per caso i ragazzi che abbiamo formato. È una soddisfazione incredibile, ci accolgono festosamente, ci raccontano la loro evoluzione orgogliosi di farci assaggiare i loro piatti. E per noi, appunto, è la conferma di star facendo la cosa giusta. O, comunque, una cosa molto buona”. L'articolo Prima buoni poi bravi: le Fonderie Ozanam di Torino e la cucina che rende indipendenti ragazzi in difficoltà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Francesca, Elvira e gli scout al tempo degli smartphone: “Non ‘animatori’, ma educatori”
Francesca ha 24 anni, lavora con i bambini in vista di iniziare un percorso di studi in Scienze della Formazione. Elvira, invece, di anni ne ha 29, è originaria di Caserta, è avvocata e lavora presso il Consiglio Superiore della magistratura. Percorsi diversi, ma accomunati da due realtà: anzitutto, la provenienza da una famiglia scout (“Mia madre ha fatto l’ultima route scout – campeggio in cammino, ndr – con me nella pancia all’ottavo mese e papà che la seguiva in macchina”, racconta Elvira). E, soprattutto, l’essere oggi due “cape” scout. Per i lupetti e le lupette del gruppo Roma 85, infatti, Francesca Mellina ed Elvira Pozzuoli si chiamano solo ed esclusivamente Akela e Bagheera, due figure centrali nel racconto del Libro della Giungla di Rudyard Kipling, sfondo narrativo e di valore dei lupetti e delle lupette Agesci. “MA IN QUESTA PARROCCHIA CI SONO GLI SCOUT?” L’incontro tra Francesca e Elvira è stato casuale. “Ero andata via da Caserta, anzi precisamente Santa Maria Capua Vetere per venire a Roma”, racconta Elvira, “poco dopo aver preso la mia partenza scout, che consiste sostanzialmente nel fare una scelta di fede, politica – non partitica, ma di attenzione ai valori sociali e all’aiuto del prossimo – e di servizio, nel mio caso i minori disagiati. Ma un giorno, entrando nella chiesa sotto casa a Roma, ho scoperto che c’era un gruppo scout. Sorpresa, mi sono subito informata ed eccomi qui, nonostante nella mia vita il tempo libero fosse già pochissimo”. Essere volontari scout, infatti, significa impegnare moltissime ore alla settimana. “Ci sono gli incontri per preparare le riunioni dei lupetti, le riunioni di staff, poi quelle di comunità capi, poi di zona, infine tutta una serie di eventi legati allo scoutismo”, racconta Francesca. “E la nostra presenza per i ragazzi è fondamentale, siamo i loro punti di riferimento, dunque facciamo del nostro meglio per esserci sempre, infatti anche se siamo sei capi raramente ci assentiamo. E se accade lo viviamo semplicemente con la consapevolezza di non essere vulnerabili. È bellissimo lavorare con persone che hanno il tuo stesso grado di passione, ma sono fallibili come te”. FATICA. MA CON TANTA RESTITUZIONE Lo sforzo, insomma, è molto, e ci sono serate in cui, preparando le cose per la riunione o la caccia del giorno dopo, si avverte un senso di fatica schiacciante. “Ma poi il giorno dopo accade sempre che ci sia una restituzione di affetto e di gioia, perché magari capiamo che quel lupetto aveva proprio bisogno che noi ci fossimo e che dicessimo quelle parole specifiche per lui”, dicono insieme. Di esperienze intense, durante gli anni di scoutismo soprattutto come cape, ce ne sono state. “Ricordo l’ultima route che ho fatto con il noviziato”, racconta Elvira. “Era un periodo difficile per me, non avevo passato un concorso importante, stavo molto male. C’era uno dei nostri ragazzi che soffriva di disturbi alimentari, tema a me particolarmente caro, e allora, insieme all’altro capo, abbiamo organizzato una route totalmente improvvisata per lui, non di strada ma di servizio, incentrata sul tema del contrasto alla camorra e sulle terre confiscate. Sono tornata con una carica incredibile. In quel momento loro sono stati la mia salvezza”. “Ammetto: mi hanno fatto più piangere i lupetti e le lupette in vita mia di qualunque altra cosa”, confessa a sua volta Francesca. “Ma se parliamo di esperienze forti sicuramente mi piace citare la route in Sicilia, dove abbiamo passato una settimana con bambini provenienti da un campo profughi nel Sahara (Sahrawi di Tindouf), conoscendo la loro storia e la loro cultura. Ci hanno regalato i loro giocattoli, è stato commovente e poi durissimo tornare nella nostre confortevoli case. Per questo, quest’anno, stiamo facendo fare ai lupetti e alle lupette una sorta di ‘memory’ per famiglie in fuga in Italia dalla guerra a Gaza. In pratica, ad ogni immagine sulla singola tessera associamo una parola e quando sarà finito glielo daremo: rispecchia il nostro principio dell’imparare giocando. Lo stiamo costruendo lentamente per dare ai nostri bambini la possibilità di sentire le emozioni che provano facendolo. Non sono pochi anche i bambini italiani oggi, in un mondo che va sempre più di fretta, che hanno difficoltà ad esprimere le emozioni”. ESSERE SCOUT IN UN MONDO SEGNATO DAL CONSUMISMO Ma come si vive oggi lo scoutismo, in una società che, a differenza di quella all’epoca del fondatore Baden-Powell, è segnata dalla distruttività di un capitalismo che tutto consuma, a partire dai valori morali? Sono cambiati, anche, i bambini? “Ciò che noto”, spiega Elvira, “è che le famiglie sono meno presenti come co-educatori, perché lavorano e hanno meno tempo. A maggior ragione lo scoutismo resta un’ancora di salvezza, per bambini – che spesso, tra l’altro, sono figli unici – e che ormai vengono a contatto con i peggiori orrori del mondo tramite uno smartphone. Qui trovano forse uno dei pochi ambienti rimasti dove possono essere bambini, giocare, sporcarsi, sbagliare, senza che nessuno li giudichi, in un contesto di libertà e amore al tempo stesso che forse la scuola non sa garantire”. “Siamo un movimento giovanile da sempre schierato per la pace e la libertà e su valori come l’antifascismo, quindi da sempre siamo controcorrente”, aggiunge Francesca, “e questo clima è rimasto. Qui non si fa intrattenimento, come ai campi estivi di sport o vela, scoutismo è soprattutto educazione. E poi c’è un ultimo aspetto”, conclude, “l’autonomia: ci sono lupetti e lupette che non sanno allacciarsi le scarpe, che sono dipendenti sotto tanti aspetti. Noi siamo sempre pronti a dar loro una mano ma la cosa importate è imparare a farlo, diventare indipendenti. E la distanza dai genitori aiuta tantissimo”. Un distacco difficile, ai tempi dei genitori ‘elicottero’. Ma che questi ragazzi, che hanno scelto di dedicare parte della loro vita a ragazzini in crescita in un mondo stravolto, sanno fare con gentilezza e sempre col sorriso. Informando, rassicurando i genitori, sempre però consapevoli del loro ruolo: non ‘animatori’, ma educatori. L'articolo Francesca, Elvira e gli scout al tempo degli smartphone: “Non ‘animatori’, ma educatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Daniele D’Ambrosio e i volontari dell’ospedale Bambino Gesù di Roma: “Assistiamo i genitori per restituire loro il sorriso”
Accoglie con un sorriso i genitori che arrivano trafelati e preoccupati in compagnia di un bambino che piange, è malato, ha un’urgenza. Con la massima calma e tranquillità, unita a un’innata gentilezza e un rassicurante cartellino verde, Daniele D’Ambrosio indirizza chi arriva al Pronto Soccorso dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma nel posto giusto: al triage, alla sala di attesa, negli ambulatori. Daniele è un volontario, ma un volontario un po’ speciale: perché non solo ha alle spalle una lunga carriera come ingegnere e come imprenditore di Digital marketing, ma anche un presente ricco di ruoli e attività: insegna all’Università LUISS di Roma, è membro da oltre vent’anni dell’associazione Rotary Club Roma Leonardo da Vinci della quale è anche stato presidente per un periodo – il progetto dei volontari in ospedale nasce dal Rotary stesso – è un appassionato sciatore e velista e membro del Consiglio Direttivo e Tesoriere dell’Associazione Coro Lost on Friday ODV. Come è arrivato a scegliere di passare alcune ore a settimana dentro un pronto soccorso pediatrico? “Quando sono andato in pensione, dopo una vita piena di impegni lavorativi e familiari”, racconta, “ho sentito che era il momento del cosiddetto ‘give back’. Ovvero di restituire alla società parte della fortuna ricevuta. Parlo anche bene le lingue e ho pensato che questa competenza potesse essere utile in un contesto simile, perché al Pronto Soccorso arrivano anche tanti stranieri”. Quello che fa Daniele può sembrare un’attività semplice, invece non lo è. Infatti, tra l’altro, ha richiesto molta formazione. “Tutte le attività di volontariato dell’ospedale sono verificate da una Commissione Internazionale che controlla la qualità delle attività ospedaliere. D’altronde i volontari qui sono centinaia e c’è un ufficio apposito che li coordina: da chi fa clown terapia, a chi va con la macchina a prendere il latte materno dalle madri che ne hanno in abbondanza per portarlo qui, a chi fa vaccinazioni nei campi rom. C’è un percorso formativo non banale: ho dovuto studiare e sostenere due esami, seguire tre corsi e fare quaranta ore di tirocinio. È necessario essere formati, qui arrivano persone di tutte le etnie e culture, non sempre tutti si fanno aiutare, devi conoscere bene l’ospedale perché spesso capita di accompagnare alcune persone in visita, bisogna conoscere anche tutte le norme di sicurezza”. Daniele viene qui tutti i martedì pomeriggio, alternandosi durante gli altri giorni con gli altri volontari, per coprire tutti gli orari. Ma è un’attività semplice, oppure ci sono aspetti critici? “I genitori arrivano ovviamente spesso preoccupati”, risponde, “ma a volte anche arrabbiati: magari sono stati mandati via da un altro ospedale, hanno attraversato la città o vengono da fuori Roma, a volte sono stressati di essere fuori dal loro ambito usuale e possono reagire male, alzare la voce, protestare per i tempi troppo lunghi, quindi sono attraversati da sentimenti difficili. Noi dobbiamo aiutarli in questo momento difficile, con un sorriso, con la presenza fisica, accompagnandoli, informandoli, ma anche provando a spegnere l’agitazione o la rabbia. Insomma, c’è una parte operativa e una psicologica. Purtroppo in alcuni giorni le attese sono lunghe, specie per chi ha bisogno di interventi ortopedici che richiedono tempo. Cerco di adoperarmi anche su questo fronte, se ho informazioni sui tempi per ridurre l’ansia dei genitori”. Oltre a questo, Daniele spesso diventa un interfaccia tra i bisogni dei genitori e gli infermieri: “Magari c’è una mamma che ha bisogno di un pannolino, una a cui occorre riscaldare il latte: allora vado dalle infermiere, dico il nome e la necessità, poi glielo porto”. Passare quel pomeriggio tra genitori in ansia, infermieri e piccoli pazienti per Daniele è fonte di gratificazione: “Non è retorico: quando esco non so mai se ho più dato o ricevuto. La riconoscenza dei genitori mi dà molto di più di quanto può togliermi l’impegno. Cito un ricordo: una mamma chiaramente straniera e con il velo musulmano e che parlava pochissimo l’italiano, aveva una bimba che stava male, alla fine, ha risolto tutto, stava andando via ma prima è venuta da me, mi ha salutato e voleva offrirmi un caffè. Sembra una piccola cosa invece per me è stato tantissimo”. Sempre con il Rotary Club Roma Leonardo da Vinci, Daniele è impegnato in altri progetti di volontariato: tra questi, con la Fondazione Longevitas e con il garante per i diritti degli anziani di Roma Capitale, porta avanti un progetto, da lui creato e di cui è responsabile, di contrasto all’ageismo. “Andiamo nei centri anziani a spiegare alle persone come utilizzare bene lo smartphone, come si manda una mail, come si usa lo Spid, come riconoscere le truffe digitali, ma anche come fare una videochiamata o una ricerca su Google: per le persone uscite da tanto dal mondo del lavoro questo significa un aiuto, anche per uscire dalla solitudine”. Un’attività di volontariato, insomma, non esclude l’altra. “’Là fuori’ c’è davvero tanto da fare”, conclude Daniele. L'articolo Daniele D’Ambrosio e i volontari dell’ospedale Bambino Gesù di Roma: “Assistiamo i genitori per restituire loro il sorriso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Fondazione Magis e i bambini del Ciad, la cooperante Sabrina Atturo: “Salvarne anche solo uno scaccia il senso di impotenza”
“Galeotto, per così dire, è stato il Covid. Quando è scoppiato, infatti, la Fondazione Magis ha subito rafforzato il suo impegno in Ciad, terzultimo Paese al mondo rispetto all’indice di sviluppo umano. Sia perché in Ciad c’è Le Bon Samaritain, complesso universitario ospedaliero gestito dai gesuiti. E sia perché le previsioni dell’Oms erano catastrofiche sia per quel Paese che per l’Africa in generale. Così a settembre 2020 sono arrivata in Ciad e abbiamo iniziato con l’installazione di un laboratorio di biologia molecolare e ora sono qui da più di cinque anni”. Sabrina Atturo, cooperante internazionale, lavora da oltre quindici anni per la Fondazione Magis che, oltre a progetti sanitari, come quello in Ciad, gestisce progetti agricoli e formativi. Nel laboratorio di biologia molecolare, realizzato grazie al finanziamento da parte dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e al co-finanziamento dei donatori privati, la Fondazione ha organizzato i primi test Covid e ha realizzato uno studio di sieroprevalenza nazionale, unico in Ciad, che ha dimostrato come il virus sia circolato molto ma i cittadini ciadiani fossero più resistenti, “Questo ha evitato la catastrofe: le ragioni non sono chiarissime, gli studi continuano”, spiega la cooperante. Il progetto Covid ha permesso alla Fondazione di conoscere meglio le condizioni sanitarie. “È un paese fragile dal punto di vista sanitario, con una presenza medica ben sotto alla media dell’Oms. Uno dei nostri compiti è stato fin da subito quello di rafforzare la formazione professionale del personale sanitario degli ospedali e centri di salute. Centri di primo livello dove la popolazione può accedere subito se presenta sintomi come febbre, dissenteria, o altro. Ma in questi centri”, continua Sabrina Atturo, “abbiamo realizzato anche campagne di sensibilizzazione e prevenzione, come screening per il diabete, l’Hiv, l’epatite B per le donne incinte e, nei villaggi, la campagna contro la malnutrizione infantile”. Un altro obiettivo della Fondazione è stato quello di rafforzare gli ospedali, in particolare quelli della capitale Le Bon Samaritain e Notre Dame des Apotres, e quello di Goundi. “Negli ospedali”, continua, “abbiamo acquistato apparecchiature nuove e anche aperto la prima unità di lotta contro i cancri ginecologici in Ciad: abbiamo iniziato a fare screening alle donne sia per il cancro al seno che per quello al collo dell’utero, oltre che, come dicevo, una grande campagna per la prevenzione dell’epatite B, che qui ha una prevalenza molto più alta dell’Hiv (4% quest’ultimo, 10% la prima) e meno aiuti internazionali. In particolare, abbiamo bloccato la trasmissione verticale dell’epatite B da mamma a bambino per 500 nuovi nati”. Rispetto alle carenze nutrizionali, la Fondazione Magis si è mobilitata per fare sensibilizzazione. Così, con equipe di infermieri formati e nutrizionisti, sono andati nei villaggi, soprattutto per aiutare le donne a riconoscere i segni della malnutrizione infantile e capire quando andare subito in ospedale. Ma, anche, per scoraggiare pratiche senza alcune valore scientifico. “Un esempio? Quella di fare intagli sul ventre di bambini che piangono per il mal di pancia e mettere erbe all’interno di questi intagli, ottenendo purtroppo solo un peggioramento del bambino”, spiega Sabrina Atturo. “Spesso qui si pensa ancora che le malattie siano un destino, un volere divino, una punizione per essersi comportati male”. In Ciad, i fondi per la salute dipendono molto dall’aiuto esterno. Il taglio dei fondi statunitensi ha avuto un impatto forte, la guerra nel vicino Sudan ha fatto arrivare moltissimi rifugiati, su cui sono stati dirottati fondi, anche per evitare collassi sanitari nei centri profughi. In tutto ciò, oltre al contesto politico instabile e molta corruzione, si inserisce anche la questione del cambiamento climatico, che aggrava la malnutrizione. “Ci sono periodi sempre più lunghi di siccità, le stagioni delle piogge si sono accorciate e sono più irregolari con temporali violenti e brevi che creano enormi disagi, mentre l’acqua si disperde. Tutto questo ha ripercussioni sulla produzione agricola”, spiega la cooperante. Una realtà non facile dunque, anche per sanitari, cooperanti, volontari. Come si affronta, anche a livello emotivo? “Vivere in comunità internazionale aiuta, ci sentiamo una famiglia, ci supportiamo vicendevolmente”, racconta. “D’altronde abbiamo scelto di dedicare la nostra vita a loro, è il senso della nostra missione. Inoltre, vedere, ad esempio, che un bimbo malnutrito e in fin di vita viene ospedalizzato, ben alimentato e riprende a sorridere, vedere la mamma contenta di riportarlo in salute nel villaggio dà sempre una profonda gioia. Il sogno sarebbe salvare il mondo intero ma anche sapere che un bambino è stato strappato a un destino nefasto scaccia la sensazione di impotenza. È questo ci fa andare avanti ogni giorno”. L'articolo La Fondazione Magis e i bambini del Ciad, la cooperante Sabrina Atturo: “Salvarne anche solo uno scaccia il senso di impotenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Africa
Mondo
Volontariato
Cooperazione Internazionale
Il progetto Handmade per sostenere Emergency: coperte, borse, sciarpe fatti con materiali di riuso e a prezzi accessibili
Coperte patchwork dai mille colori, maglioncini per neonati bianchi, rosa o rossi con piccole coccinelle come bottoni, sciarpe e guanti, presine sgargianti, contenitori, fiori, borse e tantissimi altri oggetti: tutto fatto a mano, tutto fatto di lana o altri materiali, a prezzi piccoli e con una etichetta bianca e rossa che recita: “Questo prodotto è realizzato dai volontari del gruppo Handmade per sostenere Emergency”. Sistemati in un’area dei negozi Emergency sparsi per l’Italia, attirano l’attenzione per la loro bellezza, creatività, vitalità. A raccontarci questo progetto – che vede coinvolte 53 volontarie solo a Roma, 300 in tutta Italia – è Anna Maria Carboni, 82 anni di attivismo, due figli e un nipote, che dopo una lunghissima carriera lavorativa come terapista della riabilitazione – anche in contesti non facili, come i malati terminali di Aids sempre a Roma – incontra per caso un’amica, Paola Ledda (scomparsa nel 2023, ndr). Ex docente universitaria, anche lei, come Anna Maria, è arrivata a Roma da Cagliari ed è già volontaria di Emergency. “Proprio Paola, nel 2008”, spiega Anna Maria, “ha inventato all’interno di Emergency questo progetto, che consiste nel recuperare materiali di riuso e riciclo per creare, tutto fatto a mano, oggetti unici e originali, e contribuire ad una cultura di pace, solidarietà e tutela dell’ambiente”. Il gruppo inizia a Roma con tre persone, Paola, Anna Maria e un’amica. “Poi il progetto si è allargato anche a Brescia, Firenze e altre sedi. Oggi i punti in Italia sono 18. Ci distribuiamo il materiale tra i vari punti”. Come funziona praticamente questa piccola “macchina da guerra”? Le aziende, i negozi regalano i tessuti. Ogni volontaria lavora in casa, poi porta gli oggetti nel negozio di riferimento. Comincia poi la preparazione dei prodotti, che vanno inventariati e a cui va attaccata un’etichetta. Bisogna infine decidere il prezzo, scritto a matita dietro l’etichetta. ”Ci teniamo a mettere prezzi bassi”, precisa Anna Maria, “perché vogliamo che tutti possano entrare in negozio e comprare qualcosa per Emergency: tutto i soldi spesi da chi compra vanno alla ong”. Far parte del progetto come volontari e volontarie è facile, si fanno due colloqui in cui si compila una scheda con le proprie abilità. “Tuttavia la cosa bella”, racconta la volontaria, “è che sono arrivate molte persone che dicevano di non saper far nulla, ma poi alla fine hanno saputo creare comunque oggetti meravigliosi”. Il progetto, come sempre, produce anche socialità. E infatti, ad esempio, tutte le volontarie romane si incontrano circa quattro-cinque volte l’anno, “anche per festeggiare i risultati”. Questo progetto”, conclude Anna Maria, “non solo è bello, ma è anche divertente e ci arricchisce. I risultati sono ottimi e in crescita, le persone vedono in ciò che produciamo un doppio valore: quello di chi ha fatto a mano coperte e maglioni e quello dei progetti di Emergency a cui il ricavato arriva. È davvero, come si dice oggi, un ‘win to win’, in cui tutti vincono. Anche chi riceve in regalo o compra per sé oggetti colorati e allegri, che rendono più belle le persone e le case e al tempo stesso anche il mondo in cui viviamo”. L'articolo Il progetto Handmade per sostenere Emergency: coperte, borse, sciarpe fatti con materiali di riuso e a prezzi accessibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ambiente
Emergency
Volontariato
Cooperare per affrontare insieme l’autismo: l’esperienza dell’associazione Tarta Blu contro le carenze dello Stato
“L’autismo è una condizione cronica e in questo senso non può essere curato, perché non si tratta di qualcosa che a un certo punto scompare, è proprio un modo di funzionare differente. Ma i servizi del territorio sono scarsi e discontinui. La nostra associazione è nata dal confronto tra famiglie di ragazzi di età diverse e funzionamenti diversi che, incontrandosi nelle stanze di attesa delle terapie si sono confrontate, conosciute, e hanno deciso che era necessario mettere in rete contatti, conoscenze ed esperienze. Marina Bacci è co-fondatrice e vicepresidente di T.a.r.t.a Blu, associazione nata nel 2019 dall’idea di alcune famiglie della Valdera e dell’Alta Val di Cecina di sviluppare un progetto territoriale nuovo per chi soffre di autismo e per coloro che assistono bambini e ragazzi (il presidente è Walter Pantani). Suo figlio Filippo è un ragazzo di 14 anni con autismo ad alto funzionamento e Marina se ne prende cura – insieme al padre ed fratellino Duccio, 12 anni – mentre, tra l’altro, lavora come customer service di un’azienda di arredamento nella zona Valdera. Oggi l’associazione è diventata un punto di riferimento per i genitori, soprattutto quelli che arrivano con una nuova diagnosi. “La cosa bella e importante”, spiega Marina, “è che siamo sparsi tra la Valdera e l’Alta Val di Cecina, non ben servita dai servizi sociali, dunque abbiamo un raggio molto ampio. Abbiamo un appartamento in affitto in cui facciamo alcuni progetti e attività, poi altre cose vengono fatte direttamente sul territorio, proprio per venire incontro ai ragazzi”. I progetti sono tanti e vari. Uno dei principali, ad esempio, si incentra sulla socializzazione: i ragazzi si muovono liberamente in piccoli gruppetti, vanno per i negozi ad acquistare i regali per qualcuno, visitano le mostre, accompagnati da psicologi/educatori. Per i più piccoli c’è invece la psicomotricità e l’avvicinamento al mondo delle sport, “sempre focalizzandoci sull’autonomia”. C’è anche la legoterapia, che coinvolge i bambini delle elementari più ad alto funzionamento. I ragazzi invece sopra i vent’anni vanno a cena fuori, oppure al bowling o al karaoke, uscendo la sera, sempre accompagnati da operatori e psicologi. “Ne abbiamo circa 15, di psicologi: sono tanti perché i ragazzi coinvolti nei progetti sono circa cento e comunque abbiamo un operatore ogni due ragazzi, puntiamo sulla qualità”, precisa la mamma di Filippo. Ma come si finanzia T.a.r.t.a Blu? “Principalmente partecipando a bandi pubblici o privati. Uno dei nostri grandi sostenitori è la Chiesa Valdese, che ci ha finanziato progetti importanti, ma ovviamente siamo aperti a tutte le donazioni”, racconta Marina. Un altro ruolo importante dell’associazione è la formazione agli insegnanti, specie a quelli di sostegno, sul territorio. “La diagnosi precoce, infatti, è molto importante e avviene anche e soprattutto attraverso il riconoscimento delle maestre d’asilo, che possono capire e interpretare se un bambino ha un problema. Per questo abbiamo anche messo a disposizione un pediatra, attraverso uno sportello diagnostico di ascolto diffuso attraverso il passaparola e i nostri social”. Le difficoltà però, non si fermano alla diagnosi. “Quando si passa alla terapia i problemi semmai aumentano, perché non ci sono supporti da parte dei servizi sociali, mancano i neuropsichiatri, i logopedisti, i tempi di attesa sono lunghi. Quindi le terapie si spostano sul privato e i costi diventano importanti. Inoltre, a volte i genitori non sanno esattamente che terapie intraprendere e per questo la funzione dell’associazione è anche quella di avere dei professionisti che facciano da guida per abbreviare i tempi e portare i bambini nei posti giusti al momento giusto. A volte inoltre interveniamo con i nostri legali se le leggi non vengono rispettate, ad esempio se le scuole ignorano la diagnosi”. Non basta, perché a T.a.r.t.a Blu si fa anche parent training per i genitori, con sedute psicoterapeutiche di gruppo guidate da psicologi o psichiatri una o due volte al mese, dove ci si confronta sulle problematiche comuni e dove chi ha già affrontato un problema aiuta l’altro. “Si creano anche dinamiche tra genitori importanti e belle”, conclude Marina. “Addirittura è capitato che alcuni genitori abbiano assunto nelle proprie aziende figli di altri genitori. Nascono insomma delle sinergie importanti e anche questo è lo scopo della nostra associazione: non restare soli”. L'articolo Cooperare per affrontare insieme l’autismo: l’esperienza dell’associazione Tarta Blu contro le carenze dello Stato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Autismo
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Un gruppo di Babbi Natale sui roller ha consegnato una slitta piena di regali alla Comunità di Sant’Egidio di Milano
Non c’è un’unica missione di Babbo Natale che viaggia sulla slitta trainata da renne volanti. Ad esempio, a Milano c’è un gruppo di amici che, per supportare la raccolta di regali per il pranzo della Comunità di Sant’Egidio, ha girato sui roller per le strade della città e ha consegnato decine di pacchetti. Si chiamano Milano che Pattina e ogni settimana si trovano per passare qualche ora a pattinare tutti insieme: un modo per fare sport uniti da una passione comune. Ma non solo. “In occasione del Natale”, raccontano gli organizzatori Simona Marfè (segretaria di redazione de ilfattoquotidiano.it) e Francesco Ponzini, “abbiamo sempre trasformato una giornata di divertimento in un’occasione per diffondere pace e solidarietà, cercando ogni anno di aderire a iniziative benefiche”. L’obiettivo, continua Marfè, è quello di lanciare un messaggio positivo: “Fare del bene può essere divertente oltre che semplice. A volte basta stimolare le persone che, prese dalla fretta nel periodo delle feste, non pensano a chi ha più bisogno. Molti credono che per aiutare servano azioni enormi: a volte, anche un piccolo gesto può fare la differenza”. Quest’anno, il gruppo ha deciso di supportare la Comunità di Sant’Egidio: hanno lanciato un appello per raccogliere doni da consegnare agli amici che parteciperanno al pranzo di Natale e condividere una giornata di festa con una famiglia allargata. E così, sabato 20 dicembre, un gruppo di elfi, renne e Babbi Natale si è trovato vicino a piazza Gae Aulenti e ha pattinato fino alla sede dell’associazione in via Olivetani per consegnare una slitta piena di doni. Lì hanno trovato altri volontari che, tra sorrisi e occhi stupiti, li hanno accolti con due vassoi di fette di panettone. “Siamo certi che il piccolo gesto di Milano che Pattina regalerà almeno un sorriso: insieme è più facile, insieme è più bello”, concludono Marfè e Ponzini. ‹ › 1 / 3 ‹ › 2 / 3 ‹ › 3 / 3 L'articolo Un gruppo di Babbi Natale sui roller ha consegnato una slitta piena di regali alla Comunità di Sant’Egidio di Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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