“Le forze di governo, come tutte le forze di destra nel mondo, strumentalizzano
alcuni episodi come quelli di Torino per ridurre i livelli di diritto: è palese
che sia così. Il modello è Trump e l’ideale loro sarebbe un corpo speciale di
polizia con licenza di uccidere“. Massimo Cacciari non usa giri di parole
intervenendo a Uno, Nessuno, 100Milan, su Radio24, all’indomani dei violenti
scontri avvenuti a Torino durante il corteo nazionale per il centro sociale
Askatasuna.
Il filosofo inquadra subito quanto accaduto non come un’emergenza di ordine
pubblico, ma come un episodio funzionale a una dinamica politica più ampia, che
riguarda il rapporto tra sicurezza e diritti nelle democrazie occidentali.
Per Cacciari il dibattito non può essere ridotto allo schema destra-sinistra,
una chiave di lettura che considera ormai superata: “Il problema della sicurezza
è un problema complessivo che va affrontato a 360 gradi. Bisognerebbe
individuare prima di tutto le cause di questa presunta crisi dei livelli di
sicurezza. Nessun dato lo dimostra, ma non importa. Ammettiamo che esista una
percezione di insicurezza molto diffusa: quali sono le cause? Sono le
manifestazioni in cui alcuni sciagurati commettono atti di intollerabile
violenza? Io non lo credo. Le cause dell’insicurezza, del disagio, della
frustrazione sono ben altre”.
L’ex sindaco di Venezia contesta l’idea che l’inasprimento delle misure
repressive possa rappresentare una risposta efficace al problema della
sicurezza: “Dei politici che non fanno i demagoghi dovrebbero prima individuare
queste cause e cercare di porvi rimedio. Poi esistono anche questioni tecniche
che riguardano la sicurezza. Ma per una serie di reati l’inasprimento delle pene
non serve assolutamente a nulla. È stato scientificamente dimostrato che
aumentare le pene non riduce la quantità né la qualità dei reati – sottolinea –
Ovviamente esistono dei problemi tecnici di sicurezza. Quante sono le forze
dell’ordine, come sono dislocate, sono organizzate bene, sanno fare il loro
mestiere, sono state addestrate adeguatamente, sono pagate adeguatamente? Ma
naturalmente non si tratta di questo, soprattutto per le forze di governo”.
Gli episodi di violenza, quindi, diventano l’occasione per restringere
progressivamente i diritti, in una logica che Cacciari definisce evidente e
sistematica: “Non è vero che i livelli di autoritarismo si misurano soltanto
sulle leggi speciali in materia di sicurezza. C’è un crollo globale dei diritti
individuali. Noi siamo sorvegliati, controllati, manipolati dalla mattina alla
sera. In nessun regime autoritario del passato esisteva la possibilità tecnica
di un controllo e di una manipolazione di ogni individuo come oggi. Questo è
l’autoritarismo nuovo che sta avanzando“.
Alla constatazione che gli elettori sembrano premiare i partiti che spingono in
questa direzione, Cacciari risponde collegando il tema della sicurezza a una
crisi sociale profonda. I ceti medi dell’Occidente vivono una condizione di
insicurezza strutturale, con redditi fermi da quarant’anni, giovani costretti a
emigrare perché non trovano lavoro adeguato e una sensazione diffusa di declino.
In un contesto simile, osserva, è inevitabile che l’opinione pubblica si sposti
a destra, come la storia dimostra.
E avverte: “Vuole che la gente si senta sicura? Vuole che la gente dica che sta
bene e tranquilla? Guardate cosa sta succedendo negli Stati Uniti che da anni
sono sull’orlo di una vera e propria guerra civile. Le opposizioni si svuotano o
scompaiono e in alcuni paesi, come la Francia, dove siamo arrivati al paradosso
per cui il presidente Macron finisce per rappresentare l’opposizione rispetto a
una destra sempre più radicalizzata”.
Nel dibattito entra anche l’intervento della procuratrice generale di Torino,
Lucia Musti, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha denunciato la
“benevola tolleranza” di settori della borghesia e della upper class verso
condotte che sono gravi reati. Musti parla di una “area grigia”, colta e
borghese, che attraverso scritti, prese di posizione e comportamenti
contribuisce a normalizzare la violenza invece di svolgere un ruolo di
deterrenza, educazione al vivere sociale e rispetto delle regole democratiche.
Cacciari colloca queste parole in un quadro più ampio: “Ormai le cose sono
andate a un punto tale per cui è molto difficile per la cosiddetta sinistra
resistere alla strumentalizzazione di certi episodi da parte della destra. In
Italia, come altrove, è diventato molto difficile rimontare la situazione in un
contesto internazionale di questo genere, con la guerra sempre sulla soglia. È
molto complicato”.
Questo, aggiunge, non esonera dalla necessità di interrogarsi su cosa dovrebbe
essere una politica di sicurezza, né, soprattutto, non deve far perdere di vista
quella che definisce una colossale operazione di strumentalizzazione di alcuni
eventi da parte della destra, alimentata anche da chi, con azioni violente,
finisce paradossalmente per rafforzare i propri avversari politici.
Alla domanda finale, forse la più impegnativa, sulla capacità della sinistra di
proporre ancora un modello sociale alternativo, Cacciari risponde senza
illusioni: “È una domanda da un milione di dollari. Ci sono momenti in cui
l’epoca è così svoltata che pensare di potersi opporre a quello che appare
sempre di più come un destino è molto difficile. Questa fase finirà, ma come non
lo sappiamo – chiosa – Potrebbe finire con un nuovo equilibrio, potrebbe finire
in una catastrofe, potrebbe continuare come una guerra civile globale
permanente. Se continua una situazione di questo genere, per le forze di
sinistra, per una o due generazioni non c’è niente da fare“.
L'articolo Cacciari: “Governo Meloni usa gli scontri di Torino per ridurre i
diritti. Il suo ideale è una polizia con licenza di uccidere” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Radio24
“Scontri di Torino? Oggi, come 50 anni fa, c’è un odio profondo verso la civiltà
occidentale, verso i regimi liberali e democratici. E si esplica con questa
violenza indiscriminata contro la Tav o il Ponte di Messina. Speriamo non contro
le Olimpiadi. Ma comunque è una violenza fine a se stessa per dimostrare questo
odio inestinguibile verso la democrazia. E qui serve essere chiari; bisogna
intervenire con una repressione che sia immediata, adeguata e severa“. Lo
annuncia ai microfoni di 24 Mattino, su Radio 24, il ministro della Giustizia
Carlo Nordio che aggiunge: “Ha ragione anche la nostra premier Meloni a dire che
ora spetta alla magistratura dimostrare in piena autonomia e indipendenza che la
legge va rispettata senza se, senza ma, senza indulgenza”.
Nel corso dell’intervista con Simone Spetia, il guardasigilli viene interrogato
sull’ipotesi di un fermo preventivo di 12 ore, con la possibilità, avanzata dal
ministro Matteo Salvini, di estenderlo fino a 48. Nordio evita di entrare nel
merito della singola misura, ma ribadisce: “Si sente la necessità di inasprire
sia l’azione repressiva sia quella preventiva, perché purtroppo vi è stata e
continua ad esservi una situazione intollerabile di illegalità che ha, tra
l’altro, prodotto delle reazioni anche da parte della società civile che
evidentemente richiede delle norme che siano adeguate”.
All’appunto di Spetia su un uso sempre più estensivo del diritto penale, Nordio
rivendica la necessità di adattare gli strumenti giuridici al contesto:
“Purtroppo il diritto penale deve adeguarsi alla mutevolezza dei tempi e delle
circostanze. A parte il fatto che in questo decreto alcune sanzioni penali
vengono anche degradate a quelle amministrative che vengono ritenute più
efficaci e di più immediata applicazione – continua – Invece di prevedere un
arresto preferiamo erogare una sanzione amministrativa di parecchie migliaia di
euro, magari anche ai genitori dei minori violenti, perché potrebbe essere più
efficace”.
E aggiunge: “Il diritto penale segue l’evoluzione delle cose: abbiamo introdotto
il femminicidio perché purtroppo in questi anni vi è stata un’esplosione di
questo tipo di reati, abbiamo introdotto il reato di occupazione fraudolenta e
abusiva di abitazioni, cosa che negli anni precedenti non c’era, per tutelare le
persone più deboli”.
Poi continua: “Io sono abbastanza anziano anche come ex magistrato per
ricordarmi gli anni ’70, quando si è iniziata questa opera di delegittimazione e
di aggressione delle forze dell’ordine. Ricordo l’agente Annarumma che è stato
ucciso addirittura durante una di queste manifestazioni e da lì è cominciata
tutta una legislazione in un certo senso anche preventiva e repressiva che però
è stata tardiva”. Un ritardo che, secondo Nordio, ha avuto conseguenze
drammatiche: “Infatti dopo un po’ sono esplosi i terrorismi delle Brigate Rosse,
di Prima Linea e di altre formazioni diciamo di marxismo-leninismo violento“.
Alla domanda finale se oggi si possano intravedere segnali analoghi, il ministro
risponde:. “No, perché all’epoca vi era una fortissima ideologizzazione da parte
di queste bande che l’estrema sinistra chiamava ‘compagni che sbagliano’. Poi
hanno capito che erano dei veri e propri rivoluzionari molto motivati
politicamente. Oggi questo fanatismo politico ideologico, non c’è però vi è
sempre l’odio profondo verso la civiltà occidentale”.
L'articolo Scontri a Torino, per Nordio “c’è odio per la civiltà occidentale e i
regimi liberali. Serve repressione immediata e severa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel dibattito sulla sicurezza delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026,
che si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, irrompe una questione che va ben oltre
il perimetro tecnico e lambisce direttamente il terreno politico. A sollevarla è
Franco Gabrielli, già capo della Polizia e oggi professor of Practice di Public
Management alla SDA Bocconi, che, oltre a rilasciare una intervista a La Stampa,
è intervenuto alla trasmissione Uno, Nessuno, 100Milan, su Radio24, commentando
la notizia rivelata dal Fatto Quotidiano sulla presenza dell’Ice ai Giochi.
Secondo quanto emerso, la componente investigativa dell’agenzia statunitense per
l’immigrazione e il controllo delle frontiere, la Homeland Security
Investigations, sarà coinvolta nel dispositivo di sicurezza a supporto della
delegazione Usa. Un coinvolgimento che ha immediatamente acceso polemiche,
alimentate dalle immagini delle pratiche repressive e violente perpetrate
dall’Ice negli Stati Uniti.
Gabrielli invita però a distinguere nettamente il piano emotivo da quello
operativo. “Quando ci sono eventi come le Olimpiadi – spiega – il paese
ospitante organizza delle vere e proprie centrali internazionali alle quali
partecipano gli ufficiali di collegamento inviati dai Paesi ospitati; queste
persone concorrono quasi esclusivamente a tutto ciò che riguarda l’aspetto
informativo e di intelligence, cioè l’essere messi nella condizione di conoscere
minacce che possono interessare l’evento. Tranne casi molto specifici di tutela
ravvicinata delle personalità di primo piano, il contributo resta essenzialmente
informativo”.
Il punto, sottolinea l’ex capo della Polizia, è che non esiste alcuna
possibilità di una “polizia parallela” sul territorio italiano: “Al di là dei
clamori molto negativi, che vanno sottolineati con forza rispetto alle azioni
compiute da queste strutture nel loro Paese, la regola fondamentale è che quando
vieni nel mio Paese soggiaci alle mie regole. Non è che se hai determinate
inclinazioni operative a casa tua, queste possano essere replicate qui. Anche
perché, materialmente sul campo, al di fuori di una protezione molto ravvicinata
della personalità che si vuole tutelare, non hanno la benché minima agibilità”.
Ciò non significa, però, archiviare le preoccupazioni come semplice polemica.
“Le preoccupazioni sono legittime – osserva Gabrielli che lancia una stoccata al
governo Meloni e alla sua ambiguità comunicativa – e non le derubricherei
affatto, perché, se uno guarda le immagini che arrivano dagli Stati Uniti, non
può restare insensibile a come certe azioni vengono condotte dagli agenti
dell’ICE. E mi sento di dire, senza alcun infingimento, che se fin dall’inizio
ci fosse stata una presa di posizione chiara, netta e non cerchiobottista, come
spesso capita, molte delle polemiche che oggi occupano i mezzi di informazione
probabilmente non ci sarebbero state”.
Poi aggiunge: “Forse dovremmo prendere posizioni un po’ più significative nei
confronti di chi legittima questi comportamenti, perché da un punto di vista
strettamente tecnico-operativo queste persone non possono fare nulla che abbia
un riverbero negativo sul nostro sistema di sicurezza”.
A sostegno della sua tesi, Gabrielli richiama l’esperienza recente del paese
nella gestione dei grandi eventi. “Fino a pochi giorni fa l’Italia ha concluso
un Giubileo che ha incluso le esequie di un Papa, l’intronizzazione di un altro
e l’arrivo di decine e decine di delegazioni. Questo paese ha dimostrato di
saper gestire la sicurezza dei grandi eventi forse come nessun altro al mondo”.
L'articolo Ice in Italia, Gabrielli: “Non opereranno sul territorio ma il
cerchiobottismo del governo ha alimentato le polemiche” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una teoria contro ogni evidenza. Così si può riassumere l’intervento del
politologo statunitense Edward Luttwak, che, a La Zanzara (Radio24), legge la
morte di Alex Pretti, l’infermiere di 37 anni ucciso il 24 gennaio 2026 durante
un’operazione della US Border Patrol a Minneapolis, come il risultato di una
macchinazione dell’estrema sinistra.
Alla constatazione di Cruciani sull’indignazione suscitata dal caso anche in
Italia, Luttwak risponde: “Sì, bene, bene che ci sia indignazione, perché questa
è la palestinizzazione degli Stati Uniti”. L’assassinio dell’infermiere non
viene descritta come un evento da chiarire, ma come un episodio deliberatamente
provocato: “C’è un gruppo di agitatori, che sono la mente: loro trovano un
individuo che è come questo uomo che era un infermiere, lo spingono avanti e
causano l’incidente”.
Nel suo racconto, Pretti viene scelto perché funzionale alla narrazione
pubblica: “Non deve essere una persona antipatica, deve essere una persona
carina, come un infermiere. Tu lo spingi, lo fai uccidere e, una volta che viene
ucciso, fai propaganda su questo in tutto il mondo”. Luttwak assimila
esplicitamente il caso di Minneapolis al genocidio a Gaza: “È esattamente quello
che hanno fatto con i bambini a Gaza. Questo è il metodo palestinese”.
Quando Cruciani chiede chi ci sia dietro questo presunto metodo, la risposta
chiama in causa una regia politica interna: “C’è una congiura di estrema
sinistra. I manovratori non si fanno mai avanti, non si fanno picchiare e non si
fanno identificare. Organizzano i moti da dietro”. Il paragone con l’Italia
arriva immediato: “Ricordate Lotta Continua e le Brigate Rosse? Anche negli
Stati Uniti abbiamo una sinistra di questo tipo, che si nasconde e spinge avanti
gli altri”.
Luttwak descrive il “metodo palestinese” come una strategia basata sull’uso
deliberato di civili: “Si spingono avanti bambini o bambine, e dietro ci sono
quelli che lanciano pezzi di roccia. Poi i soldati aprono il fuoco e uccidono il
bambino che è stato spinto avanti”. Secondo il politologo, a Minneapolis la
logica è la stessa, anche se applicata a soggetti diversi: “Invece di usare un
bambino, in questo caso hanno usato prima una donna, un’attivista, e poi questo
infermiere”.
Pretti, sostiene Luttwak, non si trova lì per caso: “Vi assicuro che è stato
indotto ad andare a fare questa dimostrazione a Minneapolis, dove fa un freddo
da morire”. E insiste sull’idea dell’evento costruito: “Per caso era a
Minneapolis, per caso era per strada, con meno trenta gradi?”. Anche il fatto
che fosse disarmato viene reinterpretato: “Era totalmente disarmato, ma era
circondato da persone che hanno fatto credere che ci fosse un’arma. Quello che
l’ha mostrata poi l’ha nascosta”. La conclusione è perentoria: “Questi sono
episodi creati”.
Quando il conduttore chiede se l’ICE serva davvero, Luttwak chiama in causa
Obama: “Lui ha deportato 2,7 milioni di immigrati illegali. Sul New York Times
non c’è stato un articolo contro queste deportazioni, e in televisione zero
storie. Perché Obama non era bianco, era chiaramente non repubblicano”.
Alle immagini che mostrerebbero l’uccisione di Pretti, e alle accuse di
esecuzione, Luttwak risponde minimizzando: “Prima c’è l’uccisione, poi diventa
un’esecuzione. Se sono due diventa un massacro”. Anche in questo caso individua
un disegno politico: “L’estrema sinistra americana è come quella italiana, pensa
che tutto sia permesso pur di rovesciare il sistema capitalista, imperialista e
razzista”.
Alla domanda diretta di Cruciani su chi sia responsabile della morte
dell’infermiere, Luttwak non chiama mai in causa gli agenti federali: “La colpa
è di chi ha convinto un infermiere a uscire a meno trenta gradi a Minneapolis
per protestare contro chi applica la legge”.
Il discorso si chiude con un rifiuto totale delle immagini e della loro forza
testimoniale: “Quelle foto e quelle immagini sono state fabbricate per prendere
in giro persone col cervello di una gallina”. Guardarle, afferma, equivale a
subire una manipolazione: “Io non le guardo, perché è come guardare la
propaganda palestinese. Le immagini servono solo a manipolare le emozioni”.
L'articolo L’assurda teoria di Luttwak a La Zanzara: “Infermiere ucciso?
Congiura di sinistra. Si usa il metodo palestinese per delegittimare il ruolo
dell’Ice” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Khan Younis, dove Emergency gestisce uno dei pochi presidi sanitari ancora
operativi, la tregua entrata in vigore a metà ottobre non cambia in nulla la
realtà di una popolazione intrappolata tra macerie, fame e bombardamenti
israeliani sporadici in un territorio ridotto allo stremo.
Giorgio Monti, coordinatore medico dell’organizzazione, descrive una
quotidianità segnata dal maltempo e da una pace apparente che non argina la
sofferenza dei gazawi. “Ieri è stata una giornata decisamente drammatica che
purtroppo mi ha fatto tornare alla mente quanto è successo l’anno scorso”,
racconta. “Sono qui da oltre un anno, le piogge in quest’area sono torrenziali.
Immaginate piogge torrenziali in un’area dove le tende sono costruite con teli
di plastica e pali di legno. Il vento è sempre molto forte, quindi vengono
divelte le tende, arrivano ruscelli improvvisati che ci bagnano tutti, che
spostano le tende, le danneggiano. Le persone non sanno come asciugarsi, sono
davvero momenti difficili per loro”.
L’inverno intanto travolge una Striscia già devastata da due anni di guerra: le
piogge torrenziali di novembre allagano Gaza con livelli d’acqua fino a 50
centimetri, trasformando i campi profughi in distese di fango. Oltre 2 milioni
di sfollati vivono in tende fragili, più di 22mila delle quali risultano
danneggiate o spazzate via. Fognature al collasso e allagamenti moltiplicano il
rischio di epidemie e costringono un ospedale da campo a sospendere le attività.
Secondo l’Unrwa, 13mila famiglie restano esposte al gelo in ripari inadeguati.
“Gaza sta annegando in sangue e acqua piovana”, avverte un rapporto citato da
Haaretz.
Nel frattempo, l’ingresso degli aiuti procede a singhiozzo: nonostante il
cessate il fuoco prevedesse almeno 600 camion al giorno, materiali impermeabili
e forniture invernali continuano a non arrivare. Israele nega responsabilità e
parla di inefficienze delle agenzie umanitarie, ma Onu e varie Ong denunciano
l’assedio israeliano come causa diretta delle carenze.
È un quadro che Monti conferma senza esitazioni. “Sul fronte degli aiuti
umanitari, la situazione è peggiorata, è quasi paradossale – spiega – Alcuni
camion commerciali riescono a entrare, quindi al mercato qualche prodotto in più
si trova, pur a prezzi inarrivabili per i gazawi, mentre gli aiuti umanitari
sono bloccati”.
A mancare sono soprattutto i rifornimenti medici: “Noi non abbiamo rifornimento
di farmaci, non abbiamo rifornimento di consumo. Sappiamo dal report dell’Onu
che soltanto l’1% del materiale medico entra con gli aiuti umanitari. Entrano un
po’ di coperte, entrano alcune tende ma molto molto poche rispetto ai bisogni
che sono drammatici. Un milione e mezzo di persone non riesce a proteggersi dal
vento. Paradossalmente, con la tregua, la situazione è anche peggiorata”.
La tregua appare fragile anche sul piano militare. “È tutto molto confuso –
osserva Monti – Sicuramente la tregua è entrata in vigore e la quantità dei
cannoneggiamenti e dei bombardamenti è molto ridotta, ma tre giorni fa un
missile è caduto a 200 metri dalla nostra casa. Gli attacchi si ripetono. La
stessa sicurezza nostra è sempre sotto stretto controllo”.
La sera precedente, racconta, l’arrivo di un nuovo collaboratore li ha costretti
a seguire per ore le comunicazioni delle squadre di sicurezza: “C’erano dei
blocchi lungo la strada, delle persone armate che fermavano le macchine. La
sicurezza è un po’ meglio in termini di quantità di bombe, ma sempre molto
complicata in termini di sicurezza personale; non esiste, come diciamo sempre,
un posto sicuro a Gaza”.
L'articolo “Aiuti umanitari? Dopo la tregua la situazione è persino peggiorata”:
la denuncia di Giorgio Monti (Emergency) dalla Striscia di Gaza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“È un grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump, presidente-pregiudicato che
presiederà il ‘Consiglio di pace’. È un brutto giorno per la sicurezza a lungo
termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione palestinese e più in
generale anche per le tante persone perbene che ci sono nel nostro mondo”. Con
questa frase icastica, Lorenzo Kamel, professore di Storia Internazionale
all’Università di Torino, adjunct professor alla Luiss School of Government e
finalista del premio nazionale per la divulgazione scientifica con il suo ultimo
saggio Israele-Palestina in 36 risposte (Einaudi), commenta la risoluzione 2803
su Gaza, approvata il 17 novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13
voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina. Un voto che rimescola gli
equilibri della regione e affida a Donald Trump il controllo della Striscia per
due anni attraverso un organismo dai contorni indefiniti, il “Consiglio di
Pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dal presidente statunitense.
Ospite di Effetto Giorno, su Radio24, Kamel mette in evidenza la natura
“talmente vaga e talmente arbitraria” del testo, privo di riferimenti alle
risoluzioni precedenti e agli accordi che negli ultimi decenni hanno definito il
quadro negoziale israelo-palestinese. Nessun cenno agli Accordi di Oslo, che
stabiliscono l’unità territoriale di Gaza e Cisgiordania; nessun richiamo alla
risoluzione 476 del 1980, con cui il Consiglio di Sicurezza aveva ribadito che
l’acquisizione di territori con la forza è inammissibile. La nuova risoluzione,
osserva lo storico, “va sostanzialmente in una direzione opposta”,
cristallizzando la separazione tra i due territori palestinesi e impedendo
all’Autorità nazionale palestinese di avere un ruolo nella Striscia.
L’orizzonte politico che ne risulta appare così indeterminato da offrire a Trump
e Netanyahu la possibilità di dichiarare insufficiente “qualsiasi sforzo della
controparte palestinese”, anche in una situazione ipotetica in cui i palestinesi
“divenissero la Norvegia del Medio Oriente”.
Kamel ricorda che i paesi arabi che hanno sostenuto la risoluzione sono guidati
da “leader corrotti e ricattabili”, a cominciare da Egitto, Emirati Arabi Uniti
e Arabia Saudita. Leader che, osserva, sanno che la loro sopravvivenza politica
ed economica “passa dal piegarsi a ciò che gli viene richiesto”, e che si
attendono concessioni sostanziali da parte di Trump.
Le astensioni di Mosca e Pechino aprono un altro capitolo: “vedremo a breve cosa
riceverà, ad esempio, la Russia in cambio del suo mancato veto”, afferma Kamel,
lasciando intendere che un ritorno politico non mancherà.
Alla domanda del conduttore Alessio Maurizi su come interpretare il via libera
dell’ANP e il rifiuto di Hamas, la spiegazione affonda nel quadro che ha dato
origine all’Autorità nazionale palestinese. L’ANP nasce dagli Accordi di Oslo
del 1993-1995: ne derivano i suoi poteri, la sua legittimità, il suo
finanziamento e la sua sopravvivenza amministrativa. Senza Oslo, semplicemente,
non esisterebbe.
Lo storico conferma questo punto: “L’Autorità nazionale palestinese è totalmente
dipendente dal processo di Oslo e il suo capo, Abu Mazen, è un leader totalmente
screditato e corrotto che non ha nessuna aderenza con la società palestinese,
dunque non ha alternativa se non quella appunto di piegarsi totalmente a quello
che gli viene richiesto”.
Scaturisce così la sintesi politica del professore: il voto rappresenta “un
grande giorno per Netanyahu”, che ottiene un margine di manovra e una via
d’uscita anche in caso di ripresa della guerra; “un giorno importante anche per
Hamas”, che vede consolidarsi il proprio potere nella parte di Gaza rimasta
sotto controllo palestinese; “un grande giorno per Trump”, destinato a
presiedere il Consiglio di pace nonostante la condanna inflitta dalla giustizia
americana.
Al contrario, è “un brutto giorno per ciò che resta di Gaza”, divisa e privata
della sua terra coltivabile, “un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine
dello Stato di Israele”, “un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese”
e “un brutto giorno” per chi ha a cuore la causa palestinese.
Sul futuro, Kamel intravede uno scenario che richiama quello della Cisgiordania
dopo il 1967: un’occupazione “temporanea, fra virgolette”, destinata a protrarsi
nel tempo. “Oltre il 50%, il 53% della Striscia di Gaza è occupato dalle
autorità israeliane”, spiega, e si tratta della parte più fertile e agricola. La
zona sabbiosa e meno produttiva rimane ai palestinesi.
Il professore lega questo quadro alle dinamiche in Cisgiordania, definite dagli
Accordi di Oslo II del 1995. Le aree A e B, frammentate in 165 isole
amministrative, rappresentano poco più del 40% del territorio e resterebbero
sotto controllo palestinese; l’area C, il restante 60%, è la porzione
strategica: risorse idriche, terra fertile, spazio per gli insediamenti.
Se figure come Bezalel Smotrich continueranno a guidare la linea del governo
israeliano, avverte Kamel, si tenterà di “smuovere il più possibile e di
espellere la popolazione palestinese dall’area C”. Il risultato sarebbe una
mappa in cui i palestinesi mantengono soltanto le aree A e B della Cisgiordania
e la parte sabbiosa costiera di Gaza, mentre la porzione vitale dal punto di
vista agricolo, idrico e strategico rimane sotto controllo israeliano.
L'articolo Lo storico Kamel stronca il sì dell’Onu al piano Usa su Gaza: “È un
brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” proviene da Il Fatto
Quotidiano.