No a termini come “bistecca” e “bacon” sulle confezioni di prodotti che non
siano carne, sì a denominazioni come “burger” e “salsiccia”. È intesa tra
Parlamento europeo e Consiglio Ue sul meat sounding, l’utilizzo di terminologie
legate alla carne per denominare prodotti vegetali o a base di cellule
coltivate. L’accordo è arrivato durante i negoziati trilaterali tra Commissione
Ue, Europarlamento e Consiglio sulla riforma del regolamento sull’Organizzazione
comune dei mercati agricoli (che fa parte di quella della Politica agricola
comune) proposta per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori
nella filiera. I dettagli tecnici del testo saranno definiti venerdì prossimo.
Il dossier passerà poi al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri
degli Stati membri e a un voto finale nella plenaria del Parlamento. Sono 31 i
termini messi al bando per questi prodotti e che indicano le specie animali,
come manzo, pollo, pollame, vitello, maiale, tacchino, agnello, capra, anatra,
oca, montone, ovino o tagli specifici, come coscia, filetto, controfiletto,
fianco, lombo, costine, spalla, stinco, costoletta, ala, petto, coscia, punta di
petto, ribeye (il cuore della costata disossata), T-Bone (la Fiorentina),
scalone, bacon (pancetta). Saranno vietati anche i termini bistecca e fegato,
aggiunti nella lista durante le negoziazioni finali. Sarà possibile, invece,
continuare a utilizzare alcuni dei termini già oggi più comuni sulle confezioni,
ossia ‘veggie burger’, che la spunta dopo intense trattative, ‘burger’,
‘salsiccia’, ‘nuggets’. L’accordo è una sintesi tra la proposta presentata un
anno fa dall’eurodeputata francese Céline Imart, molto più restrittiva a dire il
vero (e tanto cara al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida e a
Coldiretti), e quella portata avanti pochi mesi dopo dalla Commissione, che
prevedeva il divieto di 29 denominazioni, riprendendo un’iniziativa analoga già
respinta dal Parlamento europeo nel 2020.
IL NODO DELLA CARNE COLTIVATA
Tra le altre cose, l’accordo introduce una definizione del termine “carne” come
“parti commestibili di animali”, escludendo quindi nomi come bistecca, filetto o
fegato per prodotti coltivati in laboratorio. I colegislatori hanno concordato
di concedere ai produttori tre anni di tempo per esaurire le scorte e adeguarsi
alle nuove norme dopo l’entrata in vigore. L’altra questione controversa nei
negoziati è stata l’inclusione dei nuovi alimenti, come i prodotti a base di
carne coltivata. Sebbene tali prodotti non siano ancora disponibili sul mercato
dell’Unione europea (l’Efsa deve valutare due richieste di autorizzazione,
relative al foie gras coltivato e al grasso coltivato per burger vegetali) il
divieto è stato esteso preventivamente anche a questi. Così, in previsione, come
è ormai consuetudine sul tema.
LE TUTELE PER GLI AGRICOLTORI E IL SOSTEGNO ALLE ORGANIZZAZIONI
Per rafforzare il ruolo degli agricoltori nella catena di approvvigionamento,
spiega il Consiglio in una nota, le modifiche al regolamento Ocm rendono
obbligatori i contratti scritti tra agricoltori e acquirenti, includendo anche
una clausola di revisione, per garantire che i contratti a lungo termine tengano
conto dell’andamento del mercato, delle fluttuazioni dei costi e delle
condizioni economiche. Viene inoltre consentito agli Stati membri di fornire un
sostegno finanziario supplementare alle organizzazioni di produttori e alle loro
associazioni nel quadro degli interventi settoriali della Politica agricola
comune e definite le condizioni per l’uso di termini di commercializzazione
facoltativi come “equo”, “equitativo”” e “filiera corta” per garantire chiarezza
sia ai produttori che ai consumatori.
UNA BATTAGLIA (ANCHE CULTURALE) CHE DURA DA ANNI
Il Parlamento europeo aveva già discusso simili restrizioni nel 2020,
respingendo il cosiddetto Veggie Burger Ban. Circa un anno fa, l’eurodeputata
francese Céline Imart ha presentato alla Commissione Agricoltura del Parlamento
europeo un emendamento con proposte – approvate in commissione a inizio
settembre – ancora più restrittive. Obiettivo: vietare qualsiasi termine legato
a specie animali, tagli di carne o persino forme associate ai prodotti
convenzionali. Insomma, una misura simile a quella adottata dall’Italia nel 2023
e che rimane tuttora inattuata e potenzialmente inapplicabile a causa della
violazione della procedura riguardo alla notifica Tris, che i Paesi Ue devono
inviare a Bruxelles quando vengono approvate leggi che ostacolano la libera
circolazione delle merci in ambito comunitario. La proposta di Imart, poi, è
stata adottata con voto in seduta plenaria dall’intero Parlamento europeo l’8
ottobre. Con grande soddisfazione da parte di Lollobrigida (“Ora l’Europa ci
segue!”). Successivamente, Commissione, Parlamento e Consiglio hanno avviato
negoziati informali, ma a dicembre non si è arrivati all’accordo su un testo
finale comune.
LA REAZIONE DELLE ONG E DELLE AZIENDE DEL SETTORE
La coalizione No Confusion, guidata dall’European Vegetarian Union e da WePlanet
e che riunisce oltre 600 organizzazioni, Ong e aziende alimentari in tutta
Europa, esprime preoccupazione per ciò che definisce un “divieto inutile” e
chiede una valutazione d’impatto approfondita sulle implicazioni giuridiche e di
mercato della normativa. Allo stesso tempo, il gruppo accoglie favorevolmente il
fatto che i termini descrittivi più comuni e familiari ai consumatori siano
stati mantenuti. Insomma, da un lato un’occasione persa e, dall’altro, poteva
andare anche peggio. Sullo sfondo, la sensazione è che la battaglia non sia per
nulla finita. “Nel contesto politico e sociale attuale, è incomprensibile che i
nostri rappresentanti eletti continuino a dedicare tempo e risorse a un problema
che semplicemente non esiste. Questa decisione contraddice diverse priorità
dell’Ue, tra cui competitività, innovazione, sicurezza alimentare, accessibilità
dei prezzi e reddito degli agricoltori” ha dichiarato Rafael Pinto, senior
policy manager dell’European Vegetarian Union. Il testo potrebbe inoltre
generare una serie di questioni giuridiche e commerciali irrisolte, con il
rischio di numerosi contenziosi nei tribunali dei diversi Stati membri, a
seconda della traduzione, dell’interpretazione e dell’applicazione delle norme
nei 27 Paesi dell’Ue. Nel 2024, in un caso che coinvolgeva l’European Vegetarian
Union, l’Association Végétarienne de France e il governo francese, la Corte di
giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la normativa esistente era già
sufficiente a tutelare i consumatori da possibili confusioni. Non è inoltre
chiaro quale sarà l’impatto della nuova normativa sugli aromi alimentari
utilizzati dall’industria, come ‘aroma di pollo o bacon’, presenti in migliaia
di prodotti di largo consumo, tra cui noodles, snack, salse e zuppe e prodotti
ibridi che combinano proteine animali e vegetali, sempre più diffusi in mercati
come Danimarca e Paesi Bassi.
L'articolo Si potrà scrivere veggie burger, ma non più “bistecca vegetale” e
altre 30 denominazioni: l’accordo in Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Francesco Lollobrigida
Il ministro ha un “raggio d’azione illimitato”, in più il suo ministero – il
Masaf – avrebbe operato “in violazione degli articoli 70, 76, 97 e 113 della
Costituzione”. In pratica c’è il rischio che nel “sopprimere rappresentanti di
intere categorie di soggetti, di disciplinare la composizione e la finalità
stessa” del comitato tecnico-faunistico – da qui il “raggio d’azione illimitato”
– Francesco Lollobrigida abbia operato in contrasto con la Carta. Una tegola per
l’ex “cognato d’Italia”. Perché ora l’organismo che punta a gestire,
politicamente, la fauna selvatica in Italia, potrebbe chiudere i battenti.
Almeno fino alla decisione della Corte Costituzionale. Ma facciamo un passo
indietro.
Nell’operazione a tenaglia – politica e culturale – della destra per prendere il
controllo della fauna selvatica, uno dei tasselli è proprio il comitato
tecnico-faunistico, un istituto previsto dalla 157/92 ma chiuso da circa 12
anni. Finché con la legge di Bilancio del 2023 – e un successivo decreto
ministeriale – il comitato è stato ripristinato. E Lollobrigida, di fatto, vi ha
deciso la composizione, tagliando fuori l’unica associazione venatoria vicina al
mondo del centrosinistra (Arcicaccia), che infatti ha presentato ricorso, e le
associazioni ambientaliste e animaliste, ad eccezione dell’Enpa. Perché questo
comitato è tanto importante? Perché si pone come soggetto “scientifico”, pur non
essendolo, con l’obiettivo di sostituirsi al vero istituto scientifico e in
teoria più indipendente (anche se i recenti fatti, con la nomina di Alessandra
Gallone, ex senatrice di Forza Italia, suggeriscono il contrario) che risponde
al nome di Ispra. Non a caso, nel grande sogno dei partiti di centrodestra che
coltivano gli interessi delle associazioni venatorie, ogni Regione dovrebbe
dotarsi, benché in piccolo, di un comitato simile, tutto di nomina politica.
Ma ora il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di Arcicaccia, chiamando in
causa la Corte Costituzionale. Contestando, da una parte, l’operazione con cui
la legge di Bilancio “ha espressamente autorizzato il ministro dell’Agricoltura”
a ricostituire e modificare con proprio decreto la composizione degli organismi,
dei comitati e delle commissioni” (singolare che in questo passaggio i
magistrati della Sesta sezione, presidente Giancarlo Montedoro, abbiano fatto un
richiamo storico sia allo Statuto albertino sia al Duce). E contestando,
dall’altra, “un raggio di azione illimitato nella ricostituzione dell’organo per
cui è causa”.
Dopo l’ordinanza del Consiglio di Stato, sono intervenute le associazioni
animaliste e ambientaliste Lac, Lav, Lipu e Wwf, chiedendo la sospensione
immediata del comitato: “Oltre ai profili di illegittimità costituzionale, le
associazioni denunciano da tempo la natura marcatamente politica e filovenatoria
del CTFVN, la cui composizione risulta sbilanciata e priva di un adeguato
contrappeso tecnico-scientifico. Nel suo primo anno di attività il Comitato ha
espresso solo pareri favorevoli, spesso con procedure di analisi opache e
metodologicamente deboli, confermando la sua funzione di organo di
legittimazione politica delle scelte venatorie“. E ancora: “Dichiarazioni
pubbliche di esponenti del governo hanno inoltre confermato che il CTFVN è stato
concepito come strumento per limitare o azzerare il ruolo di ISPRA, l’unico ente
tecnico-scientifico nazionale competente in materia faunistica. Una scelta che —
come già denunciato dal WWF nei propri comunicati — rappresenta un grave passo
indietro e un attacco alla scienza e alla gestione responsabile della fauna”.
L'articolo Nuova tegola per Lollobrigida, dubbi sul “suo” comitato
tecnico-faunistico: per il Consiglio di Stato il ministro ha “raggio d’azione
illimitato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oltre 4 milioni di dati esaminati, 23 specie cacciabili analizzate. E un
risultato scientifico chiarissimo: sono sedici le specie di uccelli che avviano
la cosiddetta migrazione pre-riproduttiva entro la prima o la seconda decade di
gennaio. Tra questi merlo, cesena, pavoncella, allodola, mestolone, fischione,
moriglione, codone, folaga, tordo sassello. Altre, invece, come il tordo
bottaccio, iniziano addirittura nella terza decade di dicembre. Tempi diversi,
insomma, anche rispetto all’attuale documento tecnico di riferimento dell’Unione
Europea che stabilisce i periodi di inizio della migrazione prenuziale per le
specie cacciabili.
È il risultato di un imponente studio della Lipu e dell’Università di Milano,
pubblicato sull’autorevole rivista scientifica “Wildlife Biology”, con il
coordinamento di Roberto Ambrosini e la collaborazione di importanti ornitologi
europei, tra cui Franz Bairlein. E che dimostra che la riforma della caccia
voluta dal ministro Francesco Lollobrigida è insostenibile e che i calendari
venatori vanno decisamente rivisti.
Dallo studio, emergono due aspetti: da un lato un’ulteriore anticipazione
rispetto alle date ufficiali della migrazione pre-riproduttiva (previste dal
cosiddetto Documento Key Concepts della Commissione europea) per numerose
specie, che partono per i luoghi della nidificazione con i primi contingenti
rilevanti, almeno il 5% degli individui. E dall’altro una serie di rilevanti
variazioni per 19 specie (pari all’83% delle specie cacciabili). “La Direttiva
Uccelli, la cornice normativa che governa la protezione degli uccelli in Europa
e regolamenta la caccia – vieta la caccia in due momenti”, spiega Danilo
Selvaggi, Direttore Generale Lipu. “Quello della riproduzione e nidificazione,
in primavera-estate, e quando gli uccelli partono verso i luoghi della
riproduzione, cioè la cosiddetta migrazione pre-riproduttiva”.
La migrazione pre-riproduttiva è una fase biologica particolarmente delicata per
la conservazione delle specie e per questo la Direttiva vieta rigorosamente la
caccia in questo periodo. I contingenti che partono per primi sono costituiti da
individui con una migliore capacità riproduttiva e dunque cruciali per la
conservazione delle popolazioni all’interno delle specie: “Il 5% non è dunque un
capriccio scientifico, ma indica i migliori riproduttori: sparare a questi
contingenti significa dunque fare un danno doppio”, nota Selvaggi. Che aggiunge:
“In Italia esiste la legge 157 che oggi mette un limite massimo al 31 gennaio,
oltre il quale non si può andare. I cacciatori hanno sempre contestato queste
date, avrebbero voluto cacciare fino a marzo. Oggi questo studio dimostra che la
caccia dovrebbe chiudersi prima del 31 gennaio per molte specie e addirittura a
dicembre per alcune. Tra l’altro lo studio conferma e rilancia gli studi di
Ispra, contestati spesso in maniera brutale dagli stessi cacciatori”.
Ma perché gli uccelli partono prima? Con tutta probabilità a giocare un ruolo è
il cambiamento climatico. “Non è escluso che si parta prima anche perché fa più
caldo. Un problema che potrebbe amplificarsi ulteriormente, con il peggiorare
della crisi climatica”.
I dati dello studio verranno trasmessi alla Commissione Europea, a Ispra, al
ministero dell’Ambiente, ma soprattutto a tutto le regioni che stabiliscono i
calendari venatori. “Il paradosso è che di calendari si occupano gli Uffici
Caccia degli assessorati all’Agricoltura, popolati di cacciatori, e non gli
uffici ambientali”, continua Selvaggi. “Ogni anno noi di Lipu e delle
associazioni ambientaliste impugniamo i calendari scorretti e quasi sempre
vinciamo. Dopo questo studio la situazione, speriamo, cambierà ancora, ci sarà
sempre meno tempo per sparare. E soprattutto si mina alla base la riforma
Lollobrigida, che intende affidare alle regioni la possibilità di stabilire le
date di migrazione, con il paradosso di avere date diverse a seconda appunto
delle regioni”.
“Le conseguenze dello studio”, spiega a sua volta e conclude Claudio Celada,
direttore Conservazione natura della Lipu-BirdLife Italia, “sono importanti in
molti aspetti scientifici e di conservazione, a cominciare dalla necessità di
correggere i calendari venatori regionali per molte specie, tra cui turdidi e
anatidi, anticipando la chiusura della caccia. Lo studio evidenzia altresì
l’insostenibilità e l’inopportunità della proposta di riforma della caccia,
voluta dal ministro Lollobrigida e in discussione al Senato, con il disegno di
legge 1552, che vede nell’allungamento dei tempi di caccia uno dei suoi
obiettivi principali. Una riforma che va abbandonata, per far posto finalmente a
politiche di tutela serie e ben applicate”.
L'articolo Riforma della caccia, lo studio della Lipu: “Cambiano i tempi delle
migrazioni, i calendari del governo sono insensati” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Venerdì 8 gennaio centinaia di trattori hanno raggiunto il piazzale della
stazione centrale di Milano per protestare contro l’accordo Mercosur. “L’accordo
manderà in crisi centinaia di migliaia di aziende agricole” raccontano gli
agricoltori che hanno rovesciato balle di fieno e latte davanti alla Regione in
segno di protesta che si dicono “traditi dal governo”.
L'articolo Mercosur, gli agricoltori rovesciano il latte per le strade di
Milano: “Traditi dal governo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sull’accordo Ue-Mercosur, al termine della riunione straordinaria tra i ministri
dell’Agricoltura Ue, a Bruxelles, Ursula von der Leyen non incassa ancora il via
libera ufficiale dei Paesi contrari. La Francia resta immobile (e potrebbe
lasciare tutta la responsabilità all’Italia) e Roma prende tempo, ma è
certamente più vicina al sì di quanto non lo fosse pochi giorni fa. L’apertura è
dovuta alla proposta messa sul piatto dalla presidente della Commissione Ue per
avere, anche da Italia e Francia, il via libera per l’accordo Ue-Mercosur, che
apre le porte del mercato europeo a carne bovina, pollo, zucchero e miele in
arrivo senza oneri dall’America Latina. Ma ciò che offre von der Leyen non è un
aumento dell’importo complessivo del bilancio 2028-34 riservato alla Politica
agricola comune e neppure di un dietrofront rispetto alla nuova struttura,
contestatissima, che prevede un fondo unico per Pac e per le risorse destinate
alla Coesione, con cui si finanziano le azioni che mirano a ridurre le disparità
regionali promuovendo lo sviluppo sostenibile. Si tratta perlopiù di risorse già
previste, rese disponibili in anticipo. E questo il Governo Meloni lo sa bene,
così come lo sa bene Macron. “Abbiamo intenzione di discutere e cercare di
prendere una decisione” sull’accordo commerciale con il Mercosur “alla fine di
questa settimana” ha detto la ministra dell’agricoltura di Cipro (che detiene la
presidenza di turno del Consiglio Ue), Maria Panayiotou, in un punto stampa al
termine della riunione straordinaria. Il prossimo step è la riunione degli
ambasciatori dei Paesi Ue è prevista venerdì, 9 gennaio. Se in quella occasione
ci sarà l’intesa, la firma definitiva è prevista per il 12 gennaio, in Paraguay,
dopo un negoziato lungo oltre un quarto di secolo. Alla riunione dei ministri
dell’Agricoltura hanno partecipato anche i commissari Ue all’Agricoltura,
Christophe Hansen, al Commercio, Maros Sefcovic e alle relazioni
interistituzionali, Olivér Varhelyi. E che la riunione sia stata accesa lo si
evince dalle parole del commissario Sefcovic: “Dopo aver avuto molteplici
discussioni, credo che abbiamo affrontato le reali preoccupazioni con soluzioni
reali”.
LA FRANCIA DÀ BATTAGLIA
E le discussioni ci sono state. La ministra dell’Agricoltura francese, Annie
Genevard, ha persino ricordato la conclusione delle trattative, a dicembre 2024
“decisa in modo autoritario dalla presidente della Commissione europea, in un
momento in cui la Francia era in difficoltà”. Parigi è consapevole che
probabilmente “l’Italia voterà a favore del Mercosur”, ma resta sulla sua
posizione e, anzi, annuncia battaglia sostenendo che l’accordo potrebbe essere
bloccato anche dopo l’eventuale firma in Paraguay, qualora il Parlamento europeo
dovesse opporsi. “Finché una battaglia non è conclusa, non è persa” ha
dichiarato, sottolineando che “non è affatto garantito che l’accordo venga
approvato dal Parlamento europeo”. Il commissario Sefcovic, però, dice che la
Commissione non si è limitata ad ascoltare le preoccupazioni, ma è andata “oltre
come mai prima”, mettendo a punto “un pacchetto mirato senza precedenti, con
salvaguardie senza precedenti, reti di sicurezza, controlli e verifiche
rigorose”. Ed ha ricordato che l’accordo Ue-Mercosur dovrebbe “aumentare le
esportazioni agroalimentari dell’Ue verso la regione del 50%, eliminando dazi
che oggi possono arrivare fino al 55%” e che l’intesa includerà “344 indicazioni
geografiche dell’Ue”, a tutela dei prodotti alimentari e delle bevande iconiche
europee.
COSA HA OFFERTO DAVVERO BRUXELLES
Parole che arrivano dopo la mossa principale messa a segno da Bruxelles. Ma che
cosa ha davvero proposto la Commissione Ue? Semplicemente la possibilità di
spendere subito i 293,7 miliardi di euro destinati alla Pac 2028-2035, quindi
già a partire dal primo anno del prossimo ciclo di bilancio settennale, invece
di aspettare per una parte delle risorse le revisioni di metà mandato previste
per il 2032. Una prassi utilizzata per aggiustare il tiro se serve, in quanto i
fondi non ancora spesi (e bloccati) vengono erogate solo se i Paesi soddisfano
alcune condizioni. Questa volta, invece, tutte le risorse potranno essere messe
a disposizione già nel 2028. Una scelta saggia? Sulla proposta di Bruxelles le
opinioni sono molto diverse. Perché se da un lato aumentano i fondi spendibili
da subito, dall’altro il cambio delle regole e il venir meno delle condizioni
per accedere a tutte le risorse crea qualche perplessità. La presidente della
Commissione Ue, inoltre, nella lettera inviata ai presidenti di Consiglio e
Parlamento europeo, ha aperto anche alla possibilità di regole meno stringenti
per avere accesso ai finanziamenti per le zone rurali (per l’Italia si tratta di
circa 5 miliardi complessivamente), normalmente destinati a progetti che seguono
obiettivi precisi, quali connettività delle aree, livelli più alti di
occupazione, qualità del lavoro e sostenibilità ecologica. Come verrebbero ora
destinati questi fondi e con quali criteri non è dato saperlo. Tutto confermato
nella riunione con i ministri dell’Agricoltura: il sostegno al reddito degli
agricoltori sarà salvaguardato attraverso uno stanziamento di 293,7 miliardi di
euro nell’ambito dei Piani di partenariato nazionali e regionali. È stata
inoltre proposta la creazione di una riserva di crisi da 6,3 miliardi destinata
a proteggere il comparto dagli shock di mercato e dagli eventi climatici
avversi. Almeno il 10% di ogni piano nazionale, inoltre, pari a circa 48,7
miliardi di euro, sarà vincolato allo sviluppo rurale, con la possibilità per
gli Stati membri di mobilitare immediatamente fino a due terzi dei fondi
previsti per la revisione di medio termine (circa 45 miliardi di euro) già dal
2028.
IL MINISTRO LOLLOBRIGIDA CHIEDE GARANZIE –
Secondo il ministro per l’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, i 45 miliardi
sbloccati da subito si tradurrebbero in circa 10 miliardi di euro, destinati
direttamente al sostegno degli agricoltori italiani e disponibili da subito. “Se
verranno certificate le premesse di garanzia del mondo produttivo che chiediamo,
noi approveremo la sottoscrizione dell’accordo” ha dichiarato il ministro
dell’Agricoltura Francesco in un incontro stampa precedente alla riunione tra i
ministri dei 27 dell’Agricoltura. “Per noi il Mercosur è un’ottima occasione
come sistema esportatore” ha ricordato, ma “non eravamo disposti e non siamo
disposti a sacrificare alcun settore. Abbiamo chiesto salvaguardia del mondo
produttivo che poteva essere danneggiato da questo tipo di accordo”. Nel corso
della giornata, i partiti di maggioranza hanno continuato a definire la proposta
di Bruxelles come una vittoria italiana. “I 45 miliardi di bilancio europeo in
più destinati alla Pac sono una vittoria dell’Italia, una vittoria di Forza
Italia che, nel Partito Popolare Europeo, ha difeso e sostenuto con forza le
istanze dei nostri agricoltori. Ora ci sono le condizioni per firmare l’accordo
con il Mercosur” ha dichiarato ai microfoni del Tg2 Deborah Bergamini,
responsabile del Dipartimento Esteri e vice segretaria nazionale di Forza
Italia. Per il deputato di Fratelli d’Italia, Antonio Baldelli “il Governo
guidato da Giorgia Meloni dimostra ancora una volta che l’Italia, quando difende
con determinazione i propri interessi, sa farsi rispettare anche in Europa”. E
offre una sua personale lettura: “Da un taglio del 20 per cento inizialmente
previsto, si è giunti invece a un rafforzamento delle risorse destinate alla
Politica agricola comune, con 45 miliardi di euro in più nel prossimo bilancio
pluriennale”. Anche per il senatore leghista Giorgio Maria Bergesio,
vicepresidente della Commissione Attività Produttive del Senato “grazie alla
determinazione del governo, la Commissione europea ha finalmente rivisto i tagli
alla Pac rendendo disponibili ulteriori risorse”. Per Bergesio, però, “se da un
lato è positivo che il fronte guidato dall’Italia abbia ottenuto un cambio di
passo sulla Pac, dall’altro non possiamo accettare che questo diventi una sorta
di compensazione per il via libera all’accordo commerciale con il Mercosur senza
reciprocità. Senza clausole di reciprocità ferree settori strategici come quello
delle carni bovine e avicole, del riso, del mais e dello zucchero subirebbero
una concorrenza sleale insostenibile”.
L’OPPOSIZIONE: “COSÌ GIORGIA MELONI SVENDE L’AGRICOLTURA”
Ma la proposta di Bruxelles non ha convinto tutti. Intanto perché la coperta
resta la stessa. “Con il sempre più probabile sì al Mercosur, Giorgia Meloni si
appresta a svendere l’agricoltura italiana in cambio di un piatto di lenticchie”
commentano gli europarlamentari del Movimento 5 Stelle (The Left) al Parlamento
europeo. E aggiungono: “Le risorse stanziate per i piani nazionali, infatti,
sono sempre le stesse e questo significa che l’Italia dovrà compensare gli
stanziamenti con ulteriori tagli ai fondi di coesione. Inoltre, i tanto
sbandierati 45 miliardi per gli agricoltori sono solo un anticipo autorizzato
dalla Commissione europea rispetto a pagamenti che già spettano all’Italia”. Un
concetto ribadito anche da Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi/Ale. “Il
governo Meloni accetta promesse vuote da Von der Leyen e cede alla pressione per
sbloccare l’accordo. Altro che nuove risorse per l’agricoltura: siamo davanti a
un’operazione di pura cosmetica politica. È solo un’anticipazione di risorse già
previste, che secondo le proposte sul bilancio 2028-2034 sarebbero state
utilizzabili solo dopo la revisione a metà percorso. Inoltre, la formula fino a
45 miliardi dice tutto: nessuna garanzia, nessun automatismo. Ancora una volta
tutto è rimesso alla discrezionalità degli Stati membri. Gli agricoltori non
ottengono certezze, solo annunci”.
L'articolo Mercosur, la promessa di Bruxelles sulla Pac ammorbidisce l’Italia.
Ma la Francia non ci casca proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si moltiplicano da Nord a Sud le prese di posizione istituzionali contro il
disegno di legge (a prima firma Lucio Malan) che intende stravolgere la 157/92,
liberalizzando l’attività venatoria e riducendo le tutele della fauna selvatica
(e dei cittadini). Mentre il provvedimento giace in commissione al Senato – è lì
dovrebbe stare almeno fino a gennaio – prima il Comune di Roma e poi quello di
Bologna hanno approvato due diversi atti – una mozione, nel primo caso, e un
ordine del giorno nel secondo – per chiedere che il ddl voluto da Francesco
Lollobrigida venga fermato.
Nella Capitale l’iniziativa è stata presa dal consigliere Rocco Ferraro (lista
civica Gualtieri sindaco) e la mozione è stata approvata coi voti del Pd,
Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 stelle e con quello della consigliera di
Forza Italia, Rachele Mussolini. “La norma va in sfregio a qualunque logica ed
etica per quanto riguarda il rispetto degli animali, oltre al fatto che presenta
un rischio per l’incolumità pubblica” ha detto Ferrero, puntando sul pericolo
per “turisti, escursionisti, ciclisti e cittadini” che frequentano boschi,
campagne, aree demaniali e – se venissero approvati alcuni emendamenti proposti
da Lega e Fratelli d’Italia, come denunciato da ilFattoQuotidiano.it – spiagge.
Nel capoluogo emiliano è stata invece la consigliera dem Mary De Martino a
presentare l’ordine del giorno contro il ddl Malan, poi approvato. “Raccogliamo
con grande entusiasmo questa espressione di una volontà che accomuna la
stragrande maggioranza di cittadini italiani, da sempre contrari alla caccia –
dichiara Massimo Vitturi, responsabile Area Animali Selvatici della Lav– La
netta posizione di contrarietà ribadisce ancora una volta e con ancora più forza
quanto emerso dai recenti sondaggi che confermano che quasi l’80% degli italiani
vorrebbe che la caccia fosse dichiarata finalmente illegale”. Lav che, insieme
ad altre associazioni animaliste, ha presentato in Parlamento una legge di
iniziativa popolare per chiedere l’abolizione della caccia; mentre il Wwf ha
promosso una petizione, che ha superato le 100mila firme, proprio per fermare il
disegno di legge voluto dal ministro dell’Agricoltura.
Oltre a Roma e Bologna, in questi mesi altri Comuni hanno fatto sentire la
propria voce, come nel caso di Avigliano, in provincia di Torino. Il sindaco
Andrea Archinà, intervistato dalla Lav, ha spiegato che “il nostro territorio è
ad alta attrazione turistica: i troviamo lungo il percorso della via Francigena,
perciò abbiamo tantissimi camminatori, escursionisti e appassionati di outdoor,
amanti della bicicletta. Se il ddl venisse approvato, il rischio di incidenti
diventerebbe ancora più elevato. Abbiamo ricevuto molte segnalazioni da parte
dei cittadini, soprattutto abitanti delle borgate e delle zone periferiche, che
hanno mostrato preoccupazione per gli spari vicino casa a qualsiasi ora del
giorno”. Per la cronaca, anche a Pescara c’è stato un tentativo, col consigliere
Paolo Sola (M5s). L’assemblea a trazione centrodestra però ha bocciato l’ordine
del giorno.
Gli occhi, ora, sono puntati sulla legge di Bilancio. Col ddl fermo in Senato,
infatti, c’è il timore che pezzi del provvedimento entrino nella manovra (e
vengano approvati) come successo nel 2022 con il noto “emendamento Foti”, che
aveva dato avvio alla caccia selvaggia in parchi e aree urbane.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
Instagram
L'articolo Le città di Roma e Bologna chiedono di fermare il ddl caccia di
Lollobrigida: “Rischio per l’incolumità pubblica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.