“I dazi aggiuntivi proposti” dal presidente Usa Donald Trump “sono un errore,
soprattutto tra alleati di lunga data”: “l’Ue e gli Stati Uniti hanno raggiunto
un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica, come negli affari, un
accordo e’ un accordo. E quando degli amici si stringono la mano, deve
significare qualcosa”. Lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula
von der Leyen, al vertice di Davos, in Svizzera, evidenziando che la risposta
europea sarà “ferma, unita e proporzionata”. “Consideriamo il popolo degli Usa
non solo come nostri alleati, ma come amici. Trascinarci in una pericolosa
spirale discendente finirebbe solo per aiutare gli stessi avversari che entrambi
siamo impegnati a tenere fuori dal nostro orizzonte strategico”, ha
sottolineato.
L'articolo Von der Leyen a Davos: “I dazi Usa contro gli alleati sono un errore,
la nostra risposta sarà ferma” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Ursula Von Der Leyen
Sull’accordo Ue-Mercosur, al termine della riunione straordinaria tra i ministri
dell’Agricoltura Ue, a Bruxelles, Ursula von der Leyen non incassa ancora il via
libera ufficiale dei Paesi contrari. La Francia resta immobile (e potrebbe
lasciare tutta la responsabilità all’Italia) e Roma prende tempo, ma è
certamente più vicina al sì di quanto non lo fosse pochi giorni fa. L’apertura è
dovuta alla proposta messa sul piatto dalla presidente della Commissione Ue per
avere, anche da Italia e Francia, il via libera per l’accordo Ue-Mercosur, che
apre le porte del mercato europeo a carne bovina, pollo, zucchero e miele in
arrivo senza oneri dall’America Latina. Ma ciò che offre von der Leyen non è un
aumento dell’importo complessivo del bilancio 2028-34 riservato alla Politica
agricola comune e neppure di un dietrofront rispetto alla nuova struttura,
contestatissima, che prevede un fondo unico per Pac e per le risorse destinate
alla Coesione, con cui si finanziano le azioni che mirano a ridurre le disparità
regionali promuovendo lo sviluppo sostenibile. Si tratta perlopiù di risorse già
previste, rese disponibili in anticipo. E questo il Governo Meloni lo sa bene,
così come lo sa bene Macron. “Abbiamo intenzione di discutere e cercare di
prendere una decisione” sull’accordo commerciale con il Mercosur “alla fine di
questa settimana” ha detto la ministra dell’agricoltura di Cipro (che detiene la
presidenza di turno del Consiglio Ue), Maria Panayiotou, in un punto stampa al
termine della riunione straordinaria. Il prossimo step è la riunione degli
ambasciatori dei Paesi Ue è prevista venerdì, 9 gennaio. Se in quella occasione
ci sarà l’intesa, la firma definitiva è prevista per il 12 gennaio, in Paraguay,
dopo un negoziato lungo oltre un quarto di secolo. Alla riunione dei ministri
dell’Agricoltura hanno partecipato anche i commissari Ue all’Agricoltura,
Christophe Hansen, al Commercio, Maros Sefcovic e alle relazioni
interistituzionali, Olivér Varhelyi. E che la riunione sia stata accesa lo si
evince dalle parole del commissario Sefcovic: “Dopo aver avuto molteplici
discussioni, credo che abbiamo affrontato le reali preoccupazioni con soluzioni
reali”.
LA FRANCIA DÀ BATTAGLIA
E le discussioni ci sono state. La ministra dell’Agricoltura francese, Annie
Genevard, ha persino ricordato la conclusione delle trattative, a dicembre 2024
“decisa in modo autoritario dalla presidente della Commissione europea, in un
momento in cui la Francia era in difficoltà”. Parigi è consapevole che
probabilmente “l’Italia voterà a favore del Mercosur”, ma resta sulla sua
posizione e, anzi, annuncia battaglia sostenendo che l’accordo potrebbe essere
bloccato anche dopo l’eventuale firma in Paraguay, qualora il Parlamento europeo
dovesse opporsi. “Finché una battaglia non è conclusa, non è persa” ha
dichiarato, sottolineando che “non è affatto garantito che l’accordo venga
approvato dal Parlamento europeo”. Il commissario Sefcovic, però, dice che la
Commissione non si è limitata ad ascoltare le preoccupazioni, ma è andata “oltre
come mai prima”, mettendo a punto “un pacchetto mirato senza precedenti, con
salvaguardie senza precedenti, reti di sicurezza, controlli e verifiche
rigorose”. Ed ha ricordato che l’accordo Ue-Mercosur dovrebbe “aumentare le
esportazioni agroalimentari dell’Ue verso la regione del 50%, eliminando dazi
che oggi possono arrivare fino al 55%” e che l’intesa includerà “344 indicazioni
geografiche dell’Ue”, a tutela dei prodotti alimentari e delle bevande iconiche
europee.
COSA HA OFFERTO DAVVERO BRUXELLES
Parole che arrivano dopo la mossa principale messa a segno da Bruxelles. Ma che
cosa ha davvero proposto la Commissione Ue? Semplicemente la possibilità di
spendere subito i 293,7 miliardi di euro destinati alla Pac 2028-2035, quindi
già a partire dal primo anno del prossimo ciclo di bilancio settennale, invece
di aspettare per una parte delle risorse le revisioni di metà mandato previste
per il 2032. Una prassi utilizzata per aggiustare il tiro se serve, in quanto i
fondi non ancora spesi (e bloccati) vengono erogate solo se i Paesi soddisfano
alcune condizioni. Questa volta, invece, tutte le risorse potranno essere messe
a disposizione già nel 2028. Una scelta saggia? Sulla proposta di Bruxelles le
opinioni sono molto diverse. Perché se da un lato aumentano i fondi spendibili
da subito, dall’altro il cambio delle regole e il venir meno delle condizioni
per accedere a tutte le risorse crea qualche perplessità. La presidente della
Commissione Ue, inoltre, nella lettera inviata ai presidenti di Consiglio e
Parlamento europeo, ha aperto anche alla possibilità di regole meno stringenti
per avere accesso ai finanziamenti per le zone rurali (per l’Italia si tratta di
circa 5 miliardi complessivamente), normalmente destinati a progetti che seguono
obiettivi precisi, quali connettività delle aree, livelli più alti di
occupazione, qualità del lavoro e sostenibilità ecologica. Come verrebbero ora
destinati questi fondi e con quali criteri non è dato saperlo. Tutto confermato
nella riunione con i ministri dell’Agricoltura: il sostegno al reddito degli
agricoltori sarà salvaguardato attraverso uno stanziamento di 293,7 miliardi di
euro nell’ambito dei Piani di partenariato nazionali e regionali. È stata
inoltre proposta la creazione di una riserva di crisi da 6,3 miliardi destinata
a proteggere il comparto dagli shock di mercato e dagli eventi climatici
avversi. Almeno il 10% di ogni piano nazionale, inoltre, pari a circa 48,7
miliardi di euro, sarà vincolato allo sviluppo rurale, con la possibilità per
gli Stati membri di mobilitare immediatamente fino a due terzi dei fondi
previsti per la revisione di medio termine (circa 45 miliardi di euro) già dal
2028.
IL MINISTRO LOLLOBRIGIDA CHIEDE GARANZIE –
Secondo il ministro per l’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, i 45 miliardi
sbloccati da subito si tradurrebbero in circa 10 miliardi di euro, destinati
direttamente al sostegno degli agricoltori italiani e disponibili da subito. “Se
verranno certificate le premesse di garanzia del mondo produttivo che chiediamo,
noi approveremo la sottoscrizione dell’accordo” ha dichiarato il ministro
dell’Agricoltura Francesco in un incontro stampa precedente alla riunione tra i
ministri dei 27 dell’Agricoltura. “Per noi il Mercosur è un’ottima occasione
come sistema esportatore” ha ricordato, ma “non eravamo disposti e non siamo
disposti a sacrificare alcun settore. Abbiamo chiesto salvaguardia del mondo
produttivo che poteva essere danneggiato da questo tipo di accordo”. Nel corso
della giornata, i partiti di maggioranza hanno continuato a definire la proposta
di Bruxelles come una vittoria italiana. “I 45 miliardi di bilancio europeo in
più destinati alla Pac sono una vittoria dell’Italia, una vittoria di Forza
Italia che, nel Partito Popolare Europeo, ha difeso e sostenuto con forza le
istanze dei nostri agricoltori. Ora ci sono le condizioni per firmare l’accordo
con il Mercosur” ha dichiarato ai microfoni del Tg2 Deborah Bergamini,
responsabile del Dipartimento Esteri e vice segretaria nazionale di Forza
Italia. Per il deputato di Fratelli d’Italia, Antonio Baldelli “il Governo
guidato da Giorgia Meloni dimostra ancora una volta che l’Italia, quando difende
con determinazione i propri interessi, sa farsi rispettare anche in Europa”. E
offre una sua personale lettura: “Da un taglio del 20 per cento inizialmente
previsto, si è giunti invece a un rafforzamento delle risorse destinate alla
Politica agricola comune, con 45 miliardi di euro in più nel prossimo bilancio
pluriennale”. Anche per il senatore leghista Giorgio Maria Bergesio,
vicepresidente della Commissione Attività Produttive del Senato “grazie alla
determinazione del governo, la Commissione europea ha finalmente rivisto i tagli
alla Pac rendendo disponibili ulteriori risorse”. Per Bergesio, però, “se da un
lato è positivo che il fronte guidato dall’Italia abbia ottenuto un cambio di
passo sulla Pac, dall’altro non possiamo accettare che questo diventi una sorta
di compensazione per il via libera all’accordo commerciale con il Mercosur senza
reciprocità. Senza clausole di reciprocità ferree settori strategici come quello
delle carni bovine e avicole, del riso, del mais e dello zucchero subirebbero
una concorrenza sleale insostenibile”.
L’OPPOSIZIONE: “COSÌ GIORGIA MELONI SVENDE L’AGRICOLTURA”
Ma la proposta di Bruxelles non ha convinto tutti. Intanto perché la coperta
resta la stessa. “Con il sempre più probabile sì al Mercosur, Giorgia Meloni si
appresta a svendere l’agricoltura italiana in cambio di un piatto di lenticchie”
commentano gli europarlamentari del Movimento 5 Stelle (The Left) al Parlamento
europeo. E aggiungono: “Le risorse stanziate per i piani nazionali, infatti,
sono sempre le stesse e questo significa che l’Italia dovrà compensare gli
stanziamenti con ulteriori tagli ai fondi di coesione. Inoltre, i tanto
sbandierati 45 miliardi per gli agricoltori sono solo un anticipo autorizzato
dalla Commissione europea rispetto a pagamenti che già spettano all’Italia”. Un
concetto ribadito anche da Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi/Ale. “Il
governo Meloni accetta promesse vuote da Von der Leyen e cede alla pressione per
sbloccare l’accordo. Altro che nuove risorse per l’agricoltura: siamo davanti a
un’operazione di pura cosmetica politica. È solo un’anticipazione di risorse già
previste, che secondo le proposte sul bilancio 2028-2034 sarebbero state
utilizzabili solo dopo la revisione a metà percorso. Inoltre, la formula fino a
45 miliardi dice tutto: nessuna garanzia, nessun automatismo. Ancora una volta
tutto è rimesso alla discrezionalità degli Stati membri. Gli agricoltori non
ottengono certezze, solo annunci”.
L'articolo Mercosur, la promessa di Bruxelles sulla Pac ammorbidisce l’Italia.
Ma la Francia non ci casca proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco Valendino
Von der Leyen scopre che l’Ue è un’alleanza militare. Peccato che nessuno glielo
abbia detto prima. Ursula von der Leyen ha avuto un’illuminazione: l’Ucraina
sarà al sicuro grazie all’adesione all’Unione Europea. Che garantirà “la
sicurezza fondamentale” di Kiev. Piccolo dettaglio: l’Ue non è mai stata
un’alleanza militare. Ma dettagli, dettagli.
Fino a ieri la promessa era la Nato. Poi Trump ha fatto capire che per l’Ucraina
nell’Alleanza Atlantica non se ne parla. Zelensky gli aveva presentato un piano
in 20 punti con dentro l’adesione alla Nato. Quella pagina è stata strappata. E
allora via, reinventiamoci: l’ombrello sarà l’Ue. Quella senza esercito,
struttura di comando, dottrina militare comune. Ma che importa?
Dentro la Nato è scoppiato il finimondo. Americani, ungheresi e “diverse altre
nazioni” non ne vogliono sapere di garanzie all’Ucraina. Orbán fa ostruzionismo
per sport. Trump ha detto agli europei: arrangiatevi.
Ecco materializzarsi la “Coalizione dei Volenterosi” di Macron e Starmer. Sono
26 paesi. O 31. Dipende da chi conta e quando. Tutti “formalmente impegnati” a
fare qualcosa che verrà definito dopo, da qualche parte, in qualche modo.
L’Italia di Meloni: noi truppe non ne mandiamo. Al massimo “monitoraggio fuori
dai confini”. Traduzione: vi guardiamo da casa e vi facciamo il tifo. La
Germania: “Solo se ci sono gli americani”. La Polonia: “Noi soldati non ne
mandiamo”. Insomma, una coalizione dove nessuno vuole andarci davvero. Macron
spiega che “alcuni metteranno truppe, altri le basi, altri faranno altro”.
Traduzione: ognuno fa quel che gli pare.
Von der Leyen sventola cifre: 343 miliardi di spesa militare nel 2024,
finalmente sopra il 2% del Pil. Peccato che l’Europa spenda male. Ognuno compra
armi incompatibili con quelle del vicino. Zero coordinamento. Come dice
l’European Council on Foreign Relations: “Spendono molto ma cooperano poco,
rendendo tutto inefficiente”. Per mettere truppe in Ucraina servirebbero
60-100mila soldati. Francia e Regno Unito, le potenze nucleari della coalizione,
hanno eserciti “con capacità operative molto ridotte”. Tagli su tagli per
decenni.
Trump ha liquidato il piano europeo come “una messa in scena”. Nelle chat
interne dell’amministrazione, rese pubbliche, gli europei sono definiti
“patetici”. Dal Cremlino, Maria Zakharova ha risposto definendo i piani
“garanzie di pericolo”. Difficile darle torto.
Il punto è semplice: l’Ue non è un’alleanza militare. Non lo è mai stata.
Promettere che l’adesione garantisce la sicurezza dell’Ucraina è come dire che
entrare in un circolo di buongustai ti protegge dai rapinatori. Von der Leyen lo
sa. Ma deve vendere qualcosa a Zelensky, visto che la Nato è sfumata. E allora
inventa l’euroarmata. Virtuale, s’intende.
Mentre i leader europei moltiplicano conferenze stampa, Trump e Putin trattano.
L’Europa sta a guardare. Il paradosso è tragicomico: l’Ue scopre di voler
diventare potenza militare proprio quando l’America se ne va e la Russia avanza.
Come ha detto un diplomatico europeo: “Stiamo promettendo un ombrello di carta
sotto un temporale. L’importante è che sembri impermeabile”. Già. L’importante è
l’apparenza. La sostanza può aspettare. Per sempre.
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L'articolo Von der Leyen inventa l’euroarmata. Da quando siamo un’alleanza
militare? proviene da Il Fatto Quotidiano.
E’ il 14 giugno del 1940 e le truppe del Terzo Reich sfilano in trionfo sugli
Champs-Élysées. Nei cinegiornali dell’epoca i francesi piangono lacrime di
disperazione. Per sottolineare l’umiliazione, i tedeschi obbligano la
delegazione francese a firmare l’armistizio che ufficializzerà l’occupazione
nazista della Francia in quello stesso vagone ferroviario del maresciallo Foch
in cui, nel 1918, era stato firmato l’armistizio di Compiègne a conclusione
della Prima Guerra Mondiale. Poi, giusto perché da buoni tedeschi sono metodici,
fanno saltare in aria sia il vagone, sia il monumento a Foch.
Il delirio di onnipotenza nazista avrebbe continuato a mietere vittime e
mangiarsi territori ancora per un paio d’anni, prima che le sorti della guerra
cominciassero ad invertirsi portando la Germania al collasso.
Ciononostante, già nel 1941 Spinelli, Rossi e Colorni redigono il Manifesto di
Ventotene che, qualsiasi cosa se ne pensi, è la visione di un’Europa federale
fondata sulla pace, di cui era previsto facessero parte anche i tedeschi:
proprio quei tedeschi ai cui ordini rispondeva il regime fascista che li aveva
mandati al confino a Ventotene.
Pochi anni dopo, nel 1950 – la guerra è appena finita, c’è stato il processo di
Norimberga e l’Europa sta vivendo il trauma di scoprire una dopo l’altra tutte
le atrocità perpetrate dai nazisti – Robert Schumann, ministro degli Esteri
francese, tiene il discorso che passerà alla storia come Dichiarazione Schumann
in cui auspica la creazione di comunità europee di scopo (la prima sarà quella
per il carbone e l’acciaio) che consentano ai paesi europei di collaborare e
scongiurino il rischio del riproporsi di conflitti armati: mettere insieme le
risorse per beneficiarne tutti ed in tal modo rendere impossibile ed impensabile
nuove guerre – soprattutto tra tedeschi e francesi.
Nel 1957 è la volta dei trattati di Roma con cui nasce la Comunità Economica
Europea, antenata diretta dell’Unione Europea. Sempre con i tedeschi, ça va sans
dire.
Com’è possibile che i grandi padri nobili dell’Europa come Spinelli e Schumann,
De Gasperi e Monnet, dopo aver visto ed in alcuni casi vissuto l’orrore della
guerra – e più in particolare quello perpetrato dai nazifascisti – in prima
persona, invece di correre al riarmo in difesa dalla minaccia germanica, invece
di proclamare invettive contro il popolo tedesco, invece di estrometterlo dal
salotto buono della politica internazionale e di sottoporlo ad embargo
commerciale lo abbiano accolto a braccia aperte, e coinvolto come membro
fondatore delle comunità europee? Dopo che nel giro di pochi decenni aveva
scatenato due guerre mondiali?! Dopo che aveva occupato quasi l’intera Europa
continentale?
E’ evidente che non avevano capito nulla! Invece di fare le anime belle,
innalzandosi oltre le logiche fratricide, avrebbero dovuto seguire l’esempio
preclaro di Von der Leyen & co.: col nemico non si tratta. La ricetta per la
pace passa per il riarmo, resistenza ad oltranza e retorica bellicosa – anche a
costo di mettere in ginocchio l’economia e lo stato sociale dei paesi europei.
Lo sa bene anche quel volpone di Friedrich Merz, che dopo aver inanellato una
serie di gaffes assortite, ha pensato bene di reintrodurre la leva obbligatoria,
farneticare dell’ “esercito più grande d’Europa” (does that ring a bell??) ed
insistere strenuamente (per poi restare sonoramente trombato) per espropriare i
beni russi sequestrati dall’inizio della guerra destinandoli all’Ucraina,
seccando così, en passant, un’altra di quelle cosucce di cui ancora potevamo
andare fieri in Europa – lo stato di diritto.
Meno male che ci sono i diplomatici a raffreddare gli animi: ci pensa l’alta
(forse di statura?) rappresentante per la politica estera Kaja Kallas che, dopo
aver dimostrato di non sapere chi abbia vinto la Seconda guerra mondiale
(d’altra parte lei mica è del mestiere) e aver sostenuto che la Russia non sia
mai stata attaccata o invasa da alcun altro stato (mice è una storica, lei), ha
cercato di calmare le acque dichiarando che “la Russia ci odia e vuole
distruggerci”. Nientemeno.
Ecco, fino a qualche anno fa, quando si sentiva criticare l’Europa per scarso
dinamismo, burocrazia ipertrofica, frammentarietà delle politiche, si poteva
ancora ribattere: ok, ma abbiamo lo stato di diritto, abbiamo lo stato sociale e
siamo stati in grado di garantire la pace in un continente storicamente
dilaniato dalle guerre. Ora che i pagliacci si sono impossessati del circo, non
ci resta più neanche quello.
L'articolo L’Ue bellicista coi tedeschi in prima fila: così si è tradita la
missione dei padri fondatori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il giorno dopo il rinvio a gennaio della firma dell’accordo di libero scambio
con il Mercosur, inizialmente previsto per il 20 dicembre, l’attenzione è tutta
sulla posizione assunta dalla premier italiana Giorgia Meloni. Perché se il
freno della Francia e della Polonia era più che scontato, l’Italia ha fatto da
ago della bilancia. Ostacolando anche l’accelerata che, invece, avrebbero voluto
dare Germania e Spagna per trovare in quella partnership uno strumento di
risposta ai dazi di Trump. Complici, ma fino a un certo punto, le proteste degli
agricoltori. Perché per Meloni il guaio non sono i trattori addobbati a tema
natalizio fermi a Place du Luxembourg, davanti al Parlamento europeo, ma è il
rientro a casa senza il consenso delle organizzazioni di categoria. Dietro le
parole rassicuranti della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen,
che si è detta “fiduciosa” sulla possibilità di garantire il sostegno necessario
affinché l’accordo possa essere firmato a gennaio e del presidente del Consiglio
Ue, Antonio Costa (“Penso che il mondo non abbia perso molto con queste tre
settimane, dopo 26 anni), si celerebbe un certo fastidio per il ruolo che Roma
ha avuto, facendo saltare il viaggio di von der Leyen e Costa in Brasile per la
firma dell’intesa. Tanto più che i protagonisti del “dialogo” hanno espresso
fino all’ultimo la loro volontà e la speranza di giungere a un accordo, anche
tirando fino a sabato. Così non è andata: si rimanda almeno di un paio di
settimane, al massimo fino a metà gennaio.
IL RUOLO DELL’ITALIA E LE REAZIONI DEGLI ALTRI LEADER EUROPEI
“Direi che in entrambe le questioni principali sta prevalendo il buon senso e
quindi sono soddisfatta dei risultati di questa lunga giornata”, ha dichiarato
Meloni dopo il Consiglio Ue, riferendosi anche all’intesa per il prestito da 90
miliardi all’Ucraina. E sull’accordo di libero scambio ha confermato che “si sta
lavorando per posticipare il summit, il che ci offre altre settimane per cercare
di dare le risposte richieste dai nostri agricoltori, le salvaguardie che sono
necessarie per i nostri prodotti”. Che l’Italia abbia avuto un ruolo cruciale,
lo raccontano i commenti politici, a iniziare da quello del presidente
brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva. “La mia sorpresa è stata scoprire che
l’Italia, insieme alla Francia, non voleva firmare l’accordo” ha ammesso. Poi la
telefonata con Meloni. “Non è contraria – ha detto – ma è sotto pressione dal
mondo agricolo e mi ha chiesto pazienza: una settimana, dieci giorni, al massimo
un mese”. In conferenza stampa, la spiegazione del cancelliere tedesco,
Friedrich Merz. “L’Italia ci ha chiesto di rinviare la firma”, ma la premier
“Giorgia Meloni ha affermato che, in coordinamento con la Commissione europea,
si assicureranno che al più tardi a metà gennaio questo appuntamento a Brasilia”
per la firma “possa aver luogo”. Merz dà per “certo” che il Mercosur entrerà in
vigore “una volta che il governo italiano avrà dato il suo consenso”, non
rinunciando “alla speranza che anche la Francia lo approvi. Ma se così non
fosse, abbiamo la maggioranza qualificata”. In questo momento storico Pedro
Sanchez può anche permettersi di fare buon viso a cattivo gioco: “Abbiamo
aspettato venticinque anni per firmare l’accordo commerciale con il Mercosur,
possiamo aspettare un mese in più”.
BRUXELLES DIFENDE IL TESTO, MA PER MACRON “DEVE CAMBIARE NATURA”
Il punto è capirsi su cosa si sta aspettando. Perché nella giornata di protesta,
mentre Emmanuel Macron ribadiva il suo ‘no’ all’intesa, la posizione della
Commissione Ue è stata quella di difesa nei confronti di un testo che ha già
previsto salvaguardie ed è stato pure approvato pochi giorni fa
dall’Europarlamento. Von der Leyen lo ha ribadito anche in un incontro con una
delegazione di agricoltori riuniti sotto la sigla del Copa-Cogeca, di cui fanno
parte Confagricoltura, Coldiretti e Cia. “Questo accordo è di cruciale
importanza per l’Europa, economicamente, diplomaticamente e geopoliticamente,
apre nuove opportunità commerciali ed economiche per tutti i nostri Stati membri
e, con controlli e garanzie aggiuntivi, abbiamo integrato tutte le protezioni
necessarie per i nostri agricoltori e per i nostri consumatori” ha detto,
ricordando che “in un anno dominato da notizie di aumento dei dazi e nuove
restrizioni commerciali, l’impatto positivo di questo patto è importante non
solo per le nostre due regioni, ma per l’economia globale”. Non ha nascosto la
delusione il presidente della commissione per il commercio internazionale del
Parlamento europeo, Bernd Lange: “Un’occasione mancata che porta a ulteriore
incertezza. Lo stallo continua. Avremmo potuto inviare un forte segnale – scrive
sui social – per una cooperazione basata su regole eque con partner affidabili”.
E, in effetti, al di là delle rassicurazioni sulla firma, le parole di Macron
non fanno ben sperare, anche se la Francia – in una partita che richiede solo la
maggioranza e non l’unanimità – potrebbe restare isolata (o quasi). Di fatto,
dopo il rinvio della firma, Macron ha chiesto persino di riaprire il dossier,
sostenendo che il testo debba “cambiare natura”, con l’introduzione di “solide
clausole di salvaguardia” per gli agricoltori, “che dovranno essere adottate dal
Parlamento europeo e accettate anche dai Paesi del Mercosur”. In particolare,
insiste sulla necessità di “clausole specchio” per garantire reciprocità nelle
regole sul fronte agricolo e ambientale. E, a domanda diretta sulla possibile
firma di Parigi, ha risposto: “È troppo presto per dirlo, non lo so. Lo spero,
perché significherebbe che avremo ottenuto dei progressi, alcuni dei quali
sarebbero storici”.
LA DESTRA ESALTA LA “LINEA ITALIANA”
In Italia, i partiti di maggioranza sottolineano il ruolo dell’Italia. Per la
senatrice di Fratelli d’Italia, Simona Petrucci, “grazie a Giorgia Meloni,
l’Italia torna a essere ascoltata e rispettata in Europa, capace di incidere
nelle decisioni e di orientare il dibattito su basi pragmatiche e non
ideologiche”. “Senza la fermezza e la lucidità di Giorgia Meloni, si è rischiato
di imboccare una strada sbagliata, gravida di conseguenze negative” ha
dichiarato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini,
co-presidente del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo. Anche per il
Ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti “la linea italiana ha fatto la
differenza, grazie alla leadership di Giorgia Meloni, che ha saputo coniugare
responsabilità europea e difesa degli interessi nazionali”. Ma Matteo Ricci,
europarlamentare del Pd, ricorda invece e che “l’Europa non può rinunciare al
Mercosur”. E tuona: “Questo rinvio deciso da von der Leyen è un grave danno per
l’economia europea”.
L'articolo Mercosur rinviato, l’Italia fa saltare i piani di Bruxelles. Il ruolo
della strana coppia Macron-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho ricevuto un messaggio da Mosca ora“, “aspettiamo di essere…” lontani dalle
telecamere. È lo scambio intercorso tra il presidente serbo Alexander Vucic e la
presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che ieri lo ha accolto
al Berlaymont insieme al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Nel
video, disponibile sui canali della Commissione europea, si vede il presidente
serbo riferire del messaggio russo in entrata e la leader dell’esecutivo Ue, in
imbarazzo, invitarlo ad aspettare un secondo momento, sottinteso quando saranno
lontani dalle telecamere, mentre tutti e tre posano davanti ai flash per le
fotografie di rito. “È stato un piacere incontrare Alexander Vucic per fare il
punto sui progressi della Serbia nel suo percorso verso l’Ue. Abbiamo discusso
dell’importanza di accelerare le riforme, in particolare nei settori dello Stato
di diritto e della libertà dei media. Abbiamo sottolineato che l’allargamento è
un imperativo geostrategico e la necessità per la Serbia di allinearsi
ulteriormente alla politica estera e di sicurezza dell’Ue”, scrive poi la sera
sui social.
L'articolo “Ho appena ricevuto un messaggio da Mosca”, il fuorionda del
presidente serbo che imbarazza von der Leyen – Video proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Via libera degli eurodeputati in commissione LIBE (Giustizia, Libertà Civili e
Affari Interni) alla bozza sulla prima lista Ue dei Paesi di origine sicuri. Via
libera anche al mandato negoziale sull’applicazione delle norme relative ai
Paesi terzi sicuri. I due testi allegati al Patto su migrazione e asilo sono
passati grazie ad una maggioranza tra il Ppe e le destre, sterzando nuovamente
dalla “maggioranza Ursula”, la sempre più fragile base parlamentare che sostiene
la Commissione europea della presidente tedesca von der Leyen. In minoranza sono
rimasti i Socialisti, che hanno votato contro.
“Oggi abbiamo approvato in Commissione LIBE il dossier sulla lista Ue dei Paesi
di origine sicura, di cui sono relatore, confermando il lavoro che abbiamo
svolto nelle ultime settimane e segnando il primo passo concreto del percorso
parlamentare su un file di grande rilevanza politica”. Lo dichiara Alessandro
Ciriani, eurodeputato di FdI-Ecr relatore della Modifica del regolamento Ue
2024/1348 per l’istituzione di un elenco di paesi di origine sicuri a livello
dell’Unione. Ancora, sul dato politico: “Il voto odierno in LIBE certifica che
il Parlamento è pronto a mettere in campo una posizione organica e responsabile.
Confido che in plenaria si procederà con lo stesso senso di responsabilità,
affinchè l’Europa possa dotarsi di un impianto normativo solido e credibile
nella gestione dei flussi migratori”.
“Grazie al sì di popolari ed estrema destra son passati dei testi che fanno a
pezzi il sistema d’asilo in Europa. Stiamo validando la possibilità di spedire
le persone in Paesi Terzi con cui non hanno alcun legame”, dichiara Cecilia
Strada, eurodeputata Pd e relatrice ombra di entrambi i dossier, confermando
quanto raccontato al Fatto alla vigilia del voto. “Tutto ciò è sbagliato e
insostenibile, come lo è ritenere sicuri Paesi di origine tipo la Tunisia, dove
la situazione dei diritti umani è drammatica come dimostra l’ok del Parlamento,
la settimana scorsa, a una risoluzione d’urgenza, passata anche coi voti dei
popolari. La Lega ha provato a inserire ulteriori Paesi di origine sicuri alla
lista, cosa che siamo riusciti a impedire. Siamo davanti a un gioco
profondamente cinico e incoerente, che si consuma sulla pelle dei più
vulnerabili e in nome di un’urgenza che non è tale: stando ai più aggiornati
dati Frontex e Eurostat, i flussi degli arrivi e le richieste di protezione
continuano a diminuire. Stiamo solo facendo un regalo ai governi che con le loro
cosiddette ‘soluzioni innovative’ erodono i diritti fondamentali”.
L'articolo Ue, sui migranti il Ppe vota con l’ultradestra. Strada: “Totalmente
allineati, sui Paesi sicuri norme tremende” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Altro che sanare il Protocollo Italia-Albania: la proposta della Commissione Ue
– sostenuta da popolari ed estrema destra – ha ben altri piani. Cambiando la
definizione di “Paese terzo sicuro”, punta a rendere inammissibili le domande
d’asilo e a trasferire i richiedenti, mettendo a rischio i diritti fondamentali
e la stessa convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Una deriva
“palesemente illegittima”, secondo l’esperto di migrazioni internazionali
Gianfranco Schiavone, che mira a liberare l’Unione dai suoi obblighi giuridici
violando le norme sul funzionamento dell’Ue, e destinata quindi a un inevitabile
scontro nelle aule di tribunale e fino alla Corte di giustizia.
L’esperimento italiano in Albania ha già mostrato i suoi limiti ai partner
europei. Con la giurisdizione italiana resta in vigore il diritto Ue, ma il
patto con Tirana non consente di garantire le tutele che, almeno sulla carta, si
possono rivendicare in Italia. Nemmeno l’atteso Patto europeo sull’asilo,
operativo da giugno, supera l’ostacolo. Per questo la proposta della Commissione
guidata da Ursula von der Leyen vuole affidare i richiedenti direttamente a
Paesi terzi. Basterà che, nel viaggio verso l’Europa, siano passati da un Paese
considerato sicuro per dichiarare inammissibili le loro domande di asilo e
trasferirli altrove, anche senza un reale legame con quello Stato. E se il
transito non è dimostrabile, basterà un accordo – anche informale – con un Paese
terzo. Al voto mercoledì 3 dicembre in Commissione Libertà civili, Giustizia e
Affari interni (LIBE), la proposta ha i voti del Partito popolare europeo, dei
conservatori di ECR, ma anche dei Patrioti e dei sovranisti dell’ESN. Difficile
che le cose cambino in plenaria a Strasburgo.
Lo scontro, prevedibilmente, si sposterà nei tribunali. Ma su quali basi? La
convenzione del 1951 prevede la possibilità di collaborazione tra Stati quando
si tratta di alleggerire un Paese da un onere che non può ragionevolmente
sostenere in modo adeguato. Ma se lo scopo è liberarsi degli obblighi di
protezione, si tratta di esternalizzazione ed è illecito. Col 73% dei rifugiati
in Paesi a medio o basso reddito, il Commissario per i diritti umani del
Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ricorda che gli Stati europei sono
spesso tra i Paesi col più alto Pil pro capite, hanno sistemi di asilo più
solidi e un numero relativamente basso di rifugiati e richiedenti: “Difficile
capire come il trasferimento dagli Stati europei in altri Paesi – soprattutto se
questi non hanno le capacità di accoglienza e i mezzi di protezione necessari –
non equivalga a un trasferimento di responsabilità”.
Certo, i Paesi terzi riceveranno ingenti finanziamenti. Ma pagare non basta,
come ha dimostrato la Corte Suprema britannica bocciando il memorandum tra Regno
Unito e Ruanda. “Anche con investimenti pesanti nel sistema di asilo del Paese
terzo, si tratterebbe di un’impresa complessa che richiederebbe molto tempo per
produrre risultati sufficienti”, avverte il Commissario O’Flaherty. Anche
l’Unhcr, l’Agenzia Onu custode della convenzione di Ginevra, ammette che, in
condizioni specifiche, un trasferimento può essere legale, ma ribadisce che
servono garanzie concrete e standard elevati. Senza tali garanzie – ha sempre
precisato – “l’Unhcr rimane fermamente contrario agli accordi che mirano a
trasferire rifugiati e richiedenti asilo”. Peggio ancora se si tratta di accordi
informali: “Gli accordi di trasferimento dovrebbero essere accessibili al
pubblico e incorporati nell’ordinamento giuridico degli Stati partecipanti”, ha
scritto l’Unhcr ad agosto nella guida ‘Accordi internazionali per il
trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo’.
Quanto a garanzie, il nuovo regolamento Ue sembra adottare una nozione piuttosto
debole di “protezione effettiva“, considerandola valida anche in Stati che non
hanno ratificato la convenzione o che non garantiscono uno status giuridico di
protezione e l’accesso ai diritti, “ma solo la possibilità di essere
temporaneamente tollerati”, spiega Schiavone. “Senza la garanzia di uno status
giuridico le persone rischiano di finire in un limbo senza limiti di tempo”.
Pericolo tanto più concreto se gli accordi non sono giuridicamente vincolanti e
le persone vengono trasferite in Paesi coi quali non hanno alcun legame. Nel
commentare la proposta della Commissione, l’Unhcr ha chiesto accordi vincolanti,
procedure rigorose, tutele legali come la sospensione automatica del
trasferimento in caso di ricorso giuridico e protezioni specifiche per i
soggetti vulnerabili, tutte condizioni oggi assenti. Ma le destre non hanno
sentito ragioni e il testo è rimasto praticamente invariato.
Inascoltata in Parlamento, che ruolo potrà avere l’Agenzia quando si tratterà di
controllare? Se Donald Trump le ha tagliato i fondi, l’Ue finanzia l’Unhcr solo
per progetti coerenti con le proprie politiche migratorie, per lo più in Nord
Africa. E mentre la capacità dell’Agenzia di vigilare si riduce, i governi la
usano spesso come una foglia di fico. Così non resta che il controllo
giurisdizionale. Senza modifiche, avverte Schiavone, “le nuove norme non
potranno non essere impugnate davanti ai tribunali nazionali”. I possibili
rilievi vanno dalla violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che
garantisce, tra gli altri, il diritto d’asilo “nel rispetto delle norme
stabilite dalla convenzione di Ginevra”, al contrasto col Trattato sul
funzionamento dell’Unione, che impone piena conformità alla convenzione.
Toccherà ai giudici, ancora una volta, decidere se fermare i trasferimenti e
rinviare tutto alla Corte di giustizia europea.
L'articolo Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza”
immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La maggioranza Giorgia batte di nuovo la maggioranza Ursula. Il Parlamento
europeo, poco prima delle 13 del 26 novembre, ha respinto le tre obiezioni di
The Left, Socialisti e Verdi al regolamento che modifica la definizione di armi
vietate. Nel testo presentato da Palazzo Berlaymont nell’ambito del Libro Bianco
sulla difesa europea Readiness 2030, si è deciso di sostituire il
termine “armi controverse” con il termine “armi vietate”. Non un cambiamento da
poco, secondo i partiti progressisti dell’emiciclo, dato che, spiegano, questo
“limita l’ambito di applicazione dei tipi di armi esclusi a sole quattro
categorie, nello specifico le mine antipersona, le munizioni a grappolo, le armi
biologiche e le armi chimiche”, nonostante queste siano “vietate dalle
convenzioni internazionali sulle armi di cui la maggior parte degli Stati membri
è parte e sono elencate nel pertinente allegato”. Un problema che, però, non
sembra sussistere per il Partito Popolare Europeo che cerca, e trova, di nuovo
la sponda dell’estrema destra per respingere le tre risoluzioni e mantenere
invariata la proposta della Commissione von der Leyen.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Riarmo Ue, ok alla proposta della Commissione di non escludere le
“armi controverse”: Ppe vota con l’estrema destra proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Unione europea è ancora in cerca dei fondi necessari a fornire sostegno
economico all’Ucraina per i prossimi anni. Ma sul tavolo della Commissione, come
hanno spiegato i portavoce di Palazzo Berlaymont nel corso del consueto midday
briefing con la stampa, ci sono tre opzioni: prestiti erogati dagli Stati
membri, prestiti congiunti a livello Ue o l’utilizzo dei beni russi congelati
con una formula, però, non ancora precisata.
I portavoce Paula Pinho e Balasz Ujvari non hanno comunque chiarito, nel loro
intervento, se la Commissione guidata da Ursula von der Leyen abbia intenzione
di presentare la proposta prima o dopo il Consiglio europeo di dicembre. La
presidente ha inviato una lettera ai capi di Stato e di governo dei 27 Paesi
membri nella quale ha però presentato le tre opzioni al vaglio dei tecnici: “La
prima, un sostegno basato su prestiti che verrebbero erogati dagli Stati membri.
La seconda opzione si baserebbe su prestiti congiunti a livello Ue, mentre la
terza opzione sarebbe una soluzione basata sui beni russi immobilizzati
all’interno della giurisdizione dell’Ue”.
La lettera, ricorda Ujvari, arriva dopo “molti mesi di duro lavoro su questo
argomento. Siamo pronti a continuare a interagire con gli Stati membri. Ci sono
quattro principi che sono alla base delle tre opzioni che abbiamo identificato.
Prima di tutto, il sostegno deve essere disponibile rapidamente, cosa molto
importante. In secondo luogo, la sostenibilità del debito dell’Ucraina deve
essere salvaguardata”. In terzo luogo, prosegue, “il finanziamento deve
mantenere la flessibilità richiesta in condizioni incerte e, in quarto luogo,
l’approccio deve essere basato su una giusta condivisione degli oneri con i
partner internazionali”.
Sulle tempistiche, però, i portavoce hanno spiegato che non c’è al momento “una
risposta a questa domanda, vi diremo di più una volta che ci arriveremo”. Prima
di presentare ai capi di Stato e di governo le tre opzioni, la Commissione ha
consultato anche la Bce.
L'articolo La Commissione Ue presenterà tre opzioni agli Stati membri per
finanziare l’Ucraina: ecco quali sono proviene da Il Fatto Quotidiano.