La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, boccia la
strategia energetica che ha contribuito a disegnare per l’Unione europea. Lo fa
non solo, come accaduto in passato e sta accadendo ancora, cambiando le
politiche che presentava all’inizio del suo primo mandato ma, forse per la prima
volta, con un giudizio severo su ciò che finora è stato fatto. “Nel 1990 un
terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, oggi è solo il 15%” ha
ricordato nel suo intervento al secondo vertice mondiale sull’energia nucleare
in corso a Parigi. E ha aggiunto: “La riduzione della quota (di energia da
atomo) è stata una scelta, ma credo che sia stato un errore strategico da parte
dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a
basse emissioni”. Von der Leyen parla di una rinascita globale, negli ultimi
anni, dell’energia nucleare. “L’Europa vuole farne parte. Dopo anni di
investimenti in calo – dice – abbiamo bisogno di più per invertire la rotta.
Ecco perché oggi presentiamo una nuova strategia europea per i piccoli reattori
modulari. Il nostro obiettivo è semplice. Vogliamo che questa nuova tecnologia
sia operativa in Europa entro l’inizio degli anni ’30, in modo che possa
svolgere un ruolo chiave accanto ai reattori nucleari tradizionali, in un
sistema energetico flessibile, sicuro ed efficiente”. Una spinta importante,
come sempre, arriva dall’appello del presidente francese, Emmanuel Macron, ad
“ogni attore pubblico e privato affinché facciano la loro parte per continuare a
mobilitare gli investimenti in favore del nucleare civile”.
SALVINI: “LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA È USCITA DALLE NEBBIE”
E in Italia c’era chi non aspettava altro. “Questa crisi (in Medio Oriente, ndr)
ci consegna il dovere di accelerare su un dossier di cui si parla ciclicamente,
ed è quello dell’energia nucleare” ha detto il vicepremier e segretario della
Lega Matteo Salvini a Verona, in apertura della fiera LetExpo. E ha rimarcato:
“Oggi c’è in corso il forum sul nucleare a Parigi, conto che il mio collega
ministro all’Ambiente (Gilberto Pichetto Fratin, ndr) firmi, a nome del governo
italiano, l’adesione ai protocolli per la ripartenza del nucleare”. Poi, sulle
parole di Ursula von der Leyen: “Leggevo una dichiarazione, è uscita dalle
nebbie anche la presidente della Commissione europea che ha detto che non
possiamo fare a meno del nucleare e che i piccoli reattori modulari devono far
parte del mix energetico dell’Unione europea anche per motivi di sicurezza,
perché l’autonomia energetica significa sicurezza nazionale di un Paese”.
LA TASSONOMIA CHE SDOGANÒ IL NUCLEARE
Non è la prima volta che von der Leyen sostiene che l’Ue abbia bisogno anche del
nucleare. Lo aveva fatto anche nel 2021, tanto per fare un esempio, per
giustificare la proposta della tassonomia. Quella storia è finita l’anno dopo,
con il voto in plenaria dell’Europarlamento e l’entrata a pieno titolo di gas e
nucleare nella tassonomia verde, ossia la lista delle attività economiche
sostenibili dal punto di vista ambientale. Senza stare troppo a sindacare
sull’enorme differenza tra fusione nucleare e fissione nucleare. Dimenticando
che le emissioni non vengono prodotte solo nei processi di fissione, ma anche
nelle varie fasi per arrivare a quel punto, come il trasporto dei materiali
radioattivi, tanto per citarne una. E, soprattutto, sorvolando sul fatto che
anche l’eliminazione totale del problema delle emissioni non è di per sé una
garanzia per la tutela ambientale (Leggi l’approfondimento sul problema delle
scorie).
LA POSIZIONE ATTUALE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Nei quattro anni che separano i giorni attuali da quel voto è accaduto di tutto.
“Nucleare ed energie rinnovabili hanno un ruolo chiave da svolgere nella
transizione. Possono ora diventare i garanti in solido dell’indipendenza, della
sicurezza dell’approvvigionamento e della competitività, se le indirizziamo
correttamente” ha dichiarato la leader tedesca. “Non si tratta di scegliere
l’una rispetto all’altra: raggiungono il loro pieno potenziale solo insieme” ha
detto, rivendicando che l’Europa “è stata pioniera nella tecnologia nucleare e
potrebbe tornare a essere leader mondiale in questo settore”. E ha aggiunto: “Le
energie rinnovabili producono gli elettroni più economici, ma sono volatili
perché dipendono dal sole e dal vento, e a volte i siti migliori sono lontani
dai centri di domanda industriale. Ecco perché dobbiamo anche investire
nell’accumulo e nella flessibilità della domanda, e sviluppare le nostre reti”.
L’energia nucleare, invece, sempre secondo la presidente della Commissione Ue
“poiché è in grado di fornire elettricità tutto l’anno, 24 ore su 24 (altrimenti
neppure sarebbe conveniente, ndr) è una fonte energetica affidabile. Il sistema
più efficiente combina quindi l’energia nucleare e le energie rinnovabili e si
basa sull’accumulo, sulla flessibilità e sulle reti”.
IL MINISTRO DELL’AMBIENTE, PICHETTO FRATIN: “L’ITALIA È IMPEGNATA PER TRIPLICARE
LA CAPACITÀ NUCLEARE GLOBALE”
Anche il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel suo intervento al
vertice di Parigi, dà rassicurazione, ricordando che l’Italia ha deciso di
aderire all’impegno di triplicare la capacità nucleare globale al 2050.
L’impegno era stato sottoscritto nel 2023 alla Cop28 di Dubai da oltre venti
Paesi, tra cui Francia e Stati Uniti. Il ministro ha rivendicato che il Paese
“sta costruendo una strategia nucleare responsabile, moderna e trasparente“,
attraverso uno “scenario nucleare nel piano nazionale integrato per l’Energia e
il Clima” e la previsione di sviluppare entro il “2050 una capacità installata
tra 8 e 16 GW, con una copertura potenziale della domanda elettrica compresa tra
l’11% e il 22%“.
L'articolo Von der Leyen boccia la politica energetica Ue: “Sul ‘No’ al nucleare
commesso un errore strategico”. Salvini: “È uscita dalle nebbie” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Ursula Von Der Leyen
Gli interessi strategici dell’Europa vengano prima del rispetto delle regole
internazionali. Ursula von der Leyen parla come Donald Trump e apre un’altra
spaccatura nella già instabile maggioranza centrista al Parlamento europeo. Una
maggioranza che da diversi mesi mostra uno spostamento sempre più a destra, come
voluto da un’ampia fetta del Partito Popolare Europeo, tanto da essere stata
ribattezzata ‘maggioranza Giorgia‘. E anche questa volta le dichiarazioni della
presidente della Commissione provocano la reazione non solo della famiglia
socialista, ma anche dei vertici di altre istituzioni Ue e membri della stessa
Commissione, come il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la
commissaria per la Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera.
Le ultime uscite dell’ex ministra tedesca sul conflitto in Iran le avevano già
attirato critiche, come successo sia per l’Ucraina che per Gaza. Non spetta a
lei, hanno ribadito i critici, dettare la linea dell’Ue in politica estera che
rimane invece di competenza dell’Alto rappresentante Kaja Kallas e del Consiglio
Ue. Non a caso, è proprio Costa a prendere una posizione diversa dalla capa del
Berlaymont: “Dobbiamo difendere l’ordine internazionale basato sulle regole.
Dobbiamo sostenere i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, come
delineato nei nostri Trattati. Le violazioni del diritto internazionale non
devono essere accettate, che si tratti di Ucraina, Groenlandia, America Latina,
Africa, Gaza o Medio Oriente. Le violazioni dei diritti umani non devono essere
tollerate, che si tratti di Iran, Sudan o Afghanistan“, ha dichiarato l’ex primo
ministro portoghese. Una risposta chiara alle parole di von der Leyen che,
parlando agli ambasciatori dell’Ue lunedì, aveva detto che l’Europa “non può più
essere la custode del vecchio ordine mondiale” e ha bisogno di “una politica
estera più realistica e orientata agli interessi“: “Dobbiamo riflettere
urgentemente se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo
decisionale, tutti concepiti in un mondo postbellico di stabilità e
multilateralismo, abbiano tenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci
circonda. Se il sistema che abbiamo costruito, con tutti i suoi tentativi,
benintenzionati, di consenso e compromesso, sia più un aiuto o un ostacolo alla
nostra credibilità come attore geopolitico”.
La presidente della Commissione, però, deve fare i conti col fatto che non tutti
all’interno del suo team considerano credibile un cambio di postura a livello
internazionale che vada addirittura contro ai principi impressi nei Trattati
dell’Unione europea. Lei stessa aveva salutato i raid israeliani e americani
contro la Repubblica islamica come “una rinnovata speranza per il popolo
oppresso dell’Iran e sosteniamo fermamente il suo diritto a determinare il
proprio futuro”. Ma per Costa non è questo l’approccio che deve avere l’Ue:
“L’Ue è al fianco del popolo iraniano. Sosteniamo il suo diritto a vivere in
pace e a determinare il proprio futuro – ha continuato – Ma la libertà e i
diritti umani non possono essere conquistati con le bombe. Solo il diritto
internazionale li tutela. Proteggere i civili, garantire la sicurezza nucleare e
rispettare il diritto internazionale è fondamentale. Dobbiamo evitare
un’ulteriore escalation. Un percorso del genere minaccia il Medio Oriente,
l’Europa e oltre. Le conseguenze sono gravi, anche in ambito economico”. Ed è
proprio quel sistema unilaterale, nato dopo la fine dell’Unione Sovietica e che
gli Stati Uniti stanno cercando di difendere a ogni costo, che deve essere
combattuto: “Questo mondo multipolare richiede soluzioni multilaterali. Non
sfere di influenza, dove la politica di potenza sostituisce il diritto
internazionale. La guerra è motivo di estrema preoccupazione. L’Iran è
responsabile delle cause profonde di questa situazione. Ma l’unilateralismo non
potrà mai essere la strada giusta”. E conclude: in Medio Oriente “finora c’è un
solo vincitore, la Russia. Continua a minare la posizione dell’Ucraina
offuscando il diritto internazionale. Ottiene nuove risorse per finanziare la
sua guerra contro l’Ucraina con l’aumento dei prezzi dell’energia. Trae profitto
dalla deviazione di capacità militari che altrimenti avrebbero potuto essere
inviate a sostegno dell’Ucraina. E beneficia della ridotta attenzione al fronte
ucraino, mentre il conflitto in Medio Oriente diventa centrale”.
Critiche sono arrivate anche dalla vicepresidente della Commissione per la
Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera. Le dichiarazioni
sull’ordine mondiale, ha detto, sono state “una riflessione ad alta voce con cui
si può essere d’accordo o meno”, chiarendo di avere una posizione diversa. “È
importante ricordare che il rispetto del diritto internazionale è una premessa
fondamentale, non solo dal punto di vista morale o di costruzione della pace, ma
anche dall’ottica della sicurezza dello spazio europeo – ha dichiarato Ribera ai
media – Credo sia molto pericoloso entrare in un dibattito in cui sembra essere
messo in discussione il diritto internazionale o la necessità di lavorare al
margine del diritto internazionale. Non credo fosse questa la sua intenzione, ma
non mi sembra appropriato il modo in cui si è espressa”. Ribera prova quindi a
fornire una soluzione alternativa al confronto con le altre potenze mondiali
senza venire meno ai principi stabiliti dai Trattati Ue: “Noi come europei
abbiamo un dovere speciale, una speciale responsabilità nella difesa dell’ordine
internazionale. E naturalmente ci sono bulli, ma non si fa fronte ai bulli
infrangendo le regole e accettando l’abuso. Al contrario, li si affronta
cercando una coalizione. È fondamentale che oggi l’Europa difenda con fermezza
il valore del diritto internazionale, che chiuda le fila con il segretario
generale delle Nazioni Unite, che cerchi la formula per portare il dibattito
dove corrisponde, che è se questa guerra è legale o è illegale, se l’uso della
forza sia legittimato o meno e in che modo si possa arrivare a una de-escalation
e tornare a una situazione in cui i conflitti si risolvono in maniera pacifica”.
L'articolo La guerra in Iran spacca anche i vertici dell’Ue. Von der Leyen
giustifica i raid di Usa e Israele. Costa le risponde: “La libertà non si
conquista con le bombe” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Stefano Briganti
Nel discorso sullo stato dell’Unione europea del 2025, Ursula Von der Leyen
affermò che è finito il tempo della pace. La baronessa si riferiva alla pace per
l’Europa, ma a distanza di pochi mesi la fine della pace si è estesa dai confini
degli stati baltici a ovest fino a quelli indiani a est e a sud fino all’Africa
subsahariana.
Nel giro di quattro anni si è coniato un nuovo significato della parola “pace”:
la pace attraverso la forza delle armi o, se si preferisce, la pace attraverso
la guerra di cui le armi sono lo strumento. Abbiamo iniziato a vivere il
paradosso dello slogan della politica del Grande Fratello del romanzo di Orwell
1984: La guerra è pace. È sicuramente indicativo dei tempi il fatto che da
settembre 2025 lo Us Department of Defense ha cambiato nome e ora è Us
Department of War. Il Ministero della Guerra esiste solo negli Stati Uniti ed è
emblematica la dichiarazione, rivolta all’esercito, del suo capo Pete Hegseth
riguardo l’aggressione americana all’Iran: “[la guerra]…alle nostre condizioni.
Nessuna stupida regola d’ingaggio, nessuna palude di costruzione di nazioni,
nessun esercizio di costruzione della democrazia, nessuna guerra politicamente
corretta. Combattiamo per vincere e non sprechiamo tempo o vite [americane]. (i
morti iraniani non sono nel conto delle vite sprecate, nda). Rimani concentrato.
Il nostro comandante in capo è saldo al volante. Affrontiamo un nemico
determinato, ma tu sei migliore. Ma dobbiamo dimostrarlo ogni singolo giorno.
Alla storia non importa se siamo stanchi, se abbiamo paura o se la lotta sembra
grande. Richiede guerrieri che si elevano comunque. Pace attraverso la forza.
L’ethos del guerriero. Letalità…” (Washington, 2 marzo 2026).
Discorsi esaltati di questo genere si potevano sentire urlati a Berlino nel 1940
ma ora, dopo quasi un secolo, li si deve sentire di nuovo ed è come una sorta di
nemesi che a farli sia il paese che quasi un secolo fa decise di combattere
l’esaltazione guerriera del nazionalsocialismo. E’ sconvolgente che di fronte a
tale violenza dialettica, di impegni e di azione, l’Europa non solo rimanga muta
ma l’approvi.
C’è il potere alla base di ogni guerra, la brama del dominio. La voglia di poter
dominare è un peccato originale dell’essere umano. Fu con la promessa di un
potere immenso che il maligno tentò persino l’uomo Gesù. “Tutti questi regni io
ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Quell’uomo non si prostrò, ma migliaia
dopo di lui lo fecero genuflettendosi al demonio pur di soddisfare la propria
brama di potere. Gli orrori di decine di guerre, i milioni di esseri umani
uccisi non hanno insegnato niente e ogni volta è stato permesso ad un Cavaliere
Rosso di sconvolgere il mondo: “Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A
colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché gli
uomini si uccidessero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada”
(Apocalisse). È togliere la pace con la spada, non darla.
Quale sarà il sentimento di un padre a cui con la guerra hanno trucidato i figli
senza motivo? Quale quello di una madre che ha visto tornare a casa solo alcuni
pezzi del proprio figlio? Quello di un fratello che ha visto bruciare viva sua
sorella in un campo profughi bombardato? Sarà odio, un odio comprensibile,
inestinguibile e feroce. No. Non potrà mai esserci pace con armi che possono
uccidere e generare odio. Lo sa bene la baronessa Von der Leyen: non ci sarà per
noi pace per molti decenni a venire. In Europa i servi sciocchi di Washington
hanno accettato con entusiasmo il ruolo nello spettacolo geopolitico che il
Principe oltreoceano ha detto loro di giocare. Pagare il signore per armarsi
fino ai denti, gridando ai propri popoli “la forza delle armi e di nuovi
eserciti garantirà la pace in Europa da est fino alla sponde dell’Atlantico!”.
La forza delle armi di chi garantirà una “pace” in Medio Oriente?
Nessuna arma potrà mai avere la forza di dare pace a chi ha perduto figli,
madri, padri, patria nella guerra.
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L'articolo Ora l’Ue non solo resta muta con gli Usa, ma ne approva l’approccio:
nessun’arma però potrà mai dare pace proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non sarà creato un nuovo fondo per garantire l’accesso all’aborto in tutta
l’Unione europea, ma gli Stati potranno attingere da quelli già esistenti. In
particolare, potranno far riferimento al Fondo Sociale Europeo per “migliorare
la parità di accesso ai servizi sanitari, compresi i servizi per l’interruzione
di gravidanza”. È questa la risposta della commissione Ue alla petizione di My
Voice My Choice che ha raccolto oltre un milione di firme per chiedere un
meccanismo che tutelasse la possibilità di abortire per tutte le donne. Non un
recepimento della richiesta dei cittadinia, ma una prima apertura, arrivata
grazie a una mobilitazione dal basso senza precedenti di attiviste e attivisti:
“Il Parlamento europeo ci ha dato il massimo supporto possibile”, ha detto la
coordinatrice Nika Kovac ricordando il voto di dicembre scorso. “La commissione
europea lo ha rispettato. Siamo però delusi dal fatto che non abbiano stanziato
fondi aggiuntivi. Passerà attraverso il programma di finanziamento esistente, il
che va bene, ma siamo tristi perché non ci sono fondi aggiuntivi”.
E se ora molto dipenderà anche dalle reazioni dei singoli governi, c’è chi ha
già iniziato a farsi sentire: i primi ministri di Spagna, Slovenia, Svezia,
Danimarca ed Estonia hanno esortato la presidente Ursula von der Leyen, a dare
seguito concreto all’iniziativa e mostrare come potrebbe essere implementata
nella pratica. Realizzare le intenzioni sarà la prossima sfida “Oggi”, ha chiuso
Kovac, “festeggeremo, domani inizieremo a lavorare di più perché ciò che abbiamo
capito dall’incontro di oggi è che l’istituzione stessa non si prenderà cura
della situazione e che il movimento è necessario”. Per il comitato è comunque
“una risposta storica” perché “è la prima volta che l’Unione europea e la
commissione consentono ai Paesi di utilizzare fondi Ue per gli aborti a favore
di persone che non possono accedere all’aborto nei propri Paesi. Abbiamo sempre
sostenuto un meccanismo di adesione volontaria, in cui i Paesi potessero
scegliere liberamente di partecipare. Siamo molto fiduciosi che diversi di loro
utilizzeranno questi fondi per aiutare le donne. Abbiamo undici governi che ci
sostengono e contiamo sul loro supporto”.
LE PRESSIONI E LA DECISIONE DELLA COMMISSIONE UE
Nelle scorse ore, in attesa che la commissione Ue si esprimesse, erano iniziate
a circolare voci sul fatto che l’intenzione fosse quella di non dare seguito
alla petizione. Per questo gli attivisti avevano deciso di lanciare una nuova
raccolta firme per “far cambiare idea” ai commissari. Oggi è arrivata la
decisione. Dopo aver analizzato “attentamente” l’iniziativa e tenendo conto
delle “limitazioni” imposte dai Trattati Ue alla competenza dell’Unione nella
salute pubblica, la commissione ha dichiarato che “gli Stati membri possono fare
affidamento sugli strumenti Ue esistenti per migliorare la parità di accesso a
servizi sanitari legalmente disponibili e a prezzi accessibili, compresi i
servizi per l’aborto sicuro”. E in particolare al Fondo Sociale Europeo (Fse+).
Visto che il sostegno dell’Ue “può già essere fornito in tempi relativamente
rapidi, dagli Stati membri disposti a farlo nell’ambito degli strumenti
esistenti, non è necessario proporre un nuovo strumento giuridico“, hanno
concluso. Quindi il sostegno Ue può essere fornito attraverso il programma Fse+,
nel caso in cui gli Stati membri desiderino, volontariamente e secondo le
rispettive legislazioni nazionali, fornire questo sostegno.
Secondo la commissaria Hadja Lahbib, “questa iniziativa salverà delle vite. Ciò
è stato possibile solo grazie a My Voice My Choice. Avete dimostrato che la
partecipazione dei cittadini e delle cittadine funziona e che la democrazia può
dare risultati concreti”.
LA MOBILITAZIONE IN ITALIA: “SMENTITA LA LINEA DEL GOVERNO MELONI”
Solo nel nostro Paese sono state raccolte oltre 160mila firme, quasi come in
Francia e Germania. “Questa decisione”, ha commentato Federica Vinci,
co-coordinatrice di My Voice My Choice in Italia, “arriva mentre il governo
Meloni dichiara di non voler toccare la 194, ma nei fatti la svuota” o “blocca
il congedo parentale paritario”. Ed “è quindi soprattutto una smentita politica
della linea del governo italiano”. Per l’altra co-cordinatrice Alice Spaccini,
la decisione è importante perché “concretamente, le donne che vivono in Paesi
dove l’aborto è proibito o ostacolato avranno la possibilità di essere aiutate
sul piano economico: il fondo infatti garantirà una copertura della prestazione
sanitaria, includendo anche le spese di viaggio e di soggiorno per le donne che
dovranno andare all’estero”. Ma non solo. “Sul piano politico, si afferma un
principio fondamentale: il riconoscimento a livello europeo del diritto ad
accedere all’aborto in condizioni di sicurezza e legalità”. Infine, ha chiuso il
terzo co-cordinatore Matteo Cadeddu, “la mobilitazione non finisce qui. Forti
del supporto di oltre 40 collettivi e associazioni della società civile –
l’Italia è stato il paese con il maggior numero di organizzazioni aderenti – ci
daremo da fare perché quanto promesso dalla Commissione venga attuato per tutte
le persone in Europa”.
“I SOLDI PER LE ARMI INVECE CI SONO SEMPRE”
Tra chi si è esposto nell’europarlamento sul tema c’è il gruppo The Left. Che,
tramite la co-presidente Manon Aubry ha riconosciuto il “primo passo”, ma ha
anche osservato che “il diavolo si nasconde nei dettagli”. “Piuttosto che creare
un nuovo fondo dedicato all’aborto, la Commissione europea dà la possibilità di
utilizzare un fondo sociale esistente, già in calo. È lontano dalla richiesta
portata da My Voice, My Choice”. Per la 5 stelle Carolina Morace è “un
compromesso al ribasso”: “I fondi per le armi ci sono sempre, quelli per
assicurare a ogni donna europea il diritto a un aborto sicuro e legale invece
no”. Mentre per la dem Annalisa Corrado è comunque “un segnale politico” mentre
“in molti Paesi i diritti delle donne vengono ostacolati o addirittura negati”.
Per +Europa l’errore è stato quello di “non dare voce a oltre un milione di
cittadini che si sono uniti per chiedere alle istituzioni Ue di affrontare un
tema che, evidentemente, è avvertito come prioritario”.
L'articolo Meccanismo per l’accesso all’aborto, la commissione Ue risponde alla
petizione: “Si può fare con i fondi esistenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il vertice Ue informale sulla competitività andato in scena nel castello di
Alden Biesen, in Belgio, ha visto gli Stati membri ancora spaccati: da un lato
il nuovo asse Roma-Berlino, dall’altro le proposte del presidente francese
Emmanuel Macron. Finito l’incontro, però, il presidente del Consiglio europeo
Antonio Costa ha annunciato che si è trovato “consenso unanime” sulla necessità
di “spingere sull’agenda della semplificazione” e “sull’arrivare a risultati
concreti in marzo” quando si terrà un Consiglio europeo. I leader hanno anche
“accettato la sfida di Enrico Letta” sul mercato unico e concordato
“sull’importanza di procedere rapidamente quest’anno con il 28esimo regime per
le imprese, per garantire che le nostre possano operare senza problemi nei
nostri 27 Stati membri con un insieme semplice e unico di regole aziendali”. E
“ho sentito un consenso sul fatto che in alcuni settori, come le
telecomunicazioni, dovremmo consentire un certo grado di consolidamento
aziendale, per raggiungere i livelli necessari di investimenti e innovazione”.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato proprio per
il Consiglio la presentazione della roadmap One Europe, One Market al prossimo
Consiglio europeo del 19-20 marzo. In mattinata i leader hanno ascoltato l’ex
governatore della Bce Mario Draghi, autore di un rapporto sulla competitività
commissionato dalla presidenza della Commissione, che ha riproposto analisi e
ricette già note e chiesto uno sforzo politico perché il declino economico
dell’Unione procede più rapidamente di quanto si immagini.
I PUNTI CONDIVISI
Costa ha condiviso il “consenso unanime” emerso durante il vertice sulla
necessità di spingere sull’agenda della semplificazione. “C’è un senso di
urgenza”, ha spiegato, aggiungendo che l’obiettivo è di arrivare a “risultati
concreti in marzo”. Ha poi messo l’accento sull’importanza degli investimenti:
“Non può esserci più competitività senza maggiori investimenti”. Il presidente
del Consiglio europeo ha accolto con favore il sostegno unanime a “accelerare
l’Unione dei risparmi e degli investimenti”, sottolineando che anche gli
investimenti pubblici giocheranno un ruolo fondamentale. In questo contesto, ha
proposto di aprire un confronto su una gamma di “strumenti da attivare nel
bilancio comune”.
Per quanto riguarda i prezzi dell’elettricità, “la transizione energetica rimane
la migliore strategia a lungo termine per l’Europa per raggiungere l’autonomia
strategica e ridurre i prezzi”, ha detto Costa. “Ma nel frattempo abbiamo
bisogno di soluzioni pragmatiche. Soluzioni concrete che si concentrino sulle
sfide specifiche degli Stati membri e di alcuni settori industriali”. Il prezzo
dell’energia nei Paesi membri dell’Ue è determinato “anzitutto dal prezzo del
gas, poi dalle commissioni per la rete, che sono sostanziose, dalle tasse
nazionali, e solo dopo viene l’Ets (Emissions Trading System, ndr). Alcuni Paesi
hanno tasse più alte” di altri sull’energia, quindi si tratta di un tema
“complesso”, ha sottolineato von der Leyen, rispondendo in merito alle critiche
sollevate nei confronti dell’Ets da diversi capi di Stato e di governo.
LA RIDUZIONE DELLE DIPENDENZE E LA PREFERENZA EUROPEA
Costa rimarca poi che “sulla protezione delle industrie strategiche e sulla
riduzione delle dipendenze esiste una comprensione ampiamente condivisa
dell’importanza strategica per l’Europa di proteggere e rafforzare determinati
settori”, tra cui difesa, spazio, tecnologie pulite, quantistica, intelligenza
artificiale e sistemi di pagamento. “Mapperemo e identificheremo le nostre
dipendenze e le affronteremo attraverso una strategia di diversificazione. Per
quanto riguarda la preferenza europea, ritengo che ci sia un ampio consenso
sulla necessità di utilizzarla nei settori strategici selezionati in modo
proporzionale e mirato, dopo un’analisi approfondita per identificare dove sia
necessario e utile. C’è unanimità sul fatto che l’Europa sia aperta al commercio
e che una politica commerciale ambiziosa e pragmatica incentrata sulla
diversificazione sia nel nostro interesse collettivo, e dobbiamo continuare a
sostenere l’eccellente lavoro svolto dalla Commissione europea”.
UNA ROADMAP PER IL MERCATO UNICO
Von der Leyen ha dichiarato che l’obiettivo della Commissione è di adottare le
prime misure operative della riforma “entro il 2027”. Ha inoltre spiegato che,
d’ora in avanti, la Commissione proporrà “meno direttive” e “più regolamenti“,
per evitare la pratica del gold-plating, in cui gli Stati membri aggiungono
requisiti alle normative Ue. “Gli atti delegati conterranno solo definizioni
tecniche”, ha aggiunto, e per garantire l’efficacia delle riforme saranno
introdotte “sunset clauses“, clausole di scadenza, nelle leggi. La presidente ha
infine promesso che la Commissione presenterà un “rapporto sulla semplificazione
e sulla riduzione dei costi” al Consiglio ogni anno.
L’UNIONE DEL RISPARMIO E DEGLI INVESTIMENTI
Un primo, importante passo avanti sul mercato dei capitali si avrà a giugno, a
27 o attraverso la cooperazione rafforzata, ha detto von der Leyen in conferenza
stampa. “Abbiamo concordato di costruire un mercato unico che non solo deve
essere presente nel 28esimo regime, ma anche nell’Unione del risparmio e degli
investimenti”. I leader hanno concordato di concludere la prima fase di questa
Unione, che include “l’integrazione del mercato, la vigilanza e la
cartolarizzazione”, entro giugno. “Se entro allora non ci sarà un progresso
sufficiente, prenderemo in considerazione l’introduzione di una cooperazione
rafforzata: preferirei procedere con i 27, ma questi due pilastri sono
enormemente importanti e dobbiamo avanzare ora. Come opzione di riserva, c’è
eventualmente la cooperazione rafforzata”.
IN APRILE LE LINEE GUIDA SULLE FUSIONI
Ad aprile l’Ue pubblicherà le linee guida sulle fusioni, a cui seguirà una
consultazione con i Paesi membri. “Abbiamo bisogno di campioni europei”, ha
sottolineato la numero uno dell’esecutivo europeo. Anche Emmanuel Macron,
lasciando il vertice, ha parlato di “consenso” emerso sulla necessità di creare
dei campioni europei nei settori industriali strategici. “I leader vogliono che
emergano veri campioni europei in settori strategici. La revisione in corso
delle linee guida sulle fusioni gioca un ruolo importante in questo senso”, ha
aggiunto Costa.
LA POSIZIONE DI MACRON SUGLI EUROBOND
Emmanuel Macron ha preso una posizione chiara sugli eurobond e sul finanziamento
pubblico. “Manteniamo la calma”, ha esordito il presidente francese, ma ha
insistito sul fatto che “è chiaro che abbiamo bisogno di più innovazione e
dobbiamo finanziarla” anche “con finanziamenti pubblici”. Per finanziare
l’innovazione occorre secondo lui ricorrere sia al bilancio comune che a
strumenti “innovativi”, come gli eurobond. “Abbiamo bisogno di più finanziamenti
pubblici, sia tramite il bilancio comune, sia con strumenti innovativi”, ha
spiegato, citando esempi passati come il prestito per l’Ucraina e il “Safe” come
prove che questa modalità di finanziamento, compresi gli eurobond, non è più un
tabù. Come è noto Berlino ha fatto sapere di essere contraria.
L'articolo Vertice Ue, Costa: “Consenso su semplificazioni e regime unificato
per le imprese”. Von der Leyen: “A marzo la roadmap per il mercato unico”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
A rapporto dalla grande industria europea. Per rendere conto dei risultati
portati finora nell’ambito del Clean industrial deal presentato un anno fa –
“semplificazioni” e deregolamentazioni che hanno depotenziato la legislazione
ambientale e gli obblighi di rendicontazione – e raccogliere nuove richieste.
Ursula von der Leyen, concludendo il suo intervento al summit Ue sull’industria
di Anversa a cui hanno partecipato anche Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, si è
messa a disposizione: il vertice, ha detto la presidente della Commissione, è
servito “ad ascoltare le vostre priorità e le vostre proposte. E domani, alla
riunione informale del Consiglio Europeo, discuterò con i leader su come
adeguare il ritmo a quello di cui avete bisogno”. La sua agenda per la
competitività sembra del resto dettata parola per parola dalla lobby dei settori
pesanti (e inquinanti), dalla chimica alle raffinerie passando per cemento e
siderurgia, che hanno organizzato l’incontro. Gli stessi che due anni fa hanno
firmato la dichiarazione di Anversa, elenco di desiderata che von der Leyen sta
puntualmente traducendo in pratica. Dando priorità a una “roadmap ombra di
deregolamentazione guidata dall’industria rispetto alle garanzie democratiche e
ambientali“, accusa un gruppo di organizzazioni della società civile tra cui
Corporate Europe Observatory, EPSU (Federazione Europea dei Sindacati dei
Servizi Pubblici), The Good Lobby, Friends of the Earth Europe e Transparency
International EU.
LE RICHIESTE DELL’INDUSTRIA NELLA “DICHIARAZIONE DI ANVERSA” DEL 2024
“La politica europea è plasmata dai suoi 450 milioni di cittadini o dalle più
grandi lobby industriali del continente?”, si sono chieste in un comunicato
diffuso prima del meeting. Domanda retorica: basta confrontare i progetti
presentati dall’ex ministra tedesca della difesa con i 10 pilastri indicati nel
febbraio 2024 da 1.300 aziende e associazioni industriali tra cui Business
Europe, Cement Europe, Eurofer, Eurometaux, Euromines e Fuels Europe. Vedi la
messa a punto di un Industrial deal su cui imperniare l’agenda strategica
europea 2024-2029, l’indicazione di un commissario responsabile per la sua
attuazione, lo snellimento della legislazione, una cornice semplificata per gli
aiuti di Stato e la facilitazione degli investimenti in progetti di
decarbonizzazione, sforzi per rendere la Ue meno dipendente dall’estero
nell’approvvigionamento di materie prime critiche, il rafforzamento del mercato
unico, una strategia per ridurre i costi dell’energia anche espandendo la
produzione da fonti green e da nucleare. Ma in concreto cosa è stato fatto? In
un report di monitoraggio ad hoc commissionato a Deloitte e coordinato dal
Cefic, che rappresenta l’industria chimica, le aziende hanno giudicato l’operato
della Commissione rinnovata a fine 2024 passando in rassegna i passi avanti
fatti finora sui vari fronti, con tanto di valutazione degli indicatori chiave
di prestazione (kpi).
PER VON DER LEYEN ARRIVA LA PAGELLA
Von der Leyen incassa una promozione sul Clean industrial deal, messo al centro
dell’azione dell’esecutivo Ue proprio come richiesto, e sulla nomina di ben tre
responsabili per la sua attuazione, la vicepresidente Teresa Ribera e i
commissari Stéphane Séjourné e Wopke Hoekstra. Voto positivo – grazie alla
Single Market Strategy presentata a maggio – anche sulle azioni per rafforzare
il mercato unico. Su tutto il resto, buone le intenzioni ma dovrà impegnarsi di
più. Per cui finisce rimandata a settembre sul finanziamento dei progetti
industriali focalizzati sul clima (per il raggiungimento degli obiettivi
climatici al 2030 resta un gap di 406-450 miliardi di euro) e sul costo
dell’energia (nonostante l’aumento della capacità installata e dei contatti di
acquisto comunitari), sulle infrastrutture (“particolarmente preoccupante” viene
considerata la limitata capacità di cattura e stoccaggio del carbonio) e sulla
sicurezza delle materie prime (la capacità produttiva interna resta
insufficiente). Idem per la spinta alla domanda di prodotti net-zero e
circolari, la promozione di innovazione e digitalizzazione e per il capitolo
regolamentazione. L’industria ha molto apprezzato la “Better regulation agenda”
varata lo scorso anno e i 6 pacchetti omnibus modellati sulla richiesta di
eliminare “lacci e lacciuoli“, a partire dal discusso Omnibus I che annacqua le
direttive su rendicontazione di sostenibilità aziendale e due diligence, ma
lamenta che le imprese “continuano ad affrontare un elevato onere normativo” e
“una crescente percentuale di aziende percepisce la regolamentazione aziendale
come un ostacolo agli investimenti” il che “influenza negativamente la
competitività dell’industria manifatturiera dell’Ue”.
AVVERTIMENTI E PROMESSE
La conclusione è un chiaro avvertimento a Bruxelles: visto che “l’83% degli
indicatori chiave di competitività mostra stagnazione o declino, mentre la
deindustrializzazione accelera”, il gruppo “monitorerà i progressi valutando se
gli investimenti si tradurranno in capacità operative, se la semplificazione
normativa ridurrà gli oneri, se il coordinamento tra gli Stati membri rafforzerà
il Mercato Unico, se il gap dei costi energetici si ridurrà e se la sicurezza
delle materie prime migliorerà”. Von der Leyen è ansiosa di rispondere
all’appello: “Voi chiedete un vero cambiamento più rapido. L’Europa sta
cambiando, ma deve accelerare ulteriormente”, ha detto. Poi una serie di
promesse: la Commissione lavora con i governi “per ridurre il carico fiscale e
abbassare i prezzi” dell’energia, introdurrà requisiti che privilegeranno le
produzioni europee negli appalti pubblici in determinati “settori strategici”
(richiesta di Emmanuel Macron che altri grandi Paesi temono), accelererà sulla
“pulizia regolatoria” e sull’eliminazione delle barriere interne al mercato
unico.
ANCHE IL PIANO DI BERLINO E ROMA RICALCA LE RICHIESTE DELL’INDUSTRIA
Priorità preoccupanti per la società civile, secondo cui vedere le regole come
ostacoli alla crescita “alimenta una pericolosa corsa al ribasso, in cui le
industrie più dannose vengono premiate con norme più deboli e maggiori
finanziamenti pubblici, mentre le persone affrontano austerità e tutele in
calo”. Rischi che non preoccupano i governi dei maggiori Paesi dell’Unione. Gli
stessi pilastri sono infatti anche al centro del piano italo-tedesco per la
competitività preparato in vista del vertice Ue informale di giovedì nel
castello di Alden Biesen. Nel testo firmato anche dal Belgio – il cui primo
ministro Bart De Wever durante il vertice ha detto che la situazione
dell’industria è “semplicemente drammatica” – si chiede tra il resto “un
meccanismo di freno di emergenza” che consenta di “fermare gli oneri eccessivi
che emergono durante il processo legislativo, ad esempio per intervenire su
richiesta di uno Stato membro”. Oltre all’adozione entro fine anno del
cosiddetto “ventottesimo regime” giuridico per superare la frammentazione dei
sistemi nazionali, si invita poi la Commissione a presentare un omnibus
intersettoriale sul rilascio delle autorizzazioni “facendo ampio ricorso a
meccanismi di approvazione tacita” e a spingere sul rafforzamento delle
infrastrutture energetiche transfrontaliere e sul “consolidamento di catene del
valore resilienti, sicure e sostenibili per le materie prime critiche”.
Ciliegina sulla torta: “Il pacchetto automobilistico, così come la revisione del
Cbam (la tassa sul carbonio alle frontiere, ndr) e la futura revisione dell’Ets
(il sistema europeo per lo scambio di quote di emissione di gas serra, ndr),
dovranno concentrarsi sull’eliminazione di tutti gli oneri non necessari per
l’industria e sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica“.
Musica per le orecchie dell’industria inquinante, che non intende rinunciare al
sostegno pubblico e cerca scappatoie per sfuggire al principio del “chi inquina
paga”. La Confindustria italiana per esempio ha appena chiesto la “sospensione”
dell’Ets. Che von der Leyen, va detto, ad Anversa ha difeso, ricordando che
dall’introduzione dell’Ets “le emissioni sono diminuite del 39%, mentre il giro
d’affari nei settori coperti è cresciuto del 71%”.
L'articolo Von der Leyen a rapporto dai big dell’industria Ue che hanno scritto
la sua agenda per la competitività. “Porterò ai leader le vostre priorità”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come ha detto il commissario europeo all’Immigrazione, Magnus Brunner, si tratta
di una responsabilità nazionale. Intanto però alla Commissione di Ursula von der
Leyen la regolarizzazione di 500 mila irregolari del governo spagnolo di Pedro
Sánchez non piace. Secondo quanto riferito da alcuni funzionari a Euronews, “non
è in linea con lo spirito dell’Unione europea in materia di migrazione”. E
rischia di “inviare un messaggio diverso rispetto a quello che l’Ue sta
attualmente comunicando al di fuori dell’Europa per scoraggiare l’immigrazione
irregolare”, riporta il media europeo.
La regolarizzazione di Sánchez – in Spagna se ne sono fatte altre con diversi
governi – riguarda 500 mila irregolari, compreso chi ha perso il permesso.
Possono fare domanda gli stranieri arrivati prima del 31 dicembre 2025, presenti
da almeno cinque mesi, senza precedenti penali, inclusi richiedenti asilo e
figli di richiedenti. La misura consente una residenza legale di un anno, con
accesso immediato al lavoro, ed è stata adottata dal governo con un real decreto
che ha bypassato il Parlamento e scatenato le destre. Secondo fonti di Bruxelles
riportate da Euronews, la principale preoccupazione riguarderebbe l’ipotesi che
col nuovo status di regolari, gli stranieri possano spostarsi in altri Paesi Ue
per un massimo di 90 giorni ogni 180 giorni, col timore che alcuni tentino
dunque di risiedere altrove grazie alla sanatoria di Sánchez. Questione ribadita
dal capogruppo di Ecr ed eurodeputato di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini:
“Un errore per la Spagna e per l’Europa visto che queste persone potranno poi
viaggiare in tutta l’Ue”.
Il commissario Brunner non si è ancora espresso nel dettaglio della scelta
spagnola, e una sua riflessione è attesa per il pomeriggio di martedì 10
febbraio in un dibattito al Parlamento Ue intitolato “La politica di
regolarizzazione su larga scala della Spagna e il suo impatto sull’area Schengen
e sulla politica migratoria dell’Ue”. Di certo la stretta Ue su migrazione e
asilo dei nuovi regolamenti, operativi dal prossimo giugno, e le più recenti
proposte della Commissione vanno in tutt’altra direzione. Quella di una
riduzione dell’accesso alla protezione internazionale e all’aumento dei
rimpatri. Tra l’altro, la riforma prevede una definizione più ampia di “Paese
terzo sicuro”, procedure di asilo accelerate per i cittadini di Paesi d’origine
considerati sicuri e la possibilità di deportare le persone anche verso Paesi
terzi con i quali i deportati non hanno alcun collegamento.
L'articolo Migranti, Bruxelles contro la mega regolarizzazione della Spagna.
“Non in linea con lo spirito della Commissione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“I dazi aggiuntivi proposti” dal presidente Usa Donald Trump “sono un errore,
soprattutto tra alleati di lunga data”: “l’Ue e gli Stati Uniti hanno raggiunto
un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica, come negli affari, un
accordo e’ un accordo. E quando degli amici si stringono la mano, deve
significare qualcosa”. Lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula
von der Leyen, al vertice di Davos, in Svizzera, evidenziando che la risposta
europea sarà “ferma, unita e proporzionata”. “Consideriamo il popolo degli Usa
non solo come nostri alleati, ma come amici. Trascinarci in una pericolosa
spirale discendente finirebbe solo per aiutare gli stessi avversari che entrambi
siamo impegnati a tenere fuori dal nostro orizzonte strategico”, ha
sottolineato.
L'articolo Von der Leyen a Davos: “I dazi Usa contro gli alleati sono un errore,
la nostra risposta sarà ferma” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sull’accordo Ue-Mercosur, al termine della riunione straordinaria tra i ministri
dell’Agricoltura Ue, a Bruxelles, Ursula von der Leyen non incassa ancora il via
libera ufficiale dei Paesi contrari. La Francia resta immobile (e potrebbe
lasciare tutta la responsabilità all’Italia) e Roma prende tempo, ma è
certamente più vicina al sì di quanto non lo fosse pochi giorni fa. L’apertura è
dovuta alla proposta messa sul piatto dalla presidente della Commissione Ue per
avere, anche da Italia e Francia, il via libera per l’accordo Ue-Mercosur, che
apre le porte del mercato europeo a carne bovina, pollo, zucchero e miele in
arrivo senza oneri dall’America Latina. Ma ciò che offre von der Leyen non è un
aumento dell’importo complessivo del bilancio 2028-34 riservato alla Politica
agricola comune e neppure di un dietrofront rispetto alla nuova struttura,
contestatissima, che prevede un fondo unico per Pac e per le risorse destinate
alla Coesione, con cui si finanziano le azioni che mirano a ridurre le disparità
regionali promuovendo lo sviluppo sostenibile. Si tratta perlopiù di risorse già
previste, rese disponibili in anticipo. E questo il Governo Meloni lo sa bene,
così come lo sa bene Macron. “Abbiamo intenzione di discutere e cercare di
prendere una decisione” sull’accordo commerciale con il Mercosur “alla fine di
questa settimana” ha detto la ministra dell’agricoltura di Cipro (che detiene la
presidenza di turno del Consiglio Ue), Maria Panayiotou, in un punto stampa al
termine della riunione straordinaria. Il prossimo step è la riunione degli
ambasciatori dei Paesi Ue è prevista venerdì, 9 gennaio. Se in quella occasione
ci sarà l’intesa, la firma definitiva è prevista per il 12 gennaio, in Paraguay,
dopo un negoziato lungo oltre un quarto di secolo. Alla riunione dei ministri
dell’Agricoltura hanno partecipato anche i commissari Ue all’Agricoltura,
Christophe Hansen, al Commercio, Maros Sefcovic e alle relazioni
interistituzionali, Olivér Varhelyi. E che la riunione sia stata accesa lo si
evince dalle parole del commissario Sefcovic: “Dopo aver avuto molteplici
discussioni, credo che abbiamo affrontato le reali preoccupazioni con soluzioni
reali”.
LA FRANCIA DÀ BATTAGLIA
E le discussioni ci sono state. La ministra dell’Agricoltura francese, Annie
Genevard, ha persino ricordato la conclusione delle trattative, a dicembre 2024
“decisa in modo autoritario dalla presidente della Commissione europea, in un
momento in cui la Francia era in difficoltà”. Parigi è consapevole che
probabilmente “l’Italia voterà a favore del Mercosur”, ma resta sulla sua
posizione e, anzi, annuncia battaglia sostenendo che l’accordo potrebbe essere
bloccato anche dopo l’eventuale firma in Paraguay, qualora il Parlamento europeo
dovesse opporsi. “Finché una battaglia non è conclusa, non è persa” ha
dichiarato, sottolineando che “non è affatto garantito che l’accordo venga
approvato dal Parlamento europeo”. Il commissario Sefcovic, però, dice che la
Commissione non si è limitata ad ascoltare le preoccupazioni, ma è andata “oltre
come mai prima”, mettendo a punto “un pacchetto mirato senza precedenti, con
salvaguardie senza precedenti, reti di sicurezza, controlli e verifiche
rigorose”. Ed ha ricordato che l’accordo Ue-Mercosur dovrebbe “aumentare le
esportazioni agroalimentari dell’Ue verso la regione del 50%, eliminando dazi
che oggi possono arrivare fino al 55%” e che l’intesa includerà “344 indicazioni
geografiche dell’Ue”, a tutela dei prodotti alimentari e delle bevande iconiche
europee.
COSA HA OFFERTO DAVVERO BRUXELLES
Parole che arrivano dopo la mossa principale messa a segno da Bruxelles. Ma che
cosa ha davvero proposto la Commissione Ue? Semplicemente la possibilità di
spendere subito i 293,7 miliardi di euro destinati alla Pac 2028-2035, quindi
già a partire dal primo anno del prossimo ciclo di bilancio settennale, invece
di aspettare per una parte delle risorse le revisioni di metà mandato previste
per il 2032. Una prassi utilizzata per aggiustare il tiro se serve, in quanto i
fondi non ancora spesi (e bloccati) vengono erogate solo se i Paesi soddisfano
alcune condizioni. Questa volta, invece, tutte le risorse potranno essere messe
a disposizione già nel 2028. Una scelta saggia? Sulla proposta di Bruxelles le
opinioni sono molto diverse. Perché se da un lato aumentano i fondi spendibili
da subito, dall’altro il cambio delle regole e il venir meno delle condizioni
per accedere a tutte le risorse crea qualche perplessità. La presidente della
Commissione Ue, inoltre, nella lettera inviata ai presidenti di Consiglio e
Parlamento europeo, ha aperto anche alla possibilità di regole meno stringenti
per avere accesso ai finanziamenti per le zone rurali (per l’Italia si tratta di
circa 5 miliardi complessivamente), normalmente destinati a progetti che seguono
obiettivi precisi, quali connettività delle aree, livelli più alti di
occupazione, qualità del lavoro e sostenibilità ecologica. Come verrebbero ora
destinati questi fondi e con quali criteri non è dato saperlo. Tutto confermato
nella riunione con i ministri dell’Agricoltura: il sostegno al reddito degli
agricoltori sarà salvaguardato attraverso uno stanziamento di 293,7 miliardi di
euro nell’ambito dei Piani di partenariato nazionali e regionali. È stata
inoltre proposta la creazione di una riserva di crisi da 6,3 miliardi destinata
a proteggere il comparto dagli shock di mercato e dagli eventi climatici
avversi. Almeno il 10% di ogni piano nazionale, inoltre, pari a circa 48,7
miliardi di euro, sarà vincolato allo sviluppo rurale, con la possibilità per
gli Stati membri di mobilitare immediatamente fino a due terzi dei fondi
previsti per la revisione di medio termine (circa 45 miliardi di euro) già dal
2028.
IL MINISTRO LOLLOBRIGIDA CHIEDE GARANZIE –
Secondo il ministro per l’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, i 45 miliardi
sbloccati da subito si tradurrebbero in circa 10 miliardi di euro, destinati
direttamente al sostegno degli agricoltori italiani e disponibili da subito. “Se
verranno certificate le premesse di garanzia del mondo produttivo che chiediamo,
noi approveremo la sottoscrizione dell’accordo” ha dichiarato il ministro
dell’Agricoltura Francesco in un incontro stampa precedente alla riunione tra i
ministri dei 27 dell’Agricoltura. “Per noi il Mercosur è un’ottima occasione
come sistema esportatore” ha ricordato, ma “non eravamo disposti e non siamo
disposti a sacrificare alcun settore. Abbiamo chiesto salvaguardia del mondo
produttivo che poteva essere danneggiato da questo tipo di accordo”. Nel corso
della giornata, i partiti di maggioranza hanno continuato a definire la proposta
di Bruxelles come una vittoria italiana. “I 45 miliardi di bilancio europeo in
più destinati alla Pac sono una vittoria dell’Italia, una vittoria di Forza
Italia che, nel Partito Popolare Europeo, ha difeso e sostenuto con forza le
istanze dei nostri agricoltori. Ora ci sono le condizioni per firmare l’accordo
con il Mercosur” ha dichiarato ai microfoni del Tg2 Deborah Bergamini,
responsabile del Dipartimento Esteri e vice segretaria nazionale di Forza
Italia. Per il deputato di Fratelli d’Italia, Antonio Baldelli “il Governo
guidato da Giorgia Meloni dimostra ancora una volta che l’Italia, quando difende
con determinazione i propri interessi, sa farsi rispettare anche in Europa”. E
offre una sua personale lettura: “Da un taglio del 20 per cento inizialmente
previsto, si è giunti invece a un rafforzamento delle risorse destinate alla
Politica agricola comune, con 45 miliardi di euro in più nel prossimo bilancio
pluriennale”. Anche per il senatore leghista Giorgio Maria Bergesio,
vicepresidente della Commissione Attività Produttive del Senato “grazie alla
determinazione del governo, la Commissione europea ha finalmente rivisto i tagli
alla Pac rendendo disponibili ulteriori risorse”. Per Bergesio, però, “se da un
lato è positivo che il fronte guidato dall’Italia abbia ottenuto un cambio di
passo sulla Pac, dall’altro non possiamo accettare che questo diventi una sorta
di compensazione per il via libera all’accordo commerciale con il Mercosur senza
reciprocità. Senza clausole di reciprocità ferree settori strategici come quello
delle carni bovine e avicole, del riso, del mais e dello zucchero subirebbero
una concorrenza sleale insostenibile”.
L’OPPOSIZIONE: “COSÌ GIORGIA MELONI SVENDE L’AGRICOLTURA”
Ma la proposta di Bruxelles non ha convinto tutti. Intanto perché la coperta
resta la stessa. “Con il sempre più probabile sì al Mercosur, Giorgia Meloni si
appresta a svendere l’agricoltura italiana in cambio di un piatto di lenticchie”
commentano gli europarlamentari del Movimento 5 Stelle (The Left) al Parlamento
europeo. E aggiungono: “Le risorse stanziate per i piani nazionali, infatti,
sono sempre le stesse e questo significa che l’Italia dovrà compensare gli
stanziamenti con ulteriori tagli ai fondi di coesione. Inoltre, i tanto
sbandierati 45 miliardi per gli agricoltori sono solo un anticipo autorizzato
dalla Commissione europea rispetto a pagamenti che già spettano all’Italia”. Un
concetto ribadito anche da Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi/Ale. “Il
governo Meloni accetta promesse vuote da Von der Leyen e cede alla pressione per
sbloccare l’accordo. Altro che nuove risorse per l’agricoltura: siamo davanti a
un’operazione di pura cosmetica politica. È solo un’anticipazione di risorse già
previste, che secondo le proposte sul bilancio 2028-2034 sarebbero state
utilizzabili solo dopo la revisione a metà percorso. Inoltre, la formula fino a
45 miliardi dice tutto: nessuna garanzia, nessun automatismo. Ancora una volta
tutto è rimesso alla discrezionalità degli Stati membri. Gli agricoltori non
ottengono certezze, solo annunci”.
L'articolo Mercosur, la promessa di Bruxelles sulla Pac ammorbidisce l’Italia.
Ma la Francia non ci casca proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco Valendino
Von der Leyen scopre che l’Ue è un’alleanza militare. Peccato che nessuno glielo
abbia detto prima. Ursula von der Leyen ha avuto un’illuminazione: l’Ucraina
sarà al sicuro grazie all’adesione all’Unione Europea. Che garantirà “la
sicurezza fondamentale” di Kiev. Piccolo dettaglio: l’Ue non è mai stata
un’alleanza militare. Ma dettagli, dettagli.
Fino a ieri la promessa era la Nato. Poi Trump ha fatto capire che per l’Ucraina
nell’Alleanza Atlantica non se ne parla. Zelensky gli aveva presentato un piano
in 20 punti con dentro l’adesione alla Nato. Quella pagina è stata strappata. E
allora via, reinventiamoci: l’ombrello sarà l’Ue. Quella senza esercito,
struttura di comando, dottrina militare comune. Ma che importa?
Dentro la Nato è scoppiato il finimondo. Americani, ungheresi e “diverse altre
nazioni” non ne vogliono sapere di garanzie all’Ucraina. Orbán fa ostruzionismo
per sport. Trump ha detto agli europei: arrangiatevi.
Ecco materializzarsi la “Coalizione dei Volenterosi” di Macron e Starmer. Sono
26 paesi. O 31. Dipende da chi conta e quando. Tutti “formalmente impegnati” a
fare qualcosa che verrà definito dopo, da qualche parte, in qualche modo.
L’Italia di Meloni: noi truppe non ne mandiamo. Al massimo “monitoraggio fuori
dai confini”. Traduzione: vi guardiamo da casa e vi facciamo il tifo. La
Germania: “Solo se ci sono gli americani”. La Polonia: “Noi soldati non ne
mandiamo”. Insomma, una coalizione dove nessuno vuole andarci davvero. Macron
spiega che “alcuni metteranno truppe, altri le basi, altri faranno altro”.
Traduzione: ognuno fa quel che gli pare.
Von der Leyen sventola cifre: 343 miliardi di spesa militare nel 2024,
finalmente sopra il 2% del Pil. Peccato che l’Europa spenda male. Ognuno compra
armi incompatibili con quelle del vicino. Zero coordinamento. Come dice
l’European Council on Foreign Relations: “Spendono molto ma cooperano poco,
rendendo tutto inefficiente”. Per mettere truppe in Ucraina servirebbero
60-100mila soldati. Francia e Regno Unito, le potenze nucleari della coalizione,
hanno eserciti “con capacità operative molto ridotte”. Tagli su tagli per
decenni.
Trump ha liquidato il piano europeo come “una messa in scena”. Nelle chat
interne dell’amministrazione, rese pubbliche, gli europei sono definiti
“patetici”. Dal Cremlino, Maria Zakharova ha risposto definendo i piani
“garanzie di pericolo”. Difficile darle torto.
Il punto è semplice: l’Ue non è un’alleanza militare. Non lo è mai stata.
Promettere che l’adesione garantisce la sicurezza dell’Ucraina è come dire che
entrare in un circolo di buongustai ti protegge dai rapinatori. Von der Leyen lo
sa. Ma deve vendere qualcosa a Zelensky, visto che la Nato è sfumata. E allora
inventa l’euroarmata. Virtuale, s’intende.
Mentre i leader europei moltiplicano conferenze stampa, Trump e Putin trattano.
L’Europa sta a guardare. Il paradosso è tragicomico: l’Ue scopre di voler
diventare potenza militare proprio quando l’America se ne va e la Russia avanza.
Come ha detto un diplomatico europeo: “Stiamo promettendo un ombrello di carta
sotto un temporale. L’importante è che sembri impermeabile”. Già. L’importante è
l’apparenza. La sostanza può aspettare. Per sempre.
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L'articolo Von der Leyen inventa l’euroarmata. Da quando siamo un’alleanza
militare? proviene da Il Fatto Quotidiano.